domenica 1 marzo 2026

Azzoppare un regime senza pensare al dopo, è strategia vincente? ( da Il Giornale, di Vittorio Macioce)

 

Applausi in strada, gioia alle finestre. Il regime zoppo pronto a trattare. Ma resta il rebus della successione

Non chiedete cosa sarà domani, in Iran il presente è l'unica cosa che conta. Adesso. Adesso è tutto. Lo è per chi fugge verso il confine, puntando le strade che portano in Turchia. Lo è per chi lascia le case solo per respirare, sfidando questa guerra che arriva dal cielo, attesa e temuta, tanto che ora non si sa cosa dire e neppure sperare. Lo è per chi non si interroga e semplicemente ha paura e per le ragazze che festeggiano in piazza con il capo scoperto, nel nome di tutte le donne che sono morte perché non volevano indossare un velo. Lo è per chi prega e per chi da tempo ha smesso di pregare. Lo è per chi bestemmia Dio e i suoi profeti.

Il presente è per chi è vivo e per chi è morto, per chi applaude alla finestra il corpo senza vita di Khamenei, per i sacerdoti della rivoluzione e per i guardiani, per la casta degli ayatollah e dei pasdaran. Lo è per gli americani che come sempre ci penseranno domani. La guerra è guerra e quello che viene dopo è una scommessa al buio. Lo è per gli israeliani quasi convinti che questa sia la fine della storia, perché l'Iran incarna ogni loro paura. Adesso, sognano, la vita non sarà solo sopravvivenza. Il presente è una finestra che Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, spera di aprire. È lui che smentisce (voci israeliane) la morte della Guida suprema Ali Khamenei e del presidente Masoud Pezeshkian. "Sono vivi", ripete. "Sono vivi", per convincere gli altri e se stesso. Poi dice a Trump che non ci sarà mai un cambio di regime, ma si offre per cercare insieme soluzioni pacifiche.

Alla fine lo schema potrebbe essere questo, un po' come è successo con il blitz in Venezuela: pezzi di vecchio regime che patteggiano con gli Stati Uniti un'alternativa al caos. È così che le cose funzionano. L'Iran promette, con vincoli concreti, di non essere mai più uno "Stato canaglia" e non solo rinuncia al nucleare, ma taglia il flusso di greggio che viaggia verso la Cina. È un accordo geopolitico e di affari, dove è più facile trovare un compromesso rispetto alle questioni scomode dei diritti civili. Non si fa la pace sulla testa delle donne. Questo discorso cinico viene dagli ambienti altolocati del riformismo iraniano. È il pensiero della classe benestante di Teheran, quella vicina a Pezeshkian, che in fondo da tempo deplora la rigidità dei "guardiani della rivoluzione" e sostiene che un compromesso sia comodo anche per Trump. Non si vorrà lasciare l'Iran al tiro di dadi del post regime?

Le classi popolari invocano Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979. Tutto semplice? Mica tanto. L'Iran è una scatola quantica di energie che si sovrappongono e si elidono senza mai trovare pace. I Fedayn del popolo non accetteranno facilmente Reza Pahlavi. Ci vuole una fiducia che al momento nessuno può garantire. La grande speranza è che davvero l'America sia in grado di smantellare la struttura capillare dei pasdaran e che garantisca libere elezioni, con un passaggio trasparente e realmente democratico. I precedenti "imperiali" a stelle e strisce non sono illuminanti, basta pensare all'Afghanistan o alla Siria.

È per questo che il presente è tutto, anche quando ha il suono delle sirene che fischiano senza sosta in ogni angolo delle città. È la guerra che non è mai santa. Le bombe e i missili non hanno morale e allora accade che il fuoco colpisca una scuola femminile e uccida almeno 85 bambine. Si fa perfino fatica a crederci, ma ricorda a tutti che la giustizia è un gioco a mosca cieca. Sangue su sangue. Gli iraniani della diaspora sperano di tornare a casa e nelle piazze scandiscono delle donne iraniane morte per la libertà: Mahsa Amini. Nika Shakarami. Sarina Esmailzadeh. Hadis Najafi

Trump, un grande stratega sulla scena mondiale ( da >Il Gor5nale,di Gnnani Micalessin)

 

Battere l'Arcinemico e azzoppare Pechino fermando il petrolio

Cambiare il volto del Medioriente. Eliminare un nemico che nessun altro presidente americano è mai riuscito a domare o sconfiggere. Azzoppare una Cina che grazie al petrolio iraniano garantisce energia a basso costo al proprio apparato industriale. E, infine, mettere sul tavolo una vittoria militare con cui nascondere fiasco dei dazi e risultati economici poco incoraggianti.

È il poker d'assi a cui punta Donald Trump in vista delle elezioni di Midterm. Un poker che lo spinge a tentare la sfida militare più ardita, ovvero quel cambio di regime a Teheran scansati come la peste da tutti i predecessori. Certo non è una giocata al buio. Nei suoi 37 anni di storia, la Repubblica Islamica non è mai stata debole e traballante come oggi. Debole all'interno, dove meno del 30 per cento della popolazione confidava più in un Alì Khamenei malato e delegittimato dalle recenti stragi di dimostranti. Ma debole anche su un fronte esterno dove Israele ha ridimensionato Hamas ed Hezbollah. Mentre la salita al potere a Damasco dell'ex leader al qaidista Al Jolani ha tolto ai pasdaran quel retroterra siriano fondamentale per rifornire d'armi i nemici d' Israele.

La genesi di questa debolezza è in parte accreditabile proprio a Donald Trump. Fu lui il 3 gennaio del 2020, durante il suo primo mandato, ad autorizzare l'eliminazione del generale Qasem Soleimani, il capo della Brigata al Quds demiurgo di tutte le mosse iraniane sul domino mediorientale. E sono state le durissime sanzioni imposte da Trump a ridurre al lumicino l'economia iraniana moltiplicando il malcontento e spingendo in piazza gli oppositori. Proprio per questo Trump non sottovaluta l'importanza politica di una vittoria "totale" sul nemico che dalla presa degli ostaggi del novembre 1979 all'ambasciata americana di Teheran ha sempre beffato il "grande Satana" americano.

Ma l'operazione "Epic Fury" condotta assieme all'alleato israeliano non punta solo a una vittoria di breve periodo. Decapitare il regime iraniano significa oggi cambiare il volto del Medioriente. Con la fine della Repubblica Islamica verrebbe meno la regia di tutte le operazioni messe a segno da Hamas, Hezbollah, Houthi e milizie sciite irachene. E questo garantirebbe a Israele e ai regni sunniti alleati di Washington un'egemonia e una stabilità senza precedenti. Trump, invece, si guadagnerebbe un posto nei libri di storia. Ma anche qualche probabilità di vincere il voto di Midterm.

In termini di strategia globale, la scelta bellica della Casa Bianca nasconde, invece, obbiettivi ancor più ambiziosi. Abbattere il regime iraniano significa tagliare, dopo il Venezuela, la seconda vena giugulare che garantisce il fabbisogno energetico del nemico cinese. Oggi Pechino importa da Teheran una media di 1 milione 380mila barili di petrolio al giorno, ovvero circa il 14% del totale delle importazioni cinesi di greggio. Un 14 per cento equivalente all'80% di tutte le esportazioni di greggio della Repubblica Islamica. Un mare di petrolio che Pechino, grazie alla scusa di dover aggirare le sanzioni, ottiene a prezzi scontatissimi inferiori, in qualche caso, ai 12 dollari al barile. Dunque bloccare le vendite di petrolio iraniano significherebbe costringere la Cina ad ad alzare il prezzo di tutte le sue produzioni, rendendola commercialmente assai meno attraente.

Ma non è solo questione di soldi ed energia. L'incapacità di difendere Teheran finirà inevitabilmente con ridimensionare il ruolo geo-politico del Dragone, rivelatosi pronto, una volta di più, a scaricare clienti ed alleati.

Merloni, i Paesi del Golfo ti ringraziano per la solidarietà. Ma non hai nulla dire sull'attacco di Trump e Netanyahu all'Iran?

 Ai leader del Golfo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni “ha espresso la vicinanza del Governo italiano e la condanna degli ingiustificabili attacchi subiti dalle loro Nazioni”. La nota di palazzo Chigi al termine del vertice serale di governo con i due vicepremier Tajani e Salvini, i sottosegretari Mantovano e Fazzolari e i vertici dell’Intelligence. 

La Premier ha inoltre condiviso le valutazioni raccolte nel pomeriggio nei numerosi contatti telefonici avuti con alcuni partner europei e leader dei Paesi arabi. “Ulteriori contatti -si legge- con i nostri partner nelle riunioni previste a livello dei Ministri degli Esteri in ambito sia G7 che di Unione Europea”

Alla riunione hanno partecipato il vicepresidente e ministro degli Esteri Antonio Tajani e il sottosegretario Alfredo Mantovano; in collegamento telefonico il vicepresidente Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto, collegato da Dubai, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Presenti i vertici dell’Intelligence. “La riunione ha consentito un’aggiornata valutazione della situazione di sicurezza per i connazionali presenti nella regione che è oggetto, fin da questa mattina, di un costante monitoraggio e assistenza da parte dell’Unità di Crisi e su cui ha riferito il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani”, si legge nella nota di palazzo Chigi al termine del vertice.

Già questa mattina Meloni – che “ha condiviso le valutazioni raccolte nel pomeriggio nei numerosi contatti telefonici avuti con alcuni partner europei, a partire dal cancelliere Merz e dal primo ministro Starmer” – aveva presieduto una video call per fare il punto sulla situazione.

sabato 28 febbraio 2026

Trump e Netanyahu, apostoli di pace, stanno destabilizzando il mondo ( da Lettera 43, di Costantino)

 

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea

Ci sono momenti in cui la geopolitica diventa immediatamente economia. Non tra mesi. Non tra settimane. Subito. La chiusura – anche solo parziale – dello Stretto di Hormuz seguita all’attacco su larga scala lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran (tra le vittime anche la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei anche se Teheran smentisce) è uno di quelli. Da quel tratto di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Quando quel passaggio diventa instabile, il mercato non aspetta di verificare quanti barili mancheranno davvero. Reagisce prima. Prezzi, assicurazioni, noli marittimi, tempi di consegna: tutto si muove all’istante. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell’Iran AlÏ Khamenei distrutta negli attacchi israeliani, Teheran, 28 febbraio 2026 (Ansa).

Il costo dell’incertezza sulle assicurazioni

Secondo Reuters, diversi operatori e trader hanno sospeso rallentato spedizioni di greggioprodotti raffinati e Gnl attraverso Hormuz dopo i raid statunitensi e israeliani; immagini satellitari mostrano navi ferme nei pressi degli hub del Golfo, mentre alcune metaniere hanno rallentato o modificato rotta. Non serve un blocco totale per generare uno shock: basta l’incertezza. A questo si aggiunge il costo del rischio. Il Financial Times riporta che gli assicuratori marittimi stanno rinegoziando al rialzo le coperture “war risk” e in alcuni casi cancellando polizze. Significa una cosa molto semplice: anche se formalmente il traffico non fosse completamente interrotto, il costo marginale dell’energia salirebbe comunque. E se sale il costo marginale, sale il prezzo finale. Nei giorni precedenti l’escalation, Reuters aveva già segnalato un balzo dei noli petroliferi ai massimi da sei anni, tra charter anticipati e timori di conflitto. Quando il rischio geopolitico incontra una capacità navale limitata, la bolletta si paga due volte: nel prezzo della materia prima e nel costo per trasportarla. Ma Hormuz è solo il primo collo di bottiglia. Il secondo si chiama Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi al Canale di Suez. Se anche quel passaggio tornasse stabilmente sotto attacco – come già accaduto nel 2024 con il crollo dei flussi energetici nel Mar Rosso documentato dall’EIA statunitense – le rotte verso l’Europa si allungherebbero di settimane passando attorno all’Africa, con un ulteriore aumento dei costi logistici e assicurativi. In quel caso il sistema globale entrerebbe in modalità di stress prolungato.

I tre scenari possibili

Gli scenari possibili sono tre. Il primo è uno shock breve. Il premio al rischio esplode, i prezzi salgono, ma il traffico riprende in tempi relativamente rapidi. Il mercato riassorbe. Restano però assicurazioni più care, scorte ricostituite a prezzi maggiori e un livello strutturale di volatilità più elevato. Il secondo scenario è una disruption di settimane, con traffico a singhiozzo. Qui inizia il problema serio. L’Asia – Cina e Giappone in testa – compete per garantirsi continuità nelle forniture. La Cina assorbe la quasi totalità delle esportazioni iraniane via mare; il Giappone dipende in modo massiccio dal Medio Oriente per alimentare le sue raffinerie. Se questi giganti devono sostituire o garantire volumi, pagheranno il premio necessario. L’Europa diventa price-taker. Energia più cara, Gnl più caro, prodotti raffinati più cari. Il terzo scenario è quello più destabilizzante: un conflitto prolungatoReuters ha già evidenziato il rischio che un’escalation estesa nel tempo possa trasformare uno shock in un cambio di regime. Se l’orizzonte si allunga, l’energia cara smette di essere un picco e diventa un nuovo equilibrio.

Manifestazione anti Stati Uniti in Iran (Ansa).

Perché l’Europa rischia grosso

Ed è qui che l’Europa si fa male. Gli Stati Uniti dispongono di una significativa produzione domestica di energia. L’Europa no. L’Europa importa, paga in dollari e, se l’euro si indebolisce, paga ancora di più. Ogni aumento del prezzo del petrolio o del gas si traduce in bollette più alte, carburanti più costosi, costi industriali crescenti. Si sente spesso dire che la perdita dei barili iraniani potrebbe essere compensata dall’OPEC. È vero che esiste una certa “spare capacity”, concentrata soprattutto in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ma trasformare questa possibilità teorica in barili effettivamente consegnati è un’altra questione. La spare capacity non è un interruttore che si accende in 24 ore. Servono decisioni politiche coordinate, tempi tecnici, valutazioni strategiche. Non tutta la capacità inutilizzata è immediatamente attivabile e non tutta è perfettamente sostituibile in termini qualitativi. Le raffinerie non possono cambiare miscela dall’oggi al domani. Ma soprattutto, anche ammesso che si produca di più, resta il problema logistico. Se Hormuz è instabile, il vero collo di bottiglia non è solo quanto si pompa, ma quanto si riesce a spedire e a quale costo. Produzione e trasporto non sono la stessa cosa. In un contesto di rischio militare, assicurazioni e noli possono diventare il limite reale dell’offerta effettiva.

Energia e logistica più care si riflettono sulle materie prime

C’è poi un elemento geopolitico che raramente viene evidenziato: un rialzo strutturale dei prezzi avvantaggia in modo diretto chi esporta fuori dal teatro del conflitto. In questo contesto, la Russia sarebbe tra i principali beneficiari, vedendo aumentare i ricavi senza subire direttamente il rischio logistico del Golfo. Lo shock, inoltre, non si ferma al petrolio. Energia più cara e logistica più costosa si riflettono sui costi delle materie prime industriali. Il rame, essenziale per reti elettriche, trasformatori, data center e infrastrutture digitali, è già sostenuto da una domanda strutturale legata all’elettrificazione e all’intelligenza artificiale. Se a questo si aggiunge un contesto di tensione energetica e shipping più caro, i costi dei grandi progetti industriali salgono ulteriormente. Il risultato è una parola che l’Europa conosce bene: stagflazione. Crescita che rallenta mentre l’inflazione resta elevata. Prezzi dei beni importati in aumento. Potere d’acquisto che si riduce. Investimenti rinviati perché il costo del capitale resta alto in un contesto di incertezza. Industria energivora sotto pressione. Spazio fiscale che si restringe mentre aumentano le richieste di sostegno pubblico.

Un data center (Ansa).

Le conseguenze di una incertezza prolungata

Il tempo è il vero moltiplicatore. Uno shock si assorbe. Un’incertezza prolungata cambia il regime economico. Se l’operazione militare durerà a lungo, come è stato dichiarato, l’Europa non si troverà davanti a una semplice fiammata dei prezzi, ma a un equilibrio più costoso e più instabile. E in questo equilibrio, per un continente strutturalmente importatore di energia e già esposto a tensioni commerciali e industriali, il conto rischia di essere particolarmente pesante. Non è una questione ideologica. È una questione di struttura economica. Quando i grandi choke point globali entrano in crisi, l’Europa paga più di altri. Perché importa energia. Perché compete con giganti asiatici per le stesse molecole. Perché ha meno margini per assorbire shock ripetuti. La domanda ora non è soltanto cosa accadrà nei prossimi giorni. La domanda è quanto a lungo il mondo resterà in questa zona di rischio. Perché se l’incertezza diventa permanente, il conto non sarà una fiammata. Sarà un nuovo equilibrio più costoso. E per l’Europa – e per l’Italia in particolare – sostenerlo sarà molto più difficile.