Il canone Rai rientra nel confronto sulla Manovra 2026. A riportarlo al centro della partita è un emendamento presentato al Senato dai relatori di Forza Italia, Claudio Fazzone e Roberto Rosso. La proposta apre alla possibilità di abbassare la tassa sulla tv, ma a una condizione precisa: lo Stato deve trovare risorse pubbliche dello stesso valore per coprire il minor incasso destinato al servizio pubblico.
La novità è nel testo all’esame della commissione Ambiente di Palazzo Madama, dove va avanti la riforma della Rai. L’emendamento firmato dai due relatori, entrambi di Forza Italia, prevede che un’eventuale “variazione negativa” del canone Rai sia accompagnata da “altre corrispondenti forme compensative di finanziamento pubblico” per la società concessionaria.
In sostanza, il canone potrebbe diminuire per gli utenti, ma il totale delle risorse destinate alla Rai non dovrebbe calare. È questo il punto, politico e finanziario, della proposta. Il tema arriva mentre il governo lavora alla legge di Bilancio e, come spesso accade in questa fase dell’anno, il finanziamento del servizio pubblico torna sul tavolo. Per ora, però, non c’è nulla di definitivo. Il testo dovrà essere votato in commissione e poi seguire il percorso parlamentare.
Famiglie e bolletta elettrica: oggi si pagano 90 euro in dieci rate
Oggi il canone Rai vale 90 euro all’anno e viene addebitato nella bolletta elettrica dell’abitazione di residenza. Il pagamento è diviso in dieci rate mensili da 9 euro, di solito da gennaio a ottobre, secondo il sistema introdotto per ridurre l’evasione.
Il principio è semplice, almeno sulla carta: chi ha un’utenza elettrica domestica residente viene considerato possessore di un televisore. Chi non ha alcun apparecchio tv può evitare l’addebito, ma deve inviare ogni anno una dichiarazione di non detenzione all’Agenzia delle Entrate. Una procedura conosciuta, ma non sempre agevole per tutti, e ancora tra i passaggi più contestati dai contribuenti.
Resta aperto anche il tema della permanenza del canone in bolletta. Il testo in discussione, al momento, non elimina automaticamente questo meccanismo. Fissa soltanto una condizione per un eventuale taglio: se l’importo pagato dalle famiglie scende, da un’altra voce devono arrivare soldi per lo stesso valore. Solo in quel caso la riduzione si vedrebbe nei pagamenti diretti degli utenti.
Coperture, il vero nodo: meno canone, più peso sulla fiscalità generale
Il punto centrale resta quello delle coperture. Ridurre il canone Rai senza ridurre le entrate della concessionaria significa spostare una parte del finanziamento: non più solo dal prelievo specifico in bolletta, ma da altre risorse pubbliche, comprese quelle della fiscalità generale.
Per le famiglie l’effetto più visibile potrebbe essere una cifra più bassa alla voce canone. Il costo del servizio pubblico, però, continuerebbe a pesare sulla collettività, solo attraverso un canale diverso. Non è un dettaglio. Cambia il modo in cui i cittadini percepiscono il finanziamento della Rai e cambia anche la certezza delle risorse su cui l’azienda può contare.
Nell’emendamento si parla della necessità di garantire risorse “adeguate, sostenibili e prevedibili”. Una formula tecnica, ma decisiva. Vuol dire che un eventuale taglio non dovrebbe tradursi, almeno nelle intenzioni dei proponenti, in un indebolimento dei conti del servizio pubblico. La misura, però, dovrà fare i conti con gli spazi della Manovra, già stretti tra pensioni, fisco, scuola e aiuti alle famiglie.
Rai e indipendenza, lo scontro politico sui finanziamenti futuri
La partita non è solo di bilancio. Se una parte del canone venisse sostituita da un maggiore finanziamento pubblico, si aprirebbe anche un tema politico: l’indipendenza della Rai dalle scelte annuali del governo e del Parlamento. Su questo punto l’opposizione ha già alzato il tono dello scontro.
La senatrice Barbara Floridia del Movimento 5 Stelle ha criticato l’impostazione dell’emendamento. Secondo Floridia, un finanziamento più legato alla manovra annuale renderebbe la Rai più esposta alle decisioni dell’esecutivo di turno. Per il M5S, invece, le risorse dovrebbero essere collegate al contratto di concessione, che ha una durata più lunga e garantirebbe maggiore stabilità.
La questione resta quindi aperta su due fronti. Da un lato c’è quanto i cittadini dovranno pagare direttamente per il canone Rai e se l’addebito continuerà a passare dalla bolletta elettrica. Dall’altro c’è il modello di finanziamento del servizio pubblico: più legato a un tributo riconoscibile, oppure più dipendente dalle scelte di bilancio dello Stato. La risposta arriverà con l’esame della Manovra e della riforma Rai in Parlamento