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venerdì 29 giugno 2018

Oggi si inaugura Spoleto con 'Il Minotauro', opera nuova di Silvia Colasanti che Giorgio Ferrara considera il ' mozart italiano' . Come andò con l'Orlando di Ronconi? Rivelazioni senza possibili contestazioni di Ferrara

Questa sera  si inaugura il 61° Festival dei Due Mondi, oggi noto come 'Festival di Ferrara' - che non è la città, ma il nome dell'attuale direttore artistico, che il festival inventato da Menotti, lo ha 'rivoltato come un pedalino', secondo la felice e calzante espressione romana.

 Si inaugura con una nuova opera di Silvia Colasanti, che Ferrara - con quale comptenza? - considera il 'Mozart italiano', su libretto di De Ceccatty e dello stesso Giorgio Ferrara, alias 'Da Ponte romano', colpito al cuore dalla compositrice, alla quale già l'anno scorso aveva commissionato un 'requiem' per le vittime del terremoto del centro Italia. Va aggiunto  che dell'opera della Colasanti, Ferrara, il direttore del festival  e librettista dell'opera, è anche  regista e qualunque altra cosa. L'Orchestra Giovanile Italiana sarà diretta da Jonathan Webb.

Ma Giorgio Ferrara, direttore artistico, librettista, regista, anche quest'anno, in una breve ma acidissima intervista al Corriere della Sera, ha tentato - invano, perché senza contraddittorio - di  scalfire la memoria in generale, ed in particolare 'il fiuto' di Menotti nello scovare giovani e promettentissimi artisti da portare a Spoleto,  che  fondò nel 1958 e ha diretto magnificamente per molti anni, facendolo ammirare da tutto il mondo, fino a quando non gli subentrò quello sciagurato del figlio adottivo, Francis, che ha fatto solo guai.

Cosa ha detto Ferrara? E' andato con la memoria flebile di oggi, ma la volontà ferrea di demolire l'immagine del fondatore di Spoleto, all'edizione del 1969 - egli aveva da poco compiuto vent'anni - quando venne presentato l'Orlando furioso (adattato da Sanguineti, musiche del giovanissimo Sciarrino) con la regia di Ronconi che avrebbe riscritto la storia del teatro italiano.

Ferrara ricorda le vicende che precedettero quel debutto spoletino, lui che allora  era ai primi passi nel mondo del teatro, già alle costole di Ronconi.

Menotti e De Banfield, che era direttore artistico del festival - ricorda nei minimi dettagli Ferrara - non compresero la novità dello spettacolo  di Ronconi  e immediatamente non mostrarono interesse alcuno al suo debutto speoltino. Ci volle una successiva abilissima diplomazia per convincere i due a far rappresentare a Spoleto la versione ronconiana dell'Orlando. E chissà se se ne convinsero. Fatto sta che all'esordio il successo dello spettacolo fu travolgente.

 Perchè Ferrara ha raccontato quell'episodio,  solo ora che sia Menotti che De Banfield come anche Ronconi  sono morti e quindi non possono dare la loro versione dei fatti? E perchè lo ha fatto quando non c'era ragione alcuna e nessun appiglio per parlarne?

Noi abbiamo un sospetto, al quale abbiamo già accennato, e cioè che Ferrara - che con il 'suo' festival non ha fatto nessuna scoperta in nessun campo, ad eccezione del 'Mozart italiano' che, comunque, appellativo fuori luogo a parte, non è certo una scoperta di Ferrara, il quale ha voluto sempre giocare sul sicuro sbarcando a Spoleto un vagone di glorie consolidate,  in gran parte teatranti, musicisti pochi, quasi sempre le stesse, una specie di 'sua' famiglia artistica - voglia demolire del tutto il mito di Menotti, inventore di Spoleto e scopritore di talenti. Qualità quest'ultima che tutti hanno sempre riconosciuto a Menotti, come ad esempio D'Amico il quale, sin dalla prima edizione sottolineava che a Spoleto non ci si va per sentire o vedere cose che si vedono e sentono anche altrove, ma per constatare la grande fantasia, l'inventiva di Menotti e soprattutto  la sua capacità di scoprire talenti che poi si affermeranno in molti campi. La storia del festival, ante Ferrara, sta a dimostrarlo.

Dell'epoca Ferrara, oltre Ferrara, ricorderemo i collaudati Ronconi, Bob Wilson, Adriana Asti e qualche altro ancora, del tipo Paolo Mieli e Corrado Augias, suo assiduo dai tempi di Parigi, all'Istituto culturale italiano.  Ed anche le sparate sulla crescita esponenziale del pubblico che lui ha fatto aumentare del 16.000%, comprendendovi ovviamente anche il pubblico che riempiva, senza pagare biglietto, il campo di calcio durante le esibizioni bandistiche a Spoleto, durante la sua reggenza.

Di  nuovo, a basso costo e dietro segnalazione dei diretti interessati, e non perchè frutto di una sua scoperta, gli allievi dei Conservatori vicini, e quelli dell'Accademia nazionale drammatica di Roma.




venerdì 30 marzo 2018

Vi raccontiamo come nacque 'SCENA DI VENTO' per piccola orchestra di Salvatore Sciarrino. A futura memoria

Dopo aver raccontato l'altro ieri l'origine del Quartetto n.9  per archi di Salvatore Sciarrino, tenuto a battesimo il 29 settembre 2012, a Sansepolcro, dal Quartetto Prometeo,  nella Sala del Museo Civico, dove è tornato a risplendere, fresco di restauro, l'affresco di Piero della Francesca, La Resurrezione, crediamo  utile ricordare le circostanze nelle quali nacque un'altra composizione di Sciarrino, che fummo noi a suggerire ed a far commissionare dal Festival delle Nazioni di Città di Castello, nell'anno 2004, quando avemmo la responsabilità della direzione artistica del festival tifernate.
Anche perchè il musicista,  che pur ha scritto numerose presentazioni per le sue composizioni, raccontandone talvolta anche la genesi,  per quei tre pezzi che compongono ' Scena di vento' non  scrive nulla nel suo catalogo ufficiale, oltre  l'annotazione del festival che glieli commissionò.

 Verso la fine del festival, edizione XXXVII del 2004, che ci proponemmo fosse dedicato interamente alla 'Nuova Italia' - a mostrare cioè le nuove generazioni di interpreti ed anche a far riascoltare i grandi capolavori della musica italiana - precisamente il 4 settembre, negli Ex Essiccatoi del Museo Burri,  mettemmo in calendario l'esecuzione del celebre melologo di Richard Strauss Enoch Arden da Tennyson.
 Per quell'esecuzione, in un luogo così suggestivo, invitammo due  artisti fra i più apprezzati della scena teatrale e musicale italiana: Piera Degli Esposti, voce recitante, e Emanuele Arciuli, pianoforte.

Ci interessava  affermare soprattutto il valore di questo pianista che  una bella fetta della sua attività di interprete aveva destinato alla musica d'oggi ed a quella americana del Novecento. Piera Degli Esposti era  ed è tuttora un monumento vivente del nostro teatro e dunque per il nostro festival era un grande onore ospitarla.

Enoch Arden ci fece venire l'idea di chiedere a Sciarrino di scrivere  qualcosa da abbinare a quel melologo, che lo incorniciasse in qualche modo -  perchè, come nel caso del Quartetto n.9, la nostra designazione a direttore artistico avvenne con ritardo e chiedere al m. Sciarrino  di scrivere  per il festival  ( per la cui direzione lui stesso ci aveva proposto) una composizione  autonoma,  risultò imposssibile a  causa dei suoi precedenti gravosi impegni compositivi.

 Fu così che nacquero quei tre pezzi per un ensemble strumentale abbastanza sui generis ( affidati a strumentisti dell'Orchestra Verdi di Milano, diretti da Roberto Polastri), e che punteggiarono il melologo straussiano, fungendo da preludio interludio e finale. E, infatti, nel catalogo del festival Sciarrino aveva specificato : Tre sipari per Enoch Arden. Questa  specifica, poi  è scomparsa nel catalogo ufficiale del compositore;  e della Scena di vento, articolata in tre pezzi per ensemble, s'è persa ogni nozione circa la sua origine.

Quella serata fu memorabile. Chissà che una volta Radio Tre non la rimandi in onda, così come la registrò e trasmise in diretta. Era Radio Tre guidata da Michele Dall'Ongaro che con il 'nostro' festival si mostrò molto interessato. Temiamo che pensasse già a come far fruttare negli anni seguenti quella sua benevola attenzione - come ha fatto tante altre volte con  altri festival e istituzioni. Ma forse questo è solo un nostro cattivo pensiero. (Nè noi,  nè lui,  potevamo sapere che sarebbe stata l'unica edizione a noi affidata, a causa di dissidi  con  i reggitori  amministrativi del festival che mal tollerarono la nostra autonomia  decisionale nel campo della programmazione artistica.  Chi ha preso il nostro posto è lì da quindici anni. Chissà perchè! )

P.S. Ieri ascoltando per radio, a Radio Tre appunto, una intervista a Mario Messinis, a proposito del Bologna Festival, la cui direzione artistica gli  è affidata  ininterrottamente dal secolo scorso (dal 1993, e quindi da 25 anni, mentre lui di anni ne ha 86) ci è venuto da domandarci come mai la nostra direzione del Festival delle Nazioni , nonostante sia stata una delle più belle edizioni della sua storia, sia durata solo un anno e quella di Messinis al Bologna Festival duri da parecchi decenni. Non siamo riusciti a trovare una risposta  soddisfacente e logica. 
 Se qualcuno dei nostri lettori riuscisse a trovarla e ce la indicasse, gli saremmo grati.

mercoledì 28 marzo 2018

Sansepolcro ha salvato la Resurrezione di Piero della Francesca. Altre volte è stata la Resurrezione a salvare Sansepolcro

Terminato il lungo restauro, il grande affresco di Piero della Francesca, La Resurrezione, è tornato a risplendere nelle sale del Museo Civico di Sansepolcro. Il restauro che ha restituito all'affresco colori vivaci e fatto emergere particolari, soprattutto nel paesaggio, prima coperti dalla patina del tempo - da quando l'affresco è stato dipinto ad oggi sono trascorsi oltre cinquecento anni, senza che fosse mai prima sottoposto ad un restauro radicale - è stato reso possibile dalla munificenza di un cittadino svizzero che molti anni fa aveva lavorato da dirigente alla Buitoni che aveva sede proprio a Sansepolcro. il cav. Osti , il quale ha donato 100.000 Euro ai quali si sono aggiunti i 40.000 messi dal Comune, e che hanno rappresentato il costo totale del restauro, durato 18 mesi.

Se non ci fosse stata la donazione del cav. Osti, quanto altro tempo avrebbe dovuto attendere  per il restauro il famoso dipinto? Franceschini , che spende una ventina di milioni del Ministero per ricostruire la platea lignea del Colosseo - dove speriamo che lo sbranino i leoni dell'opinione pubblica -  non aveva i soldi, pochi tutto sommato, necessari per restaurare uno dei più famosi dipinti di uno dei più grande artisti in assoluto?

Sansepolcro, impegnandosi nel restauro ha voluto compensare quella Resurrezione ed il suo autore che altre volte  l'avevano salvata dalla distruzione.
 Ed una su tutte, nel 1944, raccontata in un commovente resoconto da un ufficiale inglese, cui è intitolata una strada a Sansepolcro, il quale non bombardò la città - come gli era stato ordinato - perchè ricordandosi di aver letto in gioventù un celebre passo dello scrittore Huxley il quale  scriveva di aver visitato a Sansepolcro La Resurrezione di Piero della Francesca, la più bella pittura del mondo, non volle rendersi responsabile di una sua possibile distruzione, a causa del bombardamento.
 Terminato l'assedio alla cittadina, il capitano  Anthony Clarke - questo era il suo nome - entrò  in città  e si recò immediatamente a vedere se La Resurrezione era intatta. Il suo racconto, estasiato, alla vista dell'affresco è commovente.

 In ricordo di quel salvataggio di Sansepolcro da sicura distruzione, ad opera della bellezza, nel 2012, quando Sansepolcro celebrò il millenario dalla sua fondazione, il sindaco, Daniela Frullani,  ci chiese di pensare ad una degna celebrazione, che noi progettammo  fin nei particolari,  e che ebbe luogo il 29 settembre  nella sala della Resurrezione del Museo Civico, sotto gli occhi del Cristo risorto di Piero.

  Ecco come andò la cosa. Sottoponemmo al m. Sciarrino per l'occasione una  nostra idea, certo impegnativa, ma che il musicista avrebbe accolto in pieno se la nostra proposta gli fosse giunta con il necessario anticipo. Gli proponemmo di  scrivere una sorta di 'Via musicae' o 'Via artis', sulla falsariga dei 'Quadri di un'esposizione' di Mussorgsky, sapendo della passione e conoscenza che dell'arte aveva  il maestro e delle ricchezze  pittoriche  di cui Sansepolcro è depositaria, da Raffaellino del Colle (Madonna delle Grazie), a Luca Signorelli (Crocifissione) a Rosso Fiorentino ( Deposizione) alla Resurrezione.  La 'via artis' avrebbe dovuto contemplare alcune stazioni  nei luoghi in cui ammirare tali opere, per concludersi sotto La Resurrezione , partendo dalla Crocifissione di Luca Signorelli. Fra le varie stazioni, che sicuramente Sciarrino avrebbe saputo 'inventarsi', un interludio strumentale - pensavamo alla 'promenade' dei Quadri - magari rifacendosi alla grande tradizione strumentale italiana antica.

Alla fine Sciarrino, per varie ragioni, prima fra tutte il fattore 'tempo', optò per la scrittura del Quartetto n.9 per archi - eseguito in prima assoluta sotto il famoso affresco, dal Quartetto 'Prometeo'  - che volle comunque dedicare a Piero della Francesca,  cui diede il titolo :Ombre nel mattino di Piero.

 La serata celebrativa del 29 settembre risultò così articolata. In apertura tre brani per quartetto d' archi di Sciarrino , elaborazioni di Sonate di  Domenico Scarlatti; nel mezzo il racconto del diario del Capitano Clarke proposto con grandissima efficacia e partecipazione da Fabrizio Gifuni e, a conclusione, l'esecuzione del nuovo Quartetto, commissionato al musicista dal Comune di Sansepolcro, per il millenario della città.

 Il Comune accettò quella nostra proposta celebrativa,  volendo in certa maniera tornare ai tempi antichi quando una festa comportava quasi sempre  l'inaugurazione di una opera nuova o l'esecuzione di una musica scritta per l'occasione, ma anche perchè il connubio fra arte del passato (l'affresco di Piero) e  arte del presente ( Quartetto di Sciarrino)  aveva convinto sia Sindaco che Assessore alla cultura.

giovedì 16 novembre 2017

Milano. Tutti pazzi per Salvatore Sciarrino? Alla Scala, sì

Da qualche giorno, in tutta Milano, si festeggiano i settantanni di Salvatore Sciarrino, sia attraverso il festival 'Milano Musicia' che gli è principalmente dedicato, ed è tuttora in svolgimento, che per il debutto alla Scala - che gliel'ha commissionata, in coppia con la Staatsoper di Berlino, della sua nuova opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. Aspettando Stradella, oltre naturalmente alla mostra che illustra anche visivamente  il suo ormai lungo percorso compositivo, che dura da quasi mezzo secolo.

Non crediamo però che una città italiana, come Milano e qualunque altra, si entusiasmi e partecipi coralmente a simili festeggiamenti,  come ci capitò di vedere a Salisburgo, un pò d'anni fa, quando all'interno del celebre festival , l'allora direttore artistico, Markus Hinterhauser,  di recente tornato alla guida dell'istituzione austriaca, gli dedicò una sezione monografica assai ricca che spaziava dalle opere per il teatro, alla musica vocale, sinfonica, cameristica a quella per strumento solista (pianoforte):  Kontinent Sciarrino.  Un festival nel festival, nel quale tutta la cittadina sembrò coinvolta,  come si poteva desumere dagli striscioni per le strade, oltre che sulle facciate dei luoghi deputati, dalle vetrine dei negozi che mostravano foto, partiture, copertine di dischi e poi anche dagli  incontri e dalla master class ecc.. per celebrare, facendolo meglio conoscere, il compositore italiano. Milano saprà fare altrettanto?

L'altra sera, alla prima della nuova opera di Salvatore Sciarrino alla Scala, ascoltata a Radio 3, in diretta, si sono potuti  ascoltare i lunghi applausi che hanno salutato la fine del primo atto ed anche la fine dell'opera. Così lunghi ed insistenti, da sorprendere il cronista radiofonico da Roma,  il quale si è sentito in obbligo a  giustificarli  con la tipologia di pubblico della serata: principalmente quello del festival contemporaneo 'Milano Musica' , abituato - voleva dire - ad 'autoflagellazioni' e  a salutare le stesse, alla fine, con applausi. Il cronista, insomma, non credendo alle sue orecchie - ma a nessuno interessava sapere cosa lui pensasse di quegli applausi - spiegava con un concentrato di idiozie la sua sorpresa.  Potremmo aggiungere che il cronista radiofonico romano era il giusto pendant di quello che commentava la serata dalla Scala, con sciatteria e pressapochismo.
Ma con tutti i critici che quella sera erano a Milano - dove si era consumata nel pomeriggio, una riunione plenaria della 'venerabile confraternita' dell'Associazione nazionale di categoria - Radio 3 non si poteva affidare a qualcun'altro in grado  di condurre  con competenza e senza approssimazione la diretta radiofonica dalla Scala?

Veniamo all'opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. In attesa di Stradella, che la Scala di Lissner (e Berlino in coproduzione) aveva commissionato al musicista qualche anno fa , ma che è andata in scena solo ora, sotto la sovrintendenza Pereira.  Lissner avrebbe voluto che il compositore la consegnasse in quattro e quattr'otto, mentre invece Sciarrino voleva pensarci e lavorare con i  tempi suoi e comunque con il tempo necessario e sufficiente per elaborare e realizzare un nuovo progetto che, da quel che si è ascoltato, sembra essere molto diverso da quelli suoi, anche recenti, destinati al palcoscenico (La nuova Euridice secondo Rilke, del 2015)

 Nel frattempo, oltre a formalizzare  il progetto della nuova opera,  Sciarrino ha voluto approfondire la conoscenza  di Stradella, della sua musica, verso la quale ha sviluppato un vero innamoramento.
Non l'ha affascinato tanto la figura del musicista, intorno alla quale, secondo le sue conoscenze,  c'è molta letteratura ed invenzione, al punto che - ha spiegato Sciarrino - non abbiamo neanche un suo ritratto, e che, se avesse avuto la vita movimentata che gli si suole attribuire, non avrebbe avuto materialmente il tempo di scrivere tutta quella musica meravigliosa, studiata con cura e attenta riflessione.

Per la stessa ragione, molti anni fa, cioè per la particolare qualità  e modernità della sua musica, Sciarrino, s'era appassionato ad un altro celebre, e dannato, musicista: Gesualdo da Venosa, al quale aveva dedicato una prima opera, la sua più fortunata, Luci mie traditrici; una seconda per la compagnia dei pupi di Cuticchio; ed alcune 'ricreazioni' di suoi celebri madrigali e perfino dell'unica sua musica strumentale. Sicuramente Sciarrino si augura di contribuire,  con la sua opera, ad una meritata e  approfondita conoscenza della grandezza di Stradella.

Sulla nuova opera, aleggia la figura 'assente' di Stradella, del quale, in un palazzo nobiliare dove sono riuniti una cantante, i musicisti e i signori con i loro servi, si attende per la necessaria prova, la nuova cantata, che arriva sì, ma alla fine dell'opera,  e della quale si fa in tempo ad ascoltare l'avvio mesto e struggente. Mentre, proprio all'inizio dell'opera, Sciarrino, con una sua ampia rivisitazione e ricreazione  di musica stradelliana,  ci ha fatto gustare la ricchezza, novità  e modernità della sua musica.

Delle  sue capacità 'ricreative' - non semplici rivisitazioni ed ancor meno trascrizioni o strumentazioni - come una volta ha spiegato in un lungo illuminante scritto - Sciarrino ha dato ormai infiniti saggi, ultimo,  fra quelli che abbiamo ascoltato,  Sposalizio, da Franz Liszt,  scritto per l'Orchestra  di Padova del suo interprete privilegiato, il direttore d'orchestra Marco Angius, e che Sciarrino ha illustrato in lungo e largo, nel corso delle lezioni di musica trasmesse da Rai 5, solo qualche mese fa. In questi giorni, a Milano, Sciarrino ed Angius hanno presentato i due CD Decca che ripercorrono, a grandi linee s'intende, la carriera compositiva del musicista.  I 2  CD Decca, che Angius ha registrato a capo della sua Orchestra padovana, vanno ad aggiungersi alla ottantina e passa già in circolazione e che costituisce ad oggi la ricchissima discografia di Sciarrino.

Sciarrino, invitato ad illustrare alla radio l'opera, durante l'intervallo della 'prima' scaligera, ha messo in risalto come la sua musica riveli un sapore 'arcaico' in quest' opera. Ed è quello che arriva all'orecchio dell'ascoltatore, abituato a ben altri sperimentalismi sonori dal musicista.  Con un effetto straniante, studiato e non casuale, che fa apparire Sciarrino l'antico e Stradella il moderno. Un ribaltamento di grande effetto.

Della complessa regia (Flimm) e ricchezza rappresentativa  dell'opera, come anche dei diversi piani in cui si articolava il palcoscenico scaligero; dei gruppi, dislocati  avanti e in fondo alla scena, e dei costumi ricchissimi e colorati, non possiamo dirvi nulla in prima persona, dovendoci attenere esclusivamente al racconto  ed  agli osanna, radiofonici, a differenza degli applausi di soddisfazione ed apprezzamento del pubblico del teatro che abbiamo ascoltato con le nostre orecchie.

lunedì 4 settembre 2017

La foto di Pappano sul settimanale L'Espresso è volgare, disdicevole e inopportuna

Un giorno sì e l'altro pure, per l'intraprendenza di Riccardo Lenzi, L'Espresso pubblica interviste a celebri musicisti, e Tony Pappano è certamente uno di questi. Non ricordiamo quante interviste al noto direttore abbiamo già letto a firma Lenzi, ultimamente. In esse ci ha soprattutto colpito l'uso di un particolare neologismo tanto caro al giornalista, riferito al direttore che lui ama chiamare 'conduttore', e la cui azione egli coniuga con il verbo 'condurre' - quello in uso per i mezzi di trasporto - piuttosto che con il vetusto 'dirigere'.
 Grandi notizie mai. O quasi. Ad esempio nell'intervista di ieri ( la cui occasione era l'apertura,  fine settembre, ormai nota e illustrata per filo e per segno, della grande mostra a Londra sul teatro d'opera) l'unica notizia era che nel 2020 Pappano ha deciso di lasciare il Covent Garden, mentre l'anno seguente, 2021, non sa - almeno così dice a Lenzi, ma lui sa già cosa farà - se fare altrettanto con Santa Cecilia, per rimettersi a girare il mondo come una trottola, sull'esempio di tanti suoi colleghi di pari grado per notorietà.

Niente notizie ma  qualche reticenza. Ad una precisa domanda su quale musica 'per il teatro' preferisca, se quella di Battistelli, più popolare, o di Sciarrino più elitaria, lui ci ha pensato un po' ed ha risposto: 'non mi pronuncio, sono amico di ambedue'. Salomonico? Opportunista?

Ciò che invece abbiamo trovato di nuovo ma  assolutamente disdicevole, perchè volgare e fuori luogo è la grande foto che illustra l'intervista - che immaginiamo fornita dall'Accademia e della quale non è indicato l'autore - che mostra il noto direttore seduto su una poltrona, in una  rossa platea vuota, con i piedi sulla poltrona nella fila davanti alla sua.  E' una postura assunta di proposito, trattandosi di una foto posata, nella quale il direttore guarda nell'obiettivo; quella foto non gli è stata rubata mentre si rilassava a casa sua - dove comunque non è consigliato, e non dovrebbe essere consentito dalla buona creanza mettere i piedi con tutte le scarpe (da ginnastica, per giunta come nella foto dell'Espresso), sopra poltrone o tavoli o divani. E comunque mai in pubblico, dove appare volgare e disdicevole; mentre secondo Pappano e il fotografo avrebbe dovuto suscitare simpatia, essere  insomma spiritosa. All'americana?

Noi, di regola  non censuriamo  le foto, nè vogliamo cominciare ora; ci basta, ove necessario, censurare le parole.
I rarissimi casi in cui lo abbiamo fatto, era perchè le foto stesse volevano, di proposito, provocare la nostra reazione. Lo abbiamo fatto, ad esempio, con Allevi, Giovanni, per quelle stupide foto in cui si siede sul pianoforte. In quel caso ci siamo spinti anche ad  augurare che il pianoforte si rivoltasse contro di lui, visto che provava fisicamente a calpestarlo, come a nostro parere, fa già, simbolicamente, con la sua musica.

Non intendiamo spingerci al punto in cui era arrivato un nostro amico che inveiva contro Bernstein quando nelle sue lezioni di musica televisive, osava calpestare, camminandoci sopra,  ma a fini didattici, le partiture delle sinfonie beethoveniane. Come si permette quel bifolco, inveiva, rosso in viso.

Non non osiamo tanto, ma nell'era dell'immagine,  ci sentiamo autorizzati a censurare una foto, se sconveniente, com'è quella di  Pappano sull'Espresso. Un direttore d'orchestra o un qualunque personaggio pubblico si fa fotografare in altro modo. Mai come ha fatto  Pappano.

domenica 7 maggio 2017

Una storia del pianoforte di Piero Rattalino 'NUOVA', identica alla 'VECCHIA'

Dopo trentacinque anni dalla prima edizione. Piero Rattalino - l'uomo che più di ogni altro conosce  vita e miracoli ( la morte , eventuale, è ancora lontana, non c'è riuscita a gettarlo nella fossa neanche la prodigiosa elettronica) del pianoforte dei suoi sacerdoti o atleti - come sarebbe più giusto chiamare i pianisti dell'ultimissima generazione - e della musica pianistica, senza la quale quell'enorme nero elefante  - come giustamente l'ha definito qualcuno - non avrebbe riscosso  tanto interesse nei tre secoli di vita; Rattalino, dicevamo, licenzia una nuova edizione della sua 'Storia del pianoforte', del tutto identica alla vecchia, salvo che per la trentina di pagine aggiunte come una sorta di postfazione o di aggiornamento che nulla di sostanzialmente diverso e significativo  dalla vecchia edizione ci raccontano.  
E già che  dopo aver scritto la storia del pianoforte ed un'altra decina circa di volumi dedicati sempre all'amato strmento, Rattalino avrebbe potuto mischiare le carte della sua conoscenza, illimitata come illimitata, quasi eterna, è la sua presenza nella vita musicale italiana, e darci ancora una storia del pianoforte con  diversa prospettiva.

Della sua straordinaria capacità di conoscenza del pianoforte, con annessi e connessi, noi stessi siamo stati testimoni, negli anni in cui lo avemmo preziosissimo e puntuale collaboratore della nostra rivista 'Piano Time', per la quale soltanto ha scritto - negli anni di nostra direzione - un centinaio di articoli circa, la cui sostanza ha ripreso dai suoi studi e libri precedenti, oltre che da fatti di attualità, o ha riversato in studi e libri successivi. 

La postfazione aggiunta alla vecchia edizione per farla diventare nuova,  viene a dirci  che negli ultimi trent'anni il pianoforte  non ha subito nessuna considerevole variazione - diciamo che la stessa cosa vale per gli ultimi cento anni, nel corso dei quali salvo alcuni brevetti di non grandissimo peso, lo strumento è rimasto quello che era  diventato nell'Ottocento, e cioè lo strumento da concerto per eccellenza. 

Non sappiamo, perchè non abbiamo ancora avuto il tempo di leggerla questa postfazione, se Rattalino ha citato, anche una semplice citazione, l'unico fatto davvero nuovo  nella storia dello strumento, e cioè l'affacciarsi sul mercato di un nuovo marchio, italiano per giunta, e cioè Fazioli, in grado di contendere fette di mercato di eccellenza ai grandi marchi storici sia europei che dell'Estremo Oriente.

Per la musica pianistica Rattalino arriva a Cage, Stockhausen e Boulez, e non va più avanti, dimenticando forse che Salvatore Sciarrino ha un catalogo pianistico di tutto rispetto, più ricco ormai di quello di qualunque altro compositore di oggi, Glass compreso, che certamente nel pianoforte non può dirsi abbia dato il meglio (e Glass oggi ha già ottant'anni, mentre Sciarrino ne ha appena compiuti settanta). 

Andiamo a memoria. Speriamo non abbia dimenticato di citare anche Berio e Donatoni, quest'utimo con la sua monumentale raccolta delle 'Francoise-Variationen', il cui seme fu messo a dimora, prima di generare la pianta e poi l'albero gigante, proprio nelle pagine di Piano Time. ( Permetteteci, con orgoglio,  di ricordare che quel seme reca - nelle note - quelle ricavate, secondo la notazione alfabetica, dal nome 'Francoise', e dal nostro cognome  ' Acquafredda', perchè voleva rappresentava un graditissimo dono alla sua amica,  nello stesso tempo richiesto da noi per la rubrica 'fogli d'album' di 'Piano Time').

Rattalino non dimentica - come potrebbe - citare la nuova stella cinese, Lang Lang, che rappresenta un fenomeno mondiale, come nessun altro era stato prima di lui. Rattalino cita anche Kissin - che  sembra dopo esordi fulgidi, essersi un pò eclissato, rilevando nell'uno come nell'altro scelte di repertorio, di non sola  alta difficoltà tecnica, tendenti al sentimentale. 

sabato 3 dicembre 2016

Nuovi librettisti usciti dalla scuola Holden di Torino che, sulla musica, hanno idee 'avanguardistiche'

Il panorama dei librettisti  italiani per il teatro d'opera - per quel che ne resta - si è enormemente allargato  in questi ultimi anni ed anche diversificato. Allargato, perché, nonostante i proclami, l'opera continua a vivere e ad avere cultori; diversificato, perché  l'opera si è trasformata in 'teatro musicale' lasciando a musicisti e librettisti la libertà di farne ciò che vogliono, fino a trasformare il vecchio melodramma, dato per morto o in disuso da molti anni, nonostante la sua vitalità, nel 'melologo' - che è poi il genere che oggi va per la maggiore. E che consiste in un pezzo di musica, alla maniera di una colonna sonora, o, nel migliore dei casi, del 'poema sinfonico', o più in generale della 'musica a programma' con l'aggiunta di un testo, non più sottinteso, ma dichiarato apertamente e fatto ascoltare (come nella tradizione del melologo) durante l'esecuzione del brano musicale, magari con la stessa suadente voce dell'autore, naturalmente impostata e che costituisce, nelle intenzioni di chi quel brano ha commissionato, un valore aggiunto.
 E' la conversione più  ricorrente fra le fila dei librettisti, o sedicenti tali, fra i quali sono da considerare anche le matricole. E così, oggi, il panorama del 'teatro musicale' si presenta suddiviso in tre categorie:
- la prima è data dai musicisti-librettisti che non vogliono al loro fianco nessun altro, moderni Wagner, penando essi stessi oltre che alla musica anche al libretto (o ciò che del libretto ne resta) magari attingendo ai classici del teatro o della letteratura; Salvatore Sciarrino, il musicista più noto ed attivo nel teatro, è rappresentativo di tale categoria; mentre, invece, Battistelli ed anche Tutino, seppure in misura minore, vampirizzano titoli e situazioni da celebri film, dei quali sperano di bissare anche il successo in palcoscenico.
- la seconda, dagli autori di romanzi o libri che  collaborano, in vario modo, a fianco o a distanza, con i musicisti a trarre dalla loro opera un libretto - qualche volta questo lavoro lo fanno in coppia( Saramago con Corghi) oppure concedendo l'approvazione al neonato libretto, tratto dal loro romanzo ( ad esempio, Oz per Vacchi);
-la terza , da coloro che si servono di librettisti veri e propri che per il loro 'musico' approntano un libretto, quale che sia, dalla vecchia maniera con  versi in rima e pezzi chiusi, alla nuova forma, più in voga della precedente, che è quella della scelta di un testo,  anche non in versi, ma ricco di suggestioni ed allusioni.
E, poi,  ci sono gli autori di testi o di drammaturgie da utilizzare come filone narrativo, che è - come abbiamo detto - la modalità più in voga, che forse rendono di più e più immediatamente.

Nel variegato panorama dei librettisti di oggi, vanno segnalati Giuliano Compagno, a suo tempo anche collaboratore dell'assessore  Croppi per il teatro, che fa coppia quasi fissa con Vittorio Montalti, al quale ha già fornito, a breve distanza, due libretti ( uno dei quali ha vinto il concorso di composizione dell'Opera di Roma, Un romano a Marte, che dovrebbe essere rappresentato  l'anno prossimo;l'altro, Ehi Giò,dedicato a Rossini- che abbiamo letto - con le classiche forme chiuse, corrisposte dalla musica; Marcoaldi che ha lavorato con Battistelli e Vacchi - teatro musicale e melologo (Sconcerto, con Toni Servillo, per Battistelli; Teneke ed altro per Vacchi); spesso si ricorre ad un attore di grido per  animare il lavoro musicale); un altro giornalista, come Bianchin con Cerantola (per Aquagranda di Perocco, che ha inaugurato la stagione alla Fenice).

Mentre sembra in ribasso il Cappelletto librettista, definitivamente votato a creare drammaturgie, cogliendo occasioni di anniversari (Aldo Moro, magari per usufruire di contributi ministeriali) e personaggi vari (Chopin, Schubert); lavoro avviato con Farinelli, in coppia con l'amico Barbieri,: la  produzione di quest'ultimo, in campo drammaturgico,  è a getto continuo,  con la specializzazione in episodi e  fatti tragici, dal terremoto, al primo disastro nucleare, agli annegati del Mediterraneo, fino alle donne digiunatrici per Lucia Ronchetti, per la quale ha collezionato un testo, frutto di ricerche di altri, fra cronaca, pensieri, relazioni anatomopatologiche.

Ci sono naturalmente  anche librettisti che si sono ritirati dall'agone, come Giuseppe di Leva, un tempo molto attivo, librettista anche del notissimo e fortunato Pollicino di Henze; ed altri che solo di recente si sono affacciati nel panorama del teatro musicale. Fra loro Baricco, librettista suo malgrado - ha fatto tutto Peter Eotvos - ha precisato - traendo un libretto dal mio romanzo Senza sangue; ma anche Mattioli, giornalista della Stampa e loggionista dichiarato - della medesima scuola 'torinese' del noto scrittore, che per  il Teatro Coccia di Novara, in due anni ha scritto due libretti, prima per Sciortino ed ora per Taralli, dal titolo La rivale, in scena proprio questi giorni.
En passant, serve notare che alcune coppie di librettisti e musicisti sono legate  a particolari istituzioni musicali (associazioni, festival, o teatri, per i quali lavorano in condizioni di quasi stabilità o monopolio, chissà perchè).

Abbiamo parlato di scuola 'torinese', perché nella coppia appena citata di librettisti, e cioè Baricco e Mattioli  serpeggiano le medesime convinzioni sulla musica di oggi che essi considerano agonizzante,  quasi sul punto di spirare, e perciò Mattioli, ad esempio, va a cercarsi musicisti che 'praticano una musica contemporanea non punitiva'; e Baricco se ne lava le mani, lasciando fare al compositore, il cui lavoro  egli riconduce alla musica di Bartok ( ancora accettabile?);  ed ambedue attribuiscono alla musica il ruolo principale nel teatro musicale.  Ammette Mattioli: 'le opere sono di chi scrive la musica, non le parole'.
Ma anche le parole contano, perchè come dicevano gli antichi, un brutto libretto (o testo) difficilmente ispira musica bella.

sabato 29 ottobre 2016

La regia, è una malattia contagiosa del teatro d'opera classico. Mentre è il medicamento miracoloso per quello contemporaneo

Che la regia d'opera rappresenti oggi 'un', forse 'il' problema, più  che 'una' o 'la' soluzione per il teatro d'opera contemporaneo, è cosa nota.  E lo è problema e allo stesso tempo anche soluzione, perchè senza una regia rivoluzionaria, con soluzioni impensate, che colgono di sorpresa il pubblico, spiace dirlo, ma forse il teatro d'opera o il 'teatro musicale' come si preferisce chiamarlo oggi, avrebbe vita ancor più difficile.
Strano che quasi mai nel teatro di prosa si arrivi a tanto a stravolgere cioè storia e tutto il resto. Nel teatro musicale, melodramma o opera che sia, la regia crea soprattutto problemi  nel repertorio più popolare; dovrebbe lavorare più in punta di penna, ma non lo fa, riuscendo   quasi sempre ad infastidire il pubblico che va a teatro ad ascoltare e vedere La Traviata di Verdi e  non quella di Michieletto, mentre solletica solo i critici che altrimenti non saprebbero cosa raccontare sui giornali all'ennesima Traviata vista ed ascoltata  e  che, infatti, questo fanno: raccontano per filo e per segno ciò che si hanno visto, lasciando alle ultime tre o quattro righe qualche annotazione musicale sugli interpreti, qualche volta perfino dimenticandoselo.
 Se nell'opera di repertorio non poche volte, come abbiamo detto, la regia ha costretto direttori o interpreti ad abbandonare il palcoscenico per soluzioni troppo avventurose quando non addirittura in contrasto con l'opera e la musica;  nell'opera contemporanea, dove la strada maestra non è stata ancora trovata dai musicisti  che si barcamenano fra soluzioni che vanno  dal teatro 'con musica' al cosiddetto 'melologo'  e dove la musica, quasi sempre ad effetto, è ridotta a colonna sonora della vicenda narrata, il regista rivoluzionario ha lo stesso ruolo che in antico aveva il 'deus ex machina', che con gli effetti e trovate scenografiche - voluti dalla storia, e non opposti o addirittura avulsi ad essa, come oggi si suole vedere - doveva captare l'attenzione  degli spettatori, i quali  però avevano anche altri elementi di fascino cui attaccarsi,  e cioè la storia e gli interpreti vocali, assai più apprezzati della musica stessa.
 Oggi senza regie 'alla maniera di' Michieletto, tanto per fare un esempio sotto gli occhi di tutti, difficilmente un'opera nuova reggerebbe  per più d'una serata alla prova del palcoscenico. E perciò sono benedetti, oltre che dai critici, che - ripetiamo -  altrimenti non saprebbero di cosa parlare, dai musicisti con i quali condividono la responsabilità della riuscita di un nuovo lavoro, e dal  pubblico che  se non sulla musica, che mantiene il suo linguaggio ancora ostico per le orecchie, almeno sullo spettacolo può fissare l'attenzione.
 Di tale necessaria presenza sono ben coscienti, e l'invocano, i musicisti coloro i quali dovrebbero essere gli artefici principali del teatro musicale odierno. I quali perennemente insicuri del loro operare, si attaccano anche ad altri elementi per attirare l'attenzione del pubblico. Come ad avvenimenti o personaggi storici della storia recente, capaci di creare suggestione ed immedesimazione, o a formule e formulette che vanno ripetendo stancamente in ogni lavoro, incapaci di rinnovarsi. Pensiamo alla formula di Philipp Glass del film-opera, o a quella che un tempo lontano Bussotti definì opera-film, spiegando la sua Ispirazione, data a Firenze, con la regia di Derek Jarman; o, infine, a chi ha scelto da tempo di attaccarsi a film molto noti, uno alla volta, per ogni sua nuova opera, come Battistelli ( che nostalgia per il suo Experimentum mundi) e in misura minore anche Tutino. Il caso di Sciarrino che nella sua opera più nota, Luci mie traditrici, di cui è anche librettista, non ha bisogno di regie rivoluzionarie, ma di una regia discretissima, contando la sua opera più nota e rappresentata, sulla forza della musica e della parola, è abbastanza raro, quasi unico.
 E così la regia , specie se di rottura, fa salire le sue quotazioni,  e continua la sua marcia trionfale,  arrivando ad inondare rovinosamente anche il repertorio.
 Che ciò disgraziatamente corrisponda a verità lo attesta anche una pubblicità della nuova stagione dell'Opera di Roma, vanto di Carlo Fuortes e espressione della sua filosofia applicata al melodramma, Si legge un doppio elenco, quello dei direttori ed accanto quello dei registi,  che sono quelli che, secondo Fuortes, dovrebbero attirare il pubblico al teatro romano. E quando una regista come Sofia Coppola, con la sua 'non rivoluzionaria'  regia, attira nonostante tutto, pubblico ( in verità anche per la sua fama di cineasta e per la corte dello stilista Valentino), Fuortes, ma anche i critici,  appaiono delusi.
Ultima in ordine di tempo anche una debuttante nella regia d'opera, Alice Rohrwacher, sulle orme dei tanti cattivi maestri ha deciso di RIVOLUZIONARE l'opera di verdi, quel capolavoro della Traviata, che ha bisogno solo di essere eseguita al meglio da cantanti  ben  scelti  e adatti ai ruoli.

lunedì 16 maggio 2016

Troppi corrono in aiuto della musica classica

Chi ha letto i giornali nei giorni scorsi ha avuto per un attimo l'illusione di trovarsi in un mondo diverso, migliore di quello in cui viviamo. In tanti, troppi, si  vogliono dare da fare - si leggeva in vari casi - per assicurare alla musica, quella classica - 'forte', come vuole Quirino Principe - un futuro più roseo ed un pubblico più vasto di quello attuale, il quale  visto dall'alto, è caratterizzato dall' età avanzata (capelli bianchi, teste pelate, biondi artificiali o rossi menopausa), e magari anche più giovane. Il problema non è nuovo e neanche esclusivo dell'Italia, dove tuttavia è  reso più grave, per la cronica assenza dell'educazione  e della pratica musicali fin dall'età scolastica.
In questa prospettiva lodevole, si segnalano anche alcune azioni concrete, ma purtroppo banali e velleitarie, e soprattutto ininfluenti, e  non da oggi.
In Italia, ad esempio, appena qualche anno fa, un giovanissimo direttore, Andrea Battistoni, scrisse un libro dal titolo rivelatore ma ininfluente ' Non è musica per vecchi', sottinteso: la classica. Ma il suo fervorino  non  convinse e forse non portò neanche un giovane in più alla classica.
 E ieri, 15 maggio, nello stesso giorno, i due più grandi giornali dedicano al tema dell'allargamento del pubblico della musica, attraverso azioni di vario genere, spazi che mai avremmo immaginato così ampi.
 La Repubblica, ad esempio, a firma Benedetta Tobagi - la cui stella giornalistica un tempo più luminosa, si era notevolmente appannata, quasi oscurata, durante la sua permanenza nel CdA RAI , ed ora rischia di non tornare più a splendere come una volta - dedica uno spazio sinceramente eccessivo a qualcosa - l'uscita di un romanzo : 'Beethoven e la ragazza dai capelli blu'  - ed a qualcuno, il direttore e divulgatore Matthieu Mantanus che ne è l'autore, che non lo meritano. Perchè il direttore e divulgatore ( abbastanza impacciato per RAI 5), ora anche scrittore, viene a dirci che modelli della musica cosiddetta leggera, applicati alla classica, possono aiutare a far conoscere, amare  e frequentare la classica ai giovani.  E lui ha già fatto l'esperimento, chiedendo alla sua orchestra, di giovani, di vestirsi alla maniera dei giovani, con jeans e camicia o maglietta. E ci riferisce che ha funzionato. Perchè, riflette  Mantanus incalzato dalla Tobagi, chi si affaccia in una sala da concerto, ne viene respinto dalla vista degli orchestrali vestiti come nell'Ottocento. Coraggio, Mantanus, spinga per far mettere i jeans a tutti gli strumentisti, si faccia aiutare magari da Renzi e Franceschini con una legge ad hoc, e l'annoso problema  dell'allargamento del pubblico lo risolveremo. Plaude la Tobagi.
 L'arditezza di Mantanus non si ferma qui; in un recente esperimento, a Lodi, ha provato a proiettare immagini mentre eseguiva  musica. Un successone, per non dire di un altro esperimento ancora - che è sfuggito alla Tobagi - in un  carcere milanese, dove, avendo spiegato la musica che stava per eseguire, ha ottenuto un silenzio di tomba dai carcerati durante tutta la sinfonia. Insomma  non ci vuole molto per risolvere  l'annoso antico problema della 'difficoltà' di accesso alla  musica, che chiamiamo 'classica' per comodità. Una volta agganciato il nuovo pubblico, non avrai difficoltà a propinargli qualunque cosa,; e poi c'è la rete che può soddisfare  qualunque necessità. Beato Mantanus!
 Che fare, in un  altro campo, per promuovere la lettura dei classici, od anche semplicemente la lettura nei giovani? O anche il contatto, in campi diversi, con la bellezza, nell'arte? Basterà mettere i baffi alla Gioconda? O ridurre a  semplici massime un grande romanzo? O far leggere pubblicamente la Divina Commedia a Benigni? Fosse così semplice, come Mantanus vuol far credere, per la musica, all'incantata Tobagi , il problema sarebbe risolto da tempo, perchè  quel che Mantanus propone come assoluta novità, già da altri è stato proposto senza risultati duraturi. Che potrebbero venire soltanto da una educazione alla bellezza, da una formazione a decodificare i vari codici espressivi, e per la musica in particolare, da un pratica musicale che educa al bello ma anche alla socievolezza.
 Lo stesso obiettivo si propone Franco Dragone - come si legge ancora su  La Repubblica di ieri - con lo spettacolo 'Belcanto', cui partecipano una dozzina di cantanti giovani ( selezionati in combutta con la Fondazione Pavarotti) ed altrettanti ballerini e dedicato a tutti coloro che pur 'apprezzando la bellezza e il valore del melodramma, del canto, non necessariamente sono esperti di opera, però ne sono attratti' e dunque - aggiungiamo noi - andranno  immediatamente ad ingrossare il pubblico dei nostri teatri. Dragone, noto 'show maker' ne è convinto e noi con lui. Come dargli torto?
Infine, il 'Corriere della sera', nell'inserto domenicale 'La Lettura', ci mette al corrente di due grandi avvenimenti che dovrebbero risolvere definitivamente la dura battaglia degli ascolti in favore della 'classica', a firma Yo-Yo Ma e Sollima, due violocnellisti.  E' attraverso il secondo evento (quanto ci piace questo termine!) miracoloso, dei cento violoncelli  di Sollima, come racconta Giuseppina Manin - una assoluta novità per lo strumento, dopo i 'cento flauti e cento sax' di Sciarrino ' o le 'cento chitarre' di chi non ricordiamo - che il traguardo del nuovo pubblico, anzi dell'invasione delle sale da concerto da parte dei giovani, sarà  raggiunto.

sabato 30 aprile 2016

A Salvatore Sciarrino il 'leone d'oro alla carriera' attribuitogli, buon ultima, dalla Biennale di Venezia

Non deve sorprenderci la notizia che per il 2016, il Leone d'oro alla carriera,  per la musica, sia stato attribuito a Salvatore Sciarrino,  già premiato - e con premi  importanti e prestigiosi - in tutto il mondo ( qualche esempio, fra quelli che ci vengono in mente al momento: Premio 'Frontiere della conoscenza', Premio 'Feltrinelli', Premo 'Salisburgo', Premio 'Principe di Monaco' e perfino il  veneziano Premio 'Una vita nella musica').
Non deve sorprenderci tale tardiva attribuzione; anzi deve rassicurarci, il pensiero che la Biennale di Venezia prima di attribuire il suo 'Leone d'oro', nei vari settori, musica compresa,  ci pensi un bel pò, e vuole essere convinta che il premiato se lo meriti davvero, quell'ambito riconoscimento.
Tale e tanto è lo scrupolo con cui la severa Biennale veneziana concede i suoi premi che, in qualche caso (vedi Boulez!) poco è mancato che al musicista francese gli venisse concesso 'alla memoria'.
 Quello dell'attribuzione del Leone d'oro a personalità anche lontane dal cinema ( per questo stesso  2016, il Leone d'oro per la danza è andato a Maguy Marin, meritatamente!) - per il quale il Leone d'oro è stato inventato sin dalla prima edizione della mostra-concorso veneziana - è decisione recente. Nelle prime edizioni il Leone, venne sguinzagliato in casa, nella laguna; si premiarono esponenti della musica veneziana. Solo successivamente i severi giudici  della Biennale hanno allargato l'orizzonte e guardato anche oltre laguna.
Ma forse negli anni precedenti loro hanno pensato che non serviva attribuire il Leone d'oro a musicisti che premi, forse ancora  più 'ruggenti' di quello veneziano, li ricevevano fuori dai nostri confini.
Tale vicenda ci fa venire in mente un caso analogo, che riguarda Hans Werner Henze, oggi defunto. Qualche anno fa, quando il noto musicista aveva già raggiunto gli ottant'anni, l'Accademia di Santa Cecilia, si vantò di commissionargli, per la prima volta, un lavoro, nonostante che egli risiedesse in Italia dagli anni Cinquanta e da molti anni figurasse fra gli Accademici ceciliani. Il compositore sorrideva, amaramente, per tale 'commissione' così tardiva che per poco egli non avrebbe potuto neppure onorare, per sopraggiunto decesso.
 Anche tardi, è pur sempre gradito un Leone specie se d'oro; come anche un premio 'alla carriera', mentre la carriera, nel caso di Scairrino, è ancora in pieno svolgimento, alla viglia dei suoi primi settant'anni. Appena!

Ecco la motivazione:

Cultore d’arte e raffinato pedagogo, Salvatore Sciarrino è universalmente riconosciuto come una delle voci più originali e autorevoli del nostro tempo” - così recita la motivazione del premio del Direttore Fedele, che prosegue: “Sciarrino ha dedicato la propria esistenza all’arte del compore con spirito di ricerca e invenzione incessanti che lo hanno portato a scoprire un mondo sonoro inaudito dando un impulso decisivo al rinnovamento della musica contemporanea e dimostrando come la musica, per rinnovarsi e ritrovarsi, debba uscire dalla propria forma storicizzata per farsi esperienza d’ascolto in cui lo spettatore è al centro di fenomeni misteriosi e quasi ancestrali”.
È proprio alla Biennale di Venezia che il talento precocissimo ed eretico di Sciarrino si rivela, quando nel 1969, al 32. Festival Internazionale di Musica Contemporanea debutta con un pezzo sinfonico, Ancòra (Berceuse). Da allora la musica di Sciarrino è stata costantemente presente nelle programmazioni dell'istituzione veneziana e nei più importanti teatri di tutto il mondo.

martedì 20 ottobre 2015

Wolfgang Rihm è soltanto il quarto ad aver avuto, al Festival di Salisburgo, un ' tributo senza precedenti', dopo Scelsi,Sciarrino,Varèse/Neuwirth

Nell'intervista al compositore tedesco Wolfgang Rihm, pubblicata su 'La repubblica' di oggi, l'intervistatrice incorre in un grossolano errore, quando scrive che " Nel 2010 il Festival di Salisburgo ha presentato un monumentale omaggio monografico al suo lavoro, 'Continente Rihm', un tributo senza precedenti...
 Il senza precedenti è falso. Il direttore artistico della parte concertistica del Festival di Salisburgo, Markus Hinterhauser, aveva inaugurato già nel 2007 un festival monografico, all'interno del noto festival estivo, intitolato 'Kontinent' e dedicato ad autore contemporaneo.
 Nel 2007, ci fu  il 'Kontinent Scelsi'; nel 2008 'Kontinent Sciarrino'; nel 2009 'Kontinent Varèse/Neuwirth; e solo nel 2010, 'Kontinent Rihm'.
 A Salvatore Sciarrino poi, nel 2006, andò il Musikpreis Salzburg', alla sua prima assegnazione.
 Per Leonetta Bentivoglio , autrice dell'intervista, si è trattato sicuramente di un vuoto di memoria.
  

mercoledì 14 ottobre 2015

La musica italiana d'oggi. Il punto, dopo la Biennale che i giornali hanno ignorato.

Noi forniremmo una nostra personalissima lettura dell'appello, lanciato dalle pagine del Corriere, a firma Giuseppina Manin, in favore dei compositori italiani che lavorano all'estero piuttosto che a casa, dove la situazione della musica d'oggi italiana non è certo rosea; ma neanche disastrosa, in un paese come il nostro, dove della musica non importa a nessuno, figuriamoci della musica d'oggi, sinceramene assai ostica, salvo i casi - e sono  numerosi - in cui a tutti i costi, con una operazione di grande furbizia, si tenta un riavvicinamento alle pigre orecchie,  anche disabituate, dei nostri ascoltatori.
Senza saper  leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta,  presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un  articoletto  sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi',  per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
 Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
 Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni  lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
 In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
 Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un  nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non  si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche  Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
 In  Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non  può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
 Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi  delle  massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre  in troppi su un osso solo.
 Oggi, il Corriere,  torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia,  dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che  la situazione  non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato -  si tratta di Bologna  che ha come sovrintendente  Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
 Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
 Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano   - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
 Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.

sabato 3 ottobre 2015

RAI 5 deve decidere cosa vuole essere. Ascoltando l'inaugurazione dell'Accademia di Santa Cecilia con Pappano sul podio. Musiche di Francesconi e Beethoven.

 Stiamo  ancora ascoltando la diretta della serata inaugurale della stagione sinfonica dell'Accademia di Santa Cecilia, ora presieduta, dopo la lunga permanenza di Bruno Cagli, da Michele dall'Ongaro, secondo Maria Concetta Mattei 'conduttore televisivo -i telespettatori di RAI 5 lo conoscono - ed anche radiofonico - come ben sanno gli ascoltatori di Radio 3 - intervistatore, compositore e direttore d'orchestra'. Anche direttore d'orchestra è troppo; giacchè finora ha fatto il direttore nella sigla del suo programma di RAI 5, dove fa finta di dirigere l'Orchestra della Rai di Torino, della quale era fino all'altro ieri sovrintendente.
 Il problema naturalmente non è dall'Ongaro per RAI 5, specie ora che è andato via.
 Il problema di RAI 5 è RAI 5. La rete affidata a Pasquale D'Alessandro, entrata sotto l'ombrello di Rai Cultura, deve decidere se essere una rete per professionisti o intenditori nei vari rami dello spettacolo e, più in generale nell'arte, oppure configurarsi, pur trasmettendo  spettacoli di qualità, come una rete divulgativa. Gli ascolti finora non l'hanno  certamente premiata nell'una come nell'altra configurazione.
 Nei giorni scorsi ascoltavamo una lunga intervista ad Emma Dante, che amiamo da sempre. L'intervista, fatta a regola d'arte e da persona competente, era interrotta da prove dei suoi spettacoli e brandelli degli stessi. Ci ha soddisfatti al punto che ci siamo chiesti perchè altrettanta competenza, proprietà di linguaggio, e capacità di evitare banalità luoghi comuni ed anche idiozie scambiate per divulgazione, non si possa avere nella musica.
E ce lo siamo chiesti ancora oggi nell'ascoltare i vari interventi e le interviste della Bella ma incompetente Mattei che presentava il concerto in diretta. Possibile che a RAI 5 non ci sia una sola persona in grado di scrivere testi appropriati alla presentatrice e domande simili a quelle che il bravo intervistatore rivolgeva alla Dante?
 Sempre la Mattei, presentando un critico, quando lo invita a parlare della Nona di Beethoven,  fa notare che egli è autore di una monografia sul grande musicista, mentre avrebbe dovuto sapere che  in realtà si tratta di un suo libercolo di molti anni fa - e forse anche questo gliel'ha scritto uno che non conosce il senso delle parole.  Imprecisioni dopo imprecisioni; e in una cade anche il dotto critico quando cita un'opera 'giovanile' di Mozart - pronta la povera Mattei: allora l'ascolteremo più volentieri; che voleva dire? Basta con le idiozie giovanilistiche!  - ne sbaglia il titolo che è 'Misericordias Domini' e non 'Misericordia, Domine', un offertorio, nel quale il dotto critico ha fatto intendere esistano rinvenuto tracce dell'Inno alla gioia di Beethoven.
 Infine si mostra Pappano che prova, e per sottolineare il rapporto amichevole (quando mai?) con gli orchestrali, la Mattei, sempre lei, aggiunge: di origini beneventane. Per favore fatela star zitta.
 Concludendo, RAI 5 cosa vuole essere? Una rete per intenditori o per chiunque che voglia entrare nel mondo dell'arte? Nell'uno come nell'altro caso, la proprietà di linguaggio e la competenza di chi parla - od anche di chi necessariamente scrive testi e domande - è d'obbligo. Non può dire la Mattei, più d'una volta che Pappano è il 'maestro musicale' dell'Accademia di Santa Cecilia.
 Dobbiamo, infine, cambiar parere sul brano di Francesconi sul quale avevamo preventivamente espresso qualche riserva, per il suo accostamento alla Nona, ed anche per l'operazione 'Beethoven e i contemporanei' per la quale sussistono le nostre perplessità, già espresse su questo blog nei giorni passati. Intanto è un bel pezzo, di  durata anche consistente, scritto con bravura ed estro, ed anche un pizzico di quella furbizia che non ci piace molto, ma comunque...
Per dimostrare che non è il primo caso di concerto  con musiche di ieri e di oggi a Santa Cecilia, RAI 5  ha mostrato un breve inserto di un altro concerto  della scorsa primavera, quando è stato presentato il nuovo strarodinario lavoro su 'Orfeo'  - Euridice in realtà, da Rilke - di Salvatore Sciarrino e, nella seconda parte, il Magnificat di Bach. (Mattei attenta a pronunciare bene i nomi di Bach, per favore!). Ecco quello di Sciarrino era un lavoro  non scritto non furbizia, e che ci piace di più.
 Ora è appena finito il concerto. Per fortuna RAI 5 ci ha risparmiato i saluti della Mattei e dei suoi ospiti, che ci avrebbero mandato di traverso l'intero concerto.

mercoledì 17 giugno 2015

Bergoglio da Battistelli. Un'opera diventata enciclica. C'è stato plagio?

Notizia della nuova opera, andata in scena alla Sala di Milano lo scorso mese, e scritta da Giorgio Battistelli, dal significativo titolo 'CO2' che parla del destino del pianeta Gaia, la terra, si aveva da tempo, da almeno un paio di anni, se non più, e dunque Bergoglio, nonostante la musica non rientri nei suoi interessi,  averebbe potuto certamente  prendere visione ed interessarsi all'argomento trattato, che non è una storia, semmai un grido d'allarme per salvare tutti insieme la terra. E, dall'opera di Battistelli, aver tratto il proposito di dedicare all'argomento addirittura una enciclica, ' Laudato sì', la prima volta che un enciclica tratta un simile argomento; alla stessa maniera  che per la prima volt un palcoscenico d'opera presenta  simile contenuto.
 La terra è di tutti e serve a tutti, non  distruggiamola, altrimenti che ne sarà dell'umanità? In sintesi questa è  la morale dell'opera e dell'enciclica. Anche le fonti per il libretto hanno punti in comune, e poco mancava che Bergolio citasse Battistelli, mentre Battistelli non ha potuto citare Bergoglio, perché - ne siamo sicuri - l'avrebbe fatto, e non per puro opportunismo, credete a noi.
 Non abbiamo avuto il tempo materiale per mettere in sinossi i due testi e vederne le somiglianze, le assonanze, le citazioni presenti in ambedue. Lo faremo, con calma.
 Adesso che l'oratorio profano di Battistelli si è rigenerato nell'enciclica cattolica di Bergoglio, si attende da parte di Bergoglio la chiamata di Battistelli per una presentazione della sua opera in Vaticano, nella sala Paolo VI, preceduta dalla lettura di brani dell'enciclica. Meglio ancora - lo suggeriamo a Battistelli senza compenso per l'idea - Battistelli farebbe bene a sostituire la predica finta che apre la sua opera, con una predica vera, di Papa Francesco, almeno nel testo; se poi il papa si prestasse addirittura a farsi filmare per apparire nel prologo di CO2, per Battistelli sarebbe come diventare Cardinale, e allora potrebbe  lui, promosso cardinale,  presentare l' enciclica del papa e commentarla.
Naturalmente, per questo enorme favore, Battistelli rinuncerebbe a citare Bergoglio per plagio. Perché se anche ci fosse, l'uno è un oratorio profano, l'altra una enciclica cattolica, dunque due settori merceologici differenti e troppo  distanti per farsi concorrenza.
 Altre volte è accaduto che cambiando il titolo, semplicemente il titolo di un'opera  dallo stesso contenuto, palese  o non,  è bastato per  non fondare accuse di plagio o concorrenza sleale. Come nel caso di Sciarrino e Schnittke, sul tema 'Gesualdo da Venosa'.Schinittke intitolò con il nome del musicista la sua opera che non ha poi avuto il successo sperato, Sciarrino indicò la sua con altro titolo (ma non sappiamo bene chi per prima  lavorava allo stesso soggetto, forse Sciarrino), 'Luci mie traditrici' che è diventata da metà degli anni Novanta dello scorso secolo, una delle opere contemporanee più rappresentate ed in parecchi ormai, e  diversi, allestimenti

martedì 16 giugno 2015

Rivoluzioni nell'ascolto

Qual è il miglior programma da concerto? Come ascoltare la musica dal vivo? Può essere d'aiuto accostare alla musica altre espressioni artistiche, come la pittura o la poesia? Quale spazio per la musica di oggi?Il problema dell'ascolto, assai dibattuto e da tempo, non trova ancora convincenti soluzioni. Nel frattempo alcune rivoluzioni. Apparenti.
Si procede in ordine sparso. Si fanno esperimenti in Italia come all'estero, in taluni casi anche da tempo, ma quando poi li si esamina per trapiantarne alcuni in nazioni o situazioni diverse da quelle in cui sono nati, la necessità di adattarli ai nuovi contesti il più delle volte ne vanifica la novità. E così il concerto classico, quello con esecutori schierati di fronte al pubblico (sebbene, ancora oggi, non convinca del tutto il direttore che volta le spalle al pubblico – chi riesce a trovare una diversa soluzione riceve un premio!) continua ad essere la ricetta più antica ed anche la più efficace, e perciò ancora la più seguita ed applicata.
Gli esperimenti, quando si attuano, riguardano soprattutto alcune forme musicali che alla nascita prevedono diverso approccio e anche diversa posizione fisica di esecutori e ascoltatori.
Mentre per il repertorio, per il grande repertorio, c'è poco o nulla da innovare, perché - così sembra - o lo si esegue come è nato o si rischia di travisarne i connotati, immolando spesso capolavori assoluti sull'altare dello sperimentalismo fine a se stesso.
Quale altro valore può aver aggiunto la coreografia al 'Requiem' di Mozart, come hanno pensato di fare gli incolti vertici del Teatro San Carlo di Napoli? Come si può riproporre il 'Requiem', del quale il contesto è ben noto, con l'aggiunta inutile dannosa e blasfema di un corpo di ballo che piroetta, danza in coppie o in gruppo in palcoscenico, fosse anche con la firma del più grande coreografo al mondo?
Discorso assai simile si può fare sul ciclo liederistico sommo di Schubert, 'Winterreise', (Viaggio d'inverno), che a Firenze qualche anno fa fu presentato con 'illustrazioni animate' di personaggi ed immagini, mentre i Lieder. che si ascoltavano in tutta la loro inscalfibile forza, correvano il rischio di passare in second'ordine. Un analogo esperimento è in cartellone quest'estate, a Siena, nella rivoluzionata Accademia Chigiana ad opera del nuovo direttore artistico Nicola Sani, 'sperimentator sublime'.
Si tratta di esperimenti che se anche nati da apparenti buone intenzioni – come, nel caso del ciclo liederistico, quello di avvicinare più pubblico, ad un repertorio ancora così ostico per le orecchie italiane - tolgono alla musica di fatto quella presenza scenica che le appartiene, senza nulla aggiungervi di rilevante, neanche semplicemente in funzione di nuovi adepti.
Dunque se esperimenti si ritiene di doversi fare, si facciano su repertori che, fin dal loro concepimento , prevedevano forme di ascolto diverse dalle solite, altrimenti si rischia di fare lo stesso errore che si fece agli albori del piano digitale, quando si pensò che esso avrebbe potuto soppiantare il pianoforte classico nelle esecuzioni classiche, di Beethoven o Mozart per intenderci.
Sono passati da allora molti anni, il pianoforte digitale si è ulteriormente perfezionato, ma il posto del pianoforte classico nelle sale da concerto non l'ha ancora preso, semmai si è imposto come un più agile e più economico strumento di studio e di sperimentazione, in attesa che i compositori d'oggi gli costruiscano un apposito repertorio, come Beethoven e Mozart fecero con il pianoforte,o con il suo più diretto progenitore, ancora pallido nel colore strumentale e smilzo nel volume rispetto al pianoforte da concerto..
Si sono tentati anche esperimenti d'altro tipo, alcuni di carattere architettonico, quando si è voluto disegnare l'interno di una grande sala da concerto mettendo la pedana per l'orchestra al centro di una grande arena circolare, con il pubblico che la circonda ed è disposto 'a terrazze', come nella Philharmonie di Berlino, od anche - in parte - nell'Auditorium di Roma, Sala santa Cecilia, sebbene in questo caso anche per le dimensioni della sala, l'acustica sia infelice. Ed anche in questo caso la sala classica da concerto è rimasta quella tradizionale, come si può dedurre dalla nuove costruzioni sparse in ogni parte del mondo, la cui novità maggiore consiste solo nella struttura esterna.
Tornando agli esperimenti relativi al concerto stesso, dalla disposizione di interpreti e pubblico, alla configurazione del programma, o alla compresenza di altri stimoli artistici, c'è chi ha tentato di eseguire un concerto in una sala dove altri richiami sono offerti al pubblico, ad esempio visivi, dalla presenza ben in vista di una tela che ha qualche carattere stilistico somigliante od affine alla musica che si ascolta. Può anche funzionare. Chi lo vieta? Ma farla diventare una regola rischia di catalizzare l'attenzione del pubblico, al quale prima di ascoltare la musica, andrebbe spiegato per quale ragione si è accostata alla musica quella tela. Ma forse sarebbe meglio impiegato quel tempo se si spiegasse, per quanto possibile, la musica che si sta per ascoltare.
C'è anche chi propone l'esempio di Londra, dei concerti 'promenade' della vastissima Royal Albert Hall: facciamo muovere il pubblico, che può entrare ed uscire ( ?) quando e se vuole.. sì, e magari anche, fargli fare merenda e sgranocchiare fusaglie. Apriti cielo! ma come si grida allo scandalo se si odono colpi di tosse e soffiate di naso, figuriamoci se chi ascolta musica osasse muoversi dalla sua poltrona. Qualcuno ha pensato di formulare un decalogo del 'buon' ascoltatore di musica. Se ne deduce che lo si vorrebbe impietrito e incatenato alla poltrona dall'inizio alla fine. Non riusciamo mai a ragionare con un po' di logica e un pizzico di buon senso.
Un problema a sé costituisce l'inserimento della musica di oggi nei programmi concertistici consueti. Funzionano meglio i programmi interamente composti di musica d'oggi, o contemporanea - se si preferisce? Nel tal caso è da preferirsi , nella musica d'oggi, quella solistica, cameristica o sinfonica? Convince di più quella che contempla la presenza della voce o semplicemente strumentale? Oppure sarebbe meglio inserirla, come fosse un brano di repertorio, sebbene di più recente acquisizione, nei normali programmi, con una frequenza non ossessiva, ma in grado di creare, senza forzature ed imposizioni, familiarità nell'ascolto del nuovo?
Tutte queste tipologie di proposta ed ascolto della musica più recente sono presenti nel panorama dell'attività concertistica del nostro paese.
Vi sono festival monotematici, nei quali però - salvo che per necessità economiche - la musica solistica e quella strettamente cameristica per piccoli organici sembra non avere più ascolto, mentre si preferisce sempre più quella che utilizza organici più estesi, meglio se con la presenza della voce, secondo un parere non peregrino di Tony Pappano che, un po' alla volta, inserisce nei programmi dei suoi concerti, brani di musica d'oggi, facendoli precedere da una accurata, per quanto personale presentazione, assai gradita dal pubblico che, incoraggiato dall'impegno del direttore, si sente più spronato a prestare attenzione all'ascolto. Come ha 'lodevolmente, fatto nel caso di musica d'impatto certo non facile, come nel recente caso della nuova opera (cantata) di Salvatore Sciarrino dedicata al mito di Orfeo, ' La nuova Euridice secondo Rilke', accostata al 'Magnificat' di Bach. Un dittico di musica vocale strumentale di grande spessore ed impatto.
Ci ha molto sorpresi constatare nei programmi dell'Accademia di Santa Cecilia, diella prossima stagione, già anticipata, come la presenza del contemporaneo risulti quasi un insignificante ed inutile orpello al grande repertorio.
Annunciata come una delle grandi novità che reca la firma della nuova direzione, i cinque concerti nei quali Pappano, nell'arco di un mese, presenterà le Nove Sinfonie di Beethoven, cominciando naturalmente, in apertura di stagione, dall'ultima, si apriranno sempre con un brano appositamente commissionato ( Francesconi, Sollima, Nieder) o con una sinfonia d'opera di autori contemporanei al genio ( Cherubini Spontini).
Si tratta, naturalmente, specie nel caso delle commissioni a musicisti d'oggi, di brani di risicate dimensioni che metterli a confronto con due sinfonie di Beethoven per concerto, suonano come una presa in giro, non potendosi neppure ipotizzare l'idea della sfida dei musicisti di oggi con il più grande gigante della musica. Come può un sovrintendente/compositore pensare che qualche minuto di musica prima di due grandi capolavori siano sufficienti a mettere almeno in luce un nuovo musicista?
Diverso è il caso in cui un musicista d'oggi decida di cimentarsi con un'opera di spessore ed anche di una certa durata - anche se naturalmente non è questione di tempo - con un capolavoro del passato. Oggi quei tre compositori rischiano di fare la stessa figura della pulce contro l'elefante della favola.
Poi in tutta la stagione nient'altro, oltre la presenza, in un concerto, dell'Ensemble Modern, ed un brano di Nicola Campogrande, il cui titolo, come sempre, riesce a sorprenderci. '150 decibel' si intitola quello inserito nella stagione da camera di Santa Cecilia.
Non migliore esito ottiene la presenza della musica d'oggi in un'altra stagione, non romana, ma fiorentina, quella dell'Orchestra della Toscana che ha a capo un altro compositore, Giorgio Battistelli. Sia lui che il suo amico dall'Ongaro, nelle rispettive stagioni (Orchestra Rai e Orchestra Toscana, si mettono in pace la coscienza con due rassegne, interne alla stagione, nelle quali danno sfogo alla loro dedizione e passione per la musica d'oggi; quella torinese si chiama 'Rai Nuova Musica', quella fiorentina: Play.It) mettono qua e là qualche brano che a noi hanno fatto pensare al gesto di segnare il territorio - come fanno certi animali domestici - oppure al 'serrate le fila' per conoscere e far conoscere chi è con noi (con loro) o contro di noi ( contro di loro). Assente in ambedue i casi la prospettiva di studiare nuovi modi per far ascoltare la musica, specie quella contemporanea, e farla entrare gradualmente nel repertorio da concerto. Nel caso dell'Orchestra Toscana, diretta da Battistelli, ricorrono, nel corso della stagione 2104-15, i nomi di Ghedini,Casella, Busoni. E di Kagel, Sollima, Lena, Dean, Panni che sono quindi in buona compagnia.

Chi vuole assistere, in diretta, ad un esperimento di rivoluzione integrale, nel caso della musica d'oggi, non gli resta che andare a Siena quest'estate, per la lunga stagione della Chigiana, rivoltata da cima a fondo da Nicola Sani, nuovo direttore artistico per il prossimo triennio, per volontà e decisione di Clarich, presidente della Fondazione MPS ed anche dell'Accademia che ha sottolineato: 'sono contento di poter contribuire da presidente all'attuale fase di apertura e rilancio dell'Accademia Chigiana'.
Innanzitutto l'insieme delle manifestazioni della celebre Accademia, didattiche e concertistiche, ha un titolo - la prima volta nella sua lunga storia: ' Il classico inatteso'. E, di conseguenza, da quest'anno il ricco calendario si chiamerà' Chigiana International Festival and Summer Academy 2015'.
Sani ha spiegato le linee della sua rivoluzione senese: ' ho voluto ridisegnare nella struttura e nella tipologia dell'offerta quelle che erano la Settimana Musicale Senese, l'Estate Musicale Chigiana e l'Accademia di Alto perfezionamento. Il primo festival in Italia di alto profilo internazionale che unisce e collega in maniera organica l'alta formazione, la produzione e la diffusione musicale anche in relazione alle espressioni figurative del contemporaneo...Una programmazione unica con uno sguardo particolare verso la musica d'oggi'. Più rivoluzione di così.
Nel dettaglio, ecco le varie sezioni: Musica Today (che un tempo si chiamava banalmente ' Chigiana novità'), sezione nella quale saranno presenti Max Richter, con la sua 'Vivaldi recomposed', in omaggio (o sfregio?) al Conte Chigi Saracini ed a Vivaldi riscoperto nel '39 a Siena da Casella; Salvatore Sciarrino con la prima esecuzione assoluta integrale del suo 'Carnaval', l'unico concerto di questa sezione con interpreti veramente di rango; Henze con 'El Cimarron' e Steve Reich, con 'Drumming' nell'esecuzione degli allievi del corso di percussioni e dei solisti (allievi) del Conservatorio di Frosinone ( !!!!) e, infine, il clarinettista Krakauer, in versione klezmer (che oggi va tanto!). La sezione Chigiana Expanded, esplorerà la scena multimediale e le nuove forme di teatralizzazione del suono - un altro punto a favore della rivoluzione di Sani che in questo territorio si muove con disinvoltura come compositore. Ci saranno Fabbriciani e il pittore Gabriele Amadori; poi uno Schumann danzato ed uno Schubert ( Winterreise), che è un progetto di musica film e teatro.
Segue Chigiana Legends ( che un tempo si chiamava 'Maestri chigiani'), che farà ascoltare in concerto i grandi musicisti presenti a Siena per le masterclass in Accademia ( sono 'Legends' già tutti?)
Chigiana Factor - occorre ammettere che suona meglio di 'Concerti degli allievi dei corsi di perfezionamento'- farà ascoltare i giovani musicisti più promettenti. Non si dimentichi che da Siena sono passate generazioni di musicisti divenuti poi delle vere 'leggende' ( Nicola Sani è uno dei pochissimi musicisti, già 'leggendari', che non è passato da Siena). Una curiosa sezione è Chigiana Mix, nella quale si prova a mischiare - meglio 'mixare'- il sacro con il profano, dal jazz alla musica organistica, e infine Chigiana Off the Wall che sostituisce, non senza un pizzico di mistero, i 'concerti in terra di Siena' di una volta.
Il tutto per un calendario che va dal 10 di luglio alla fine di agosto. Mentre, in campo didattico, si segnlano l'arrivo, dal 2016, di Daniele Gatti come insegnante di direzione, e l'arrivo, immediato, per il corso 2015 di direzione d'orchestra, dell'Orchestra degli allievi del Consevatorio di Firenze, al posto di quella orchestra di professionisti bulgari, che negli anni di Gelmetti, era a disposizione del corso di direzione, e teneva anche alcuni concerti. Sul podio per alcuni di questi, nella prossima estate una ex allieva dell'Accademia che si è messa in luce negli anni passati, come Valentina Peleggi. Orchestra semistabile e semiresidente a Siena sarà l'Orchestra della Toscana, prestata a Sani, non gratuitamente, da Giogio Battistelli. Non è una grande rivoluzione?
Chi non la vuol perdere non ha che da informarsi al seguente numero : 057722091, oppure sul sito dell'Accademia Chigiana, digitando, d'ora in avanti': Chigiana International Festival and Summer Academy 2015, e da trascorrere qualche giorno, quest'estate, a Siena.








domenica 14 giugno 2015

Il mistero dei manoscritti di Giuseppe Verdi custoditi nella villa di Sant'Agata, inaccessibili solo agli studiosi

Classic Voice questo mese di giugno ci ha privati della su inchiesta superstar per rifilarci un'anteprima. Una vera rivelazione. E cioè che fra le cose di Verdi custodite nella villa di Sant'Agata esiste un tesoro di cui sono in molti a conoscere l'esistenza - nel 2008, per conto dello Stato ne è stato stilato anche un elenco dettagliato - ma che resta inaccessibile  agli unici che ne avrebbero diritto, anche in nome e per conto dello stesso Verdi, e cioè agli studiosi i quali potrebbero prendere visione, per buona parte delle sue opere, del lavoro preliminare, degli appunti, delle idee ed ipotesi poi magari scartate per la versione definitiva, che si conosce e che nella maggior parte dei casi  è conservata a Milano, dopo che l'Archivio di Casa Ricordi è stato acquistato dalla Bertelsmann.
 Insomma per molte delle opere della maturità si potrebbe, su quelle carte, studiare il lungo processo creativo del musicista. Servirebbero quegli appunti a riscrivere parti delle opere, come le consociamo? No, perchè la tradizione operistica verdiana è molto più sicura di quella, mettiamo di un  Rossini o Bellini. Verdi, se pure in alcuni casi diede più  di una versione di un medesimo titolo, non può esser corretto e rivisto sulla base di quegli appunti che si leggono, numerosi in taluni casi, in quelle carte.
 Di esse, rivela la informatissima rivista, prese visione al suo tempo Franco Abbiati, in procinto di scrivere su Verdi, e più di recente Fabrizio Della Seta, quando ha curato l'edizione 'critica' della Traviata - alla quale, a dispetto del 'critica' nel titolo, non poche 'critiche' si attirò da studiosi e cantanti addentro alla materia.
 Insomma avendo la versione definitiva o le varie versioni delle opere di un compositore meticoloso, quegli appunti potrebbero far venire tanti grilli in testa a studiosetti - quali ne annovera a iosa il barocco musicale - capaci di voler riscrivere Verdi, anche contro Verdi, meglio di Verdi stesso.
 Ciò detto, però, è davvero assurdo che gli eredi di Verdi, che certamente non si meriterebbero con il loro comportamento di discendere, seppure alla lontana, da quei sacri lombi, inibiscano agli studiosi di visionare quelle carte, appellandosi alla volontà del loro capostipite, il quale impose nel testamento che nulla della sua villa venisse toccato, compreso il giardino. Possibile mai che Verdi fosse geloso di quel suo laboratorio segreto? Possibile che quando parlava di tutto ciò che c'era nella sua villa al momento della sua morte, vi comprendeva anche quelle carte?  E se pure, quale danno potrebbe recare a Verdi, al suo nome, lo studio di quelle carte da parte degli studiosi? Nessuno se non quello di costringere a mettersi d'accordo i suoi eredi che ora sono schierati in due gruppi armati, l'un contro l'altro, anche nella decisione di alienare così come è quel bene immenso della ultima residenza di Verdi.
 Noi, mentre da un alto speriamo che il nuovo presidente del'Istituto di Studi Verdiani, il noto compositore Nicola Sani, riesca a farli ragionare sfoderando tutte le sue arti incantatorie, dall'altro speriamo che, in attesa che si mettano d'accordo su come trarre profitto ancora una volta dal genio del loro antenato, senza che ne abbiano merito alcuno, quelle carte siano messe a disposizione degli studiosi.
Come accade a tutti gli archivi del mondo ed ai più grandi musicisti di ieri e di oggi financo, alcuni dei quali hanno trovato posto per le loro carte alla Fondazione Sacher di Basile, dove  qualunque studioso può prendere visione delle carte di Stravinsky come di Boulez, di Sciarrino o Berio.
Oppure consentire a chi ha solo  intenzioni di studio del Verdi segreto e non di sfruttamento anche economico - come sembrerebbero avere....  avete capito chi- di schedare quegli appunti e di metterli a disposizione di tutti; non gli originali che resterebbero di proprietà degli eredi, i quali possono tranquillamente continuare a scannarsi fra di loro e venderseli all'asta insieme alla villa.
 A Solesmes, celebre abbazia benedettina francese, nota nel mondo per lo studio del canto gregoriano, esiste un luogo, detto 'Scriptorium', un specie di 'sancta sanctorum' dell'abbazia, nel quale da almeno un secolo, anzi di più, possono esser visionati in copia tutti i manoscritti gregoriani di cui si conosce l'esistenza; non solo, esistono anche dei registri di grande formato dove ogni singola nota del canto gregoriano é messa in sinossi con tutti i manoscritti conosciuti sui quali compare quella nota e quella composizione, ovviamente.
 Questa è la civiltà del sapere, che spesso non appartiene alla... civiltà del profitto, del sangue, della discendenza.

martedì 31 marzo 2015

Al concerto di Pappano, con la prima assoluta di Sciarrino, un giallo

All'indomani della elezione di Michele dall'Ongaro a presidente-sovrintendente di Santa Cecilia, immediatamente il sito del'Accademia dava conto dell'avvenuto cambio al vertice , mettendo al posto del vecchio sovrintendente, il nuovo. E il vecchio, Bruno  Cagli? Creata appositamente una carica per lui, quella di presidente onorario, con la quale oggi figura nell'organigramma dell'Accademia, con funzioni evidentemente di rappresentanza, come ha già iniziato a fare in occasione della Laurea Honoris causa a Pappano, dove l'assente dall'Ongaro era sostituito dal presente Cagli.
 Ma al concerto di Pappano con la  strepitosa novità assoluta di Sciarrino, sfogliando il programma di sala, davvero ricco, leggiamo in prima pagina  i nomi dei componenti del consiglio di amministrazione presieduto da dall'Ongaro. Ma che vi notiano? L'assenza di Battistelli, ed il rientro di Giovanni  Carli Ballola ed Ivan Fedele,  estromessi con la nuova sovrintendenza.  E Battistelli? L'amico gemello di dall'Ongaro  era  stato già estromesso dopo neppure un mese dal suo rientro, a seguito delle elezioni che hanno visto gli elettori dell'Accademia esattamente schierati a metà su due fronti, con qualche unità in più per dall'Ongaro? Dunque tutte le professioni  di amicizia di dall'Ongaro nei riguardi di Battistelli, erano finte, come abbiamo sempre pensato e continueremo a pensare, perché nessuno ci toglierà mai dalla testa che lì, come in qualunque altro ambiente nel quale si esercita un notevole potere, le pugnalate non si risparmiano a nessuno. E
 Tra parentesi - ma la cosa ci lascia davvero indifferenti- per questo il nuovo re dell' Accademia deve guadarsi bene le spalle perché una pugnalata gli può essere sferrata quando meno se lo aspetta, e non deve dormire sugli allori, perché anche noi temiamo, senza per questo  star svegli di notte, che alla fine del primo mandato non è poi così automatico che ne riceva un altro. Battistelli, l'amico gemello è là, sempre  paziente che aspetta,  e se non gli è riuscito una volta ed anche un'altra, forse alla terza ci riesce, perché giocheranno in suo favore, tutti gli errori che dall'Ongaro sicuramente commetterà in questi anni, per sete e fame di potere. Ma che ha già fatto anche da vicepresidente, come si nota da certe presenze del cartellone della stagione in corso.
 Comunque, a fine serata, tornati a casa, il giallo è venuto a risoluzione: sul programma di sala avevano messo il nome del nuovo presidente ed anche di quello onorario; ma per i componenti del Cda, avevano lasciato quelli vecchi.

martedì 2 dicembre 2014

Imparare dai tedeschi. Basta con le critiche. Ad esempio dall'Accademia tedesca a Roma - Villa Massimo

Assieme all'Accademia francese di Villa Medici che,  con l' ambasciata,  si dà tanto da fare per la cultura in Italia, l'Accademia tedesca di Villa Massimo, magnificamente ed esemplarmente diretta da Joachim Bluher, è certamente quella più attiva e con maggiore sostanza. Ospita regolarmente un gruppo di borsisti nelle varie discipline,  offrendo loro un 'rifugio' bello e sicuro, una vera oasi nel centro più bello di Roma, nella quale vivere e lavorare, e nello steso tempo dà modo con regolarità ad ognuno di loro di  farsi ascoltare o di mostrarsi, riunendoli poi tutti insieme, a fine corso, per una manifestazione clou e riassuntiva.
 L'Italia, non solo Roma, deve  riconoscenza all'Accademia tedesca di Villa Massimo, la quale anche in occasione del terremoto aquilano s'è mossa finanziando un progetto di salotto urbano ligneo - MOBILE - da offrire agli studenti della città martoriata e distrutta. Ne parlammo in lungo e largo anche sul bimestrale del Conservatorio aquilano, Music@. Ma si sa come vanno le cose in Italia dove non impariamo mai da chi è più bravo di noi. Quel salotto crediamo sia ancora in qualche magazzino perché la solerte amministrazione comunale aquilana non ha reperito un sito dove costruirlo.
Tutto era offerto gratuitamente, ma forse era proprio questo che potrebbe aver insospettito l'amministrazione aquilana che sa bene che quando IN ITALIA si offre qualcosa gratuitamente c'è sotto puzza di ricatto o imbroglio. L'Accademia tedesca di Villa Massimo sta ancora una volta a dimostrare che  fuori dai nostri amati confini, per una causa giusta, ci si può impegnare concretamente senza chiedere nulla in cambio. Ma noi non impareremo mai; troppo stupidamente orgogliosi e troppo  occupati a coltivare i nostri orticelli, dove il verde del prato copre spesso terreni inquinati.
 Questa sera, per restare in tema di comportamenti esemplari da imitare, l'Accademia tedesca di Villa Massimo  offre un concerto superlativo, a Roma, invitando il celebre 'Ensemble Modern' di Francoforte, nella Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco della Musica.
In programma musiche di Bach, Mozart (ambedue rivedute, ritrascritte e ristrumentate da Salvatore Sciarrino, un maestro nell'arte di scomporre e ricomporre brani celebri del grande repertorio di ogni tempo), dello steso Sciarrino (molto amato ed eseguito anche in Germania; di lui si ascolterà 'Introduzione all'oscuro'), e poi  di Robert Hp Platz, Hanna Eimermacher, Vito Zuraj.
 L'Accademia tedesca di Villa Massimo, come si vede, fa molto per i suoi musicisti, siano essi compositori o interpreti. Per questo concerto, l'Accademia tedesca di Villa Massimo si avvale della collaborazione della Ernst Siemens Musikstiftung, una fondazione che assegna ogni anno un prestigioso premio a protagonisti dell'arte mondiale.
 Il concerto di questa sera è stato organizzato alla perfezione,  notizia è stata inviata con l'anticipo necessario per ottenere risposta all'invito ecc... ecc... esattamente come non avviene mai in Italia anche per manifestazioni di prestigio.
 Non crocifiggiamoci da soli, suvvia. Anche noi, quando si tratta di appuntamenti internazionali di un certo rilievo, mandiamo a rappresentarci  esponenti di assoluto prestigio, dalla Marisa Laurito a Renzo Arbore e la sua orchestra. E l'elenco potrebbe continuare con altri ambasciatori della cultura italiana,  conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.
 Viva l'Italia!

martedì 20 maggio 2014

E' successo un fatto strano

Finalmente, si dovrebbe dire, hanno fischiato - se la cosa non suonasse  espressione di chiusura totale verso il nuovo.  Una reazione, quale che sia compresa questa, è sempre da preferire all'ascolto apatico, svogliato e disinteressato. E' accaduto a Milano, nel tempio scaligero, dove evidentemente da tempo non entra la musica d'oggi - non sappiamo spiegarlo altrimenti - in occasione dell'ennesimo 'Progetto Pollini', nel quale il celebre pianista mette accanto, senza soluzione, autori di ogni epoca, compresi della nostra, contemporanea si dice. La sua firma ed anche la sua presenza sono stati sempre in questi ultimi anni ed in ogni parte del mondo, garanzia di successo e sicurezza di accettazione, quale che sia il repertorio proposto. Anche quando va a sfruguliare le orecchie degli ascoltatori che sono  lì per ascoltare Pollini  che suona Beethoven , ma anche Boulez, e Stockhausen o Sciarrino e Manzoni (come è accaduto anche di recente)e poi si ritrovano ad ascoltare  Helmut Lachenmann, come accaduto appunto alla Scala giorni fa. Si tratta di uno dei compositori più noti, la cui presenza in palcoscenico come voce recitante, invece che essere motivo di attrazione ulteriore, ha scatenato una bordata di fischi ed addirittura insulti: fuori dalla Scala!- questi ultimi  da evitare, anche in casi di drammatica incomprensione della musica.
 Pollini, con i suoi 'Progetti', esportati ovunque, prosegue la sua azione missionaria nei confronti della musica di oggi. E bene fa, come del resto ha fatto in questi anni anche Boulez. Solo che, essendo la musica di oggi praticamente bandita dalle più importanti sale da concerto del nostro paese, quando la si presenta, al pubblico viene da dire: ma come si permettono!- ed anche con qualche ragione.  E cioè per la ragione che la musica di oggi la si ascolta ormai nei rari, rarissimi festival di musica d'oggi, dalla Biennale a Milano Musica, a Nuova Consonanza, dove nessuno fischia né fischierebbe, perché in quei luoghi appaga il senso di appartenenza, e basta quello per gli ascoltatori disposti ad ascoltare ( subire) qualunque cosa gli venga loro proposto. Senza fiatare. Invece, la musica di oggi, anche quella andrebbe regolarmente inserita nella programmazione che è prevalentemente imbastita sulla musica dell'Ottocento e del primo Novecento, senza strafare e senza esagerare. Come fa, semel in anno, l'Accademia di Santa Cecilia, che incarica Pappano, con il suo carisma ed appeal, di dirigere,  dopo averla presentata con cura quasi amorevole al pubblico.
 L'assenza regolare della musica d'oggi nei nostri cartelloni genera, e genererà ancora simili salutari , anche quando sono scomposte, reazioni. Che comunque non possono essere considerate dai compositori che si consolano andando con la mente ai celebri fiaschi di grandi capolavori  anche del  recente passato (su tutti 'Le sacre' ), come passaporti per l'eternità. Intanto registriamo i fischi, come segno di un pubblico che non si  è del tutto addormentato.