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giovedì 1 giugno 2017

Il Festival MiTo non è TRASPARENTE come l'acqua della Natura che celebra

E' stato reso noto il calendario dell' edizione 2017 del festival che unisce le due grandi città del nord: Milano e Torino, dove già esisteva 'Settembre Musica', che poi è confluito in MiTo.
 Dopo un decennio di reggenza da parte del trio Micheli-Colombo-Restagno, il festival è ora passato al prestigiatore di Nicola Campogrande, compositore, divulgatore ed ora anche operatore culturale, in parola povere direttore artistico del più affollato festival italiano che in meno di una  ventina di giorni, nella prima metà di settembre, propone a Milano e Torino quasi 150 concerti - così' è scritto - alcuni dei quali, anzi parecchi ad ingresso gratuito.

E così l'unico periodo in cui le due grandi metropoli facevano godere ai suoi cittadini un pizzico di 'silenzio' - perchè in tutti gli altri mesi le due città sono strapiene di musica, avendo ognuna sia una fondazione lirica che un'orchestra sinfonica  e diverse associazioni concertistiche che magari si fanno concorrenza fra loro e che rendono la scelta talvolta difficile - nell'unico mese, dicevamo, in cui anche l'orecchio poteva riposarsi un  pò, tiè un festivalone. Durante l'Expo accadde che l'offerta musicale, proprio a Milano, fu enormemente superiore alla domanda.

Naturalmente non siamo contrari ad un festival estivo, settembrino in questo caso. E non lo siamo mai stati, visto che abbiamo spesso rimproverato alla città di Roma di lasciare senza musica, durante l'estate, i tanti turisti che affollano la capitale (questo accadeva soprattutto quando Caracalla era stata sospesa e Santa Cecilia di riposava, mentre un tempo faceva la sua stagione a Massenzio. Oggi Santa Cecilia si riposa e va in tournée, Caracalla è riaperta, ma  per buona parte di agosto e forse anche settembre, si lascia mano libera a concertini e rassegnette di dubbia qualità, nonostante  siano ospitati in luoghi  meravigliosi; quest'anno poi, cancellata ormai definitivamente la cosiddetta 'Estate romana', c'è anche il musical al Palatino: Divo Nerone).

Comunque adesso il festival c'è e milanesi e torinesi ne approfittino. Perchè avranno l'opportunità di ascoltare fra concertoni e concertini musiche che  non si ascoltano facilmente, entrate nel cartellone di questa edizione  per esigenza tematica: Campogrande ha scelto come tema, o filo conduttore, la natura, ispiratrice di musica.

 Ci sono nel programma di Campogrande anche idee nuove, come la giornata dei cori, anche se ristretta all'area milanese lombarda, mentre sarebbe stato ancor più bello ed utile,  alleandosi con la Feniarco, far affluire a Milano qualche centinaio fra le migliaia di cori italiani.

Salta all'occhio, scorrendo il programma - ma saltava all'occhio anche in passato -  che fra le orchestre,  non compare l' Orchestra Verdi, accanto a quella della Scala, del Regio della Rai ed anche della Filarmonica di Torino, oltre a Santa Cecilia che arriverà a Milano diretta dal suo nuovo direttore principale Mikko Frank. Accadeva anche durante la lunga gestione del trio Micheli-Colombo-Restagno, nonostante avesse rubato all'organizzazione della Verdi qualche pezzo importante.
E sorprende ancora di più se si pensa che durante l'EXPO la Verdi ha fatto eseguire di Campogrande un pot pourri sugli inni nazionali, appositamente scritto

Ma un particolare ci ha sorpresi visitando il sito del festival. Proprio nell'edizione che si ispira alla natura, e con essa anche alla 'trasparenza' dell'acqua, manca  nel sito la pagina 'AMMINISTRAZIONE TRASPARENTE'. Che fine ha fatto? Forse che l'acqua si è intorbidita, nel frattempo?


domenica 22 gennaio 2017

La cultura sui giornali di oggi, domenica 22 gennaio: scalfari, cox, bocelli, campogrande, kusej, lotoro, abbado roberto

Cominciamo dall'Espresso, dal quale apprendiamo che Scalfari sta scrivendo un romanzo, e per comunicarcelo con garbo va a ripescare un autore del Settecento, Sterne, del quale ci rivela molte elementi della scrittura. Si augura di riuscire a finirlo.

Anche Nicola Campogrande, su La Lettura  del Corriere, deve rivelarci un segreto, ma lo condisce con l'esame dei suoni captati, attraverso le onde magnetiche,  dai tanti pianeti dell'universo. E il segreto, mentre va a caccia di farfalle in città? Sta scrivendo un'opera.

Mentre c'è chi i suoni li esamina,  ma quelli che ci sono e sono ben chiari, e cerca di capire che evoluzioni seguono nello spazio, al chiuso o all'aperto. E' lo studioso americano Cox. Il quale (  Robinson,La Repubblica) dà alcune dritte sulle sale a concerto, la cui form determina anche il riverbero e la migliore propagazione del suono. In cima alla classifica c'è quella di Boston, a seguire la Philharmonie di Berlino e quella di Amburgo, appena inaugurata, sullo stesso modello. Ma le migliori sono quelle che hanno una forma a 'scatola di scarpe', cioè rettangolari, come, ad esempio la Sala dorata del Musikverein e, noi vorremmo aggiungere,  anche quella del Lingotto di Torino alla lista, perchè a forma di 'scatola di scarpe' progettata da Renzo Piano, ma non possiamo e vi diciamo perchè.
Di grazie, ing. Cox ci dica quali sono le migliori sale da concerto italiane? Ve ne è almeno una da inserire fra le prime dieci nel mondo? L'ing. Cox, dopo questo nostra domanda, sta ancora pensando alla risposta.

 Se non ci sarà motivo per parlare dell'opera che si parli almeno della regia, modello ISIS. E' quello che ha pensato Sani, sovrintendente del Comunale di Bologna, teatro con il bilancio fra i più disastrati, quando ha scritturato il regista Kusej per il Ratto dal serraglio mozartiano, già presentato al festival di Aix, in versione protetta dalle millanterie ideologiche e di ambientazione del regista. A Bologna non vige nessuna censura, e perciò  carabinieri e polizia schierati all'ingresso e nel foyer per controllare borse e decolté delle signore, nel caso in cui avessero nascosto qualche oggetto di contestazione - ma non pensavano ai fischietti in Questura. E così ha dovuto cambiare anche l'epilogo dell'opera mozartiana segnato dalla magnanimità del Pascià. Tutta va bene ciò che produce chiacchiera.

 Sta per uscire un film, titolo 'Maestro', che racconta le gesta di un musicista pugliese, Francesco Lotoro, pianista, che ha dedicato l'intera sua esistenza alla ricerca ed allo studio della musica cosiddetta 'concentrazionaria', cioè la musica scritta ed eseguita nei varo campi di concentramento. Lotoro ne ha fatto la missione della sua vita, ed il film gli rende  onore.

Per un film che esce un altro se ne sta girando dedicato ad un musicista, al cantante più noto del pianeta, ed anche al più amato, Andrea Bocelli. I regista non si nasconde i pericoli di questo genere di film che hanno per  protagonista  un personaggio ancora vivo. Il regista non se li nasconde, anzi vuole sfruttarli, sperando che il film abbia nel mondo intero - dove Bocelli è conosciutissismo - lo stesso successo che ha la sua voce e le sue canzoni. E  ci sarà anche un capitolo 'melodramma', nel quale prendere nota delle varie contestazioni-  si chiede Valerio Cappelli ( Corriere ). NO questo non ci sarà, anche perchè si tratta di un capitolo aperto e chiuso subito dopo. Bocelli non regge un melodramma o un'opera intera. Una registrazione del Requiem di Verdi,  nel Duomo di Parma, alcuni anni fa, ci hanno convinti di questo. Potrà continuare a cantare anche singole arie del melodramma - un pò come  fa anche Cecilia Bartoli, preferendo  cantare fior da fiore dell'immenso patrimonio  che  si confa alla sua voce di oggi, piuttosto che intere opere, nel qual caso cambia il diapason o fa altro - ma ripetere l'esperimento passato di Bohème sarebbe per lui molto pericoloso. Continui a fare perciò quello che fa ora, nessuno potrà impedirglielo, ma cantare il melodramma no, da lui stesso viene l'impedimento.

Abbado direttore artistico del Festival Verdi di Parma, per le edizioni dal 2018 al 2020.  La notizia la da Repubblcia, ma  precisazione necessita. Non si tratta di Daniele Abbado, regista, nè di Alessandra, manager, i due figli del maestro. Bensì del nipote del grande direttore, direttore anch'egli, di nome Roberto che si è creato una sua bella carriera, ed oggi oltre che dirigere dappertutto, è stabile anche a Valencia.

Noi a Roberto Abbado siamo legati da stima ed amicizia. Stima ed amicizia che ci spinsero ad invitarlo a Città di Castello per dirigere la Verdi nel concerto sinfonico conclusivo del festival che nel 2004 ci ebbe direttore artistico. Dopo di allora mai per Città di Castello sono transitati direttori dello suo steso rango e notorietà. E stima ed amicizia che ci spinsero a sostenere la sua candidatura per il Concerto di Capodanno dalla Fenice, negli anni in cui avevamo, per conto della Rai, la 'consulenza artistica' del Concerto, consulenza che consisteva principalmente nella cura del programma del concerto, ma che si estendeva anche alla scelta dei direttori.

martedì 13 settembre 2016

Michael Gohl, il direttore 'specializzato nel dirigere il pubblico', secondo l'ANSA. Che bestialità è questa?

" Oltre 25.000 persone hanno unito in coro Milano e Torino: piazza Duomo e piazza San Carlo hanno accolto sabato e domenica sera i cantori non professionisti che hanno intonato insieme brani celebri diretti da Michael Gohl, maestro svizzero specializzato nel dirigere il pubblico. Benissimo anche i concerti pomeridiani diffusi in 11 luoghi diversi, con 6.600 spettatori (3.600 a Torino e 3.000 a Milano). "Venticinquemila persone che, tra Milano e Torino, si ritrovano in piazza per cantare, con delle partiture in mano e un direttore a guidare dal palco, ci dicono che, a dispetto degli scettici, ci sono voglia e piacere di incontrare e praticare la musica classica, che c'è desiderio di usare la cultura per stare insieme", afferma Nicola Campogrande, direttore artistico di Mito SettembreMusica. Esauriti i fascicoli con le partiture distribuite gratuitamente ai partecipanti (e non abbandonati alla fine delle esibizioni): fra i brani più coinvolgenti Va' pensiero dal Nabucco di Giuseppe Verdi".

Così  batteva l'Ansa a proposito dell'immenso coro che si è riunito, per iniziativa di MiTo, sia a Torino che a Milano, nella giornata riservata ai cantori 'dilettanti'  - cosiddetti. Evidentemente il giornalista dell'Ansa, al quale forse è stato inviato dagli organizzatori soddisfattissimi, un comunicato, non sapeva che anche in Italia il fenomeno dei cantori 'dilettanti - cosiddetti' - senza raggiungere le cifre impressionanti del 'Sistema' venezuelano, è molto diffuso, in maniera capillare soprattutto nelle regioni del nord e centro Italia, coinvolgendo quasi 300.000 persone di ogni età e ceto sociale, come sa anche la neopresidente del festival Anna Gastel. 
E, comunque, bene ha fatto MiTo ed il suo nuovo direttore Campogrande a puntare i riflettori su tale fenomeno: ma che, anche lui ne era all'oscuro? 
Sarebbe opportuno che ogni anno ci fosse  un appuntamento  dedicato ai musicisti 'dilettanti'- che vuol dire soltanto: 'non professionisti'- che per il ramo 'canto' sono riuniti e coordinati dalla FENIARCO, e per gli strumenti a fiato ( bande) dalla ANBIMA. 
 Solo che, nel prossimo comunicato, ripreso pari pari dall'ANSA, si eviti  la bestialità scritta sul direttore  Gohl, e cioè che la sua specializzazione è quella di 'DIRIGERE IL PUBBLICO'.

domenica 28 agosto 2016

Il Festival MiTo cambia timonieri. Ma anche rotta?

Fra qualche giorno il festival che da una decina d'anni unisce idealmente Torino e Milano - nato  dalle ceneri di Settembre Musica e gestito da Micheli/ Restagno/Colombo ( curiosamente il Corriere di oggi, nella presentazione, a pagamento, dimentica di fare il nome di Restagno, artefice della programmazione, mentre  la coppia Michel/Colombo provvedevano alla 'questua') si presenta più nuovo di prima, con il vertice  cambiato ( Gastel, Campogrande) ed affidato per l'organizzazione non ad una nuova fondazione - come si era pensato al momento del cambio per mettere in sicurezza il festival - ma a due organismi delle rispettive città ( I Pomeriggi musicali per Milano, La Fondazione per la musica e... a Torino, guidata fino all'arrivo dell'Appendino dalla signora Vergnano; ed ora? ).
 Nuovo vertice, nuove intenzioni, nuove finalità ma meno soldi - che è stata secondo noi, assieme alla prospettiva di cambi al vertice delle due municipalità, la ragione vera del cambio della guardia, altro che  ritorno agli studi, nel caso di Restagno, in compenso,  più idee, ed ogni concerto a tema, secondo le dichiarazioni preliminari.
Se è per questo, tolte certe trasmissioni televisive che sarebbero da premiare per manifesta idiozia, a causa dei titoli giornalieri, la stessa idea - quella cioè di studiare un titolo per ogni concerto, un titolo che colpisca più del programma stesso e dei suoi interpreti - si vede spesso far capolino nei programmi di alcune istituzioni che si curano assai meno della qualità sia delle proposte che delle esecuzioni.
Senza voler mischiare fanti a santi, se si scorre la programmazione della Istituzioni sinfonica abruzzese, che da poco ha una nuova direzione artistica, si vedrà come tolti i titoli sempre curatissimi ed estratti dal cilindro magico dalla direzione, l'orchestra viene regolarmente affidata ad una schiera di giovani ( non abbiamo nulla contro i giovani, ma per un'orchestra che è rimasta 'giovane', nonostante vanti decenni di esistenza, si fa presto a farla precipitare in basso,  ancora più in baso, molto in basso, lasciando brillare in alto solo quei titoli!).
 Non è il caso di Mito, dove  a Campogrande, compositore dalle mille trovate ( come quella degli inni delle nazioni che partecipavano all'EXPO), speaker radiofonico,  i titoli vengono facili. Come altrettanto facile è venuto ordinare agli interpreti un programma che quei titoli illustri, almeno per non fare la figura di chi dice una cosa ed un'altra ne fa fare.
 Vi sono  naturalmente delle idee, e del resto avendo assunto come titolo generale, o tema, del festival 'padri e figli', ditemi voi quale autore o periodo o opera sarebbe esclusa a priori. Niente e nessuno può considerarsi fuori, ed è quello che ha pensato Campogrande, allestendo una grande mostra di musica con qualche pezzo forte, o nuovo se vogliamo.
Sulla reale utilità  della nascita di MiTo abbiamo sempre nutrito seri dubbi, stando che Torino e Milano sono città che hanno diverse istituzioni musicali e sono servite, per la musica, da gennaio a dicembre, salvo settembre, che si è incaricato di riempire per anni il terzetto di cui all'inizio, ed ora il duo Gastel-Campogrande.
 Ci piace, ad esempio, lo spettacolo importato dall'Olanda - se abbiamo letto bene - destinato ai bambini (destinato a porre ancora una volta il problema della educazione e pratica musicale nelle scuole italiane fin dall'infanzia) come anche le giornate  in cui si esalta la pratica corale amatoriale in Italia, in collaborazione con la benemertia FENIARCO (alla quale quei delinquenti del Ministero di Franseschini hanno negato anche un finanziamento simbolico!); ci piace la presenza di tanti musicisti italiani (che al terzetto che ha guidato per anni il MiTo non andavano proprio a genio) anche se  per chi è addentro alle premiate ditte non sfuggono  rapporti e legami (anche pericolosi!), ci piace anche l'assenza delle compagini orchestrali estere che da sole svuotavano le casse del festival; mentre non ci piacciono gli studiosi che pretendono di far rivivere i geni ai quali si sono dedicati (vedi Sardelli con Vivaldi, ma accettiamo lo scherzo), e ci piace anche l'idea di far presentare ogni concerto  da competenti, evitando che dicano le solite ovvietà ( Radio 3 ne presenta esempi preclari!), che si sbrodolino nella presentazione degli interpreti,  ma che  facciano in poche prole capire al pubblico, predisponendolo, quello che stanno per ascoltare e magari non conoscono.
In questa attività, fatta fuori l'onnipresente radiofonico Giovanni Bietti, che assieme a qualche compositore, anch'esso radiofonico, sta riducendo all'osso il pubblico di Radio 3, Campogrande si è affidato a due coppie, una per ogni città ( che magari parleranno tutti contemporaneamente, giacchè ci sono giorni in cui contemporaneamente, ma in luoghi diversi - per fortuna  - ci saranno  concerti), nelle quali due componenti li conosciamo bene per  averli ascoltati assai spesso alla radio. Più che per il 'radiofonico' romano, in trasferta a Milano, temiamo per la milanese ' radiofonica', che sicuramente, come fa da anni ogni settimana, è bravissima a 'menare il can per l'aia'.

martedì 26 aprile 2016

Grandi rivoluzioni nel villaggio globale. A cominciaire da MiTo, festival lombardopiemontese

Ormai è una costante. Ogni volta che  qualcosa di nuovo si intravede all'orizzonte dei desideri, questo qualcosa è preceduto da grandi cambiamenti, sommovimenti veri e propri.
Nel mondo della musica, tanto per cominciare da un settore che un pò meglio degli altri conosciamo, c'è stato il cambio della guardia al Festival milanotorinese, MiTo, acronimo che da solo vale una rivoluzione.
E' andato via il trio Micheli-Colombo-Restagno che aveva resistito per tanti anni;ed è arrivato il duo Campogrande-Gastel. E non si tratta di un gioco di scambio di figurine: te ne do tre, in cambio di due. No, l'arrivo del duo segna davvero una rivoluzione  nella storia del ricco festival lombardopiemontese che negli ultimi tempi era a corto di fondi, mai di idee, essendosi resi conto che non tutto quello che gli passava per la testa si poteva poi realizzare, perché c'era sempre qualcuno che metteva il bastone (dell'austerità) fra le ruote della loro macchina organizzativa ed ideativa che non aveva conosciuto ostacoli economici (nei primi anni si parlò di una dotazione di oltre 10 milioni di Euro)
Anche durante l'EXPO, come non bastasse la Scala aperta - della cui apertura, in parte inutile, ci si è poi pentiti - MiTo ha viaggiato a gonfie vele, forte della convinzione che le migliaia di persone che di giorno assediavano Milano, di sera si sarebbero riversati alle porte delle sale da concerto o delle chiese nelle quali MiTo erigeva il suo monumento allo spreco, sempre convinti che Micheli ce l'avrebbe fatto un'altra volta a coinvolgere i suoi amici danarosi a mettere mano al portafogli per finanziare il suo festival, lavoro che ad un certo punto ha cominciato a  pesargli, tanto da consigliargli di abbandonare il campo, anche in vista di possibili, probabili cambiamenti (ostili!) nel governo della città.
 Il nuovo duo ha forse trovato il modo per farsi finanziare il festival  anche con i fondi del FUS,
attribuendone la realizzazione, per Milano, all'orchestra de 'I pomeriggi musicali' , ma, contemporaneamente, ha innestato sull'albero antico un nuovo germoglio, anzi due.
Campogrande ha avuto un'idea rivoluzionaria. L'edizione 2016, la prima affidata alle sue cure, avrà un filo rosso: 'padri e figli'. Cioè a dire siccome non ci sono figli senza padri, anche in musica,  mettimaoli a confronto ( musica di ieri e di oggi, banalizzando) ma poi andiamo a mostrare come i figli trattano i padri. Il suo modello è Max Richter, il compositore, allievo di Berio, che ha cannibalizzato Vivaldi - le sue 'stagioni'- e che di recente ha inventato, sperimentandola dal vivo, a Berlino, la musica che fa dormire tranquilli, SLEEP;  che non è detto non sbarchi anche a Milano o forse Torino, negli stabilimenti FCA, ex FIAT. Un brano lungo una decina di ore, per pochi strumenti, elettronica, brandine pigiami e pubblico, che qui è protagonista.
Anche Anna Gastel, presidente del festival, nel ruolo che fu di Micheli - ma che non sappiamo ancora se sarà altrettanto produttiva - cogliendo al volo la geniale idea di Campogrande, ha fatto coniare l'espressione per la prossima edizione di Mito: 'musica classica ma non la classica musica'. Come a dire: ne vedrete, ascolterete delle belle. Certo non ci fa venire le vertigini come  i titoli di Agorà, però la testa ce la fa girare.
Ma prima ancora un'altra rivoluzione, che  potrebbe sembrare terza, ma è la prima: il sito non è più lo stesso. C'era da immaginarselo. Dappertutto si fa così, le grandi rivoluzioni sono annunciate da segnali importanti. Anche in RAI la rivoluzione di Campo dall'Orto si annuncia con la soppressione delle annunciatrici. E, nei telegiornali di tutte le sponde, ogni volta che si cambia direzione, tale cambiamento è annunciato dal cambio di  studio, grafica e sigla. Che sono poi gli unici cambiamenti riscontrabili ad ogni cambio di direttore.

mercoledì 14 ottobre 2015

La musica italiana d'oggi. Il punto, dopo la Biennale che i giornali hanno ignorato.

Noi forniremmo una nostra personalissima lettura dell'appello, lanciato dalle pagine del Corriere, a firma Giuseppina Manin, in favore dei compositori italiani che lavorano all'estero piuttosto che a casa, dove la situazione della musica d'oggi italiana non è certo rosea; ma neanche disastrosa, in un paese come il nostro, dove della musica non importa a nessuno, figuriamoci della musica d'oggi, sinceramene assai ostica, salvo i casi - e sono  numerosi - in cui a tutti i costi, con una operazione di grande furbizia, si tenta un riavvicinamento alle pigre orecchie,  anche disabituate, dei nostri ascoltatori.
Senza saper  leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta,  presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un  articoletto  sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi',  per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
 Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
 Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni  lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
 In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
 Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un  nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non  si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche  Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
 In  Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non  può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
 Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi  delle  massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre  in troppi su un osso solo.
 Oggi, il Corriere,  torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia,  dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che  la situazione  non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato -  si tratta di Bologna  che ha come sovrintendente  Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
 Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
 Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano   - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
 Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.

mercoledì 1 aprile 2015

All'Accademia di Santa Cecilia, due papi come in Vaticano. Annunciata la stagione 2015-16: qualche italiano, 'non solo classica' ( c'è anche cinema) e Beethoven. Pappano resta fino al 2019.

L'esempio di papa Ratzinger che si dimette e diventa 'emerito'- per le dimissioni?- e di papa Francesco che prende il suo posto, è stato trapiantato con pari efficacia all'Accademia di Santa Cecilia, che la con la Chiesa di Roma ha legami storici, e non solo geografici.
 Anche a Santa Cecilia i due papi, quello in carica (dall'Ongaro) e l'emerito (Cagli), che si era dimesso proprio come ha fatto Ratzinger, erano presenti alla conferenza stampa che annunciava la prossima stagione sinfonica e cameristica. la quale segna il passaggio dall'una all'altra gestione, che è poi la stessa, nonostante i proclami di novità sottolineati anche dai giornali. I quali,  a gara fra loro per primeggiare nelle idiozie,  hanno sottolineato che a Santa Cecilia  non c'è 'solo' classica, alla stessa maniera con cui Fuortes all'Opera di Roma ha detto che a Caracalla non ci sarà' solo' Opera, ma anche 'grande rock', e come tanti altri che, illustrando le loro imprese musicali, usano l'espressione 'non solo musica'. Il trionfo del 'non solo'  perpetua l'infausto 'ed anche' di veltroniana memoria, ed è  il segno di tempi che non  hanno coscienza della propria identità.
 Il papa in carica, dall'Ongaro, ha omaggiato quello 'emerito', Cagli, oltre che con la creazione della figura del 'presidente onorario', anche con un particolare ringraziamento per tutto quello che in vent'anni - non pochi mesi - ha fatto per la comune parrocchia ceciliana.
 Che c'è di nuovo nelle prossima stagione appena annunciata, davanti a molti giornalisti e pubblico vario? C'è  finalmente qualche italiano in stagione:  Sollima, Brunello, Lucchesini, Biondi, Lupo, Baglini,Tifu, Gatti, Rana. Ma di  veramente  nuovo c'è solo  Federico Colli, perchè molti di questi ricorrono nelle stagioni ceciliane, anche perché accademici, i quali al momento opportuno voteranno il loro presidente. Ne mancano tanti, e sono sempre quelli che non vengono invitati mai. Comunque ci sentiamo obbligati a  ringraziare papa dall'Ongaro per tanta attenzione al problema, che risolverà negli anni futuri. Ci sarebbe piaciuto riascoltare anche Gloria Campaner, la giovane brava pianista che ha già suonato, nella stagione presente, a Santa Cecilia,  e in questi giorni suona alla Filarmonica romana;  e che, negli anni precedenti, ha suonato già al Quirinale e con l'Orchestra sinfonica di Torino della Rai e Rai 5 le ha dedicato una intera trasmissione, intitolata al famoso burattino di Stravinski, dal titolo 'lezioni di piano'. Da non perdere per il feeling fra intervistata ed intervistatore. Peccato che dall'Ongaro non la conosca ed apprezzi al punto da invitarla per due stagioni consecutive, come per esempio ha fatto con la Tifu o con Rana o con Lupo o con Baglini o con Brunello o con Biondi.
 Nella stagione da camera c'è un festival di pianisti, come sempre d'altronde, benchè manchi per il secondo anno consecutivo Pollini. Ci è  sfuggito?  O se manca, perchè? Poi naturalmente i violinisti , gli stessi che a Santa Cecilia non mancano mai: guida la schiera kavakos e poi la grande novità che certamente una novità lo è per davvero, L'esecuzione delle sinfonie di Beethoven ( la Sinfonia n.9 aprirà la stagione) in più concerti ed in tempi molto larghi, da preferire  a certe maratone sempre più frequenti e che andrebbero vietate, in nome del detto evangelico che non vuole che si gettino ' margaritas ante porcos'. Tutte le sinfonie di Beethoven nel corso di una medesima stagione,  affidate la medesimo direttore sono un'ottima scelta, perchè Beethoven è 'l'inizio e la fine' della musica, tanto per usare una frase fatta, che ha il suo senso più profondo nella convinzione che la musica da lui non può prescindere, più che da qualunque altro, anche dallo stesso Bach. Ma è questa una novità? O è semplicemente l'antico che è più nuovo del nuovo?
La novità, il belletto per papa dall'Ongaro, sta nella musica da film: Fantasia,  Morricone, Rota Piovani, i grandi russi, con la proiezione, nel caso di Fantasia, di una sintesi dei due film con la musica eseguita dal vivo e rivolta ai bambini nel periodo delle feste natalizie, in collaborazione con 'Musica per Roma -  Fuortes era  in prima fila, non si capisce più se nelle funzioni di ammistratore di Musica per Roma, o  in quelle di sovrintendente dell'Opera, venuto a portare il ramoscello d'ulivo alla più diretta concorrente.
Poi naturalmente un pò di musica d'oggi - altrimenti come si qualificherebbe dall'Ongaro, grandissimo compositore e indaffaratissimo organizzatore? - un pezzetto qua un pezzetto là, di Nieder, Francesconi, Panfili, Campogrande...
 L'unica vera notizia, un'autentica novità, è che Pappano resta a Santa Cecilia fino al 2019, ancora per quattro anni, nei quali fare ancora progetti.
 Poi, finite le presentazioni, via alle domande dei giornalisti. Nessuna, per la gioia dell'addetta stampa che preferisce il silenzio invece delle voci discordanti. Vero?
Intervengono due abbonati vecchi e non. Ed uno tira in ballo i 25 'intermittenti' che ogni stagione vengono assunti ad ottobre e licienziati a giugno. Che si fa con questi, ora che l'Accademia ha chiesto ed ottenuto l'autonomia di gestione.
 Beh, forse qualche domanda si poteva anche fare al nuovo papa, dall'Ongaro. Ad esempio: quando lascia la RAI? Perchè è chiaro che deve lasciare DEFINITIVAMENTE  la sovrintendenza dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai, la direzione della Musica a Radio 3, i Concerti del Quirinale, le trasmissioni di RAI 5 e, farebbe bene a lasciare anche tutto il resto che ora non ci sovviene.
 E forse avremmo avuto forse l'unica vera notizia, anzi no, la seconda dopo la permanenza di Pappano. Perchè di grandi novità nella prossima stagione non ce ne sono. Finchè c'è Pappano le cose andranno come sono andate negli ultimi dieci anni di gestione del 'presidente emerito'. Una starordinaria routine con lo 'specchietto' di Pappano che manda luce  nel mondo.

sabato 30 agosto 2014

Milano è un comune? No, una comunella. E Milano e Torino sono un MiTo

Cominciamo dalle novità assolute di quest'anno nell'area milanese, in attesa dell'Expo. Tiene banco, quest'autunno, ma solo per qualche ora, l'arrivo,  chiacchierato già prima della presa di possesso, di Pereira che dopodomani si insedierà sulla poltrona lasciata da Lissner e che ha già più volte lanciato il suo  avveniristico programma di direttore artistico/ sovrintendente: cucire la bocca e legare le mani al loggione. Auguri di buon lavoro al nuovo timoniere della Scala.
Intanto parte  MiTo, il festival di cui tutto il mondo parla, per la novità dell'impostazione e la ricchezza delle prospettive ed il numero inverosimile di proposte. Si svolge fra Milano e Torino, distanti la bellezza di un centinaio di chilometri ( o forse sono di più?) costa alle due amministrazione un fottio di soldi per concerti ed altro che si ripetono nelle due capitali del florido nord , facendo conoscere a Torino fatti e persone del mondo della musica noti solo a Milano, e viceversa. Se, ad esempio, Milano gioca la carta Boccadoro, Torino gli risponde  battendo un colpo con Campogrande ed aggiungendovi, per ringraziare l'Orchestra Rai, il suo direttore artistico, Dall'Ongaro. In realtà si tratta di poca cosa, un pezzetto solo del noto compositore romano emigrato a Torino che meriterebbe molto di più, giacchè gli presta la sua orchestra ed alcuni ensemble per diversi concerti, persino il ricercatissimo Ensemble Noctis, quello delle serenate e ritirate piemontesi notturne.
A guardia della 'comunella' milanese la corte di Micheli ha il suo gazzettiere di fiducia, la Moreni, 24 ore dal sole al buio, e la sua casa editrice, anche quella di fiducia: Ricordi? Sì, quella.
 Se deve dar 'focus' agli autori li sceglie ovviamente dalla casa di fiducia - vedi Vacchi, e poi muori - nella quale il direttore artistico del mitico festival piemontese/lombardo, Enzo Restagno, ha lavorato, e forse lavora tuttora. E, se per caso non lavorasse più, può sempre rivolgersi a chi ha preso il suo posto, Carlo Mazzarelli che dirige l'altro festival, anche quello tutto milanese, che si intitola 'Milano Musica': e come altro si sarebbe potuto chiamare? Roma Musica o Palermo Musica? Neanche per sogno, giacchè Roma e Palermo non esistono - lo dice lo stesso nome del festival . E Mazzarelli, per proseguire nel solco della tradizione inaugurata da  Luciana Pestalozza,  e coadiuvato anche da altri pezzi da novanta, anche di anni, come Mario Messinis che con Ricordi troppo ha fatto da sempre, dedica quest'anno l'intero festival a Romitelli - compositore di grande valore morto giovane, a poco più di quarant'anni - edito da chi? Ma Ricordi!
 Come si vede Milano tiene fede al suo festival e anche quando si allea con Torino non viene meno alla sua missione: vedi Milano e poi... Torino, e basta.
 Un'ultima novità, annunciata con squilli di tromba da Micheli e dal segretario generale del festival, l'ing. Colombo: da quest'anno anche i cani possono ascoltare concerti. Ma non tutti i concerti, mentre i cani tutti. Il costo del biglietto 'animalier' dipende dalla stazza, non dalla razza. Chiariamo bene.

domenica 17 agosto 2014

In quale mondo vive e quale mondo sogna Nicola Campogrande?

Bella domanda. Su 'La lettura' di domenica 17 agosto,  il musicista riflette sulla attuale situazione musicale, non solo italiana, relativamente alle nuove composizioni o produzioni, per le quali gli tocca constatare, disgraziatamente, che si sono 'ristretti i connotati'. Di organico. Campogrande guarda con nostalgia a un passato quando i compositori, 'assediati' da istituzioni e mecenati che reclamavano nuove composizioni pagandole profumatamente, dovevano districarsi e dire più no che sì, anche in base al più o meno grande organico proposto. Non sappiamo in quale mondo sia vissuto finora Campogrande; e certamente quello al quale si riferisce non è mai stato il suo, giacché non ha dovuto mai rifiutare commissioni su commissioni di nuovi pezzi, solo perché non convinto delle condizioni. Perchè, da compositore attento e profondo qual egli è, il suo catalogo non pullula di numeri d'opera.
 Diciamo che un mondo nel quale fioccavano le commissioni di nuovi pezzi a musicisti in carriera non è mai esistito. Forse una committenza più ricca si è verificata nel corso della storia nelle arti visive, pensiamo a pittura, scultura, architettura, nella musica no.Mai. Almeno fino a che la nostra memoria riesce ad andare indietro. Salvo naturalmente il caso in cui un musicista era a servizio di un ricco signore, principe o vescovo, re o papa, per i quali doveva lavorare secondo i ritmi imposti dal servizio, in cambio di vitto, alloggio e qualche lusso. Ma con il padrone -  è un padrone che Campogrande vorrebbe per sè, oggi? un padrone che lo faccia lavorare da mattina a sera per sfornare musiche a getto continuo? - il musicista  non  poteva discutere dell'organico - che era quello esistente - nè contraddirlo o addirittura rifiutarsi, se reclamava nuove musiche per lo strumento che si dilettava a suonare. Se lo avesse fatto, si sarebbe meritata la classica pedata nel sedere, che altri, ma non per tali questioni, si meritò.
Veniamo al dunque. Campogrande la tira per le lunghe per dirci che oggi, data la triste realtà economica, le nuove musiche richieste  prevedono sempre organici più ristretti. Togliendo a lui, amante del colore strumentale, la possibilità di rendere manifesta tale sue inclinazione stilistica, essendo gli organici più frequentemente proposti, assai striminziti.
 Il problema del dilagare della musica per strumento solista o per organici ristretti, che pure aveva vissuto una stagione felicissima da Darmstadt in avanti,  era parso evidente già molto tempo prima della crisi, quando si consigliava ai compositori di non sprecare energie per pezzetti e pezzettini, meglio rinunciare e pensare ad opere più elaborate e complesse; perchè il catalogo delle opere  per strumento solista o duo o trio era già interminabile.
 Il fatto è che oggi anche il catalogo generale dei compositori italiani è interminabile e perciò, per far sapere che si è ancora in vita, si è disposti ad accettare commissioni, anche gratuite, pur di farsi ascoltare in pubblico, meglio se alla radio - Campogrande conosce bene la situazione lavorando spesso per Radio3, dove è possibile anche ascoltare opere sue.
Alla fine, Campogrande, musicista informato, dopo aver dato qualche dritta su ciò che si fa a Los Angeles o che si farà a Venezia prossimamente per la Biennale, dove ci sarà un'opera, appositamente commissionata da Ivan Fedele, per 'solo manifesto', zero esecutori e nessun cantante - si consola e ci consola ricordandoci che nella storia tanti capolavori sono nati da commissioni in cui era stabilito, piccolo o grande che fosse, l'organico e che, sempre nella storia, tanti  capolavori sono nati per organici ridotti, come l'Histoire di Strawinsky. Ma allora che vuole?