lunedì 20 aprile 2026

ANDREW LlOYD WEBBER sta cercando di guarire dall'alcolismo. Auguri

 

Andrew Lloyd Webber ha rivelato di essere un alcolista, ma in via di guarigione

Andrew Lloyd Webber ha parlato con il Times della sua dipendenza dall’alcol, dichiarando di aver intrapreso un percorso verso la sobrietà più di un anno fa. Il compositore settantottenne, che appartiene alla ristrettissima cerchia degli EGOT (i vincitori di EmmyGrammyOscar Tony), ha rivelato che il ricovero in una clinica di riabilitazione non avrebbe funzionato, ma di aver ottenuto dei risultati partecipando alle riunioni degli Alcolisti Anonimi.

«Sono un alcolista in via di guarigione», ha spiegato alla testata giornalistica. «Sedici mesi fa ho deciso di aver bisogno di aiuto ed è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata». Sebbene avesse già parlato di aver smesso di bere nel 2015 e nel 2016, mentre produceva School of Rock Broadway, ha poi ricominciato a bere.«Stavo facendo quello che si chiama “fare tutto con le mani strette al muro”, senza alcun supporto, e ho iniziato a preoccuparmi di non essere creativo. E ho pensato: “Ma ho detto a tutti che non bevo”. Così ho iniziato a bere di nascosto».

Andrew Lloyd Webber parla dell’alcolismo: «Bevevo vodka per nascondere il problema»

Lloyd Webber, il cui spettacolo Cats: The Jellicle Ball è attualmente in scena a Broadway, ha detto di aver iniziato «una spirale discendente e circa 18 mesi fa la famiglia era in una situazione disperata», e ha aggiunto:«Mia moglie sentiva di non farcela più». «Quando bevi vino, non ti consideri… beh, gli alcolisti bevono superalcolici», ha affermato.«La cosa scioccante per me è stata rendermi conto che bevevo vodka per nascondere il problema».

«Sono fortunato che non sia successo niente di grave. Non ho avuto incidenti spaventosi. Ma poi inizi a pensare alle occasioni mancate», ha ammesso. «Pensavo di farla franca. Il fatto è che sono profondamente dispiaciuto e posso chiedere scusa solo alle persone se ho combinato un guaio». Riguardo alla partecipazione alle riunioni degli Alcolisti Anonimi, che ora frequenta quotidianamente, ha raccontato: «La gente mi diceva sempre: “Oh no, non ti piacerebbe”. E ti viene in mente l’idea che siano un mucchio di tossicodipendenti che arrivano dalla strada. Niente affatto. Quello che mi piace è che entri in una stanza e siamo tutti uguali. Ho stretto amicizie che non avrei mai pensato possibili». Quando gli è stato chiesto se avesse scritto qualcuno dei suoi musical mentre beveva, ha risposto: «Probabilmente non molti, ma mi vengono in mente un paio di canzoni di successo per le quali avevo sicuramente bevuto un bicchiere di vino e pensato: “Non male!”».

Bari, università. 'Essere compositrice ai tempi di Jane Austen'. Seminario ( da pugliain.net)

 A Bari il seminario “Essere compositrice al tempo di Jane Austin”

Prosegue il calendario di appuntamenti di “Storie che cambiano”, il progetto di Public Engagement promosso dal Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, che per il 2026 è dedicato al tema “Jane Austen scrittrice ‘sovversiva’”. Un percorso di approfondimento che, attraverso incontri e seminari, esplora non solo l’opera della scrittrice inglese, ma anche il contesto culturale e sociale in cui ha operato, mettendo in luce dinamiche di genere, produzione culturale e trasformazioni storiche. Il progetto è finanziato dal Patto Territoriale Sistema Universitario Pugliese.

All’interno di questo quadro si inserisce il seminario “Essere compositrice al tempo di Jane Austen”, in programma martedì 21 aprile alle ore 15.40, nell’Aula 9 del Palazzo di Lingue (via Garruba 6, Bari).

L’incontro, a cura di Angela Annese e introdotto da Franca Dellarosa, si configura come un ulteriore tassello del percorso di ricerca che indaga la condizione femminile tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, estendendo lo sguardo dal campo letterario a quello musicale. Il seminario è organizzato dalla prof.ssa Franca Dellarosa, referente scientifica del progetto, e salla dott.ssa Carlotta Susca, ed è aperto a studenti e studentesse, personale tecnico-amministrativo e CEL, oltre che al pubblico esterno.

L’incontro propone una riflessione sul ruolo della donna musicista in Europa in un periodo segnato da forti limitazioni all’accesso alla formazione e alla produzione artistica. Se la scrittura rappresentava già un ambito complesso da attraversare per una donna, la musica – e in particolare la composizione – risultava ancora più difficilmente praticabile. Non si trattava solo di un ostacolo culturale, ma di un sistema strutturato di esclusioni: dalla difficoltà di accedere a un’istruzione adeguata, alla mancanza di strumenti e opportunità per sviluppare competenze tecniche, fino all’impossibilità di rivolgersi a un pubblico al di fuori dello spazio domestico.

In questo scenario, la composizione musicale veniva considerata un territorio sostanzialmente precluso, ritenuto incompatibile con le presunte “disposizioni naturali” delle donne, poiché implicava un livello di astrazione e costruzione teorica non riconosciuto loro. Una visione che ha contribuito a marginalizzare per lungo tempo figure femminili di grande rilievo, oggi progressivamente riscoperte.

Il seminario intende riportare l’attenzione su alcune di queste figure – tra cui Maria Teresa Agnesi, Marianna Martines, Maria Rosa Coccia, Maria Theresia von Paradis, Hélène de Montgeroult, Sophia Corri e Maria Szymanowska – compositrici e musiciste che, pur operando in condizioni di forte limitazione, hanno prodotto opere significative, emergendo come eccezioni capaci di illuminare un panorama storicamente oscurato.

Angela Annese, già docente di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica “Niccolò Piccinni” di Bari, è membro del Centro Interuniversitario per lo Studio del Romanticismo e del Centro Interuniversitario di Ricerca “Forme e Scritture della Modernità”. È autrice di scritti e di incisioni discografiche sul Novecento musicale italiano e sul contributo femminile alla creazione e alle attività musicali, cui è dedicato il progetto di ricerca artistica “L’ombra illuminata. Donne nella musica” in corso dal 2015 nel Conservatorio di Bari, del quale è sin dall’avvio co-curatrice.

Attraverso questo approfondimento, “Storie che cambiano” continua a costruire un discorso critico sul concetto di “sovversione” associato a Jane Austen, ampliandolo ad altri ambiti della produzione culturale e mostrando come, tra letteratura e musica, le donne abbiano progressivamente ridefinito il proprio ruolo di autrici, interpreti e protagoniste della scena europea.

La partecipazione è gratuita, con prenotazione tramite modulo online:

Il gruppo di lettura si inserisce nel più ampio programma di “Storie che cambiano”, che culminerà il 14 e 15 maggio 2026 con un festival multimediale dedicato a Jane Austen. Avviato nei mesi scorsi con tre peer seminars e i gruppi di lettura, il progetto ha affrontato una questione centrale: che cosa significa oggi parlare di “classico” e in che modo le opere del passato continuano a essere riscritte, tradotte, adattate e riformulate nei diversi contesti culturali e mediali.

“Storie che cambiano” nasce con l’obiettivo di interrogare la trasmissione dei classici nel tempo, mettendo in dialogo tradizione e contemporaneità, testo e media, ricerca accademica e società civile. In questa prima edizione, il focus su Jane Austen mira a superare letture stereotipate, restituendo la complessità culturale, politica e letteraria di un’autrice capace di interrogare le strutture sociali, i rapporti di potere e le dinamiche economiche.

Il progetto si propone come uno spazio di confronto intergenerazionale e interdisciplinare, in cui Jane Austen emerge non come autrice confinata in un immaginario sentimentale e convenzionale, ma come voce capace di interrogare il presente. Il classico viene così restituito alla sua natura dinamica: non reliquia, ma strumento critico vivo.

“Storie che cambiano” si articola in un programma ampio e multidisciplinare che comprende:

  • Festival multimediale (14-15 maggio 2026);
  • Peer seminars dedicati alla ricezione di Jane Austen nel tempo;
  • Podcast in sei puntate, una per ciascun romanzo di Austen;
  • Gruppi di lettura, dedicati a opere di Jane Austen e testi derivati;
  • Mostra bibliografica nelle biblioteche di Ateneo;
  • Campagna social “Austen POP – From Jane A to Gen Z”, con contenuti pensati per avvicinare la Generazione Z alla scrittrice.

Partner del progetto è il Sistema Bibliotecario di Ateneo (SiBA). È possibile consultare l’OPAC o recarsi presso le biblioteche – Biblioteca dell’Ateneo, Emeroteca Umanistica Corsano, Biblioteca di Lingue e Letterature Straniere – per prendere in prestito i volumi e ricevere supporto nella scelta.

Partner istituzionali sono Regione PugliaMediateca Regionale PuglieseCentro Interuniversitario per lo Studio del RomanticismoCentro Interuniversitario di Ricerca “Forme e Scritture della Modernità”.

domenica 19 aprile 2026

Per Lilli Gruber. a proposito dell'opera inaugurale del Maggio Musicale Fiorentino: 'La morte di Klinghoffer' di John Adams

 L'altra sera, approfittando dell'impegno registico per l'opera inaugurale del Maggio Fiorentino, Lilli Gruber ha avuto ospite, in collegamento, della sua trasmissione Luca Guadagnino, celebrato cineasta, attento alle vicende del nostro tempo di cui si è confermato acuto commentatore. 

Abbia appreso da Guadagnino che a proporre l'opera di Adams - che ha per argomento uno degli episodi più drammatici della storia recente, l'uccisione dell'ebreo paraplegico, gettato in mare dalla nave di crociera, Klinghoffer appunto - è stato lui a Fuortes e non viceversa, dopo aver bussato a molte porte senza risultato. 

A Firenze finalmente accolta da Carlo Fuortes che sull'opera ha una sua teoria, sintetizzabile così: se non 'ammoderni' l'opera con la regia, anche i capolavori cessano di interessare ( teoria, come si capisce, che dovrebbe di per sè bandire Fuortes da tutti i teatri lirici).

 Comunque anche dal programma di quest'anno del Maggio, il primo firmato da Fuortes, si capisce quanto nella sua mente conti l'azione registica. 

 Torniamo a Lili Gruber.  La quale, dopo aver interrogato sulla situazione mondiale presente Luca Guadagnino, ha rivelato la ragione principale della sua presenza nella trasmissione. La regia dell'opera di Adams a Firenze. Insomma Guadagnino ha fatto  il giro di tutte le trasmissioni possibili in radio e tv,  come  fanno gli scrittori o i cantanti, per promuovere l'ultimo loro libro, o il prossimo tour di concerti.

 Comunque, nel caso di Guadagnino, averceli osservatori e commentatori come lui.

 Lilli Gruber, nel chiudere il collegamento da Firenze, ha letto, a suo modo la locandina dell'opera di Adams: "diretta da Luca Guadagnino'.

 Cara Lilli, in Italia  chi dirige l'opera è un direttore d'orchestra che, ai bei tempi, era nominato: maestro concertatore e direttore...

 Capisco che una  frequentatrice abituale delle convention internazionali imiti anche inconsciamente (ed ignorantemente) gli inglesi, i quali chiamano il regista di un film - anche di un opera?- 'direttore'.

 In Italia, chi cura la regia di un'opera come del resto di un film si chiama regista e non direttore. La prossima volta  faccia attenzione. Noi per conoscere il vero direttore dell'opera ci siamo rivolti alla locandina del teatro, altrimenti non avremmo saputo il nome del vero responsabile dell'opera in cartellone. Il suo nome è Lawrence Renes.


sabato 18 aprile 2026

Il 'male oscuro' degli insegnanti e della scuola in Italia ( da L'Unità, di Dorella Cianci)

 

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Parlando spesso con gli insegnanti, si può notare come c’è una parola ricorrente nelle loro frasi: “margine”. Non di certo perché la scuola sia davvero ai margini della società (anzi, in ogni emergenza le si chiede di reggere l’urto), ma perché chi la tiene in piedi, giorno dopo giorno, si sente progressivamente messo da parte. Gli insegnanti avvertono di essere chiamati a fare da educatori, mediatori, burocrati, psicologi in prima linea, con grandissime responsabilità quotidiane, mentre il riconoscimento pubblico resta intermittente e la fiducia istituzionale sembra misurarsi più in adempimenti formali che non in un autentico sostegno.

È proprio in questo “margine” che il “burnout” (stato di esaurimento fisico da stress) prende piede, laddove il dibattito pubblico si alterna fra retorica e solitudine fattuale. Partendo da quest’analisi, sia pur brevissima e sommaria, si intende fotografare lo stato di salute degli insegnanti (proprio nel Paese di don Milani, di Maria Montessori e di tantissime altre figure che hanno davvero contribuito a rendere grande la pedagogia).

Come stanno, dunque, i prof?

Presso l’Università Lumsa di Roma è nato, sul tema, il progetto Happy Teaching, un’app per monitorare, all’interno dell’Osservatorio Scuola e Benessere, il livello di stress dei singoli docenti all’interno delle comunità scolastiche. Nel Dipartimento di Scienze Umane, la direttrice Caterina Fiorilli ha descritto un quadro netto: un insegnante su due sperimenta periodi di stanchezza emotiva e cognitiva, tale da intaccare anche le prestazioni professionali. Per cui, nel momento in cui parliamo di burnout, dobbiamo anche renderci conto che siamo dinanzi a un malessere concreto: calo di attenzione, affaticamento già al mattino, irritabilità fino a patologie cardiovascolari o digestive, che a volte si fatica a riconoscere come legate all’ambiente di lavoro. È proprio su questo che l’Università Lumsa propone un approccio pragmatico con un’ app di automonitoraggio del benessere, testata in collaborazione con il Policlinico “A. Gemelli”, in cui vengono somministrati questionari e un feedback “a semaforo”, pensato per aumentare la consapevolezza e l’orientamento della condizione fisica e psichica degli insegnanti.

Accanto a quest’idea, l’Osservatorio punta anche su una continuità nella raccolta dei dati e sul trasferimento delle conoscenze, in modo che il benessere non sia una parentesi da ricercare di tanto in tanto, ma una variabile strutturale presa in considerazione anche dalle politiche scolastiche. In tal senso, lo sguardo europeo va proprio in questa direzione: non bisogna trattare il burnout come un problema individuale, ma come uno spiacevole esito di un sistema. La piattaforma educativa della Commissione UE aggiunge che il benessere degli insegnanti dipende da fattori come il carico di lavoro, ma anche da condizioni ambientali della comunità scolastica.

In questo dibattito può entrare anche il Patto Educativo Globale di Bergoglio, ripreso totalmente dall’attuale Pontefice, in cui si chiede di ricostruire il “villaggio dell’educazione”, rimettendo la persona al centro dei processi educativi. Quest’idea, implicitamente, parla anche di burnout, poiché se l’educazione è responsabilità condivisa, allora la scuola non può essere lasciata sola a gestire le fragilità sociali (sempre più in aumento nella società complessa). Alla luce di queste considerazioni, la domanda, dunque, non è più soltanto “come stanno gli insegnanti”, ma l’Osservatorio Lumsa punta a chiedere “quale scuola stiamo costruendo, se chi educa è in seria difficoltà”.

Purtroppo vanno segnalati ulteriori dati negativi, che contribuiscono alla “fatica strutturale” della scuola italiana: le risorse carenti, a iniziare dagli edifici. Il XXIII Rapporto di Cittadinanza Attiva precisa che circa la metà degli edifici scolastici ha più di sessant’anni, per cui una quota consistente è stata costruita prima del ’76, cioè prima della normativa antisismica. Questo contribuisce a far sentire gli insegnanti come professionisti “messi da parte”, anche rispetto alle infrastrutture e ai servizi. La ricerca internazionale fornisce delle indicazioni concrete. Occorrono procedure di semplificazione rispetto alle questioni burocratiche e personale di supporto, per togliere compiti non didattici ai docenti, cercando di rispettare un tempo “fuori dal lavoro”, che è necessario anche per ripartire con maggiore creatività, che è una delle basi dell’attività pedagogica.