Quello approvato ieri da Palazzo Chigi è il sesto decreto Sicurezza da quando il governo si è insediato quattro anni fa. In risposta agli scontri e alle proteste che hanno attraversato tutta Italia, l'esecutivo ha deciso di reagire con un'altra infornata di misure per punire contro il dissenso, tra cui un nuovo reato. Chi partecipa, con un gruppo di almeno 5 persone, a una manifestazione violenta rischia fino a 5 anni di carcere e 20mila euro di multa. Una novità che nelle intenzioni di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e di tutta la compagine governativa, servirà a porre un argine al degenerare delle manifestazioni contro il caro vita.
Dopo gli scontri a Milano e i disordini che si sono verificati in altre città italiane, il centrodestra si è buttato a capofitto nel tentativo di capitalizzare l'attenzione mediatica sugli episodi di violenza, pretendendo una chiara condanna pubblica da parte delle opposizioni.
"Quando si condanna la violenza non ci vuole nessun ‘però'. Si condanna la violenza e basta", dice il presidente del Senato Ignazio La Russa. Lo stesso La Russa che nel 1973 guidò il corteo degenerato nell'omicidio del poliziotto Antonio Marino e poi passato alla storia come Giovedì Nero.
Il 12 aprile 1973 un gruppo di neofascisti, capitanato da esponenti del Movimento Sociale Italiano e del Fronte della Gioventù, si radunarono a Milano, nonostante il divieto imposto dalla questura per motivi di ordine pubblico. Le immagini di quella giornata mostrano in testa al corteo, tra gli altri, proprio La Russa, che all'epoca era il leader del Fronte della Gioventù.
Durante la marcia vi furono diversi episodi di violenza e vandalismo, tra cui il lancio di una granata, da parte del neofascista Vittorio Loi, che ferì e uccise il poliziotto ventiduenne Antonio Marino. In quell'occasione circa 150 manifestanti furono arrestati. Di questi 80 vennero subito rilasciati, mentre gli altri furono sottoposti a ulteriori indagini. Alla fine, oltre a Loi, condannato a 19 anni di carcere, anche il militante Maurizio Murelli fu riconosciuto colpevole per l'omicidio e punito con 18 anni di reclusione.
A livello giudiziario – lo precisiamo – La Russa non fu coinvolto nei fatti e nessun capo d'imputazione venne formulato nei suoi confronti. È innegabile però, che il Giovedì Nero fu una mobilitazione travolta dalle violenze, dello stesso tipo di quelle che oggi il presidente del Senato si affretta a condannare.
Un doppio standard che si rivede anche nella reazione della presidente del Consiglio. Oggi Meloni chiede "chiarezza anche a tutte le forze politiche". "Le violenze vanno condannate senza ambiguità, senza giustificazioni, senza distinguere in base a chi le commette", dice.
La risposta della premier ai fatti di Milano si è concentrata soprattutto sulle devastazioni, sulle vetrine spaccate e sui negozi saccheggiati. Una reazione diversa da quella che ebbe nel 2020, quando la leader di Fratelli d'Italia, che allora sedeva tra i banchi dell'opposizione alla Camera, commentò così gli episodi di violenza durante le proteste legate all'emergenza Covid: "Penso che questa gente che si infila nelle manifestazioni di persone che stanno chiedendo aiuto perché sono disperate alla fine siano perfettamente funzionali al regime. Fanno l'interesse di quel governo che fanno finta di contestare. È una cosa che abbiamo imparato dai tempi della strategia della tensione. Sono distanti da me anni luce. Però non penso neanche che noi possiamo far finta di non vedere, approfittando di questi quattro imbecilli, che c'è un dissenso e una paura diffusa in milioni di persone". In quel momento per Meloni, le ragioni del malcontento erano più importanti degli scontri.
La premier non è l'unica ad aver cambiato atteggiamento nei confronti del dissenso. "Chi sbaglia paga. Perché chi devasta una vetrina o aggredisce una commessa non è un rivoluzionario: È UN COGLIONE", dice oggi Salvini festeggiando l'ok del Cdm del decreto Sicurezza. Peccato che il vicepremier, che oggi è tra quelli che riservano le più dure parole nei confronti degli autori dei disordini, nel 1999 venne denunciato e condannato a 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale. Il giovane politico al tempo 26enne lanciò delle uova contro l'allora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema.
Anni dopo dirà di essersi pentito delle cose fatte in passato, ma pure in tal caso i toni saranno decisamente più clementi di quelli che il leader della Lega ha scelto di riservare ai ragazzi e alle ragazze scese in piazza in questi giorni per reclamare il diritto al futuro.
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