giovedì 5 febbraio 2026

Dalla Fenice è partita la protesta dei teatri lirici italiani: rinnovo contratto, codice spettacolo ed altro ( da Venezia Today)

 

Diecimila non bastano: Fenice, ora è possibile ordinare altre spille di protesta

Nei teatri lirici è stato di agitazione per il rinnovo del contratto. Le spillette spedite all'estero, aperta nuova raccolta fondi. Domani incontro con la dirigenza, e Venezi torna a parlare in pubblico (a Pordenone)

Le spille create dall'Rsu della Fenice

I rappresentanti dei lavoratori e la dirigenza della Fenice si incontreranno di nuovo: è la terza volta da ottobre, nei due precedenti il sovrintendente Nicola Colabianchi non c'era. Stavolta si confida di sì, la vertenza nata dopo la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi è in una situazione di stallo, con i lavoratori che, forti di un consenso ampio tra il pubblico e nell'ambiente, non arretrano sulla richiesta di revoca della nomina. Così come finora non ha arretrato il sovrintendente, forte di un sostegno formale del sindaco e presidente della fondazione, Luigi Brugnaro, e del ministro Alessandro Giuli.

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Intanto però l'Rsu del Teatro conta su migliaia di sostenitori in Italia e non solo, che fino a un mese fa non si sapeva esistessero. Le ormai note spillette di protesta create per Capodanno sono state stampate e ristampate, sono ormai già 11 mila, e venerdì 31 gennaio è stata lanciata una nuova raccolta per coprire le spese, anche di spedizione (alcuni ordini arrivano dalle isole e dall'estero). 

Stato di agitazione in tutti i teatri. Ma Venezi non c'entra

La spilla - nata formalmente non contro la nomina, ma per difendere l'autonomia e la dignità dei teatri - rischia di diventare un simbolo nazionale. Venerdì scorso infatti è stato aperto uno stato di agitazione (il processo che precede un eventuale sciopero) in tutti i teatri lirici. Le sigle sindacali lamentano «l'assordante silenzio» del ministero per quanto riguarda il rinnovo del contratto collettivo nazionale (Ccnl), la riforma del codice dello spettacolo e i nuovi vincoli sulle assunzioni entrati da poco in vigore. 

Ma restando sull'oggetto del contendere, Beatrice Venezi, in questi giorni a Trieste con “Ascesa e Caduta della Città di Mahagonny” di Brecht e Weill, si sta esibendo senza proteste (non era d'altronde la prima volta al Teatro Verdi). Presenterà il suo libro a Pordenone e a Trieste, e non è escluso che decida di dare qualche delucidazione sul suo futuro. Non è ancora noto quando deciderà - e se deciderà - di incontrare l'orchestra e il coro della Fenice. L'idea di un concerto all'estero, lanciata dal sindaco Brugnaro a fine dicembre e ampiamente contestata, non sembra aver avuto seguito. 



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Giovanni Pascoli e la Musica 'del suo tempo' (da Filodiritto, di Luca Martini)

 

Giovanni Pascoli e la musica del suo tempo

Il poeta del “Melodramma senza musica”

Giovanni Pascoli e la musica del suo tempo

 

Giovanni Pascoli, figura centrale della poesia italiana tra Ottocento e Novecento, non fu soltanto un innovatore della lirica, ma anche un intellettuale profondamente affascinato dal mondo della musica del suo tempo, in particolare dal melodramma. La sua intera poetica, infatti, intrisa di onomatopee, sinestesie e ritmi interni e musicali, era essa stessa una “musica senza note”, una melodia in parole, una sorta di armonia intrinseca che il poeta riteneva dovesse trovare la sua naturale espressione sul palcoscenico operistico.

Il suo desiderio più grande, infatti, era quello di poter scrivere uno o più libretti di opera lirica, capace di cambiare il senso scenico e musicale dell’intera epoca.

L’ambizione di Pascoli, infatti, era quella di diventare l’artefice del rinnovamento del melodramma italianoEgli desiderava superare il verismo allora dominante per approdare a un dramma musicale di matrice simbolista, incentrato su significati ideali, interiori e spesso ambientato in un Medioevo mitico e leggendario. Per Pascoli, il teatro lirico rappresentava il genere d’arte supremo, il luogo ideale dove la parola poetica e la musica potevano fondersi in una sintesi perfetta.

 

Il sogno incompiuto: i libretti d’opera

Nonostante il suo fervente desiderio, i tentativi di Pascoli di scrivere libretti d’opera si rivelarono un’esperienza frustrante, tanto da farli definire da lui stesso “melodramma senza musica”. Tra i suoi progetti più significativi, rimasti per lo più allo stato di abbozzo o di schema, spicca NellAnno Mille, un’opera che incarnava pienamente la sua visione millenaristica e simbolica. Altri schemi teatrali includono Gretchens Tochter (poi La figlia di Ghita), Elena Azenor la Morta e Aasvero o Caino nel trivio.

Questi lavori, pur non giungendo quasi mai alla realizzazione scenica, sono fondamentali per comprendere la sua estetica. Pascoli non era un musicista, ma la sua profonda convinzione nella musicalità del verso lo portava a credere che le sue parole fossero già una “partitura” pronta per essere vestita di note.

 

Le collaborazioni con i grandi compositori

Il grande poeta nato a San Mauro di Romagna nel 1855, intrattenne rapporti vivi, spesso complessi e discontinui, con i maggiori compositori del suo tempo, cercando in loro il partner ideale per il suo progetto di rinnovamento.

Il caso di Riccardo Zandonai è forse il più emblematico di un’intesa (quasi) raggiunta. Il compositore trentino, sensibile alle nuove correnti, mise in musica la poesia "Melenis", dimostrando come i versi pascoliani potessero trovare una felice trasposizione nella musica vocale da camera. Fu anche coinvolto nelle prime fasi del progetto Conchita (poi musicata da Zandonai su libretto di altri).
Pascoli scrisse altre romanze per Zandonai, tra cui, la più celebre, è forse “L’assiuolo”.

Anche con il maestro Giacomo Puccini ci furono contatti, ma il loro rapporto fu più complesso. Nonostante l’ammirazione, il temperamento e le visioni artistiche dei due non si allinearono mai per un grande progetto operistico. L’unico frutto della loro collaborazione fu l’"Inno a Roma", scritto nel 1919, un brano celebrativo della vittoria che, pur avendo avuto successo, fu giudicato dallo stesso Puccini con una certa ironia. Tra i due gli ulteriori tentativi di collaborazione non andarono in porto, e, nonostante Pascoli ammirasse le opere liriche di Puccini, i suoi libretti non furono mai musicati.

Con Pietro Mascagni, invece, ci fu una amicizia profonda e duratura, fatta di stima e affetto. Di Mascagni si ricorda l’Ave Maria (con la musica tratta dall’Intermezzo di Cavalleria Rusticana), talvolta cantata con i versi di Giovanni Pascoli, sebbene la composizione originale fosse su testo diverso. Purtroppo, anche in questo caso, non vi fu nessuna collaborazione diretta tra i due su un libretto d’opera, ma soltanto una forte affinità spirituale e musicale

 

Le romanze: la musica del “Fanciullino”

Se il grande sogno del melodramma rimase in gran parte irrealizzato, la poesia di Pascoli trovò una vasta e felice accoglienza nel genere della romanza da camera (o lirica da camera).

Pascoli stesso affermava: «I miei versi, più che letti, sono fatti per essere cantati».

Numerosi compositori, attratti dalla musicalità intrinseca e dal carattere impressionistico delle sue liriche, le trasformarono in brani vocali. Tra i più noti si ricordano Guido Alberto Fano, che musicò "Nebbia", "Il sogno della vergine" e "La mia sera"; Ottorino Respighi, autore di una celebre, bellissima e intensa versione di "Nebbie"Ruggero Leoncavallo, che mise in musica alcune poesie giovanili come "Nel bosco".

Queste romanze rappresentano la vera e propria eredità musicale di Pascoli, dimostrando che la sua poetica, ricca di suoni, echi e suggestioni, era perfettamente congeniale alla sensibilità musicale dell’epoca.

 

L’Ammirazione per Debussy e Wagner (e l'amore per Chopin)

L’interesse di Pascoli non si limitava ai compositori italiani. Il poeta guardava con profonda ammirazione a due giganti della musica europea che rappresentavano poli opposti ma complementari del rinnovamento musicale: Richard Wagner e Claude Debussy.

Richard Wagner era ammirato da Pascoli per la sua rivoluzione del melodramma, in particolare per l’idea di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) e per l’enfasi sull’azione interiore e simbolica, elementi che Pascoli cercava di replicare nei suoi libretti. Il poeta frequentava i circoli wagneriani di Bologna e vedeva nel maestro di Bayreuth un modello per la sua aspirazione a un dramma musicale che fosse “tutto interiore”.

L’ammirazione per Claude Debussy era invece legata all’affinità con l’estetica simbolista e impressionista. Pascoli vedeva in Debussy un modello di “nitore fiabesco, una chiarezza quasi infantile e sognante che rispecchiava la poetica del suo “fanciullino”. La musica di Debussy, fatta di suggestioni, timbri e atmosfere, era la traduzione sonora di quella “musica senza note” che Pascoli aveva cercato di infondere nei suoi versi.

Anche Frédéric Chopin fu molto ammirato da Pascoli, e la famosa “Marcia funebre”, tratta dalla sonata n. 2 op. 35, era il suo pezzo prediletto, tanto che fu suonata durante il suo funerale, nel 1912.


“Il Sogno di Rosetta”: l’unica opera teatrale di Pascoli musicata

Nonostante il suo enorme desiderio di scrivere per il teatro lirico, l’unico risultato avvicinabile a un’opera lirica fu Il sogno di Rosetta (talvolta citata in bozze o in contesti meno formali come “Il sogno di Rosina”). Sebbene, infatti, il poeta avesse ambizioni grandiose e progetti complessi per il rinnovamento del teatro lirico italiano, come il monumentale "NellAnno Mille", fu questa breve e intima “azione scenica”, dalla trama un po’ banale e scontata, a vedere effettivamente la luce e a essere rappresentata in forma teatrale scenica durante la sua vita.

Il testo nacque non come un libretto d’opera tradizionale, ma come un poemetto drammatico che Pascoli incluse successivamente nella sua raccolta Odi e Inni (1906). La sua trasformazione in operina fu il risultato di un incontro e di una collaborazione speciale con il compositore Carlo Alfredo Mussinelli (1871-1955), musicista spezzino cieco dall’età di tre anni che, nel 1901, si presentò a casa di Pascoli chiedendo il permesso di mettere in musica “Il sogno di Rosetta”. Pascoli, che nutriva una profonda ammirazione per la sensibilità di Mussinelli, acconsentì, definendolo affettuosamente “cieco veggente” per la sua capacità di cogliere l’essenza musicale dei suoi versi. Il poeta stesso annunciò la collaborazione all’amico Alfredo Caselli con queste parole:

“Oggi ti voglio scrivere d’una cosa che può essere graziosa. Un ciecolino di Spezia ha musicata Rosetta la quale feci per lui”.

Mussinelli si dedicò alla composizione lavorando sul testo trascritto in caratteri Braille, un dettaglio che sottolinea l’eccezionalità e l’intimità di questa collaborazione.

L’operina dalla trama esile e un po’ banalotta andò in scena con successo il 14 agosto 1901 al Teatro dei Differenti di Barga (Lucca), vicino alla residenza del poeta a Castelvecchio. L’esecuzione fu un evento locale, con un’orchestra composta da strumentisti lucchesi e suonatori delle bande locali, e un coro maschile formato da quindici scolari.

Il testo si distacca nettamente dalla tradizione dei libretti drammatici, caratterizzandosi per una quasi totale mancanza di azione e per la prevalenza di un’atmosfera sospesa, lirica e simbolica. Invece di un dramma di passioni e colpi di scena, Pascoli offre un quadro intimo, un quadro danima in cui la musica di Mussinelli doveva esaltare le suggestioni e gli echi interiori del testo.

Nonostante il successo della rappresentazione, però, l’opera sollevò dibattiti sulla sua natura. Critici come Benedetto Croce espressero un giudizio severo sulla vocazione teatrale di Pascoli. Croce, pur riconoscendo la grandezza del poeta, riteneva che la sua poesia, troppo raffinata e ricca di elementi simbolici e fonici, mancasse della semplicità e della forza drammatica necessarie per un libretto d’opera.
In generale, la critica affermò che non era nemmeno il caso di perdere tempo per parlare di un'opera tanto scadente.

Insomma, un sogno autentico, che, come i sogni migliori, resterà per sempre incompiuto.

mercoledì 4 febbraio 2026

Fano. Dopo 2000 anni torna alla luce la BASILICA di Vitruvio (AGI)

 

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

AGI - È il 'Sacro Graal' dell'architettura e dell'archeologia dell'Antica Roma: la Basilica di Vitruvio, di cui sono stati ritrovati i resti a Fano, era uno dei più grandi misteri dell'antichità. Vitruvio, padre teorico dell'architettura occidentale, era originario di Fano.

Nel suo 'De Architectura', l'unico trattato latino del suo genere arrivatoci intatto, ha raccontato che quella Basilica era l'unico edificio di cui aveva curato personalmente la costruzione ("conlocavi curavique") e gli attribuiva grande dignità e bellezza ("summam dignitatem et venustate").

Finora, pero', malgrado secoli di ipotesi e centinaia di disegni che lo 'ricostruivano', nessuno era riuscito a individuare con precisione i resti del sobrio e maestoso edificio pubblico, destinato all'amministrazione della giustizia e agli affari nel I secolo dC augusteo. Fu ipotizzato dapprima che fossero parte delle rovine sotto il convento di Sant'Agostino e nel 2023 si pensò di averli trovati nei cinque ambienti con eleganti pavimentazioni rinvenuti sotto una casa durante una ristrutturazione. Mancava sempre, però, quel colonnato di un 'ordine gigante' che avrebbe coperto i due piani della basilica, elevandosi da terra fino a sorreggere le capriate di copertura.

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

Ora è arrivato l'annuncio che c'è una finalmente una localizzazione certa, nell'attuale piazza Andrea Costa, dove gli scavi in corso hanno riportato alla luce reperti inequivocabili. In particolare cinque colonne in pietra arenaria, disposte secondo un allineamento preciso, le cui distanze e proporzioni risultano coerenti con le prescrizioni tecniche indicate da Vitruvio, offrendo cosi' una corrispondenza puntuale tra la fonte scritta e l'evidenza archeologica.

Una scoperta archeologica di portata immensa, un "ritrovamento di importanza mondiale, che finirà nei libri di storia, paragonabile alla scoperta della Scuola di Pitagora, a Crotone". Così il ministro della Cultura Alessandro Giuli durante una conferenza stampa alla Mediateca Montanari di Fano ha annunciato il ritrovamento nella città in provincia di Pesaro-Urbino, della Basilica di Vitruvio, quella che per gli studiosi dell'architetto romano attivo nella seconda metà del I secolo a.C. e considerato il più famoso teorico dell'architettura di tutti i tempi, è la più grande scoperta archeologica al mondo.

Si tratta di un edificio leggendario, cercato da duemila anni, il cui ritrovamento cambia la storia della città, dell'Italia e dell'architettura. Gli scavi per la ripavimentazione di Via Costa, finanziati dal Pnrr, hanno portato alla luce reperti che la soprintendenza giudica "inequivocabili" e alcune colonne citate nella bibliografia vitruviana.

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

Giuli: ci sarà un 'prima' e un 'dopo' questa scoperta

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

“A Fano oggi è stata ritrovata una tessera fondamentale del mosaico che custodisce l’identità più profonda del nostro Paese. La storia dell’archeologia e della ricerca, con gli attuali strumenti a disposizione, viene divisa in un prima e un dopo: prima della scoperta e dopo la scoperta della Basilica di Vitruvio",  ha dichiarato il Ministro Alessandro Giuli. 

"I libri di storia, e non solo le cronache giornalistiche, storicizzeranno questa giornata e tutto ciò che nei prossimi anni verrà studiato e scritto attorno a questa scoperta eccezionale. Il valore scientifico è di caratura assoluta, gli elementi rinvenuti dimostrano in modo plastico che Fano è stata ed è il cuore della più antica sapienza architettonica della civiltà occidentale, dall’antichità fino a oggi",

La riscoperta della basilica vitruviana e gli studi di Clini

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

Questa scoperta porta a compimento trent'anni di studi su Vitruvio, confermando, secondo il professor Paolo Clini, che Vitruvio è nato a Fano e qui ha costruito le mura della città, il Tempio di Giove, il teatro e ha riprogettato tutti i ponti della Via Flaminia. Fano diventa così l'unica città al mondo ad essere stata pianificata dal più grande architetto di ogni tempo.

La storia della basilica vitruviana nel sottosuolo del centro di Fano era riemersa nel 1992, dopo essere finita nel silenzio, completamente cancellata. Il professor Paolo Clini, docente dell'Università Politecnica delle Marche e coordinatore scientifico del Centro Studi Vitruviani, si era innamorato di questo progetto e decise di approfondire gli studi, cercando quella basilica alla quale nessuno credeva più. Lo fece attraverso i rilievi di tutte le strutture interrate di Fano e, in particolare, di quello che oggi è il Tempio di Giove, dove erano già evidenti le tecniche costruttive e le misure di Vitruvio.

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

Un dottorato, un post-dottorato, un master: Clini ha inseguito questa intuizione per trent'anni, gli ultimi sei quasi a tempo pieno. "Ero convinto, tanto più oggi – racconta – che questa basilica andava trovata perché può cambiare il mondo". E nel 2013, in occasione di una grande campagna di rilievo diretta come Politecnica su Fano, ipotizzò la collocazione della Basilica esattamente su Piazza Andrea Costa, nella posizione precisa in cui oggi è venuta alla luce. Oggi è proprio Clini a essere l'unico al mondo a conoscere tutto di questo edificio storico.

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

Il futuro degli scavi archeologici e i vincoli PNRR

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio

Questa scoperta archeologica nasce da un intervento PNRR destinato a rifare le pavimentazioni proprio su Piazza Andrea Costa. Così è stata identificata con certezza la basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi.

 

La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio, che ha restituito la quinta colonna d’angolo, confermando la posizione e l’orientamento dell’edificio tra le due piazze. Le colonne, di circa cinque piedi romani di diametro (147–150 cm) e alte circa 15 metri, erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. 

Dopo 2000 anni torna alla luce la Basilica di Vitruvio