giovedì 4 giugno 2026

UE chiede a 9 Paesi membri di togliere i controlli alle frontiere ( Rainews,it)

 

Camionisti polacchi bloccano frontiera Polonia-Ucraina

Questa settimana la Commissione europea ha chiesto a nove Stati membri di revocare i controlli alle frontiere interne: Austria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Slovenia e Svezia.

Si tratta di controlli introdotti in deroga alle norme di Schengen e mantenuti, in alcuni casi, ben oltre il limite temporale previsto dal quadro europeo di dodici mesi. La Commissione europea valuta che quelle misure non siano ne’ proporzionate, ne’ necessarie. 

 

Una deroga diventata norma

Di fatto alcuni di stati membri mantengono controlli ‘temporanei’ alle frontiere interne da oltre un decennio senza interruzioni, spesso con giustificazioni basate su circostanze di ‘emergenza’ molto generali e non specifiche. 

La Germania è il caso più istruttivo: il confine con l'Austria è sorvegliato con controlli fissi fin dal 2015. Nel corso del 2023, sotto la guida dell'allora ministra dell'Interno Nancy Faeser, la misura è stata estesa ai valichi con Polonia, Repubblica Ceca e Svizzera. Da settembre 2024 la polizia federale opera anche lungo i confini con Danimarca, Francia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi: in pratica, l'intero perimetro terrestre del paese è ora soggetto a qualche forma di vigilanza. A febbraio 2026, il ministero federale dell'Interno ha comunicato ufficialmente l'ennesima proroga: i controlli resteranno in vigore fino al 15 settembre 2026. 

L'Italia mantiene attualmente i controlli temporanei alla frontiera interna terrestre con la Slovenia. Questa misura, introdotta inizialmente nell'ottobre 2023, è stata ripetutamente prorogata dal Ministero dell'Interno e rimarrà in vigore fino al 18 dicembre 2026.

La Francia ha percorso una traiettoria ancora più radicale: a partire dal 2015 non ha mai eliminato del tutto i controlli alle frontiere, normalizzando la militarizzazione di strade, stazioni e aeroporti. Quello che doveva essere uno strumento eccezionale si è trasformato, nei fatti, in un regime permanente

 

Il peso della politica interna

I governi invocano una serie di ragioni: immigrazione irregolare, terrorismo, criminalità organizzata. Ma un esame ravvicinato rivela quanto spesso queste argomentazioni siano intercambiabili e strumentali al momento politico. 

Si tratta di un progressivo slittamento del baricentro politico, dove anche forze tradizionalmente moderate adottano provvedimenti storicamente associati alla destra populista, per contenere la perdita di consensi sul terreno della migrazione.

Il catalogo delle giustificazioni si adatta facilmente al clima del momento: migranti, terrorismo, spie russe, ma la funzione politica rimane costante: segnalare al proprio elettorato che lo stato nazionale controlla i propri confini.

Il paradosso tedesco è quasi didattico: tra il 2024 e il 2025 il numero di domande di asilo è diminuito del 32,8%, eppure, secondo il ministero guidato da Alexander Dobrindt, i controlli rimangono "necessari per motivi legati alla politica migratoria e di sicurezza": una formula rituale che non trova riscontro nell'andamento dei dati. 

Dal fronte parlamentare tedesco dell'opposizione, i Verdi chiedono da tempo l'abbandono della misura: "La proroga dei controlli alle frontiere danneggia l'Europa, paralizza la polizia, grava sull'economia e viola il diritto vigente con i respingimenti."

 

I controlli interni servono sempre meno

Nel 2026 la cooperazione tecnica tra le polizie europee ha raggiunto livelli che hanno ridotto di molto l’utilità dei controlli alle frontiere interne come strumento di sicurezza.

La Commissione lo ricorda nel proprio parere: il Sistema d'Informazione Schengen (SIS), le reti Europol e lo scambio in tempo reale di dati consentono un monitoraggio ben più sofisticato di quanto possa fare una guardia a un valico.

A questo si aggiunge che a partire dal 10 aprile 2026 l'Entry/Exit System è pienamente operativo a tutti i valichi di frontiera esterni: dall'avvio del sistema, più di 24.000 persone si sono viste rifiutare l'ingresso e oltre 600 persone sono state individuate come potenziali rischi per la sicurezza. Il controllo fisico cattura solo una frazione marginale dei flussi reali, ma produce un effetto visivo e simbolico enorme.

mercoledì 3 giugno 2026

ddl FINE VITA. COSì LA MAGGIORANZA SI OCCUPA DEL DIRITTO SACROSANTO DI CITTADiNI CHE COMBATTONO E CONVIVONO CON MALATTIE GRAVISSIME. Mentre lo Stato è assente e lento

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Il ddl sul fine vita torna all'esame delle commissioni Affari sociali e Giustizia del Senato. L'Aula del Senato ha infatti accolto la richiesta di sospensiva avanzata dalla maggioranza con 88 voti favorevoli, 59 contrari e nessun astenuto.

Palazzo Madama ha infatti approvato la questione sospensiva presentata da FdI sul ddl Bazoli in materia di fine vita. Dopo lo stop dell'emiciclo alla proposta del Pd, condivisa dalle altre opposizioni, il testo torna dunque nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità del Senato dove è in esame il testo di maggioranza sullo stesso argomento e dove sono attesi emendamenti per modificarlo.

"Non prendiamo in giro gli italiani! Il rinvio in commissione oggi significa affossare la legge, punto e stop! È un dibattito abbastanza avvilente. Ci ritroviamo a discutere di un voto meramente procedurale, ma è molto di più – attacca Alfredo Bazoli, senatore Pd – Il rinvio del provvedimento in Commissione significa il definitivo seppellimento del disegno di legge. Non c'è più tempo, questa è l'ultima finestra che abbiamo, tra un anno finisce la legislatura, a che serve questo ennesimo rinvio? Ad affossare la legge".

Anche il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama, commenta: “La destra usa la farsa delle questioni procedurali, burocratiche e tecniche per non approvare una legge sul fine vita. La decisione di rinviare ancora una volta in commissione il disegno di legge, non solo non è accettabile, ma è un modo per affossare una legge attesa da anni. È inutile girarci intorno: la destra non vuole una legge sul suicidio medicalmente assistito. E non ha nemmeno il coraggio di fare questa cosa alla luce del sole e allora si ripara, si rifugia, dietro presunti tecnicismi peraltro completamente incomprensibili – continua De Cristofaro – Sono passati sei anni dalla sentenza della Corte Costituzionale, la 242 del 2019, che ha indicato con chiarezza al Parlamento la necessità di intervenire per disciplinare il cosiddetto suicidio medicalmente assistito e per garantire il diritto all'autodeterminazione delle persone affette da patologie irreversibili e da sofferenze intollerabili. Sei anni di rinvii, di esitazioni, di occasioni perdute. Mentre la destra continua a prendere tempo, fuori dai palazzi della politica ci sono le persone in carne ed ossa che aspettano. Persone lucide, consapevoli, che convivono ogni giorno con malattie devastanti e che chiedono di poter decidere per loro stessi. Non chiedono privilegi e non chiedono nemmeno scorciatoie, chiedono dignità. Davanti alla richiesta di dignità il Parlamento non può rimandare ancora". Oggi una donna di 80 anni, affetta da una rara patologia neurodegenerativa, ha deciso di morire in Svizzera ricorrendo al suicidio assistito.