mercoledì 21 ottobre 2026

L'ascesa di Meloni: dalla Garbatella a Palazzo Chigi, secondo Le Monde

 

L'articolo di Le Monde su Giorgia Meloni

Le Monde, tra i più importanti quotidiani francesi, racconta oggi i quattro anni al potere della presidente del Consiglio italiana con un articolo dal titolo “Il mandato di Giorgia Meloni: dai margini dell’Italia al cuore della politica europea”, spiegando che è il primo di una serie di sei.

Per il quotidiano francese, la premier italiana "non ha alcuna riforma sostanziale al proprio attivo, ma ha vinto una battaglia su un altro terreno, quello delle idee". Il quotidiano sottolinea le "concessioni" fatte ad inizio mandato per "dimostrare che lei e i suoi non fossero 'marziani'", come "aver sostenuto l'Ucraina fin da subito dopo l'invasione della Russia"

"Decisiva per la sua futura integrazione in alto loco, una scelta del genere - nota il giornale - avrebbe potuto essere elettoralmente costosa per l'ex ammiratrice di Putin". Ma Giorgia Meloni, "entrata in politica a 15 anni - si legge nell'articolo - ha avuto il tempo di osservare, e di capire, i circoli del potere. Sapeva che aveva bisogno di farsi accettare".

 "Anche in economia - continua - ha saputo, fin dalla prima visita a Bruxelles, rassicurare i suoi interlocutori". Infine, "sulla questione migratoria, la leader italiana ha saputo persino farsi un'alleata socialdemocratica al tavolo del Consiglio europeo, nella persona della premier danese, Mette Frederiksen".

Non è un quadro del tutto celebrativo. In un paragrafo dell'articolo, si legge: “Pur avendo smesso di attaccare Bruxelles, Giorgia Meloni si è impegnata a fondo per applicare in Italia le ricette illiberali di alcuni dei suoi omologhi in altre parti d'Europa. Non ha mai smesso di attaccare le forze di opposizione, i giornalisti, le organizzazioni non governative, ma soprattutto i giudici rossi, la parte ideologizzata del potere giudiziario, accusata di erodere la sovranità popolare e di collaborare con i nemici interni. Immigrati clandestini, stupratori, pedofili, spacciatori, teppisti: questa era la lista delle persone che avrebbero potuto scorrazzare per le strade, avvertiva il 12 marzo, se i suoi elettori non avessero votato sì al referendum sulla riforma della magistratura, voluta dal suo governo. Lo perderà dieci giorni dopo, ma poco importa: a pochi mesi dalle elezioni, previste nel 2027, il suo partito rimane in testa alle intenzioni di voto, mentre il suo discorso si scaglia sempre più contro i musulmani. La polarizzazione paga”. 

"A Bruxelles non si percepisce nulla dei suoi sforzi per infiammare il dibattito interno. Al contrario, abbiamo imparato a conoscere la leader normale di un grande paese che non cerca lo scontro con il sistema", riferisce tuttavia “un veterano delle istituzioni europee” a Le Monde.

Salvini e La Russa hanno perso la memoria di quando le piazze 'violente' erano le loro ( Da Fanpage.it, di Antonia Casula)

 

La memoria corta di Salvini e La Russa: quando le piazze violente erano le loro

Quello approvato ieri da Palazzo Chigi è il sesto decreto Sicurezza da quando il governo si è insediato quattro anni fa. In risposta agli scontri e alle proteste che hanno attraversato tutta Italia, l'esecutivo ha deciso di reagire con un'altra infornata di misure per punire contro il dissenso, tra cui un nuovo reato. Chi partecipa, con un gruppo di almeno 5 persone, a una manifestazione violenta rischia fino a 5 anni di carcere e 20mila euro di multa. Una novità che nelle intenzioni di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e  di tutta la compagine governativa, servirà a porre un argine al degenerare delle manifestazioni contro il caro vita.

Dopo gli scontri a Milano e i disordini che si sono verificati in altre città italiane, il centrodestra si è buttato a capofitto nel tentativo di capitalizzare l'attenzione mediatica sugli episodi di violenza, pretendendo una chiara condanna pubblica da parte delle opposizioni.

"Quando si condanna la violenza non ci vuole nessun ‘però'. Si condanna la violenza e basta", dice il presidente del Senato Ignazio La Russa. Lo stesso La Russa che nel 1973 guidò il corteo degenerato nell'omicidio del poliziotto Antonio Marino e poi passato alla storia come Giovedì Nero.

Il 12 aprile 1973 un gruppo di neofascisti, capitanato da esponenti del Movimento Sociale Italiano e del Fronte della Gioventù, si radunarono a Milano, nonostante il divieto imposto dalla questura per motivi di ordine pubblico. Le immagini di quella giornata mostrano in testa al corteo, tra gli altri, proprio La Russa, che all'epoca era il leader del Fronte della Gioventù.

Durante la marcia vi furono diversi episodi di violenza e vandalismo, tra cui il lancio di una granata, da parte del neofascista Vittorio Loi, che ferì e uccise il poliziotto ventiduenne Antonio Marino. In quell'occasione circa 150 manifestanti furono arrestati. Di questi 80 vennero subito rilasciati, mentre gli altri furono sottoposti a ulteriori indagini. Alla fine, oltre a Loi, condannato a 19 anni di carcere, anche il militante Maurizio Murelli fu riconosciuto colpevole per l'omicidio e punito con 18 anni di reclusione.

A livello giudiziario – lo precisiamo – La Russa non fu coinvolto nei fatti e nessun capo d'imputazione venne formulato nei suoi confronti. È innegabile però, che il Giovedì Nero fu una mobilitazione travolta dalle violenze, dello stesso tipo di quelle che oggi il presidente del Senato si affretta a condannare. 

Un doppio standard che si rivede anche nella reazione della presidente del Consiglio. Oggi Meloni chiede "chiarezza anche a tutte le forze politiche". "Le violenze vanno condannate senza ambiguità, senza giustificazioni, senza distinguere in base a chi le commette", dice.

La risposta della premier ai fatti di Milano si è concentrata soprattutto sulle devastazioni, sulle vetrine spaccate e sui negozi saccheggiati. Una reazione diversa da quella che ebbe nel 2020, quando la leader di Fratelli d'Italia, che allora sedeva tra i banchi dell'opposizione alla Camera, commentò così gli episodi di violenza durante le proteste legate all'emergenza Covid: "Penso che questa gente che si infila nelle manifestazioni di persone che stanno chiedendo aiuto perché sono disperate alla fine siano perfettamente funzionali al regime. Fanno l'interesse di quel governo che fanno finta di contestare. È una cosa che abbiamo imparato dai tempi della strategia della tensione. Sono distanti da me anni luce. Però non penso neanche che noi possiamo far finta di non vedere, approfittando di questi quattro imbecilli, che c'è un dissenso e una paura diffusa in milioni di persone". In quel momento per Meloni, le ragioni del malcontento erano più importanti degli scontri. 

La premier non è l'unica ad aver cambiato atteggiamento nei confronti del dissenso. "Chi sbaglia paga. Perché chi devasta una vetrina o aggredisce una commessa non è un rivoluzionario: È UN COGLIONE", dice oggi Salvini festeggiando l'ok del Cdm del decreto Sicurezza. Peccato che il vicepremier, che oggi è tra quelli che riservano le più dure parole nei confronti degli autori dei disordini, nel 1999 venne denunciato e condannato a 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale. Il giovane politico al tempo 26enne lanciò delle uova contro l'allora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema. 

Anni dopo dirà di essersi pentito delle cose fatte in passato, ma pure in tal caso i toni saranno decisamente più clementi di quelli che il leader della Lega ha scelto di riservare ai ragazzi e alle ragazze scese in piazza in questi giorni per reclamare il diritto al futuro.