Dopo trentacinque anni dalla prima edizione. Piero Rattalino - l'uomo che più di ogni altro conosce vita e miracoli ( la morte , eventuale, è ancora lontana, non c'è riuscita a gettarlo nella fossa neanche la prodigiosa elettronica) del pianoforte dei suoi sacerdoti o atleti - come sarebbe più giusto chiamare i pianisti dell'ultimissima generazione - e della musica pianistica, senza la quale quell'enorme nero elefante - come giustamente l'ha definito qualcuno - non avrebbe riscosso tanto interesse nei tre secoli di vita; Rattalino, dicevamo, licenzia una nuova edizione della sua 'Storia del pianoforte', del tutto identica alla vecchia, salvo che per la trentina di pagine aggiunte come una sorta di postfazione o di aggiornamento che nulla di sostanzialmente diverso e significativo dalla vecchia edizione ci raccontano.
E già che dopo aver scritto la storia del pianoforte ed un'altra decina circa di volumi dedicati sempre all'amato strmento, Rattalino avrebbe potuto mischiare le carte della sua conoscenza, illimitata come illimitata, quasi eterna, è la sua presenza nella vita musicale italiana, e darci ancora una storia del pianoforte con diversa prospettiva.
Della sua straordinaria capacità di conoscenza del pianoforte, con annessi e connessi, noi stessi siamo stati testimoni, negli anni in cui lo avemmo preziosissimo e puntuale collaboratore della nostra rivista 'Piano Time', per la quale soltanto ha scritto - negli anni di nostra direzione - un centinaio di articoli circa, la cui sostanza ha ripreso dai suoi studi e libri precedenti, oltre che da fatti di attualità, o ha riversato in studi e libri successivi.
La postfazione aggiunta alla vecchia edizione per farla diventare nuova, viene a dirci che negli ultimi trent'anni il pianoforte non ha subito nessuna considerevole variazione - diciamo che la stessa cosa vale per gli ultimi cento anni, nel corso dei quali salvo alcuni brevetti di non grandissimo peso, lo strumento è rimasto quello che era diventato nell'Ottocento, e cioè lo strumento da concerto per eccellenza.
Non sappiamo, perchè non abbiamo ancora avuto il tempo di leggerla questa postfazione, se Rattalino ha citato, anche una semplice citazione, l'unico fatto davvero nuovo nella storia dello strumento, e cioè l'affacciarsi sul mercato di un nuovo marchio, italiano per giunta, e cioè Fazioli, in grado di contendere fette di mercato di eccellenza ai grandi marchi storici sia europei che dell'Estremo Oriente.
Per la musica pianistica Rattalino arriva a Cage, Stockhausen e Boulez, e non va più avanti, dimenticando forse che Salvatore Sciarrino ha un catalogo pianistico di tutto rispetto, più ricco ormai di quello di qualunque altro compositore di oggi, Glass compreso, che certamente nel pianoforte non può dirsi abbia dato il meglio (e Glass oggi ha già ottant'anni, mentre Sciarrino ne ha appena compiuti settanta).
Andiamo a memoria. Speriamo non abbia dimenticato di citare anche Berio e Donatoni, quest'utimo con la sua monumentale raccolta delle 'Francoise-Variationen', il cui seme fu messo a dimora, prima di generare la pianta e poi l'albero gigante, proprio nelle pagine di Piano Time. ( Permetteteci, con orgoglio, di ricordare che quel seme reca - nelle note - quelle ricavate, secondo la notazione alfabetica, dal nome 'Francoise', e dal nostro cognome ' Acquafredda', perchè voleva rappresentava un graditissimo dono alla sua amica, nello stesso tempo richiesto da noi per la rubrica 'fogli d'album' di 'Piano Time').
Rattalino non dimentica - come potrebbe - citare la nuova stella cinese, Lang Lang, che rappresenta un fenomeno mondiale, come nessun altro era stato prima di lui. Rattalino cita anche Kissin - che sembra dopo esordi fulgidi, essersi un pò eclissato, rilevando nell'uno come nell'altro scelte di repertorio, di non sola alta difficoltà tecnica, tendenti al sentimentale.
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domenica 7 maggio 2017
sabato 29 aprile 2017
Tutte belle (o quasi) le giovani musiciste, secondo alcuni anche tutte (o quasi) sexy. Ma non tutte altrettanto brave. Diciamolo chiaramente
Ogni giorno (o quasi) dobbiamo leggere della giovane, anni 30, pianista cinese, Yuja Wang, uscita dallo stesso vivaio di Lang Lang, che fa scandalo (figuriamoci!) con le sue mise provocatorie - gonne e mini vestiti altezza inguine, spacchi vertiginosi, scollature, avanti e dietro, belle generose, tacchi a spillo (altro che '12') - che più che provocatorie, sono mise da ragazza, manco tanto chic, che ha scoperto la trasgressione. Se si gira a Piazza di Spagna nel fine settimana se ne vedono a frotte di Yuja Wang. Ce l'hanno scritto in fronte che scendono in centro dalla periferia o arrivano dalla provincia. Chi si meraviglia più? Giusto così. I giornali non si interessano a loro; perchè non serve e comunque sarebbe minestra riscaldata, se una di quelle ragazze non fosse di una formidabile pianista, come tutti dicono.
E allora perché ogni giorno dobbiamo leggere, prima ancora di sapere quanto sia brava, che sarebbe l'unica ragione per far scrivere i giornali, che la tale o talaltra musicista, strumentista, cantante, ed ora si sono messe anche le direttrici d'orchestra, per le quali il bluff è sempre in agguato, sono sexy? Sul fatto che siano belle possiamo convenire, ma con cautela, sul sexy o provocanti meno. Ma non ci va giù il fatto che essendo giovani belle e sexy, debbano essere necessariamente anche brave.
A proposito delle sexy o provocanti, anche senza essere belle secondo i canoni stile 'barby', ed anche brave, a chi va cantando la femminilità sbattuta in faccia in tutti i modi dal palcoscenico, vorremmo proporre un modello inimitabile: Martha Argerich, che, guarda caso, lei sì, era sexy, oltremodo sexy, niente della pupattola, ma anche brava, bravissima, anzi geniale.
Sta qui il problema. Non è detto - come si vuole dare ad intendere - che madre natura ogni volta che fa nascere una bella figliuola la doti anche di bravura nel proprio campo professionale. Un tempo si diceva di tutte le belle che erano sceme. Oggi di tutte le belle ( e sexy e provocanti) musiciste si tende ad affermare che sono anche brave. Quando mai? E chi decreta della loro bravura? Quasi sempre un cronista qualsiasi a digiuno di musica. Perchè di musica pare che tutti siano autorizzati a parlare, anche senza capirci un tubo.
Lo ha fatto, ieri, su 'D LUI' di Repubblica - una busta della spesa piena zeppa di pubblicità - Guido Andruetto, con un pezzo intitolato: 'Opera sexy': nei teatri, sulle copertine dei dischi, nei social: le star della classica sono sempre più sensuali', con l'avallo, quello sì meditato, del regista Michieletto sul mondo del melodramma che conosce bene: ' nella lirica le donne sono superlative: femmine violentissime o fragilissime'. E non potrebbe essere altrimenti.
Ci siamo presi la briga, dopo aver letto quell'inutile pezzo stantio, perchè visto e rivisto, letto e riletto, ormai decine e decine di volte su ogni giornale ( e non parliamo di tv, dove la bellezza è d'obbligo, altrimenti anche se sei brava nessuno ti si fila!) di andare a vedere le foto di tutte le musiciste elencate; fra le quali, le sexy sono una minima parte, sono più quelle belle, belle ragazze anche perché giovani ma niente di più, ma dove le brave sono ancora meno.
Ci è bastato leggere due o tre nomi di bellezze italiche, che conosciamo bene, per convincerci che sebbene 'bella' - il cronista non si ferma alla bellezza e punta al sexy - non faccia sempre rima con 'scema' (come si pensava un tempo, volendosi vendicare con la natura generosa verso alcune e avara con la maggioranza!), non è detto che debba farla, la rima, con 'brava', sempre.
Come dimostrano alcuni esempi da lui citati che brave non sono affatto, magari belle e giovani sì, forse anche un pò sexy, per le quali ci viene il dubbio che la carriera, piccola e circoscritta (a dispetto di quello che pensa, senza capirci nulla, il nostro cronista) se la facciano mettendo sul piatto altre carte, neppure tanto segrete.
E allora perché ogni giorno dobbiamo leggere, prima ancora di sapere quanto sia brava, che sarebbe l'unica ragione per far scrivere i giornali, che la tale o talaltra musicista, strumentista, cantante, ed ora si sono messe anche le direttrici d'orchestra, per le quali il bluff è sempre in agguato, sono sexy? Sul fatto che siano belle possiamo convenire, ma con cautela, sul sexy o provocanti meno. Ma non ci va giù il fatto che essendo giovani belle e sexy, debbano essere necessariamente anche brave.
A proposito delle sexy o provocanti, anche senza essere belle secondo i canoni stile 'barby', ed anche brave, a chi va cantando la femminilità sbattuta in faccia in tutti i modi dal palcoscenico, vorremmo proporre un modello inimitabile: Martha Argerich, che, guarda caso, lei sì, era sexy, oltremodo sexy, niente della pupattola, ma anche brava, bravissima, anzi geniale.
Sta qui il problema. Non è detto - come si vuole dare ad intendere - che madre natura ogni volta che fa nascere una bella figliuola la doti anche di bravura nel proprio campo professionale. Un tempo si diceva di tutte le belle che erano sceme. Oggi di tutte le belle ( e sexy e provocanti) musiciste si tende ad affermare che sono anche brave. Quando mai? E chi decreta della loro bravura? Quasi sempre un cronista qualsiasi a digiuno di musica. Perchè di musica pare che tutti siano autorizzati a parlare, anche senza capirci un tubo.
Lo ha fatto, ieri, su 'D LUI' di Repubblica - una busta della spesa piena zeppa di pubblicità - Guido Andruetto, con un pezzo intitolato: 'Opera sexy': nei teatri, sulle copertine dei dischi, nei social: le star della classica sono sempre più sensuali', con l'avallo, quello sì meditato, del regista Michieletto sul mondo del melodramma che conosce bene: ' nella lirica le donne sono superlative: femmine violentissime o fragilissime'. E non potrebbe essere altrimenti.
Ci siamo presi la briga, dopo aver letto quell'inutile pezzo stantio, perchè visto e rivisto, letto e riletto, ormai decine e decine di volte su ogni giornale ( e non parliamo di tv, dove la bellezza è d'obbligo, altrimenti anche se sei brava nessuno ti si fila!) di andare a vedere le foto di tutte le musiciste elencate; fra le quali, le sexy sono una minima parte, sono più quelle belle, belle ragazze anche perché giovani ma niente di più, ma dove le brave sono ancora meno.
Ci è bastato leggere due o tre nomi di bellezze italiche, che conosciamo bene, per convincerci che sebbene 'bella' - il cronista non si ferma alla bellezza e punta al sexy - non faccia sempre rima con 'scema' (come si pensava un tempo, volendosi vendicare con la natura generosa verso alcune e avara con la maggioranza!), non è detto che debba farla, la rima, con 'brava', sempre.
Come dimostrano alcuni esempi da lui citati che brave non sono affatto, magari belle e giovani sì, forse anche un pò sexy, per le quali ci viene il dubbio che la carriera, piccola e circoscritta (a dispetto di quello che pensa, senza capirci nulla, il nostro cronista) se la facciano mettendo sul piatto altre carte, neppure tanto segrete.
domenica 19 febbraio 2017
Ludovico Einaudi lo fa strano, anche quando la causa è giusta. Ma non è il solo, purtroppo
Come non condividere l'appoggio ufficiale di Ludovico Einaudi, musicista che gode di grande seguito, in favore della campagna mondiale ' Salviamo l'Artico'? Tutti d'accordo con lui.
Ma era proprio necessario scegliere, per aderirvi, il modo più strano - imitando, a suo modo, cioè nel modo casto, quel che fanno tanti musicisti o cantanti del versante 'leggero' i quali, convinti che per lanciare una nuova canzone (o prodotto) occorra 'stupire', scovano ogni volta una bella fanciulla disposta a mostrare tutti i suoi attributi?
Ludovico Einaudi non fa certo come i suoi colleghi 'leggeri', ma qualcosa di simile sì, trasferendosi con pianoforte al seguito, sulle candide distese dei ghiacci del polo nord. Cioè?
Contrariamente a ciò che fanno le fanciulle di cui sopra, Einaudi si è intabarrato dalla testa i piedi, non risparmiando neanche le punte delle dita delle mani, vestito 'a cipolla' per non ghiacciare. Ha fatto adagiare, recato da un elicottero, un pianoforte a coda imbullonato ad una piattaforma, su una lastra di ghiaccio, poi è sceso anche lui e sui tasti ghiacciati del pianoforte - come ha raccontato con entusiasmo l'interessato - ha cominciato a suonare; anzi a pigiare, perché il pianoforte si sarà rifiutato di emettere suoni. Insomma una sceneggiata per aderire ad una campagna alla quale avrebbe potuto devolvere le spese di una tale strana impresa.
Ma Einaudi non è l'unico ad essersi cimentato, a favore di telecamere, in una impresa tanto strana che con la musica, lui che è un musicista, non ha nulla da spartire. Altre ci vengono alla mente.Ne ricordiamo solo alcune.
Pensiamo al festival che ogni anno si svolge sulle Dolomiti, dove i musicisti invitati, strumento in spalla fanno chilometri di cammino, seguiti dai loro fedeli adepti, fino a raggiungere il luogo stabilito per il concerto. Tutti sdraiati sull'erba, i musicisti magari seduti su qualche sasso, inizia il concerto per la gioia delle montagne che per la prima volta si vedono degnate di tanta attenzione.
Ancora. Anni fa, il Venerdì di Repubblica pubblicò le foto di un concerto che un altro musicista pazzo, un pianista, volle fare in cima ad una montagna, all'aperto. L'impresa, di musicale certo non aveva nulla, ed aveva a che fare piuttosto con l'alpinismo e le scalate, con le quali dovette misurarsi quel disgraziato pianoforte, strappato controvoglia alle calorose cure del proprietario o del venditore.
Se in questi due casi non si è resistiti all'inutile fascino del ghiaccio o della montagna sotto i raggi del sole, vi sono anche oggi casi in cui è la notte a costituire motivo di richiamo. Come accade ogni anno in Campania, a Ravello, con il concerto all'alba, su di una terrazza a strapiombo sul mare, per l'omonimo festival. Guai a toccare quell'appuntamento che l'umidità e la salsedine non possono far ascrivere nell'agenda musicale, ma solo in quella delle 'stranezze' meteo, con contorno di musica.
L'ultimo, in ordine di tempo, è quello che l'assessore alla 'ricrescita' culturale del Comune di Roma, Luca Bergamo, aveva pensato per il Capodanno 2017, quando voleva schierata una vera e propria orchestra di violoncelli, parecchie decine, alle 3 della notte sul ponte cosiddetto ' della musica', capitanata da Sollima. Non sappiamo se poi ci ha ripensato, come avrebbe dovuto, data l' insensatezza della proposta. Nel caso di Roma c'era anche da domandarsi per chi avrebbero suonato quel centinaio di violoncellisti.
Ma perchè i musicisti per primi, non si convincono che la musica va fatta dove la si può fare al meglio e non fra i ghiacci dell'artico o sulle nevi di una cima , fra le montane dolomitiche o nell'umida notte sul mare o su un ponte che, tolto il nome posticcio, con la musica non c'entra nulla?
P.S. Relegati nel novero delle stranezze tutti i casi appena citati, ve ne sono di recentissimi che non sono da meno, anche se meno patologici di quelli. Pensiamo ai pianoforti lasciati nelle stazioni aeroportuali alla mercé di tutti ( per reclamizzare l'iniziativa ci si è messo anche qualche pezzo da novanta del mondo musicale, come Pappano!!!), o alle kermesse (Milano e Firenze, in via Tornabuoni) ideate dalla vulcanica fantasia di Daniele Lombardi, nel corso delle quali intere strade sono state 'arredate' con un centinaio circa di pianoforti (verticali) che suonavano agli ordini di inflessibili metronomi. Li volete chiamare concerti? Come pure concerti volete chiamare le sinfonie di metronomi (Ligeti), o le carnevalate guidate da Lang Lang, nelle quali un centinaio di tastiere vengono suonate, agli ordini di un direttore 'pizzardone', da una schiera di ragazzi attenti solo agli ordini del direttore-vigile?
Ma era proprio necessario scegliere, per aderirvi, il modo più strano - imitando, a suo modo, cioè nel modo casto, quel che fanno tanti musicisti o cantanti del versante 'leggero' i quali, convinti che per lanciare una nuova canzone (o prodotto) occorra 'stupire', scovano ogni volta una bella fanciulla disposta a mostrare tutti i suoi attributi?
Ludovico Einaudi non fa certo come i suoi colleghi 'leggeri', ma qualcosa di simile sì, trasferendosi con pianoforte al seguito, sulle candide distese dei ghiacci del polo nord. Cioè?
Contrariamente a ciò che fanno le fanciulle di cui sopra, Einaudi si è intabarrato dalla testa i piedi, non risparmiando neanche le punte delle dita delle mani, vestito 'a cipolla' per non ghiacciare. Ha fatto adagiare, recato da un elicottero, un pianoforte a coda imbullonato ad una piattaforma, su una lastra di ghiaccio, poi è sceso anche lui e sui tasti ghiacciati del pianoforte - come ha raccontato con entusiasmo l'interessato - ha cominciato a suonare; anzi a pigiare, perché il pianoforte si sarà rifiutato di emettere suoni. Insomma una sceneggiata per aderire ad una campagna alla quale avrebbe potuto devolvere le spese di una tale strana impresa.
Ma Einaudi non è l'unico ad essersi cimentato, a favore di telecamere, in una impresa tanto strana che con la musica, lui che è un musicista, non ha nulla da spartire. Altre ci vengono alla mente.Ne ricordiamo solo alcune.
Pensiamo al festival che ogni anno si svolge sulle Dolomiti, dove i musicisti invitati, strumento in spalla fanno chilometri di cammino, seguiti dai loro fedeli adepti, fino a raggiungere il luogo stabilito per il concerto. Tutti sdraiati sull'erba, i musicisti magari seduti su qualche sasso, inizia il concerto per la gioia delle montagne che per la prima volta si vedono degnate di tanta attenzione.
Ancora. Anni fa, il Venerdì di Repubblica pubblicò le foto di un concerto che un altro musicista pazzo, un pianista, volle fare in cima ad una montagna, all'aperto. L'impresa, di musicale certo non aveva nulla, ed aveva a che fare piuttosto con l'alpinismo e le scalate, con le quali dovette misurarsi quel disgraziato pianoforte, strappato controvoglia alle calorose cure del proprietario o del venditore.
Se in questi due casi non si è resistiti all'inutile fascino del ghiaccio o della montagna sotto i raggi del sole, vi sono anche oggi casi in cui è la notte a costituire motivo di richiamo. Come accade ogni anno in Campania, a Ravello, con il concerto all'alba, su di una terrazza a strapiombo sul mare, per l'omonimo festival. Guai a toccare quell'appuntamento che l'umidità e la salsedine non possono far ascrivere nell'agenda musicale, ma solo in quella delle 'stranezze' meteo, con contorno di musica.
L'ultimo, in ordine di tempo, è quello che l'assessore alla 'ricrescita' culturale del Comune di Roma, Luca Bergamo, aveva pensato per il Capodanno 2017, quando voleva schierata una vera e propria orchestra di violoncelli, parecchie decine, alle 3 della notte sul ponte cosiddetto ' della musica', capitanata da Sollima. Non sappiamo se poi ci ha ripensato, come avrebbe dovuto, data l' insensatezza della proposta. Nel caso di Roma c'era anche da domandarsi per chi avrebbero suonato quel centinaio di violoncellisti.
Ma perchè i musicisti per primi, non si convincono che la musica va fatta dove la si può fare al meglio e non fra i ghiacci dell'artico o sulle nevi di una cima , fra le montane dolomitiche o nell'umida notte sul mare o su un ponte che, tolto il nome posticcio, con la musica non c'entra nulla?
P.S. Relegati nel novero delle stranezze tutti i casi appena citati, ve ne sono di recentissimi che non sono da meno, anche se meno patologici di quelli. Pensiamo ai pianoforti lasciati nelle stazioni aeroportuali alla mercé di tutti ( per reclamizzare l'iniziativa ci si è messo anche qualche pezzo da novanta del mondo musicale, come Pappano!!!), o alle kermesse (Milano e Firenze, in via Tornabuoni) ideate dalla vulcanica fantasia di Daniele Lombardi, nel corso delle quali intere strade sono state 'arredate' con un centinaio circa di pianoforti (verticali) che suonavano agli ordini di inflessibili metronomi. Li volete chiamare concerti? Come pure concerti volete chiamare le sinfonie di metronomi (Ligeti), o le carnevalate guidate da Lang Lang, nelle quali un centinaio di tastiere vengono suonate, agli ordini di un direttore 'pizzardone', da una schiera di ragazzi attenti solo agli ordini del direttore-vigile?
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venerdì 30 dicembre 2016
Ciò che Gustavo Dudamel non dice e, invece, dovrebbe dire - denunciare - del suo Venezuela
Già all'apice del successo mondiale, nonostante la giovane età, chiedemmo una volta a Lang Lang, nel corso di una intervista pubblica, perché non protestava neppure timidamente per il non rispetto dei diritti fondamentali della persona nel suo paese, la Cina. Ci rispose che non gli sembrava che la libertà fosse calpestata in Cina. Bontà sua.
La stessa domanda, al tempo di Chavez, rivolgemmo a Diego Matheuz e lui glissò nella risposta, ma nel caso di Matheuz era più comprensibile. Lui giovane direttore, non certo all'apice del successo, seppure la sua fulminea carriera sul podio fosse stata benedetta e voluta nientemeno che da Claudio Abbado, non poteva esporsi più di tanto, né avrebbe avuto l'autorevolezza e l'incidenza di Lang Lang o di Gustavo Dudamel. Di cui andiamo ora a dirvi.
Gustavo Dudamel, intervistato per 'La repubblica', alla vigilia del suo 'primo' Concerto di Capodanno da Vienna, la sua consacrazione planetaria, non una parola di condanna ha detto, esplicitamente richiesto, nei confronti di Maduro, il dittatore succeduto a Chavez, che sta riducendo nella miseria e disperazione tutto il popolo venezuelano che resta sempre ed ancora anche il paese di Dudamel, sebbene i suoi successi lo abbiamo portato da alcuni anni - e ora ne ha trentasei appena - all'apice del successo, incoronandolo direttore di una delle compagini sinfoniche più note d'America, a Los Angeles.
Parole di condanna per le condizioni in cui Maduro ha ridotto il Venezuela, dove mancano generi di prima necessità ma anche medicinali e le file davanti alle banche sono sempre più numerose e lunghe per ritirare quattro soldi o per cambiare la moneta, a seguito dell'inflazione galoppante, le abbiamo letto solo nelle dichiarazione di Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del nostro Parlamento, in visita ufficiale alle comunità italiane del Venezuela, evidentemente allarmato per le drammatiche notizie che ogni giorno giungono da quella nazione un tempo ricca e florida, tanto da attrarre tanti nostri emigranti; ma non una sola da Gustavo Dudamel che dovrebbe parlare ed, invece, ha scelto di tacere. Ma non ha scuse!
La stessa domanda, al tempo di Chavez, rivolgemmo a Diego Matheuz e lui glissò nella risposta, ma nel caso di Matheuz era più comprensibile. Lui giovane direttore, non certo all'apice del successo, seppure la sua fulminea carriera sul podio fosse stata benedetta e voluta nientemeno che da Claudio Abbado, non poteva esporsi più di tanto, né avrebbe avuto l'autorevolezza e l'incidenza di Lang Lang o di Gustavo Dudamel. Di cui andiamo ora a dirvi.
Gustavo Dudamel, intervistato per 'La repubblica', alla vigilia del suo 'primo' Concerto di Capodanno da Vienna, la sua consacrazione planetaria, non una parola di condanna ha detto, esplicitamente richiesto, nei confronti di Maduro, il dittatore succeduto a Chavez, che sta riducendo nella miseria e disperazione tutto il popolo venezuelano che resta sempre ed ancora anche il paese di Dudamel, sebbene i suoi successi lo abbiamo portato da alcuni anni - e ora ne ha trentasei appena - all'apice del successo, incoronandolo direttore di una delle compagini sinfoniche più note d'America, a Los Angeles.
Parole di condanna per le condizioni in cui Maduro ha ridotto il Venezuela, dove mancano generi di prima necessità ma anche medicinali e le file davanti alle banche sono sempre più numerose e lunghe per ritirare quattro soldi o per cambiare la moneta, a seguito dell'inflazione galoppante, le abbiamo letto solo nelle dichiarazione di Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del nostro Parlamento, in visita ufficiale alle comunità italiane del Venezuela, evidentemente allarmato per le drammatiche notizie che ogni giorno giungono da quella nazione un tempo ricca e florida, tanto da attrarre tanti nostri emigranti; ma non una sola da Gustavo Dudamel che dovrebbe parlare ed, invece, ha scelto di tacere. Ma non ha scuse!
martedì 6 settembre 2016
Nella musica il disco detta legge. Di nuovo, dopo anni di mercato piattissimo
Nonostante oggi i segni di vita del mercato discografico provengano prevalentemente dagli acquisti in rete, senza il supporto fisico, materiale del dischetto di plastica lucente, un qualche movimento anche nel mercato discografico tradizionale sembra registrarsi.
E, benchè vanti ancora sbalzi positivi decimali, un pò come la crescita 'infelice' dell'economia, i discografici e quelli che discografici si improvvisano per l'edicola - vedi i grandi giornali che , in realtà, non hanno mai smesso di vendere dischi in edicola, profittando attraverso lo stratagemma della 'pubblicazione con CD', mentre trattasi di prodotto discografico con cartoncino o libretto annesso - vogliono approfittare del momento, nella speranza che un futuro migliore finalmente ritorni. Illusione!
Quale sorpresa, aprendo oggi il Corriere, e l'altro ieri l'ultimo numero de L'Espresso, nel vedere tante pagine dedicata alla musica. In particolare, nel 'Corriere' ben due pagine monotematiche, e poi ancora una terza con l'intervista-presentazione di una giovane direttrice lituana, che già due anni fa ha debuttato alla corte dell'ex giovane prodigio riccioluto Dudamel, a Los Angeles, e che oggi, a 29 anni, assume la carica di direttore musicale della Orchestra di Birmingham che ha 'dato i natali' anche a Rattle. Ma quelle che maggiormente colpiscono su Corriere, sono le due pagine dedicata ad una iniziativa commerciale nel settore del disco d'opera avviata dal quotidiano.
Per 25 settimane, ogni settimana in vendita in edicola un titolo d'opera registrato nei grandi teatri a cominciare dalla Scala, fino al Metropolitan, al Coven Garden, e financo Parma - che definire un grande palcoscenico, alla stregua degli altri, suona quasi come un insulto. Manca però , ad esempio, Roma ( e tutti gli anni di Muti? forse il direttore non ha concesso i diritti, visto che di recente, e da solo, era passato in una precedente simile iniziativa in edicola)
I cantanti - inutile sottolinearlo - ci sono tutti, c'è perfino l'inossidabile Pavarotti, morto ormai da tanti anni, ed anche Domingo vivisimo, ma rigeneratosi baritono. Anche sui direttori si potrebbe fare il discorso dei teatri, e pure sui registi.
Il diligente critico chiamato a spingere il prodotto della propria azienda, attraverso le sue ben affilate armi dialettiche, giustifica l'ennesima uscita in edicola di prodotti ormai fatti e strafatti, con la curiosità di vedere come nel teatro d'opera succeda di tutto: entrando in un teatro, per riascoltare un titolo popolare, non puoi mai sapere cosa ti attende - scrive il critico.
Il quale si spinge anche oltre, immaginando qualche possibile, seppur debole obiezione. Perchè accettiamo volentieri che i cantanti come i direttori propongano ogni volta esecuzioni diverse, e non dobbiamo accettare che anche lo spettacolo, la regia di esso, proponga qualcosa di nuovo? Giusta risposta, ma ambientare una storia in un contesto lontanissimo da quello nel quale è stata immaginata dal compositore e librettista ed ambientata,e quindi stravolgendola per attualizzarla (ma è così necessario? il pubblico va all'opera per la regia o per la musica? e non può bellamente fottersene della storia?) non non è la medesima cosa che cantare o far suonare l'orchestra secondo criteri stilistici diversi dal passato, che si presume sempre più aggiornati, ma sempre più attinenti e rispettosi del dettato musicale dell'autore.
Non si può paragonare l'evoluzione stilistica del canto e della interpretazione musicale con la regia d'opera contemporanea che oggi tende quasi sempre - le eccezioni sono rarissime - a monopolizzare l'attenzione e le proteste del pubblico dei teatri, ed ancor più quella dei critici dei giornali i quali, se non v'è uno spettacolo spiazzante, reputano quasi inutile andare ad ascoltare l'ennesima Traviata (vedi la delusione della Traviata romana della Coppola, che ha immaginato quasi un 'non regia', che non ha soddisfatto i critici). Non saprebbero cosa scrivere se non hanno da raccontare l'invenzione registica.
Per tornare al mercato discografico, passando a L'Espresso, sottolineiamo appena che i due servizi presenti nell'ultimo numero, il primo dei quali dedicato a Lang Lang ed il secondo ad un violinista 'eccentrico', servivano a segnalare l'uscita di due CD.
E' così. A questa stessa logica, negli ultimi anni di vita, s'era dovuto sottoporre perfino il riottoso Benedetti Michelangeli 'costretto' dalla sua casa discografica a presentarsi in conferenza stampa ad Amburgo per promuovere un suo disco in uscita. Ed era la prima volta che ciò accadeva ad un musicista le cui interviste si contano sulle dita di una mano, comprendendovi anche quelle finte, costruite su ritagli e frattaglie precedenti.
Lontano da una uscita discografica si provi chiunque a domandare una intervista ad una star, riceverà una pernacchia nella peggiore e più incivile delle risposte ( ma capita anche questo!), e, nella migliore, un idiota 'no grazie', 'alla prossima'. Sì 'al prossimo'. Disco.
E, benchè vanti ancora sbalzi positivi decimali, un pò come la crescita 'infelice' dell'economia, i discografici e quelli che discografici si improvvisano per l'edicola - vedi i grandi giornali che , in realtà, non hanno mai smesso di vendere dischi in edicola, profittando attraverso lo stratagemma della 'pubblicazione con CD', mentre trattasi di prodotto discografico con cartoncino o libretto annesso - vogliono approfittare del momento, nella speranza che un futuro migliore finalmente ritorni. Illusione!
Quale sorpresa, aprendo oggi il Corriere, e l'altro ieri l'ultimo numero de L'Espresso, nel vedere tante pagine dedicata alla musica. In particolare, nel 'Corriere' ben due pagine monotematiche, e poi ancora una terza con l'intervista-presentazione di una giovane direttrice lituana, che già due anni fa ha debuttato alla corte dell'ex giovane prodigio riccioluto Dudamel, a Los Angeles, e che oggi, a 29 anni, assume la carica di direttore musicale della Orchestra di Birmingham che ha 'dato i natali' anche a Rattle. Ma quelle che maggiormente colpiscono su Corriere, sono le due pagine dedicata ad una iniziativa commerciale nel settore del disco d'opera avviata dal quotidiano.
Per 25 settimane, ogni settimana in vendita in edicola un titolo d'opera registrato nei grandi teatri a cominciare dalla Scala, fino al Metropolitan, al Coven Garden, e financo Parma - che definire un grande palcoscenico, alla stregua degli altri, suona quasi come un insulto. Manca però , ad esempio, Roma ( e tutti gli anni di Muti? forse il direttore non ha concesso i diritti, visto che di recente, e da solo, era passato in una precedente simile iniziativa in edicola)
I cantanti - inutile sottolinearlo - ci sono tutti, c'è perfino l'inossidabile Pavarotti, morto ormai da tanti anni, ed anche Domingo vivisimo, ma rigeneratosi baritono. Anche sui direttori si potrebbe fare il discorso dei teatri, e pure sui registi.
Il diligente critico chiamato a spingere il prodotto della propria azienda, attraverso le sue ben affilate armi dialettiche, giustifica l'ennesima uscita in edicola di prodotti ormai fatti e strafatti, con la curiosità di vedere come nel teatro d'opera succeda di tutto: entrando in un teatro, per riascoltare un titolo popolare, non puoi mai sapere cosa ti attende - scrive il critico.
Il quale si spinge anche oltre, immaginando qualche possibile, seppur debole obiezione. Perchè accettiamo volentieri che i cantanti come i direttori propongano ogni volta esecuzioni diverse, e non dobbiamo accettare che anche lo spettacolo, la regia di esso, proponga qualcosa di nuovo? Giusta risposta, ma ambientare una storia in un contesto lontanissimo da quello nel quale è stata immaginata dal compositore e librettista ed ambientata,e quindi stravolgendola per attualizzarla (ma è così necessario? il pubblico va all'opera per la regia o per la musica? e non può bellamente fottersene della storia?) non non è la medesima cosa che cantare o far suonare l'orchestra secondo criteri stilistici diversi dal passato, che si presume sempre più aggiornati, ma sempre più attinenti e rispettosi del dettato musicale dell'autore.
Non si può paragonare l'evoluzione stilistica del canto e della interpretazione musicale con la regia d'opera contemporanea che oggi tende quasi sempre - le eccezioni sono rarissime - a monopolizzare l'attenzione e le proteste del pubblico dei teatri, ed ancor più quella dei critici dei giornali i quali, se non v'è uno spettacolo spiazzante, reputano quasi inutile andare ad ascoltare l'ennesima Traviata (vedi la delusione della Traviata romana della Coppola, che ha immaginato quasi un 'non regia', che non ha soddisfatto i critici). Non saprebbero cosa scrivere se non hanno da raccontare l'invenzione registica.
Per tornare al mercato discografico, passando a L'Espresso, sottolineiamo appena che i due servizi presenti nell'ultimo numero, il primo dei quali dedicato a Lang Lang ed il secondo ad un violinista 'eccentrico', servivano a segnalare l'uscita di due CD.
E' così. A questa stessa logica, negli ultimi anni di vita, s'era dovuto sottoporre perfino il riottoso Benedetti Michelangeli 'costretto' dalla sua casa discografica a presentarsi in conferenza stampa ad Amburgo per promuovere un suo disco in uscita. Ed era la prima volta che ciò accadeva ad un musicista le cui interviste si contano sulle dita di una mano, comprendendovi anche quelle finte, costruite su ritagli e frattaglie precedenti.
Lontano da una uscita discografica si provi chiunque a domandare una intervista ad una star, riceverà una pernacchia nella peggiore e più incivile delle risposte ( ma capita anche questo!), e, nella migliore, un idiota 'no grazie', 'alla prossima'. Sì 'al prossimo'. Disco.
domenica 14 agosto 2016
Gustavo Dudamel tace sul presidente venezuelano Maduro, come taceva su Chavez, accusa Montero. Il difficile rapporto tra intellettuali e potere
Di fronte al potere oppressore, vi sono sempre stati sostenitori o fiancheggiatori ed oppositori. E, riguardo a quest'ultimi, oppositori che si sono dichiarati senza mezzi termini ed anche pagato, con l'esilio con il carcere quando non anche con l'eliminazione fisica, ed altri che, invece, hanno preferito continuare a lavorare, senza scontrarsi apertamente con il potere, insomma a resistere 'passivamente' per salvare il salvabile.
In quale di queste categorie entri anche il celebre caso di Furtwaengler non è così facile definire. Secondo alcuni egli tacque, per comodità, secondo altri egli non si oppose apertamente al potere per 'salvare il salvabile', assecondato dal potere medesimo che così voleva dimostrare al mondo che in fondo tanto cattivo non era.
Ora sono trascorsi molti anni dal quando Furtwaengler mantenne un certo rapporto con il potere nazista in patria, ed anche molte cose che dovrebbero indurre coloro i quali hanno voce in capitolo - e gli intellettuali veri, ed i musicisti anche sono fra questi - a parlare e denunciare. Mentre, ad esempio, non lo fanno personaggi come Lang Lang che sa bene che nel suo paese i fondamentali diritti umani sono calpestati. A differenza del direttore Fischer che ha denunciato, addirittura attraverso un'opera, la repressione nella sua Ungheria, o come il pianista compositore turco, Fazil Say che fu condannato per aver criticato il potere del suo paese.
Quando in Sud Africa dominava l'apartheid, si discusse spesso dell'argomento, senza arrivare mai ad una conclusione univoca e soddisfacente, anche perchè direttori celebri come Bernstein, tanto per fare un nome, non disdegnava di andare a dirigere in quel paese il cui potere, alla luce del sole e senza vergogna, si dichiarava razzista.
Veniamo ai nostri giorn, per i quali abbiamo citato i casi - esemplari ed encomiabili! -del direttore ungherese e del pianista iraniano; mentre potremmo, per l'altro verso citare il caso Gergiev che ha ottimi rapporti con Putin che certamente non è un campione di democrazia, ma che comunque protegge il Marijnsky di San Pietroburgo, mettendo Gergiev nelle stesse condizioni di Furtwaengler, sebbene il potere russo non sia paragonabile a quello nazista, però in Cecenia...
Potremmo anche citare il caso di Claudio Abbado assiduo frequentatore, per dar sostegno al 'Sistema', del Venezuela di Chavez ed anche di Maduro, come anche della Cuba di Castro, dalla cui bocca non ci pare di aver mai sentito parole di condanna dei rispettivi dittatori, ma solo lodi per qual che facevano per la musica.
Adesso che la situazione in Venezuela è precipitata - mentre per fortuna quella di Cuba sembra aver preso una piega migliore - anche i nipotini del grande direttore si comportano come il loro modello: tacciono. Colpevolmente o no ?
Poprio in questi ultimi giorni è scoppiata una polemica, alimentata da una brava pianista venezuelana, Montero, residente negli USA, che su quotidiani internazionali, si è dichiarata molto critica, contro Gustavo Dudamel, il quale contro i dittatori che hanno governato il suo paese ( Chavez) e lo governano tuttora ( Maduro) non ha detto una sola parola. Ha taciuto, ben conoscendo la drammatica situazione, tragica, del suo paese, alla faccia del Sistema, per la cui difesa egli si è giustificato.
Dudamel non ha detto una sola parola - accusa Montero - perchè teme di perdere i privilegi e gli agi di cui gode ( lui è stabile a Los Angeles, e sembra fottersene della tragica situazione del suo paese, dove mancano i beni di prima necessità ed anche i medicinali; il popolo è allo stremo, sull'orlo di una catastrofe, se non fa prima una rivoluzione per cacciare Maduro). Il riccioluto direttore s'è giustificato dicendo che non ha mai detto una sola parola di appoggio ai dittatori del suo paese, ha taciuto come accusa la Montero, e che vuole difendere il 'Sistema' fondato da Abreu.
Ma anche altri accusa Dudamel di aver sbagliato tacendo, anche perchè se non parla lui che è conosciuto e fa opinione, chi altri dovrebbe farlo? la povera gente che nonostante la tragedia che sta vivendo, continua a suonare e cantare ' per sopravvivere'? Come facevano nei vari campi di concentramento i musicisti torturati ed internati, senza che però in quella occasione il mondo conoscesse le atrocità dei vari campi di prigionia e concentramento, mentre oggi l'opinione internazionale conosce e denuncia la tragica situazione venezuelana, e Dudamel tace.
In quale di queste categorie entri anche il celebre caso di Furtwaengler non è così facile definire. Secondo alcuni egli tacque, per comodità, secondo altri egli non si oppose apertamente al potere per 'salvare il salvabile', assecondato dal potere medesimo che così voleva dimostrare al mondo che in fondo tanto cattivo non era.
Ora sono trascorsi molti anni dal quando Furtwaengler mantenne un certo rapporto con il potere nazista in patria, ed anche molte cose che dovrebbero indurre coloro i quali hanno voce in capitolo - e gli intellettuali veri, ed i musicisti anche sono fra questi - a parlare e denunciare. Mentre, ad esempio, non lo fanno personaggi come Lang Lang che sa bene che nel suo paese i fondamentali diritti umani sono calpestati. A differenza del direttore Fischer che ha denunciato, addirittura attraverso un'opera, la repressione nella sua Ungheria, o come il pianista compositore turco, Fazil Say che fu condannato per aver criticato il potere del suo paese.
Quando in Sud Africa dominava l'apartheid, si discusse spesso dell'argomento, senza arrivare mai ad una conclusione univoca e soddisfacente, anche perchè direttori celebri come Bernstein, tanto per fare un nome, non disdegnava di andare a dirigere in quel paese il cui potere, alla luce del sole e senza vergogna, si dichiarava razzista.
Veniamo ai nostri giorn, per i quali abbiamo citato i casi - esemplari ed encomiabili! -del direttore ungherese e del pianista iraniano; mentre potremmo, per l'altro verso citare il caso Gergiev che ha ottimi rapporti con Putin che certamente non è un campione di democrazia, ma che comunque protegge il Marijnsky di San Pietroburgo, mettendo Gergiev nelle stesse condizioni di Furtwaengler, sebbene il potere russo non sia paragonabile a quello nazista, però in Cecenia...
Potremmo anche citare il caso di Claudio Abbado assiduo frequentatore, per dar sostegno al 'Sistema', del Venezuela di Chavez ed anche di Maduro, come anche della Cuba di Castro, dalla cui bocca non ci pare di aver mai sentito parole di condanna dei rispettivi dittatori, ma solo lodi per qual che facevano per la musica.
Adesso che la situazione in Venezuela è precipitata - mentre per fortuna quella di Cuba sembra aver preso una piega migliore - anche i nipotini del grande direttore si comportano come il loro modello: tacciono. Colpevolmente o no ?
Poprio in questi ultimi giorni è scoppiata una polemica, alimentata da una brava pianista venezuelana, Montero, residente negli USA, che su quotidiani internazionali, si è dichiarata molto critica, contro Gustavo Dudamel, il quale contro i dittatori che hanno governato il suo paese ( Chavez) e lo governano tuttora ( Maduro) non ha detto una sola parola. Ha taciuto, ben conoscendo la drammatica situazione, tragica, del suo paese, alla faccia del Sistema, per la cui difesa egli si è giustificato.
Dudamel non ha detto una sola parola - accusa Montero - perchè teme di perdere i privilegi e gli agi di cui gode ( lui è stabile a Los Angeles, e sembra fottersene della tragica situazione del suo paese, dove mancano i beni di prima necessità ed anche i medicinali; il popolo è allo stremo, sull'orlo di una catastrofe, se non fa prima una rivoluzione per cacciare Maduro). Il riccioluto direttore s'è giustificato dicendo che non ha mai detto una sola parola di appoggio ai dittatori del suo paese, ha taciuto come accusa la Montero, e che vuole difendere il 'Sistema' fondato da Abreu.
Ma anche altri accusa Dudamel di aver sbagliato tacendo, anche perchè se non parla lui che è conosciuto e fa opinione, chi altri dovrebbe farlo? la povera gente che nonostante la tragedia che sta vivendo, continua a suonare e cantare ' per sopravvivere'? Come facevano nei vari campi di concentramento i musicisti torturati ed internati, senza che però in quella occasione il mondo conoscesse le atrocità dei vari campi di prigionia e concentramento, mentre oggi l'opinione internazionale conosce e denuncia la tragica situazione venezuelana, e Dudamel tace.
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venerdì 11 marzo 2016
Lang Lang. Per chi suona a Caracalla?
Quando critichiamo - e continuiamo a farlo - la gestione Fuortes all'Opera di Roma, 'modello Auditorium', abbiamo più d'una ragione. Il suo passaggio nel Teatro della Capitale sarà ricordato forse solo, per l'arrivo di regie 'rivoluzionarie' per dimostrare che l'opera 'del passato' va attualizzata, come va dicendo - il che fa capire quanto poco Fuortes sappia e capisca di musica - e per l' alternanza di musica cosiddetta 'bassa' ed 'alta'. Esattamente come faceva nella cavea dell'Auditorium d'estate, anzi come non poté fare sempre lì, perché quando l'Orchestra dell'Accademia si accorse del disastro acustico di quello spazio, vi rinunciò quasi del tutto, lasciandolo volentieri agli artefici dell'altra musica che negli spazi delle piazze e degli stadi si beano, come del resto fa anche Fuortes, di fronte a maree umane ondeggianti.
Ora Fuortes chiama a suonare a Caracalla, la sempre disastrata platea estiva dal punto di vista acustico, nonostante le arrabattate cianfrusaglie elettriche per l'amplificazione, Lang Lang, il pianista più celebrato (ed anche criticato) ma anche e sopratutto il più fotogenico del pianeta.
Che cosa suonerà Lang Lang, che cosa si riuscirà ad ascolterà di ciò che suona Lang Lang? Nulla o quasi. Ed allora perché il responsabile di una istituzione musicale deve commettere così imperdonabili errori, senza che nessuno gli dica in faccia che non merita di stare in quel posto lì, cioè alla sovrintendenza di un teatro d'opera, se commette impunemente simili errori?
Neppure un timidissimo accenno a tale problema s'è letto nei panegirici al sovrintendente 'alla moda' , segno dei tempi che cambiano, dove è dura a morire la regola d'oro della sopravvivenza: salire sul carro del vincitore del momento.
CARACALLA 2015. Il grande successo in cifre
29 serate comprendenti opera, balletto, rock, teatro ' modello auditorium'
Disponibilità posti 4000 a sera, complessivamente 116.000
Spettatori (paganti e non?): 72.000
Incasso. 3.700.000 Euro
Media costo biglietto: 51,00 Euro
Media posti occupati per sera: 2480
Media posti vuoti per sera:1520
CARACALLA 2016. Il grande successo annunciato
24 serate in 50 giorni: uno spettacolo a giorni alterni, 5 serate meno dell'anno scorso.
Disponibilità posti: 4000 a sera, complessivamente 96.000
Fuortes prevede ed avrà il tutto esaurito, esattamente come aveva previsto l'anno scorso e puntualmente ottenne.
Preventivo incasso, a platea esaurita (costo medio biglietto 51,00 Euro): 4.896.000 Euro
Ora Fuortes chiama a suonare a Caracalla, la sempre disastrata platea estiva dal punto di vista acustico, nonostante le arrabattate cianfrusaglie elettriche per l'amplificazione, Lang Lang, il pianista più celebrato (ed anche criticato) ma anche e sopratutto il più fotogenico del pianeta.
Che cosa suonerà Lang Lang, che cosa si riuscirà ad ascolterà di ciò che suona Lang Lang? Nulla o quasi. Ed allora perché il responsabile di una istituzione musicale deve commettere così imperdonabili errori, senza che nessuno gli dica in faccia che non merita di stare in quel posto lì, cioè alla sovrintendenza di un teatro d'opera, se commette impunemente simili errori?
Neppure un timidissimo accenno a tale problema s'è letto nei panegirici al sovrintendente 'alla moda' , segno dei tempi che cambiano, dove è dura a morire la regola d'oro della sopravvivenza: salire sul carro del vincitore del momento.
CARACALLA 2015. Il grande successo in cifre
29 serate comprendenti opera, balletto, rock, teatro ' modello auditorium'
Disponibilità posti 4000 a sera, complessivamente 116.000
Spettatori (paganti e non?): 72.000
Incasso. 3.700.000 Euro
Media costo biglietto: 51,00 Euro
Media posti occupati per sera: 2480
Media posti vuoti per sera:1520
CARACALLA 2016. Il grande successo annunciato
24 serate in 50 giorni: uno spettacolo a giorni alterni, 5 serate meno dell'anno scorso.
Disponibilità posti: 4000 a sera, complessivamente 96.000
Fuortes prevede ed avrà il tutto esaurito, esattamente come aveva previsto l'anno scorso e puntualmente ottenne.
Preventivo incasso, a platea esaurita (costo medio biglietto 51,00 Euro): 4.896.000 Euro
martedì 12 maggio 2015
I Berliner Philharmoniker scelgono di non scegliere. Thielemann il superfavorito
Sicuramente la pietra dello scandalo gettata nello stagno delle celebre chiesa ' di Gesù Cristo' berlinese dove ieri si sono riuniti i Berliner per procedere all'elezione del loro prossimo direttore, a partire dal 2018, per il dopo Rattle, è stata Christian Thielemann. Candidato ideale , nel solco della tradizione (e del resto anche alla Scala dopo l'era 'avanguardistica' di Lissner-Barenboim si è pensato giusto ed anche utile ritornare alla grande tradizione scaligera, repertorio compreso con Pereira e Chailly. Dice nulla il fatto che Abbado, sì a cominciar da lui, non abbia in vita sua mai diretto Puccini, e che il nostro operista anche nell'era Lissner-Barenboim sia rimasto fuori della porta, in attesa), con un repertorio che va da Haydn, ma forse c'è anche Bach prima, a Strauss - che altro si vuole - con l'unico difetto di essere un po' 'tradizionalista', 'conservatore'- così lo definiscono - qualcuno dice 'reazionario' e con simpatie 'destrorse', addirittura 'razzista'; per tacere su sue recenti dichiarazioni di carattere xenofobo, che certo qualche imbarazzo anche fuori dell'ambiente musicale l'hanno creato.
A metà pomeriggio era stata diffusa ad arte la notizia poi smentita, che il prescelto aveva un nome: Andris Nelsons, stabile a Boston, 36 anni, grandissimo talento, attraverso un tweet di Lang Lang, il pianista alla moda.
Da fonti sicure ma riservate noi sappiamo, invece, che il cuore dei Berliner, nonostante gli innesti degli anni recenti di musicisti di vari continenti, a gruppi ognuno con il proprio candidato, batteva per Thielemann, mentre la ragione aveva qualche perplessità. Nel senso che avere al proprio comando una personalità con la lingua troppo lunga e su argomenti che vanno a toccare nervi storici ancora scoperti, potrebbe creare qualche problema, salvo che per il futuro non si decida a star zitto, e magari anche a cambiare idea. Non si dice che la musica apre le menti e che affratella i popoli e che inclina al bene? Se anche uno solo di questi propositi Thielemann seguisse, forse quando i Berliner si riuniranno nuovamente - si dice entro l'anno - la scelta cadrà su di lui, senza più tentennamenti ed ulteriori rimandi. E forse a Thielemann con l'elezione rimandata chiedono proprio questo impegno i mitici Berliner Philharmoniker. Salvo che egli non intenda, viste queste obiezioni, restare a Dresda.
A metà pomeriggio era stata diffusa ad arte la notizia poi smentita, che il prescelto aveva un nome: Andris Nelsons, stabile a Boston, 36 anni, grandissimo talento, attraverso un tweet di Lang Lang, il pianista alla moda.
Da fonti sicure ma riservate noi sappiamo, invece, che il cuore dei Berliner, nonostante gli innesti degli anni recenti di musicisti di vari continenti, a gruppi ognuno con il proprio candidato, batteva per Thielemann, mentre la ragione aveva qualche perplessità. Nel senso che avere al proprio comando una personalità con la lingua troppo lunga e su argomenti che vanno a toccare nervi storici ancora scoperti, potrebbe creare qualche problema, salvo che per il futuro non si decida a star zitto, e magari anche a cambiare idea. Non si dice che la musica apre le menti e che affratella i popoli e che inclina al bene? Se anche uno solo di questi propositi Thielemann seguisse, forse quando i Berliner si riuniranno nuovamente - si dice entro l'anno - la scelta cadrà su di lui, senza più tentennamenti ed ulteriori rimandi. E forse a Thielemann con l'elezione rimandata chiedono proprio questo impegno i mitici Berliner Philharmoniker. Salvo che egli non intenda, viste queste obiezioni, restare a Dresda.
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lunedì 4 maggio 2015
Mazzi e Presta che c'entrano con il Concerto in Piazza Duomo con l'Orchestra della Scala, trasmesso da Rai1, per l'apertura di Expo 2015?
Non ci crediamo ancora a quel che abbiamo letto sul Corriere, nella rubrica del lunedì di Aldo Grasso, ' A fil di rete'. E cioè che ad organizzare il Concerto di Rai1 con l'Orchestra della Scala , Armiliato sul podio ed una schiera di illustri solisti, a cominciare da Andrea Bocelli, e che ha avuto un enorme successo, quasi 6.400.000 telespettatori, siano stati Gianmarco Mazzi e Lucio Presta. Che c'entrano i due ?
Il primo ha a che fare con Sanremo e qualche cantante, come Gianni Morandi, il secondo con presentatori tv ( Bonolis, Clerici) ed alcuni attori. Ma in Piazza Duomo c'era l'Orchestra della Scala, c'erano cantanti con i quali il Mazzi non ha mai avuto nulla da spartire e soprattutto si trattava di un concerto dal quale i due dovevano girare alla larga, mentre qualcuno li ha chiamati.
Presta aveva invece altre ragioni. Presto detto: la presenza sul palco di Bonolis e Clerici come presentatori, l'unica nota stonata della serata, con le gags di Bonolis ed anche qualche volgarità, e la Clerici, intirizzita dal freddo, nonostante fosse ben infagottata, e chiamata a leggere quattro cosette. Per non dire degli strafalcioni di Bonolis, dei quali forse né lui né Mazzi e neppure Presta si sono neanche accorti. Esemplare quello sul rondò di Mozart 'Alla turca' suonato da Lang Lang, che secondo Bonolis era un 'concerto' per pianoforte, invece che una sonata ( un tempo di sonata, l'ultimo nel nostro caso, della sonata n.11). Cose simili non sono tollerabili nel corso di un concerto classico in una occasione di grande rilevanza, come l'apertura dell'Expo, trasmesso in Mondovisione. La Rai non aveva i mezzi per organizzare in proprio quel concerto? Orchestra e Coro erano della Scala, ed il concerto al Teatro milanese faceva capo anche per la locandina e gli artisti presenti. E allora che c'entrava la strana coppia? Ha allestito il palco, curato l'illuminazione, la diffusione audio - quest'utlima la Rai sa fare benissimo con i suoi bravi tecnici.
L'Espresso un paio di anni fa, a ridosso di Sanremo, raccontò le gesta di Mazzi, sponsorizzato da Gasparri, poi anche da La Russa ecc. ed anche dello sbarco armato di Presta in tv.
Il primo ha a che fare con Sanremo e qualche cantante, come Gianni Morandi, il secondo con presentatori tv ( Bonolis, Clerici) ed alcuni attori. Ma in Piazza Duomo c'era l'Orchestra della Scala, c'erano cantanti con i quali il Mazzi non ha mai avuto nulla da spartire e soprattutto si trattava di un concerto dal quale i due dovevano girare alla larga, mentre qualcuno li ha chiamati.
Presta aveva invece altre ragioni. Presto detto: la presenza sul palco di Bonolis e Clerici come presentatori, l'unica nota stonata della serata, con le gags di Bonolis ed anche qualche volgarità, e la Clerici, intirizzita dal freddo, nonostante fosse ben infagottata, e chiamata a leggere quattro cosette. Per non dire degli strafalcioni di Bonolis, dei quali forse né lui né Mazzi e neppure Presta si sono neanche accorti. Esemplare quello sul rondò di Mozart 'Alla turca' suonato da Lang Lang, che secondo Bonolis era un 'concerto' per pianoforte, invece che una sonata ( un tempo di sonata, l'ultimo nel nostro caso, della sonata n.11). Cose simili non sono tollerabili nel corso di un concerto classico in una occasione di grande rilevanza, come l'apertura dell'Expo, trasmesso in Mondovisione. La Rai non aveva i mezzi per organizzare in proprio quel concerto? Orchestra e Coro erano della Scala, ed il concerto al Teatro milanese faceva capo anche per la locandina e gli artisti presenti. E allora che c'entrava la strana coppia? Ha allestito il palco, curato l'illuminazione, la diffusione audio - quest'utlima la Rai sa fare benissimo con i suoi bravi tecnici.
L'Espresso un paio di anni fa, a ridosso di Sanremo, raccontò le gesta di Mazzi, sponsorizzato da Gasparri, poi anche da La Russa ecc. ed anche dello sbarco armato di Presta in tv.
"Evidentemente
l'Auditel giustifica i mezzi. A condurre le danze ormai sono
personaggi abili e disinvolti come Mazzi e Presta, mentre la
struttura pubblica abdica al proprio ruolo. Non a caso nei giorni del
Festival Rai e Mediaset hanno sospeso qualsiasi serio tentativo di
contro-programmazione. E così l'edizione 2012 sembra quasi una sfida
di Mazzi con se stesso. Impermeabile alle critiche e alle polemiche,
il direttore del Festival aspetta solo il risultato televisivo. Tra
tanti cantanti in gara, l'unico vincitore annunciato è lui: il
veronese di Sanremo."
Ora i due ascriveranno alla propria presenza il successo di quel concerto che ,sia chiaro a chi li assumerà per un altro concerto del genere, loro con quel successo c'entrano come i cavoli... del proverbio.
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domenica 23 novembre 2014
Lang Lang come Pogorelich. Con qualche eccezione
Cominciamo dalle eccezioni. Pogorelich era di una bellezza irresistibile, faccia da angelo/demonio, fisico atletico, indossatore perfetto - che ha sfruttato, agli inizi della sua carriera (anche per Missoni). La mancata vittoria al Concorso Chopin alimentò la leggenda attorno alla sua figura. Leggenda che, stranamente, non si era attivata quando, due anni prima, aveva vinto il Casagrande di Terni, facendo dire al giurato Giorgio Vidusso, che prima di lui non aveva mai visto mani così prodigiose. Cachet stellari, scostante( per timidezza?) antipatia da vendere.
Lang Lang non ha certo il fisico di Pogorelich nè mai potrà averlo; per lui gli stilisti (ora Armani) - che ora faranno a gara per accaparrarsi un testimone planetario - devono studiare come non far apparire 'infagottato' il suo fisico, come hanno già fatto con quel 'doppio petto' che, abbottonato, copre quel suo corpo tozzo e squadrato. Per i cachet, stellari anche quelli di Lang - le cose in fatto di soldi - vanno sempre alla stessa maniera di un tempo; ma lui, a differenza di Pogorelich è un mostro di simpatia, non sappiamo se autentica o costruita.
Mani bellissime, ed anche curate - come ha mostrato la tv nel recente concerto a Roma - le ha anche Lang Lang; ma lui non ha vinto nessun concorso che si rispetti e neanche ha preso parte ad alcuno di una qualche importanza, ricordandosi il suo esordio per una sostituzione in un festival ( Ravinia) in America. E non è il primo caso, nel mondo della musica.
Ambedue hanno anche una tecnica prodigiosa, forse Lang Lang, a prima vista, anche superiore a quella di Pogorelich; ambedue l'hanno sfruttata oltre che per rendere i propri servizi alla causa della musica, per stravolgere la tradizionale lettura di tanto repertorio classico, attirandosi, anche per questo, un'aggiunta di attenzione. Mozart dell'uno e dell'altro ne è un esempio; e per Lang Lang l'esecuzione del movimento conclusivo di una sonata mozartiana 'alla turca', come la si è ascoltata a Roma, grida vendetta.
Pogorelich stupiva, dividendo o accomunando pubblico di ogni età e formazione, andando controcorrente, spiazzando tutti con dichiarazioni o atteggiamenti; Lang Lang stupisce assecondando l'opinione mondiale, secondo quanto gli detta chi cura la sua immagine. Lang Lang è insomma l'ovvietà, la sicurezza laddove Pogorelich incarnava la contraddizione, la provocazione, il dubbio.
Poi le vite di ambedue sembrano aver preso strade diverse. Pogorelich dopo la mai completamente compresa unione con la sua maestra, molto più grande lui, e la morte della stessa, ha compiuto una profonda riflessione su se stesso e sul senso della vita, oltre che sul ruolo del musicista, impegnandosi da tempo in operazioni umanitarie e formative di grande pregio.
Lang Lang gira il mondo controllato a vista da esperti di marketing e dai suoi genitori, nonostante i suoi attuali trent'anni; della sua vita sentimentale, per quel che ne sappiamo noi che non ce ne interessiamo, nulla sembra essere trapelato; anch'egli ha una sua fondazione - tale e quale Pogorelich - attraverso la quale recare aiuto in ogni senso ai giovani musicisti; si sta impegnando - o viene fatto impegnare (?) - in azioni di rappresentanza da organismi internazionali ecc... una carriera quasi fotocopia di quella di Pogorelich.
Per buona parte, due vite parallele, di una delle quali non conosciamo ancora l'esito finale, e neppure, se possibile, il congiungimento con l'altra. Che, invece, noi siamo qui ad augurarcelo per Lang Lang. E cioè che, passata l'euforia della giovinezza, anch'egli, come Pogorelich, smetta i panni dell'inutile funambolo della tastiera, per vestire quelli del musicista.
Lang Lang non ha certo il fisico di Pogorelich nè mai potrà averlo; per lui gli stilisti (ora Armani) - che ora faranno a gara per accaparrarsi un testimone planetario - devono studiare come non far apparire 'infagottato' il suo fisico, come hanno già fatto con quel 'doppio petto' che, abbottonato, copre quel suo corpo tozzo e squadrato. Per i cachet, stellari anche quelli di Lang - le cose in fatto di soldi - vanno sempre alla stessa maniera di un tempo; ma lui, a differenza di Pogorelich è un mostro di simpatia, non sappiamo se autentica o costruita.
Mani bellissime, ed anche curate - come ha mostrato la tv nel recente concerto a Roma - le ha anche Lang Lang; ma lui non ha vinto nessun concorso che si rispetti e neanche ha preso parte ad alcuno di una qualche importanza, ricordandosi il suo esordio per una sostituzione in un festival ( Ravinia) in America. E non è il primo caso, nel mondo della musica.
Ambedue hanno anche una tecnica prodigiosa, forse Lang Lang, a prima vista, anche superiore a quella di Pogorelich; ambedue l'hanno sfruttata oltre che per rendere i propri servizi alla causa della musica, per stravolgere la tradizionale lettura di tanto repertorio classico, attirandosi, anche per questo, un'aggiunta di attenzione. Mozart dell'uno e dell'altro ne è un esempio; e per Lang Lang l'esecuzione del movimento conclusivo di una sonata mozartiana 'alla turca', come la si è ascoltata a Roma, grida vendetta.
Pogorelich stupiva, dividendo o accomunando pubblico di ogni età e formazione, andando controcorrente, spiazzando tutti con dichiarazioni o atteggiamenti; Lang Lang stupisce assecondando l'opinione mondiale, secondo quanto gli detta chi cura la sua immagine. Lang Lang è insomma l'ovvietà, la sicurezza laddove Pogorelich incarnava la contraddizione, la provocazione, il dubbio.
Poi le vite di ambedue sembrano aver preso strade diverse. Pogorelich dopo la mai completamente compresa unione con la sua maestra, molto più grande lui, e la morte della stessa, ha compiuto una profonda riflessione su se stesso e sul senso della vita, oltre che sul ruolo del musicista, impegnandosi da tempo in operazioni umanitarie e formative di grande pregio.
Lang Lang gira il mondo controllato a vista da esperti di marketing e dai suoi genitori, nonostante i suoi attuali trent'anni; della sua vita sentimentale, per quel che ne sappiamo noi che non ce ne interessiamo, nulla sembra essere trapelato; anch'egli ha una sua fondazione - tale e quale Pogorelich - attraverso la quale recare aiuto in ogni senso ai giovani musicisti; si sta impegnando - o viene fatto impegnare (?) - in azioni di rappresentanza da organismi internazionali ecc... una carriera quasi fotocopia di quella di Pogorelich.
Per buona parte, due vite parallele, di una delle quali non conosciamo ancora l'esito finale, e neppure, se possibile, il congiungimento con l'altra. Che, invece, noi siamo qui ad augurarcelo per Lang Lang. E cioè che, passata l'euforia della giovinezza, anch'egli, come Pogorelich, smetta i panni dell'inutile funambolo della tastiera, per vestire quelli del musicista.
sabato 22 novembre 2014
Lang Lang & Giovanni Allevi. Sensazionali rivelazioni
Nello steso giorno, oggi, i giornali hanno intervistato due campioni della 'modernità musicale', diciamo così: Lang Lang e Giovanni Allevi. Cogliendo l'uno fra un pausa e l'altra del suo grand tour italiano, e l'altro mentre ascolta le canzoni per il prossimo Festival di Sanremo, chiamato da Carlo Conti a selezionarle.
Dalla bocca del primo, Lang, apprendiamo che lui è sempre attaccato a qualche aggeggio elettronico, non potrebbe farne a meno, in nessun momento del giorno e della notte - che per uno che gira attorno al mondo alla velocità di una trottola, spesso si confondono; dunque sempre. Mentre parla o risponde a telefono, magari aziona il tablet e dall'altro orecchio, lasciato libero, ascolta l'Iphone.
E non è solo, azzardando che se fosse vissuto ai nostri giorni, Mozart avrebbe composto sicuramente con il tablet - poi si corregge e diventa più cauto, ipotizzando tale possibilità, senza darla per certa. Insomma nessuno è più moderno e tecnologico di Lang Lang che naturalmente adora Youtube, con il quale ha fatto l'esperimento di una orchestra dislocata ai quattro angoli della terra per l'esecuzione della 'Youtube sinfonia', un'orchestra che suonava contemporaneamente mandando il suono in un punto comune, dove però non c'era nessuno, cioè sulla piattaforma che aveva dato il nome alla sinfonia, e che perciò arrivava agli ascoltatori occasionali dislocati anch'essi ai quattro angoli del pianeta. E già che alcuni giorni fa, proprio la rete mostrava un esilarante, assai simile esperimento. Un direttore sul podio, in carne ed ossa, davanti una spianata di leggii - la musica era volata via, perché i leggii ed il podio erano all'aperto, in un parco - e lui che li dirigeva, i leggii. Non c'era nessuno davanti ai leggi che suonasse, eppure, miracolosamente, si sentiva il suono di tanti strumenti, come fossero lì presenti, mentre invece erano ognuno a casa sua e tutti collegati via internet.
Un concerto come non si era mai visto ed udito, meraviglie della tecnologia. Esaltazione della idiozia moderna, alla quale anche Lang sembra essersi votato. Come, invece non sembra ancora essersi votato alla causa della libertà, alla difesa dei diritti civili nel suo paese, perché lui è convinto che in Cina vi sia libertà e che i diritti umani e civili siano rispettati. A questa imprevista conclusione l'ha condotto l'uso, quasi smodato, della tecnologia?
Alla fine delle chiacchiere l'unica cosa che ci è rimasta delle rivelazioni epocali di Lang Lang che, quando suona, non è fra i pianisti che preferiamo, è che la tecnologia oggi consente a chiunque di rendere partecipe immediatamente e contemporaneamente, una platea vastissima, quasi infinita, di un messaggio, anche inutile ed insulso.
E' questa la vera unica novità che poi, se guardiamo bene le cose, oggi è stata solo accelerata e potenziata; perchè le premesse esistevano già, da quando le comunicazioni hanno fatto passi da gigante, aiutati anche dai computer ecc... ma non è il caso di stare a spiegare tutto ciò a chi ne sa più di noi.
Dalla tecnologia, pallino di Lang Lang, al bilocale bohèmien di Giovanni Allevi, che non perde occasione per invitarci ad entrare nel suo esilarante mondo segreto dove prendono corpo le sue creazioni. Fra breve, gli ultimi prodotti, uno dei quali, ci spiega con ricchezza di particolari Allevi - che ancora non può permettersi, a Milano, una vera casa, ed è stato visto girare nei giorni delle rivolte delle periferie per le case popolari, mimetizzato, anzi truccato per non farsi riconoscere, nel tentativo di occuparne una - è stato concepito nel corso di una serata in cui si sentiva assediato da una riunione familiare in casa sua. Senza farsi notare s'è sfilato dalla confusione e s'è ritirato nell'altra stanza, dove all'improvviso s'è materializzata una bella melodia - ma allora il casino ispira?- che lui con carta e matita ha immediatamente intrappolato, nel timore che ne uscisse dalla finestra, dalla quale sembrava entrata. E' una bella melodia, ampia - assicura il riccioluto pianista - che ora ha detto definitivamente addio al minimalismo di un tempo.
Ogni giorno sogniamo di essere ammessi da Giovani Allevi nel suo laboratorio creativo segreto, che solo raramente, quando lo decide lui, apre al mondo desideroso di conoscere come nasca la musica. Se solo avessimo una trentina d'anni meno, ci metteremmo alle costole di Allevi e chissà che non riusciremmo a penetrare oltre che nella vit , nei segreti di un grande monumentale musicista che fa musica classica contemporanea.
Dalla bocca del primo, Lang, apprendiamo che lui è sempre attaccato a qualche aggeggio elettronico, non potrebbe farne a meno, in nessun momento del giorno e della notte - che per uno che gira attorno al mondo alla velocità di una trottola, spesso si confondono; dunque sempre. Mentre parla o risponde a telefono, magari aziona il tablet e dall'altro orecchio, lasciato libero, ascolta l'Iphone.
E non è solo, azzardando che se fosse vissuto ai nostri giorni, Mozart avrebbe composto sicuramente con il tablet - poi si corregge e diventa più cauto, ipotizzando tale possibilità, senza darla per certa. Insomma nessuno è più moderno e tecnologico di Lang Lang che naturalmente adora Youtube, con il quale ha fatto l'esperimento di una orchestra dislocata ai quattro angoli della terra per l'esecuzione della 'Youtube sinfonia', un'orchestra che suonava contemporaneamente mandando il suono in un punto comune, dove però non c'era nessuno, cioè sulla piattaforma che aveva dato il nome alla sinfonia, e che perciò arrivava agli ascoltatori occasionali dislocati anch'essi ai quattro angoli del pianeta. E già che alcuni giorni fa, proprio la rete mostrava un esilarante, assai simile esperimento. Un direttore sul podio, in carne ed ossa, davanti una spianata di leggii - la musica era volata via, perché i leggii ed il podio erano all'aperto, in un parco - e lui che li dirigeva, i leggii. Non c'era nessuno davanti ai leggi che suonasse, eppure, miracolosamente, si sentiva il suono di tanti strumenti, come fossero lì presenti, mentre invece erano ognuno a casa sua e tutti collegati via internet.
Un concerto come non si era mai visto ed udito, meraviglie della tecnologia. Esaltazione della idiozia moderna, alla quale anche Lang sembra essersi votato. Come, invece non sembra ancora essersi votato alla causa della libertà, alla difesa dei diritti civili nel suo paese, perché lui è convinto che in Cina vi sia libertà e che i diritti umani e civili siano rispettati. A questa imprevista conclusione l'ha condotto l'uso, quasi smodato, della tecnologia?
Alla fine delle chiacchiere l'unica cosa che ci è rimasta delle rivelazioni epocali di Lang Lang che, quando suona, non è fra i pianisti che preferiamo, è che la tecnologia oggi consente a chiunque di rendere partecipe immediatamente e contemporaneamente, una platea vastissima, quasi infinita, di un messaggio, anche inutile ed insulso.
E' questa la vera unica novità che poi, se guardiamo bene le cose, oggi è stata solo accelerata e potenziata; perchè le premesse esistevano già, da quando le comunicazioni hanno fatto passi da gigante, aiutati anche dai computer ecc... ma non è il caso di stare a spiegare tutto ciò a chi ne sa più di noi.
Dalla tecnologia, pallino di Lang Lang, al bilocale bohèmien di Giovanni Allevi, che non perde occasione per invitarci ad entrare nel suo esilarante mondo segreto dove prendono corpo le sue creazioni. Fra breve, gli ultimi prodotti, uno dei quali, ci spiega con ricchezza di particolari Allevi - che ancora non può permettersi, a Milano, una vera casa, ed è stato visto girare nei giorni delle rivolte delle periferie per le case popolari, mimetizzato, anzi truccato per non farsi riconoscere, nel tentativo di occuparne una - è stato concepito nel corso di una serata in cui si sentiva assediato da una riunione familiare in casa sua. Senza farsi notare s'è sfilato dalla confusione e s'è ritirato nell'altra stanza, dove all'improvviso s'è materializzata una bella melodia - ma allora il casino ispira?- che lui con carta e matita ha immediatamente intrappolato, nel timore che ne uscisse dalla finestra, dalla quale sembrava entrata. E' una bella melodia, ampia - assicura il riccioluto pianista - che ora ha detto definitivamente addio al minimalismo di un tempo.
Ogni giorno sogniamo di essere ammessi da Giovani Allevi nel suo laboratorio creativo segreto, che solo raramente, quando lo decide lui, apre al mondo desideroso di conoscere come nasca la musica. Se solo avessimo una trentina d'anni meno, ci metteremmo alle costole di Allevi e chissà che non riusciremmo a penetrare oltre che nella vit , nei segreti di un grande monumentale musicista che fa musica classica contemporanea.
domenica 26 ottobre 2014
Per le serie 'eventi', e 'facce di bronzo'.
Siamo rimasti sempre colpiti - positivamente s'intende - dalla lettura delle cosiddette pagine 'eventi' che Corriere, Repubblica e Sole 24 Ore pubblicano a pagamento, in occasione di inaugurazioni di stagioni o di festival musicali od altro, anche se non meritevoli. Quando c'è qualcuno che paga, il giornale fa quel che vuole l'ordinante, con reciproca soddisfazione. E ne abbiamo lette di belle, come il panegirico - ne citiamo solo uno - di un sedicente regista e organizzatore musicale che da anni infesta la Sicilia, ed anche qualche zona di Roma, di cui non ricordiamo il nome e per questo , solo per questo, non citiamo.
Nelle ultime settimane siamo rimasti colpiti dalle presentazioni della stagione dell'Accademia di Santa Cecilia. Panegirici e peana su panegirici e peana. E gli uni e gli altri meritatissimi.
E pure ci ha colpiti il tono quasi di sfida di un collaboratore del Sole 24 Ore, il quale s'è arrischiato a scrivere che mentre farebbe anche un lungo viaggio per ascoltare il tale o talaltro pianista, mai si sognerebbe di fare altrettanto per ascoltare Lang Lang, in cartellone a Santa Cecilia. Ma come? Chi è costui che si è permesso di infrangere la regola: 'se io ti pago, non puoi decidere tu di chi devi parlare ed in che modo, perchè questo spetta a me che ti pago'.
Chissà se, timidamente, passo dopo passo, assisteremo con sempre maggiore frequenza, in futuro, a disobbedienze e sfide dello stesso genere. Sarebbero salutari. Del resto che credibilità può avere una lenzuolata giornalistica i cui contenuti sono dettati e verificati dall'interessato? Potrebbe Armani, tanto per fare un altro esempio, far pubblicare una pagina pubblicitaria che lo danneggi?
Qualche anno fa accadde in Francia che Le Monde pubblicasse regolarmente delle stroncature delle opere che l'Opéra aveva in cartellone. Ogni nuovo titolo una nuova stroncatura, senza eccezione. Il sovrintendente del teatro decise, in conseguenza, di cancellare la pubblicità del teatro sul grande quotidiano, come a dire: ti devo anche pagare?
Ora le cose non stanno proprio così. Però vi sono casi in cui lo scandalo è evidente e l'asservimento del giornale all'inserzionista totale.
Noi, ad esempio, stiamo aspettando che si avvii la nuova stagione dell'Opera di Roma, quella della 'grande opera' e dei grandissimi casini, di cui tutti i giornali scrivono, ogni giorno. Ora avranno la faccia di scrivere ancora panegirici del teatro? Noi crediamo di sì, perché al colore dei soldi non si guarda. Certamente, e ne siamo sicuri, non rifiuteranno di confezionare la pubblicità a pagamento per il Grande Teatro dell'Opera di Roma Capitale, quello della 'Grande Opera' che si avvia ad una nuova grande stagione. E allora? Ci sarà da ridere quando leggeremo che Fuortes è il miglior sovrintendente che il teatro abbia mai avuto, e Marino il miglior sindaco, come Franceschini il miglior ministro, e Nastasi il suo miglior capo gabinetto, e tutti insieme i veri salvatori del Teatro dell'Opera di Roma Capitale. Se poi è finito nella merda non è colpa loro. Ma della merda i giornali non scriveranno.
Nelle ultime settimane siamo rimasti colpiti dalle presentazioni della stagione dell'Accademia di Santa Cecilia. Panegirici e peana su panegirici e peana. E gli uni e gli altri meritatissimi.
E pure ci ha colpiti il tono quasi di sfida di un collaboratore del Sole 24 Ore, il quale s'è arrischiato a scrivere che mentre farebbe anche un lungo viaggio per ascoltare il tale o talaltro pianista, mai si sognerebbe di fare altrettanto per ascoltare Lang Lang, in cartellone a Santa Cecilia. Ma come? Chi è costui che si è permesso di infrangere la regola: 'se io ti pago, non puoi decidere tu di chi devi parlare ed in che modo, perchè questo spetta a me che ti pago'.
Chissà se, timidamente, passo dopo passo, assisteremo con sempre maggiore frequenza, in futuro, a disobbedienze e sfide dello stesso genere. Sarebbero salutari. Del resto che credibilità può avere una lenzuolata giornalistica i cui contenuti sono dettati e verificati dall'interessato? Potrebbe Armani, tanto per fare un altro esempio, far pubblicare una pagina pubblicitaria che lo danneggi?
Qualche anno fa accadde in Francia che Le Monde pubblicasse regolarmente delle stroncature delle opere che l'Opéra aveva in cartellone. Ogni nuovo titolo una nuova stroncatura, senza eccezione. Il sovrintendente del teatro decise, in conseguenza, di cancellare la pubblicità del teatro sul grande quotidiano, come a dire: ti devo anche pagare?
Ora le cose non stanno proprio così. Però vi sono casi in cui lo scandalo è evidente e l'asservimento del giornale all'inserzionista totale.
Noi, ad esempio, stiamo aspettando che si avvii la nuova stagione dell'Opera di Roma, quella della 'grande opera' e dei grandissimi casini, di cui tutti i giornali scrivono, ogni giorno. Ora avranno la faccia di scrivere ancora panegirici del teatro? Noi crediamo di sì, perché al colore dei soldi non si guarda. Certamente, e ne siamo sicuri, non rifiuteranno di confezionare la pubblicità a pagamento per il Grande Teatro dell'Opera di Roma Capitale, quello della 'Grande Opera' che si avvia ad una nuova grande stagione. E allora? Ci sarà da ridere quando leggeremo che Fuortes è il miglior sovrintendente che il teatro abbia mai avuto, e Marino il miglior sindaco, come Franceschini il miglior ministro, e Nastasi il suo miglior capo gabinetto, e tutti insieme i veri salvatori del Teatro dell'Opera di Roma Capitale. Se poi è finito nella merda non è colpa loro. Ma della merda i giornali non scriveranno.
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