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venerdì 30 marzo 2018

Vi raccontiamo come nacque 'SCENA DI VENTO' per piccola orchestra di Salvatore Sciarrino. A futura memoria

Dopo aver raccontato l'altro ieri l'origine del Quartetto n.9  per archi di Salvatore Sciarrino, tenuto a battesimo il 29 settembre 2012, a Sansepolcro, dal Quartetto Prometeo,  nella Sala del Museo Civico, dove è tornato a risplendere, fresco di restauro, l'affresco di Piero della Francesca, La Resurrezione, crediamo  utile ricordare le circostanze nelle quali nacque un'altra composizione di Sciarrino, che fummo noi a suggerire ed a far commissionare dal Festival delle Nazioni di Città di Castello, nell'anno 2004, quando avemmo la responsabilità della direzione artistica del festival tifernate.
Anche perchè il musicista,  che pur ha scritto numerose presentazioni per le sue composizioni, raccontandone talvolta anche la genesi,  per quei tre pezzi che compongono ' Scena di vento' non  scrive nulla nel suo catalogo ufficiale, oltre  l'annotazione del festival che glieli commissionò.

 Verso la fine del festival, edizione XXXVII del 2004, che ci proponemmo fosse dedicato interamente alla 'Nuova Italia' - a mostrare cioè le nuove generazioni di interpreti ed anche a far riascoltare i grandi capolavori della musica italiana - precisamente il 4 settembre, negli Ex Essiccatoi del Museo Burri,  mettemmo in calendario l'esecuzione del celebre melologo di Richard Strauss Enoch Arden da Tennyson.
 Per quell'esecuzione, in un luogo così suggestivo, invitammo due  artisti fra i più apprezzati della scena teatrale e musicale italiana: Piera Degli Esposti, voce recitante, e Emanuele Arciuli, pianoforte.

Ci interessava  affermare soprattutto il valore di questo pianista che  una bella fetta della sua attività di interprete aveva destinato alla musica d'oggi ed a quella americana del Novecento. Piera Degli Esposti era  ed è tuttora un monumento vivente del nostro teatro e dunque per il nostro festival era un grande onore ospitarla.

Enoch Arden ci fece venire l'idea di chiedere a Sciarrino di scrivere  qualcosa da abbinare a quel melologo, che lo incorniciasse in qualche modo -  perchè, come nel caso del Quartetto n.9, la nostra designazione a direttore artistico avvenne con ritardo e chiedere al m. Sciarrino  di scrivere  per il festival  ( per la cui direzione lui stesso ci aveva proposto) una composizione  autonoma,  risultò imposssibile a  causa dei suoi precedenti gravosi impegni compositivi.

 Fu così che nacquero quei tre pezzi per un ensemble strumentale abbastanza sui generis ( affidati a strumentisti dell'Orchestra Verdi di Milano, diretti da Roberto Polastri), e che punteggiarono il melologo straussiano, fungendo da preludio interludio e finale. E, infatti, nel catalogo del festival Sciarrino aveva specificato : Tre sipari per Enoch Arden. Questa  specifica, poi  è scomparsa nel catalogo ufficiale del compositore;  e della Scena di vento, articolata in tre pezzi per ensemble, s'è persa ogni nozione circa la sua origine.

Quella serata fu memorabile. Chissà che una volta Radio Tre non la rimandi in onda, così come la registrò e trasmise in diretta. Era Radio Tre guidata da Michele Dall'Ongaro che con il 'nostro' festival si mostrò molto interessato. Temiamo che pensasse già a come far fruttare negli anni seguenti quella sua benevola attenzione - come ha fatto tante altre volte con  altri festival e istituzioni. Ma forse questo è solo un nostro cattivo pensiero. (Nè noi,  nè lui,  potevamo sapere che sarebbe stata l'unica edizione a noi affidata, a causa di dissidi  con  i reggitori  amministrativi del festival che mal tollerarono la nostra autonomia  decisionale nel campo della programmazione artistica.  Chi ha preso il nostro posto è lì da quindici anni. Chissà perchè! )

P.S. Ieri ascoltando per radio, a Radio Tre appunto, una intervista a Mario Messinis, a proposito del Bologna Festival, la cui direzione artistica gli  è affidata  ininterrottamente dal secolo scorso (dal 1993, e quindi da 25 anni, mentre lui di anni ne ha 86) ci è venuto da domandarci come mai la nostra direzione del Festival delle Nazioni , nonostante sia stata una delle più belle edizioni della sua storia, sia durata solo un anno e quella di Messinis al Bologna Festival duri da parecchi decenni. Non siamo riusciti a trovare una risposta  soddisfacente e logica. 
 Se qualcuno dei nostri lettori riuscisse a trovarla e ce la indicasse, gli saremmo grati.

sabato 3 dicembre 2016

Enrico Prampolini approda al MACRO di Roma. Dodici anni fa l'ultima, importante, mostra a Città di Castello

Era il 2004, per un anno curammo la direzione artistica del castellano 'Festival delle Nazioni'- su indicazione di Salvatore Sciarrino alla cupola messa a capo del festival, dove tuttora impera - e per l'occasione pensammo ad una mostra d'arte da affiancare al grosso delle manifestazioni, che erano naturalmente musicali, altrimenti non avremmo accettato.
 Avevamo da poco, per ragioni di studio preso contatti con l'Archivio storico dell'Opera di Roma, guidato tuttora da Francesco Reggiani, nel quale prendemmo di visione di molti documenti sul famoso festival di 'Musica contemporanea' che ebbe luogo, in pieno regime, nel 1842, durante il quale si ebbero rappresentazioni anche di opere, bollate come 'musica degenerata' dal nazismo, e fra le tante, anche di un 'opera di Malipiero resa celebre anche per i bozzetti e figurini di Prampolini.
 Ci venne l'idea di ospitarvi una mostra, nel corso del festival, per illustrare la lunga collaborazione del noto pittore con l'Opera di Roma, durata dal 1931 al 1953.
 Cui rivolgemmo all'allora sovrintendente, Ernani, che fece sua la nostra idea  e procedemmo ad organizzare la mostra. Noi, naturalmente, solo dal punto di vista organizzativo, affidando la cura e la scelta del materiale ad uno studioso come Maurizio Calvesi, allora a capo della Fondazione Burri di Città di Castello.  Il prof. Calvesi scelse i bozzetti da mostrare - che arrivavano ad oltre cento e perciò non potevamo esporli tutti - ma ne esponemmo, tuttavia, una settantina  che illustravano tutti i lavori fatti per l'Opera di Roma.
 Era la prima volta che il bellissimo materiale usciva dall'Archivio dell'Opera di Roma in così gran quantità. Calvesi prsentò l'opera di Prampolini nel bel catalogo a colori, presente e consultabile nel sistema bibliotecario italiano.
 La mostra ospitata nello storico Palazzo Vietlli a Sant'Egidio restò aperta per tutta la durata del festival ( 21 agosto- 5 settembre) dopo di che il prezioso materiale fu riconsegnato all'Archivio dell'Opera di Roma. In tutti questi anni, in varie occasioni abbiamo visto esposti nel foyer alcuni bozzetti.
 Ora una mostra su Prampolini - naturalmente non solo quello conservato nell'Archivio storico dell'Opera. si apre al MACRO di Roma.
A Città di Castello la direzione stabile del festival che ha preso il nostro posto e che da allora non è mai più cambiata, ha proseguito sulla strada dell'arte visiva, proiettando su palazzi e mura cittadine le opere di Michelangelo, Leonardo o Raffaello. Contro i quali, anche un Prampolini dal vero, non poteva certo averla vinta.

martedì 1 dicembre 2015

ABOCA costretta a delocalizzare in Marocco, nell'indifferenza generale degli interessati

Conosciamo tutti ABOCA , la nostra industria di erbe medicinali e di prodotti naturali per la salute che ha sede principale a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. A molti di noi sarà capitato una qualche volta di assumerne qualcuno, in alternativa a prodotti della medicina ufficiale, confezionati in laboratorio ecc...
 Noi la conosciamo soprattutto perché anni fa, frequentando Sansepolcro e Città di Castello per ragioni professionali in ambito musicale, ne siamo venuti a conoscenza, sponsorizzando la nota azienda, sempre con parsimonia,  manifestazioni o concerti dei festival che avevano luogo in quelle due cittadine, una delle quali, Sansepolcro, famosa anche per essere la patria di Piero  della Francesca.
 Oggi è per un'altra ragione che ABOCA ( che oggi ha un fatturato di 120 milioni di Euro, e un migliaio circa di dipendenti)  s'è guadagnata gli onori della cronaca. Il proprietario e fondatore, Valentino Mercati, sta per concludere l'acquisto di una grande azienda agricola in Marocco per trasferirvi il grosso della sua produzione  di erbe e piante  che sono alla base di tutti i suoi prodotti. Perché?
 La ragione - come ha denunciato ieri dalle pagine di Repubblica - è semplice ed anche tragica.
 Aboca ha denunciato ai sindaci di molte cittadine del circondario,  una ventina e più, nei territori in cui sono situati i suoi appezzamenti di terreno - trattasi di oltre settecento di ettari - che molti terreni, confinanti con i suoi, e che coltivano soprattutto tabacco -una lotta senza pari fra vita (prodotti naturali) e morte (il tabacco che uccide, ma che rende allo Stato) - usano per le coltivazioni prodotti non naturali e pesticidi che avvelenerebbero anche i suoi prodotti che devono essere necessariamente 'naturali', per garantirne l'efficacia nella cura della salute Tutti i sindaci interpellati, ancora tre mesi dopo l'appello di Aboca, non gli hanno risposto, sottovalutando la gravità di tale situazione.
Direte, cosa avrebbero potuto fare i sindaci? Innanzitutto rispondergli. La risposta  doveva essere obbligatoria, trattandosi di un problema che riguarda la salute dei cittadini e di una azienda che rappresenta un fiore all'occhiello per la zona, oltre che occasione di lavoro di alta professionalità.
 Poi avrebbero potuto mettersi tutti intorno ad un tavolo ( quanti tavoli si aprono e si chiudono in Italia, e questo che era necessario non viene nemmeno 'convocato' - come si dice oggi  nel 'politichese' ignorante ed assassino, della lingua e della sintassi) e discutere della cosa, e forse qualche soluzione l'avrebbero trovata, altrimenti, se la cosa non ha soluzione, perchè Aboca li avrebbe interpellato?
 Dopo qualche mese, non avendo ricevuto risposta, Aboca, sta già trattando l'acquisto di un grande appezzamento (qualche centinaio di ettari) di terreno in Marocco, dove i veleni ed anche gli OGM sono vietati, per trasferirvi lì il grosso delle sue coltivazioni naturali. E a Sansepolcro, ed ai piccoli comuni del circondario, oltre una ventina, ben gli sta.
E il Governo che fa? Aspetta di inveire contro Aboca che delocalizza la produzione, quando l'avrà già trasferita? Renzi, il giovane e svelto premier, non  poteva intervenire prima? E non potevano fare altrettanto i governatori della due regioni (Toscana e Umbria) nelle quali si trovano i terreni di Aboca?

domenica 7 settembre 2014

Alagna e i fischi a sua moglie; Città di Castello e il suo festival veramente INTERNAZIONALE

Repubblica di ieri ci aggiorna su un fatto. Domandandosi della lunga permanenza di Alagna a Milano in luglio, con conseguente presenza a tutti gli spettacoli della Scala, non la motiva con la discussione del suo contratto per i prossimi impegni in cartellone, prima annunciati ed ora cancellati, bensì con la presenza di sua moglie, soprano, nell'opera rossiniana in scena. Anche sua moglie, secondo il tenore, ebbe la sua dose di fischi, immeritata naturalmente a detta del tenore, come immeritata - da quel che si dice - fu anche quella riservata, nella medesima opera, a Maria Agresta. Amore, passione e solidarietà coniugale dunque potrebbero essere alla base della sua rinuncia, e non la sua paura di essere fischiato. Lui avrebbe dovuto dire: vediamo se mi fischiano, io li affronto, sono un uomo - si fa per dire, in osservanza ad un cliché vetusto. Chiuso il sipario su Alagna e consorte.
Aperto invece sul Festival delle Nazioni di Città di Castello che con il concerto di oggi dell'Orchestra della Toscana, di Battistelli, chiude l'edizione 2014, dedicata all' Armenia. Anticipato già il paese ospite dell'anno prossimo: l'Austria, all'indomani della grande guerra  - mentre il mondo intero ha celebrato quest'anno lo scoppio della grande guerra; e rivelato un segreto: un omaggio a Burri,  quando tutto il mondo celebra il centenario della nascita e la sua 'sua' Città di Castello, per distinguersi, voleva ignorarlo. Ma con  il direttore artistico, ormai direttore stabile a Castello,  Aldo Sisillo, da oltre dieci anni, il festival, secondo il cronista musicale della 'Repubblica' quotidiano, ha finalmente ripreso la sua missione 'internazionale'. Scorrere le edizioni sisilliane per credere.  Lui, Sisillo, ogni anno potrebbe fare  l'Austria come l'Inghilterra ed anche tutt'e due insieme e mille altre nazioni.
Quando, l'anno avanti lo sbarco di Sisillo, noi dirigemmo quel festival - per il quale ricevemmo l'incarico  nel novembre precedente  - dicemmo chiaramente che una nazione su due piedi, come Sisillo ne farebbe anche due di nazioni all'anno su un piede solo, non ci sentivamo di farla, e che l'avremmo fatto pensandoci con un paio d'anni di anticipo, studiando bene la nazione, visitandola di persona, e scegliendo ciò che per la musica  la rappresentava  al meglio. Non rivolgendoci per una consulenza all'istituto di cultura o alla rappresentanza diplomatica di quella nazione in Italia, come crediamo di capire faccia ogni anno sveltamente Sisillo, meritandosi sempre la riconferma  di coloro che tengono in mano le redini del festival, e che il direttore artistico a vita non si prova - forse anche per incapacità? o comodità - a disarcionare.
 Noi in quel 2004 - indimenticabile per molti tranne per i  quattro notabili  locali del festival timorosi di perdere il loro giocattolino - quando Castello fu sconvolta da uno scandalo gravissimo, anche per cancellarne la macchia  che pesava sulla città per ragioni che lambirono indirettamente il festival, portammo in città i migliori talenti dell'Italia delle nuove generazioni, autentici indiscussi fuoriclasse, in un programma tutto italiano: la 'nuova Italia' interpreta la musica italiana,  da  Monteverdi a Sciarrino. Musica e musicisti che conoscevamo bene e che quindi potevamo  contattare e scritturare, seguendo il solo criterio della bravura degli interpreti e della loro idoneità al nostro programma. Portammo anche una vera orchestra, la 'Verdi' di Milano' non quelle orchestrine regionali che Sisillo è abituato a portarvi, seguendo forse l'obiettivo di altri fini, secondi o terzi.
Perciò Giovanni D'Alò stia più attento quando scrive o riporta, ripetendo alla lettera. Prima ha scritto  benissimo della pessima acustica della Chiesa di san Domenico, che evidentemente non conosce; ora ripete che il festival finalmente ha ritrovato la sua anima internazionale 'secundum sisillo'... che altro dobbiamo attenderci prossimamente? Noi ci attenderemmo una minima autonomia di giudizio, previa conoscenza, anche sommaria. Ma forse è troppo.

giovedì 4 settembre 2014

Cancellare dal vocabolario critico:'complice', 'da par suo'...

Leggiamo proprio oggi su un grande quotidiano che non citiamo per nome, non  volendo prestarci a  fargli pubblicità gratuita, che a Città di Castello, 'ridente cittadina umbra' - come si diceva una volta- ci sarà questa sera un concerto/lettura per l'annuale Festival delle Nazioni, frutto di un progetto di Gabriella Caramore, voce recitante ella stessa, di Radio tre - presenza fissa al festival  una volta con  simpatici speaker, altra con compositori regolarmente trasmessi da quella emittente radiofonica ed anche altro... e con Mario Brunello. Il concerto/lettura ( solita solfa indigesta ma di uso assai frequente, che mette insieme ingredienti che starebbero meglio da soli, separatamente e distanti) si terrà in un chiesone, San Domenico, che conosciamo assai bene, avendo avuto la responsabilità artistica di quel festival per l'edizione 2004. Scrive l'acuto critico che 'complice anche l'acustica della Chiesa di San Domenico' ecc.. dal che si deduce che l'acuto critico non sa  di cosa sta parlando, perchè l'acustica  di quella grande chiesa è disastrosa, e per uno strumento solista e voce recitante sarà una débacle.  Avrebbe perciò dovuto scrivere 'nonostante la terribile acustica della Chiesa di san Domenico'. La prossima volta, perciò, scriva soltanto l'indicazione del luogo dove avviene il concerto, e prima di aggiungervi un aggettivo di colore o funzionalità, chiami a telefono gli organizzatori e si faccia dire che razza di chiesa è quella, come nel caso di Città di Castello. Meglio ancora se evitasse , per il futuro di usare quell'aggettivo che oggi gli ha fatto fare un brutto scivolone.
 Quante volte abbiamo letto di un direttore d'orchestra, del quale la valutazione di ogni prestazione è sempre una incognita, che ha 'diretto da par suo', che per noi potrebbe voler dire qualunque cosa, cioè anche in paniera pessima. Mentre le volte che viene usata, quella locuzione la si usa in senso positivo. D'accordo, ma non quando l'operato del direttore è preceduto da valutazioni del tutto negative,  dell'orchestra, coro e magari anche solisti. Alla fine di una tale bollettino di sconfitta, che vuol dire che il direttore ha diretto bene?  Nient'altro che chi ha scritto quell'articolo è un idiota o un venduto,  e, nell'uno e nell'altro caso, meriterebbe un meritato eterno riposo dalla sua professione.

venerdì 31 gennaio 2014

Quando un manager competente mena il can per l'aia

Fuortes, nel ruolo di sovrintendente, dopo la sua prima uscita nella quale ha reso nota l'effettiva consistenza del buco all'Opera di Roma, intervistato da Anna Bandettini su 'La repubblica' di oggi, dà la sua ricetta per salvare l'opera che in Italia gode della peggior fama possibile, mentre all'estero  è sinonimo di creatività  e vanto per il nostro paese.
  Si sa qual è il problema italiano dei teatri lirici: poca produttività, ingerenza eccessiva della politica nella gestione e nelle nomine dei dirigenti, privilegi accumulati negli anni,  piante organiche gonfiate ad ogni cambio di gestione - una stratigrafia clientelare non sarebbe poi tanto difficile da  tracciare - consulenze inutili,  spese folli per allestimenti che durano meno di una stagione e per titoli desueti, programmazione assolutamente scriteriata. Senza che mai si chieda conto agli amministratori di  buchi di bilancio che ad ogni cambio di gestione si scoprono immancabilmente.
Nell'intervista si citano i pochissimi casi virtuosi italiani: Fenice, Scala,Regio, Santa Cecilia - quattro su quattordici - tutti gli altri hanno bilanci non proprio in ordine ed alcuni buchi stratosferici, quasi impossibili da colmare. Salvo che non intervenga ancora una volta Pantalone, che d'ora in avanti speriamo sia  fatto fuori per voltare definitivamente pagina, come invocherebbe la Legge Bray.
 Certo, nonostante tale legge, non fa ben sperare , ad esempio, il fatto che a Cagliari abbiano richiamato Mauro Meli che, quando se ne è andato via agli inizi del anni Duemila, s'è scoperta una voragine di debiti. Ora quello stesso teatro lo richiama a ricoprire lo stesso ruolo  del passato? Cose da non credere.
 Può fallire un teatro come l'Opera di Roma?  Su questo dubbio,  poco amletico, che ha una sola risposta: no, si è retta la politica di sempre dell'Opera di Roma. Nessuno dei suoi amministratori  vi è stato nominato perchè competente,  nessuno o quasi; tutti hanno rappresentato la longa manus dell'amministratore di turno, il quale ha coperto durante il suo governo ogni nefandezza che, puntualmente, è venuta alla luce, al termine dei ogni gestione. Compresa quella presente, per la quale agli amministratori da poco licenziati - anzi nessun licenziamento perchè De Martino, per effetto di un vergognoso paracadute sta ancora lì come direttore del personale, e  il direttore artistico, protetto da Muti, è inamovibile - non è stato chiesto conto del deficit che , per la sola stagione 2013, ammonta a 10 milioni circa. Che cosa ci ha fatto con quei soldi. Risponderà : non mi fate parlare perchè 'metto tutti in mutande' (naturalmente: tutti i consulenti e gli altri che hanno beneficiato della pappatoia) è la solita risposta mafiosa di chi comanda non per provata capacità ma perchè lo manda qualcuno. De Martino non ha detto neanche questo, perchè siamo ad un grado ancora inferiore di responsabilità.
Allora qual è la ricetta di Fuortes per sanare  l'Opera in Italia, ma noi saremmo felici che salvasse almeno l'Opera di Roma che è stato chiamato a governare, neanche più il Petruzzelli che sembra trovarsi in cattive condizioni economiche - ma non l'aveva salvato, Fuortes?
La ricetta di Fuortes è incisiva:  fuori la politica dal teatro; aumento della produttività; prepensionamento per una sessantina di  dipendenti; ridiscussione del contratto integrativo; ridefinizione del ruolo di Caracalla.
Si dirà: belle parole, frutto di buone intenzioni. Ma dopo il dire, concretamente cosa vuol fare?
Cominciamo dalla fine. Caracalla. Muti ha appoggiato il progetto del Festival Caracalla, caldeggiato dall'intellettuale Alessio Vlad, che ogni anno ha prodotto uno spettacolino in un ambiente riservato, intimo delle terme, per complessive 1000 persone o poco più in cinque o sei serate, e l'anno scorso  ha messo in cartellone un'opera di Purcell con la regia di Chiara Muti, e non vede di buon occhio una grande platea popolare. Fuortes dovrebbe dire cose concrete, non soltanto la diversa  collocazione degli spettacoli d'opera nelle grandiose terme. O forse anche lui soffre di complessi di inferiorità e vuole dimostrare di essere uno competente offrendo al pubblico internazionale  spettacoli che uno non va a Caracalla per vederli. Forse va all?Auditorium, il cui modello non è esportabile, compreso  quella sua inclinazione alla regia d'autore che forse in provincia, Bari, può aver funzionato.
Quando parla di aumento della produttività non deve farci andare con la mente a quel che ha fatto a Bari, dove ha sì aumentato la produttività del teatro,  ma portando le rappresentazioni operistiche da 39 a 41 - in UN ANNO !!!
 Potrà prepensionare un pò di gente, certo, potrà anche annullare le consulenze e far lavorare di più l'orchestra, ma poi dovrà decidere come articolare la stagione. La Fenice, ad esempio, ha trovato un sistema  particolare che guarda  al centro Europa (quasi teatro di repertorio) dove la produttività delle grande case del melodramma non è  certo paragonabile a quella italiana. Alcuni titoli del grande repertorio ritornano con regolarità nelle stagioni successive al debutto, il che permette di ammortizzare le spese degli allestimenti ed anche di diminuire i cachet degli artisti scritturati per più stagioni di seguito. Queste cose concrete avremmo voluto sentire da Fuortes , che questo problemi deve  conoscerli se non altro per l'esperienza barese, e non per la sua  lunga gestione dell'Auditorium di Roma-. che è tutt'altra cosa da un teatro  d'opera. Ed invece. generiche affermazioni, che , però, promette, per lunedì, dati e prospettive di risanamento più concrete.
 Infine gli storici spettacoli del teatro, firmati da grandissimi artisti ed i 60.000 costumi del teatro... si vede che di queste cose Fuortes s'intende poco. Certi allestimenti e costumi possono esser esposti in mostre , riprenderli per il palcoscenico è impresa più costosa che farne nuovi ed inutile.
 Voglio solo ricordare a Fuortes - giacchè parla dell'enorme lascito del suo archivio storico scenografico e costumistico - che la più bella mostra con i bozzetti di  Enrico Prampolini  dell'Archivio storico dell'Opera, gentilmente prestati dal sovrintendente Ernani, l'ho fatta io a Palazzo Vitelli di Città di Castello, nel 2004, da direttore artistico del Festival delle Nazioni. La scelta dei bozzetti e la presentazione della mostra la affidai al prof. Maurizio Calvesi. Non ho mai visto, negli anni a seguire, una mostra altrettanto prestigiosa  negli spazi del Costanzi o del Nazionale.
Allora di cosa parliamo? Sempre e solo di Muti che nel corso dell'intervista - fatto assai curioso - non viene citato neanche una volta? Una rondine, anche se di razza, non fa primavera da nessuna parte.

mercoledì 25 dicembre 2013

Madia e Verini graziati da Wuolter. Renzi e Burri i loro più recenti benefattori

Contro la povera Madia, giovanissima deputata PD( non chiedeteci a quale corrente appartenga, non sapremmo rispondere, perchè se le è passate tutte!), si sono scagliati tutti, compresi quelli del suo stesso partito,  e pure le  stesse donne. Perchè? Semplicemente perchè lei non s'intende veramente di nulla e  in un caso come nell'altro vuoi la sua incompetenza, vuoi la sua giovinezza o la faccia d'angelo- ora anche di mamma - hanno giocato sempre a suo favore, in un paese meritocratico come  lo vorrebbe la sinistra
Wolter la candidò per primo, perchè? Perchè  alla morte di suo padre giornalista,  figura influente del suo staff di segretario, ministro sindaco, morto govane, pensò che che sua figlia meritasse un bell'aiuto. Ora la giovane Madia s'è sistemata quasi per tutta la vita; e Renzi che, per quanto faccia il gallo nel pollaio, sa che a tutte le galline bisogna dare una qualche attenzione ( qui la gallina non è certo Madia, forse Wolter) l'ha voluta nel suo staff per il settore 'lavoro' nel quale, dati i trascorsi, la Madia mamma è a suo agio. Renzi, ma quante ragazze ci sono in Italia con la stessa faccia d'angelo, mamme anche, che  sanno il fatto loro e quindi ben più meritevoli della Madia? Perchè proprio Lei? Mi dirà per le quote rosa? ma se devono esser rosa, devono necessariamente essere incompetenti quanto la Madia che, qualche giorno fa, ha scambiato un ministero con relativo ministro con un altro, nel suo settore?
 Verini è un altro dei graziati di Wolter; anzi lui, Wolter come il Wolter nazionale, è uno dei premiati a fine carriera. Dopo aver fatto parte del suo staff per molti anni, il Wolter di Città di Castello viene premiato con la candidatura a parlamentare, naturalmente in  circoscrizioni dove l'elezione non è che certissima.
Verini, a differenza della Madia, guidava lo staff del Wolter, dunque un lavoro per il suo capo sapeva farlo, anche perchè per mantenersi a galla con le sole parole occorre avere gente in gamba che lavora per te.
 Di Verini deputato s'erano perse le tracce, senonchè lui che è di Città di Castello, in previsione dell'anniversario di  Alberto Burri, il grande pittore castellano, s'è fatto promotore di un disegno di legge per onorare il grande artista. E, in questo modo, a buona parte degli italiani è giunta notizia che Verini c'è, tranne che a noi, che Verini lo conosciamo da tempo, da una decina d'anni, come persona affidabile ed amante dell'arte, e non lo abbiamo mai più perso di vista.
 Dieci anni fa  avemmo l'incarico di direttore artistico del Festival delle Nazioni che si svolge a Città di Castello. Fu in quell'occasione che  lo conoscemmo. Non sapevamo di lui - perchè avremmo dovuto sapere?- ma qualcuno ci disse  del suo ruolo politico nazionale e ci consigliò di incontrarlo. Lo incontrammo; dopo i saluti ci mise in guardia contro un ex senatore del suo stesso partito che a Castello spadroneggiava, come anche nel festival, e ci consigliò: per qualunque cosa non si preoccupi, venga da me. Naturalmente  conducemmo in porto il festival, con un certo successo. Ma... l'ex senatore ed un altro castellano, il farmacista, tentarono di riprendersi il festival perchè non gradivano la nostra autonomia di gestione. A loro  non importava il successo del festival, ma solo la possibilità di esercitare lo squallido potere di piccoli notabili  cittadini. Naturalmente l'ebbero vinta loro, perchè anche gli altri  amministratori castellani, dall'assessore alla cultura allo stesso sindaco, come del resto a Verini, premeva maggiormente favorire chi alle elezioni portava loro voti. Da allora, e dopo di noi, il festival ha un direttore artistico da dieci anni, che fa un festivalino di routine ed accontenta le mire dei due.
E Verini, al di là della sua scomparsa di un tempo, che c'entra? Due anni fa ci fu chiesto di pensare ad una celebrazione per i mille anni di Sansepolcro. Presentammo un progetto al sindaco che l'accettò e lo realizzammo. Nella serata di celebrazione, all'ombra della Resurrezione di Piero della Francesca, eccoti il Verini in compagnia del sottosegretario ai beni culturali.  Sembrò assai contento di come si svolse la celebrazione, durante la quale venne eseguito un quartetto per archi commissionato per l'occasione ad uno dei più grandi compositori  italiani e tutto finì lì. Qualche tempo dopo sempre il Verini scomparso, ebbe a dire in un salotto attraversato da spifferi che hanno portato fino a noi  i suoi profondi pensieri, che si era pagato troppo quel compositore. Quel compositore era stato pagato il giusto, anzi al di sotto del suo 'valore di mercato'.
 Piuttosto, redivivo Verini, perchè non hanno chiesto a noi se il suo stipendio di parlamentare sia giusto o no? Risponderemmo , che quel suo stipendio è esorbitante, e sproporzionato rispetto a ciò che fa. Lo scomparso.

domenica 15 settembre 2013

W LA VERDI

                                            
La gloriosa orchestra Verdi, fondata da Vladimir Delman compie vent’anni. Evviva, e noi siamo felici. La festa per il ventennale  sarà lunga un anno – durerà tutta la stagione che sta per iniziare - ma il clou si avrà quasi  ad inizio stagione, a fine novembre, quando Riccardo Chailly tornerà sul podio che da direttore musicale occupò per molti anni e fino al 2004, e dal quale ne discese ed andò via sbattendo la porta, per difformità di vedute ed anche dissidi con Luigi Corbani,  manager e deus ex machina dell’orchestra, che, a suo parere, non era riuscito nei primi dieci anni  di vita dell’orchestra a darle stabilità, finanziamenti certi da parte dello Stato oltre che dagli enti locali che in qualche misura la sostenevano, e sicurezza di futuro. Da parte di Chailly non ci fu quel gesto di generosità che ha premiato l’orchestra oggi in fiorente attività, nonostante che i problemi - economici soprattutto - non siano ancora del tutto risolti. Quando uno legge che la Verdi riceve dallo Stato un quarto di quanto ricevono la Toscanini di Parma o l’Istituzione Sinfonica Abruzzese, mentre svolge un’attività, di qualità superiore alle altre due, e quantitativamente quattro volte più di quelle, vien da domandarsi se il diritto al riconoscimento dei meriti avrà mai cittadinanza in Italia.
Noi conoscemmo da vicino l’Orchestra milanese - che oggi ha anche un suo auditorium  ed un  pubblico affezionato - e le sue vicende proprio in quell’anno in cui si consumò la rottura, perché la invitammo come ‘orchestra residente’ al Festival delle Nazioni  di Città di Castello del 2004. L’orchestra in diverse formazioni ( quartetto, da camera, sinfonica)  fu per diversi giorni presente al festival che da allora in poi non ha mai più ospitato orchestre come la Verdi. Accompagnarono l’orchestra non Chailly- come ci aveva promesso all’inizio della trattativa - ma Roberto Abbado, che ringraziamo per il grande regalo, ed il compianto Romano Gandolfi (del quale raccogliemmo  confidenzialemtne alcuni appunti sia a Corbani che a Chailly!) che diresse una memorabile ‘Petite Messe’ di Rossini, nella cattedrale di Castello stracolma.  Negli anni  a seguire non abbiamo mai tolto gli occhi di dosso all’Orchestra Verdi.  A Castello non fu più invitata dai nuovi organizzatori  del festival che hanno, come si vede, altre mire, molto meno alte di quelle che avevano portato al festival una delle compagini strumentali fra le più importanti italiane. Si contentano i nuovi organizzatori di organizzare feste paesane e di invitare orchestrine rimediate.  In questi anni  abbiamo sposato la lotta della Verdi contro il Ministero che non la finanziava perché la Verdi non era in regola con i contributi – ma come poteva se non riceveva i finanziamenti che le erano dovuti per l’intensa attività riconosciuta anche oggi e per la qualità della stessa? Scrivemmo dalle pagine di Music@ una lettera aperta all’assessore Sgarbi che non aveva preso a cuore l’orchestra; ospitammo un lungo resoconto di Corbani sulla situazione della Verdi. Insomma facemmo tutto quello che una rivista di musica può fare per sostenere un’orchestra che meritava e merita  sempre più di essere sostenuta. Altre riviste di musica con fecero altrettanto e con uguale vigore e costanza. Affari loro, se vogliono perseguire altri obiettivi.

Ora Chailly torna sul podio della Verdi. Ma non torna da vincitore, bensì per riparare quella sua uscita di dieci anni fa, che non  gli fece onore.

domenica 28 luglio 2013

Grazie cardinal Tonini

Ersilio Tonini, il cardinale Ersilio Tonini, scomparso all'età di 99 anni, non era un prelato come gli altri. Era uomo di fede sorretta da profonda autentica cultura, dall'amore per l'umanità e dalla certezza che il futuro, migliore, un giorno arriverà, se sapremo costruirlo. Noi lo abbiamo conosciuto. Fu in incontro speciale che ci piace raccontare.
Nell'estate del 2004  dirigemmo l' edizione del Festival delle Nazioni di Città di Castello, in Umbria. Ci prefiggemmo di dare una immagine della 'nuova', 'giovane' Italia musicale, proprio in un festival che era  sempre alla ricerca di nazioni da mostrare, magari in formato 'turistico', dimenticando, colpevolmente, la nazione ospitante, l'Italia appunto.
La scelta apparentemente facile, imponeva un lavoro impegnativo per mostrare l'Italia musicale che meritava davvero di essere conosciuta.  Il cartellone si mosse su due direttrici: far ascoltare la musica italiana, in ogni genere,  quella che meglio ci rappresentava  nella storia e nel presente, ed affidarla ai musicisti più valorosi, nonostante la giovane età. Avemmo la fortuna della presenza , come  orchestra residente, di ospitare l'Orchestra sinfonica 'Giuseppe Verdi' di Milano, in quei mesi travagliata dal dissidio fra Chailly e Corbani, che portò al definitivo allontanamento del direttore. L'Orchestra si esibì in varie formazioni: sinfonica, cameristica, quartettistica con impegno e successo notevole.  Al quartetto d'archi, composto dalle prime parti dell'orchestra milanese, affidammo uno dei concerti più belli ed indimenticabili, nel quale coinvolgemmo il cardinal Tonini, allora  già novantenne ma in grandissima lucida forma intellettuale.
Un concerto domenicale, matinée, in un Oratorio della campagna castellana, a Morra. Voluto con tutte le forze, nonostante l'opposizione di alcuni componenti il consiglio di amministrazione del festival che, come è facile supporre, in fatto di musica e di organizzazione festivaliera non sapeva assolutamente nulla e che, anche per questa ragione, continua ad essere ancora lì, a tutt'oggi. Un oratorio preziosissimo, come stiamo per raccontarvi. In quell'Oratorio, dedicato a San Crescentino, si potevano ammirare, da poco restaurati, gli affreschi sulla 'Passione' di Gesù, di Luca Signorelli. Decidemmo di farvi eseguire il capolavoro di Haydn:
'Le sette ultime parole del Redentore sulla croce'. Dieci 'adagi' sublimi fra i quali,  come espressamente voluto dal committente settecentesco,  un prelato doveva dettare delle meditazioni sulla Passione di Gesù. Per quel compito, oggi spesso affidato a  inutili parlatori,  improvvisati cantori del sacro, al nostro festival, invitammo il cardinal Tonini, con la preziosissima mediazione di Antonio Lubrano, che volemmo al nostro fianco come 'consulente per la comunicazione' del festival. Il cardinale arricchì di  profondo senso spirituale quella magnifica esecuzione haydniana, che abbiamo ancora nelle nostre orecchie.  L'oratorio di San Crescentino  apparve quella domenica mattina infinitamente piccolo, incapace di contenere tutti coloro che non vollero mancare quel prezioso appuntamento e che si accontentarono di ascoltare, anche fuori dell'Oratorio.  Salutammo il cardinale e lo ringraziammo; non fece altrettanto uno dei consiglieri del festival, motivandolo così: non vado a salutare un rappresentante di un mondo reazionario, come la Chiesa. Quel consigliere, tuttora tale, era un  politico di mestiere, comunista, ed  era interessato al festival innanzitutto perchè due dei suoi famigliari esercitavano la professione musicale. Consumammo con il cardinale un pranzo frugale, terminato il quale, dopo un breve riposo, Tonini  riprese la via del ritorno per Ravenna.
Pietro Acquafredda