venerdì 20 marzo 2026

Netanyahu: un assassino in versione profeta che straparla non sapendo quello che dice (AGI, Il Fatto Quotidiano)

 

"Gengis Khan meglio di Gesù Cristo", bufera per le parole di Netanyahu

AGI - "Sfortunatamente 

Gesù Cristo

 non ha alcun vantaggio su 

Gengis Khan

. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male trionferà sul bene". Parola di 

Benjamin Netanyahu

 che in 

conferenza stampa

 ha usato tale scenario per spiegare i motivi della 

guerra di Israele e Stati Uniti contro l'Iran

.

Tanto è servito che è stato subissato di critiche sui social, con l'accusa di essere 'anti-cristiano'. La polemica è montata a tal punto da costringere il premier israeliano a chiarire il suo pensiero con un messaggio su X: "Altre notizie false sul mio atteggiamento nei confronti dei cristiani, che sono protetti e prosperano in Israele. Vorrei essere chiaro: non ho denigrato Gesù Cristo durante la conferenza stampa di questa sera".

"Gengis Khan meglio di Gesù Cristo", bufera per le parole di Netanyahu

La visione di Netanyahu sulla difesa

"Gengis Khan meglio di Gesù Cristo", bufera per le parole di Netanyahu

In conferenza stampa Netanyahu, dopo aver citato Gesù e Gengis Khan, ha sostenuto che "non c'è scelta: se si guarda il mondo come è oggi, bisogna essere ciechi per non vedere che le democrazie guidate dagli Stati Uniti devono ribadire la volontà di difendersi e di opporsi i nemici finché sono ancora in tempo".

                                                              *****

( da Il Fatto Quotidiano)

“Purtroppo Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male trionferà sul bene”: firmato, Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha pronunciato queste parole ieri durante una conferenza stampa sulla guerra in Iran, rivendicando la citazione dello storico Will Durant. Parole diventate virali su internet, considerate offensive per i cristiani da molti internauti.

Su X la clip ha superato 20 milioni di visualizzazioni. Su YouTube i video con il paragone tra Gesù e Gengis Khan hanno già incassato migliaia di click. Anche per questo oggi con un post su X Netanyahu ha precisato di “non aver denigrato Gesù Cristo” e che “non voleva offendere nessuno”. Ecco il passaggio incriminato: “C’è chi vuole essere ingenuo e non vedere il mondo in cui viviamo. In questo mondo non basta essere morali. Non basta essere giusti. Non basta avere ragione. Uno dei più grandi scrittori del XX secolo, lo storico Will Durant, scrisse che la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male può sopraffare il bene. L’aggressione può prevalere sulla moderazione. Non abbiamo scelta. Se guardate il mondo di oggi, bisogna essere ciechi per non vedere che le democrazie guidate dagli Stati Uniti devono riaffermare la loro volontà di difendersi e contrastare i loro nemici in tempo”.

Fatti di musica. Putin, la Russia, i Russi di ieri e di oggi, la Biennale di Venezia

 Della Russia di Putin si parla ormai da anni, da quattro almeno, in maniera molto più circostanziata di sempre, da quando cioè ha messo le mani, despota assassino, sull'Ucraina, rivendicane l'annessione, come si fa in uno dei tanti giochetti infantili, tipo 'rubamazzetti', senza averne diritto alcuno. 

E se ne parla  abbastanza spesso, oltre che quotidianamente per le distruzioni di persone e cose, anche nel mondo della musica e della cultura in genere, accomunando il suo disgraziato nome a quelli di tanti che ieri ed oggi nei vari campi hanno costituito e costituiscono ancora il vanto e la storia di quel grande paese.

 Da quando ha invaso l'Ucraina, l'Occidente ha fatto muto contro di lui e contro tutti quelli e tutto ciò che a lui è più legato,  condannando la politica di aggressione senza sconti.

 I casi di Gergiev, Netrebko, Zhakarova - per citarne i più noti di artisti fiancheggiatori, sostenitori e cantori della sua politica dispotica ed aggressiva - hanno fatto scuola: da subito l'Occidente si è coalizzato, bandendoli da tutti i paesi, cancellandoli da tutte le istituzioni in cui già figuravano ingaggiati.

 Questi artisti - ma vi sono anche altri casi - non si sono mai dissociati dalla politica del loro  dittatore, anzi ... e dunque, si sono da soli messi fuori dal mondo, perchè un artista non può dirigere Beethoven e poi partecipare alla festa putiniana  per l'occupazione violenta dell'Ucraina. Se hanno preferito i favori del despota ( Gergiev ne è l'esempio più lampante, con la sua sua corte a San Pietroburgo), che se ne stiano a casa loro, perchè in Occidente non li VOGLIAMO. Dico: vogliamo, perchè sulla loro ostracizzazione siamo d'accordissimo. Si può campare anche senza Gergiev & C., per non rinunciare ai valori della civiltà occidentale. 

Il caso della Netrebko è leggermente diverso, ma non tanto, a lei si è perdonato molto e troppo in fretta, nonostante il suo pentimento nei confronti della stima per Putin, sia stato tardivo e non così evidente.

Il caso del professore italiano, studioso della cultura e letteratura russa,  cui è stato impedito di tenere un corso all'Università di Milano, rappresenta invece esattamente ciò che non andava fatto e che non si deve mai fare: confondere la storia e la cultura con un despota  la cui politica sanguinaria va condannata sempre.

 Non vorremmo si ripeta - come temiamo - la stessa storia che, in Israele, ad esempio, si è fatto per decenni con la musica di Wagner, che con il nazismo non ha nulla da spartire, nonostante i tentativi orrendi di cooptarlo da parte di quel regime.

Dovrebbero agire contro di lui, Putin, anche i suoi concittadini/sudditi, che, in ogni modo, per la propaganda governativa e per essere tenuti all'oscuro di  tante cose, continuano ad assecondarlo, quando avrebbero tutti gli elementi per deporlo/cacciarlo con una rivolta di popolo, e bene farebbero; e quando lo faranno sarà sempre tardi.

 Nelle ultime settimane la disputa è ripresa a proposito della Biennale di Venezia, dopo che la Russia, proprietaria del padiglione dedicatole, ha deciso di riaprilo. La decisione appena resa nota ha creato scompiglio nel governo ( Giuli, ministro, contro Buttafuoco, presidente) ed anche fra le forze politiche, quelle che a giorni alterni sono pro o contro Putin.

 La riapertura del padiglione, dopo quattro anni di chiusura, 'per inciviltà', è decisione che attiene al governo russo, e che non può essere indipendente da chi lo allestirà. Certamente quel dittatore di Putin non vorrà metterci dentro artisti che  lo vorrebbero sul patibolo; mica fesso!; e allora, sebbene sia proprietà di quel paese che quindi, di per sè, potrebbe aprirlo e chiuderlo quando vuole, fregandosene delle proteste pro o contro tale decisione, il padiglione deve restare chiuso.

 L'escamotage di metterci dentro artisti di altri paesi (naturalmente non nemici del dittatore) non può far cambiare l'opinione che Putin lo utilizzi per propaganda.

 Ritirare, in questo caso fuori, la convinzione che l'arte non si mischia né si sporca con la politica, è davvero insostenibile. Né si può pensare che Putin si faccia da solo guerra, mandando a Venezia  la schiera dei suoi oppositori che tiene ben protetti nelle carceri più dure del suo grande paese.

 Si sbarri l'ingresso del Padiglione Russia, con un cartello ben evidente sul quale tutti possono convenire: Chiuso per attacco alla civiltà e all'arte.


giovedì 19 marzo 2026

Tulsi Gabbard, capo dell'intelligence USA, smentisce Trump sull'Iran ( da Il Fatto Quotidiano)

 

Guerra all’Iran, Gabbard smentisce Trump: “Teheran non stava cercando di arricchire l’uranio

La direttrice dell’Intelligence nazionale ha parlato in audizione al Senato: "Il regime è indebolito, ma intatto" e potrebbe sviluppare un missile balistico intercontinentale entro il 2035
Guerra all’Iran, Gabbard smentisce Trump: “Teheran non stava cercando di arricchire l’uranio”

L’Iran è stato colpito, ma non è crollato. E soprattutto, secondo i servizi di sicurezza degli Stati Uniti, non ha ripreso il programma nucleare dopo gli attacchi del giugno 2025. È una linea che segna una frattura politica rilevante a Washington quella emersa durante l’audizione al Senato della direttrice della National IntelligenceTulsi Gabbard, mettendo in discussione la narrativa usata dalla Casa Bianca e da Donald Trump per giustificare l’operazione “Epic Fury” in corso contro l’Iran in coordinamento con Israele.

Davanti ai senatori, Gabbard ha delineato un quadro netto: “L’Iran dovrà ricostruire l’esercito se sopravvive alla guerra”. Una frase che sintetizza la valutazione dell’apparato di intelligence statunitense: la Repubblica islamica è stata duramente colpita, ma le sue strutture politiche restano in piedi. “Il governo di Teheran è intatto”, ha precisato, pur essendo “ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alle sue capacità militari”. Affermazioni che correggono, se non addirittura contraddicono, la lettura che il presidente degli Stati Uniti ha dato dell’andamento della guerra. Durante un evento in Kentucky l’11 marzo Trump ha dichiarato: “Abbiamo vinto la guerra contro l’Iran in un’ora”. In comunicazioni ufficiali tra il 16 e il 17 marzo, invece, il tycoon ha affermato che il regime di Teheran è stato “distrutto“.

Il punto più delicato dell’audizione riguarda però il dossier nucleare. Gabbard ha affermato che, dopo l’operazione “Midnight Hammer” del giugno 2025, “il programma di arricchimento nucleare iraniano è stato annientato” e, soprattutto, che “da allora non ci sono stati tentativi di ricostruire i loro impianti”. Una valutazione che contraddice apertamente la giustificazione utilizzata da Trump per lanciare l’operazione “Epic Fury”.

Il capo della Casa Bianca aveva infatti motivato l’escalation sostenendo che Teheran stesse rapidamente ripristinando le proprie capacità strategiche. Mercoledì 4 marzo, durante la firma del ” Patto per la tutela dei contribuenti ” alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato che l’Iran era a due settimane dal dotarsi di armi nucleari. “Se non avessimo colpito entro due settimane, avrebbero avuto un’arma nucleare“, ha detto Trump durante l’incontro. “Quando i pazzi hanno armi nucleari, succedono cose brutte”, aveva aggiunto, presentando l’intervento come necessario a impedire una ripresa immediata delle capacità militari iraniane. Parole che ora, alla luce delle valutazioni dell’intelligence, appaiono quanto meno controverse.

Gabbard, tuttavia, non ha letto in aula il passaggio del suo intervento in cui si afferma che l’Iran non ha tentato di ricostruire i programmi per l’arricchimento dell’uranio. E quando il senatore democratico, Mark Warner, a cui era stato consegnato il testo integrale, lo ha fatto notare, chiedendole se abbia “omesso il paragrafo perché il presidente due settimane fa ha detto che dall’Iran veniva una minaccia imminente”, la direttrice della National Intelligence ha risposto: “No, ho solo visto che mi ero dilungata e quindi ho saltato dei passaggi“. Poi ha cercato di aggiustare il tiro rispetto a quanto scritto nella relazione: “Prima dell’operazione Epic Fury, l’Iran stava cercando di riprendersi dagli attacchi di giugno e continuava a rifiutarsi di rispettare gli obblighi dell’Aiea”, ha dichiarato.

“L’unica persona che può determinare quello che è e quello che non è una minaccia imminente è il presidente”, ha proseguito Gabbard trincerandosi dietro l’identica dichiarazione postata da lei ieri, quando il senatore democratico Jon Ossof le ha ripetutamente chiesto se l’Iran costituisse o meno una minaccia imminente. “Non è responsabilità dell’intelligence community determinare quello che costituisce una minaccia per gli Stati Uniti”, ha detto ancora la direttrice della National Intelligence, provocando la reazione di Ossof. “E’ precisamente sua responsabilità stabilire che cosa rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti”, ha detto il democratico, sottolineando che in questa audizione sulle minacce globali, i vertici dell’intelligence sono tenuti a presentare al Congresso le informazioni in modo “oggettivo e indipendente da considerazioni politiche”. “Le invece non risponde alla domanda, perché dare una risposta onesta alla commissione contraddirebbe quanto detto dalla Casa Bianca”, ha concluso il senatore.

Gabbard ha comunque sottolineato che la minaccia iraniana non è scomparsa. Secondo le valutazioni citate durante l’audizione, Teheran potrebbe sviluppare un missile balistico intercontinentale entro il 2035. Si tratta di una stima già presente in precedenti rapporti della Defense Intelligence Agency, ma che dovrà essere aggiornata alla luce dei danni inflitti dalle operazioni militari statunitensi e israeliane.

Allineato con la visione del presidente è invece il direttore della Cia John Ratcliffe, che ha contestato le dichiarazioni sull’Iran di Joe Kent, l’ex capo del Centro nazionale antiterrorismo dimessosi martedì. “Ritengo che l’Iran costituisca una minaccia costante per gli Stati Uniti da tempo e che, in questo momento, rappresenti una minaccia imminente“, ha detto Ratcliffe in audizione al Senato.

Pete Hegseth, altro trucidone della squadra Trump: stiamo vincendo in modo schiacciante. Deciderà Trump quando finisce la guerra ( da Il Messaggero)

 

Guerra Iran, il capo del Pentagono: «Stiamo vincendo in modo schiacciante, da 47 anni Teheran terrorizza gli Usa»© Ansa

«Finiremo il lavoro. Onoreremo il sacrifico» dei soldati uccisi nelle guerra in Iran. Lo ha detto Pete Hegseth, il Segretario della Difesa degli Stati Uniti e capo del Pentagono. «Combattiamo per vincere, e stiamo vincendo», ha aggiunto. «L'Iran ha terrorizzato l'America e i nostri interessi per 47 anni» e «i nostri ingrati alleati in Europa e parte della stampa dovrebbero dire solo una cosa al presidente Trump: grazie».

Costi e critiche

 

«Parlo agli americani. Sappiamo che i media anti Trump non si fermeranno davanti a nulla per minimizzare i progressi, amplificare i costi e criticare ogni passo. I media vogliono farvi credere che in Iran stiamo precipitando verso un abisso senza fine, verso una forever war o in un pantano. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Stiamo vincendo in modo deciso e nei nostri termini», ha aggiunto Hegseth.

«Noi stiamo vincendo, e in modo schiacciante, con le nostre condizioni. Noi combattiamo per vincere, stiamo vincendo, lo facciamo con le nostre condizioni, seguendo i nostri target», ha spiegato ancora il capo del Pentangono. «Abbiamo danneggiato o affondato 120 navi iraniane. I sottomarini che avevano sono ormai andati. I loro porti sono compromessi. la loro capacità di produrre nuovi missili balistici è stata l'area colpita più duramente».

Fine guerra

«Sarà una decisione del presidente alla fine dire se abbiamo ottenuto quello di cui abbiamo bisogno in nome del popolo americano per garantire la nostra sicurezza», ha poi risposto a chi gli chiedeva quando e come si potrà concludere il conflitto con l'Iran. «Così no, non è ancora fissato un tempo, ma siamo sulla buona strada».

mercoledì 18 marzo 2026

Putin spegne internet ( da Open.online, di Stefania Carboni)

 

putin internet russia

La chiamano questione di sicurezza nazionale ma fatto sta che, con profondo sgomento, gran parte dei cittadini russi nelle principali città, tra cui Mosca e San Pietroburgo, si sono ritrovati all’improvviso senza internet. Nel giro di pochi minuti, con qualche preavviso di blackout nelle ore precedenti, sono saltate le app di home banking, i servizi di prenotazione taxi, le consegne on line. Martedì le autorità di San Pietroburgo hanno avvertito che la connessione mobile nella città da 5,6 milioni di abitanti avrebbe potuto esser disattiva per «motivi di sicurezza». L’ufficio comunicazioni del governo locale ha invitato la cittadinanza a connettersi agli hotspot Wi-Fi pubblici “SPB_FREE” dislocati in tutta la città. Si tratta di una connessione alla rete che richiede l’autorizzazione tramite numero di telefono.

Cosa è successo a San Pietroburgo

Le prime segnalazioni di interruzioni della connessione internet mobile a San Pietroburgo sono iniziate intorno alle 5 del mattino di martedì, ora locale. In molti non sono riusciti nemmeno ad accedere nella cosiddetta “lista bianca” del governo, che comprende Yandex, i social network VKontakte e Odnoklassniki, nonché il portale dei servizi pubblici Gosuslugi.

Le ragioni? Sconosciute

Secondo i siti web di monitoraggio  come DownDetector e Sboi.rf, il numero di segnalazioni di guasti è diminuito gradualmente durante il fine settimana, per poi risalire nuovamente lunedì mattina, da parte di tutti e quattro i principali operatori di telecomunicazioni. Secondo quanto riporta Meduza a seguito dei recenti blackout a Mosca, fonti del settore delle telecomunicazioni citate da Kommersant sostengono che gli operatori avrebbero ricevuto ordini di limitare l’accesso a Internet mobile in alcune zone della città, causando problemi anche alla copertura cellulare. Le ragioni? Sconosciute. Per ora gli operatori di telecomunicazioni come Beeline e T2 sostengono che le loro infrastrutture funzionano e che le interruzioni sono dovute a «restrizioni esterne». Vladimir Putin ha firmato una legge che conferisce al Servizio di sicurezza federale (FSB) l’autorità di ordinare l’interruzione dei servizi di comunicazione. Entrata in vigore il 3 marzo scorso protegge inoltre i fornitori di servizi di telecomunicazione da responsabilità legali legate alle interruzioni del servizio. 

Walkie talkie, cercapersone e mappe di Mosca

Data la frequenza dei blackout la gente sta cercando sempre di più tecnologie utili come i walkie talkie e i cercapersone. In base ai dati della piattaforma di e-commerce Wildberries & Russ, citati dai media russi, le vendite di walkie-talkie sono aumentate del 27%, mentre quelle dei cercapersone sono cresciute del 73%. E c’è anche un romantico ritorno alla carta: perché la richiesta di mappe cartacee a Mosca sarebbe quasi triplicata.