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mercoledì 18 aprile 2018

Due ferraresi: Dario e Vittorio, su fronti opposti

La storia di questi due ferraresi doc, Francechini e Sgarbi, si concluderà  felicemente come fu già per un'altra coppia di loro concittadine,  incantevoli fanciulle dai nomi soavi: Dorabella e Fiordiligi, alla cui vicenda sentimentale pare si ispirasse  Da Ponte per il libretto del Così fan tutte messo in musica da Mozart?

Per l'attuale coppia di ferraresi  doc  non si tratta d'amore, ma di affari e di diritto, più di affari che di diritto.  Dario comanda dal Collegio romano, Vittorio contesta  da qualunque pulpito sul quale gli capiti di salire. E l'oggetto della contesa è lo sbarco di stranieri in Italia. Niente a che vedere con i due albanesi - finti- che misero alla prova la fedeltà delle soavi fanciulle quella volta.

 E oggi, proprio oggi, il plenum del Consiglio di Stato - porto dove i potenti fanno approdare tanti naufraghi della politica,  per compensarli dei passati servigi - dovrà decidere se  candidati stranieri possono ambire a dirigere in Italia istituzioni culturali: nel  caso specifico i Musei, ma la decisione del Consiglio di Stato potrebbe in futuro riguardare anche  altri settori.
Il Consiglio di Stato deve  decidere se  incarichi apicali - ma la direzione di Musei e sovrintendente possono intendersi tali? - possono essere affidati a cittadini stranieri. Meriti e competenze a parte, sebbene meriti e curriculum siano state ragioni per rivolgersi, da parte di  aspiranti esclusi, ai vari Tar e poi al Consiglio di Stato per il Ministero.

 Franceschini, il Dario della coppia, dice di sì, anche perché ha voluto a capo di dette istituzioni  professionisti stranieri, a seguito di  selezione - per molti non accurata e neanche esente da irregolarità; Sgarbi, il Vittorio non ancora vittorioso su Dario, afferma di no. E sostiene: potremmo mai accettare che a capo della polizia in Italia ci sia uno straniero, che a capo del governo altrettanto, o come ambasciatore del nostro paese uno straniero, magari del paese nel quale il nostro rappresentante diplomatico va ad accreditarsi? Certo che no, viene da dire su due piedi. Poi però... che problema ci sarebbe se uno straniero di grande nome e professionalità venisse a dirigere una grande istituzioni italiana?  Nel campo della musica è già accaduto, alla Scala, con Lissner e Pereira: come del resto anche il contrario: Bogianckino che diresse l'Opéra di Parigi.

 Il Vittorio, ma anche alcuni professionisti italiani  che si ritennero sottostimati dalla selezione di Franceschini. muovono anche un'altra obbiezione: e cioè che, a pari merito, furono in taluni casi preferiti professionisti stranieri a italiani . E questo farebbe parte di un costume contro cui noi  strenuamente ci battiamo da anni, denunciando la presenza massiccia, in taluni casi quasi esclusiva di artisti stranieri, in cartelloni  di nostre prestigiose istituzioni musicali, finanziate con denaro pubblico, a parità di merito e valore (Ma questa è questione diversa da quella su cui si attende la pronuncia del Consiglio di Stato).

 Giò sta qui il problema, e non serve tirare in ballo il fatto che l'arrivo di professionisti stranieri porterebbe nuova linfa e nuove idee nella gestione delle nostre istituzioni culturali come va sostenendo il Dario contestato. Perchè nuova linfa e nuove idee non sono appannaggio degli stranieri, basterebbe dare a tutti i dirigenti di tali istituzioni più autonomia decisionale, come Franceschini ha fatto, e vedere poi i risultati.  Naturalmente senza voler trasformare  Musei  e siti archeologici in macchine per soldi o location - perdonateci questa bestemmia linguistica - per matrimoni e feste  aziendali. O addirittura - sacrilegio! - per ospitarvi scalmanati e buzzurri  nostrani o piovuti in Italia in occasione di manifestazioni sportive, come ora si prospetta a Roma, per Piazza del Popolo, da parte di quella giunta di incompetenti e privi di cultura capitana da Raggi e dal suo fedele scudiero Bergamo.

lunedì 11 dicembre 2017

Il Verismo si riprende la scena dei teatri lirici? Perchè i nostri teatri fanno molte tournée?

Dopo Chénier, ma forse in previsione del  ritorno alla Scala del capolavoro di Giordano, dopo 32 anni di assenza, la rivista italiana di musica specializzata in sondaggi, s'è buttata a sondaggiare la salute del genere di melodramma cui anche Chénier appartiene,  e che, fra i titoli più noti, annovera Pagliacci e Cavalleria: il Verismo musicale, snobbato da alcuni a lungo, da altri a fasi alterne,  ma sempre vivo e talora anche in auge, con buona pace anche della buonanima di Claudio Abbado che oltre al Verismo, di cui sopra, snobbava anche Puccini - tutta la sa produzione in blocco.

La verità è che lavori come quelli di Leoncavallo e Mascagni, sono fra i capolavori assoluti di teatro musicale e, come tali, indipendentemente dallo stile in vigore nell'epoca in cui sono stati scritti, e dalle simpatie alternate ad antipatie di ogni epoca nei confronti delle stesse, attirano l'attenzione dei teatri e sono fra i praferiti dl pubblico.

La rivista dei sondaggi ha scoperto questo mese che,  forse sull'onda dell'annunciato Chénier scaligero, i teatri si son dati da fare per rimettere a nuovo quel genere musicale cui l'opera di Giordano appartiene,  e che, pur non potendo competere con Pagliacci e Cavalleria, si è ritagliato sempre un posto di rilievo.

Ora Cavalleria e Pagliacci non sono stati mai fuori moda, e mai usciti di scena completamente; e, quest'anno, come accade ciclicamente,  sono più presenti nei cartelloni, senza bisogno di invocare cambi di tendenze o  di gusto.

Ma la rivista dei sondaggi, se avesse dato qualche anno fa  un'occhiata ad una inchiesta vera condotta da Music@, si sarebbe resa conto che proprio i due capolavori di Leoncavallo e Mascagni, nella stagione 2012-13, erano fra i titoli più rappresentati in Italia. Dopo Bohème ( 17 volte), Rigoletto ( 14), ecc...  arrivava Cavalleria  (7) e appena distanziata Pagliacci (6 ), dove Traviata, risultava  in assoluto l'opera italiana più rappresentata  nel mondo in quella stagione: 80 comparse, mentre aveva solo 8 presenze nei cartelloni italiani( quella inchiesta riguardava la presenza dell'opera italiana nei cartelloni italiani e del mondo). Concludeva la rivista che l'opera italiana era più rappresentata all'estero che in Italia, adducendo anche il caso  significativo di Daniel Barenboim impegnato nella veste di direttore musicale contemporaneamente a Berlino e Milano, il quale a detta della redattrice, Elisabetta Guarnieri, faceva "l'italiano a Berlino e il tedesco a Milano", relativamente al repertorio. che nel caso di quello italiano egli dirigeva regolarmente a Berlino ma non a Milano, alla Scala, dove invece, Barenboim-Lissner si o no, dovrebbe essere di casa - come abbiamo più volte e per diverse ragioni sostenuto.

Dunque se quest'anno quei titoli sono più frequenti nei cartelloni lirici è solo un caso, non si tratta nè  di riscoperta- perchè titoli sempre frequentati - nè di una rinascita, semplicemente una casuale coincidenza.

 Nel successo del nostro melodramma più noto dappertutto c'è la ragione delle frequenti tournée dei complessi dei nostri teatri lirici all'estero. Se l'opera italiana è la più rappresentata - e quella di Verdi e Puccini è in cima alla classifica - a chi si rivolgono le istituzioni straniere per rappresentare, in circostanze ed occasioni particolari, quei titoli? Ovvio, ai teatri italiani. Aggiungeremo anche, salvo eccezioni, che a  basta il nome del teatro invitato e magari qualche star nel cast o sul podio, il resto va bene comunque. Anche perchè nella maggior parte dei casi il costo di tali tournée non è così alto, dunque non si possono avanzare molte pretese; e, in questo, i complessi delle fondazioni liriche italiane offrono il meglio che si trova sul mercato, a quel prezzo.

Il discorso cambia quando si passa ad esaminare le tournée dei nostri complessi sinfonici all'estero, nella cui classifica, i primi due italiani - Filarmonica della Scala,  la compagine sinfonica del più noto teatro lirico del mondo; e Santa Cecilia, perché si vuole ascoltare Pappano, del quale si dice un gran bene, alla testa della sua orchestra, e  lui in tournée va solo con Santa Cecilia - compaiono agli ultimi posti fra i primi dieci, non potendo scalzare dal podio - nonostante le inchieste fasulle della rivista italiana dei sondaggi -  quelle superlative come in Europa ne esistono - ma che costano più dei complessi ceciliani.

Comunque fra i complessi dei teatri che fanno tournée  ci dispiace di non aver letto anche dell'Opera di Firenze che, quest'estate, dovrebbe fare tappa a Ravenna ( per il festival della signora Muti) ed in una cittadina del calabrese,  gratificata da un sito archeologico di grande importanza,  nella quale dovrebbe suonare ed anche  accompagnare una pianista (chi?) che è poi la direttrice artistica del festival medesimo.

venerdì 8 dicembre 2017

Bentornato Andrea Chénier. Successo alla Scala

Dopo trent'anni è tornato alla Scala, nella serata inaugurale di stagione per giunta, il capolavoro di Umberto Giordano,  musicista foggiano, emigrato a Milano, ed approdato alla verdissima età di 29 anni, quanti ne aveva quando il suo Chenier, alla Scala di Milano, alla fine dell'Ottocento. L'ultima volta al Piermarini 32 anni fa, e sul podio anche quella volta c'era  Riccardo Chailly.

Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio -  modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.

Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.

La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei  all'opera non ci va, ma che ha semplicemente  risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in  diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno,  di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e  numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del  'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di  2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico),  e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo. 

A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni  oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e  faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.

Questa mattina conosceremo anche il  verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai,  'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura  spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione  e costanza richiederebbero.

 Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni  di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra  di Rossini.

In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche,  ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni  propongono un centinaio di titoli. Dunque  nel giro di una decina di anni  ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE,  presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.

 Così facendo  terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E  tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con  Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.


giovedì 16 novembre 2017

Milano. Tutti pazzi per Salvatore Sciarrino? Alla Scala, sì

Da qualche giorno, in tutta Milano, si festeggiano i settantanni di Salvatore Sciarrino, sia attraverso il festival 'Milano Musicia' che gli è principalmente dedicato, ed è tuttora in svolgimento, che per il debutto alla Scala - che gliel'ha commissionata, in coppia con la Staatsoper di Berlino, della sua nuova opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. Aspettando Stradella, oltre naturalmente alla mostra che illustra anche visivamente  il suo ormai lungo percorso compositivo, che dura da quasi mezzo secolo.

Non crediamo però che una città italiana, come Milano e qualunque altra, si entusiasmi e partecipi coralmente a simili festeggiamenti,  come ci capitò di vedere a Salisburgo, un pò d'anni fa, quando all'interno del celebre festival , l'allora direttore artistico, Markus Hinterhauser,  di recente tornato alla guida dell'istituzione austriaca, gli dedicò una sezione monografica assai ricca che spaziava dalle opere per il teatro, alla musica vocale, sinfonica, cameristica a quella per strumento solista (pianoforte):  Kontinent Sciarrino.  Un festival nel festival, nel quale tutta la cittadina sembrò coinvolta,  come si poteva desumere dagli striscioni per le strade, oltre che sulle facciate dei luoghi deputati, dalle vetrine dei negozi che mostravano foto, partiture, copertine di dischi e poi anche dagli  incontri e dalla master class ecc.. per celebrare, facendolo meglio conoscere, il compositore italiano. Milano saprà fare altrettanto?

L'altra sera, alla prima della nuova opera di Salvatore Sciarrino alla Scala, ascoltata a Radio 3, in diretta, si sono potuti  ascoltare i lunghi applausi che hanno salutato la fine del primo atto ed anche la fine dell'opera. Così lunghi ed insistenti, da sorprendere il cronista radiofonico da Roma,  il quale si è sentito in obbligo a  giustificarli  con la tipologia di pubblico della serata: principalmente quello del festival contemporaneo 'Milano Musica' , abituato - voleva dire - ad 'autoflagellazioni' e  a salutare le stesse, alla fine, con applausi. Il cronista, insomma, non credendo alle sue orecchie - ma a nessuno interessava sapere cosa lui pensasse di quegli applausi - spiegava con un concentrato di idiozie la sua sorpresa.  Potremmo aggiungere che il cronista radiofonico romano era il giusto pendant di quello che commentava la serata dalla Scala, con sciatteria e pressapochismo.
Ma con tutti i critici che quella sera erano a Milano - dove si era consumata nel pomeriggio, una riunione plenaria della 'venerabile confraternita' dell'Associazione nazionale di categoria - Radio 3 non si poteva affidare a qualcun'altro in grado  di condurre  con competenza e senza approssimazione la diretta radiofonica dalla Scala?

Veniamo all'opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. In attesa di Stradella, che la Scala di Lissner (e Berlino in coproduzione) aveva commissionato al musicista qualche anno fa , ma che è andata in scena solo ora, sotto la sovrintendenza Pereira.  Lissner avrebbe voluto che il compositore la consegnasse in quattro e quattr'otto, mentre invece Sciarrino voleva pensarci e lavorare con i  tempi suoi e comunque con il tempo necessario e sufficiente per elaborare e realizzare un nuovo progetto che, da quel che si è ascoltato, sembra essere molto diverso da quelli suoi, anche recenti, destinati al palcoscenico (La nuova Euridice secondo Rilke, del 2015)

 Nel frattempo, oltre a formalizzare  il progetto della nuova opera,  Sciarrino ha voluto approfondire la conoscenza  di Stradella, della sua musica, verso la quale ha sviluppato un vero innamoramento.
Non l'ha affascinato tanto la figura del musicista, intorno alla quale, secondo le sue conoscenze,  c'è molta letteratura ed invenzione, al punto che - ha spiegato Sciarrino - non abbiamo neanche un suo ritratto, e che, se avesse avuto la vita movimentata che gli si suole attribuire, non avrebbe avuto materialmente il tempo di scrivere tutta quella musica meravigliosa, studiata con cura e attenta riflessione.

Per la stessa ragione, molti anni fa, cioè per la particolare qualità  e modernità della sua musica, Sciarrino, s'era appassionato ad un altro celebre, e dannato, musicista: Gesualdo da Venosa, al quale aveva dedicato una prima opera, la sua più fortunata, Luci mie traditrici; una seconda per la compagnia dei pupi di Cuticchio; ed alcune 'ricreazioni' di suoi celebri madrigali e perfino dell'unica sua musica strumentale. Sicuramente Sciarrino si augura di contribuire,  con la sua opera, ad una meritata e  approfondita conoscenza della grandezza di Stradella.

Sulla nuova opera, aleggia la figura 'assente' di Stradella, del quale, in un palazzo nobiliare dove sono riuniti una cantante, i musicisti e i signori con i loro servi, si attende per la necessaria prova, la nuova cantata, che arriva sì, ma alla fine dell'opera,  e della quale si fa in tempo ad ascoltare l'avvio mesto e struggente. Mentre, proprio all'inizio dell'opera, Sciarrino, con una sua ampia rivisitazione e ricreazione  di musica stradelliana,  ci ha fatto gustare la ricchezza, novità  e modernità della sua musica.

Delle  sue capacità 'ricreative' - non semplici rivisitazioni ed ancor meno trascrizioni o strumentazioni - come una volta ha spiegato in un lungo illuminante scritto - Sciarrino ha dato ormai infiniti saggi, ultimo,  fra quelli che abbiamo ascoltato,  Sposalizio, da Franz Liszt,  scritto per l'Orchestra  di Padova del suo interprete privilegiato, il direttore d'orchestra Marco Angius, e che Sciarrino ha illustrato in lungo e largo, nel corso delle lezioni di musica trasmesse da Rai 5, solo qualche mese fa. In questi giorni, a Milano, Sciarrino ed Angius hanno presentato i due CD Decca che ripercorrono, a grandi linee s'intende, la carriera compositiva del musicista.  I 2  CD Decca, che Angius ha registrato a capo della sua Orchestra padovana, vanno ad aggiungersi alla ottantina e passa già in circolazione e che costituisce ad oggi la ricchissima discografia di Sciarrino.

Sciarrino, invitato ad illustrare alla radio l'opera, durante l'intervallo della 'prima' scaligera, ha messo in risalto come la sua musica riveli un sapore 'arcaico' in quest' opera. Ed è quello che arriva all'orecchio dell'ascoltatore, abituato a ben altri sperimentalismi sonori dal musicista.  Con un effetto straniante, studiato e non casuale, che fa apparire Sciarrino l'antico e Stradella il moderno. Un ribaltamento di grande effetto.

Della complessa regia (Flimm) e ricchezza rappresentativa  dell'opera, come anche dei diversi piani in cui si articolava il palcoscenico scaligero; dei gruppi, dislocati  avanti e in fondo alla scena, e dei costumi ricchissimi e colorati, non possiamo dirvi nulla in prima persona, dovendoci attenere esclusivamente al racconto  ed  agli osanna, radiofonici, a differenza degli applausi di soddisfazione ed apprezzamento del pubblico del teatro che abbiamo ascoltato con le nostre orecchie.

mercoledì 8 novembre 2017

Riccardo Chailly dichiara di voler liberare la musica dai luoghi comuni. Quali? Nel frattempo, perchè non evita inesattezze e falsità?

Il Messaggero, di qualche giorno fa, a firma Rita Vecchio, titolava così l'intervista a Riccardo Chailly, dopo il suo primo anno ufficiale da 'direttore musicale' della Scala: Libero la musica dai luoghi comuni.  

Quali siano questi luoghi comuni del liberatore Chailly sinceramente lui non l'ha detto o noi non lo abbiamo capito. A meno che lui non si riferisse all'esecuzione della Messa da requiem per Rossini in programma ( scoperta ed eseguita in Germania  anni fa), allo Chenier che inaugura la stagione a Sant'Ambrogio, o al Puccini che ha voluto riportare in abbondanza, dopo l'ingiusta astinenza del periodo Lissner-Barenboim.

Che altro? La riproposta della Gazza ladra di Rossini che dopo il suo battesimo milanese, giusto 200 anni fa, non era stata più rappresentata? Che disonore!
 Sì, Chailly sta riportando la musica italiana alla Scala, per non distruggere quella tradizione operistica che ha fatto nel mondo, della Scala e della scuola italiana un punto di riferimento. Vero, ma quali sono i luoghi comuni dai quali vuole liberare la musica?

 Forse dovrebbe lui liberarsi da luoghi comuni e falsità, come quella relativa al 'successo de La Gazza a causa degli  ascolti tv' - come ha dichiarato. Chailly non ricorda o finge di non ricordare che quegli ascolti su Rai 5 sono stati disastrosi - appena 74.000 telespettatori, con uno share drammatico:0,3% .

Se la vera novità della gestione Pereira-Chailly sta nella riproposta qua e là di titoli non frequenti o nella riscoperta di musiche dimenticate o ritenute perdute (come nel caso della Messa da requiem per Rossini o dello Chant funèbre di Strawinsky), Chailly sa bene che ogni istituzione che si rispetti, nel mondo, lo fa normalmente. Dunque dove starebbe la vera grande novità, e quale luogo comune  che egli voglia abbattere o che abbia già abbattuto?

 Per solidarietà professionale, passiamo sopra le imprecisioni e la sciatteria redazionale della collega che l'ha intervistato. Qualche perla ci sia consentita:
- Chailly " dirige la sua bacchetta nel bifronte sinfonico e orchestrale".
-" La sua tournée ha scompaginato gli schemi: un repertorio insolito, diverso quasi ogni sera e senza l'uso di fondi pubblici ( ?). Lei è un maestro un pò fuori le righe"
- "Anche la Messa per Rossini (oltre il ritrovato Chant funèbre di Strawinsky,ndr.)... Come riesce a districarsi fra tutti questi impegni?" Quali impegni?
Chailly risponde, senza che nessuno, stando alla domanda, gliel'abbia chiesto:  " non è un'abilità. La direzione del Festival di Lucerna, della Filarmonica e  dell'Orchestra della Scala ..."

 La prossima volta più attenzione, e Lei maestro Chailly, non dica falsità o cose avventate.

venerdì 26 maggio 2017

L'Italia è una Repubblica seduta sui TAR, a rischio esplosione

Avete presente la situazione di Napoli e dei suoi cittadini, da tempo seduti sul Vesuvio che è sempre a rischio esplosione? Quella dell'Italia, della nostra Repubblica, non è tanto dissimile, giacchè sta seduta sui TAR che ogni giorno mettono in croce qualunque governo decisionista, rallentano ogni cambiamento, mandano all'aria ogni riforma. L'ha detto anche Renzi, sempre più ringalluzzito, dopo la notizia che il TAR del Lazio aveva annullato la nomina di cinque dei venti direttori di Musei che Franceschini aveva nominato:' abbiamo fatto tante riforme, alcune altre le avremmo voluto fare ma ce le hanno bocciato, ma l'unica riforma alla quale non abbiamo pensato e che doveva essere fra le prime ad essere proposte, era la riforma del TAR.

Due degli esclusi da quelle nomine hanno fatto ricorso al TAR ed il Tribunale amministrativo del Lazio, fra i più attivi ed anche discussi, l'ha accolto, annullando la nomina dei cinque direttori, sentenza subito esecutiva che ha comportato la decadenza dei cinque direttori contestati, uno dei quali era straniero, messi a capo di musei che proprio nell'anno di loro direzione hanno aumentato gli introiti per ingressi.

Le ragioni addotte dal TAR nella sua sentenza è che la prova orale dei candidati è stata fatta a porte chiuse, dunque illegale (Paolo Baratta, l'esimio presidente della giuria internazionale, quel giorno dove stava? Non conosce le regole per i concorsi pubblici?), ed anche perchè - ma questo riguarda solo un caso quello del direttore straniero: europeo sia chiaro - per gli incarichi di dirigenti pubblici in Italia, secondo la legge, non possono parteciparvi cittadini non italiani. E se fossero europei? L'Europa non esiste, sembra affermare il TAR contro ogni evidenza. La risposta piccata dei giudici del TAR del Lazio non s'è fatta attendere: non date la colpa a noi, cambiate le leggi che noi siamo tenuti solo ad osservare, non c'è bisogno di cambiare il TAR.

Franceschini, che alla figura tiene più che alla sostanza, ha subito tuonato: ricorrerò al Consiglio di Stato - un altro di quei tribunali che assieme al TAR, fa il gioco delle parti in un paese in cui tre gradi di giudizio - ingiusto, tante volte  ammettiamolo!-  non bastano, ce ne vogliono altri due e forse anche tre o quattro ancora. Intanto quei cinque Musei in attesa del parare del Consiglio di Stato che Franceschini spera favorevole, sono rimasti senza direttori. Grasso, presidente del Senato che la riforma renziana voleva abolire o rendere quasi innocuo legislativamente, alla prima occasione di legge fatta 'con i piedi' dalla Camera dei Deputati. ha sottolineato che se non c'era il Senato avremmo dovuto tenerci quella legge mal fatta. Ma non ha detto che il Parlamento le leggi deve farle non a dispetto del diritto e dei cittadini,  ma come si conviene, ed ha difeso il Senato, la 'seconda' camera,  nella sua  funzione di 'balia' dei parlamentari ignoranti ed inadempienti della 'prima'.

Due riflessioni a margine di tale nuovo casino istituzionale. Nel nostro paese nessuno si fida  della magistratura e tanto meno dei governi, l'una e l'altro non ancora vaccinati contro imbrogli, inciuci, particolarismi e favoritismi di cui storia e cronaca sono pieni al punto che  si  potrebbero riempire milioni di pagine di 'tragica' e 'comica' insieme storia patria.

La nomina dei venti direttori, ad esempio. Per la gran parte risultarono vincitori italiani, sette o giù di lì stranieri d'Europa, e uno soltanto confermato, la direttrice della Galleria Borghese, Anna Coliva, sulla cui riconferma piovvero subito critiche anche giustificate: la signora, sicuramente brava direttrice come altri,  ma, a differenza degli altri, frequentatrice assidua dei salotti del potere romano, lei sola e nessun altro,  doveva aver convinto Franceschini ed anche Baratta che doveva restare. A pensar male non sempre si sbaglia. E, del resto, anche la Coliva aveva fatto qualche sbaglio clamoroso, come quando per dare il benvenuto ai 'Mecenati della Galleria Borghese', capeggiati da Maite Bulgari, aveva fatto impiantare all'esterno della Galleria, ma sicuramente  non a distanza di sicurezza, un catering con cucina annessa, sul quale erano piovute tante critiche. Ma quelle critiche  furono subito messe a tacere, per la stessa ragione per cui la Coliva  aveva convinto il ministro ed il presidente della commissione giudicatrice, attraverso la fitta rete di relazioni, costruita nel tempo con tenacia e scrupolo, pronta a proteggerla da ogni possibile attacco.

E poi Franceschini stesso dovrebbe sapere come alcune commissioni centrali del suo Ministero sono state elette in barba ai requisiti  professionali dei candidati, fra i quali s'erano preferiti quelli più ossequienti (ne abbiamo scritto all'epoca, specie per la Commissione centrale Musica, ma il discorso vale anche per le altre). Dunque Franceschini, al di là della figuraccia da lui fortemente temuta, dovrebbe prima dar prova della totale legalità  e correttezza di ogni sua decisione. Ma forse questa non può assicurarla a quei pochi cittadini che fossero d'accordo, eventualmente, con la decisione del TAR.

E c'è poi la questione 'europea', sulla quale anche s'è espresso il TAR: i cittadini non italiani, per la nostra legge, non possono partecipare a concorsi pubblici per incarichi di dirigenza; mentre cittadini italiano possono partecipare ad analoghi concorsi in altri paesi d'Europa, dove  per la direzione di importanti istituzioni pubbliche sono stati assunti anche cittadini italiani o stranieri per il paese interessato.
 Franceschini tuona: ci accuseranno come sempre di provincialismo, ed ha ragione; dimenticando che la più importante istituzione pubblica musicale, la Scala ( fintamente privata, reggendosi con il sostegno irrinunciabile dello Stato!) è da oltre dieci anni guidata da manager stranieri, prima Lissner (che a Milano ha trovato anche moglie) ed ora da Pereira ( che di compagna ne ha una orientale).

Noi, anche noi, siamo destinatari dell'accusa di provincialismo che Franceschini ha rivolto al TAR, per la ragione che da anni ci battiamo per l'invasione di musicisti stranieri nelle nostre istituzioni. Dunque anche noi saremmo 'provinciali' e provinciale sarebbe la nostra causa?

No, la nostra battaglia contro detta invasione poggia su altre basi, molto più solide. A santa Cecilia, di cui abbiamo scritto proprio nei giorni scorsi, per la prossima stagione sinfonica, i direttori sono TUTTIIII stranieri, e molti di loro sono praticamente sconosciuti in Italia. Il che dimostra che non sono stati invitati in virtù della loro fama - come, invece, accade ogni volta che all'estero scritturano per un incarico stabile un direttore italiano: Gatti ad Amsterdam - ma perchè la lunga mano delle agenzie straniere, le più potenti, arriva dove non  conta mai prima il merito e la carriera avviata. Come appunto all'Accademia di Santa Cecilia, ed anche all'Orchestra sinfonica della Rai di Torino, e l'elenco potrebbe continuare, e sta a dimostrare come i vizi si diffondono molto prima delle virtù.

lunedì 24 aprile 2017

Note musicali. Gianna Fratta e Speranza Scappucci. 'Gazza ladra' alla Scala dopo quasi due secoli dalla prima

Gianna Fratta , il direttore d'orchestra che ha diretto il Concerto di Natale in Senato - come Muti e Maazel - ed anche i Berliner (Symphoniker), nel cammino di avvicinamento ai Philharmoniker, al Corriere ha dichiarato che  non è  ancora giunta l'ora per chiamare i direttori donne come conviene, e cioè direttrice e maestra. E che tale ora giungerà quando una inaugurazione alla Scala sarà diretta da un direttore donna.
 Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta.  La nomina della Scappucci  segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi  e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
 Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.

E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia  d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.

Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?

Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini,  si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di  inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.

martedì 21 marzo 2017

Opera di Firenze. Arriva Cristiano Chiarot come sovrintendente..Lascerà La Fenice

Il consiglio di indirizzo, organo amministrativo dell'Opera di Firenze, presieduto dal sindaco Dario Nardella, ha deciso per il dopo Bianchi, il sovrintendente che ha rassegnato anzitempo le dimissioni, per tornare al suo lavoro di avvocato 'più remurato e più soddisfacente'.
 Ha proposto al ministro Franceschini, per la ratifica della nomina, il nome di Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice, e presidente dell'An.Fo.Ls.

Chiarot ha ottenuto all'interno del Consiglio, maggiori consensi degli altri due contendenti/ candidati. Alberto Triola, direttore generale dell'Opera di Firenze (lui era il candidato proposto nel caso si fosse adottata una 'soluzione interna' , ma che ora resta al suo posto, nonostante si sia sbracciato da sempre per la prima carica del teatro) e Nicola Sani, che sarebbe stato tolto al Teatro Comunale di Bologna che attraversa da mesi un guado pericoloso. Lo si voleva rimuovere per premiarlo, ma di cosa non si sa, o per toglierlo dai guai che non è riuscito a risolvere, tenendolo ancora a galla, brazie ai suoi  non tanto occulti sponsor.

Perchè Chiarot? Perchè arriva dalla fondazione veneziana carico di onori e con la fama di buono, anzi ottimo, amministratore, da  cinque/sei anni circa. In effetti La Fenice ha i conti in ordine da tempo e, nella sua programmazione, ha saputo mettere insieme il repertorio con le novità. Ma c'è un però. Venezia è un porto di mare ed ha un teatro abbastanza piccolo, 1000 posti. Firenze, pur meta di tanti turisti, non ha lo stesso appeal di Venezia, ed ha un teatro grande quasi il doppio, che non è facile riempire quasi ogni sera in cui c'è spettacolo, se si vuole risanare il bilancio. Ed ha, da non sottovalutare, un teatro ancora da terminare.

Chiarot, già candidato dopo Lissner alla Scala, ed anche all'Opera di Roma prima di Fuortes, nonostante a fine mandato a Firenze sia in età di pensione, potrebbe coronare, se  dovesse continuare la sua fama di buon  amministratore, proprio alla Scala, dopo Pereira. Ma Firenze , anche sotto questo profilo, non è Venezia. Bianchi esce di scena perchè il suo teatro ha grossi guai che lui non è riuscito evidentemente a risolvere e che ora Chiarot si troverà davanti non appena si trasferirà.
Si trasferirà da solo? Negli altri casi sopra citati era certo che non si sarebbe trasferito da solo. Questo non è dato sapere. A Firenze, intanto, troverà il suo ex segretario artistico, Pierangelo Conte, ora nell'incarico, di fatto, di direttore artistico e pure il direttore musicale, Fabio Luisi, che a Capodanno scorso ha diretto l'ormai celebre Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta da Rai 1, un concerto ormai famoso e consolidato nel favore del pubblico che, però, negli ultimi anni, per scelte sbagliate della direzione artistica, ha visto diminuire sensibilmente  il pubblico televisivo, arrivato poco sopra i 4 milioni, mentre fino a tre anni fa toccava i 4.500.000. E il Concerto di Capodanno dovrà lasciarlo in dotazione a venezia, anche se- è noto- non è stato lui a inventarlo, o portarcelo, e curarne il successo.

Forse Chiarot vorrà portarsi con sè Ortombina, il direttore artistico, con il quale, da quel che si sa, i rapporti non sono mai stati idilliaci ma che, nonostante tutto, ha fatto sempre da spalla al sovrin tendente. Così forse Conte potrebbe tornare, anche se dopo appena qualche anno,  e se lo volesse, nella sua Venezia.

Ma potrebbe anche essere, ulteriore ipotesi, che Firenze si trasformi da trono di gloria in tomba per Chiarot, incapace in un teatro assai complicato di rimettere ordine, al punto da fargli lasciare Firenze per tornarsene a casa, prima ancora della fine del suo incarico... e addio sogni di gloria.

Intanto la prima visita a Firenze di Chiarot coinciderebbe con  lo sciopero nazionale e relativa manifestazione delle fondazioni liriche italiane proprio a Firenze. Una bella accoglienza che dovrebbe far riflettere il nuovo aitante sovrintendente.

martedì 6 dicembre 2016

Perchè non ci hanno fatto sapere cosa pensavano di Butterfly di Puccini, i giovani invitati per l'anteprima alla Scala?

E' ormai tradizione - inaugurata da Lissner- che qualche giorno avanti la paludata ed inavvicinabile (  per i prezzi alle stelle, con o senza bagarini!) serata inaugurale, la Scala apra le sue porte a quasi duemila giovani, al di sotto dei trent'anni, per 'iniziarli'- così dicono! - al mondo dell'opera lirica.  Negli anni passati abbiamo letto di giovani veramente interessati a ciò che ascoltavano e vedevano in palcoscenico e che avevano assistito all'intera rappresentazione in un silenzio, dove si sentono volare solo le mosche, carico di tensione e frutto di attenzione.

Ieri abbiamo letto il lungo reportage del Corriere sull'anteprima - 'primina' l'ha chiamata la giornalista - con giovani e giovanissimi. Abbiamo letto che fra essi vi erano anche  ragazzi ( undici/ dodici anni) conciati per le feste, proprio come faranno domani i loro padri o nonni che tireranno fuori
dall'armadio il vestito ( qualcuna anche lo 'svestito') della festa milanese. Ed anche di trentenni che quest'anno sono all'ultima loro 'primina' scaligera.

 Ma il reportage, quasi interamente, raccontava dei pareri dei ragazzi sulla vicenda alla base dell'opera amatissima di Puccini, alla quale nulla potrà aggiungere la scelta di Chailly/Pereira di far ascoltare la versione del 1904, quella che fu fischiata alla Scala e poi, solo qualche mese dopo applaudita, con sopraggiunte modifiche, a Brescia. Magari costituitrà una curiosità per i musicologi, ma al pubblico che conosce la Butterfly ' di Brescia' che gli frega di ascoltarne la versione' prima  dei tagli', sui quali Puccini nel resto della sua vita non è mai ritornato, per riammetterli nella versione cosiddetta 'definitiva'?

Uccidersi per amore, la povera Butterfly? ma siamo pazzi, non ne vale la pena- fa una ragazza. Come no, replica indignata un'altra (che si sente legge i giornali e guarda la tv)? E quel vigliacco di Pinkerton? Uomini così non ve ne sono più, corregge un'altra ragazza o ragazzo, poco importa. Una che forse, per sua fortuna, vive fuori del mondo, e non legge giornali e non guarda la tv.

E l'opera,  che pensavano dell'opera? Lo spettacolo dell'opera, appena si è in grado di goderlo, affascina non poco anche i giovani.
Abbiamo ancora impressa nella memoria una Butterfly, anni fa, all'Opera di Roma - se non ricordiamo male nel periodo natalizio, quando anche la Capitale è meta di turisti . Davanti ai nostri occhi molti giovani orientali che alla fine della rappresentazione erano  letteralmente e sorprendentemente commossi, FINO ALLE LAGRIME, mentre si consolavano vicendevolmente.

Voi pensate che a commuoverli sia stata la storia della giapponesina con la sua tragica fine? Una storia che conoscevano bene anche prima di arrivare a teatro? No, la commozione l'aveva generata la straordinaria efficacissima musica di Puccini. Sulla quale ci sarebbe piaciuto leggere almeno qualche riga nel lungo reportage del Corriere.  Mentre abbiamo letto anche della presenza in teatro della discendente del musicista, Simonetta, ultranovantenne, alla quale  auguriamo giorni felici, come ad ogni essere umano, ma della cui presenza alla Scala sinceramente poco ci importa, ma della musica e dell'opera nulla!

martedì 29 novembre 2016

Finalmente la notizia: Daniele Gatti forse accetterà un incarico all'Opera di Roma. La Antonacci si spoglia a Parigi per Martone.

Che figura di ... quella poveraccia della Raggi. Arriva all'Opera si fa le sue foto e poi, da un'uscita laterale, come una ladra - ladra di governabilità per la città di Roma - fila via. Questo lo abbiamo appreso solo oggi . Come abbiamo anche appreso che quell'altro grande statista di Franceschini, che nelle occasioni mondane ama esibire la sua mogliettina, ha disertato la prima all'Opera. Insomma, da quel che abbiamo letto oggi per la prima volt sui giornali, sappiamo che la politica  se ne fotte della cultura, anche quando è accertato che faccia mangiare - lo ha dichiarato di recente lo stesso  governatore della banca d'Italia, Visco, che non si vede  quasi mia nelle occasioni importanti della cultura che ora difende. E, solo oggi, abbiamo letto del Tristano inaugurale, del quale ci hanno detto tutto sulla regia, mentre in poche righe è stata liquidata 'la bravura' aggettivata degli interpreti.
Sorvolando su Daniele Gatti della cui bravura ormai tutti sono convinti  e lo dichiarano apertamente, forse oscurando per qualche tempo l'altra grande stella romana del podio, Pappano, che sembra brillare meno in questi ultimi quarti di luna.
 Poi la notizia bomba, la vera notizia. A Daniel Gatti, alla fine delle recite di Tristano, verrà fatta una offerta concreta per un suo incarico stabile al teatro dell'Opera. FORSE

Sempre sui giornali di oggi: una intera pagina-intervista ( Repubblica, a firma Laura Putti) a Mario Martone regista d'opera a Parigi, chiamato da Lissner, per Cavalleria, già presentata alla Scala, e Sancta Susanna di Hindemith. Una pagina intera per spiegarci come lui vede queste opere specie la seconda, giacchè la prima l'abbiamo già vista a Milano, e per dirci che l' interprete dell'opera di Hindemith è Anna Caterina Antonacci, che dovrà anche apparire nuda, alla bella età di cinquant'anni, 'bella e sensuale', tranquillizza gli spettatori Martone, e per rassicurare  anche noi che altrimenti, senza nudo, non avremmo mai e poi mai pogrammato un viaggio a Parigi.
 Ora a noi potrebbe anche interessare ciò che pensa Martone dei due capolavori melodrammatici e ci interessa, tanto per parlare.Solo che i veri capolavori sono i due titoli, certamente non la sua regia, perché senza quei capolavori, Martone doveva inventarsi qualcos'altro per il teatro o per il cinema, dove ha facoltà di fare ciò che vuole, rischiando di suo.
 Cavalleria e Sancta Susanna reggono perché sono dei capolavori, qualche volta nonostante la regia, di cui non hanno bisogno per emergere e farsi ancora ascoltare dopo anni ed anni di vita e succesi.
 Ma se uno lo dice alla giornalista intervistatrice, quella giustamente potrebbe rispondere: ma io che scrivevo?

martedì 11 ottobre 2016

Riccardo Chailly e la Messa da requiem di Verdi. Il meccanismo del prevedibile

Una breve nota del Corriere, di qualche giorno fa, esaltava l'interpretazione del celebre capolavoro di Giuseppe Verdi, la Messa da requiem, ad opera di Chailly, stabile alla Scala di Milano, con i complessi del teatro milanese - noto,  secondo la vulgata chic di Chailly, come Verdi Requiem - rivelava allo stesso tempo  che il maestro ha deciso che non dirigerà, per i prossimi anni, la Messa di Verdi, per SOTTRARLA al MECCANISMO del PREVEDIBILE.
Che voleva dire Chailly, anzi cosa ha voluto dire? Che un'opera, specie se di grande impatto, ogni tanto va smessa per qualche tempo, onde evitare incrostazioni, cattiva tradizione, banalizzazioni, usura? Forse voleva dire questo,  traducendolo  nel suo gergo dotto: 'meccanismo del prevedibile'?
  Quand'era all'Orchestra Verdi, e poi naturalmente a Lipsia, ma immaginiamo dirà la stessa cosa  ora che è a alla Scala, è cioè  che una Passione di Bach, quella secondo Matteo sarebbe da preferire, deve essere eseguita ogni anno( e alla 'Verdi' l'hanno preso in parola), deve diventare un punto fermo e ricorrente di ogni stagione musicale che si rispetti. Bach sì e Verdi no, con particolare riferimento alle due opere citate? E perchè? Che differenza c'è? E se si applicasse questa stessa regola alle Traviate, alle Bohème, ai Barbieri, ma anche ai Flauti magici e ai Don Giovanni, che accadrebbe? Che dopo aver presentato nel corso di una stagione un capolavoro assoluto come sono i titoli citati, si dovrebbe poi, nelle  successive,  evitarli accuratamente per non  correre il rischio del  cosiddetto 'meccanismo del prevedibile'?
 Diversamente sarebbe se un  direttore od un interprete dicesse che per un periodo non vuole più eseguire un certa opera, perché quello che aveva da idre - 'da far dire', siamo precisi - a quell'opera lo aveva detto,  e altro non saprebbe aggiungere o cambiare, per cui  meglio  tenersi alla larga per un periodo prima di affrontarlo nuovamente, dopo attenta riflessione. Questo è un discorso sensato; e forse Chailly, che sensato è certamente, voleva dire solo questo. Ogni interprete è libero di scegliere cosa eseguire e quando. Ma non di dettare leggi o lanciare avvertimenti.
 Perchè se, invece nella sua testa gli frullava altro, basterebbe fargli notare che  un  capolavoro, può essere eseguito regolarmente in una stagione, magari affidandolo ogni volta ad interpreti differenti. Perchè no?  Non è possibile pensare che, alla Scala, finchè c'è lui come direttore, la Messa da requiem di Verdi  non si possa più ascoltare. Ricade nello stesso tragico errore dei suoi predecessori, ed anche del suo amico e maestro  Claudio Abbado, il quale  non ha mai voluto dirigere Puccini, cosa che hanno fatto alla Scala Lissner-Barenboim, e lui  ora giustamente rimedia con una robusta iniezione di opere pucciniane, con una delle quali (Butterfly) quest'anno inaugura addirittura la stagione, dopo aver presentato nel corso della primavera anche La fanciulla del West.
 E se si applicasse lo stesso criterio alle Sinfonie di Beethoven? O ci sono autori ed opere per i quali il teorema chaillyano non  vale?
 La prossima volta Chailly pensi bene prima di parlare. E se lui non vuol dirigere nei prossimi anni il capolavoro verdiano,  Pereira lo affidi ad altri, perché è impensabile che  non lo si possa più eseguire alla Scala finchè c'è Chailly,  semplicemente perché lui ha deciso di non dirigerlo.

lunedì 23 maggio 2016

L'Opera di Roma riluce di modernità e mondanità

 Da tempo non si leggevano all'indomani di uno spettacolo d'opera nel teatro della Capitale, resoconti immediati, come accaduto dopo la 'Serata Valentino' che ha messo in secondo ordine la vera protagonista della serata  e cioè la Traviata del grande Verdi.
 In genere si attende quasi la fine delle repliche - e comunque non prima della domenica successiva al debutto -  repliche, che  in questo caso saranno tante e dureranno, dopo una pausa intermedia, fin verso la fine di giugno, anche per guadagnare qualche soldo onde coprire lo spropositato  ed ingiurioso costo della produzione, tutto compreso. Questa volta no.

Ma, curiosamente,  delle due cronache che abbiamo letto,  solo una si dilungava sull'elemento musica, dopo aver accennato alla mondanità  presente,  per non dirne un gran bene, e per criticare perfino la scelta del direttore Bignamini, inadeguato, benchè tenuto in palmo di mano da  qualche intenditore che poi critica i giovanotti che si affacciavano dalla buca del Piermarini, nell'epoca Lissner.  E la regia? Che ci sia ciascun lo dice,  'dove sia nessun lo sa'. Parola di illustre critico.

L'altra, invece, affidata a firma nuova di zecca del quotidiano di Via Cristoforo Colombo, nuova gestione, in ben due paginate racconta della serata 'glam'- la parole che attendavamo finalmente compare.  Ci conferma che non mancava nessuno all'Opera di Roma aperta alla modernità, con le regie, ed alla mondanità con le serate alla Valentino-Coppola.
 E poi inneggia al salvatore dell'Opera, Carlo Fuortes, che ha cancellato i debiti - chiariamo: ha utilizzato la Legge Bray che permette di  prendere dei soldi a tasso zero da restituire nel tempo, per sanare i debiti che forse questa nuova Traviata rischia di creare nuovamente - ed ha fatto rinascere il Teatro dell'Opera, con  per  la presenza della mondanità - come dice anche Balzaretti, in arte Abbagnato, che constata come un teatro al collasso con l'arrivo di Fuortes, sia ora diventato 'un gioiello e un motivo di orgoglio per la città'
 Il giornale non  s'arrischia di aprire il discorso sulla musica - potrebbe sempre opporre non essere di sua competenza, avanzando: che c'entra la musica? - per non rovinare la festa.

venerdì 5 febbraio 2016

Il nuovo vento della danza, dopo Roma e Milano, spira anche a Parigi

La recente nomina di Bigonzetti, che dall'Aterballetto passa a dirigere il Corpo di ballo del Teatro alla Scala, ha  fatto ritornare alla mente l'analogo precedente caso di Eleonora Abbagnato nominata per lo steso incarico all'Opera di Roma.  Si è obiettato, in ambedue i casi, che i nuovi direttori dei rispettivi corpi di ballo dei due più importanti teatri italiani, non avessero nessuna esperienza nel campo, benchè fossero da considerare due assolute eccellenze nelle rispettive discipline: danza e  coreografia. perchè, si diceva nell'uno come nell'altro caso, la direzione di un Corpo di ballo di un grande teatro, esige  innanzitutto conoscenza, pratica e salvaguardia del grande repertorio ballettistico, senza chiudersi alle tecniche ed agli stili più moderni di tale disciplina.

A Roma, la decisione era stata presa perchè la Abbagnato voleva stare nella città nella quale il suo bel marito giocava al pallone - giocava, perchè ora, crediamo non giochi più - e dove voleva vivere insieme ai loro figli;  mentre,  a Milano, per l' immediata sostituzione del precedente direttore volato a lavorare a Mosca.
 Dunque nessuno dei due nuovi direttori aveva esperienza  in tale direzione, e per Bigonzetti, c'era il timore - che c'è tuttora - che egli spinga sull'acceleratore della 'nuova' danza', facendo perdere le tracce della tradizione ballettistica classica.

 Passano appena pochi giorni dalla contestata nomina di Bigonzetti, ed ecco che un analogo caso, a Parigi, viene risolto alla stessa maniera di Roma e Milano. Il direttore Millepied , sposato alla bellissima Portman, decide di abbandonare l'Opéra di Lissner, perchè - dice - non è riuscito a far spirare il nuovo vento della danza in quel corpo di ballo. E perciò se ne va. Al suo posto viene messa una ballerina, Aurélie Dupont, una stella con grande esperienza,  ma al suo primo incarico come direttrice del ballo.
 E a Parigi, come già a Roma, emerge che un motivo 'secondo' per il quale Millepied - ma potrebbe anche essere il motivo 'primo', anche se tacito - abbandona l'Opera è perché la sua dolce bellissima metà non ama il clima di Parigi ( clima sociale, specie dopo gli attentati dello scorso anno) e desidera far ritorno negli USA, sua patria.
 Dunque Roma, Milano e ora anche Parigi sono battuti dallo stesso vento sulle strade della danza.

sabato 5 dicembre 2015

La Scala. Disastro Pereira. Lo scrive oggi su Repubblica Leonetta Bentivoglio, moglie di Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico della Scala sotto Lissner.

" Che cosa spicca nella fisionomia del teatro dopo il rinnovamento? ( Per 'rinnovamento' si intende la fine della gestione Lissner , nella quale aveva un ruolo importante anche Gaston Fournier-Facio, e l'arrivo di Pereira, al vertice della Scala ndr.). Di sicuro una valanga di cancellazioni. Nei mesi scorsi molti artisti sono spariti all'ultimo momento. Se l'elenco dei cantanti va da... a... immani sono stati i guai sul fronte dei direttori, provocati da quella che viene chiamata la gerontofilia direttoriale di Pereira, che predilige maestri anziani: gli inviti sono naufragati per acciacchi... o addirittura per decesso...Tra i danzatori era attesa il mese scorso Natalia Osipova, il cui nome è scomparso dalla locandina dell'Histoire de Manon, mentre la compagnia di ballo oggi è senza guida: il direttore Vaziev ha lasciato l'incarico per andare al Bolscioi...Il fatto che la Scala abbia appreso la nomina da un comunicato del teatro moscovita è un segno dei cattivi rapporti tra Vaziev e il sovrintendente, accusato di avere un atteggiamento padronale coi dirigenti dei vari settori, da 'uomo solo' al comando o da cowboy, come viene definito in teatro... Circola voce che Pereira venda la pelle dell'orso prima d'averlo ucciso. E' vero, gli chiediamo, che i cantanti annullano perché non hanno un contratto? 'Tutto è dipeso dalla follia del sistema italiano' risponde.' Mentre già programmavo coi massimi artisti, da bloccare per tempo, non ho potuto firmare impegni fino all'insediamento ufficiale'... C'è tuttavia chi sostiene che sia stato l'assottigliarsi del pubblico ad aver spaventato gli artisti, che prima di volare a Milano controllano in rete la quantità di biglietti venduti".
 "E già molto si è scritto sui vuoti causati dalla programmazione estiva legata all'EXPO, rivelatasi perdente e contestatagli nell'ultima riunione del CdA. ' In realtà nel '15 c'è stato un incremento di spettatori' replica Pereira. 'Sono stati quasi mezzo milione, centomila in più dell'anno scorso, pur se con momenti difficili per errori di previsione sull'affluenza dei visitatori. Per di più alcuni titoli, come il balletto Excelsior, di esito negativo, li ho ereditati dalla gestione precedente (Lissner,Fournier-Facio, ndr.)'.
" Un altro tasto delicato è la sua intesa non più idilliaca con Chailly, in disaccordo con certe sue iniziative 'commerciali'... 'Era un'offerta impossibile da rifiutare, sostiene accorato il sovrintendente ( si parla di 800.000 Euro) e aggiunge che è assoluta l'armonia con Chailly'.
" Una nuova riunione del CdA lo aspetta al varco il prossimo 14 dicembre".
 Una condanna senza appello e su tutta la linea della nuova gestione della Scala, e di Alexander Pereira che ne è il sovrintendente, uscita oggi su Repubblica, a firma di Leonetta Bentivoglio ( moglie di Gaston Fournier-Facio, attuale direttore artistico del  Teatro Regio di Torino e  nell'era Lissner, coordinatore artistico del Teatro alla Scala) è quantomeno inopportuna, sospetta, ed anche ignobile - chiamiamo le cose con il loro nome.
 Nell'era Lissner, quando c'era alla Scala anche suo marito, nel teatro milanese,  dobbiamo pensare  che per la Bentivoglio  tutto filasse liscio, mentre adesso tutto va storto? Lei mai e poi mai avrebbe scritto un articolo di tale durezza, anche ne avesse avuto le ragioni, contro la Scala, sotto Lissner. Quando abbiamo cominciato a leggere, credevamo fosse farina del sacco di Natalia Aspesi, che di Lissner  è rimasta vedova inconsolabile,  mentre Pereria non le va tanto a genio.
Anche a noi alcuni atteggiamenti di Pereira non piacciono, ma da questo a dire che ora tutto va male  ce ne corre. Perchè non  dobbiamo dimenticarlo che Pereira prima di arrivare a Milano, dove comunque è stato ritenuto il candidato alla sovrintendenza più titolato - ma forse la Bentivoglio, attraverso suo marito sa di cose che  tutti gli altri umani, compresi noi,  non sanno -  ha retto con grande onore il Teatro di Zurigo ed è stato a capo del Festival di Salisburgo per un triennio.
Perchè la Bentivoglio non ha scritto nulla contro Lissner, quando è andato a lavorare a Parigi, mentre era ancora sovrintendente a Milano? E  perchè non ha scritto nulla contro la gestione Lissner (nella quale, ribadiamolo, aveva un ruolo anche suo marito) neanche quando, ad esempio, alla Scala, erano bandite, per idiota snobismo, le opere di Puccini; o quando si inaugurava l'anno del centenario Verdi-Wagner con Wagner; e non ha mai scritto  nulla sul Barenboim che alla Scala non faceva mai Verdi che invece dirigeva a Berlino; e non ha scritto nulla di così feroce neanche quando sul podio scaligero sfilavano ragazzini alla prima esperienza di teatro, affossati coralmente e all'unanimità dalla critica?E, infine, neanche quando a Lissner e al sindaco Pisapia gli artisti della Scala scrissero una lettera feroce, in merito alle manchevolezze della tournée in Giappone ( poche prove e altro)? Quella lettera solo noi l'abbiamo pubblicata integralmente su Music@, accompagnandola con  qualche riflessione certamente non fuori luogo.
E mai scritto qualcosa sul compenso esorbitante di Lissner, percepito per dieci lunghi anni senza che nessuno dicesse nulla, compresa la Bentivoglio, e il cui ammontare, che  Lei conosceva  da sempre, si aggirava, tutto compreso, intorno al 1.000.000 di Euro, cifra che nessun' altra istituzione al mondo gli avrebbe potuto mai garantire, compresa l'Opéra dove ora lavora?
 In nessuna occasione, Leonetta Bentivoglio ha mai scritto nulla di simile a ciò che oggi s'è letto su Repubblica, SEMPLICEMENTE VERGOGNOSO, sulla gestione della Scala, sotto Pereira, appena iniziata. Mentre per Lissner ha avuto tutto il tempo, OLTRE DIECI ANNI, senza che le  sia passato mai  per la testa qualcosa di simile.
Una vigliaccata bell'e buona alla vigilia dell'inaugurazione di stagione.

lunedì 31 agosto 2015

Milano, alla stessa maniera con cui Salvini si rivolta contro i migranti, si rivolta contro la musica che la sta invadendo. Arriva il festival MiTo, si salvi chi può.

A Milano non ce la fanno più.' Pace pace', 'silenzio, silenzio' vanno sussurrando cortei improvvisati di cittadini, in uscita dall'Expo che hanno appena visitato e diretti alla Scala, dove però non intendono entrare, e si fermano a manifestare  nel piazzale antistante.
 L'aveva capito anche Pereira, dopo le prime settimane dell'Expo, che Milano e la Scala non potevano trarre il  beneficio sperato dall'Expo e che la programmazione 'intensiva' musicale ed operistica del teatro, era stato un errore madornale (suo o di Lissner?). La sala del Piermarini non era piena come al solito, anche quando suonavano orchestre blasonate, che da tempo non si ascoltavano a Milano, in tale sequenza  fittissima, o si rappresentavano titoli del repertorio operistico amatissimi.  Aver voluto tenere aperto il teatro anche tutto agosto costituiva un dispendio economico e di energie umane inutile e infruttuoso. Meglio sarebbe stato chiudere il teatro d'agosto e mandare tutti - come salutare - in vacanza. Questo in sostanza aveva detto Pereria, e non c'è motivo per non credergli; che motivo avrebbe a chiudere gli occhi su una realtà diversa?
Ora, nel mese di settembre, a questa ondata soffocante di musica -  la musica non soffoca mai, va da sè, ma quando è troppo è troppo !- se ne aggiunge una  seconda, addirittura più invasiva della prima alla quale si aggiunge e sovrappone, una sorta di tsunami sonoro, con la programmazione di MiTo, il festival che intreccia Milano e Torino e intreccia pure Micheli & Colombo a Restagno.
I giornali, a pagamento, si sono sgolati a farci sapere che la programmazione è di quelle che non lasciano scampo: 180 'eventi' - il termine 'concerto' vi è bandito per principio - in un mese circa, con diversi luoghi contemporaneamente coinvolti nella programmazione.
 Che motivo c'era di fare una controprogrammazione - perchè di controprogrammazione si tratta, che fa concorrenza aperta anche alla Scala -  alla musica, già molto presente, causa Expo, a Milano? Non si poteva limitarla al minimo per quest'anno, finanche saltare una edizione di MiTo per far riposare anche le orecchie dei poveri milanesi e dei turisti che visitano Milano in questo periodo più per l'Expo che per la Scala, e non profittano della presenza della Scala, per assistervi ad una rappresentazione?
 MiTo della premiata ditta Micheli & Colombo e C. ha invitato anche  le due più importanti orchestre di San Pietroburgo, rappresentate da due diverse agenzie, la Filarmonica con il suo direttore, Temirkanov, e quella del Marijnski con Gergiev, nell'intento di riprodurre anche fuori la  città d'origine e residenza, l'antagonismo che  le due istituzioni covano ed alimentano a casa.
 E' vero, allora, che in Italia ci sono casi ( e sono tanti) dove i soldi, anche quelli necessari mancano, ed altri in cui  ve ne sono in abbondanza e perciò ci si può permettere il lusso di sprecarli impegnandoli in operazioni inutili. Che è come gettarli dalla finestra o nel cestino delle cartacce, se a Milano c'è la differenziata.

lunedì 17 agosto 2015

Pereira spinge Muti, ma Muti mette il freno sul suo possibile ritorno alla Scala, dove stanno per arrivare nuovi sponsor

Dopo la trasferta a Ravenna dell'attuale sovrintendente-direttore artistico della Scala, Alexander Pereira - con un ramoscello d'ulivo da consegnare brevi manu a Riccardo Muti, nella prospettiva di un suo ritorno alla Scala -  il sovrintendente incalza nuovamente il direttore nei giorni dei suoi trionfi salisburghesi con i Wiener e la solista Mutter, recapitandogli una lettera di invito a tornare, firmata da una novantina di orchestrali della Scala. Non tutti, perciò. E Muti ripete quel che ha detto a Pereira a Ravenna: non ho ancora preso una decisione. Così ribadendo, avrebbe lasciato una porta aperta, secondo alcuni osservatori, detto invece un diplomatico 'si vedrà', che significa no, secondo altri.
 Ora, inutile insistere, se  i tempi saranno maturi, quando sarà, Muti tornerà alla Scala. Altrimenti, sebbene possa apparire abbastanza strano che nel suo paese il più noto direttore vivente non diriga l'orchestra della più importante istituzione, non cascherà il mondo per questo; e la vita musicale continuerà con alti e bassi ma continuerà, perchè Beethoven o Verdi sopravviveranno alla Scala ed a Muti, anche senza che fra loro si sopisca la vecchia ruggine che portò la prima a divorziare dal secondo, e viceversa.
Ad una disattenta giornalista, che ha affrontato la questione, è sfuggita la idiozia più idiota. e cioè che  per far tornare Muti alla Scala occorre decidersi il prima possibile, insomma bisogna costringerlo a tornare, perchè con il carnet fittissimo di impegni  del direttore - che sono, a suo dire, quello con la Chicago Symphony, e l'Aida a Salisburgo nel 2017 - sarebbe difficile poi trovare un periodo libero. Siamo a metà 2015!
 Muti però ha ragione quando a proposito della Scala segnala l'anomalia della presenza dei giovani musicisti venezuelani della Bolivar con Dudamel, a Milano, per un intero mese - chi ha voluto questa lunga trasferta, Lissner o Pereira?- quando invitare un'orchestra giovanile italiana, proprio in occasione dell'EXPO sarebbe parso più opportuno. Ancor più adesso anche Pereira ammette che i biglietti per tutti i concerti e per l'opera con l'Orchestra 'Bolivar' non sono stati tutti venduti ed anzi sono lungi dall'esserlo.  Perchè in questa estate scaligera sono lontani dall'orizzonte i 'tutto esaurito' che si attendevano con l'EXPO, al punto da  tenere il teatro aperto anche per tutta l'estate, oltre che per i sei mesi di EXPO. Pereira ammette che  a Milano in queste settimane la sera si preferisce frequentare i ristoranti dell'EXPO, piuttosto che il teatro  che negli altri periodi dell'anno, anche senza EXPO, si vede quasi sempre gremito. Un errore perciò, secondo Pereira, tenere aperto il teatro anche in agosto; se lo si chiudeva non  si faceva un soldo di danno, anzi  si potevano dare le ferie a tutto il personale, orchestra compresa.
 L'unica buona notizia arriva dal fronte degli sponsor. E la dà, orgoglioso e soddisfatto, lo stesso Pereira che  si è sempre fatto vanto di avere il fiuto per i soldi e di saperli trovare, per le sue imprese, là dove ci sono. Ha già trovato  qualcosa come 7 milioni  di sponsorizzazioni e starebbe per arrivare alla Scala un altro socio fondatore che porterebbe 6 milioni di Euro in dote. Si dice Rolex, ma il contratto non è stato ancora firmato. E dunque non  si canti ancora l'inno della vittoria.

mercoledì 22 luglio 2015

Da Ravenna partono 'le vie dell'amicizia', la 'Via dell'ISIS' e la via che riporterà a Milano Riccardo Muti.

Il concerto che annualmente, partitosi dal Festival ravennate di Cristina Muti, ha fatto sbarcare Riccardo Muti con compagini orchestrali di varia estrazione, in varie regioni del mondo a significare che la musica può recare messaggi di pace o quantomeno di amicizia, si è accavallata quest'anno con le ultime notizie riguardanti i nuovi adepti stranieri del califfato dell'ISIS, dei quali più di uno passerebbero o partirebbero da  Ravenna, dove forte è la presenza musulmana, anche deviata evidentemente; e dove esiste anche la tomba del sommo poeta, al quale il musulmanesimo, compreso quello non radicale, rimprovera la mancanza di rispetto verso il profeta, nella Commedia.
 Ora da Ravenna sembra possa ripartire  anche il cammino che riporterà Riccardo Muti alla Scala, da dove è uscito sbattendo la porta, accompagnato da qualche dissenso non proprio celato  e silenzioso degli orchestrali.
 Si ripete con Pereira la stessa operazione che Lissner tentò con Abbado. Il nuovo sovrintendente del teatro milanese, nei giorni scorsi è andato a Ravenna ad ascoltare il 'Falstaff' diretto da Muti, e alla fine è andato a salutare il direttore e sicuramente anche a chiedergli di tornare a Milano. Ed il direttore, da quel che si sa, è stato possibilista.
 La prima volta, per rompere il ghiaccio, potrebbe farlo con la sua orchestra giovanile 'Cherubini', prima di entrare nella fossa dei leoni dei suoi orchestrali di un tempo, che certamente qualche zampata, non indolore, gliela darebbero.
 E, del resto, a noi che questo mondo variopinto lo osserviamo attentamente ma disinteressatamente, sembra davvero anacronistico che un direttore come Muti in Italia diriga solo la 'sua' orchestra e nessun'altra , neanche quelle dei teatri più importanti, Roma compresa dove si ostinano a chiamarlo, 'direttore  onorario a vita', che suona quasi una barzelletta.
 E forse Pereira ci riuscirà a riportarlo a Milano, sempre che anche Muti, come il suo 'fratello' gemello Abbado, non chieda di piantare nel centro di Milano diecimila alberi, che Pisapia non potrebbe concedere perchè gli mancherebbero spazio e soldi.
 

lunedì 6 luglio 2015

Scala di Milano. Pereira avvisato...

Un teatro non va giudicato dalle defezioni, perchè ci sono ragioni per le quali non si può pretendere dagli artisti scritturati, fedeltà assoluta. Un teatro si giudica dalla capacità che ha di supplire alle defezioni con sostituzioni degne dei fuggiaschi - così aveva risposto Pereira, già alcune settimana fa quando qualcuno gli aveva fatto notare che le defezioni  scaligere, in questa stagione, per una ragione o per un altra, cominciavano ad essere troppe ed anche troppo frequenti.
(Diversamente da ciò che  fino alla scorsa stagione è accaduto a Santa Cecilia, quando  la defezione o fuga all'ultimo momento di un qualunque direttore, specie se di nome, veniva rimpiazzata con Rizzari, assistente di Pappano, bravo ma che ,soprattutto, faceva risparmiare all'Accademia un sacco di soldi).
Fino a quelle, una dietro l'altra dell'Otello rossiniano in scena questi giorni.  Ma forse la storia di questo Otello è troppo lunga per essere raccontata tutta, e certamente comincia da Lissner,  che su suggerimento di Barenboim chiama  Jurgen Flimm, ex di Salisburgo, ora nella Berlino di Barenboim, per un Otello. Non di Rossini ma di Verdi. Come poi si sia passato da Verdi a Rossini, passando anche attraverso una schiera di altri collaboratori è lungo e tortuoso raccontarlo. Anche sul podio sono passati  più di un direttore, dopo il forfait di Gardiner e la rinuncia di Mariotti a prendere il suo posto, giacchè l'aveva diretta nella Pesaro sua, di suo padre e di suo fratello e sua sorella, dove aveva conosciuto la Peretyatko che poi sarebbe diventata sua moglie e che canta in questo Otello alla Scala... insomma dopo tutto questo via vai e fughe, Pereira chiama un direttore, cinese, che l'aveva diretta con critiche lusinghiere a Zurigo ( prima, durante o dopo l'era Pereira?) ma che non va giù al pubblico, che comunque affolla il teatro, e soprattutto non va giù a Natalia Aspesi, il celebre critico musicale che pende ancora per Lissner e non ne vuole sapere di Pereira.
La quale Aspesi  manda a dire a Pereira che deve finirla con queste defezioni: Capito Pereira? Non faccia arrabbiare la Aspesi.

sabato 16 maggio 2015

CO2 di Giorgio Battistelli, alla Scala di Milano. Prima assoluta. Dopo l'ascolto, senza visione, del nuovo film-documentario con robusta colonna sonora.

Il titolo di un celebre ironico lavoro operistico del passato: 'Prima la musica poi le parole' - del genere, sempreverde, 'teatro nel teatro' - può sinteticamente raccontare le vicende alle quali è andato soggetto il nuovo lavoro di teatro musicale di Giorgio Battistelli, CO2, andato in scena ieri sera alla Scala di Milano, in prima assoluta e salutato, da quel che assicurano le prime agenzie, da dieci minuti di applausi, e che noi abbiamo ascoltato alla radio ( diretta su Radio 3) per  una metà circa.
  La commissione a Battistelli gliela rivolse Lissner nel 2007, dunque quasi otto anni fa. Battistelli che si mise subito al lavoro, ha raccontato come sono poi andate le cose, spiegando le ragioni del grande ritardo con cui l'opera è approdata in palcoscenico.
  Battistelli era interessato, all'epoca anche lui, alle sorti disastrate della terra - come vanno dicendo gli scienziati e come aveva già scritto allora Al Gore, nel suo libro 'Una scomoda verità'. L'argomento lo appassionava al punto che si spinse ad indicare  proprio in tale  tragica sorte il soggetto dell'opera.
Comincia a lavorare - è sempre Battistelli che lo racconta - assieme al librettista McClatchy ed al regista Friedkind - quello dell'Esorcista per intenderci - ma poi tale sodalizio si rompe: " quando il mio lavoro di composizione era già molto avanzato ci sono stati attriti tra regista e librettista ed è saltato tutto".
 Cambio di squadra ma non di soggetto,  mentre il compositore continua a lavorare; subentra Robert Lepage, " con cui abbiamo lavorato per due anni con anche simulazioni di quella che sarebbe stata l'opera".  Ed intanto il compositore proseguiva il suo lavoro. Dopo due anni anche questo secondo sodalizio si rompe, per gli eccessivi costi della regia e messinscena di  Robert Lepage. Ma perchè quello di Carsem risulta poi così economico?
 Ancora un cambio di squadra. Battistelli che ormai doveva quasi aver terminato il suo lavoro o comunque essere a buon punto, incontra la nuova squadra che sarà poi quella definitiva: Robert Carsen, regista, e Ian Burton librettista, con il quale aveva già lavorato per il suo 'Riccardo III'.
Per le ragioni  espresse dallo stesso musicista, quel 'prima la musica poi le parole' che intendeva irridere e prendere di mira un modo di comporre libretto e musica illogico, per il fatto di essere antimusicale ed anti drammaturgico, ci è sembrato efficace ad esprimere la vicenda compositiva di CO2.
Ma Battistelli  ha già risposto ad una simile obiezione: " la musica è nata in modo insolito, per 'visioni', con di 'commento' o di 'allusione ' al testo che  è arrivato, al contrario di quanto si possa immaginare, buon ultimo sulla scrivania del compositore. Ma allora il compositore deve avere un'idea molto personale sull'opera al tempo del pianeta in via d'estinzione? "Sono stato da sempre un anti-antiopera - ha dichiarato - e un apostolo delle forme musicali e non della ricerca di suoni e tecniche in sè". E lo stile impiegato?
" Se non nuoce alle identità e non è banale eclettismo, anche in musica la globalizzazione è ricchezza"; in natura no, se si pensa ai guai del pianeta, tema centrale di CO2.
 E così fra mille travagli ed anche non poche contraddizioni Battistelli, Burton e Carsen hanno generato CO2.
Per la quale, anche se non ai livelli pretesi da Robert Lepage, La Scala deve aver speso abbastanza per la ricchezza strumentale, il cast numerosissimo, il coro aggiunto di voci bianche e le proiezioni e le mille altre diavolerie tecniche, delle quali la nostra 'visione' radiofonica non ha potuto beneficiare, e dalle quali, crediamo, il pubblico essere rimasto abbagliato, più che per l'argomento assai poco incline ad abitare un palcoscenico,  o per lo stile di canto adatto a qualunque soggetto e qualunque testo - buono per tutto e perciò per nulla.
 Il libretto vorrebbe essere una sorta di Bibbia, riscritta al tempo del protocollo di Kyoto, giacchè dopo l'inutile pesante proclama di apertura dello scienziato 'pazzo' Adamson (figlio di Adamo), si parte dalla creazione del mondo (e qui le citazioni letterali della celebre e certamente più efficace 'Creazione di Haydn' sono evidenti, con quell'esplosione dal 'caos alla creazione') dell'uomo e della donna,  con divagazione sul bel serpente tentatore, per arrivare alla denuncia  dei tradimenti con cui l'uomo ha compensato l'accogliente e ricco pianeta che gli è stato  affidato come dimora, fino alla minacciata 'apocalisse' finale con gli arcangeli d'ordinanza.
 Anche l'argomento, oggi giustamente 'à la page' - non Lepage - del cibo a km.zero, per  una strizzatina d'cchio, ben accetta, ai temi dell'EXPO - Battistelli in ciò è  abilissimo! - ci fa sorbire un lungo elenco di prodotti importati da paesi lontanissimi,  simile al catalogo di un qualunque importatore  di frutta e verdura ecc...
La curiosità di aggiungere un nuovo tassello alla conoscenza dell'opera di Battistelli, e solo quella, ci ha fatti resistere  per una quarantina di minuti circa all'ascolto radiofonico dell'opera.
 Di Battistelli abbiamo ascoltato e soprattutto visto, fino ad oggi, molti lavori, quasi sempre costruiti abilmente sulla trama ed anche sulle immagini - di film celebri, da 'Miracolo a Milano' e 'Prova d'orchestra',  al 'Medico dei pazzi' che non abbiamo ancora visto, ma che è programmato, per l'esordio italiano, nella prossima stagione alla Fenice di Venezia; ed anche questo - per non sbagliarsi - da Scarpetta autore della commedia a Totò, protagonista del film omonimo.
 C'è forse una differenza non da poco, in ordine alle possibili riprese di CO2 in altre parti del mondo e da altri teatri, come l'uso di varie lingue anche antiche, ma con prevalenza dell'inglese, lascerebbe sperare,  almeno nelle intenzioni del compositore.
 Le altre sue precedenti opere sono quasi sempre del genere che si direbbe 'da camera' , almeno in relazione al palcoscenico, mentre CO2 fa leva,  per una sua positiva accoglienza, su una massa di interpreti e molto altro ancora, come abbiamo sopra accennato.  Ed è proprio ciò che lo lo rende quasi irricevibile ed inappetibile da altri teatri, salvo che non venga finanziato da qualche azienda, di quelle che avendo la colpa della deleteria produzione di CO2, pensano di mettersi in pace la coscienza finanziando la messinscena dell'atto di accusa di Battistelli.( E' già accaduto alla prima scaligera, quando per sopperire ai costi dell'opera di Battistelli  dove giganteggia l'anidride carbonica, è intervenuta la Ferrarelle che di anidride carbonica - CO2 - fa   largo uso, per produrre acqua frizzante).
Al termine dell'ascolto, sebbene parziale, di CO2, restiamo ancor più convinti che il meglio di sè - e  può bastare una sola opera per accreditare un compositore - Battistelli l'ha dato con Experimentum mundi', opera d'esordio, nella quale le sue intenzioni si sono meravigliosamente sposate con la realizzazione, e dove l'ingegno è andato a braccetto con l'espressione e che - udite udite- sarebbe stato  bello rappresentare alla Scala, in occasione dell'EXPO.
Perchè il soggetto di quel suo singolare lavoro che ha già fatto il giro del mondo, letteralmente, messo in scena dagli artigiani del suo borgo natio, Albano laziale - del quale fra breve Battistelli si candiderà a sindaco, perchè è giunto il momento che l'artista si sporchi le mani, lottando per un mondo migliore ed una migliore destinazione del pianeta, come ha dichiarato per fini elettorali - prefigurava, sulla scorta della famosa 'enciclopedia'  francese, la costruzione di un mondo, musica compresa, migliore. Anche attraverso la 'ricerca di suoni e di tecniche in sè' alle quali Battistelli giovane  credeva ed era interessato, ed ora non più.
P.S. Chi volesse documentarsi su un possibile diverso trattamento artistico dello steso tema - l'ecosistema - cerchi il famoso film documentario del 1992, senza dialoghi e di sole immagini - finanziato interamente dal gioielliere Bulgari, e realizzato dal celebre regista Godfrey Reggio, con la efficacissima, seppure minimale, musica di Philip Glass.   

martedì 12 maggio 2015

I Berliner Philharmoniker scelgono di non scegliere. Thielemann il superfavorito

Sicuramente la pietra dello scandalo gettata nello stagno delle celebre chiesa ' di Gesù Cristo' berlinese dove ieri si sono riuniti i Berliner per procedere all'elezione del loro prossimo direttore, a partire dal 2018, per il dopo Rattle, è stata Christian Thielemann. Candidato ideale , nel solco della tradizione (e del resto anche alla Scala dopo l'era 'avanguardistica' di Lissner-Barenboim si è pensato giusto ed anche utile ritornare alla grande tradizione scaligera, repertorio compreso con Pereira e Chailly. Dice nulla il fatto che Abbado, sì a cominciar da lui, non abbia in vita sua mai diretto Puccini, e che il nostro operista anche nell'era Lissner-Barenboim sia rimasto fuori della porta, in attesa), con un repertorio che va da Haydn, ma forse c'è anche Bach prima, a Strauss - che altro si vuole - con l'unico difetto di essere un po' 'tradizionalista', 'conservatore'- così lo definiscono - qualcuno dice 'reazionario' e con simpatie 'destrorse', addirittura 'razzista'; per tacere su sue recenti dichiarazioni di carattere xenofobo, che certo qualche imbarazzo anche fuori dell'ambiente musicale l'hanno creato.
 A metà pomeriggio era stata diffusa ad arte la notizia poi smentita, che il prescelto aveva un nome: Andris Nelsons, stabile a Boston, 36 anni, grandissimo talento, attraverso un tweet di Lang Lang, il pianista alla moda.
 Da fonti sicure ma riservate noi sappiamo, invece, che il cuore dei Berliner, nonostante gli innesti degli anni recenti di musicisti di vari continenti, a gruppi ognuno con il proprio candidato, batteva per Thielemann, mentre la ragione aveva qualche perplessità. Nel senso che avere al proprio comando una personalità con la lingua troppo lunga e su argomenti che vanno a toccare nervi storici ancora  scoperti, potrebbe creare qualche problema, salvo che per il futuro non si decida a star zitto, e magari anche a cambiare idea. Non si dice che la musica apre le menti e che affratella i popoli e che inclina al bene? Se anche uno solo di questi propositi Thielemann seguisse, forse quando i  Berliner si riuniranno nuovamente - si dice entro l'anno - la scelta cadrà su di lui, senza più tentennamenti ed ulteriori rimandi. E forse a Thielemann con l'elezione rimandata chiedono proprio questo impegno i mitici Berliner Philharmoniker. Salvo che egli non intenda, viste queste obiezioni, restare a Dresda.