Al terzo turno di ballottaggio, ma solo al terzo, il 20 c.m., è entrato a far parte degli Accademici di S. Cecilia, un paio di nomi insolito, ma dei soliti, di quelli che non mollano mai finchè non ottengono ciò per cui tanto si sono spesi nel tempo. Dell'intraprendenza, anzi dell'invadenza di alcuni di loro possiamo recare testimonianza personale, giacché li avemmo come saltuari collaboratori al tempo di Piano Time ( vale per Arcà, come valse per Dall'Ongaro) e di Applausi (nel caso di Cappelletto).
Nel caso di Massimo Quarta, anch'egli neo accademico, invece, trattasi comunque di una riparazione al lungo, ingiusto ostracismo che l'Accademia gli ha fin qui riservato, nonostante che già nel 1991 vinse il Premio Paganini, unico italiano dopo Accardo. Ora c'è da augurarsi che lo invitino regolarmente a suonare all'Accademia, come stanno facendo, giustamente, con Brunello, Dindo, De Maria, Biondi ecc.. tutti valenti accademici ceciliani e strumentisti di alto valore. prorpio come Massimo Quarta.
Il riconoscimento per Fiamma Nicolodi incorona una carriera di studiosa che certamente non ha nulla da spartire con quella di Cappelletto che di mestiere fa il 'bravo comunicatore'- come l'ha definito anche Nicola Sani che l'ha chiamato a collaborare all'Istituto di Studi Verdiani, nel disappunto generale del mondo degli studiosi. E che è, verosimilmente, la medesima ragione per cui Massimo Bray della Treccani gli ha affidato la cura dell'Appendice sulla Musica, mentre - come è giusto - per la seconda Appendice, dedicata alla Letteratura, apparsa contemporaneamente, ha chiesto la consulenza del prof. Ferroni, universitario e studioso della lingua e letteratura italiana. E non un comunicatore.
Pietro De Maria, anch'egli nuovo accademico, vede coronato il suo impegno di docente nei corsi dell'Accademia.
E la massoneria in tutti questi casi non c'entra. Vero?
Perchè insisto che sono stati nominati al Terzo turno di ballottaggio? Perchè per i candidati, dopo che non hanno raggiunto il quorum richiesto nei primi due, dove è più alto, al terzo, con il quorum abbassato, è più facile farsi eleggere con il sostegno decisivo delle cordate. Accadde così anche quando Dall'Ongaro divenne Accademico ( la storia non proprio specchiata l'abbiamo raccontata già, così come ci venne riferita da Irma Ravinale presente allo scrutinio del terzo turno di votazioni; ed anche quando Cagli fu rieletto a dicembre del 2003, solo al terzo turno, di nuovo sovrintendente, spuntandola su Perticaroli. Quando sottolineammo, nella nostra biografia di Pappano, tale particolare, Cagli se la prese e ci disse, senza mezzi termini: "te lo potevi risparmiare, era proprio necessario sottolinearlo?").
Spieghiamo come avvengono le candidature e le votazioni. Le votazioni per l'elezione dei nuovi accademici avvengono ogni qualvolta si rende libero un posto, causa decesso, di uno o più accademici, a distanza ravvicinata.
Quest'anno c'erano da rimpiazzarne più d'uno. Viene allora richiesto agli accademici di proporre dei nomi. Il consiglio Accademico esamina le candidature proposte e ammette quelle che ritiene idonee e secondo il numero di accademici da rimpiazzare. Su questa lista gli accademici vengono chiamati a votare, fino a tre turni, a distanza di più d'un mese l'uno dall'altro. Dopo i tre turni se è rimasto ancora un posto vuoto, ci si ritorna l'anno seguente.
Anche quest'anno al primo turno, quando il quorum era alto ( metà più uno degli accademici) nessuno dei candidati è risultato eletto, al secondo turno (11 gennaio) solo Noseda; solo al terzo ( 20 febbraio) i magnifici cinque, due dei quali (Cappelletto e Arcà) più magnifici degli altri. Al terzo turno erano restati in lizza sei candidati, cinque sono stati eletti, il sesto no. Chi sarà stato mai questo indegno ?
Questo posto verrà colmato, assieme forse ad altri, il prossimo anno.
Naturalmente i giochi si fanno con le candidature, dove le varie cordate si accordano per proporre e far eleggere i propri. Non è un mistero che il sovrintendente regnante cerchi in tutti i modi di assicurarsi la riconferma nell'incarico, spingendo per l'elezione di alcuni nomi. Lo fece Cagli con Dall'Ongaro - come accusò il card. Bartolucci e non solo lui, con durissime lettere aperte - ed anche con Annalisa Bini ; e lo starà facendo anche Dall'Ongaro con Arcà, De Maria, e soprattutto Cappelletto con il quale ha lunghissima consuetudine lavorativa a Radio 3, dove invece fece fuori altri che con lui non erano d'accordo su molte cose. Cappelletto è sempre rimasto al suo posto e con lui l'intesa è sempre stata totale, tanto che continua anche fuori da Radio 3.
Cappelletto, a scanso di equivoci, il suo mestiere di giornalista lo fa ed anche abbastanza bene. Ciò che non fa bene è, invece, quello di musicologo. Semplicemente perché musicologo non è e perché i suoi studi 'accelerati' con il m. Mann, di cui mena vanto nel curriculum, non possono averlo patentato come tale.
E, del resto, l'obbiezione non è solo nostra. Quando Nicola Sani, eletto alla presidenza dell'Istituto di studi verdiani (senza averne i titoli specifici) nominò Cappelletto 'direttore' degli 'studi' pubblicati dall'Istituto, il mondo accademico, specie quello verdiano, gridò allo scandalo, ritirandosi sull'aventino dell'Università di Berna, dove fece nascere un centro di studi verdiani con gli attributi. Sani rassicurò tutti: ho scelto un uomo di 'comunicazione' (e del resto anche per la direzione scientifica dell'Istituto aveva scelto un'altra sua fedelissima, a digiuno totale di Verdi).
E allora quali ragioni hanno spinto alcuni accademici a fare il suo nome ed a votarlo? La principale è che con molti di loro il giornalista ha frequentazioni continue, e dunque, per non essere poi smascherati come traditori nelle urne, si sono ben guardati dal non votarlo, avedonlo qualcuno candidato.
Ora è chiaro che, non alla prossima, ma fra due elezioni del sovrintendente dell'Accademia, Cappelletto potrebbe risultare nuovo Sovrintendente. Senza essere né musicologo né musicista come la storia dell'Accademia richiederebbe, ma come è accaduto già in passato perfino con Cagli che certamente è un fine letterato e storico della musica, ma musicista non è. Cappelletto neanche quello. Gli avessero affidato la 'comunicazione' dell'Accademia, dove hanno chiamato una professionista francese di nazionalità, che certamente non ha nel suo curriculum competenze musicali, niente da dire, ma accademico no!
L'Accademia, dopo tali nomine, dovrebbe spiegare come mai non abbia mai accolto nel suo consesso un musicologo come Petrobelli - la cui assenza qualcuno giustificò con l'antipatia dello studioso. Se questa è una ragione, allora capiamo come uno simpatico possa essere eletto accademico. Petrobelli non è che una delle tante anomalie 'accademiche'.
Qualcuno potrebbe accusarci di invidia nei confronti di Cappelletto. Si sbaglia. Invidia no, forse poca stima, anche per il suo arrivismo smisurato che potrebbe consumarlo. Invidia proprio no, perchè la nostra carriera, nell'ambito che conosciamo, l'abbiamo fatta; ed ora non abbiamo altre mire, oltre quelle dell'osservatore e cronista di cose musicali.
Infine, una annotazione pro Massimo Quarta. Una volta ponemmo a Pappano la questione della regolare - per noi eccessiva - presenza di Uto Ughi nelle stagioni ceciliane, controbilanciata dall'assenza, ad esempio, di Massimo Quarta. La risposta del direttore fu che: 'Ughi faceva il pienone' e una istituzione di concerti - aggiunse - deve fare attenzione anche a questo. Ora che Ughi non viene più invitato regolarmente, l'Accademia che fa, non tiene conto del successo di pubblico del violinista?
Questo solo per dire che a qualunque obbiezione, l' Accademia, al tempo di Cagli come di Dall'Ongaro, ha la risposta pronta, spesso non convincente. Noi ci auguriamo che dopo tanta attesa, anche per Massimo Quarta sia arrivato il momento di suonare nelle stagioni ceciliane. Perché a noi la sua nomina fra gli Accademici suona come risarcimento di così lunga ingiustificata lontananza, che ora deve finire.
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lunedì 26 febbraio 2018
L'Accademia di Santa Cecilia è d'ora in poi una congrega anche di comunicatori. Sull'esempio dell'Istituto di studi verdiani di Parma, gestione Nicola Sani
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martedì 16 gennaio 2018
Gianandrea Noseda, musicologo, studioso di Puccini, presenta la VERA (?) TURANDOT secondo Puccini
Questa sera, al Teatro Regio di Torino, va in scena Turandot di Giacomo Puccini, diretta da Gianandrea Noseda.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
sabato 9 dicembre 2017
Per i sessant'anni del grande compositore Michele Dall'Ongaro
Tutto il mondo musicale romano è in fibrillazione da giorni, perchè stasera si festeggia uno dei più grandi compositori viventi, Michele Dall'Ongaro, da un biennio a capo dell'Accademia di Santa Cecilia, per meriti artistici. Chi più di lui?
Dall'Ongaro s'è meritato tanta gloria negli anni immediatamente precedenti la sua incoronazione a Santa Cecilia, quelli cioè in cui ha diretto con grande sapienza e lungimiranza la programmazione musicale a Radio 3 prima e poi anche l'Orchestra sinfonica nazionale della Rai, a Torino - contemporaneamente. E' stata tale sua attività ad imporlo all'attenzione internazionale, che s'è fatta curiosa anche della sua musica, restandone stupefatta; altro che la sua presidenza di Nuova Consonanza che, tuttavia, memore, lo festeggia, al Macro, questa sera, avendo invitato l'Ensemble Ex Novo, ma soprattutto anche un suo estimatore della prima ora, Cappelletto Sandro.
Peccato che non c'è più Mario Bortolotto che, su invito di Nuova Consonnza, e a nome e per conto del mondo musicale, avrebbe potuto tessere una 'laudatio' , la più degna del festeggiato, avendola già abbozzata anni fa, in occasione di una Biennale veneziana, sulle pagine del 'Foglio' - forse era quando il grande compositore , allora dirigente Rai, compiva cinquant'anni.
Noi a questa festa mondiale, nel corso della quale Dall'Ongaro ha voluto che assieme alle sue musiche ne venissero eseguite altre: di Berio, Clementi, Pennisi - musicisti con i quali ha dichiarato di aver intrattenuto rapporti - purtroppo non potremo esserci; tuttavia non vogliamo che manchi al sessantenne musicista il nostro sincero augurio perchè resti al vertice dell'Accademia per mille e mille anni ancora, per la gloria della musica e la gioia dei suoi estimatori- noi fra questi.
Dall'Ongaro s'è meritato tanta gloria negli anni immediatamente precedenti la sua incoronazione a Santa Cecilia, quelli cioè in cui ha diretto con grande sapienza e lungimiranza la programmazione musicale a Radio 3 prima e poi anche l'Orchestra sinfonica nazionale della Rai, a Torino - contemporaneamente. E' stata tale sua attività ad imporlo all'attenzione internazionale, che s'è fatta curiosa anche della sua musica, restandone stupefatta; altro che la sua presidenza di Nuova Consonanza che, tuttavia, memore, lo festeggia, al Macro, questa sera, avendo invitato l'Ensemble Ex Novo, ma soprattutto anche un suo estimatore della prima ora, Cappelletto Sandro.
Peccato che non c'è più Mario Bortolotto che, su invito di Nuova Consonnza, e a nome e per conto del mondo musicale, avrebbe potuto tessere una 'laudatio' , la più degna del festeggiato, avendola già abbozzata anni fa, in occasione di una Biennale veneziana, sulle pagine del 'Foglio' - forse era quando il grande compositore , allora dirigente Rai, compiva cinquant'anni.
Noi a questa festa mondiale, nel corso della quale Dall'Ongaro ha voluto che assieme alle sue musiche ne venissero eseguite altre: di Berio, Clementi, Pennisi - musicisti con i quali ha dichiarato di aver intrattenuto rapporti - purtroppo non potremo esserci; tuttavia non vogliamo che manchi al sessantenne musicista il nostro sincero augurio perchè resti al vertice dell'Accademia per mille e mille anni ancora, per la gloria della musica e la gioia dei suoi estimatori- noi fra questi.
domenica 4 giugno 2017
Intervista a Tony Pappano sul 'Venerdì'. di Repubblica. Che c'ha da dire di nuovo?
Accade anche questo. Che un giornalista che lavora al Giornale scriva , contemporaneamente, per 'Il venerdì' di Repubblica. Il suo nome è Giovanni Gavazzeni della famosa famiglia bergamasca, e fa il critico musicale. Uno stesso giornalista lavora per un giornale di Berlusconi e per uno di De Benedetti, contemporaneamente. Miracolo!
Sarebbe potuto capitare negli anni passati, anche a noi, quando per lunghi anni - dieci per l'esattezza - abbiamo collaborato al Giornale? Mai e poi mai. Allora, chi lavorava al Giornale era visto di traverso a Repubblica. Oggi non più. Segno dei tempi. Fin qui nulla di male e neppure di strano.
Ma allora come oggi, quando si intervista un personaggio non lo si intervista solo per riempire un paio di pagine di un giornale. Lo si fa, in determinate occasioni, o quando l'intervistato ha qualcosa di nuovo da dire, che già non si conosca. Oppure se si desidera interpellarlo su fatti di stretta attualità, anche non direttamente connessi con il suo settore di competenza. E, soprattutto, dopo che l'intervistatore si è documentato sull'intervistato. Come, sicuramente, Giovanni Gavazzeni non ha fatto per Pappano.
Perchè altrimenti non avrebbe scritto che Pappano ha sessantasei anni, perchè di anni ne ha sassantasette, essendo nato a fine dicembre , il 30, del 1959; e non avrebbe scritto neanche che a Santa Cecilia è arrivato perchè ve lo ha chiamato Bruno Cagli. Cagli se lo è trovato dopo che Berio, che morì un paio di mesi dopo, l' aveva ingaggiato, nel 2003.
Dell'arrivo di Pappano a Roma, l'annuncio ufficiale fu dato nel marzo di quell'anno, Berio morì a maggio. Poi ci furono alcune votazioni per l'elezione del nuovo sovrintendente di Santa Cecilia, reggente Sergio Perticaroli, vicepresidente. E la nomina di Cagli arrivò solo quando il quorum si era di molto abbassato, al principio del 2004 - se non andiamo errati - o poco prima. Pappano prese ufficialmente possesso del suo nuovo incarico ad ottobre del 2005, ma nei mesi intercorsi fra la sua nomina e l'ottobre 2005, lo si vide assai spesso sul podio ceciliano, Cagli Sovrintendente. Avesse Gavazzeni data una letta alla nostra biografia di Pappano non avrebbe commesso questi imperdonabili errori, segno di sciatteria.
Gavazzeni lo ha intervistato ( diciamo la verità: ha scambiato due chiacchiere con lui alla fine di una impegnativa prova. E' il nuovo stile delle interviste: 'finte') un paio di mesi fa al più tardi, senza alcuna ragione, se non per fargli ripetere che ormai fa tournée, tante, nel mondo, e che - ma questo lo dice Gavazzeni, occorre vedere se corrisponde a verità - avrebbe portato la pace fra i 'rissosi' accademici. Ma quando?
Per l'elezione dei presidenti-sovrintendenti si scannano - Gavazzeni s'è dimenticato della durissima contrapposizione fra dall'Ongaro e Battistelli? - e si scannano anche per l'elezione dei nuovi accademici, per i quali nella scelta delle candidature il sovrintendente in carica, si adopera per assicurarsi la rielezione. Nelle autorevoli e durissime lettere aperte inviate da alcuni accademici ai loro colleghi, durante la sovrintendenza Cagli, si fa esplicito riferimento ad alcune candidature ed elezioni di nuovi accademici, graziati da Cagli che, così facendo, andava creandosi la sua corte di grandi elettori. Naturalmente ci sono anche inciuci e forse qualche piccolo imbroglio - uno lo abbiamo raccontato qualche settimana fa, rivelando le confidenze che ci fece a suo tempo Irma Ravinale, guarda caso proprio sulla tornata di votazioni dalla quale uscì 'accademico' l'attuale presidente-sovrintendente. E questo accadeva dopo lo sbarco di Pappano a Roma, sotto la presidenza di Cagli. Forse allora Pappano non aveva ancor condotto a termine la sua azione di pacificazione e normalizzazione in Accademia? Che scrive Gavazzeni?
Pappano non è un mago che un tocco della sua bacchetta magica ha messo fine a tutte queste miserie. E Gavazzeni, nella foga di fare il panegirico di Pappano - al quale i meriti nessuno li toglie - s'è fatto prendere la mano..
La prossima volta attenda che Pappano abbia qualche notizia da dare, che non sia già conosciuta, od anche qualcosa da dirci, altrimenti ci farà perdere ancora tempo.
Sarebbe potuto capitare negli anni passati, anche a noi, quando per lunghi anni - dieci per l'esattezza - abbiamo collaborato al Giornale? Mai e poi mai. Allora, chi lavorava al Giornale era visto di traverso a Repubblica. Oggi non più. Segno dei tempi. Fin qui nulla di male e neppure di strano.
Ma allora come oggi, quando si intervista un personaggio non lo si intervista solo per riempire un paio di pagine di un giornale. Lo si fa, in determinate occasioni, o quando l'intervistato ha qualcosa di nuovo da dire, che già non si conosca. Oppure se si desidera interpellarlo su fatti di stretta attualità, anche non direttamente connessi con il suo settore di competenza. E, soprattutto, dopo che l'intervistatore si è documentato sull'intervistato. Come, sicuramente, Giovanni Gavazzeni non ha fatto per Pappano.
Perchè altrimenti non avrebbe scritto che Pappano ha sessantasei anni, perchè di anni ne ha sassantasette, essendo nato a fine dicembre , il 30, del 1959; e non avrebbe scritto neanche che a Santa Cecilia è arrivato perchè ve lo ha chiamato Bruno Cagli. Cagli se lo è trovato dopo che Berio, che morì un paio di mesi dopo, l' aveva ingaggiato, nel 2003.
Dell'arrivo di Pappano a Roma, l'annuncio ufficiale fu dato nel marzo di quell'anno, Berio morì a maggio. Poi ci furono alcune votazioni per l'elezione del nuovo sovrintendente di Santa Cecilia, reggente Sergio Perticaroli, vicepresidente. E la nomina di Cagli arrivò solo quando il quorum si era di molto abbassato, al principio del 2004 - se non andiamo errati - o poco prima. Pappano prese ufficialmente possesso del suo nuovo incarico ad ottobre del 2005, ma nei mesi intercorsi fra la sua nomina e l'ottobre 2005, lo si vide assai spesso sul podio ceciliano, Cagli Sovrintendente. Avesse Gavazzeni data una letta alla nostra biografia di Pappano non avrebbe commesso questi imperdonabili errori, segno di sciatteria.
Gavazzeni lo ha intervistato ( diciamo la verità: ha scambiato due chiacchiere con lui alla fine di una impegnativa prova. E' il nuovo stile delle interviste: 'finte') un paio di mesi fa al più tardi, senza alcuna ragione, se non per fargli ripetere che ormai fa tournée, tante, nel mondo, e che - ma questo lo dice Gavazzeni, occorre vedere se corrisponde a verità - avrebbe portato la pace fra i 'rissosi' accademici. Ma quando?
Per l'elezione dei presidenti-sovrintendenti si scannano - Gavazzeni s'è dimenticato della durissima contrapposizione fra dall'Ongaro e Battistelli? - e si scannano anche per l'elezione dei nuovi accademici, per i quali nella scelta delle candidature il sovrintendente in carica, si adopera per assicurarsi la rielezione. Nelle autorevoli e durissime lettere aperte inviate da alcuni accademici ai loro colleghi, durante la sovrintendenza Cagli, si fa esplicito riferimento ad alcune candidature ed elezioni di nuovi accademici, graziati da Cagli che, così facendo, andava creandosi la sua corte di grandi elettori. Naturalmente ci sono anche inciuci e forse qualche piccolo imbroglio - uno lo abbiamo raccontato qualche settimana fa, rivelando le confidenze che ci fece a suo tempo Irma Ravinale, guarda caso proprio sulla tornata di votazioni dalla quale uscì 'accademico' l'attuale presidente-sovrintendente. E questo accadeva dopo lo sbarco di Pappano a Roma, sotto la presidenza di Cagli. Forse allora Pappano non aveva ancor condotto a termine la sua azione di pacificazione e normalizzazione in Accademia? Che scrive Gavazzeni?
Pappano non è un mago che un tocco della sua bacchetta magica ha messo fine a tutte queste miserie. E Gavazzeni, nella foga di fare il panegirico di Pappano - al quale i meriti nessuno li toglie - s'è fatto prendere la mano..
La prossima volta attenda che Pappano abbia qualche notizia da dare, che non sia già conosciuta, od anche qualcosa da dirci, altrimenti ci farà perdere ancora tempo.
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lunedì 13 marzo 2017
Luca Francesconi e Giorgio Battistelli vanno alla guerra. Abbasso Stockhausen,Berio,Boulez e Donatoni; ed anche Verdi e Puccini.
Ieri, domenica, due giornali, Corriere e L'Espresso, ci comunicavano ufficialmente che erano in procinto di debuttare in Francia e Germania, due nuove opere, a firma di due nostri compositori: Luca Frncesconi, a Parigi, Opéra Garnier con 'Trompe - la Mort' da Balzac; Battistelli, ad Hannover, con 'Le figlie di Lot' dalla Bibbia - libretto della drammaturga tedesca Jenny Erpenbeck.
Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i nostri compositori sono immancabilmente engagé. E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.
Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?
Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto, crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.
Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati, vissuti nel terrore che i figli li superassero ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma intende liquidarli, in blocco, anche come compositori? perché se la liquidazione prima ( come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
E termina indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca, osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.
Battistelli, che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente, ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi, Battistelli dice: " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona, Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello. Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?
P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi. Racconta Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.
Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i nostri compositori sono immancabilmente engagé. E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.
Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?
Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto, crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.
Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati, vissuti nel terrore che i figli li superassero ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma intende liquidarli, in blocco, anche come compositori? perché se la liquidazione prima ( come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
E termina indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca, osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.
Battistelli, che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente, ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi, Battistelli dice: " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona, Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello. Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?
P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi. Racconta Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.
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giovedì 9 marzo 2017
Chung torna a Roma. E mette in programma la Fantasia beethoveniana del suo primo concerto nel nuovo auditorium
La lettura dei giornali di ieri che riferivano, tutti indistintamente, la chiacchierata con Chung che è tornato a dirigere a Roma, ci ha messo di cattivo umore, Tutti le stesse cose - e questo purtroppo era in parte da perdonare, avendo i giornalisti incontrato il direttore in gruppo - e tutti le stesse banalità idiote. E cioè che Chung molto prima di venire a Roma negli anni Novanta come direttore a s. Cecilia, era venuto a gustare la nostra cucina, ad ammirare la bellezza dei nostri monumenti. E Chung, con grande gioia dei giornalisti invitati, ha insistito sulle sue capacità di chef. E' lui che cucina a casa, quando può, è lui che si prendere cura del cibo. E a noi che ci frega?
Bastavano quattro parole per liquidare la storia. Ed, invece, i nostri colleghi, sapendo di recare grande gioia nei loro direttori, hanno lasciato che di direttore coreano si dilungasse sull'arte culinaria.
Non uno, invece, che gli facesse notare la curiosa coincidenza della presenza nel programma della Fantasia beethoveniana che compariva nel concerto della discordia (con Berio), con il quale aveva inaugurato, alla fine del 2002, il nuovo auditorium, solista Pollini. Non una parola sull'orchestra, e su tante altre questioni molto più interessanti della sua passione per la cucina, della quale lo ripetiamo, se non fosse ancora chiaro, non frega niente a nessuno.
Per ovviare a tanta banalità, ci siamo presi la briga di raccontare noi come quel concerto inaugurale del 2002 segnasse la ufficializzazione del dissidio di Chung con Berio che porterà alle dimissioni anticipate del maestro ed alla nomina di Pappano.
Quella storia, che raccontiamo per filo e per segno, non si legge nella nostra biografia di Pappano, uscita preso Skira nel 2007, semplicemente perché gli allora reggitori dell'Accademia, succeduti a Berio, ci consigliarono di cassarla, perchè avrebbe creato qualche problema con funzionari ceciliani ancora in forze a Roma. Noi la togliemmo, non per ubbidienza a tali sollecitazioni, ma solo perchè nel racconto della storia di Pappano e di come egli arrivasse a Roma nella primavera del 2003, il dissidio fra Chung e Berio era abbastanza irrilevante: segnò sempliecemente una accelerazione nell'uscita di Chung
Quella storia ora la si può leggere in questo blog nel post che segue. Sempre più interessante del Chung in cucina.
Bastavano quattro parole per liquidare la storia. Ed, invece, i nostri colleghi, sapendo di recare grande gioia nei loro direttori, hanno lasciato che di direttore coreano si dilungasse sull'arte culinaria.
Non uno, invece, che gli facesse notare la curiosa coincidenza della presenza nel programma della Fantasia beethoveniana che compariva nel concerto della discordia (con Berio), con il quale aveva inaugurato, alla fine del 2002, il nuovo auditorium, solista Pollini. Non una parola sull'orchestra, e su tante altre questioni molto più interessanti della sua passione per la cucina, della quale lo ripetiamo, se non fosse ancora chiaro, non frega niente a nessuno.
Per ovviare a tanta banalità, ci siamo presi la briga di raccontare noi come quel concerto inaugurale del 2002 segnasse la ufficializzazione del dissidio di Chung con Berio che porterà alle dimissioni anticipate del maestro ed alla nomina di Pappano.
Quella storia, che raccontiamo per filo e per segno, non si legge nella nostra biografia di Pappano, uscita preso Skira nel 2007, semplicemente perché gli allora reggitori dell'Accademia, succeduti a Berio, ci consigliarono di cassarla, perchè avrebbe creato qualche problema con funzionari ceciliani ancora in forze a Roma. Noi la togliemmo, non per ubbidienza a tali sollecitazioni, ma solo perchè nel racconto della storia di Pappano e di come egli arrivasse a Roma nella primavera del 2003, il dissidio fra Chung e Berio era abbastanza irrilevante: segnò sempliecemente una accelerazione nell'uscita di Chung
Quella storia ora la si può leggere in questo blog nel post che segue. Sempre più interessante del Chung in cucina.
Accademia di s.Cecilia, 2002. Perchè Chung andò via sbattendo la porta. La vera storia
Il mancato bis ‘ Va’
pensiero’ di Giuseppe Verdi, accelerò l'arrivo a Roma di Tony
Pappano, italiano d’origine, inglese di nascita ed americano di
formazione, direttore musicale della Royal Opera House Covent Garden
di Londra. Tutto può essere fatto risalire a quel bis,
programmato da Chung e vietato da Berio, il 22 dicembre 2002, in
occasione del concerto d’inaugurazione della sala grande (poi Sala
Santa Cecilia) del grande Auditorium di Roma costruito da Renzo Piano
e comunemente chiamato ‘Parco della Musica’.
Myung-Whun Chung era,
all’epoca dei fatti, direttore principale dell’Orchestra
dell’Accademia di santa Cecilia, al suo secondo incarico; e Luciano
Berio, Presidente-Sovrintendente. Quel bis della discordia che segnò
l’ufficializzazione del dissidio fra Luciano Berio e Myung-Whun
Chung, avrebbe fatto stringere i tempi della trattativa riservata già avviata
con Antonio Pappano, come futuro sostituto del direttore coreano, all'oscuro dei contatti.
Bene informati giurano,
infatti, che Berio, prima ancora del fattaccio, avesse messo gli
occhi addosso a Pappano, come futuro sostituto di Chung. A suggerire
il nome del direttore, di origine italiana in grande ascesa, sarebbero stati Gaston Fournier-Facio , coordinatore artistico
dell’Accademia e Vittorio Ripa di Meana, avvocato e membro del
consiglio di amministrazione ( in rappresentanza dei soci privati)
della Fondazione ‘Accademia di santa Cecilia’. Ma il dissidio fra
Berio e Chung, acuito da quello scontro, era di molto anteriore e
fondato su ben altre ragioni.
Innanzitutto il carattere dei due:
dittatoriale il primo, chiuso il secondo. E forse un certo peso
l’ebbero anche i contratti ‘speciali’ fatti ad alcune prime
parti dell’orchestra, chiamati direttamente da Berio, mentre Chung,
responsabile dell’orchestra, aveva sempre seguito la strada dei
concorsi, impegnandosi contemporaneamente in un lavoro continuo con
le ‘prime’ parti. Quell’iniziativa di Berio, non condivisa da
Chung, portò a Roma ottimi solisti, a condizioni molto favorevoli
anche economicamente, alle quali dovevano seguire prestazioni
‘solistiche’, come previste nel contratto ‘speciale’. La
decisione di Berio procurò non pochi malumori fra i professori
dell’orchestra e, di conseguenza, anche fra la direzione e la
sovrintendenza. Dunque ragioni di dissidio fra Chung e Berio ce
n’erano a non finire, prescindendo da Pappano.
Anche della ricerca
subito orientata verso quel giovane direttore, quarantaduenne, ma già
molto lanciato, la cui famiglia è di origini italiane, Berio non
informò né Chung, neppure dopo che questi aveva comunicato
ufficialmente all’orchestra che alla fine del suo secondo mandato
romano avrebbe lasciato ( il che fece con una lettera, in occasione
del definitivo trasferimento dei concerti da via della Conciliazione
al nuovo Auditorium), né i rappresentanti dell’orchestra - l’uno
e gli altri appresero la notizia, come tutti, dai giornali. Ad un
sovrintendente che non fosse Berio, l’orchestra ceciliana e
naturalmente anche Chung, questa non gliel’avrebbero fatta passare
liscia. A Berio sì, anche per la complessa situazione creata dalla
sua grave malattia.
Dunque da quel momento
non si parlò più di rinnovo, ma di fine della collaborazione, con
la scusa di quel dannato bis. Dispotico e duro nei modi con chi non
lo assecondava, sovrintendente dal 21 settembre del 2000, Berio era
divenuto più intrattabile a causa della grave malattia che lo
condusse nel giro di pochi mesi alla morte. Ma da principio s’era
circondato di persone di fiducia, ‘strettissima’ fiducia, che
gli professavano dedizione totale ed ubbidienza assoluta ,
‘perinde ac cadaver’, secondo l’antica regola gesuitica; e
dunque chi gli si opponeva non era gradito e neppure tollerato,
specie poi quando, come nel caso di Chung, quella sporca storia era
finita sui giornali. Ma come andarono effettivamente le cose?
Chung e Berio avevano
concordato il programma del concerto inaugurale. Tre nuovi brani
commissionati per l’occasione a tre compositori italiani ( Vacchi,
Colla, Nieder) poi la Fantasia beethoveniana,
per pianoforte coro e orchestra op.80 ( Maurizio Pollini solista) e
La sagra della primavera
di Stravinskij a conclusione. In quei giorni, sempre a causa della
malattia, Berio era spesso lontano dall’Accademia.
Durante le
prove, dai rappresentanti del Coro era venuto a Chung il suggerimento
di impegnarlo almeno in un bis, oltre che nella Fantasia
di Beethoven. E Chung, accogliendo quella giusta richiesta, aveva
provato il celebre coro verdiano dal Nabucco,‘Va
pensiero’. La mattina stessa del concerto, anzi pochi minuti prima
del concerto, Berio bussa al camerino di Chung e gli intima, con fare
poco rispettoso, che non si fa nessun bis. A nulla servono le
ragioni del direttore; Berio ribadisce il suo no, con una durezza
che il direttore principale dell’orchestra e responsabile del
concerto inaugurale non gli perdonò. E fra i due iniziò una vera e
propria guerra. Poco più di un mese dopo il fattaccio, in
coincidenza del primo concerto dopo il trasferimento definitivo
dell’Accademia nel nuovo Auditorium, che avvenne l’8 febbraio del
2003 ( Chung diresse la Sinfonia n. 8, ‘dei
Mille’ di Gustav Mahler), il Corriere
della Sera, con un articolo di Valerio Cappelli, rese nota la lettera, indirizzata
alla direzione dell’Accademia ed all’Orchestra, con la quale
Chung diceva chiaramente che alla fine del suo secondo mandato, che
coincideva con l’avvio della stagione 2005-2006, non intendeva
prolungare la sua permanenza a Roma. Il direttore coreano, in verità,
andava ripetendo con convinzione, già prima di quell’occasione,
che dopo otto anni di permanenza in un posto era meglio cambiare
aria, e qualche volta aggiungeva- ed aggiunge ancora ora - che non
continuerà per molto tempo ancora a girare come una trottola per il
mondo.
Berio proseguì nel suo
durissimo atteggiamento con Chung, al punto che la successiva
inaugurazione della stagione 2003-2004
( 8 ottobre 2003, con
Wozzeck di Alban Berg,
in versione semiscenica, nel nuovo auditorium) gliela tolse; al suo
posto chiamò Daniele Gatti. Chung tornerà sul podio
dell’Accademia, dopo la morte di Berio avvenuta il 29 maggio del
2003, a dirigere una serata inaugurale, soltanto nella stagione
2004-2005. Il 16 ottobre 2004, l’ultima sua stagione da ‘direttore
principale’ dell’Orchestra dell’Accademia, diresse l’Idomeneo
di Mozart, con un cast straordinario, nel
quale compariva, debuttante a Roma, anche Magdalena Kozena, compagna
ufficiale di Simon Rattle, in un abito che rendeva di pubblico
dominio anche la sua avanzata maternità.
Resa pubblica da Chung
la sua volontà di lasciare Roma allo scadere del suo mandato,
cominciò il gioco delle possibili candidature alla successione. Si
fecero i nomi di alcuni italiani emergenti, subito scartati perché troppo deboli per essere catapultati all’improvviso su un podio
direttoriale di un certo prestigio ed ora reso più appetibile dal
nuovo Auditorium che molte capitali d’Europa invidiano a Roma e che
finalmente restituiva all’Orchestra dell’Accademia una sede
stabile e degna di questo nome; e scartati anche perché questi
giovani direttori non sembravano mostrare segni di precoce
genialità, quelli stessi che, prima di Chung, avevano fatto puntare
su Christian Thielemann e poi optare per Daniele Gatti.
Alcune vecchie ed
antiche glorie, inoltre, non erano più disponibili, a causa
dell’età. Wolfgang Sawallisch dichiarò che forse un tempo
avrebbe preso in considerazione la proposta, ma ora, passati gli
ottant’anni, era da rispedire al mittente con tante grazie. Ed a
sua volta fece qualche nome, come Fabio Luisi, del quale ‘ si dice
un gran bene a Monaco di Baviera’, aggiunse. Gli si domandò un
giudizio sul nome di Pappano che cominciava a circolare. Dichiarò
che non lo conosceva, ma che aveva ascoltato alcuni suoi dischi e ne
era rimasto ben impressionato (Pappano ricorderà che aveva partecipato ad un concorso come ‘accompagnatore’ a Monaco,
durante l’era Sawallisch, alcuni anni prima del suo incarico a
Bruxelles, al Teatro de la Monnaie, che data al 1992. Passò
l’audizione, ma Pappano preferì Francoforte a Monaco. Venne fuori
anche il nome di Yuri Temirkanov, indisponibile, ed anche del nostro
Riccardo Chailly, ancora legato al Concertgebouw di Amsterdam e, a
Milano, all’Orchestra Verdi. Chailly, che quasi sicuramente
non era interessato a venire a Roma, con un incarico stabile, non
immaginava come sarebbero andate successivamente le cose della sua
carriera. Chailly venne effettivamente interpellato, i rapporti fra
Berio e Chailly erano ottimi: il direttore aveva tenuto a battesimo
il nuovo finale di Turandot scritto da Berio. Ma Chailly non aveva
nessuna intenzione di lavorare a Roma e perciò non accettò.
(Successivamente il direttore milanese ha lasciato Amsterdam per
insediarsi a Lipsia, al Gewandhaus, istituzione storica e gloriosa,
la cui immagine è oggi un po’ appannata; ed ha lasciato anche
Milano, per protestare contro le inadempienze delle Istituzioni che
non hanno ancora dotato la bella orchestra milanese delle risorse
sufficienti per la sopravvivenza, mentre orchestre ‘fantasma’
vengono ampiamente foraggiate dal medesimo ministero - ma anche per
dissidi insanabili, a causa delle infinite difficoltà economiche
dell’orchestra, con il direttore generale, Luigi Corbani:
canovaccio di una storia già vista a Milano, alla Scala).
Cominciò dunque a
circolare con insistenza il nome di Antonio Pappano. Quarantatre
anni, stanco di girare il mondo, autonomamente accarezzava l’idea
di una seconda sistemazione fissa, questa volta ‘sinfonica’, da
affiancare a quella ‘lirica’ londinese. E Roma rappresentava la
sede ideale, aveva il sapore di un ritorno a casa.
Nelle settimane che
seguirono, in coincidenza con i concerti di Wolfgang Sawallisch a
Roma, il 29 marzo 2003 ( mentre divampavano le polemiche per alcune
dichiarazioni di Sawallisch non proprio entusiastiche sull’acustica
della sala grande, progettata da Renzo Piano – “si sa che anche
grandi architetti - aveva detto il direttore - non sempre prestano
attenzione all’acustica di una sala, quando costruiscono un
auditorium” ) Berio comunicò ufficialmente che il Consiglio di
amministrazione dell’Accademia di santa Cecilia aveva nominato
direttore musicale dell’Orchestra dell’Accademia, per cinque
anni, dall’ ottobre 2005 al settembre del 2010, Antonio Pappano, di
origini italiane, fra le bacchette più quotate del momento. Chung e
l’Orchestra seppero dell’avvenuta nomina dai giornali.
Nel breve volgere di un paio di mesi, Berio muore. Era il 27 maggio 2003.Fino al dicembre del
medesimo anno regge le sorti dell’Accademia Sergio Perticaroli,
vice presidente della medesima Accademia. Perticaroli fa subito una
mossa che per il futuro dell’Accademia avrebbe potuto rivelarsi
davvero molto utile. Nomina consulente alla direzione artistica Hans
Landesmann, personalità notissima negli ambienti musicali, con
conoscenze altolocate, a capo di istituzioni musicali internazionali
di altissimo prestigio. Quella nomina ‘esterna’ fu interpretata
dagli Accademici ceciliani come uno ‘sgarbo’ alla loro competenza
musicale - alcuni di essi, già molto avanti negli anni, senza farne
mistero, miravano al vertice di santa Cecilia - e quello sgarbo non
fu estraneo al tramonto definitivo della candidatura di Perticaroli
alla Presidenza-Sovrintendenza dell’Accademia.
ll 2 dicembre 2003, al
terzo turno di ballottaggio, quando non occorreva più un quorum
alto, Bruno Cagli viene eletto per la terza volta alla carica di
Sovrintendente dell’Accademia, donde s’era dimesso prima della
fine del mandato per un insanabile dissidio con l’orchestra
scontenta delle norme contrattuali inserite nello statuto della
fondazione.
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domenica 31 luglio 2016
I soldi sono la lingua che tutti parlano. Parola di Vittorio Avanzini, patron di Newton Compton, intervistato da Antonio Gnoli su Repubblica
' I soldi sono la lingua che tutti parlano' - e che conoscono alla perfezione aggiungiamo noi alla efficace espressione di Vittorio Avanzini intervistato su Repubblica da Antonio Gnoli, per raccontargli l'avventura della sua casa editrice all'inizio malvista da tutti per il semplice fatto che aveva attuato una politica che riguardava anche i prezzi dei libri e che si fondava su due elementari principi: titoli non astrusi e prezzi di copertina bassi, ambedue causa del suo successo. Avanzini ci ha fatto venire in mente le discussioni di questi giorni sugli alti stipendi in RAI, discussioni subito sviate da un ciclone strumentale: il cambio dei direttori dei TG.
' La lingua dei soldi che tutti parlano' l'abbiamo ascoltata anche da Campo Dall'Orto e dalla Maggioni. Il primo, quando gli hanno chiesto se il suo stipendio ( 650.000 Euro) non fosse alto, ha risposto candidamente: mi hanno proposto quella cifra ed io ho accettato, non c'è stata nessuna discussione: perciò che volete da me? Forse che avrei dovuto dire, scusate, non vi sembra troppo alto? Praticamente quasi 2.000 Euro al giorno, lordi naturalmente. E che altro voleva?
Questo naturalmente non l'ha detto; lo diciamo noi. Peggio la Maggioni, dalla carriera direttoriale fulminante, prima a Rai News - senza grandi risultati almeno pari a quelli che Di Bella sta raggiun gendo da poco più di qualche settimana - e poi catapultata sul trono di presidente, ha spiegato così il suo stipendio che viaggia ben oltre i 300.000 Euro: se si vogliono i professionisti migliori bisogna pagarli, altrimenti quelli, secondo le leggi del mercato, vanno altrove. Per dire che una presidente di azienda come Lei, con tanta esperienza e ottimi risultati, sta sul mercato e viene pagata secondo le regole del mercato medesimo.
Allora noi, che non ci arrendiamo quasi mai, abbiamo fatto una semplice riflessione. Ma allora tutti quelli che hanno stipendi di molto inferiori a Campo Dall'Orto e Maggioni, appartengono al sottomercato, a quello dove la merce non è di prima qualità?
Ed il pensiero, per non buttarla sul personale che ci avrebbe depresso mortalmente, è andato a settori dei quali tutti si riempiono la bocca e si dichiarano paladini, come il settore della cosiddetta 'cultura', anche in RAI. Per vedere, in base agli stipendi dei vertici, in quale considerazione essi sono tenuti dalla azienda. Ed abbiamo scoperto - sempre che valga la logica di Campo Dall'orto e ancor di più della Maggioni - che Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, ha uno stipendio al di sotto dei 240.000 Euro che dovrebbe costituire il tetto massimo dei dirigenti apicali nelle aziende pubbliche, e che, per la precisione, raggiunge i 226.000 Euro; e che Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5 guadagna più di lei, e cioè 247.000 Euro, superando anche se di poco il tetto. Mentre, tanto per fare un nome ed un esempio di altro pianeta, esterno alla cultura, Andrea Vianello, campione di flop a Rai 3, guadagna 320.000 Euro.
Per non svuotare tale logica che misura i contenuti con i soldi, sarà ben difficile che si riportino tutti gli stipendi alla soglia dei 240.000 che è poi quanto guadagna il Presidente della repubblica.
Di ricordo in ricordo. Quando Luciano Berio, dopo essere stato commissario dell'Accademia di Santa Cecilia, venne eletto sovrintendente/Presidente/Direttore artistico, ritenne che il suo stipendio non fosse all'altezza e se lo aumentò ( intorno ai 350.000 Euro). Dopo la sua morte, il suo successore pensò bene di non toccarlo quello stipendio e per una decina d'anni lo ha avuto così alto ( ad una domanda sull'argomento avrebbe risposto come Campo Dall'Orto: l'ho trovato e me lo sono tenuto). Senza che mai gli sia passata in testa l'idea che l'azienda Rai per dipendenti e fatturato era almeno dieci volte quella di Santa Cecilia, mentre lo stipendio del suo direttore generale non era neppure il doppio di quello di Cagli.
Noi, in fondo, saremmo anche d'accordo nel riconoscere al solo direttore generale dell'azienda Rai - 13-14.000 dipendenti - uno stipendio che superi il tetto, ma non di tre volte; sebbene anche in altre grandi aziende pubbliche che hanno bilanci e dipendenti pari a quelli della Rai i capi si siano autoridotti lo stipendio fino al tetto stabilito per legge, ma aggirato bellamente, nelle more della discussione sulla natura pubblica o privata della Rai. Sì, magari il suo stipendio superi pure il tetto, ma deve rendere conto di quello che fa e dei risultati, altrimenti paga.
E questa è una regola che non si conosce da nessuna parte e non si attua mai, specie in Italia.
' La lingua dei soldi che tutti parlano' l'abbiamo ascoltata anche da Campo Dall'Orto e dalla Maggioni. Il primo, quando gli hanno chiesto se il suo stipendio ( 650.000 Euro) non fosse alto, ha risposto candidamente: mi hanno proposto quella cifra ed io ho accettato, non c'è stata nessuna discussione: perciò che volete da me? Forse che avrei dovuto dire, scusate, non vi sembra troppo alto? Praticamente quasi 2.000 Euro al giorno, lordi naturalmente. E che altro voleva?
Questo naturalmente non l'ha detto; lo diciamo noi. Peggio la Maggioni, dalla carriera direttoriale fulminante, prima a Rai News - senza grandi risultati almeno pari a quelli che Di Bella sta raggiun gendo da poco più di qualche settimana - e poi catapultata sul trono di presidente, ha spiegato così il suo stipendio che viaggia ben oltre i 300.000 Euro: se si vogliono i professionisti migliori bisogna pagarli, altrimenti quelli, secondo le leggi del mercato, vanno altrove. Per dire che una presidente di azienda come Lei, con tanta esperienza e ottimi risultati, sta sul mercato e viene pagata secondo le regole del mercato medesimo.
Allora noi, che non ci arrendiamo quasi mai, abbiamo fatto una semplice riflessione. Ma allora tutti quelli che hanno stipendi di molto inferiori a Campo Dall'Orto e Maggioni, appartengono al sottomercato, a quello dove la merce non è di prima qualità?
Ed il pensiero, per non buttarla sul personale che ci avrebbe depresso mortalmente, è andato a settori dei quali tutti si riempiono la bocca e si dichiarano paladini, come il settore della cosiddetta 'cultura', anche in RAI. Per vedere, in base agli stipendi dei vertici, in quale considerazione essi sono tenuti dalla azienda. Ed abbiamo scoperto - sempre che valga la logica di Campo Dall'orto e ancor di più della Maggioni - che Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, ha uno stipendio al di sotto dei 240.000 Euro che dovrebbe costituire il tetto massimo dei dirigenti apicali nelle aziende pubbliche, e che, per la precisione, raggiunge i 226.000 Euro; e che Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5 guadagna più di lei, e cioè 247.000 Euro, superando anche se di poco il tetto. Mentre, tanto per fare un nome ed un esempio di altro pianeta, esterno alla cultura, Andrea Vianello, campione di flop a Rai 3, guadagna 320.000 Euro.
Per non svuotare tale logica che misura i contenuti con i soldi, sarà ben difficile che si riportino tutti gli stipendi alla soglia dei 240.000 che è poi quanto guadagna il Presidente della repubblica.
Di ricordo in ricordo. Quando Luciano Berio, dopo essere stato commissario dell'Accademia di Santa Cecilia, venne eletto sovrintendente/Presidente/Direttore artistico, ritenne che il suo stipendio non fosse all'altezza e se lo aumentò ( intorno ai 350.000 Euro). Dopo la sua morte, il suo successore pensò bene di non toccarlo quello stipendio e per una decina d'anni lo ha avuto così alto ( ad una domanda sull'argomento avrebbe risposto come Campo Dall'Orto: l'ho trovato e me lo sono tenuto). Senza che mai gli sia passata in testa l'idea che l'azienda Rai per dipendenti e fatturato era almeno dieci volte quella di Santa Cecilia, mentre lo stipendio del suo direttore generale non era neppure il doppio di quello di Cagli.
Noi, in fondo, saremmo anche d'accordo nel riconoscere al solo direttore generale dell'azienda Rai - 13-14.000 dipendenti - uno stipendio che superi il tetto, ma non di tre volte; sebbene anche in altre grandi aziende pubbliche che hanno bilanci e dipendenti pari a quelli della Rai i capi si siano autoridotti lo stipendio fino al tetto stabilito per legge, ma aggirato bellamente, nelle more della discussione sulla natura pubblica o privata della Rai. Sì, magari il suo stipendio superi pure il tetto, ma deve rendere conto di quello che fa e dei risultati, altrimenti paga.
E questa è una regola che non si conosce da nessuna parte e non si attua mai, specie in Italia.
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sabato 21 maggio 2016
ANFOLS & CONSERVATORI. Una proposta MOLESTA per dare speranza e futuro ai giovani musicisti italiani
Come ci ha confermato la cronaca di questi giorni - vedi la fine dell' EUYO - le orchestre, soprattutto giovanili, che si chiudono sono in numero maggiore di quelle che si aprono - che anzi non se ne aprono affatto, specie in Italia. Dove se ne sono chiuse tante. A cominciare dall'Orchestra giovanile di Santa Cecilia, la più gloriosa e con un reale futuro di lavoro - fatta chiudere da Berio, sindaco Rutelli, perché non si trovavano 400.000 Euro. Mentre lo stesso Berio, elargiva compensi fuori merccato per le cosiddette 'lectio magistralis' di musicologi suo amici ( 70.000 Euro circa cadauno, lo abbiamo scritto tante volte a ridosso degli avvenimenti in oggetto), si aumentava il compenso come capo di Santa Cecilia: una eredità che Cagli ha mantenuto, fino al divieto di superare una certa soglia: 240.000, anche Cagli ha goduto di un compenso stratosferico, oltre 300.000 Euro.
La 'giovanile' di Santa Cecilia non venne più riaperta, anche sotto Cagli, perchè -si disse - gli orchestrali illuminati della celebre orchestra non vedevano di buon occhio i giovani che si stavano facendo strada (ed anche, indirettamente, concorrenza?); e neanche Pappano ha ripreso quel progetto. Non ci si venga a dire che ora esiste la Juni Orchestra. E' un'altra cosa, iniziativa benemerita ma un'altra cosa.
Qual è la situazione odierna, dopo la chiusura anche della Mozart (di cui si attende, almeno ce lo auguriamo, una prossima riapertura, per iniziativa privata!), dell'Orchestra Sinfonica di Roma, dell'Orchestra del Lazio, per fermarci al Lazio che conosciamo meglio?
E' la seguente. Orchestre giovanili non ve ne sono praticamente più. Salvo quelle create in ogni Conservatorio per soddisfare la pessima velleità di 'produrre', a ritmi forzati ( il Conservatorio di Roma, ad esempio, suona quasi ogni giorno dappertutto. Più volte ci siamo chiesti: ma quando studiano questi ragazzi?), anche durante gli anni di formazione.
Contemporaneamente sono nate iniziative didattiche di perfezionamento, dopo gli studi in Conservatorio, al fine di avviare praticamente i giovani musicisti alla professione. Ne sono nate alla Scala, al Maggio Fiorentino ( dal quale proprio in questi giorni arrivano voci allarmanti di default!), a Napoli ( San Carlo) e all'Accademia di Santa Cecilia, dove i corsi di perfezionamento sono fra i più antichi di Italia.
Senza contare, naturalmente, l'ottima Scuola di Fiesole( che proprio in questi giorni ha visto un avvicendamento nella direzione, passata da Lucchesini a Meunier) che, in anni recenti, ha svolto magnificamente, nonostante le stupide contestazioni dei vari conservatori e dei loro docenti, il ruolo che l'assenza di accademie in Italia le ha delegato: quello cioè di avviare concretamente gli strumentisti più bravi all'esercizio della professione .Ora Fiesole ha ricevuto un riconoscimento ufficiale e si è consociata con alcuni Conservatori, come Ferrara.
Volutamente, taciamo della tragica orte dell'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani (ONC), affidata dal Ministero a mani incompetenti e fatta perciò, di fatto, vivere in perenne stato comatoso. Un'altra delle schifezze italiane con la benedizione del Ministero.
E veniamo alla nostra modestissima proposta indirizzata agli attuali, illuminati e lungimiranti - detto senza ironia - reggitori dell'ANFOLS: Chiarot, presidente, Giambrone, vice.
Le nostre fondazioni liriche devono, data l'attuale situazione, stabilire ciascuna rapporti stretti con i Conservatori della zona per fornire, senza lunghi spostamenti e senza spese per gli studenti, con regolarità, assistenza e formazione agli studenti più bravi, impegnando, per l'insegnamento, le prime parti delle loro orchestre. In tal modo si creerebbero automaticamente dei vivai dai quali 'raccogliere' i futuri sostituti degli strumentisti delle relative orchestre.
Perché non si è fatto prima, se è cosa, all'apparenza, così semplice? Da parte dei Conservatori, perché gli insegnanti, ad ogni proposta di tal genere, si sentivano sottovalutati rispetto ai loro colleghi che lavorano in Orchestra; da parte delle Fondazioni liriche perché gli strumentisti fino ad oggi hanno difeso strenuamente i loro privilegi, gli orari di lavoro ecc...
I Conservatori, che fingono di sbracciarsi in difesa del futuro dei loro studenti, mettano da parte queste invidiuzze fra membri della medesima casta; le Fondazioni liriche si adoperino per far capire agli strumentisti che fra i loro compiti ci deve essere anche quello di formare i futuri strumentisti.
E Conservatori e Fondazioni liriche tengano presente che gli uni e le altre vivono con soldi pubblici. perché, nonostante l'inutile e velleitaria riforma 'Veltroni', senza la presenza dello Stato nessuna di queste istituzioni sopravviverebbe.
E dunque comincino a modificare certe cattive abitudini, anche se sedimentate ed incancrenite, e collaborino per dare una speranza di futuro, una concreta e professionale formazione strumentale gratuita, e l'effettiva possibilità ai giovani di prendere un domani il posto dei loro colleghi e maestri, quando dovessero andare in pensione. Naturalmente il più tardi possibile.
La 'giovanile' di Santa Cecilia non venne più riaperta, anche sotto Cagli, perchè -si disse - gli orchestrali illuminati della celebre orchestra non vedevano di buon occhio i giovani che si stavano facendo strada (ed anche, indirettamente, concorrenza?); e neanche Pappano ha ripreso quel progetto. Non ci si venga a dire che ora esiste la Juni Orchestra. E' un'altra cosa, iniziativa benemerita ma un'altra cosa.
Qual è la situazione odierna, dopo la chiusura anche della Mozart (di cui si attende, almeno ce lo auguriamo, una prossima riapertura, per iniziativa privata!), dell'Orchestra Sinfonica di Roma, dell'Orchestra del Lazio, per fermarci al Lazio che conosciamo meglio?
E' la seguente. Orchestre giovanili non ve ne sono praticamente più. Salvo quelle create in ogni Conservatorio per soddisfare la pessima velleità di 'produrre', a ritmi forzati ( il Conservatorio di Roma, ad esempio, suona quasi ogni giorno dappertutto. Più volte ci siamo chiesti: ma quando studiano questi ragazzi?), anche durante gli anni di formazione.
Contemporaneamente sono nate iniziative didattiche di perfezionamento, dopo gli studi in Conservatorio, al fine di avviare praticamente i giovani musicisti alla professione. Ne sono nate alla Scala, al Maggio Fiorentino ( dal quale proprio in questi giorni arrivano voci allarmanti di default!), a Napoli ( San Carlo) e all'Accademia di Santa Cecilia, dove i corsi di perfezionamento sono fra i più antichi di Italia.
Senza contare, naturalmente, l'ottima Scuola di Fiesole( che proprio in questi giorni ha visto un avvicendamento nella direzione, passata da Lucchesini a Meunier) che, in anni recenti, ha svolto magnificamente, nonostante le stupide contestazioni dei vari conservatori e dei loro docenti, il ruolo che l'assenza di accademie in Italia le ha delegato: quello cioè di avviare concretamente gli strumentisti più bravi all'esercizio della professione .Ora Fiesole ha ricevuto un riconoscimento ufficiale e si è consociata con alcuni Conservatori, come Ferrara.
Volutamente, taciamo della tragica orte dell'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani (ONC), affidata dal Ministero a mani incompetenti e fatta perciò, di fatto, vivere in perenne stato comatoso. Un'altra delle schifezze italiane con la benedizione del Ministero.
E veniamo alla nostra modestissima proposta indirizzata agli attuali, illuminati e lungimiranti - detto senza ironia - reggitori dell'ANFOLS: Chiarot, presidente, Giambrone, vice.
Le nostre fondazioni liriche devono, data l'attuale situazione, stabilire ciascuna rapporti stretti con i Conservatori della zona per fornire, senza lunghi spostamenti e senza spese per gli studenti, con regolarità, assistenza e formazione agli studenti più bravi, impegnando, per l'insegnamento, le prime parti delle loro orchestre. In tal modo si creerebbero automaticamente dei vivai dai quali 'raccogliere' i futuri sostituti degli strumentisti delle relative orchestre.
Perché non si è fatto prima, se è cosa, all'apparenza, così semplice? Da parte dei Conservatori, perché gli insegnanti, ad ogni proposta di tal genere, si sentivano sottovalutati rispetto ai loro colleghi che lavorano in Orchestra; da parte delle Fondazioni liriche perché gli strumentisti fino ad oggi hanno difeso strenuamente i loro privilegi, gli orari di lavoro ecc...
I Conservatori, che fingono di sbracciarsi in difesa del futuro dei loro studenti, mettano da parte queste invidiuzze fra membri della medesima casta; le Fondazioni liriche si adoperino per far capire agli strumentisti che fra i loro compiti ci deve essere anche quello di formare i futuri strumentisti.
E Conservatori e Fondazioni liriche tengano presente che gli uni e le altre vivono con soldi pubblici. perché, nonostante l'inutile e velleitaria riforma 'Veltroni', senza la presenza dello Stato nessuna di queste istituzioni sopravviverebbe.
E dunque comincino a modificare certe cattive abitudini, anche se sedimentate ed incancrenite, e collaborino per dare una speranza di futuro, una concreta e professionale formazione strumentale gratuita, e l'effettiva possibilità ai giovani di prendere un domani il posto dei loro colleghi e maestri, quando dovessero andare in pensione. Naturalmente il più tardi possibile.
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giovedì 28 aprile 2016
Panegirici fuori luogo per ricordare musicisti scomparsi. Ora è il turno di Giuseppe Sinopoli, 15 anni dopo la sua morte
Riproduciamo qui un breve nostro articolo uscito su Suono ( giugno 2003), all'indomani della morte di Luciano Berio, perché ci sembra sia in perfetto equilibrio nella valutazione dei meriti professionali ed umani, ma anche di demeriti professionali e, ancor di più, umani del noto musicista.
Avevamo già scritto per 'Il Giornale' un articolo, all'indomani della sua morte, sui difficili ed anche poco civili rapporti che egli ebbe con la città di Roma.
Questi due articoli ci sono venuti in mente oggi, quando per ricordare la morte prematura di Giuseppe Sinopoli, il 20 aprile del 2001, a Berlino, mentre dirigeva, si stendono panegirici del direttore nei quali non trovano posto gli errori ed i cambiamenti di idee e valutazione, in taluni casi opportunistici, che ebbe a manifestare nella gestione del 'potere' a Roma, prima direttore dell'Orchestra del'Accademia di Santa Cecilia e poi del Teatro dell'Opera (come quando a seguito di un incarico prestigioso a Londra, dichiarò che lasciava Roma( Santa Cecilia) perché non aveva la Capitale un auditorium degno di questo nome. Vero, però poi quando tornò a dirigere a Roma, lo fece al Teatro Olimpico, niente più che una grande sala cinematografica. E allora?)
Certamente non fu un interprete banale, e neanche un musicista dalla personalità ininfluente - noi lo ricordiamo, oltre che per la sua intelligenza ed acutezza, anche per quel suo sguardo inquietante che ti penetrava - ma molti errori commise nelle sue funzioni dirigenziali, con qualche appendice discutibile anche in quelle di direttore.
E le une e gli altri - come nessuno fa oggi, purtroppo - anche in quell'occasione non mancammo di sottolineare. Per questo, leggendo oggi i vari ingiustificati panegirici non ci sentiamo di condividerli. Al contrario, condividiamo gli auguri ad un suo figlio che apprendiamo sta intraprendendo la carriera di compositore. Gli auguriamo un futuro radioso che avrebbe sicuramente inorgoglito il suo celebre papà.
E’
morto Luciano Berio, il 27 maggio 2003. Aveva 78 anni. Era nato il 24
ottobre del 1925 ad Oneglia, nello stesso paesino del quale
era originario Natta, segretario dell’ex PCI, e nel quale per un
periodo aveva esercitato la professione di maestro, il futuro
Duce
del Fascismo, Benito Mussolini, per il quale il padre di Berio
simpatizzerà. Questi ricordi affiorarono alla mente di Berio,
al cadere dei suoi settant’anni, nel corso di una tormentata
intervista.
Con
la morte di Berio il mondo musicale perde un protagonista assoluto e
di grande valore. Compositore prolifico e genuino, artigiano
fantasioso dei suoni, senza preclusioni, intellettuale e pensatore di
razza, polemista acuto e convincente…nulla mancava
alla sua consacrazione come uno dei geni della storia musicale del
ventesimo secolo. Il più dotato fra i musicisti che
emersero prepotentemente dopo la seconda guerra mondiale. Il più
dotato ma anche il più esigente, forse più di Stockhausen e
Boulez, perché a Stockhausen pesa quell’aura sacrale, mentre
Boulez insegue con troppo accanimento l’utopia
teorica.
Non
che a Berio fosse estranea dagli orizzonti l’utopia; ma l’utopia
che egli inseguiva era l’utopia dei suoni, e la perseguiva attraverso
i suoni stessi; riuscendo ad aprire agli altri, inoltrandovisi per
primo e con orecchio infallibile, i cammini futuri della musica.
Questo è stato Berio. E lo è stato in ogni singola sua opera, in
quelle destinate agli strumenti solisti, come in quelle
cameristiche e sinfoniche, ed anche nelle non poche destinate al
teatro - troppi i titoli per uno che dichiarava che i teatri
bisognava chiuderli. Non è sospetto tutto ciò?
Negli
ultimi anni la sua produzione ha recato segni inconfondibili di un
abbraccio troppo stretto con il passato. Numerosi i ‘completamenti’,
i ‘rifacimenti’, le ‘reinvenzioni’ gli ‘sfruttamenti’.
Per alcuni segno che Berio, iconoclasta sommo, si riconosceva
ora
figlio e fratello della musica, di tutta la musica; per altri un
cedimento inaccettabile per un musicista intransigente, allettato forse
dalle sirene del mercato.
Per
capire come Berio abbia lasciato un sigillo in tutti i campi nei
quali si è mosso come musicista, non si possono non ricordare anche
le bellissime, acute e modernissime – sembrano fatte ieri -
trasmissioni fatte tanti anni fa per la Rai. Sarebbe ora che
i dirigenti di Viale Mazzini le ritrasmettessero a futura memoria.
Negli
ultimi anni della sua vita , segnati dalla grave malattia che l’ha
condotto alla morte, non pago della pioggia fittissima di riconoscimenti
di università ed istituzioni culturali di mezzo mondo, Berio aveva
accettato di esercitare il potere in prima persona,
assumendo
l’incarico di Presidente- Sovrintendente a Santa Cecilia. Per
questo incarico s’era battuto per mesi, non essendo la
sua candidatura ben accetta a molti dei suoi elettori.
E
così abbiamo conosciuto anche un altro Berio, l’uomo che
amministra con spregiudicatezza ed anche arroganza il potere enorme
concentrato nelle sue mani. Di questo Berio noi non abbiamo amato ed
ammirato praticamente nulla. Quest’ altra persona
vogliamo presto dimenticare per non sporcare il Berio musicista,
conosciuto ed apprezzato di lontano
persona
vogliamo presto dimenticare per non sporcare il Berio musicista,
conosciuto di lontano.
mercoledì 27 aprile 2016
Sfogliando RICORDIANA, mensile di Casa Ricordi, anno 1957
L'incontro con questa bella rivista, dove l'editore italiano che le dava il nome non influiva poi così tanto, come accade con tanti 'house organ', è avvenuto a seguito del suo acquisto - la sola annata 1957 ben rilegata - su una bancarella di libri vecchi. L'abbiamo sfogliata attentamente notandone alcune caratteristiche: pochi articoli, qualche saggio in ogni numero, e poi la lunga serie delle corrispondenze italiane ed estere, nelle quali ovviamente autori e pubblicazioni di Casa Ricordi avevano un posto privilegiato; non mancavano le cronache radiofoniche, seguite queste ultime dal catalogo aggiornato delle edizioni milanesi.
Nel numero di dicembre leggiamo di una conferenza stampa che non abbiamo timore a definire storica, quella di Menotti che annuncia per l'estate successiva l'avvio del Festival dei Due mondi, nella Spoleto da poco scoperta e che vantava addirittura due teatri, uno piccolo, il Caio Melisso ( in piazza Duomo, da restaurare, essendo stato adibito a sala cinematografica fino a quel momento) ed il Teatro Nuovo dalla capienza più che soddisfacente, oggi Teatro Menotti. Il festival, in quella prima edizione sarebbe durato ben cinque settimane. Menotti annunciava di voler rappresentare l'Otello di Rossini, anche se qualche perplessità (per ragioni economiche) gliela creava lo stuolo di tenori richiesti. Dunque la cosiddetta 'renaissance rossiniana' attribuita a Pesaro, avrebbe potuto avere un precedente a Spoleto.( L'Otello di Rossini, anche per i cinque tenori non approderà mai a Spoleto). Per l'inaugurazione, il 5 giugno 1958, si optò per il Macbeth di Verdi, direttore Schippers, regista Visconti. In programma altre quattro titoli fra classici e contemporanei, serate di balletto, teatro,concerti e poi mostre ecc...
Menotti, patron e demiurgo del festival, si circondò, per i settori in cui la programmazione si articolava, di personalità di grande rilievo; a loro era demandata la proposta del cartellone. Un'idea abbastanza interessante per venire incontro - spiegò Menotti - ai tanti artisti e critici che assai spesso dicono come avrebbero loro fatto questo o quel festival. Menotti li mise alla prova ( Un esperimento simile si fece anche al Maggio Fiorentino negli anni Ottanta, quando due successive edizioni furono rispettivamente affidate - lo ricordiamo bene- a Berio e D'Amico).
Ma il festival aveva anche altri intenti, primo fra tutti quello di mettere a confronto artisti europei e 'del nuovo mondo' ed anche giovani artisti con artisti ormai collaudati. E la storia del festival sta a dimostrare la validità di tante intuizioni del musicista italo-americano, Menotti. Mentre quella recente, recentissima del festival ha preso un'altra diversa strada - che, finchè piacerà a chi governa il festival e la città, sarà perseguita - sebbene molto distante da quella del fondatore.
Tornando a RICORDIANA, sullo stesso ultimo numero del 1957, appare un saggio di Furtwaengler sui criteri da seguire nella formulazione di un programma da concerto, da tempo tradotto in italiano del quale però noi avevamo perso la memoria. Il grande direttore distingue un programma 'da leggersi' da uno 'da ascoltarsi', sostenendo a ragione che molti programma bellissimi ed interessanti da leggersi sulla carta, risultano poi noiosi all'ascolto; oppone qualche obiezione ai programmi 'a tema' ; suggerisce una sequenza 'tipo' da seguire nella proposta dei vari brani, consiglia di non emarginare la musica contemporanea nei circoli esclusivi di festival e stagioni ad hoc ed altre pillole di saggezza. Fra le quali però non ci pare vi fosse anche quella di non sovraccaricare il pubblico con più opere poderose in una stessa serata, della cui inopportunità noi siamo convinti da sempre.
Nelle stesse pagine di RICORDIANA 1957 vi sono anche interessantissimi scritti di Gavazzeni, uno particolarmente analitico di Luciano Berio sulla 'Musica elettronica', ed anche non poche curiosità, come quella dell'invenzione del cosiddetto 'crescendo rossiniano,' la cui paternità va riconosciuta ad un oscuro musicista di Masserano, Piero Mercandetti, detto il Generali, morto nel 1832, all'età di 59 anni- come ricorda una lapide posta sulla facciata del Municipio della cittadina.
Nel numero di dicembre leggiamo di una conferenza stampa che non abbiamo timore a definire storica, quella di Menotti che annuncia per l'estate successiva l'avvio del Festival dei Due mondi, nella Spoleto da poco scoperta e che vantava addirittura due teatri, uno piccolo, il Caio Melisso ( in piazza Duomo, da restaurare, essendo stato adibito a sala cinematografica fino a quel momento) ed il Teatro Nuovo dalla capienza più che soddisfacente, oggi Teatro Menotti. Il festival, in quella prima edizione sarebbe durato ben cinque settimane. Menotti annunciava di voler rappresentare l'Otello di Rossini, anche se qualche perplessità (per ragioni economiche) gliela creava lo stuolo di tenori richiesti. Dunque la cosiddetta 'renaissance rossiniana' attribuita a Pesaro, avrebbe potuto avere un precedente a Spoleto.( L'Otello di Rossini, anche per i cinque tenori non approderà mai a Spoleto). Per l'inaugurazione, il 5 giugno 1958, si optò per il Macbeth di Verdi, direttore Schippers, regista Visconti. In programma altre quattro titoli fra classici e contemporanei, serate di balletto, teatro,concerti e poi mostre ecc...
Menotti, patron e demiurgo del festival, si circondò, per i settori in cui la programmazione si articolava, di personalità di grande rilievo; a loro era demandata la proposta del cartellone. Un'idea abbastanza interessante per venire incontro - spiegò Menotti - ai tanti artisti e critici che assai spesso dicono come avrebbero loro fatto questo o quel festival. Menotti li mise alla prova ( Un esperimento simile si fece anche al Maggio Fiorentino negli anni Ottanta, quando due successive edizioni furono rispettivamente affidate - lo ricordiamo bene- a Berio e D'Amico).
Ma il festival aveva anche altri intenti, primo fra tutti quello di mettere a confronto artisti europei e 'del nuovo mondo' ed anche giovani artisti con artisti ormai collaudati. E la storia del festival sta a dimostrare la validità di tante intuizioni del musicista italo-americano, Menotti. Mentre quella recente, recentissima del festival ha preso un'altra diversa strada - che, finchè piacerà a chi governa il festival e la città, sarà perseguita - sebbene molto distante da quella del fondatore.
Tornando a RICORDIANA, sullo stesso ultimo numero del 1957, appare un saggio di Furtwaengler sui criteri da seguire nella formulazione di un programma da concerto, da tempo tradotto in italiano del quale però noi avevamo perso la memoria. Il grande direttore distingue un programma 'da leggersi' da uno 'da ascoltarsi', sostenendo a ragione che molti programma bellissimi ed interessanti da leggersi sulla carta, risultano poi noiosi all'ascolto; oppone qualche obiezione ai programmi 'a tema' ; suggerisce una sequenza 'tipo' da seguire nella proposta dei vari brani, consiglia di non emarginare la musica contemporanea nei circoli esclusivi di festival e stagioni ad hoc ed altre pillole di saggezza. Fra le quali però non ci pare vi fosse anche quella di non sovraccaricare il pubblico con più opere poderose in una stessa serata, della cui inopportunità noi siamo convinti da sempre.
Nelle stesse pagine di RICORDIANA 1957 vi sono anche interessantissimi scritti di Gavazzeni, uno particolarmente analitico di Luciano Berio sulla 'Musica elettronica', ed anche non poche curiosità, come quella dell'invenzione del cosiddetto 'crescendo rossiniano,' la cui paternità va riconosciuta ad un oscuro musicista di Masserano, Piero Mercandetti, detto il Generali, morto nel 1832, all'età di 59 anni- come ricorda una lapide posta sulla facciata del Municipio della cittadina.
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mercoledì 24 febbraio 2016
'Un Organo ( a canne) per Roma': altre rivelazioni. La bibliomediateca dell'Accademia di Santa Cecilia senza personale
Il nostro articolo sul festival, diretto da Giorgio Carnini, nato per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità che anche l'Auditorium di Roma - Sala Santa Cecilia - si doti di uno strumento a canne - come hanno fatto e fanno regolarmente tutti i nuovi auditorium nel mondo costruiti in questi ultimi decenni - ha rinfrescato la memoria di quanti, negli anni della presidenza ceciliana di Berio, fecero di tutto per contrastare la decisione del noto musicista di cancellare dall'Auditorium la presenza di uno strumento a canne, perchè considerato inutile, per eseguirvi la grande letteratura organistica del passato ma anche concerti scritti nel Novecento, per organo e orchestra. Costringendo, nei casi dei concerti con orchestra, a ricorrere ad un organo 'elettronico' - vergogna delle vergogne! - ed impedendo di fatto alla grande letteratura organistica, molto amata e seguitissima - come dimostrano anche le prime serate del festival diretto da Carnini - di essere inserita nella programmazione dell'Accademia. Perché - insisteva Berio - la musica per organo è stata scritta per la chiesa e nelle chiese deve restare. Ogni commento è inutile perchè la posizione del musicista nasceve da patente malafede.
Poi l'organo non si potè costruire anche perchè mancavano i soldi - così almeno pensavamo. Ed invece persone molto informate ci hanno fatto sapere che la storia è molto diversa e che i soldi c'erano, erano stati già stanziati. E allora? Quei soldi, destinati alla costruzione dell'organo furono dirottati verso altri diversi capitoli di spesa. Qualcuno dice per la pavimentazione della cavea o per altri usi. Tutto questo rende la storia ancora più ingarbugliata e aggiunge inganno e imbroglio a vergogna.
Ora chi sa queste cose, perchè le ha seguite fin dall'inizio, come ad esempio la dott. Annalisa Bini, segretaria del 'Comitato per l'organo' creato da Bruno Cagli, deve parlare e chiarire.
E dirci anche come mai la Bibliomediateca che Lei dirige, da qualche tempo manca di personale, rendendo sempre meno agevole lo studio e la ricerca di musicologi giovani e non.
Anche nella storia della Bibliomediateca c'entra Berio, il quale volle ad ogni costo, anche contro il parere di studiosi e di illustri musicisti, come Petrassi, smembrare la Biblioteca di Santa Cecilia, presso il Conservatorio, dove convivevano i due fondi bibliografici del Conservatorio e dell'Accademia, per portarsi all'Auditorium quello dell'Accademia.
La Bibliomediateca potè usufruire anche della consulenza dello Studio 'Piano' che disegnò appositamente gli arredi della biblioteca ed ogni altra cosa, tutto di gran pregio ed, immaginiamo, anche di gran costo (finirono forse anche in Biblioteca, parte dei soldi destinati all'organo?).
Ora la Bibliomediateca non ha praticamente più personale. Per le consultazioni occorre presentare la richiesta in un determinato giorno e solo dopo che ne sono passati due o tre ritornare per consultare i volumi richiesti.
I resposnabili dell'Accademia dovrebbero fare un salto alla biblioteca dell'Istituto Storico Germanico, dove si respira altra aria, altra efficienza, altro rispetto per lo studio e la ricerca. E dove, per eccesso di zelo tutto teutonico, ciò che non si trova a Roma ma che si sa essere presente in altre biblioteche tedesche, si riesce a procurare - digitalizzato! - agli studiosi italiani. Un miracolo? No, l'efficienza tedesca.
Santa Cecilia che spende soldi per il superfluo e l'inutile, come tante pubblicazioni, che fanno concorrenza a editori specializzati o di carattere ed intento autocelebrativi ( l'ultima, per la ricorrenza dei dieci anni di Pappano a Roma, come se nessuno se ne fosse accorto ed avesse bisogno che l'Accademia lo ricordi!), dimentica di destinarne, anzi decide di non destinarne a cose molto più importanti (come il funzionamento della biblioteca), perchè evidentemente mette lo 'spettacolo' in cima a pensieri e aspirazioni.
P.S. Ciò che abbiamo scritto a proposito del servizio della Bibliomediateca dell'Accademia di Santa Cecilia, diretta da Annalisa Bini, risponde a verità il fatto che c'è stata una riduzione di personale, ma è assolutamente falso che non vengano assicurati i servizi elementari di una biblioteca, come la ricerca, il prestito nella sala lettura ecc.. Noi lo avevamo scritto a seguito di notizia fornitaci da persona affidabile e che, ritenevamo, non avese nessuna ragione per affermare il falso. Oggi ci siamo recati nella Bibliomediateca, abbiamo richiesto dei volumi che seduta stante ci sono stati forniti, e nella sala lettura abbiamo notato molti studiosi, in gran parte giovani. Ce ne scusiamo.
Poi l'organo non si potè costruire anche perchè mancavano i soldi - così almeno pensavamo. Ed invece persone molto informate ci hanno fatto sapere che la storia è molto diversa e che i soldi c'erano, erano stati già stanziati. E allora? Quei soldi, destinati alla costruzione dell'organo furono dirottati verso altri diversi capitoli di spesa. Qualcuno dice per la pavimentazione della cavea o per altri usi. Tutto questo rende la storia ancora più ingarbugliata e aggiunge inganno e imbroglio a vergogna.
Ora chi sa queste cose, perchè le ha seguite fin dall'inizio, come ad esempio la dott. Annalisa Bini, segretaria del 'Comitato per l'organo' creato da Bruno Cagli, deve parlare e chiarire.
E dirci anche come mai la Bibliomediateca che Lei dirige, da qualche tempo manca di personale, rendendo sempre meno agevole lo studio e la ricerca di musicologi giovani e non.
Anche nella storia della Bibliomediateca c'entra Berio, il quale volle ad ogni costo, anche contro il parere di studiosi e di illustri musicisti, come Petrassi, smembrare la Biblioteca di Santa Cecilia, presso il Conservatorio, dove convivevano i due fondi bibliografici del Conservatorio e dell'Accademia, per portarsi all'Auditorium quello dell'Accademia.
La Bibliomediateca potè usufruire anche della consulenza dello Studio 'Piano' che disegnò appositamente gli arredi della biblioteca ed ogni altra cosa, tutto di gran pregio ed, immaginiamo, anche di gran costo (finirono forse anche in Biblioteca, parte dei soldi destinati all'organo?).
Ora la Bibliomediateca non ha praticamente più personale. Per le consultazioni occorre presentare la richiesta in un determinato giorno e solo dopo che ne sono passati due o tre ritornare per consultare i volumi richiesti.
I resposnabili dell'Accademia dovrebbero fare un salto alla biblioteca dell'Istituto Storico Germanico, dove si respira altra aria, altra efficienza, altro rispetto per lo studio e la ricerca. E dove, per eccesso di zelo tutto teutonico, ciò che non si trova a Roma ma che si sa essere presente in altre biblioteche tedesche, si riesce a procurare - digitalizzato! - agli studiosi italiani. Un miracolo? No, l'efficienza tedesca.
Santa Cecilia che spende soldi per il superfluo e l'inutile, come tante pubblicazioni, che fanno concorrenza a editori specializzati o di carattere ed intento autocelebrativi ( l'ultima, per la ricorrenza dei dieci anni di Pappano a Roma, come se nessuno se ne fosse accorto ed avesse bisogno che l'Accademia lo ricordi!), dimentica di destinarne, anzi decide di non destinarne a cose molto più importanti (come il funzionamento della biblioteca), perchè evidentemente mette lo 'spettacolo' in cima a pensieri e aspirazioni.
P.S. Ciò che abbiamo scritto a proposito del servizio della Bibliomediateca dell'Accademia di Santa Cecilia, diretta da Annalisa Bini, risponde a verità il fatto che c'è stata una riduzione di personale, ma è assolutamente falso che non vengano assicurati i servizi elementari di una biblioteca, come la ricerca, il prestito nella sala lettura ecc.. Noi lo avevamo scritto a seguito di notizia fornitaci da persona affidabile e che, ritenevamo, non avese nessuna ragione per affermare il falso. Oggi ci siamo recati nella Bibliomediateca, abbiamo richiesto dei volumi che seduta stante ci sono stati forniti, e nella sala lettura abbiamo notato molti studiosi, in gran parte giovani. Ce ne scusiamo.
venerdì 19 febbraio 2016
Giorgio Carnini lotta ancora per 'Un organo per Roma'
Giorgio Carnini, organista, è abbastanza noto per aver bisogno di ulteriore presentazione, mentre ne serve per illustrare la sua caparbia attività, già di alcuni anni, per mettere fine ad una ferita inflitta alla musica a Roma da un noto musicista oggi defunto, Luciano Berio. Il quale Berio, subentrato a Cagli, alla guida di Santa cecilia (Accademia), dopo esserne stato prima commissario, non ravvisò la necessità, nonostante le forti proteste di diversi settori della musica e non, che l'Auditorium avesse, nella sala più grande, un organo a canne.
E ciò nonostante che il suo amico Renzo Piano avesse già rielaborato il progetto della Sala Santa Cecilia, per la sua collocazione. Berio non ne volle sentir parlare; una commissione presieduta da Luigi Ferdinando Tagliavini fu praticamente esautorata ed anche, per certi versi, trattata a pesci in faccia, come si usa dire in simili casi.
Per il noto musicista ligure,che discendeva da una famiglia che vantava anche organisti di chiesa, l'organo era strumento 'da chiesa' ed una sala da concerto non ne aveva certo bisogno. Almeno a Roma, mentre tutte le grandi sale da concerto costruite in questi ultimi anni mostrano uno strumento a canne all'altezza delle loro prestigiose architetture, fra gli ultimi quello del nuovo auditorium di Lucerna. Roma no.
Al punto che, oggi, per fare un concerto d'organo, nella città che ha vantato nella seconda metà del Novecento due organisti di vaglia come Fernando Germani - che tante volte e non solo a Roma ha eseguito gli omnia organistici di Johann Sebastian Bach, attirando folle di ascoltatori - e Ferruccio Vignanelli, deve rivolgersi agli strumenti delle chiese romane.
Insomma la musica organistica, tutta la musica organistica, era musica 'per la chiesa', liturgica o no poco importa, secondo il vangelo di Berio. Una incomprensibile semplificazione e volgare valutazione che non ci si poteva attendere da un musicista portato in palmo di mano nel mondo.
E per quella sua decisione, ancora oggi - a quindici anni dalla sua apertura- l'Auditorium di Roma non ha un organo, per concerti e cicli di concerti che a Roma - come in tante altre capitali del mondo - hanno sempre un grande seguito e vantano lunga tradizione.
L'accesa discussione che si ebbe fra esperti, all'epoca della INFAME decisione di Berio, sulla natura e conformazione tecnica e stilistica dello strumento da progettare e costruire per l'Auditorium, non fu alla base di quella decisione.
Per vedere di mettere riparo a quella INFAME decisione e per sensibilizzare l'opinione pubblica e la folla di appassionati ed amatori, Giorgio Carnini, con la sua 'Camerata Italica', da qualche anno organizza un festival organistico, in pieno svolgimento, ospitato nella Sala Accademica del Conservatorio di Via dei Greci, l'unica sala dotata di un organo a canne di pregio. Per tutti gli altri strumenti, occorre rivolgersi alle chiese. Anche per questo, grazie Berio
N.B. Su Music@, alcuni anni fa, affrontammo l'argomento riproducendo anche documenti originali che qualcuno ci fornì, ma non l'Accademia di Santa Cecilia che non voleva che pubblicassimo alcunché sull'argomento.
E ciò nonostante che il suo amico Renzo Piano avesse già rielaborato il progetto della Sala Santa Cecilia, per la sua collocazione. Berio non ne volle sentir parlare; una commissione presieduta da Luigi Ferdinando Tagliavini fu praticamente esautorata ed anche, per certi versi, trattata a pesci in faccia, come si usa dire in simili casi.
Per il noto musicista ligure,che discendeva da una famiglia che vantava anche organisti di chiesa, l'organo era strumento 'da chiesa' ed una sala da concerto non ne aveva certo bisogno. Almeno a Roma, mentre tutte le grandi sale da concerto costruite in questi ultimi anni mostrano uno strumento a canne all'altezza delle loro prestigiose architetture, fra gli ultimi quello del nuovo auditorium di Lucerna. Roma no.
Al punto che, oggi, per fare un concerto d'organo, nella città che ha vantato nella seconda metà del Novecento due organisti di vaglia come Fernando Germani - che tante volte e non solo a Roma ha eseguito gli omnia organistici di Johann Sebastian Bach, attirando folle di ascoltatori - e Ferruccio Vignanelli, deve rivolgersi agli strumenti delle chiese romane.
Insomma la musica organistica, tutta la musica organistica, era musica 'per la chiesa', liturgica o no poco importa, secondo il vangelo di Berio. Una incomprensibile semplificazione e volgare valutazione che non ci si poteva attendere da un musicista portato in palmo di mano nel mondo.
E per quella sua decisione, ancora oggi - a quindici anni dalla sua apertura- l'Auditorium di Roma non ha un organo, per concerti e cicli di concerti che a Roma - come in tante altre capitali del mondo - hanno sempre un grande seguito e vantano lunga tradizione.
L'accesa discussione che si ebbe fra esperti, all'epoca della INFAME decisione di Berio, sulla natura e conformazione tecnica e stilistica dello strumento da progettare e costruire per l'Auditorium, non fu alla base di quella decisione.
Per vedere di mettere riparo a quella INFAME decisione e per sensibilizzare l'opinione pubblica e la folla di appassionati ed amatori, Giorgio Carnini, con la sua 'Camerata Italica', da qualche anno organizza un festival organistico, in pieno svolgimento, ospitato nella Sala Accademica del Conservatorio di Via dei Greci, l'unica sala dotata di un organo a canne di pregio. Per tutti gli altri strumenti, occorre rivolgersi alle chiese. Anche per questo, grazie Berio
N.B. Su Music@, alcuni anni fa, affrontammo l'argomento riproducendo anche documenti originali che qualcuno ci fornì, ma non l'Accademia di Santa Cecilia che non voleva che pubblicassimo alcunché sull'argomento.
sabato 6 febbraio 2016
Hélène Grimaud. Una scoperta
La pianista americana, Hélène Grimaud, di origine francese, dagli occhi chiari ma di ghiaccio, guadagna la ribalta. Cosa ha fatto per meritarsela? Un nuovo disco e l'interesse della sua casa discografica a reclamizzarlo, pensando che possa avere sul mercato un'accoglienza migliore, se lo propone affiancandolo alla sua storia di donna irrequieta, con foto in primo piano sulla copertina, ed a quella passione 'naturalista' per i lupi'. Ma questa è nuova? Per lo meno tale la si propone, all'uscita del suo nuovo disco 'Wasser' ,che non è un omaggio parziale al nostro cognome, bensì una collezione di brani che hanno come tema, anzi come semplice titolo, l'acqua, a partire dal pezzo di Berio, 'Wasserklavier' - all'epoca della nostra direzione di Piano Time, pubblicammo per primi un altro brano pianistico di Berio, della medesima serie: 'Luftklavier'.
Insomma non c'era nessuna ragione per andare ad intervistarla, se non l'uscita del suo nuovo disco - vi sembra una ragione plausibile ?- ma la casa discografica insiste ed organizza un paio di incontri, telefonici, fatti negli stessi giorni, per fortuna non con le stesse domande, in risposta alle quali non ci sembra di aver letto nulla che già non conoscevamo e con noi tutti quelli interessati a leggere quelle sue interviste. La sua passione per i lupi è cosa vecchia e stravecchia, ed è stata anche oggetto di un suo libro, un bel pò di anni fa.
L'unica cosa nuova - oltre quella foto che la ritrae ragazzina pubblicata dal 'Venerdì' di Repubblica - è la rivelazione di quella lite con Claudio Abbado, perchè la pianista non sarebbe stata d'accordo con il maestro, o viceversa, su una cadenza di un concerto di Mozart. Non non crediamo ad una sola parola, anche se si è voluto riproporre la celebre scena che contrappose molti anni fa Bernstein a Gould. La ragione addotta dalla Grimaud è che spesso 'i genitori non s'accorgono che i figli crescono' e che quindi possono rivoltarglisi contro, come fece Lei ancora molto giovane con Abbado, il quale nonostante avesse con lei una amicizia nata quand'era ancora adolescente, non si era accorot che nel frattempo la adolescente di un tempo era diventata una matura signorina. Sarà!
Insomma non c'era nessuna ragione per andare ad intervistarla, se non l'uscita del suo nuovo disco - vi sembra una ragione plausibile ?- ma la casa discografica insiste ed organizza un paio di incontri, telefonici, fatti negli stessi giorni, per fortuna non con le stesse domande, in risposta alle quali non ci sembra di aver letto nulla che già non conoscevamo e con noi tutti quelli interessati a leggere quelle sue interviste. La sua passione per i lupi è cosa vecchia e stravecchia, ed è stata anche oggetto di un suo libro, un bel pò di anni fa.
L'unica cosa nuova - oltre quella foto che la ritrae ragazzina pubblicata dal 'Venerdì' di Repubblica - è la rivelazione di quella lite con Claudio Abbado, perchè la pianista non sarebbe stata d'accordo con il maestro, o viceversa, su una cadenza di un concerto di Mozart. Non non crediamo ad una sola parola, anche se si è voluto riproporre la celebre scena che contrappose molti anni fa Bernstein a Gould. La ragione addotta dalla Grimaud è che spesso 'i genitori non s'accorgono che i figli crescono' e che quindi possono rivoltarglisi contro, come fece Lei ancora molto giovane con Abbado, il quale nonostante avesse con lei una amicizia nata quand'era ancora adolescente, non si era accorot che nel frattempo la adolescente di un tempo era diventata una matura signorina. Sarà!
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lunedì 11 gennaio 2016
In ricordo di Pierre Boulez N.4 .Boulez riceve il Leone d'oro a Venezia e parla di Maderna
A marzo dello scorso anno scrivemmo su questo blog il post che ora ripubblichiamo, riguardante Boulez ed anche Maderna.
In una articolo celebrativo per i novant'anni di Pierre Boulez - sacrosanto - sul Corriere, a firma Manin, Ivan Fedele, che gli ha attribuito il 'Leone d'oro' alla Carriera della Biennale Musica di cui è direttore, spezza una lancia in favore della grande umanità di Boulez, a dispetto della sua immagine stereotipata di gran pensatore e teorico della musica cui va ad aggiungersi quella di oggi: protettore e missionario ( Fedele, pieno di orgoglio, ci mette anche la sua, giacchè lavorò all'IRCAM parigino ed ebbe l'onore di una 'commissione' dello stesso Boulez).
Racconta Fedele che scoprì la grande sensibilità e profonda umanità di Boulez ascoltando una sua interpretazione dell'Adagietto della 'Quinta' di Mahler, che in lui convive con la durezza con cui apostrofa colleghi e musiche che non condivide e non stima - in cima alla lista i cosiddetti minimalisti, la cui musica è poca cosa: ' les minimalistes sont minimaux', ebbe a dirci in una delle interviste che ci concesse negli anni.
Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola, nel silenzio e nella discrezione più totali.
Fedele,però, non sa cosa pensava Boulez di Maderna compositore, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio Il suo gesto di solidarietà concreta potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dire?
Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez ha sempre reso onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di 'Piano Time', presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale, manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse proprio questo. E Mario Bortolotto sulle stesse pagine di 'Piano Time', dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.
In una articolo celebrativo per i novant'anni di Pierre Boulez - sacrosanto - sul Corriere, a firma Manin, Ivan Fedele, che gli ha attribuito il 'Leone d'oro' alla Carriera della Biennale Musica di cui è direttore, spezza una lancia in favore della grande umanità di Boulez, a dispetto della sua immagine stereotipata di gran pensatore e teorico della musica cui va ad aggiungersi quella di oggi: protettore e missionario ( Fedele, pieno di orgoglio, ci mette anche la sua, giacchè lavorò all'IRCAM parigino ed ebbe l'onore di una 'commissione' dello stesso Boulez).
Racconta Fedele che scoprì la grande sensibilità e profonda umanità di Boulez ascoltando una sua interpretazione dell'Adagietto della 'Quinta' di Mahler, che in lui convive con la durezza con cui apostrofa colleghi e musiche che non condivide e non stima - in cima alla lista i cosiddetti minimalisti, la cui musica è poca cosa: ' les minimalistes sont minimaux', ebbe a dirci in una delle interviste che ci concesse negli anni.
Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola, nel silenzio e nella discrezione più totali.
Fedele,però, non sa cosa pensava Boulez di Maderna compositore, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio Il suo gesto di solidarietà concreta potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dire?
Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez ha sempre reso onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di 'Piano Time', presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale, manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse proprio questo. E Mario Bortolotto sulle stesse pagine di 'Piano Time', dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.
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mercoledì 6 gennaio 2016
Tg La 7,Tg1, Tg2: la morte di Pierre Boulez interessa di più a Mentana
A 90 anni, a Baden Baden, si è spento Pierre Boulez, compositore, direttore d'orchestra, organizzatore musicale, teorico dell'avanguardia fra i massimi del Novecento. A capo dell'IRCAM, sorto per sua iniziativa al Centre Pompidou di Parigi, fondatore dell'Ensemble Intercontemporain, direttore d'orchestra che si è spesso dedicato anche al grande repertorio sinfonico (Haydn), all'opera (Wagner, oltre i moderni), ma in special modo e con tutte le sue forze alla musica di oggi che in lui ha avuto un apostolo insostituibile ed ineguagliato.
La musica, forse solo la musica, era in cima ai suoi pensieri; chi lo ha frequentato in privato assicura che non era interessato ad altro e che non parlava d'altro, con sempre invidiabile lucidità, che forse nella sua opera di compositore, ha avuto un peso eccessivo, ed acutezza.
Compagno di viaggio di numerosi altri musicisti suoi coetanei, ai quali era molto legato, ( Berio, Stockhausen, Maderna) non perse tuttavia lucidità quando, come per Maderna, sottolineò le gravi pecche del compositore, ma dando il giusto peso all'opera dell' interprete, organizzatore e insegnante. Noi abbiamo spesso parlato con lui a Roma, e di lui altrettanto spesso abbiamo parlato con tanti nostri interlocutori nel corso delle numerose interviste che abbiamo realizzato, ed alcune delle quali ricercheremo e ripubblicheremo presto in questo blog.
Ora, a poche ore dalla sua scomparsa noteremo solo che la Tv ha trattato diversamente la notizia, nei vari telegiornali. Ed il diverso peso dato dai principali Tg alla morte di Boulez ci induce a pensare che il contratto esclusivo di servizio fra lo Stato e la tv pubblica, in scadenza proprio quest'anno, potrebbe essere offerto, in parte, anche ad altre emittenti televisive, ad esempio a La 7, il cui telegiornale, diretto da Enrico Mentana, fa spesso servizio pubblico con maggiore convinzione e puntualità dei Tg della tv pubblica.
Come nel caso della morte di Boulez, che cadeva nello stesso giorno in cui è morta una vedette del nostro cinema Silvana Pampanini; e Mentana ha dato, seppure succintamente, la notizia con maggiori particolari, relativi alla attività del musicista ed ai suoi compagni d'avventura; il Tg 1 ha detto solo: è morto a 90 anni il direttore d'orchestra e compositore Pierre Boulez, aggiungendovi forse la città in cui è deceduto e basta; ed il tg 2 ha relegato la notizia al solo rullo, mentre alla Pampanini è stato riservato uno spazio dieci volte superiore. E forse già nelle prossime settimane le dedicheranno anche una strada od una piazza, magari in centro, scalzandovi, che so, Rossini, o Verdi.
P.S. Questa mattina Rai News 24 dva la notizia sul rullo che scorre mentre vanno in onda i servizi; e Sky Tg 24, neannche sul rullo. La sua direttrice, Varetto, non è canditata a dirigere il più importante telegiornale della tv pubblica?
La musica, forse solo la musica, era in cima ai suoi pensieri; chi lo ha frequentato in privato assicura che non era interessato ad altro e che non parlava d'altro, con sempre invidiabile lucidità, che forse nella sua opera di compositore, ha avuto un peso eccessivo, ed acutezza.
Compagno di viaggio di numerosi altri musicisti suoi coetanei, ai quali era molto legato, ( Berio, Stockhausen, Maderna) non perse tuttavia lucidità quando, come per Maderna, sottolineò le gravi pecche del compositore, ma dando il giusto peso all'opera dell' interprete, organizzatore e insegnante. Noi abbiamo spesso parlato con lui a Roma, e di lui altrettanto spesso abbiamo parlato con tanti nostri interlocutori nel corso delle numerose interviste che abbiamo realizzato, ed alcune delle quali ricercheremo e ripubblicheremo presto in questo blog.
Ora, a poche ore dalla sua scomparsa noteremo solo che la Tv ha trattato diversamente la notizia, nei vari telegiornali. Ed il diverso peso dato dai principali Tg alla morte di Boulez ci induce a pensare che il contratto esclusivo di servizio fra lo Stato e la tv pubblica, in scadenza proprio quest'anno, potrebbe essere offerto, in parte, anche ad altre emittenti televisive, ad esempio a La 7, il cui telegiornale, diretto da Enrico Mentana, fa spesso servizio pubblico con maggiore convinzione e puntualità dei Tg della tv pubblica.
Come nel caso della morte di Boulez, che cadeva nello stesso giorno in cui è morta una vedette del nostro cinema Silvana Pampanini; e Mentana ha dato, seppure succintamente, la notizia con maggiori particolari, relativi alla attività del musicista ed ai suoi compagni d'avventura; il Tg 1 ha detto solo: è morto a 90 anni il direttore d'orchestra e compositore Pierre Boulez, aggiungendovi forse la città in cui è deceduto e basta; ed il tg 2 ha relegato la notizia al solo rullo, mentre alla Pampanini è stato riservato uno spazio dieci volte superiore. E forse già nelle prossime settimane le dedicheranno anche una strada od una piazza, magari in centro, scalzandovi, che so, Rossini, o Verdi.
P.S. Questa mattina Rai News 24 dva la notizia sul rullo che scorre mentre vanno in onda i servizi; e Sky Tg 24, neannche sul rullo. La sua direttrice, Varetto, non è canditata a dirigere il più importante telegiornale della tv pubblica?
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giovedì 10 dicembre 2015
Attenti alle mogli... di Muti,Berio,Chailly. Ed anche di Dudamel. Mentre quella di Stockhauen, la terza o quarta, non si impicciava
Ad irritare Leiser, a sua volta, nella preparazione della Giovanna d'Arco alla Scala deve essere stata anche la presenza costante, non muta, di Gabriella, moglie di Chailly. Se il giorno si vede dal mattino, gli scaligeri debbono attendersi una altra decina d'anni di direttore musicale con direttrice consorte al seguito, come ai tempi di Riccardo Muti? Di Muti e di sua moglie Cristina si è saputo soltanto ora, alla fine del rapporto di amicizia fra il noto direttore ed il critico Isotta. La signora Cristina interveniva su tutto, ha accusato il critico. Troppo. Voleva mettere bocca anche sulla scelta dei cantanti, ha insistito Isotta, e i cast della Scala, nelle opere affidate a Muti, non sono mai stati irreprensibili.
Saperlo alla fine di una gestione non giova. Queste cose vanno dette quando ancora si ha il tempo per intervenire e porvi rimedio, ammesso che sia possibile. Diversamente non servono.
Nel caso di Berio, se ricordiamo bene, qualcosa venne fuori, quando il noto musicista preparava un' opera a Firenze ed un'altra a Salisburgo - non chiedeteci i titoli, a quest'ora non ci vengono. In ambedue quei casi, la signora Berio figurava come 'autrice della drammaturgia', e in ambedue i casi le cose non filarono lisce: ci furono liti furibonde fra dirigenza dei rispettivi teatri ed il musicista, il quale mai se la prese con la consorte, la cui presenza in quelle lavorazioni era la vera causa dei problemi, a detta di molti. Berio accusò quei dirigenti di non avergli concesso un numero di prove sufficienti. Ma i dirigenti - a Salisburgo lo fece Mortier attraverso i giornali - replicarono che per nessun'altra opera era stato concesso lo stesso numero di prove, dunque Berio non aveva ragione per lamentarsi, semmai doveva andare a cercare la vera causa di tali disguidi ed eliminarla. Ma tale causa, sebbene l'avesse a portata di mano, non poteva eliminarla. All'epoca ne scrivemmo su 'Suono' - mensile di musica ed alta fedeltà ; ma le accuse dell'allora responsabile di Salisburgo si lessero anche su quotidiani nazionali.
Che le mogli vogliano sempre mettere bocca negli affari dei propri mariti è storia vecchia, ed è anche storia vecchia che, nella maggioranza dei casi, degli affari dei mariti s'intendano poco, il che dovrebbe convincerle a star zitte, se non lo fanno i mariti che, specie se freschi di matrimonio o di relazione, vivono nell'idillio che li rende ciechi e, nel caso specifico, anche sordi - visto che di musica si tratta.
La situazione non cambia con l'avvicendarsi delle generazioni. A noi sembra, infatti, che anche nel caso di Dudamel, la sua giovane moglie, si dia molto da fare. Eppure ce la ricordiamo, ai primi incontri, gentile, carina, sempre al suo posto. Da compagna del giovane direttore, ha vestito i panni della manager, e finirà come in tutti gli altri casi.
La situazione era molto diversa nel caso di Stockhausen, il quale di mogli ne ha avute sempre più di una, due o tre contemporaneamente, e perciò, dovendo tener nascoste tutte le sue numerose relazioni, nessuna di esse si faceva notare in pubblico. Ma forse le istruzioni gliele davano in privato.
Del peso esercitato dalla giovane fascinosa moglie (compagna?) di Pereira su di lui, non abbiamo notizia. Per ora.
Mentre nei rari casi in cui non ci sono mogli od amanti o compagne ufficiali, tale ruolo viene assunto da figli troppo intraprendenti. Come nel caso di Abbado, a fianco del quale, la figlia Alessandra, ha fatto tutto, e non solo negli anni della malattia del direttore.
Saperlo alla fine di una gestione non giova. Queste cose vanno dette quando ancora si ha il tempo per intervenire e porvi rimedio, ammesso che sia possibile. Diversamente non servono.
Nel caso di Berio, se ricordiamo bene, qualcosa venne fuori, quando il noto musicista preparava un' opera a Firenze ed un'altra a Salisburgo - non chiedeteci i titoli, a quest'ora non ci vengono. In ambedue quei casi, la signora Berio figurava come 'autrice della drammaturgia', e in ambedue i casi le cose non filarono lisce: ci furono liti furibonde fra dirigenza dei rispettivi teatri ed il musicista, il quale mai se la prese con la consorte, la cui presenza in quelle lavorazioni era la vera causa dei problemi, a detta di molti. Berio accusò quei dirigenti di non avergli concesso un numero di prove sufficienti. Ma i dirigenti - a Salisburgo lo fece Mortier attraverso i giornali - replicarono che per nessun'altra opera era stato concesso lo stesso numero di prove, dunque Berio non aveva ragione per lamentarsi, semmai doveva andare a cercare la vera causa di tali disguidi ed eliminarla. Ma tale causa, sebbene l'avesse a portata di mano, non poteva eliminarla. All'epoca ne scrivemmo su 'Suono' - mensile di musica ed alta fedeltà ; ma le accuse dell'allora responsabile di Salisburgo si lessero anche su quotidiani nazionali.
Che le mogli vogliano sempre mettere bocca negli affari dei propri mariti è storia vecchia, ed è anche storia vecchia che, nella maggioranza dei casi, degli affari dei mariti s'intendano poco, il che dovrebbe convincerle a star zitte, se non lo fanno i mariti che, specie se freschi di matrimonio o di relazione, vivono nell'idillio che li rende ciechi e, nel caso specifico, anche sordi - visto che di musica si tratta.
La situazione non cambia con l'avvicendarsi delle generazioni. A noi sembra, infatti, che anche nel caso di Dudamel, la sua giovane moglie, si dia molto da fare. Eppure ce la ricordiamo, ai primi incontri, gentile, carina, sempre al suo posto. Da compagna del giovane direttore, ha vestito i panni della manager, e finirà come in tutti gli altri casi.
La situazione era molto diversa nel caso di Stockhausen, il quale di mogli ne ha avute sempre più di una, due o tre contemporaneamente, e perciò, dovendo tener nascoste tutte le sue numerose relazioni, nessuna di esse si faceva notare in pubblico. Ma forse le istruzioni gliele davano in privato.
Del peso esercitato dalla giovane fascinosa moglie (compagna?) di Pereira su di lui, non abbiamo notizia. Per ora.
Mentre nei rari casi in cui non ci sono mogli od amanti o compagne ufficiali, tale ruolo viene assunto da figli troppo intraprendenti. Come nel caso di Abbado, a fianco del quale, la figlia Alessandra, ha fatto tutto, e non solo negli anni della malattia del direttore.
Teatro alla Scala. Tiro al piccione-Pereira
Non è difficile rendersi conto che anche lo scandaletto della lite con parolacce fra Chailly ed il più fumantino della coppia di registi, Leiser, raccontato per filo e per segno con il 'ferro' inaugurale ancora caldo, era stata montata a bella posta per disturbare una serata, quella inaugurale, che per la prima volta, in teatro, era filata liscia come l'olio, in ogni sua componente, compresa quella registica che, negli anni passati, aveva sempre registrato qualche aperto dissenso.
Per la Giovanna d'Arco le cose erano andate, nonostante i timori, anche di altro genere, della vigilia, molto bene, ed allora per rovinare la festa , ecco lo scandalo della lite con insulti, registrati, fra il regista e Chailly.
Qualche polemicucia della vigilia, aveva irritato quanti non credono di poter già giudicare l'operato del sovrintendente Pererira che sta a Milano da poco più di un anno, dopo i dieci di Lissner. In Scala si mormora - s'era letto - che non corra buon sangue fra Pereira e Chailly. Ma come non hanno neppure cominciato e già 'litigheno'- avrebbe detto Petrolini. No, fra me e il direttore tutto a posto - aveva precisato Pereira.
La lite fra Chailly e Leiser, di riflesso, va a toccare Pereira che avrebbe invitato la compagnia registica con la quale sembra che Chailly non si sia trovato d'accordo; e lo tocca una seconda volta perchè non avrebbe saputo mettere pace fra i contendenti. Fatto gravissimo, ed unico nella storia e nelle storie dei teatri?
Macchè. Solo dopo aver diffuso ai quattro venti i particolari della lite, ma solo allora, con notevole ritardo, si viene a sapere, attraverso il lungo racconto delle liti più clamorose, che quasi in ogni spettacolo della precedente gestione scaligera - quella di Lissner con Fournier al seguito - ci furono liti feroci fra Barenboim e Dante, per Carmen, e Barenboim e Carsen, per Don Giovanni. E ve ne fu una terza fra Gatti ed il regista russo della Traviata.
Come mai di queste liti - alcune delle quali in Scala assicurano furiose - nulla si seppe in giro, nulla si scrisse sui giornali, neanche su Repubblica, che, al contrario, nel caso di Pereira, ci inzuppa ben bene il pane della sua autorevolezza presso il lettore snob? Repubblica forse non accetta che la nuova dirigenza, d'accordo con il direttore musicale, punti sul grande repertorio italiano, a differenza di quanto aveva fatto Lissner nei suoi dieci anni di permanenza milanese, dimostrando di schifare tale repertorio, nonostante che La Scala - italiana - l'abbia sempre pagato profumatamente. Anche troppo.
A proposito di dimenticanze sospette, ce ce sovviene un'altra di cui siamo stati testimoni diretti. All'uscita di Fourner-Facio dall'Accademia di santa Cecilia per andare a lavorare alla Scala, l'ultima volta che apparve in pubblico, prima della partenza, ad una presentazione di stagione a Roma, Cagli, che officiava tale rito, non lo degnò neppure di un saluto ( si badi bene che era stato Cagli a chiamarlo da Firenze, poi Fournier era rimasto con Berio ed ancor ancora con Cagli, al suo ritorno in Accademia, dopo la morte di Berio). Fu Pappano, e solo lui ( che fra l'altro, deve a Fournier ed all'avvocato Vittorio Ripa di Meana allora in Accademia, se il suo nome venne segnalato a Berio per la successione a Chung) a ringraziarlo pubblicamente. E Cagli, che gli sedeva accanto, non fece neppure un cenno di condivisione. Un dissenso dunque apertamente manifestato, che nessun giornale citò. Lo facemmo solo noi. Ma, si sa, noi cantiamo sempre fuori dal coro.
Per la Giovanna d'Arco le cose erano andate, nonostante i timori, anche di altro genere, della vigilia, molto bene, ed allora per rovinare la festa , ecco lo scandalo della lite con insulti, registrati, fra il regista e Chailly.
Qualche polemicucia della vigilia, aveva irritato quanti non credono di poter già giudicare l'operato del sovrintendente Pererira che sta a Milano da poco più di un anno, dopo i dieci di Lissner. In Scala si mormora - s'era letto - che non corra buon sangue fra Pereira e Chailly. Ma come non hanno neppure cominciato e già 'litigheno'- avrebbe detto Petrolini. No, fra me e il direttore tutto a posto - aveva precisato Pereira.
La lite fra Chailly e Leiser, di riflesso, va a toccare Pereira che avrebbe invitato la compagnia registica con la quale sembra che Chailly non si sia trovato d'accordo; e lo tocca una seconda volta perchè non avrebbe saputo mettere pace fra i contendenti. Fatto gravissimo, ed unico nella storia e nelle storie dei teatri?
Macchè. Solo dopo aver diffuso ai quattro venti i particolari della lite, ma solo allora, con notevole ritardo, si viene a sapere, attraverso il lungo racconto delle liti più clamorose, che quasi in ogni spettacolo della precedente gestione scaligera - quella di Lissner con Fournier al seguito - ci furono liti feroci fra Barenboim e Dante, per Carmen, e Barenboim e Carsen, per Don Giovanni. E ve ne fu una terza fra Gatti ed il regista russo della Traviata.
Come mai di queste liti - alcune delle quali in Scala assicurano furiose - nulla si seppe in giro, nulla si scrisse sui giornali, neanche su Repubblica, che, al contrario, nel caso di Pereira, ci inzuppa ben bene il pane della sua autorevolezza presso il lettore snob? Repubblica forse non accetta che la nuova dirigenza, d'accordo con il direttore musicale, punti sul grande repertorio italiano, a differenza di quanto aveva fatto Lissner nei suoi dieci anni di permanenza milanese, dimostrando di schifare tale repertorio, nonostante che La Scala - italiana - l'abbia sempre pagato profumatamente. Anche troppo.
A proposito di dimenticanze sospette, ce ce sovviene un'altra di cui siamo stati testimoni diretti. All'uscita di Fourner-Facio dall'Accademia di santa Cecilia per andare a lavorare alla Scala, l'ultima volta che apparve in pubblico, prima della partenza, ad una presentazione di stagione a Roma, Cagli, che officiava tale rito, non lo degnò neppure di un saluto ( si badi bene che era stato Cagli a chiamarlo da Firenze, poi Fournier era rimasto con Berio ed ancor ancora con Cagli, al suo ritorno in Accademia, dopo la morte di Berio). Fu Pappano, e solo lui ( che fra l'altro, deve a Fournier ed all'avvocato Vittorio Ripa di Meana allora in Accademia, se il suo nome venne segnalato a Berio per la successione a Chung) a ringraziarlo pubblicamente. E Cagli, che gli sedeva accanto, non fece neppure un cenno di condivisione. Un dissenso dunque apertamente manifestato, che nessun giornale citò. Lo facemmo solo noi. Ma, si sa, noi cantiamo sempre fuori dal coro.
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giovedì 1 ottobre 2015
All'Accademia di Santa Cecilia, Beethoven e i contemporanei.
E' da giorni che leggiamo la stessa solfa, immancabilmente e senza neanche una variante - che, se di vergogna mai ne avessero anche una punta, tanti giornalisti dovrebbero introdurre, per non scrivere gli stessi le medesime panzane! - a proposito delle sinfonie di Beethoven dirette da Pappano, a Santa Cecilia, nel giro di cinque concerti, e in un mese, precedute - sta qui la grande idea, rivoluzionaria, a detta degli interessati organizzatori - da brevi pezzi commissionati ad autori di oggi o da sinfoniette - 'ette' per la durata risicata, solo per questo - di musicisti contemporanei di Beethoven. E quelli e queste e le sinfonie per sottolineare un'intuizione del grande Berio - ripetuta in decine e decine di interviste, alcune gratis altre a pagamento, ma alla luce del sole, come risulta anche dai bilanci di Santa Cecilia - che conosciamo a memori, e cioè che 'ogni musica, tutta la musica, è sempre contemporanea di chi l'ascolta'. Ci siamo ammutoliti di fronte all'acutezza di tale intuizione del noto musicista.
Ora, a parte il fatto che quei pezzettini o quelle sinfoniette, comunque, non giovano affatto ai rispettivi autori, a cospetto dei monumenti beethoveniani ed a loro diretto contatto, ciò che ancor meno condividiamo è quella 'abbuffata' - ci si perdoni il termine ingiurioso ed irriverente - sinfonica beethoveniana, con l'offerta, di volta in volta, non di una ma di due sinfonie, secondo una logica che non tiene affatto conto dei processi psichici ed intellettivi che presiedono alla ricezione e comprensione dell'opera d'arte.
E non ci si venga a dire che, girando per un museo, si potrebbe arrivare alla medesima conclusione, con tanti capolavori uno di fianco all'altro, conclusione alla quale nessuno mai è arrivato.
Perchè - lo capì tanti anni fa Alberto Moravia in un suo breve ma preziosissimo testo, regalato alla rivista 'Piano Time' - la musica non è come la pittura, la quale investe solo o prevalentemente lo sguardo; la musica non lascia nessuno dei sensi umani indifferente o estraneo e perciò coinvolge per l'intero la sensibilità e l'intelligenza dell'individuo al quale dopo avergli chiesto uno sforzo di comprensione, non gli si può chiedere un secondo sforzo, a distanza di pochi minuti uno dall'altro. Troppo faticoso, con il rischio di bruciare una occasione preziosa.
Oppure che esistono opere che per la loro durata, come nel caso dei monumenti wagneriani, gareggiano con l'insieme delle sinfonie beethoveniane. La durata è un fattore secondario, la differenza sta nel fatto che Wagner concepisce una sua opera - dramma - come un cammino lento dall'inizio alla fine, mentre le sinfonie beethoveniane, per le quali va di moda l'esecuzione integrale a distanza ravvicinata, sono 9 e ciascuna a sé stante. Semmai tutte insieme, fossero immensi quadri o tele, costituirebbero una galleria del tutto simile a quelle museali, attraversando la quale rischieremmo di essere fulminati dalla famosa 'sindrome di Stendhal'.
Per questo a noi una sinfonia beethoveniana a concerto basta e avanza, e dio voglia see riusciamo a capirla e goderla al massimo. Due son troppe , non abbiamo la forza e forse neanche la voglia per fare due volte lo stesso impegnativo cammino, in una medesima serata, nel giro di poco più di un'ora.
Ma di ciò nessuno parla, per non essere costretti ad interrogarsi su ciò che si fa e sulle ragioni della scelta. Si preferisce, al contrario, la più facile, ma inutile strada del proclama e delle frasi ad effetto, pur frutto di geniali - ma senza esagerare! - intuizioni.
Ora, a parte il fatto che quei pezzettini o quelle sinfoniette, comunque, non giovano affatto ai rispettivi autori, a cospetto dei monumenti beethoveniani ed a loro diretto contatto, ciò che ancor meno condividiamo è quella 'abbuffata' - ci si perdoni il termine ingiurioso ed irriverente - sinfonica beethoveniana, con l'offerta, di volta in volta, non di una ma di due sinfonie, secondo una logica che non tiene affatto conto dei processi psichici ed intellettivi che presiedono alla ricezione e comprensione dell'opera d'arte.
E non ci si venga a dire che, girando per un museo, si potrebbe arrivare alla medesima conclusione, con tanti capolavori uno di fianco all'altro, conclusione alla quale nessuno mai è arrivato.
Perchè - lo capì tanti anni fa Alberto Moravia in un suo breve ma preziosissimo testo, regalato alla rivista 'Piano Time' - la musica non è come la pittura, la quale investe solo o prevalentemente lo sguardo; la musica non lascia nessuno dei sensi umani indifferente o estraneo e perciò coinvolge per l'intero la sensibilità e l'intelligenza dell'individuo al quale dopo avergli chiesto uno sforzo di comprensione, non gli si può chiedere un secondo sforzo, a distanza di pochi minuti uno dall'altro. Troppo faticoso, con il rischio di bruciare una occasione preziosa.
Oppure che esistono opere che per la loro durata, come nel caso dei monumenti wagneriani, gareggiano con l'insieme delle sinfonie beethoveniane. La durata è un fattore secondario, la differenza sta nel fatto che Wagner concepisce una sua opera - dramma - come un cammino lento dall'inizio alla fine, mentre le sinfonie beethoveniane, per le quali va di moda l'esecuzione integrale a distanza ravvicinata, sono 9 e ciascuna a sé stante. Semmai tutte insieme, fossero immensi quadri o tele, costituirebbero una galleria del tutto simile a quelle museali, attraversando la quale rischieremmo di essere fulminati dalla famosa 'sindrome di Stendhal'.
Per questo a noi una sinfonia beethoveniana a concerto basta e avanza, e dio voglia see riusciamo a capirla e goderla al massimo. Due son troppe , non abbiamo la forza e forse neanche la voglia per fare due volte lo stesso impegnativo cammino, in una medesima serata, nel giro di poco più di un'ora.
Ma di ciò nessuno parla, per non essere costretti ad interrogarsi su ciò che si fa e sulle ragioni della scelta. Si preferisce, al contrario, la più facile, ma inutile strada del proclama e delle frasi ad effetto, pur frutto di geniali - ma senza esagerare! - intuizioni.
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