martedì 23 giugno 2026

Riscrivere il Novecento, curare con la musica di Francesco Lotoro

 Quando i suoi parenti riuscirono a parlargli nel carcere di Regina Coeli e lo rincuorarono che sarebbe tornato a cantare, il tenore Nicola Ugo Stame rispose che comunque non avrebbe potuto più farlo dato che i militari tedeschi gli avevano fracassato la scatola toracica. Stame fu prelevato all’indomani dell’attentato di via Rasella e ucciso alle Fosse Ardeatine.

A Sachsenhausen i medici delle SS compirono per ben tre volte esperimenti sull’ingegnere e cantante polacco dalla memoria prodigiosa Aleksander Kulisiewicz ma, non appena i medici si allontanavano, un infermiere polacco gli iniettava l’antidoto; questi esperimenti, uniti a percosse e torture, proseguirono sino a quando le corde vocali di Kulisiewicz non rimasero a lungo danneggiate.
Pupillo di Alois Hába, Štěpán Lucký era un pianista con una brillante carriera dinanzi ma nel 1941 i tedeschi lo trasferirono a Ilava, Auschwitz e infine Buchenwald dove gli storpiarono la mano destra; a Birkenau una kapò fracassò i denti con una spranga alla cantante ebrea livornese Frida Misul la quale comunque cantò con la bocca insanguinata Mamma son tanto felice di C.A. Bixio e Ave Maria di F. Schubert al comandante tedesco che desiderava ascoltarla (la sera stessa la kapò che le aveva fracassato i denti, forse colta dal rimorso, le portò pane e della carne); al saxofonista statunitense Earl Whaley, che si trovava a Shanghai mentre Pearl Harbor era sotto attacco aereo i giapponesi, dopo averlo condotto a Weihsien, gli spezzarono entrambe le mani e ancora nel settembre 1973 presso lo stadio di Santiago del Chile i golpisti di Pinochet massacrarono le mani del poeta e cantante Victor Jara con le quali si accompagnava alla chitarra nei suoi concerti, la vedova Joan Turner dichiarò che le mani di Victor pendevano con una terribile angolatura, erano distorte e maciullate.
La lista continua con strumentisti dalle dita frantumate mentre trasportavano enormi pietre a Gusen, dita di virtuosi della tastiera che si aprirono per i geloni sino a perderne l’uso per congelamento; dissenteria e polmonite ridusse a scheletro vivente il grande compositore cecoslovacco Rudolf Karel (foto 1) il quale morì lasciato all’addiaccio la notte tra il 5 e 6 marzo 1945 nella Kleine Festung di Theresientadt, il figlio Ivan Karel oggi centenario (foto 2) ha donato tutte le opere di suo padre (incluse quelle scritte con carbone vegetale durante la prigionia) alla Fondazione ILMC di Barletta.


In onore del famoso musicista ebreo polacco Artur Gold giunto a Treblinka il comandante Kurt Franz fece assemblare un’orchestra di alto livello, dispose l’acquisto di strumenti musicali nuovi di zecca e uniformi da concerto, assicurò a Gold e all’orchestra razioni supplementari di cibo; fece persino giungere da Varsavia una ballerina, cantanti e artisti per quella che probabilmente fu il più importante ensemble musicale polacco di quel periodo e che, guarda caso, si trovava in un campo di sterminio.
Infine, i musicisti dell’orchestra e Gold furono uccisi durante la rivolta di Treblinka dell’agosto 1943.
Viene da pensare all’animale da macello fatto prima ingrassare e dopo abbattuto, non si potrebbe descrivere altrimenti il comportamento di alcuni comandanti di lager che hanno prima assecondato i desiderata dei musicisti deportati fornendogli strumenti e un mucchio di agevolazioni salvo poi sopprimerli come se ciò fosse normale, consuetudinario; un perverso meccanismo mentale spingeva l’autorità del lager a far suonare i musicisti, procurare loro carta e strumenti e allo stesso tempo comprometterne il talento fisico (dalle mani alla voce) indispensabile ai fini della carriera: comunque fosse andata a finire il musicista non avrebbe più praticato poiché ucciso o infortunato.


All’indomani della famigerata Notte dei Cristalli, il 9-10 novembre 1938, grazie ai visti forniti da un omonimo di New York, il compositore e pianista ebreo austriaco Erich Zeisl (foto 3) riparò a Parigi con la moglie, la suocera e il fratello Wilhelm ma lasciò a Vienna i propri genitori, troppo avanti in età per seguirlo nell’esilio; giunto in seguito negli Stati Uniti, Zeisl apprese che il padre Sigmund (al quale era molto legato) fu deportato a Theresienstadt e infine a Treblinka dove fu ucciso mentre la madre Kamilla Feitler era già deceduta a Vienna nell’aprile 1940.
Il dolore di Zeisl per non aver potuto salvare il suo papà fu devastante e lo accompagnò per il resto della sua vita; chissà, forse avrebbe potuto far qualcosa per suo padre, una lettera all’ufficiale amante della musica di sua conoscenza, un ultimo disperato imbarco su un treno per Amsterdam…
Molti di noi hanno memoria di quel dolore, il nostro popolo ne è letteralmente intriso nel profondo dell’anima; quell’ultima frase non detta alla madre prima di lasciarla a Berlino, quell’abbraccio non dato all’anziano papà per la fretta di fuggire da Vilnius, l’ultimo sguardo al di là del filo spinato alla sorella e alla mamma che non rivedrai più, come si fa a sopravvivere a tutto ciò?
Con la musica, l’unica forza universale in grado di guarire il passato e redimere il futuro.
Nel 1945 Zeisl scrisse Requiem Ebraico per soli, coro misto e orchestra su testo del Salmo 92 in memoria del caro papà e di tutte le vittime della Shoah; il Requiem fu eseguito l’8 aprile 1945 presso la Hollywood First Methodist Church di Los Angeles sotto la direzione di Hugo Strelitzer.
La musica ricostruisce mani spezzate e corde vocali deteriorate, lenisce sofferenze inconsolabili, asciuga lacrime; come in un gioco esistenziale da farsi con le carte della vita e della morte, il musicista conosce mille risorse, rimescola e imbriglia le carte affinché a fine partita vinca la vita.
Il modo migliore di riprendersi il Novecento sfuggito dalle mani è riscriverlo; sul pentagramma.



Schoenbrunn, Nella notissima reggia austriaca si è svolto il 'Concerto d'estate' con i Wiener diretti da Lorenzo Viotti (ANSA)

 

Vienna, magia a Schönbrunn per il Concerto d'Estate© Provided by ANSA

 Migliaia di persone hanno partecipato al tradizionale Sommernachtskonzert dei Wiener Philharmoniker, che ha trasformato ancora una volta il parco della Reggia di Schönbrunn in uno dei più suggestivi palcoscenici all'aperto d'Europa. Nella spettacolare cornice barocca del castello imperiale, il pubblico ha assistito ieri sera a un viaggio musicale che ha attraversato opera, operetta, musica sinfonica, balletto e musical, confermando il concerto come uno degli appuntamenti culturali più attesi dell'anno nella capitale austriaca.

L'evento, offerto gratuitamente ai cittadini e ai visitatori di Vienna, rappresenta da anni uno dei principali simboli culturali della città e della tradizione musicale austriaca.

L'edizione 2026 è stata caratterizzata da diverse prime assolute. Sul podio dei Wiener Philharmoniker ha debuttato il direttore d'orchestra svizzero Lorenzo Viotti, tra i più apprezzati interpreti della sua generazione e futuro direttore musicale generale dell'Opera di Zurigo a partire dal 2028. Per Viotti si è trattato della prima partecipazione al celebre concerto estivo viennese. Prima volta a Schönbrunn anche per il solista della serata, il basso-baritono gallese Bryn Terfel, artista di fama internazionale da decenni legato ai Wiener Philharmoniker attraverso numerose produzioni operistiche e concertistiche. Terfel ha proposto una selezione di brani che hanno segnato la sua carriera, interpretando pagine di Arrigo Boito, Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Particolarmente apprezzata la sua interpretazione del personaggio di Wotan da "Das Rheingold", opera che celebra quest'anno il 150° anniversario della prima rappresentazione. Il programma ha inoltre offerto un ponte tra musica classica e musical grazie all'esecuzione del celebre brano di Tevye tratto da "Fiddler on the Roof" ("Il violinista sul tetto"), accolto con entusiasmo dal pubblico presente. Accanto ai grandi classici, il concerto ha valorizzato anche composizioni meno frequentemente eseguite. Tra queste la "Méditation" dall'opera "Thaïs" del compositore francese Jules Massenet, tornata nel repertorio dei Wiener Philharmoniker dopo oltre un secolo di assenza. Uno dei momenti più intensi della serata è stato dedicato alla compositrice afroamericana Florence Price. La sua composizione "Adoration", eseguita in una versione per violino solista e orchestra, ha regalato al pubblico un'atmosfera raccolta e contemplativa. Ampio spazio è stato riservato anche a Erich Wolfgang Korngold, del quale l'orchestra ha presentato per la prima volta la "Straussiana", omaggio musicale costruito su temi meno noti di Johann Strauss figlio. Grande impatto visivo ha avuto infine la partecipazione del Wiener Staatsballett. Sulle note della seconda suite del "Daphnis et Chloé" di Maurice Ravel, la coreografia firmata da Eno Peçi ha trasformato la facciata della Reggia di Schönbrunn in una gigantesca superficie scenografica grazie a giochi di luci e proiezioni che hanno accompagnato la storia dei due protagonisti. L'incontro tra musica, danza, architettura e tecnologia ha conferito al concerto una forte componente emozionale, suggellando una serata che ha celebrato la tradizione musicale viennese e il suo ruolo centrale nel panorama culturale europeo. (ANSA).

Vienna, magia a Schönbrunn per il Concerto d'Estate

Piovani, 80 anni, la sua musica INIMITABILE : geniale e così umana (da L'Unità di Graziella Balestrieri)

 

NICOLA PIOVANI, MUSICISTA

Ottant’anni non bastano a contenere Nicola Piovani, ma sono sufficienti a restituire un’immagine rara: quella di un artista che ha attraversato più di mezzo secolo senza mai cedere alla tentazione dell’enfasi. Nato a Roma nel 1946, cresciuto tra la musica di famiglia e la scena teatrale, Piovani ha costruito un percorso che coincide, in larga parte, con la storia del cinema italiano contemporaneo. Ma la sua grandezza non si misura soltanto con la quantità delle opere – oltre duecento colonne sonore – né con i premi, tra cui l’Oscar del 1999 per La vita è bella. Piovani è, soprattutto, un autore che ha saputo definire un’etica del suono. Fin dagli esordi, negli anni della contestazione, quando compone per i cinegiornali universitari e poi per il primo film di Silvano Agosti, la musica per Piovani non è mai un gesto isolato: nasce sempre dentro una relazione. È qui che si forma la cifra che lo accompagnerà per tutta la vita. Non l’idea romantica del compositore come voce solitaria, ma quella di un artigiano della drammaturgia, che lavora accanto agli altri linguaggi. Per questo, quando negli anni Settanta e Ottanta entra in contatto con Bellocchio, i Taviani, Nanni Moretti, Monicelli e poi con Fellini, non si limita a scrivere colonne sonore: impara a leggere il cinema dall’interno, a comprenderne la grammatica invisibile. Un linguaggio diverso, un linguaggio diverso della melodia.

Il tratto distintivo di Piovani è stato spesso indicato nella sua sobrietà. Sobrietà non è un limite, è una scelta. La sua musica non invade mai le immagini: le attraversa. Non cerca di spiegarle, ma di suggerirne il senso. Come lui stesso ha detto, nel cinema la musica è «grossomodo ancella» e deve saper entrare “in punta di piedi”. È una dichiarazione che oggi suona quasi controcorrente, in un’epoca dominata dall’eccesso. Piovani difende invece una misura antica: quella per cui il suono non si sovrappone alla visione, ma la accompagna, lasciandole spazio. Questa idea trova la sua forma più compiuta nella collaborazione con Roberto Benigni e nella celebre colonna sonora de La vita è bella. Non è semplicemente una soundtrack efficace: è una costruzione morale. Di fronte a un racconto che intreccia tragedia e leggerezza, Piovani sceglie una via apparentemente fragile, fatta di temi limpidi e sospesi, evitando ogni retorica. Il risultato è una partitura che non addolcisce il dolore, ma lo rende attraversabile. È forse questo il segreto della sua forza: la capacità di restare umana anche quando incontra l’orrore. Ma fermarsi al cinema sarebbe riduttivo. Piovani è uno dei pochi compositori italiani ad aver mantenuto un dialogo costante tra linguaggi diversi. Il teatro, innanzitutto, per il quale scrive composizioni per registi come Carlo Cecchi o Vittorio Gassman, trovando una dimensione più diretta, meno mediata. La canzone, grazie all’incontro con Fabrizio De André, che lo porta a collaborare in album diventati fondamentali. La commedia musicale, con esperienze come I sette re di Roma, che attraversano la tradizione popolare con intelligenza e ironia. In tutte queste forme, ciò che resta costante è la tensione a cercare un equilibrio tra leggerezza e pensiero.

Il suo stile, come ha osservato la critica, unisce elementi colti e popolari, memoria e contemporaneità, mantenendo una forte coerenza interna. Non c’è mai virtuosismo fine a sé stesso: ogni soluzione musicale nasce dalla necessità di dare forma a una narrazione. È per questo che Piovani riesce a essere riconoscibile senza essere ripetitivo. La sua musica non si impone come marchio, ma si adatta, muta, si lascia contaminare dalle storie che incontra. C’è poi un altro elemento, meno evidente ma decisivo: il rapporto con l’idea di fortuna, lo stesso Piovani ha definito spesso la sua carriera come “molto fortunata”. Sappiamo che non è così, e non per falsa modestia. Chi ha avuto il piacere di averlo come vicino di casa racconta che il maestro è sempre è il primo a dare il saluto e l’ultimo a tirarsi indietro nel concedere mani e sorrisi. È una visione, quella di Piovani, che ridimensiona il mito del genio solitario e restituisce all’arte la sua dimensione umana. Anche questo contribuisce a spiegare il suo stile: una musica che non pretende di dominare, ma di partecipare.

Negli ultimi anni, con spettacoli come Note a margine, Piovani ha scelto di raccontarsi, intrecciando parole e musica in una forma che è insieme autobiografia e riflessione sul mestiere. Non si tratta di un bilancio celebrativo, ma di un modo per interrogare il senso di una vocazione. E il titolo stesso suggerisce molto: le “note a margine” sono ciò che sembra secondario, ma che in realtà custodisce il significato profondo. È un’immagine perfetta per la sua poetica. A ottant’anni, Piovani non appare come un monumento al passato ma come un ponte che dal presente ci porta verso il futuro. In un tempo che tende a saturare ogni spazio di suono, la sua lezione è più attuale che mai: la musica non deve riempire, deve ascoltare. Non deve occupare la scena, ma rivelarne le pieghe nascoste, anche quelle più semplici, che sono sempre, per paradosso quelle meno accettate. È forse questo che rende il suo lavoro così necessario. In un mondo che ha smarrito il senso della misura, Nicola Piovani continua a ricordarci che la bellezza non nasce dall’eccesso, ma dalla precisione. Da quella nota esatta, e da quel silenzio intorno, che permettono a una storia di diventare esperienza. Lo diceva Federico Fellini che un linguaggio diverso è una diversa visione della vita, ed è così anche per Nicola Piovani: una melodia diversa, una visione della vita diversa.

Russia. I nemici di Putin cadono uno dopo l'altro come funghi. Nel caso del giornalista ultimo della lista, pare abbia ingerito funghi velenosi ( da Il Mattino)

 Ha ingerito funghi velenosi ed è morto avvelenato a 69 anni. Almeno in attesa dell'esito ufficiale dell'autopsia. Grigory Nekhoroshev, il giornalista russo che nel 2008 pubblicò le prime indiscrezioni sulla presunta relazione tra Vladimir Putin e l'ex campionessa olimpica di ginnastica ritmica Alina Kabaeva, è deceduto a Riga, in Lettonia, dove viveva in esilio da oltre un decennio.

La notizia è stata riportata dal portale lettone Delfi, secondo cui Nekhoroshev si trovava nella capitale baltica come rifugiato politico dal 2014. In passato lo stesso giornalista si era definito il «nemico personale» del presidente russo, sostenendo di temere possibili ritorsioni.

Disposta l'autopsia

Secondo le prime ricostruzioni, Nekhoroshev sarebbe deceduto nella propria abitazione dopo aver consumato alcuni funghi raccolti nel giardino di casa. Sebbene fosse un appassionato conoscitore, quelli ingeriti si sarebbero rivelati velenosi. Le autorità lettoni, che finora non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali, avrebbero disposto un'autopsia per chiarire le cause del decesso.

Putin, morto il giornalista nemico: rivelò la sua relazione segreta con la ginnasta Alina Kabaeva. «Ha ingerito funghi velenosi»
Putin, morto il giornalista nemico: rivelò la sua relazione segreta con la ginnasta Alina Kabaeva. «Ha ingerito funghi velenosi»

Chi era Grigory Nekhoroshev

Nekhoroshev era stato direttore del quotidiano russo Moskovsky Korrespondent, che nell'aprile del 2008 pubblicò un articolo secondo cui Putin avrebbe avuto intenzione di divorziare dalla moglie Lyudmila per sposare Alina Kabaeva, all'epoca trentenne e vincitrice di una medaglia d'oro olimpica. La notizia venne smentita sia dal Cremlino sia dalla stessa Kabaeva. Putin, rispondendo alle indiscrezioni, criticò duramente chi, a suo dire, interferiva nella vita privata altrui con «fantasie erotiche». Nonostante le smentite ufficiali, negli anni numerosi media internazionali hanno continuato a riferire dell'esistenza di una relazione tra il presidente russo e l'ex atleta.

Giornale chiuso e addio alla Russia

Secondo quanto riportato da Delfi, la pubblicazione dell'articolo ebbe conseguenze immediate. Il proprietario del giornale, l'imprenditore ed ex agente del KGB Alexander Lebedev, decise infatti di chiudere il Moskovsky Korrespondent. Lo stesso Nekhoroshev avrebbe successivamente lasciato la Russia dopo essere stato sottoposto a interrogatori e pressioni da parte dei servizi di sicurezza.

Amici e colleghi hanno espresso sorpresa per la sua improvvisa scomparsa. La giornalista russa Bozhena Rynska, anch'essa residente in Lettonia, ha definito la notizia «incomprensibile». Igors Vatoļins, che aveva incontrato Nekhoroshev poco prima della morte, lo ha ricordato come «una persona piena di idee e progetti, non malata e ancora pienamente attiva».

Guerra in Ucraina. Putin conta sulla poazienza dei Russi. Quanto durerà? ( da Fanpage.it, di Riccardo Amati)

 

L’ex diplomatico Baunov: “Putin continuerà la guerra in Ucraina, conta sulla pazienza dei russi nonostante le perdite”
L’ex diplomatico Baunov: “Putin continuerà la guerra in Ucraina, conta sulla pazienza dei russi nonostante le perdite”

Dopo l’attacco del 18 giugno su Mosca tutti i media russi hanno pubblicato la stessa frase: “I nostri missili e i nostri droni fanno più male agli ucraini di quanto loro possano farne a noi”. Virgola più o virgola meno. “Non abbiamo neanche cominciato sul serio”.

I fatti dicono altro. I sistemi antiaerei non sono stati capaci di difendere la capitale. Inutile che le autorità dicano che è andato tutto bene. Le immagini del missile terra-aria che colpisce una cisterna della raffineria che doveva proteggere, e dell’enorme “tappo” volante su Mosca come un’astronave aliena, sono emblematiche.

La realtà è difficile su più fronti. In Crimea, i droni ucraini colpiscono difese, nodi logistici e infrastrutture. Interrotta la distribuzione di carburante ai benzinai, per ordine del governatore. Alcune zone sono senza elettricità. Mentre scriviamo, blogger militari parlano di navi russe in fiamme al largo del ponte di Kerch. Il canale Telegram Vento della Crimea sostiene che si sta preparando “un assedio totale della penisola e un'offensiva nel sud della Novorossiya”, ovvero dei territori occupati nelle oblast di Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson. Dove i combattimenti stanno intensificandosi, conferma il ministero della Difesa di Kiev.

Nelle ultime settimane, economisti e politologi vicini al Cremlino avevano evidenziato l’impossibilità di schiacciare l’Ucraina e l’opportunità di ridimensionare gli obiettivi massimalisti per porre fine a una guerra insostenibile. Una prospettiva inusuale, di cui Putin ha voluto testare il gradimento nelle élite — dice chi lo conosce bene. Ma che sembra esser stata già abbandonata. Le dichiarazioni da Mosca lasciano pochi dubbi. “Colpiremo l’Ucraina come non mai, e raggiungeremo in pieno tutti i nostri obiettivi”, ha detto il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov. Non sembra solo tattica verbale.

“Anche se l’umore tra la gente e nelle élite peggiora, e tanti vorrebbero la fine della carneficina, Putin continuerà la sua guerra”, dice a Fanpage.it l’ex diplomatico russo Alexander Baunov. “Il presidente conta sulla proverbiale pazienza dei russi. È convinto che possono sopportare ancora a lungo perdite al fronte e attacchi sul loro territorio”. Il leader del Cremlino ritene che le sue forze armate alla fine possano imporsi.

Baunov è senior associate del Carnegie Russia Eurasia Center e ricercatore presso l’Istituto Universitario Europeo. Un suo libro “The End of the Regime”, è diventato un caso editoriale in Russia.

L’ex diplomatico Baunov: “Putin continuerà la guerra in Ucraina, conta sulla pazienza dei russi nonostante le perdite”
L’ex diplomatico Baunov: “Putin continuerà la guerra in Ucraina, conta sulla pazienza dei russi nonostante le perdite”

Dottor Baunov, i recenti attacchi su Mosca hanno cambiato qualcosa in Russia?

"Hanno cambiato molte cose. I sentimenti che prevalgono sono rabbia e depressione. In tutti gli ambiti della società. Ci si fanno molte domande. Anche chi durante questa guerra non si è espresso a favore o contro ma ha solo tirato avanti con la sua vita, contando sul fatto che al Cremlino la sapessero lunga e agissero per il meglio, ora capisce che Putin non ha capacità “superiori”. E non è in grado di garantire la loro sicurezza, né di prendere decisioni cruciali. È questo, il sentimento diffuso. Un cambiamento molto significativo rispetto ai primi anni di guerra".

E nelle élite? La prospettiva sta cambiando? Alcune prese di posizione recenti fanno pensare che parte della nomenclatura voglia la pace il prima possibile, anche a costo di sostanziosi compromessi…

"Le élite non hanno mai avuto fiducia cieca nelle capacità di Putin. Lo conoscono e sanno che non è il “superman” che si vuol far credere ma una persona abbastanza normale. Il cambiamento  in questo caso è di tipo diverso. Anche chi all’inizio non era d’accordo con l’”operazione militare speciale” riteneva che – una volta iniziata – il compito del presidente fosse quello di portarla a termine con efficacia. E che la vittoria, o almeno una non sconfitta, a questo punto fosse nell’interesse di tutti. Delle élite come di tutta la popolazione. La logica era che si sarebbe dovuti uscire dalla guerra più forti, più vigorosi. E si credeva che Putin, interessato a passare alla Storia come un grande leader della Russia, fosse in grado di portare a termine questa guerra in modo vincente, e che questo fosse l’interesse del Paese".

L’idea di Putin come leader vincente si è appannata?

"È un’idea che non esiste più. Le persone in posizioni di vertice, comprese quelle intorno a Putin, vedono che il capo non ha l’abilità e la volontà necessarie per porre fine alla guerra senza distruggere il regime, e quindi la loro posizione sociale. Non ha nemmeno la capacità di garantire la sicurezza dei russi. È questo il cambiamento avvenuto ai piani alti del potere".

E che cosa può comportare questo cambiamento? Si potrebbe sperare nell’inizio di un negoziato realistico per una pace sostenibile. Ma la narrativa è tornata a essere “spezzeremo reni all’Ucraina”. Il coro dei media russi è all’unisono. Lo spartito è stato scritto al Cremlino. Le dichiarazioni dei vertici sono più massimaliste che mai. Prevale davvero la volontà di continuare la guerra? Anche se ormai tutti sanno che non sta andando secondo i piani?

"Bisogna tenere presente che ai vertici del potere c’è anche un partito della linea dura, persone come Sergey Lavrov, per esempio. Senza contare le posizioni suicide di personaggi che al vertice non sono, come Dugin. Comunque, per Putin chiudere la guerra sulle attuali linee del fronte, nella situazione attuale, è impensabile. Significherebbe la sconfitta".

Ma il fatto che la guerra non stia andando secondo i piani non cambia proprio niente, a questo proposito? Non potrebbe favorire negoziati?

"Non cambia niente. Qualcosa è rimasto delle speranze che Trump aiuti Putin a imporre le sue condizioni all’Ucraina. Chissà quanto lo creda lo stesso Putin. Che comunque non vuole certo “ripudiare” il presidente americano. In caso possa essergli ancora utile".

I droni su Mosca, le perdite immani al fronte, gli attacchi alle infrastrutture petrolifere e la pressione sulla Crimea non cambiano in alcun modo le intenzioni del presidente russo?

"Sono avvenimenti molto spiacevoli per lui, ma non lo indurranno a cercare la pace".

Domanda cinica: nella “Grande guerra patriottica”, la vittoria su Hitler pilastro dell’eclettica ideologia del regime, morirono 27 milioni di russi – secondo il consenso tra gli storici. Nel conflitto con l’Ucraina, finora le perdite sono “solo” di poco più di un milione di soldati, dicono le organizzazioni che monitorano il conflitto. Putin non farà mica calcoli su queste cifre? 

"Putin conta su quello che ritiene essere ancora un grande margine nella proverbiale pazienza dei russi. Ritiene che la capacità di sopportazione e di adattamento della popolazione sia lontana dall’esaurirsi. La guerra può continuare".