lunedì 11 maggio 2026

Rai e Commissione di vigilanza in stallo da 600 giorni. Giachetti inizia lo sciopero della fame (da La Repubblica)

 

Giachetti in sciopero della fame per lo stallo su vigilanza Rai: “No a bandiera bianca  istituzioni”_giachetti© fornito da La Repubblica

Continua lo sciopero della fame del deputato di Italia viva, Roberto Giachetti, iniziato una settimana fa “per chiedere, dopo quasi venti mesi, la fine della paralisi della commissione parlamentare di Vigilanza, bloccata dalla maggioranza, la nomina del presidente della Rai, anch'essa mancante da quasi due anni, e la ripresa in commissione al Senato della riforma della Rai", spiega Giachetti, protagonista di una iniziativa non violenta organizzata in mattinata davanti al palazzo di San Macuto, sede della commissione Vigilanza Rai.

"Il cartello bianco che ho deciso di appendermi addosso rappresenta la resa, la bandiera bianca delle istituzioni davanti a questa situazione di generale illegalità. La mia iniziativa non violenta è volta anche a dare corpo ai severi richiami lanciati ripetutamente dal presidente della Repubblica, e nonostante questo ignorati da governo e maggioranza. Mi oppongo a questa resa e non ho nessuna intenzione di arrendermi”, fa sapere il deputato di Iv che domani avrà un incontro alle 12.30 con la presidente della commissione Vigilanza Rai, Barbara Floridia.

Lunedì scorso Giachetti ha deciso di iniziare a digiunare per provare a “dare corpo ai richiami del presidente Mattarella”sulla paralisi della commissione Vigilanza Rai e far cessare questa situazione "inaccettabile", come ha spiegato nei giorni scorsi lui stesso. Perché “siamo di fronte a una condizione di oggettiva illegalità istituzionale”. Le parole del capo dello Stato sulla questione “sono state inequivocabili. Un richiamo netto, che tuttavia è caduto nel vuoto”.

Il 'Caso Regeni' è solo un pretesto. La tiratina d'orecchi di Meloni. FdI: Giuli vuole riprendersi il Ministero ( da Open.online, di Luca Graziani)

 

alessandro giuli papillon

«Alessandro Giuli non ha le posizioni di Fazzolari. Da questa storia della Biennale è uscito sconfitto e ha capito che in quest’ultimo anno che gli resta al governo deve provare a incidere facendo ciò che pensa davvero». In altre parole, il ministro stanco di sentirsi ‘commissariato’ da FdI avrebbe approfittato del pasticcio sul docufilm su Giulio Regeni per imprimere una svolta al suo ministero. A quanto apprende Open, è questa la lettura che circola in via della Scrofa nel day after dell’ennesimo terremoto che ha investito il Mic e l’incontro a palazzo Chigi con Meloni non è servito a cancellare i sospetti, anche se ha certamente abbassato la tensione. Come ha anticipato il Corriere domenica 10 maggio, Giuli alla fine ha messo alla porta Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e “fedelissimo” del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Oltre che Elena Proietti, alla guida della sua segreteria personale ed ex dirigente di Fratelli d’Italia in Umbria considerata vicina ad Arianna Meloni.

Il casus belli dell’allontanamento di Merlino sarebbe da ricercare negli strascichi della polemica nata dal mancato finanziamento del docufilm su Giulio Regeni, bocciato dalla commissione che assegna i contributi ministeriali. Una «inaccettabile caduta» secondo il ministro, che inizialmente aveva preso le distanze dalla decisione sostenendo che non fosse una scelta politica. Dentro Fratelli d’Italia però circola una lettura diversa in queste ore. Dopo aver subito la linea Fazzolari sul caso Biennale, che attraverso Merlino avrebbe spinto per il pugno duro contro Pietrangelo Buttafuoco sulla riapertura del padiglione russo, Giuli si sarebbe deciso a cambiare passo. A liberarsi una volta per tutte dal “commissariamento” in cui si è ritrovato dal giorno del suo arrivo al Collegio Romano, quando ereditò il capo della segreteria tecnica dal predecessore Gennaro Sangiuliano. Un altro giornalista prestato alla politica.

La frattura dopo il caso Biennale

È questa la ricostruzione che prende quota tra chi conosce bene gli equilibri interni di via della Scrofa, proprio mentre nel pomeriggio il ministro si intrattiene per più di un’ora a Palazzo Chigi per un incontro chiarificatore con la premier. Regeni sarebbe stato soltanto un «pretesto». Dietro le decisioni di Giuli ci sarebbe piuttosto il tentativo di riacquistare margini di autonomia dopo mesi di convivenza complicata con pezzi del partito che al Mic pesavano più del ministro. Ufficialmente, infatti, il capo della segreteria tecnica è accusato di non aver avvertito il ministro della possibile grana Regeni che si stava profilando in commissione. Una giustificazione che nel partito non convince: «Può anche essere che il film su Regeni abbia fatto da detonatore», ragiona qualcuno. «Ma non rimuovi una figura come Merlino per una cosa così, soprattutto a un anno dal voto. Suona più come una scusa».

Il ruolo di Merlino

Emanuele Merlino, figlio di Mario, volto storico di Avanguardia nazionale, è considerato un «purissimo» della Fiamma. Uno che conosce in maniera «viscerale» la destra e la sua storia. Non certo un semplice funzionario. Chi ha lavorato a stretto contatto con lui ultimamente racconta di ritardi e lentezze nella gestione dei dossier. «Ma il problema non è tecnico», riflette qualcuno. «Con la fine della legislatura dietro l’angolo non è credibile rivedere solo ora la squadra perché non funziona. È piuttosto un problema politico. E arriva proprio dopo il pasticcio della Biennale», quando Giuli si sarebbe ritrovato schiacciato su una linea non sua. «Lì Merlino ha tenuto una posizione netta contro Buttafuoco, quella di Fazzolari».

Il caso ha lasciato il segno. Il ministro «non voleva passare per censore, ma è quello che è successo», ragionano nel partito. Una vicenda che a Giuli «ha fatto male due volte: umanamente, per lo scontro con l’amico Pietrangelo, e politicamente», perché avrebbe portato alla luce le sue difficoltà nell’imporre una linea autonoma. Da qui un’insofferenza crescente. «Merlino era il migliore che aveva nel suo ministero. Il suo unico ‘problema’ è che era un uomo di Fazzolari». Ora, azzerato il vertice, il numero uno della Cultura spera di «uscire dal commissariamento» e giocarsi in autonomia l’ultima fase della legislatura.