sabato 15 agosto 2026

Futuro Nazionale su nei sondaggi. E Vannacci difende il patriarcato ( da Baritalia News, di Claudia De Napoli).Ritorno al peggior passato ( P.A.)

 

Futuro Nazionale supera Lega e Forza Italia, Vannacci esulta: «Il patriarcato mediterraneo porta bene»

Roberto Vannacci commenta il 7,8% attribuito a Futuro Nazionale da Winpoll e rilancia uno dei punti più discussi del suo programma.

Roberto Vannacci torna a parlare di “patriarcato mediterraneo” e lo fa commentando un sondaggio che assegna a Futuro Nazionale il 7,8% delle intenzioni di voto alle prossime elezioni politiche.

«Io non credo ai sondaggi, ma se questo è il risultato della pubblicazione della prima parte del nostro programma allora direi che il patriarcato mediterraneo porta bene. Sempre avanti!», ha scritto l’ex generale.

Futuro Nazionale al 7,8% nel sondaggio Winpoll

Secondo la rilevazione di Winpoll, Futuro Nazionale arriverebbe al 7,8%, diventando il secondo partito del centrodestra dietro Fratelli d’Italia, indicato al 25,3%.

Il Partito Democratico sarebbe al 22,2%, mentre il movimento guidato da Vannacci supererebbe sia Forza Italia, data al 7,1%, sia la Lega, ferma al 5,7%.

Vannacci ha collegato il dato alla pubblicazione della prima parte del programma politico del suo movimento, tornando così su una delle espressioni che negli ultimi giorni hanno attirato maggiore attenzione.

Cosa intende Vannacci per “patriarcato mediterraneo”

Illustrando il programma di Futuro Nazionale, l’ex generale aveva contestato quello che ha definito «il modello educativo della sinistra fondato sull’ideologia della costante “lotta al patriarcato”».

Secondo Vannacci, la scomparsa di ogni traccia di «società patriarcale» non avrebbe coinciso con una riduzione della violenza sulle donne. Da qui la difesa di quello che ha chiamato “patriarcato mediterraneo”.

Leone XIV. I primi 12 mesi di pontificato. Il nuovo corso della Chiesa nel libro di Osvaldo Baldacci ( da Il Riformista di Antonio Picasso)

 «Più che una svolta nella linea della Chiesa, si tratta di un cambiamento di stile». Ne è convinto Osvaldo Baldacci, giornalista Rai e autore del volume “Un anno da Leone. La forza tranquilla” (Odoya, 2026), secondo cui il nuovo Pontefice rappresenta una continuità nei contenuti, ma una netta discontinuità nel modo di comunicarli. A poco più di un anno dall’inizio del Pontificato di Leone XIV, il primo bilancio restituisce l’immagine di un Papa che ha impresso un cambiamento evidente rispetto al suo predecessore. «Non parlerei di cambio di rotta – osserva Baldacci – quanto di stile. Che comunque è molto significativo». Su temi quali pace e migranti, infatti, le posizioni della Chiesa restano sostanzialmente identiche. Leone XIV le esprime con un linguaggio completamente diverso rispetto a Papa Francesco. Quest’ultimo aveva un modo di comunicare diretto, spesso dirompente e talvolta suscettibile di interpretazioni controverse. A sua volta, il nuovo Pontefice sceglie una fermezza silenziosa. «È acciaio freddo. Va dritto al punto. È il classico pugno di ferro nel guanto di velluto».

Una differenza emersa anche sui grandi dossier internazionali. Baldacci ricorda come alcune espressioni utilizzate da Bergoglio sull’Ucraina «dalla bandiera bianca ai riferimenti alla Nato» avessero generato polemiche e fraintendimenti. Tuttavia, la sostanza della posizione della Santa Sede era rimasta immutata. «Non credo che da Leone XIV ci si debbano aspettare frasi di questo tipo. La linea della mediazione resta identica, ma la comunicazione è molto più lineare». Da cardinale, l’attuale Pontefice si era già espresso con maggiore chiarezza sulla guerra in Ucraina, anche grazie alla libertà derivante dal non essere direttamente coinvolto nella gestione diplomatica di quell’area. Oggi, da Papa, può contare soprattutto sull’autorevolezza della Chiesa come strumento di mediazione. «Il Vaticano non dispone né di eserciti né di potenza economica, ma possiede un capitale di credibilità che Leone ha ulteriormente rafforzato grazie alla fermezza mostrata fin dai primi mesi del Pontificato».

Tra le sfide più delicate restano il conflitto israelo-palestinese e il rapporto con Israele. Baldacci invita però a evitare letture semplificate. La posizione della Chiesa, ricorda, continua a essere quella della tutela dei diritti di tutti i popoli e di tutte le comunità religiose, senza rinunciare a denunciare gli eccessi quando necessario. Anche sulla discussione relativa alla definizione di genocidio per quanto sta accadendo a Gaza, Leone XIV ha scelto un approccio prudente. «Bisogna studiare attentamente il quadro giuridico internazionale prima di adottare una definizione tanto impegnativa». In questo contesto si inserisce anche la recente nomina, da parte del governo israeliano, di George Deek come inviato speciale per i cristiani nel mondo. «È certamente un segnale positivo – osserva Baldacci – ma andrà valutato nei fatti». L’autore ricorda infatti la struttura democratica di Israele, nella quale convivono sensibilità molto diverse, comprese componenti che negli ultimi anni hanno alimentato tensioni anche nei confronti delle comunità cristiane. «Al tempo stesso – ricorda il giornalista – esistono cittadini arabi, cristiani, musulmani e drusi pienamente inseriti nella società israeliana. Una complessità che la diplomazia vaticana conosce bene e che impone analisi lontane dagli slogan».

Il nuovo corso di Leone XIV su Ucraina, Gaza e Trump. Baldacci analizza “la forza tranquilla del Papa”
Anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa rappresenta un esempio di questo equilibrio. Prima dell’esplosione della guerra a Gaza, infatti, aveva costruito solidi rapporti con la società israeliana e con le comunità cristiane locali. «Gli eventi cambiano le cose e le persone, però». Tuttavia, l’obiettivo di fondo della Chiesa resta quello di cercare una pace fondata sul rispetto reciproco e sulla tutela di tutti.

Infine c’è il rapporto con Donald Trump, destinato a rappresentare uno dei temi centrali di questo Pontificato. Baldacci respinge però l’idea di un Papa “anti-Trump”. «Il punto non è la contrapposizione politica. Leone XIV è un americano che ragiona da americano, cresciuto nella cultura statunitense. Il vero elemento di novità è che oggi gli Stati Uniti hanno due figure di riferimento globali: il presidente e il Papa. Non sono necessariamente antagonisti, ma rappresentano due modelli diversi di leadership. Ed è proprio questa alternativa a rendere il nuovo Pontefice una figura così significativa nello scenario internazionale. Una figura che a Trump risulta scomoda».

Clusone. Per Giovanni Legrenzi nel quarto centenario della nascita ( 1626)

 Musica Mirabilis – Festival musicale internazionale "Giovanni Legrenzi",  dal 14 agosto al 24 ottobre 2026

Il festival ripercorre molta parte della produzione di Legrenzi – dalla musica sacra alle sonate da chiesa, dalle cantate alla musica vocale e strumentale – con un'attenzione particolare a composizioni raramente eseguite o riproposte per la prima volta in epoca moderna. L'edizione del centenario conferma inoltre il carattere scientifico della manifestazione, affiancando ai concerti il Convegno internazionale di studi su Giovanni Legrenzi, in programma il 26 e 27 settembre in collaborazione con la Società Italiana di Musicologia.

Le celebrazioni coinvolgeranno anche la tradizionale Festa del Millennio di Clusone, quest'anno dedicata alla figura del compositore nato in città nel 1626, formatosi a Bergamo e protagonista della vita musicale del Seicento, prima a Ferrara e poi a Venezia.

Avviato nel 2022, Musica Mirabilis è nato con l'obiettivo di riportare all'attenzione del pubblico e della ricerca musicologica la figura di Legrenzi. L'edizione 2026, che rappresenta il momento culminante di questo percorso, unisce programmazione concertistica, attività di studio e iniziative cittadine in un calendario dedicato alla riscoperta di uno dei maggiori protagonisti del barocco musicale italiano.

Paolo Mieli e il sondaggio di Lavitola ( da Corriere della Sera, di Tommaso Labate) Mieli bravissimo in questo caso come in quello riguardante al Schlein a creare eroi e poi a distruggerli ( P.,A:)

 

Paolo Mieli: «Il sondaggio di Lavitola? Gli risposi: "È perfetto", ma non lo aprii nemmeno, non sapevo fosse per Ranucci. Io al Cefalù? Certo, per quelle vongole già sgusciate...»



Intervista al giornalista e saggista: «Gli avevo chiesto di non dirmi a chi pensasse e lui non fece nomi. Se andavo al suo ristorante? Sì: lui poi mi riportava a casa. Da formidabile cantastorie, era un godimento ascoltarlo»

Paolo Mieli: «Al sondaggio di Lavitola il mio contributo è stato zero. Non sapevo fosse per Ranucci»

«Ma certo che sono scosso. Ho disturbi del sonno, a volte mancanza di appetito», risponde (ironicamente) Paolo Mieli quando gli si chiede (seriamente) se e quanto sia turbato dall’essere finito dentro la fantomatica triangolazione politica tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci, il possibile movente dietro l’attentato ai danni del secondo per cui il primo è indagato come mandante e reo confesso. Alla messa a punto del famoso sondaggio per testare la popolarità del conduttore di Report come leader del centrosinistra e sfidante di Giorgia Meloni, a cui l’editorialista del Corriere avrebbe partecipato insieme a Stefano Cappellini, ci si arriva per gradi.

Direttore, quando ha conosciuto Lavitola?
«Circa otto mesi fa. Prima di allora sapevo chi fosse, ovviamente. Ma non l’avevo mai visto né sentito».

Dopo l’attentato a Ranucci, quindi.
«Molto dopo. Una mia amica che oggi vive, lei per davvero, nel terrore di essere accostata a questa storia anche solo di striscio, mi porta in questo ristorante di pesce di proprietà di Lavitola: il Cefalù. E Lavitola nel giro di pochissimo si dimostra un oste da vecchia Roma, di quelli che si avvicina al tavolo, poi si siede, poi porta appresso altri avventori…».

Che prima impressione le fece?
«Meravigliosa».

Addirittura. E perché?
«Vede, io sono uno di quegli amanti degli spaghetti alle vongole che vivono nel tormento interiore del vederseli serviti quasi sempre con tutti i gusci. Col tempo che perdi a sgusciare le vongole, gli spaghetti si freddano e poi diventa complicato assaporarli… Ecco, Lavitola mi fece servire gli spaghetti con le vongole già sgusciate, senza aglio e senza spezie».

Che posto è il Cefalù?
«L’ultimo ristorante dove avrei pensato di andare per sperare di passare inosservato. Durante la cena si aggregava Lavitola, che con me che faccio il giornalista cominciava a fare l’elenco, “conosco questo e quello, qui viene Santoro, qui viene Ranucci che tra l’altro è il mio migliore amico”. Più una galleria di frequentatori abituali, che puntualmente si agganciavano alla chiacchierata: l’ortopedico tedesco che dice di saper curare ogni tipo di dolore alle ossa, l’ex militare esotico dal passato incredibile che non vede l’ora di rivelare, l’esordiente convinto di avere nel cassetto il romanzo del secolo…».

Par di capire che ci torna spesso a mangiare da Lavitola, dopo la prima volta.
«Diverse volte».

Ranucci c’era?
«Ranucci l’ho visto là dentro giusto una volta, ma non mi è rimasta granché impressa. Consideri che è uno che negli ultimi quindici anni vedo tutte le settimane a via Teulada, visto che entrambi registriamo lì i nostri programmi Rai. Il centro del mondo là dentro era sempre Lavitola, le sue avventure, i suoi racconti».

Lavitola diventa suo amico?
«Una sera succede che mi si rompe la macchina e Lavitola si propone di accompagnarmi a casa. Dalle volte successive sarebbe diventato una specie di rito: io andavo a mangiare al Cefalù in taxi e al ritorno mi avrebbe riportato Lavitola. Durante il tragitto, da formidabile cantastorie qual è, mi raccontava degli anni passati in carcere, della coda di quel berlusconismo che aveva vissuto da dentro, di Dell’Utri e Letta che si detestavano, di Dell’Utri che era suo amico mentre Letta voleva farlo fuori… Si figuri, per me era un godimento avere la possibilità di sentire da un testimone oculare quello che succedeva dall’altra parte del muro del potere, quindi lo ascoltavo con attenzione. Quando poi cambiava argomento e passava ai temi legati ai suoi affari, tipo il carbon credit, sempre rimanendo in silenzio spegnevo l’interruttore dell’attenzione e cominciavo a pensare ai fatti miei».

Scusi, Mieli, ma a collaborare al sondaggio di Lavitola per Ranucci premier lei come ci è finito?
«Una sera Lavitola mi fa “senti”, eravamo passati dal lei al tu, “ho un progetto politico per il centrosinistra e un nome eccezionale in grado di battere tutti”».

Lei prova a farsi dare il nome?
«L’esatto contrario. Sapendo tra me e me che tipo di consistenza potesse avere un progetto del genere, gli ho detto “guarda non me lo dire ché non lo voglio sapere”. Metti poi che il nome esce, spunta quello che dice che ci sono io in mezzo alle primarie, per carità…».

Ha pensato in cuor suo che Lavitola pensasse a Ranucci?
«Neanche per mezzo secondo, pur sapendo della loro amicizia. Ma su, siamo seri, il centrosinistra è in grado di triturare Domineddio, figuriamoci Ranucci».

A un’ipotesi però avrà pensato.
«Ero convinto che il nome nella sua testa fosse quello di Nicola Gratteri».

Lavitola le parla del fantomatico sondaggio americano che comprovava le sue convinzioni su questo leader imbattibile?
«Mai. Mi dice però che vuole costruire un sondaggio per testare la sua intuizione. Una sera mi fa “senti, a proposito di quel progetto vorrei convocare una riunione con te e…”. A me alla parola “riunione” iniziano a venire i sudori freddi, con tutte le cose che ho da fare figuriamoci perdere tempo con una faccenda del genere. Rimaniamo d’accordo che mi avrebbe mandato questa bozza di sondaggio via WhatsApp, che avrei letto e alla quale avrei proposto integrazioni».

Cosa che alla fine fece?
«Macché. Appena ricevo questo documento, credo senza neanche averlo letto, rispondo subito “è perfetto, meraviglioso, va benissimo così”. Se mi fossi messo a questionare, Lavitola si sarebbe rifatto sotto con la storia della riunione».

Alla fine, Mieli, il suo contributo al sondaggio?
«Zero. Non una sillaba, non una virgola».

E il nome di Ranucci legato al progetto?

«Mai sentito. Lavitola non me l’ha fatto. Io, ribadisco, avevo chiesto di non sapere a chi pensasse; e, come le ho detto, ero convinto che avesse in mente un’altra persona».

Cappellini ha scritto su «Repubblica» di aver ricevuto da Lavitola un messaggio in cui lo avvertiva dell’indagine a suo carico per la bomba e si rammaricava della possibilità di creargli un danno di immagine. Lei?
«Lo stesso identico messaggio Lavitola l’ha scritto anche a me».

E lei che cos’ha gli ha riposto?
«Una cosa tipo “non ti preoccupare, ci rivediamo appena questa storia sarà finita anche con la pasta alle vongole sgusciate”».

È la prima volta che ha collegato Ranucci al progetto?
«Sì».

Al posto di Ranucci, farebbe un passo indietro da «Report»?
«Ma io al posto di Ranucci non ci sarei mai finito. Vede, la gente che va in tv viene fermata di continuo al mercato dalla signora che ti dice “ci vorrebbe uno come lei in politica”; se poi ci aggiungi gli applausi dell’Anm, i telegrammi delle cariche dello Stato, la solidarietà del centrosinistra, qualcuno può finire per crederci per davvero che può fare il presidente del Consiglio dal nulla. Soprattutto se, nel pieno del metoo, scrivi in un libro dettagli veri o romanzati di storie con collaboratrici per cui un altro sarebbe stato impalato, mentre lui è stato incensato».

La storia di Ranucci leader politico avrebbe avuto un senso?
«Forse avrebbe potuto fare il Vannacci di sinistra e rosicchiare qualcosa. Ma rimanendo alleato di Schlein e Conte».

S’è chiesto perché Lavitola ha messo su questo delirio?

«Depurata dai dettagli più drammatici, questo capitolo della storia è un pezzo di commedia all’italiana, tipo Vogliamo i colonnelli. Non essendoci più i Monicelli, Age o Scarpelli la potrebbe sceneggiare Fulvio Abbate. Io penso che Lavitola cercasse di rientrare nel giro della politica. Per alcuni è come l’eroina: se la provi una volta, ne resti schiavo anche se ti ha fatto male, tanto male».