“In 4 in famiglia, muoversi per le vacanze in Italia è ormai impossibile: anche quest’anno andremo all’estero”
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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un nostro lettore che ci ha raccontato la sua esperienza per quest’estate spiegando come, di fatto, i rincari lo hanno “costretto” a cambiare le sue abitudini quando si parla di vacanze estive. Eppure, ci racconta, sia lui che sua moglie sono dipendenti statali con uno stipendio considerato anche alto rispetto alla media. Ma fatte un po’ di valutazione, spiega che alla fine ha optato per una vacanza all’estero. Il suo racconto termina con un amaro sfogo: “Di cosa discutiamo? L'Italia non può essere più considerata una meta per i suoi cittadini e per famiglie, così viene meno anche la voglia di viaggiare e apprezzare il patrimonio nazionale”. Negli ultimi dieci anni, come emerso da una recente indagine del Centro di formazione e ricerca sui consumi (C.r.c.) che ha messo a confronto i listini di beni e servizi del 2016 con quelli in vigore oggi, gli italiani sono stati di fatto costretti a cambiare le loro abitudini: dai rincari dei biglietti aerei a quelli degli hotel, le vacanze per molti sono diventate sempre più un lusso.
Siamo una famiglia di quattro persone e muoversi per le vacanze è diventato davvero una missione impossibile, soprattutto in Italia. Un esempio è quest'anno: dopo avere vagliato per un paio di mesi destinazioni di mare in Puglia, Calabria e/o isole italiane, alla ricerca di un appartamento senza tante pretese ma pulito e dignitoso, ci siamo arresi di fronte ai costi elevati a settimana, anche 1200 euro per case di 50 metri quadri, con letti a castello quando fortunati.
Ci siamo arresi ai costi dell'intero soggiorno, cibo, benzina, ristoranti, spiaggia. Eppure io e mia moglie siamo dipendenti statali, con stipendi considerati alti rispetto la media. Alla fine abbiamo optato, ancora, per vacanze all'estero: Mar Rosso, dove un Resort 4 stelle, all-inclusive, costa 2.200 euro per due camere e quattro persone per 2 settimane tra luglio e agosto.
Di cosa discutiamo? L'Italia non può essere più considerata una meta per i suoi cittadini e per famiglie, così viene meno anche la voglia di viaggiare e apprezzare il patrimonio nazionale.
Gabriella Carlucci torna in televisione. Ci ritorna dopo 16 anni dall’ultima edizione di Melevisione, Ci torna con un programma tutto suo: «Dal 3 ottobre, ogni sabato alle 10,15 su Rai 2, insieme ad Adriana Volpe condurrò Job: Missione lavoro», confessa per la prima volta a La Stampa.
E c'era chi pensava un giorno di vederla a Ballando con le stelle accanto a sua sorella Milly. «L’intrattenimento fa parte della Gabriella del passato: ora sono cambiata e vorrei passare all’approfondimento. Job: Mission e lavoro è un progetto che accarezzavo da anni e finalmente vedrà la luce - dice ancora al quotidiano di Torino - Sarà una sorta di talent showc he mette in contatto chi cerca lavoro con le aziende che necessitano di personale. Seguiremo tutta la selezione, fino all’assunzione finale, con il supporto del Ministero del Lavoro».
E’ la Carmen che non t’aspetti, elegante, trasparente per scrittura, di una inedita limpidezza rispetto a certe forme estreme di drammaticità quella andata in scena sabato 25 luglio, per la prima volta nella storia, al festival della Valle d’Itria. Una Carmen “sulle punte”, come l’aveva definitaFabio Luisi alla vigilia del debutto di questa versione mai ascoltata di uno dei capolavori dell’opera, e tra i titoli più rappresentati in assoluto. Grazie al lavoro del musicologo francese Paul Prévost infatti, a Martina è stata proposta la prima versione di Carmen, composta nel 1874 daBizetprima che la direzione dell’Opéra-Comique di Parigi e i cantanti imponessero significativi cambiamenti alla partitura.
Il più emblematico riguarda l’aria più famosa, l’Habanera. Diventata nel tempo l’inno della seduzione per eccellenza (con quel canto, nel primo atto, una sigaraia seduce un poliziotto che per lei si fa brigante e che infine la uccide), l’Habanera non c’è nella prima stesura. Su un testo simile, Carmen canta un motivo molto più leggero, un’aria che sembra una canzone. I toni sono meno caricati, e lo sottolinea la scelta di Denis Krief, il regista, di mettere tra le mani delle sigaraie non garofani o rose rosse ma rametti di mimose (come nella novella di Mérimée).
La seconda grande differenza riguarda l’uso dei “melologhi”, dialoghi parlati accompagnati da una musica d’orchestra altrettanto elegante e trasparente: una sfida per gli equilibri sonori che il tempo ha cancellato, lasciando che la tradizione virasse verso il melodramma. Proprio il peso della tradizione rischiava di essere il principale avversario di quest’operazione, se non fosse che a sostenerla ci fosse un’autorità del gusto – oltre che del podio - come Fabio Luisi.
Luisi non aveva mai diretto Carmen perché – aveva dichiarato – dissentiva dalla tradizione verista che aveva ammantato un’opera invero leggera ed elegante. E’ indubbio che questa partitura lo convinca. Lo si avverte già dall’attacco dell’ouverture, con la spinta e gli impulsi, pieni e carnosi, dei violoncelli, posti a sinistra del direttore, seguiti dai primi violini, con la spalla dei primi e la spalla dei violoncelli in dialogo nei tanti meravigliosi melologhi.
L’Orchestra del Petruzzelli sembra rigenerata ed è in forma smagliante, come il Coro che festeggia l’ultima – felicissima - collaborazione con Marco Medved, ormai prossimo al trasferimento a Berlino. A rendere speciale la riuscita di questa impresa che ha riunito a Martina musicologi e critici da ogni dove è stato il cast, con una prova altissima di carisma oltre che di musica e interpretazione in particolare dei due protagonisti, il mezzosoprano turco-tedesco Deniz Uzun (una Carmen impressionante sul piano scenico e vocale) e il tenore Matteo Lippi (Don José) che qualche piccola sporcatura nel finale ha reso umano dinanzi a una vicenda torbidissima.
La regia di Denis Krief, assai distante dell’invadenza del grand-opéra, è andata per sottrazione, con un unico piano inclinato prospettico a disegnare la scena. Unica variante un letto rosso – nel camerino del torero Escamillo? - dove Carmen e Escamillo si giurano amore, prima dell’omicidio di Carmen su quello stesso letto. Krief firma anche i costumi (in collaborazione con Carla Galleri), qui senza folklore di maniera, se non fosse per le ballerine rosse di Carmen che però indossa un abito in seta indiana e un giubbetto con gli elefanti. Carmen va in scena ancora il 28 e il 31 luglio e il 2 agosto, nel Palazzo Ducale a Martina Franca.
Firmato l’Accordo di valorizzazione tra il Ministero della Cultura e l’Università di Bologna per trasformare Villa Zeri a Mentana (Roma), la storica dimora di Federico Zeri, in un polo culturale pubblico dedicato a ricerca, formazione, mostre e produzione culturale. Farà parte dei Musei del Lazio del Ministero.
Villa Zeri, la storica dimora di Mentana (Roma) appartenuta a Federico Zeri, entra ufficialmente nella rete museale nazionale e si prepara a diventare un nuovo polo pubblico dedicato alla ricerca, alla formazione, alla conservazione e alla produzione culturale. È stato infatti sottoscritto l’Accordo di valorizzazione tra il Ministero della Cultura e l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna per avviare un progetto pluriennale destinato a restituire progressivamente alla collettività uno dei luoghi più significativi legati alla figura di uno dei maggiori storici dell’arte italiani del Novecento.
La villa, che appartiene all’Università di Bologna, sarà inserita nel Sistema museale nazionale come luogo della cultura affidato all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione musei nazionali della città di Roma. L’accordo è stato firmato dal direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, Luca Mercuri, e dal rettore dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Giovanni Molari, dando avvio a una collaborazione che coinvolgerà anche la Fondazione Federico Zeri nella definizione delle attività di valorizzazione e gestione culturale del complesso. L’obiettivo è trasformare Villa Zeri in un centro permanente capace di coniugare memoria e contemporaneità, conservazione e ricerca, studio e partecipazione pubblica. Un luogo nel quale l’eredità scientifica dello storico dell’arte non sarà soltanto conservata, ma resa nuovamente produttiva attraverso mostre, incontri, attività formative, progetti editoriali e iniziative rivolte a studiosi, studenti, artisti e cittadini.
Villa Zeri. Foto: Ministero della CulturaVilla Zeri. Foto: Ministero della CulturaVilla Zeri. Foto: Ministero della Cultura
“Villa Zeri entra a far parte della rete museale nazionale e si prepara a diventare un luogo di studio, formazione e produzione culturale”, ha dichiarato il ministro della Cultura Alessandro Giuli. “La dimora di Mentana custodisce la memoria di Federico Zeri, uno dei più autorevoli storici dell’arte del Novecento, insieme al suo metodo e alla sua idea della conoscenza come esercizio critico. L’accordo con l’Università di Bologna consentirà di consegnare progressivamente questo patrimonio alla fruizione pubblica e di aprirlo a studiosi, artisti e cittadini. È compito delle istituzioni trasformare le grandi eredità della cultura italiana in capitale pubblico e consegnarle alle giovani generazioni per generare ricerca, creatività e nuova partecipazione”
Edificata all’inizio degli anni Sessanta su progetto dell’architetto Andrea Busiri Vici, Villa Zeri fu concepita come uno spazio unitario nel quale vita privata, studio e conservazione delle opere convivessero in un equilibrio strettamente legato al metodo di lavoro dello storico dell’arte. Per decenni la residenza di Mentana è stata un punto di riferimento per studiosi, collezionisti e istituzioni culturali, custodendo non soltanto una parte importante della memoria personale di Zeri, ma anche il suo rapporto con le immagini, con la ricerca e con l’analisi critica delle opere d’arte.
La trasformazione della villa in luogo della cultura pubblico nasce proprio dalla volontà di preservare questo patrimonio immateriale, fatto di libri, archivi, strumenti di studio, ambienti e modalità di lavoro che hanno caratterizzato l’attività di Federico Zeri. Il progetto mira dunque a valorizzare non soltanto la dimora in sé, ma anche il metodo dello studioso e il suo contributo alla storia dell’arte italiana e internazionale. Il programma di valorizzazione, significativamente intitolato Villa Zeri. Abitare le immagini, prevede una serie di interventi progressivi destinati a riqualificare, conservare e rendere accessibile il complesso. Le attività accompagneranno la futura apertura al pubblico della villa e il suo stabile inserimento nella rete museale nazionale, con una proposta culturale capace di unire ricerca scientifica, formazione specialistica e divulgazione.
Villa Zeri. Foto: Ministero della CulturaVilla Zeri. Foto: Ministero della Cultura
Tra gli obiettivi del programma figurano la realizzazione di mostre temporanee dedicate ai principali temi affrontati dallo storico dell’arte durante la sua carriera, l’organizzazione di convegni e seminari specialistici, lo sviluppo di attività didattiche e progetti editoriali, oltre alla promozione di percorsi di alta formazione in collaborazione con l’Università di Bologna, la Fondazione Federico Zeri e una rete di università, musei e istituti di ricerca italiani e internazionali.
Il progetto prevede inoltre la progressiva musealizzazione di una parte della villa, l’avvio di attività di conservazione e restauro e la realizzazione di residenze d’artista. L’intento è creare un dialogo continuo tra la memoria storica del luogo e le pratiche culturali contemporanee, facendo della dimora di Mentana uno spazio dinamico e aperto alla produzione di nuove conoscenze.
L’ingresso di Villa Zeri nella rete museale nazionale si inserisce in una più ampia strategia promossa dalla Direzione generale Musei e dall’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo per consolidare e ampliare, nel territorio romano e non solo, una rete dedicata alle case museo, ai luoghi della memoria e alle dimore di studiosi e artisti.
Di questa rete fanno già parte realtà come la Casa Museo Mario Praz, la Casa Museo Boncompagni Ludovisi, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, Casa Pasolini e Casa Balla. Villa Zeri rappresenta dunque un nuovo tassello di un sistema culturale diffuso che punta a valorizzare le grandi personalità della cultura italiana attraverso gli spazi nei quali hanno vissuto, lavorato e prodotto il proprio pensiero. Il progetto si collega inoltre agli obiettivi del Piano Olivetti, orientato alla diffusione culturale e al riequilibrio territoriale, promuovendo una maggiore partecipazione anche al di fuori dei tradizionali poli centrali delle grandi città. La villa di Mentana potrà così diventare un luogo capace di generare nuove relazioni tra istituzioni, comunità locali, studiosi e pubblico.
“Con questo accordo”, dice Giovanni Molari, rettore dell’Università di Bologna, “assicuriamo una prospettiva di lungo periodo alla valorizzazione di Villa Zeri, un luogo di straordinario valore culturale e simbolico legato alla figura di Federico Zeri. Grazie alla collaborazione con il Ministero della Cultura e con l’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, la Villa potrà svilupparsi come casa-museo, centro di ricerca e spazio aperto alla comunità, nel segno della divulgazione, dello studio e della fruizione pubblica del patrimonio culturale. È un risultato importante che consente di trasformare Villa Zeri in un polo museale e culturale stabile dedicato alla figura e all’eredità di Federico Zeri. Siamo molto grati a Federico Zeri che ha scelto l’Università di Bologna quale custode della sua eredità culturale, affidandole un patrimonio che continua a essere fonte di ricerca, conoscenza e crescita per la collettività”.
Federico ZeriFederico Zeri
“Con Villa Zeri”, aggiunge Luca Mercuri, direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo - Direzione musei nazionali della città di Roma, “si amplia la rete dei luoghi della cultura affidati all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, che negli ultimi anni si è progressivamente consolidata attorno alle case museo, alle dimore d’autore e ai luoghi della creatività contemporanea. Dopo l’acquisizione di Casa Pasolini e quella, più recente, di Casa Balla, Villa Zeri aggiunge un tassello fondamentale a un progetto che sta trasformando questi luoghi in centri vivi di ricerca, esposizione, formazione, produzione culturale e partecipazione, profondamente connessi con le comunità e con le istituzioni dei territori nei quali sorgono. Con il programma Abitare le immagini vogliamo restituire pienamente alla collettività non soltanto la casa di Federico Zeri, ma anche il suo metodo di lavoro, il suo sguardo e la sua idea di storia dell’arte, facendo della villa un punto di riferimento nazionale e internazionale per gli studi, la divulgazione e la produzione culturale”.
“Villa Zeri rappresenta un caso emblematico di come la valorizzazione del patrimonio culturale possa svilupparsi dalla collaborazione virtuosa tra istituzioni diverse e tradursi in nuove opportunità di partecipazione e sviluppo dei territori”, afferma Alfonsina Russo, Capo del Dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale. “Avevo avuto modo di conoscere e apprezzare questo luogo straordinario già nel corso del mio precedente incarico come Soprintendente sul territorio, cogliendone le significative potenzialità culturali, che oggi trovano piena espressione in questo accordo. L’ingresso della villa nel Sistema museale nazionale consentirà di restituire progressivamente questo luogo alla fruizione pubblica e di rafforzare la rete delle case museo e delle dimore d’autore attraverso un progetto aperto, accessibile e rivolto a pubblici sempre più ampi e diversificati”.
“È motivo di particolare soddisfazione vedere oggi prendere forma un progetto al quale avevo dato impulso come Direttore generale Musei e che il Dipartimento per le Attività culturali potrà continuare a sostenere nelle sue future prospettive di sviluppo”, conclude Massimo Osanna, Capo del Dipartimento per le Attività culturali. “Villa Zeri rappresenta un modello innovativo di istituzione culturale, nel quale patrimonio culturale, ricerca, produzione artistica e formazione dialogano in modo permanente. Non soltanto una casa museo, ma un luogo capace di generare nuove conoscenze, ospitare attività culturali, mostre, residenze d’artista, iniziative formative e occasioni di confronto tra discipline e linguaggi diversi, restituendo piena attualità all’eredità intellettuale di Federico Zeri. Un progetto che il Dipartimento sarà lieto di accompagnare, nella convinzione che il patrimonio debba diventare sempre più un motore di creatività, produzione culturale e partecipazione, capace di mettere in relazione memoria e contemporaneità”.
I teatri condominiali dell’Italia centrale sono stati riconosciuti patrimonio dell’umanità UNESCO
Dal Settecento sono il cuore della vita culturale di piccoli borghi tra Marche, Umbria ed Emilia-Romagna: oggi i teatri condominiali entrano nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO
Ufficio StampaGli interni dello spettacolare Teatro dell'Aquila
L’Italia conquista un nuovo riconoscimento UNESCO e, ancora una volta, a essere premiato è un patrimonio che non ha eguali nel mondo. Il Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Busan(in Corea del Sud), ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale i teatri condominiali dell’Italia centrale, un patrimonio diffuso unico composto da 10 teatri storici distribuiti tra Marche, Emilia-Romagna e Umbria.
Non si tratta semplicemente di splendidi edifici storici, ma di un vero e proprio “sistema” nato tra Settecento e Ottocento in cui erano gli stessi cittadini a finanziare, costruire e condividere la proprietà del teatro, trasformandolo nel cuore della vita culturale della comunità. Ancora oggi questi gioielli architettonici custodiscono sale eleganti e palchi decorati che hanno visto secoli di spettacoli, musica e tradizioni, rappresentando una tappa imperdibile per chi ama scoprire luoghi ricchi di storia e di fascino.
Un nuovo emozionante riconoscimento che porta a 62 il numero dei siti italiani iscritti nella lista UNESCO.
Perché i teatri condominiali entrano nella lista UNESCO
I teatri condominiali rappresentano un fenomeno tutto italiano. Tra il Settecento e l’Ottocento, nei piccoli centri dell’Italia centrale, cittadini, nobili e amministratori locali decisero di unirsi per costruire spazi destinati agli spettacoli, diventandone comproprietari attraverso una sorta di “condominio” ante litteram.
In un’epoca in cui il teatro era spesso riservato alle corti aristocratiche, questi edifici permisero anche agli abitanti dei borghi di assistere all’opera, alla musica classica e ad altri spettacoli dal vivo. Le loro eleganti sale a palchi divennero così veri centri della vita comunitaria, contribuendo alla diffusione della cultura ben oltre le grandi città.
Ufficio StampaTeatro dell’Aquila è nuovo patrimonio UNESCO nel sistema di teatri condominiali
Più che semplici edifici storici, quindi, questi teatri raccontano una storia di partecipazione collettiva: furono infatti le comunità locali a investire nella loro costruzione e a mantenerli vivi nel corso dei secoli. È proprio questo modello, che unisce valore architettonico, funzione culturale e identità civica, ad aver convinto l’UNESCO a riconoscere il sito come patrimonio dell’umanità.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito i teatri condominiali “gioielli architettonici” e una “infrastruttura culturale italiana di eccellenza”, sottolineando come abbiano consentito per oltre due secoli anche agli abitanti dei piccoli centri di accedere all’opera, alla musica classica e agli spettacoli dal vivo.
Grande soddisfazione è stata espressa anche dal presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, promotore della candidatura, che ha definito la decisione del Comitato UNESCO “un risultato storico per le Marche e per l’intero sistema teatrale e culturale regionale e nazionale”, sottolineando come il riconoscimento confermi “il valore universale di un patrimonio unico al mondo”.
Emozione anche da parte di Lucia Chiatti, direttrice generale della Fondazione Pergolesi Spontini, che gestisce il Teatro Pergolesi di Jesi. In un’intervista a La Repubblica ha raccontato di aver atteso “con trepidazione” l’esito di un percorso avviato nel 2020, definendolo una sfida impegnativa che ha permesso di riscoprire e valorizzare ancora di più il patrimonio rappresentato da questi teatri e il lavoro svolto ogni giorno per custodirlo.
I 10 teatri diventati patrimonio UNESCO
Sono 10 i teatri condominiali che entrano nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Ecco quali sono:
Teatro Angelo Mariani, Sant’Agata Feltria (Emilia-Romagna)
Teatro Pergolesi, Jesi (Marche)
Teatro Ventidio Basso, Ascoli Piceno (Marche)
Teatro Serpente Aureo, Offida (Marche)
Teatro dell’Aquila, Fermo (Marche)
Teatro Lauro Rossi, Macerata (Marche)
Teatro Feronia, San Severino Marche (Marche)
Teatro Gentile, Fabriano (Marche)
Teatro Bramante, Urbania (Marche)
Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, Spoleto (Umbria).
Il nuovo riconoscimento UNESCO è anche un invito a esplorare alcuni dei borghi più affascinanti dell’Italia centrale. Molti di questi teatri sono ancora oggi utilizzati per stagioni liriche, concerti, spettacoli di prosa e festival, permettendo ai visitatori di vivere non solo la bellezza delle loro architetture, ma anche la loro funzione originaria.