mercoledì 3 giugno 2026

Venezia. Festa dell'Innovazione. Ospite Francesco Lotoro, fondatore e Presidente dell' Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria di Barletta

 


Il prossimo sabato 6 giugno il M° 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐋𝐨𝐭𝐨𝐫𝐨, presidente della 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐈𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐋𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐌𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐂𝐨𝐧𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚, con sede a Barletta, impegnata da circa 40 anni a raccogliere, preservare e promuovere la musica prodotta in campi di concentramento, sterminio e altri luoghi di cattività del mondo tra il 1933 e il 1953, sarà ospite a Venezia della 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐈𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 organizzata dal quotidiano “Il Foglio”. L'iniziativa – che si svolgerà presso la Casa di The Human Safety Net in Piazza San Marco  128 (all'interno delle Procuratie Vecchie) - , sarà una giornata volta a mettere a fuoco i temi più importanti dell'innovazione e del suo impatto sulla vita dei cittadini. Si parte la mattina alle 8,30 con la Rassegna Stampa Live a cura della Redazione de 'Il Foglio' e si proseguirà fino alle 18.00.


Ospiti di primo piano del mondo della cultura, delle istituzioni e dell'imprenditoria – citiamo tra gli altri Pietrangelo Buttafuoco (Presidente Biennale di Venezia), Michele De Pascale (Presidente Emilia Romagna), Aldo Grasso (Critico televisivo), Luca Guadagnino (Regista), Angelo Mazzetti (Public policy director di Meta), Damiano Michieletto (Regista teatrale e d'opera), Gilberto Pichetto Fratin (Ministro dell'ambiente) – si susseguiranno nell'arco della giornata dando vita a una ricca kermesse di interventi. 

L'incontro con Francesco Lotoro verterà sullo stato dell'arte nel campo degli studi sulla musica concentrazionaria, ambito nel quale il contributo della fondazione da egli presieduta costituisce un unicum a livello internazionale, sulle prospettive future di tale ricerca e sull'enorme interesse da essa suscitato tra studiosi e gente comune di tutto il mondo.


L'ingresso alla manifestazione è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria scrivendo all'indirizzo email innovazione@ilfoglio.it

Dacia Maraini: la scuola non è un'azienda ( da Orizzonte Scuola,it, di Andrea Carlino)

 

“La scuola non è un azienda”, Dacia Maraini: “Per me chiamare il preside o la preside ‘dirigente’ è già un errore”.

Bastano pochi minuti di conversazione con Dacia Maraini per capire che, per lei, la scuola è un’altra cosa. Non un’azienda, non un posteggio, non un ingranaggio della macchina produttiva.

Ospite della rubrica “I protagonisti” curata da Francesco Bunetto sul canale YouTube di Orizzonte Scuola, la scrittrice ha affidato a un’immagine forte il suo pensiero: la scuola è l’anima di un Paese, il luogo dove si costruisce il futuro. E se lo si dimentica, se si comincia a parlare di efficienza e produttività nei corridoi degli istituti, allora si perde qualcosa di irrinunciabile.

Per me chiamare il preside o la preside ‘dirigente’ è già un errore”, ha detto Maraini. “Vuol dire che si pensa debba dirigere un’azienda, mentre non è così. Il preside deve fare un lavoro culturale”. La proposta è chiara: separare la gestione economica – importante, riconosce – dalla leadership culturale, affidata a chi tiene le fila del discorso educativo. Altrimenti si finisce per desacralizzare la scuola, spogliandola del suo prestigio simbolico e insieme del sostegno economico che meriterebbe. “Non è possibile che gli insegnanti siano pagati meno di uno spazzino”, ha osservato senza mezzi termini.

Il modello tradizionale di trasmissione del sapere, secondo la scrittrice, non regge più. Oggi gli studenti chiedono un rapporto orizzontale, fatto di parità e partecipazione attiva. “Vogliono sentirsi protagonisti della ricerca, che sia scientifica, tecnologica, storica o letteraria”, ha spiegato Maraini, che frequenta assiduamente le scuole. L’obiettivo è costruire insieme la conoscenza, alimentando la creatività – un tratto che lei riconosce come forte nelle nuove generazioni.

Sul terreno accidentato della memoria, l’allarme è netto. La scrittrice ha denunciato la tendenza a trascurare la storia recente nei programmi scolastici. “Quando vado nelle scuole chiedo se hanno approfondito l’ultima guerra mondiale. Tutti mi dicono: no, non ci siamo arrivati”. Soste sui Sumeri e sugli Egizi, ma il Novecento resta un buco nero. “Non si insegna la storia da cui veniamo, e questo porta a ripetere gli stessi errori”, ha avvertito, auspicando che si cominci dal presente per risalire al passato.

La lettura, intanto, non dev’essere un obbligo. “L’obbligo scoraggia, bisogna contagiare con l’amore per la lettura”, ha detto Maraini, ricordando l’insegnante che ha letto Leopardi insieme alla classe, dando voce ai versi: alla fine gli studenti non volevano più smettere. Il punto è che la lettura è una “pratica di libertà”, e per trasmetterla servono docenti che leggano per primi.

C’è poi il nodo dell’impotenza giovanile. A chi le chiede “cosa possiamo fare?”, Maraini risponde che l’individualismo è una gabbia. “Il mondo sta bruciando, ci sono guerre, fame, tortura. Ma se ognuno mette la propria responsabilità e ci si mette insieme, le cose cambiano”. L’esempio del Sessantotto – nato dal basso, dagli studenti – serve a ricordare che qualsiasi potere ha bisogno di consenso. E che la protesta non violenta, fatta di parola e presenza, produce risultati.

Sul fronte degli intellettuali, il giudizio è severo. “I punti di riferimento più in alto sono disastrosi: solo il denaro conta, solo l’io conta”. Per resistere, bisogna coltivare il “noi”, l’empatia, la creatività. E anche liberarsi dalla dittatura dei social. “I social sono manipolabili, i libri no. Un libro significa che qualcuno ha passato anni ad approfondire un tema”. Non che i primi vadano abbandonati del tutto, ma per un pensiero complesso servono pagine, non schermi.

L’intervista ha toccato, poi, un tema ricorrente nel dibattito educativo: l’assenza di una vera educazione sentimentale nelle scuole. Maraini ha ricordato che dal 1861 a oggi nessuna riforma ha reso obbligatorio insegnare il rispetto dell’altro, la consapevolezza che “non si può possedere una persona”. “Siamo nel 2026 e non siamo ancora riusciti”, ha detto. “Non può essere un insegnante poveretto a rischiare la censura. Serve una decisione collettiva, a cominciare dalle elementari”.

Festival Salerno Letteratura, escluso Erri De Luca, a seguito delle sue contestate dichiarazione su Gaza ed il sionismo. Lo scrittore: il festival si è escluso da me

 

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Doveva essere Erri De Luca ad aprire l’edizione 2026 di Salerno Letteratura, in programma dal 13 al 20 giugno, ma il suo nome è improvvisamente scomparso dal cartellone inaugurale. La decisione arriva dopo le recenti dichiarazioni dello scrittore sul conflitto israelo-palestinese e sull’uso del termine genocidio riferito alla guerra a Gaza. A confermare la scelta è stato Gennaro Carillo, direttore artistico della manifestazione insieme a Paolo Di Paolo. Intervistato da Il Mattino, Carillo ha respinto le accuse di «censura», spiegando che la decisione è maturata per evitare possibili strumentalizzazioni.

«Abbiamo ritenuto opportuno riconsiderare la decisione iniziale – ha dichiarato – perché la prolusione inaugurale rappresenta in qualche modo l’identità culturale del festival e presuppone una condivisione di vedute con chi la commissiona, soprattutto rispetto a una tragedia umanitaria come quella che si sta consumando a Gaza». Al posto dell’intervento di De Luca, l’apertura della rassegna sarà affidata a un dialogo tra gli stessi direttori artistici. Allo scrittore era stato comunque proposto un altro spazio all’interno del programma, ma De Luca ha preferito rinunciare dopo la revoca dell’incarico inaugurale.

La replica dello scrittore

«Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me». È la replica dello scrittore, che all’Ansa ha liquidato in una battuta la questione della cancellazione della prolusione che avrebbe dovuto tenere alla manifestazione. De Luca non vuole aggiungere nessun commento e forse «pure questa alla fine è una dichiarazione», afferma.

Le parole di Erri De Luca su Gaza e sionismo

Al centro dell’esclusione ci sono le dichiarazioni rilasciate dallo stesso De Luca a Gerusalemme alla fine di maggio. In quell’occasione lo scrittore aveva contestato l’uso del termine genocidio per descrivere la guerra a Gaza, definendone l’applicazione al conflitto una «distorsione storica e verbale». De Luca era intervenuto anche sul significato del termine sionismo, sostenendo che oggi venga spesso utilizzato in senso negativo per identificare le politiche dello Stato di Israele.

In un’intervista di maggio all’Ansa aveva spiegato di considerarlo invece «il movimento politico che ha portato alla nascita dello Stato israeliano», aggiungendo che «sionista è chi riconosce questo diritto» e che chi sostiene una soluzione fondata su due Stati riconosce implicitamente anche l’esistenza di Israele. «Il sionismo non è espansionismo, che anzi ne rappresenta un tradimento», aveva concluso. Le sue parole hanno provocato reazioni critiche da parte di diversi ambienti culturali e politici.

Il despota assassino Putin pretende di bombardare l'Ucraina ma non tollera risposte adeguate. Perciò promette rappresaglie ( da L'Unità) Despota assassino ed anche pazzo, come il suo con amicone americano

 Uno smacco per la difesa russa e per il Cremlino. Poco prima dell’alba di mercoledì un massiccio attacco di droni ucraini ha colpito la città di San Pietroburgo, secondo centro per importanza della Federazione Russa che proprio oggi ospita il giorno di apertura del tradizionale Forum economico internazionale, la versione russa dell’appuntamento svizzero di Davos.

A San Pietroburgo sono attesi circa 20mila ospiti internazionali provenienti da 130 Paesi per confrontarsi nell’evento annuale, della durata di tre giorni, che prima del conflitto in Ucraina era il principale appuntamento della Russia per attirare investitori e aziende occidentali. Venerdì allo Spief è atteso anche il discorso del presidente russo Vladimir Putin.

Come rivendicato dal leader ucraino Volodymyr Zelensky, nella notte le forze armate di Kiev hanno colpito “obiettivi importanti sul territorio della Russia”. Tra questi “il terminale petrolifero di San Pietroburgo” ma anche “obiettivi puramente militari nella base di Kronstadt”, dove vengono prodotti i droni russi utilizzati per colpire l’Ucraina. Nel mirino sarebbe finito in particolare lo stabilimento Progress, che produce apparecchiature per sistemi di controllo per l’aviazione e la tecnologia missilistica: la Michurinsky Plant “Progress” JSC è una grande impresa industriale specializzata in ingegneria meccanica ad alta tecnologia.

Le autorità russe hanno confermato gli attacchi subiti e riferito di diversi feriti provocati dai droni ucraini. Il governatore russo della città di San Pietroburgo, Alexander Beglov, ha dichiarato che “diverse” infrastrutture sono state danneggiate ma che non ci sono state vittime.

Gli abitanti di San Pietroburgo hanno pubblicato foto e video di forti esplosioni e di un vasto incendio mentre la città veniva attaccata da droni ucraini all’alba, con una enorme nube nera che ha avvolto la metropoli che conta su oltre 5 milioni di abitanti.

Plumes of black smoke are seen over St.Petersburg, Russia, Wednesday, June 3, 2026, after a Ukrainian drone attack. (AP Photo)

Non si è fatta attendere la reazione del Cremlino. Il portavoce del presidente, Dmitry Peskov, ha annunciato che la Russia continuerà le sue rappresaglie “sistematiche” agli attacchi ucraini. “Voglio ricordarvi la dichiarazione del ministero degli Esteri, che afferma che le nostre risposte saranno di carattere sistematico, e in effetti lo sono già”, ha detto ai giornalisti Peskov, citato dall’agenzia Interfax.