Il John F. Kennedy Center for the Performing Arts, nato per rappresentare il centro culturale degli Stati Uniti, oggi è diventato teatro di un’aspra battaglia. L’edificio, comunemente chiamato Kennedy Center, è impossibilitato a trovare pace tra nome, chiusura e possibile demolizione. Ora, però, subentrano ulteriori dettagli circa la causa legale avanzata Joyce Beatty — membro della Camera dei rappresentanti per lo stato dell’Ohio — e Donald Trump.
Kennedy Center: facciamo il punto
I cambi strutturali e organizzativi avanzati dal presidente degli Stati Uniti sono stati così eclatanti da diventare per mesi un pressante argomento di dibattito. A dicembre del 2025, il consiglio di amministrazione del centro, modificato e plasmato dall’amministrazione Trump, aveva deciso di ribattezzare l’edificio “Trump-Kennedy Center”. Questo, pur non essendo il punto più saliente, è diventato il primo segno di una spaccatura ben più profonda. È stato allora che Beatty ha decido di avviare una causa legale al fine di contestare le decisione adottate dal consiglio di amministrazione. Tra i cambiamenti, fatta eccezione del nome, figurava anche la volontà di chiudere in centro per due anni.
Un’ipotesi simile ha allarmato non solo l’opinione pubblica, ma anche i numerosi artisti che lavorano attivamente all’interno del centro. Una chiusura così prolungata avrebbe arrecato danni economici non solo ai lavoratori, ma anche alla città che ogni anno ospita grazie al Kennedy Center una fetta importante di turisti. Beatty, nonché membro di diritto del consiglio di amministrazione del centro, ha iniziato a raccogliere informazioni concernenti la chiusura e un’eventuale demolizione. Il tutto, ovviamente, a seguito dell’autorizzazione giunta dal giudice distrettuale Christopher Cooper. Giudice che, inoltre, ha bloccato la chiusura dell’edificio e la rimozione del nome “Trump” sulla facciata. Eppure, i legali di Beatty sostengono che il Dipartimento della Giustizia abbia cercato di ostacolare ogni sua richiesta di chiarimento, che si trattasse di contributi o istruzioni di Trump — nella sua veste di presidente del consiglio di amministrazione — rivolte allo staff.
Perché Trump ha invocato il privilegio esecutivo?
Anche se agli occhi di molti potrebbe apparire sospetto, Trump ha ugualmente deciso di invocare il privilegio esecutivo per proteggere alcuni documenti dalla deputata democratica. Nella giornata di mercoledì Joshua Hoyt, nonché vice consulente della Casa Bianca, ha informato un giudice federale della decisione, spiegando che la misura copre informazioni, documenti o comunicazioni tra Trump, i suoi consiglieri e i dipendenti del Kennedy Center. Secondo quanto sostenuto da Hoyt, il presidente deve prendere dimestichezza con la gestione, i progetti, le operazioni e le attività di raccolta fondi.
«Ritengo che, senza la tutela del privilegio sulle comunicazioni presidenziali relativo ai contatti sopra descritti, i consiglieri presidenziali e i loro collaboratori verrebbero ostacolati dal raccogliere informazioni rilevanti, dall’esplorare alternative e dal fornire raccomandazioni pienamente informate riguardo allo svolgimento dei doveri del Presidente», ha dichiarato in una nota. Inoltre, i legali del Dipartimento della Giustizia hanno accusato Beatty di condurre un’indagine alla cieca.
«Anche se i doveri statutari del Presidente e i doveri di gestione del Presidente del Consiglio si sovrappongono, ciò che conta ai fini del privilegio esecutivo è che la Parte Attrice richiede informazioni, documenti e comunicazioni riguardanti le azioni del Presidente nella sua veste ufficiale», hanno aggiunto per arricchire la loro posizione. Infine, hanno definito «inappropriate» le richieste avanzate da Beatty «poiché potrebbero avere l’effetto di richiedere informazioni tutelate dal privilegio sulle comunicazioni presidenziali»
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