martedì 7 aprile 2026

Fango contro Giorgia Meloni? A margine di un selfie del 2019, della premier con un referente del clan Senese ( da Gazzetta del sud, redazione web)

 Un selfie di Giorgia Meloni con accanto un presunto referente del clan Senese in Lombardia. A pubblicarlo, sul suoi profili social, è la trasmissione Report della Rai. Nel messaggio a corredo della foto, anticipata oggi dal Fatto Quotidiano, viene spiegato che lo scatto risale al 2 febbraio del 2019 all’Hotel Marriott di Milano dove «si celebrava la prima grande iniziativa politica del partito al nord, in vista delle Europee di quell'anno». Tra militanti e dirigenti in sala ad accogliere la futura presidente del Consiglio - viene aggiunto - «c'era, in prima fila, anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia».

Report, "Selfie di Giorgia Meloni con un referente del clan Senese". La premier: "Solo fango contro di me"

«Che ci fa Giorgia Meloni in foto con il referente del clan Senese in Lombardia?» sottolinea la trasmissione. Il giorno in cui si scatta il selfie accanto a Giorgia Meloni - precisa Report - Gioacchino Amico non era stato ancora indagato per mafia ma aveva già ricevuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere. Oggi è uno dei principali imputati nel processo Hydra di Milano e le intercettazioni lo indicano come uno degli personaggi cruciali del consorzio mafioso lombardo. Siciliano di nascita, Amico ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della 'ndrangheta e il clan di Michele 'o pazzo, il capomafia più potente della capitale. A quella manifestazione di partito del 2019, il referente del clan Senese - secondo la trasmissione televisiva - non era un 'imbucato': alcuni dei dirigenti apicali di Fratelli d’Italia sapevano bene chi fosse. Ma la circostanza più inquietante, per la trasmissione Rai, si sarebbe verificata prima della riunione. Amico, infatti, sarebbe entrato alla Camera senza farsi identificare. Gioacchino Amico, diventato nel frattempo collaboratore di giustizia, sostiene infatti di aver avuto a sua disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento a proprio piacimento.

 

La premier: "Solo fango contro di me"

«A  questi 'professionisti dell’informazione' non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede». Così, sui social, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, commentando la pubblicazione di una foto che la ritrae insieme a Gioacchino Amico.

«Oggi la 'redazione unica', composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre - rimarca la presidente del Consiglio -, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze». «Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo - aggiunge Meloni -. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze. Ma a questi 'professionisti dell’informazione' non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede».

Buttafuoco dalla laguna: Lupus in fabula su Radio 2ì1 ( da Il Fatto Quotidiano.it, di Arnaldo Capezzuto)

 

Buttafuoco in ‘Lupus in fabula’, quei dieci minuti mattutini hanno già prodotto un lungo elenco di opere

La sua voce è una carezza, le parole sono in sottrazione, il racconto è sussurrato e arricchito da citazioni tratte da canzoni e dalle preziose teche Rai



Sabbenedica che significa quello che significa, il saluto, tutto d’augurio, di cose tutte buone e tutte belle. Dagli studi Rai di Venezia ecco ‘Lupus in fabula’: il racconto del giorno, fatto ogni giorno per arrivare a sera e trovare un libro sul comodino ed ecco la storia. Ecco il cunto di oggi”. È il jingle che apre la trasmissione. La sua voce è una carezza, le parole sono in sottrazione, il racconto è sussurrato e arricchito da citazioni tratte da canzoni e dalle preziose teche Rai. È la ‘grande bellezza’ per chi ascolta. Come per incanto comincia un viaggio fantastico: iperbole affabulatoria trasformano i libri in organismi vivi. Le storie si svelano, il testo ed il contesto travalica. È il rincuorare gli animi agitati. È il puntellare quel senso di straniamento, l’incertezza esistenziale e la confusione interiore della vita moderna. Sono scritti in trasposizioni che tentano di spiegare questi maledetti ‘Strani giorni’ quelli cantati da un altro grande siciliano l’amato Franco Battiato.

L’artefice di questo miracolo quotidiano – la trasmissione radiofonica si chiama ‘Lupus in fabula’, va in onda su Radio Rai 1 ogni mattina dalle 6 e 50 fino alle 7 dal lunedì al venerdì – è il siciliano Pietrangelo Buttafuoco (autore insieme a Giovanna Ciorciolini), giornalista, scrittore, autore e presidente della Biennale di Venezia. Finito da qualche settimana al centro di feroci polemiche perché tra i 99 paesi partecipanti alla Biennale Arte del 2026 ha voluto quest’anno che ci fosse anche un padiglione dedicato alla Russia, che mancava dal 2022. Apriti cielo. Ne è scaturito un caso politico, non solo internazionale, che ha messo in imbarazzo il già inguaiato governo di Giorgia Meloni. L’improbabile ministro della Cultura con gli stivali Alessandro Giuli – che ha sostituito un altro improbabile Gennaro Sangiuliano (scappato dal ministero per un amore sbagliato e una ferita di rasoio in testa) – ha alzato il tiro ed ha dichiarato guerra minacciando sanzioni contro Buttafuoco. Insomma, nessuna sorpresa se le polemiche impazzano e il 19 marzo 2026 il capo del prestigioso dicastero ha disertato l’inaugurazione del rinnovato Padiglione Centrale della Biennale di Venezia. Buttafuoco fa spallucce, il suo curriculum è una garanzia.

Tornando a ‘Lupus in fabula’, i libri e la vita, – la prima puntata è andata in onda il 29 settembre – quei dieci minuti mattutini hanno già prodotto un lungo elenco di oltre 132 opere. Un sublime laboratorio narrativo in forma radiofonica, una ‘bottega artigianale’ della parola, dove la letteratura si intreccia con l’attualità. Un programma sorprendente dove capolavori, autori e scritti quasi sconosciuti s’incontrano e palpitano: Il Conte di Montecristo, Le Troiane, Viaggio al termine della notte, Manifesto del futurismo, Cantico della creature, Mari stregati, Il Gattopardo, Le avventure di Pinocchio, I Promessi sposi, Cyrano di Bergerac, La fattoria degli animali, Frankestein, Libro Rosso, Così parò Zarathustra, Cuore, Dracula, Il birraio di Preston, Dorian Gray, Diario di un curato di Campagna, L’avaro, Diario minimo, La pelle, Lettera al padre, Mondo piccolo, ‘A livella, Il padrino, Il maestro e Margherita, la spartizione, La tragica storia del dottor Faustus, I fratelli Karamazov, Il nome della rosa, Lettera al mio giudice, Diario di un seduttore, L’idiota, Il buio e il miele, La storia infinita, Un trapezio per Lisistrata, Il male oscuro, Lo cunto de li cunti, Corte sconta detta Arcana, Il memoriale di Sant’Elena, Antigone, Madame Bovary, Il prete bello, Il deserto dei Tartari, Il piacere, Il lupo della steppa, Il re del mondo, Sette piani, Il povero Piero, Le operette morali, Guerra e pace, Non ti muovere e tanti altri.

Accade anche che un bambino scrive una lettera a Buttafuoco e in modo colloquiale – come lo si fa con un amico – racconta che al mattino al centro del tavolo c’è la radio e mentre fa colazione insieme alla mamma ascolta la puntata. Ecco la richiesta: “Sono appassionato de ‘Il giornalino di Gian Burrasca’. Ne puoi parlare?”. Eccolo accontentato il 5 febbraio, puntata dedicata a Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli, fondatore del ‘Giornalino della domenica’, dove appare per la prima volta il personaggio di Giannino Stoppani, detto anche Giamburrasca. E come dice Buttafuoco in chiusura di puntata: “E il nostro sabbenedica sia bene a tutti e sempre nel segno di Marco Polo che proprio qui da Venezia ci dice ‘Chi comanda nel racconto non è la voce ma l’orecchio'”.

Quando si hanno delle idee, una visione e un approccio non ideologico basta poco anche dieci minuti al giorno per contribuire a rendere questo sfortunato Paese meno decadente. Chissà cosa ne pensa il ministro con gli stivali Giuli.

Guerra e Musica: Compositori in fuga... (da Il Fatto Quotidiano magazine, di Benedetta Morelli)

 

Compositori in fuga, ensemble mobili, esecuzioni in esilio: la musica nel tempo buio delle guerre, dall’Ucraina al Medio Oriente

Dal 2022 la musica colta dell'Europa orientale funziona come una "rete mobile", alcune città come Vilnius, Tallin, Tblisi diventano "capitali temporanee" della creatività perché attraggono artisti ucraini o dissidenti russi. E poi la Repubblica islamica dove la questione non è solo dove si suona, ma se e come si può. Risultato? La musica resta necessaria, così non si perde ma si adatta e si trasforma


Compositori in fuga, ensemble mobili, esecuzioni in esilio: la musica nel tempo buio delle guerre, dall’Ucraina al Medio Oriente

C’è un momento, nei festival europei degli ultimi quattro anni, in cui la geografia smette di essere un dato e diventa una variabile. Accade quando, leggendo un programma, i nomi dei compositori non coincidono più con le città che li ospitano: autori ucraini in residenza nei Paesi balticiensemble russi dissidenti attivi nel Caucaso, prime assolute nate da commissioni condivise tra più paesi. Dopo il 2022, la musica colta dell’Europa orientale ha iniziato a funzionare come una rete mobile. E i dati lo confermano. Secondo rilevazioni di network come l’European Composer and Songwriter Alliance e circuiti di programmazione contemporanea, tra il 2022 e il 2024 oltre il 35% delle nuove commissioni nell’Europa nord-orientale ha coinvolto compositori ucraini o artisti in diaspora. Parallelamente, istituzioni di Paesi baltici e caucasici hanno aumentato in media del 20–30% i budget destinati a nuove produzioni, spesso riallocando risorse prima destinate a collaborazioni con centri storici dell’Europa occidentale. In questo scenario, alcune città si sono trasformate in capitali temporanee: non per sostituzione, ma per necessità.

Vilnius, Tallin, Tblisi: capitali temporanee per compositori in fuga

Vilnius è forse il caso più evidente. Manifestazioni come il Gaida Festival hanno ridefinito rapidamente la propria identità, ospitando negli ultimi anni una quota significativa di compositori ucraini. Qui le opere nascono spesso in condizioni di urgenza, con organici ridotti e tempi di produzione compressi. È in questo contesto che lavori come Bucha. Lacrimosa (2022) di Victoria Vita Polevá trovano una risonanza particolare. La scrittura sospesa e spirituale riflette direttamente il trauma della guerra, senza rinunciare a una costruzione timbrica raffinata. Il brano, per violino e orchestra, si sottrae a qualsiasi sviluppo lineare: il violino solista non guida, ma testimonia, frammentando il discorso in una lamentazione sospesa. L’orchestra non accompagna, ma circonda costruendo un paesaggio sonoro fatto di vuoti e silenzi carichi. E la forma alla fine si arresta, come se non fosse più possibile procedere.

In lavori precedenti come Simurgh-Quintet (2000), Polevá costruiva spazi sonori di contemplazione; qui, invece, la musica si espone, rinuncia alla distanza e diventa presenza immediata del trauma. Accanto a lei, compositrici come Alla Zagaykevych lavorano su un’interazione stretta tra strumenti acustici ed elettronica, integrando materiali urbani e documentari in una scrittura che riflette la dislocazione stessa dell’esperienza sonora. Vilnius, in questo senso, non è soltanto un luogo di accoglienza, ma un acceleratore estetico. Qui la musica tende a essere più diretta: forme compatte, durate ridotte e organici flessibili. Non è un’estetica della semplificazione, ma della concentrazione.

Tallinn, la trasformazione passa anche attraverso la solidità delle infrastrutture. Eventi come l’Estonian Music Days hanno ampliato la loro rete internazionale, mentre la diffusione digitale (sostenuta da emittenti come la Estonian Public Broadcasting) ha moltiplicato l’impatto delle nuove opere. Ma è nella scrittura che si percepisce il cambiamento. Un riferimento particolarmente eloquente, in questo senso, è l’album Music for Male-Voice Choir (2023) della compositrice estone di origine ucraina Galina Grigorjeva, che raccoglie diverse composizioni corali scritte tra il 2010 e il 2023.


Il disco permette di leggere in filigrana l’evoluzione della scrittura di Grigorjeva, mostrando con chiarezza come, negli ultimi lavori, soprattutto quelli composti dopo l’inizio della guerra in Ucraina, la sua lingua musicale si faccia più scarna, quasi vulnerabile. Nei brani precedenti al 2022, la dimensione liturgica che attraversa questa raccolta è ancora relativamente stabile: le linee vocali si sviluppano in modo fluido, sostenute da una consonanza che, pur non essendo mai pienamente tonale, offre punti di appoggio chiari e il coro maschile lavora come un organismo compatto. Nelle composizioni più recenti, invece, questo equilibrio si incrina in modo sottile ma percepibile. Le voci tendono a separarsi, a perdere compattezza, come se il tessuto corale si sfaldasse dall’interno. Le progressioni armoniche si fanno meno prevedibili, spesso sospese su intervalli aperti o su micro-movimenti che evitano una vera risoluzione. Il tempo stesso sembra rallentare, dilatarsi, creando una sensazione di attesa che non si compie mai del tutto. L’album pertanto non è solo una raccolta antologica, ma un documento di trasformazione. La scrittura stessa, fondata su equilibrio e lentezza, si trova a operare in un contesto che ne mette in crisi i presupposti. La forma liturgica resta, ma è attraversata da una tensione nuova, che riflette, senza mai dichiararlo esplicitamente, la condizione storica da cui queste musiche provengono.

Tbilisi, infine, è diventata una frontiera creativa. Il Tbilisi International Festival of Contemporary Music ha assunto un ruolo centrale nell’accogliere artisti in transito. La scena musicale è però meno istituzionalizzata e più esposta al rischio, e favorisce collaborazioni rapide spesso realizzate in spazi alternativi. Qui operano anche musicisti russi dissidenti come Dmitri Kourliandski, le cui opere recenti riflettono una condizione di esilio non solo geografico, ma estetico. Nei suoi lavori per piccoli ensemble ed elettronica, composti dopo il 2022, Kourliandski frammenta il gesto sonoro in eventi discontinui, evitando qualsiasi sviluppo lineare. Il suono si presenta come materiale grezzo (respiri, frizioni, impulsi isolati) che non si organizza in forma, ma resta in uno stato di tensione irrisolta. Più che costruire un discorso, dunque, queste opere sembrano sospenderlo, restituendo acusticamente una condizione di instabilità permanente.

Precarietà e musica in viaggio. L’esempio di The mothers of Kherson

Ora, questi lavori nascono spesso da collaborazioni temporanee e portano con sé questa precarietà. Ma se le città cambiano, cambia anche la musica. Una delle trasformazioni più evidenti infatti riguarda proprio la scrittura: le grandi architetture lasciano spazio a forme brevi, mobili e adattabili. Gli organici si riducono, l’elettronica diventa portatile e la musica deve poter viaggiare. Ma non è solo una questione pratica, è anche una diversa idea di forma. Non si cerca più uno sviluppo lineare della musica, ma si punta alla concentrazione, al frammento, alla tensione. Questo è evidente in lavori come The Mothers of Kherson (2023) dell’ucraino Maxim Kolomiiets, che fonde le tradizioni più brillanti della musica classica europea con il folklore ucraino e l’estetica contemporanea. Si tratta di un’opera da camera legata a un libretto basato su fatti realmente accaduti: tre madri ucraine di Kherson che hanno percorso oltre 3mila miglia attraverso i confini per salvare le loro figlie detenute dai russi in un campo in Crimea.


In una fase successiva, Kolomiiets ha estratto e rielaborato il materiale musicale in forma autonoma, dando vita a una Suite in tre movimenti per ensemble. Ecco, la composizione in questo caso lavora su cellule brevi e reiterate che non evolvono in senso tradizionale, ma si addensano progressivamente, creando una tensione quasi statica. Ogni movimento sembra costruito per accumulo e sottrazione: frammenti melodici spezzati, gesti isolati, linee che si interrompono prima di compiersi. Il riferimento alle “madri” non è narrativo, ma evocativo: la musica trattiene, come un lamento che non trova sfogo. E anche l’organico, ridotto e flessibile, contribuisce a questa sensazione di prossimità e urgenza.

Ma se la scrittura musicale ha subito queste trasformazioni, anche le carriere seguono la stessa logica. I compositori lavorano tra più città, gli ensemble diventano mobili e le istituzioni si trasformano in nodi di una rete. La musica contemporanea dell’Europa dell’Est, dunque, non ha più un centro stabile, ma una serie di punti di condensazione.

Lo sguardo sull’Iran: tradizione, modernità, i limiti del regime, la guerra

Ora, se questo è il quadro europeo, lo sguardo verso il Medio Oriente, altro scenario di guerra, apre una prospettiva ancora più radicale. In Iran la musica colta si trova da anni in una condizione di tensione tra tradizionemodernità e limiti imposti dal contesto politico e istituzionale. E certamente la situazione geopolitica delle ultime settimane ha esasperato il problema. Qui la questione non è solo dove la musica si esegue, ma se e come può esistere senza le condizioni istituzionali che in Europa, seppur trasformate, continuano a garantire produzione e diffusione.

La Calligraphy series dell’iraniano Reza Vali (1952-) rappresenta una delle risposte più coerenti a questa situazione. Si tratta di un ciclo di composizioni iniziato negli anni 2000 in cui il compositore rielabora la musica classica persiana all’interno di contesti strumentali occidentali: quartetto d’archi, ensembe e orchestra. Vali concepisce queste composizioni come l’equivalente sonoro della calligrafia persiana: non in senso decorativo, ma strutturale. Nella calligrafia, il segno non serve a “raccontare” in modo lineare: è un gesto continuo, flessibile, fatto di variazioni minime, curvature, pressione della mano. Allo stesso modo, nelle Calligraphies la musica non si sviluppa per temi e contrasti (come nella tradizione occidentale), ma procede come una linea melodica continua, che si trasforma costantemente: ornamenti, microvariazioni, inflessioni microtonali.


In questi lavori dunque, il compositore abbandona il sistema temperato occidentale per lavorare sul sistema modale della musica persiana: il dastgāh. Non si tratta di citazione, ma di una rifondazione del linguaggio. Ogni Calligraphy ha un nome diverso perché ciascuna è legata a uno specifico modo dastgāh o a una sua derivazione. Titoli come EsfahânKord o Raak non indicano quindi un “programma” narrativo, ma il materiale di base della composizione: una particolare scala con i suoi intervalli caratteristici e la sua atmosfera espressiva. In Esfahân-Calligraphy No.17 (2024), ad esempio, il quartetto d’archi si trasforma in una superficie ornamentale: linee flessibili che si sviluppano non per accumulazione, ma per variazione continua. La musica qui, per così dire, non procede ma si dispiega. Come nel gesto grafico, ogni figura è autonoma e insieme parte di un flusso. Ebbene, questo tipo di scrittura permette alla musica di esistere anche in condizioni di mobilità e diaspora. Non dipende da grandi strutture, ma da una logica interna flessibile. In questo senso, la ricerca di Vali appare oggi come una forma di autonomia culturale oltre che estetica. Il compositore iraniano Alireza Mashayekhi (1940-) aveva già aperto questa strada, integrando tecniche dell’avanguardia occidentale con elementi della tradizione persiana in strutture modulari e aperte. Le sue composizioni anticipano molte delle condizioni attuali: la possibilità di adattamento, la coesistenza di materiali diversi e la forma come processo più che come oggetto.

Giovani generazioni in diaspora, esecuzioni all’estero e musica “senza contesto”

Per le generazioni più giovani, tuttavia, la questione è ancora più complessa. Molti compositori lavorano in diaspora, producendo opere che vengono eseguite principalmente all’estero. La musica si sposta, ma perde il suo contesto originario. I concerti si tengono in spazi temporanei, la diffusione passa attraverso il digitale e la produzione si adatta a condizioni instabili. In questo scenario, elementi come il microtono, la relazione tra oralità e scrittura e la flessibilità formale diventano strumenti essenziali.

Ora, ciò che emerge, mettendo in relazione Europa orientale e Medio Oriente, è una trasformazione profonda: la crisi del centro non produce un vuoto, ma una nuova configurazione. La musica si accorcia, si rende mobile e si carica di identità. Non cerca più stabilità, ma capacità di adattamento. La mappa della musica contemporanea in zone di guerra, dunque, non è più una gerarchia di capitali, ma una costellazione instabile di luoghi temporanei. VilniusTallinn, Tbilisi e, in modo diverso, Teheran attraverso la diaspora, non sono nuovi centri, ma punti di condensazione. La musica vi si raccoglie, si trasforma e riparte. E forse è proprio nei territori segnati dalla guerra che questa trasformazione appare con maggiore chiarezza. Qui la musica ha perso molte delle sue condizioni di stabilità, ma non la propria necessità. E nel farlo, ha cambiato natura: non più espressione di un luogo, ma pratica che attraversa i luoghi, li mette in relazione e li trasforma.

lunedì 6 aprile 2026

Trump con i bambini: ho 51 anni e Melania è una attrice di Hollywood. Bugiardo, ma almeno non fa danni ( Adnkronos)

 

Trump e le discussioni con i bambini: "Ho 51 anni, Melania è un'attrice"


“Ho 51 anni, mia moglie è una star di Hollywood”. Donald Trump senza freni tra battute e invenzioni nei dialoghi con i bambini alla Casa Bianca. Il presidente ospita il tradizionale evento dell’Egg Easter Roll e intrattiene i giovanissimi ospiti in una giornata che sarà poi caratterizzata dalla lunga conferenza stampa dedicata alla guerra contro l’Iran. Nel South Lawn, giornalisti e operatori osservano Trump alle prese con i bimbi. E i microfoni catturano porzioni delle conversazioni a tratti surreali. Tra i giovanissimi ospiti, c’è chi chiede l’autografo del presidente sul proprio disegno. 

“Potrei farvi gli autografi, ragazzi. E voi stasera potreste venderli per 25mila dollari su eBay”, dice Trump con un’improvvisata lezione di business. “Li firmerò… Biden userebbe l’autopen, lui avrebbe l’autopen”, dice facendo riferimento ad uno dei suoi argomenti preferiti. 

 

Trump sostiene che il suo predecessore, Joe Biden, di fatto non firmasse i provvedimenti: lo staff avrebbe provveduto a replicare la firma del presidente con un dispositivo. “Lui non firmava, non era in grado di farlo. Quindi lo inseguivano dappertutto con questa macchinja. Sapete come si chiamava? Autopen!”, racconta Trump ai ragazzini, che ascoltano il racconto con espressioni palesemente perplesse.  

Sulla scena compare la First Lady, Melania. “E lei chi è?”, chiede un bambino. “E’ una star del cinema, è arrivata da Hollywood per essere qui”, la risposta di Trump, che non perde occasione per celebrare il successo di ‘Melania’, il docufilm prodotto da Amazon MGM Studios. 

 

Tra un pennarello e l’altro si parla anche di dati sensibili. “Quanti anni hai?”, la domanda impertinente al 79enne presidente. Trump risponde, abbassandosi l’età di quasi 30 anni: “Ne ho 51”, dice. Potrebbe anche osare di più, a giudicare dalla reazione della bambina alla sua sinistra: “Pensavo ne avessi 46”. Anche tra i giovanissimi spunta almeno un sostenitore entusiasta: “Donald Trump, lei è il più grande presidente”, l’endorsement di un bambino. La risposta? “Grazie, tesoro. Sono d’accordo”.