sabato 18 aprile 2026

Il 'male oscuro' degli insegnanti e della scuola in Italia ( da L'Unità, di Dorella Cianci)

 

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Parlando spesso con gli insegnanti, si può notare come c’è una parola ricorrente nelle loro frasi: “margine”. Non di certo perché la scuola sia davvero ai margini della società (anzi, in ogni emergenza le si chiede di reggere l’urto), ma perché chi la tiene in piedi, giorno dopo giorno, si sente progressivamente messo da parte. Gli insegnanti avvertono di essere chiamati a fare da educatori, mediatori, burocrati, psicologi in prima linea, con grandissime responsabilità quotidiane, mentre il riconoscimento pubblico resta intermittente e la fiducia istituzionale sembra misurarsi più in adempimenti formali che non in un autentico sostegno.

È proprio in questo “margine” che il “burnout” (stato di esaurimento fisico da stress) prende piede, laddove il dibattito pubblico si alterna fra retorica e solitudine fattuale. Partendo da quest’analisi, sia pur brevissima e sommaria, si intende fotografare lo stato di salute degli insegnanti (proprio nel Paese di don Milani, di Maria Montessori e di tantissime altre figure che hanno davvero contribuito a rendere grande la pedagogia).

Come stanno, dunque, i prof?

Presso l’Università Lumsa di Roma è nato, sul tema, il progetto Happy Teaching, un’app per monitorare, all’interno dell’Osservatorio Scuola e Benessere, il livello di stress dei singoli docenti all’interno delle comunità scolastiche. Nel Dipartimento di Scienze Umane, la direttrice Caterina Fiorilli ha descritto un quadro netto: un insegnante su due sperimenta periodi di stanchezza emotiva e cognitiva, tale da intaccare anche le prestazioni professionali. Per cui, nel momento in cui parliamo di burnout, dobbiamo anche renderci conto che siamo dinanzi a un malessere concreto: calo di attenzione, affaticamento già al mattino, irritabilità fino a patologie cardiovascolari o digestive, che a volte si fatica a riconoscere come legate all’ambiente di lavoro. È proprio su questo che l’Università Lumsa propone un approccio pragmatico con un’ app di automonitoraggio del benessere, testata in collaborazione con il Policlinico “A. Gemelli”, in cui vengono somministrati questionari e un feedback “a semaforo”, pensato per aumentare la consapevolezza e l’orientamento della condizione fisica e psichica degli insegnanti.

Accanto a quest’idea, l’Osservatorio punta anche su una continuità nella raccolta dei dati e sul trasferimento delle conoscenze, in modo che il benessere non sia una parentesi da ricercare di tanto in tanto, ma una variabile strutturale presa in considerazione anche dalle politiche scolastiche. In tal senso, lo sguardo europeo va proprio in questa direzione: non bisogna trattare il burnout come un problema individuale, ma come uno spiacevole esito di un sistema. La piattaforma educativa della Commissione UE aggiunge che il benessere degli insegnanti dipende da fattori come il carico di lavoro, ma anche da condizioni ambientali della comunità scolastica.

In questo dibattito può entrare anche il Patto Educativo Globale di Bergoglio, ripreso totalmente dall’attuale Pontefice, in cui si chiede di ricostruire il “villaggio dell’educazione”, rimettendo la persona al centro dei processi educativi. Quest’idea, implicitamente, parla anche di burnout, poiché se l’educazione è responsabilità condivisa, allora la scuola non può essere lasciata sola a gestire le fragilità sociali (sempre più in aumento nella società complessa). Alla luce di queste considerazioni, la domanda, dunque, non è più soltanto “come stanno gli insegnanti”, ma l’Osservatorio Lumsa punta a chiedere “quale scuola stiamo costruendo, se chi educa è in seria difficoltà”.

Purtroppo vanno segnalati ulteriori dati negativi, che contribuiscono alla “fatica strutturale” della scuola italiana: le risorse carenti, a iniziare dagli edifici. Il XXIII Rapporto di Cittadinanza Attiva precisa che circa la metà degli edifici scolastici ha più di sessant’anni, per cui una quota consistente è stata costruita prima del ’76, cioè prima della normativa antisismica. Questo contribuisce a far sentire gli insegnanti come professionisti “messi da parte”, anche rispetto alle infrastrutture e ai servizi. La ricerca internazionale fornisce delle indicazioni concrete. Occorrono procedure di semplificazione rispetto alle questioni burocratiche e personale di supporto, per togliere compiti non didattici ai docenti, cercando di rispettare un tempo “fuori dal lavoro”, che è necessario anche per ripartire con maggiore creatività, che è una delle basi dell’attività pedagogica.

L'ultimo regalo di Trump che ha innescato la crisi mediorientale: aumenta il costo dell'acqua minerale ( da Corriere Adriatico)

 

L'acqua minerale come la benzina: «Prezzi alle stelle, fino a 6 centesimi in più a bottiglia». E il rischio è di non trovarne più© Redazione

La crisi in Medio Oriente rischia di far salire i prezzi al dettaglio anche di bevande e acqua minerale al punto che una bottiglia da 1,5 litri potrebbe a breve costare fino a 5/6 centesimi di euro in più, determinando una stangata sui consumatori italiani da complessivi 606 milioni di euro annui. Ma non solo: potrebbero verificarsi anche carenze nelle forniture di acqua minerale a negozi e supermercati.

Dopo la benzina anche l'acqua

Lo afferma il Codacons, che è entrato in possesso di alcune comunicazioni formali di aggiornamento al rialzo dei prezzi da parte dei produttori di plastica per bottiglie, tappi, etichette e film utilizzati per l'acqua minerale e le bevande in generale. Una vicenda che finisce ora al vaglio dell'Antitrust, a cui l'associazione ha inviato un esposto affinché si accerti la legittimità delle pretese economiche e possibili fenomeni speculativi.

 

L'allarme del Codacons

Dai documenti esclusivi in possesso del Codacons emerge come «negli ultimi giorni una pluralità di operatori attivi nei settori delle materie plastiche e del packaging abbia trasmesso ai propri clienti comunicazioni accomunate dalla richiesta di revisione delle condizioni economiche dei contratti già in essere mediante l'introduzione di sovrapprezzi, surcharge o clausole di adeguamento straordinario con conseguente richiesta di rinegoziazione immediata dei contratti e, in taluni casi, con la previsione di sospensione delle forniture in assenza di accettazione delle nuove condizioni».

Richieste di aumento dei prezzi delle forniture che le aziende produttrici di acqua minerale, a causa del considerevole importo, non possono «internalizzare»: in base ai dati in possesso del Codacons, le pretese dei colossi della plastica potrebbero determinare un rincaro nell'ordine del +20% per l'acqua minerale e del +10% per le bevande analcoliche. A ciò si deve aggiungere il rischio, che proprio all'inizio della stagione più calda, il consumatore potrebbe non trovare la propria acqua minerale sugli scaffali a seguito della mancata consegna del polimero da parte dei produttori di plastica, conclude il Codacons.

 

I legami col Medio Oriente

«Tali comunicazioni - spiega ancora il Codacons - pur provenendo da soggetti diversi, arriverebbero a presentare una struttura argomentativa sorprendentemente uniforme richiamando il contesto geopolitico connesso al conflitto in Medio Oriente, l'aumento dei costi energetici e logistici, nonché la necessità di garantire la continuità delle forniture, per poi giungere, in modo pressoché automatico, alla conclusione secondo cui si renderebbe inevitabile una modifica delle condizioni economiche già pattuite. In alcune di queste comunicazioni viene introdotta una specifica voce denominata «War Med Surcharge», applicata in misura percentuale e con decorrenza immediata, sulla base dell'incremento del costo del carburante registrato nelle settimane successive all'inizio del conflitto».

«È indubbio che il conflitto in Medio Oriente abbia determinato tensioni sui mercati energetici e logistici, con inevitabili riflessi sui costi di produzione e trasporto. - evidenzia il Codacons - Tuttavia tali impatti risultano per loro natura progressivi, differenziati e non uniformemente distribuiti lungo l'intera filiera. Ne consegue che la traslazione immediata, generalizzata e standardizzata di aumenti sui clienti finali appare difficilmente giustificabile in termini di proporzionalità e causalità».

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di particolare gravità: «le richieste di aumento interverrebbero su contratti già perfezionati e in corso di esecuzione, e non si configurano come esito di una leale rinegoziazione, bensì come una vera e propria imposizione, spesso accompagnata - in forma esplicita o implicita - dalla prospettazione della mancata consegna della merce o della sospensione delle forniture in caso di mancata accettazione».