"Ma non mi interessa prendermi il merito", ha aggiunto nel suo intervento alla conferenza dei cristiano conservatori Usa. E poi: " Questa è l'età dell'oro, ma dobbiamo fermare il comunismo, è un orribile filone cancerogeno"
C’è Giorgia Meloni sulla prima prima del Wall street journal, con un lungo ritratto della premier italiana particolarmente elogiativo. Già il titolo del lungo articolo firmato da Margherita Stancati lascia pochi margini di interpretazione su quanta stima ci sia oggi da parte del quotidiano economico nei confronti della premier: «Come la combattiva leader dell’Italia ha creato il governo più stabile degli ultimi anni». La corrispondente da Roma del giornale racconta un esecutivo che, salvo sorprese, supererà in durata tutti quelli che si sono succeduti dopo la caduta del regime fascista nel 1945, in un’Europa attraversata da turbolenze politiche: la Francia di Macron ha cambiato quattro premier in meno di due anni, in Germania l’estrema destra è ormai il primo partito e nel Regno Unito Keir Starmer ha appena annunciato le dimissioni, aprendo la strada al settimo capo di governo britannico in dieci anni.
Stancati parte dall’ottobre 2023, quando un fuori onda mandò in frantumi la relazione della premier con il padre di sua figlia. Negli audio rubati al compagno Andrea Giambruno, il giornalista di Mediaset si lasciava andare a battute sessiste con le colleghe, arrivando a proporre un rapporto a più persone. La reazione della presidente del Consiglio, ricorda il Wsj, fu chirurgica: un post pubblicato la mattina successiva alla diffusione dei nastri, in cui annunciava la rottura con queste parole: «Il mio rapporto con Andrea Giambruno, durato quasi 10 anni, finisce qui», ringraziandolo per averle dato «la cosa più importante della mia vita, cioè nostra figlia Ginevra». Per il quotidiano americano di proprietà della famiglia Murdoch, quello è il prototipo del metodo Meloni: rapido, ruvido, allergico agli affronti. Lo stesso istinto che, ricorda l’articolo, le fece dire al governatore campano Vincenzo De Luca, dopo che lui l’aveva definita «stronza» fuori onda: «Presidente De Luca, sono quella stronza di Meloni, come sta?».
L’ultima parte del reportage è dedicata al gelo con Donald Trump. Dopo essere stata la sponda europea più solida del presidente americano, unica capo di governo dell’Unione invitata all’inauguration del 2025, la premier ha incassato l’accusa di averlo «implorato» per una foto al G7 in Francia. Stancati riporta la replica affidata a un video social di appena 33 secondi: «Le dichiarazioni di Donald Trump sono completamente inventate», seguita dalla stoccata «non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i suoi stessi alleati, è un peccato che non abbia la stessa determinazione nei confronti dei nemici dell’Occidente». Il quotidiano Libero, sottolinea il WSJ che lo definisce un «quotidiano scandalistico», è passato in ventiquattr’ore da una vignetta con Trump che faceva la serenata alla premier sotto il titolo «It’s love again» a una copertina con un più esplicito «Trump è un coglione». Il presidente Usa per l’elettorato italiano rischiava di essere come «cryptonite», spiega Lorenzo Pregliasco di Youtren. E proprio ora con le elezioni in vista «la cryptonite non può proprio permettersela», spiega il Wsj. Unico appunto del ritratto è che Meloni non ha portato avanti le riforme che aveva promesso. Ma ha comunque tenuto insieme la coalizione, oltre ai conti fragili del Paese.

Carlo Fuortes alla Nazione (Giuseppe Cabras/New Press Photo)
Due anni per far rivivere il Maggio Musicale — quello delle origini che ha conosciuto sin da ragazzo appassionato di opera —, intercettando il pubblico nazionale e straniero anche grazie a stagioni programmate con largo anticipo e capaci di “stupire”: una delle mission di un teatro. Prova ne è il riuscitissimo ‘The Death of Klinghoffer’ per la regia di Luca Guadagnino, che ha tolto al sovrintendente parecchi sonni man mano che la situazione geopolitica cambiava scenario. Ma Carlo Fuortes, il manager che ha risanato i conti del teatro cittadino, coltiva un sogno. “Nel 2028 si celebrerà il centenario dell’Orchestra: vorrei riuscire a fare un programma ancora più ambizioso con i grandi direttori, grandi orchestre, produzioni molto importanti. Vorrei fare i fuochi d’artificio, ma ne devo prima parlare con i soci privati e con le istituzioni”. Ospite de La Nazione, accetta di parlare a tutto tondo di due anni complicati, raccogliendo l’eredità che prima fu di Pereira e poi del commissario Cutaia: "Dissi no a fare il commissario perché volevo costruire, non tagliare”.

Il bilancio 2025 si è chiuso con un utile di 842mila euro, approvato all’unanimità. I biglietti venduti sono più che raddoppiati. Lei è arrivato al Maggio con i conti in rosso: cosa ha cambiato concretamente?
“Ogni teatro ha una sua specificità in relazione alla collettività. Il Maggio ha enormi potenzialità in rapporto a Firenze, una città medio-piccola, e per vivere bene deve avere un’ambizione nazionale e internazionale: un pubblico che ho cercato di avvicinare anche giocando in anticipo — già adesso si possono acquistare biglietti per Natale 2027. Non c’è una ricetta Fuortes, ma esiste quella universale: puntare su qualità e sostenibilità, due peculiarità che non sempre è possibile far convivere”.
Risultati ottenuti senza contributi straordinari dei soci fondatori: il risanamento sembra strutturale. Ma un equilibrio così fragile regge a una stagione 2027 con dodici opere, sette nuovi allestimenti e Kaufmann, Garančová, Netrebko?
"Quando si pianifica una stagione si calcolano nel dettaglio tutti i costi, che poi devo portare all’approvazione del Consiglio d’Indirizzo. Ovviamente c’è la variabile biglietteria, e per quella voce serve un po’ d’esperienza. Nel 2025 abbiamo fatto il record storico con cinque milioni d’incassi: con una stagione così ho potuto fare una solida stima. L’intera stagione viene coperta con biglietteria, sponsorizzazioni e contributi privati: la biglietteria conta per il 50-60% delle entrate. I contributi pubblici, invece, servono per la gestione tecnica e gli stipendi”.
I biglietti non sono aumentati, anche questo aiuta...
"Ho trovato adeguate le tariffe stabilite dal commissario Cutaia. Credo che i teatri pubblici non debbano avere barriere all’entrata. Sono finanziati per lo più con la spesa pubblica, che si alimenta con le tasse. Gratis è impossibile, ma abbiamo ticket da 10 euro per gli studenti e con quello da 30 euro si vede e si sente molto bene”.
L’85% di riempimento per l’opera, oltre il 90% ai concerti nella sala Mehta. Firenze ha ritrovato il suo teatro o c’è ancora una parte di città che il Maggio non riesce a raggiungere?
"Si può fare ancora molto. Ho riscontrato però che in città c’è un sentimento d’orgoglio per il suo teatro, e questa è la cosa più importante”.
Quale pubblico straniero attrae?
"Abbiamo commissionato uno studio per analizzare i flussi di spettatori”.
Premio Abbiati per il miglior spettacolo dell’anno, e un Festival aperto con ‘The Death of Klinghoffer’ di Adams per la regia di Guadagnino. È un Maggio che vuole sorprendere o che vuole riposizionarsi?
"Le due cose sono collegate: per riposizionarsi bisogna sorprendere. E quando fai teatro devi sempre sorprendere per fidelizzare il pubblico. È nella tradizione del Maggio guardare al futuro senza perdere le radici, e lo facciamo con le coproduzioni con altri teatri e con le produzioni autonome, che sono fondamentali. Il Maggio è il centro di produzione culturale più importante della città: circa 400 persone lavorano per produrre spettacoli, questo è un valore per Firenze”.
Ha avuto qualche dubbio a mettere in scena ‘The Death of Klinghoffer’?
“Dato l’argomento e la variabile Guadagnino, che non lavora in questo settore, qualche dubbio sì. Ma nel teatro bisogna rischiare. Per fortuna è andata bene, meglio di come mi aspettavo".

Il 21 aprile 2027 il teatro verrà intitolato a Vittorio Gui e Riccardo Muti salirà sul podio. Un gesto fortemente identitario.
"Fortemente voluto. Gui è la persona che ha creato il Maggio, l’apertura internazionale l’ha data lui. Quando Muti ha detto che lo meritava, l’ho subito appoggiato. Ho apprezzato che l’amministrazione comunale abbia sostenuto questa intitolazione in poco tempo”.
Durante la pandemia si è parlato molto di teatro digitale e streaming. Oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa nella scenografia e persino nella composizione: opportunità o minaccia?
"La tecnologia può essere un’opportunità, ma il teatro deve continuare a essere un luogo fisico dove si incontrano spettatori e artisti. In un mondo sempre più virtuale e che corre velocissimo, l’appeal del teatro sta proprio nell’essere un luogo fisico. Lo vedo con i ragazzi delle scuole: entrando ne restano rapiti”.
Lei ha lavorato alla Rai, all’Opera di Roma. Ha attraversato governi diversi. In Italia si può gestire la cultura senza mediare con la politica?
"Si può. Sto gestendo il Maggio senza interferenze politiche, né a livello nazionale né locale. Non sempre è così - alcune volte ci sono condizionamenti - però credo che anche se il settore pubblico finanzia, non per forza deve condizionare”.
Il Festival Maggio si confronta con Salisburgo, Aix-en-Provence, Glyndebourne. È un confronto che la stimola o che trova ancora impari?
"Il Maggio nasce come Festival. Adesso però è un teatro d’opera che lavora tutto l’anno, e per questo è importante avere un pubblico internazionale. Il Festival resta il nostro fiore all’occhiello e lo stimolo per competere con i grandi”.
‘Opera Camion’ porta il teatro fuori dal teatro. Un sovrintendente che fa questo rinuncia a qualcosa: prestigio, risorse, attenzione.
"No, è un pezzo importante dell’offerta: il teatro vive per la collettività. Non sempre aspettare che venga il pubblico è la strategia migliore: portare il teatro in piazza è un’ottima occasione per ampliare il pubblico. ‘Opera Camion’ è un progetto artisticamente valido che avevo sviluppato a Roma e ora, trovate le condizioni, l’ho portato qui. Lo stesso abbiamo fatto con ‘Una Traviata da cortile’ di Alessandro Baricco”.
A due anni e mezzo dall’inizio del mandato cos’è che ancora manca al Maggio per essere pienamente quello che potrebbe essere?
"Con la stagione 2027 proponiamo un teatro di qualità, con visibilità e apertura internazionale. L’offerta è già ottima ma si può migliorare: servono, però, ulteriori fondi. Sto capendo se si riescono a trovare”.
Come per il sogno del centenario dell’Orchestra...
"Sì, servono quattrini per sognare in grande”.
Il teatro di prosa e il teatro lirico sono due mondi lontani o possono convivere?
"Sono teatri diversi - da una parte la parola, dall’altra la musica - ma si possono trovare zone di collaborazione. È quello che stiamo facendo con il Teatro della Toscana: ci possono essere bellissimi progetti da realizzare insieme, se ne sta parlando ma non posso anticipare niente”.
Dalla Fenice alla Biennale: le polemiche politiche sulla cultura fanno male?
"Ultimamente anche troppe. Non fanno bene, certamente. La politica dovrebbe avere la misura di indirizzare il settore senza intervenire direttamente. Poi però si verificano cortocircuiti - cercati o no - e si arriva a situazioni di crisi. Tali crisi evidenziano che il nostro è un settore importante, con un impatto forte sul pubblico a tutti i livelli. Succede non solo in Italia. La politica faccia politica e la cultura faccia cultura”.
A Firenze come vive? E che città è rispetto alle altre in cui ha vissuto?
"Ho comprato casa, abito in Oltrarno, in affitto non riuscivo a trovare un appartamento adatto alle mie esigenze. Trascorro molto tempo in teatro e non riesco a vivere pienamente la città, ma la reputo straordinaria. Trovo giusto mettere un freno per non trasformarla in un grande luogo turistico, e mi pare che questa amministrazione stia andando in quella direzione. Svenderla sarebbe un errore: Firenze deve continuare a essere Firenze”.
C’è uno spettacolo che nella sua carriera l’ha cambiata come spettatore, prima ancora che come manager?
"Il ‘Don Giovanni’ di Joseph Losey. Avevo 16-17 anni quando l’ho visto la prima volta: già amavo l’opera, il jazz, e suonavo il piano”.
Si sente più uomo di cultura o manager?
“Entrambi, altrimenti questo mestiere non si riesce a farlo bene. Oggi le Fondazioni sono di fatto aziende, e quindi chi le dirige deve essere anche manager".
Da quando è arrivato, l’ex sovrintendente Alexander Pereira l’ha mai cercata?
"No. L’ho incontrato in altri teatri, non qui. Ci siamo salutati”.
Cosa ascolta quando non lavora?
"Classica e opera. Il jazz è una grande passione. La musica di stretta attualità la ascolto poco”.
La zona di Firenze che preferisce?
"Da Bellosguardo a Fiesole a Pian dei Giullari: c’è un equilibrio con l’ambiente che non si trova in nessun’altra città di queste dimensioni. Mi affascina il contrasto città-collina”.
Il piatto preferito?
"I fritti. In Toscana li trovo fantastici, eccelsi — forse per via dell’olio, ma non me li aspettavo così buoni. E poi mi piace tutta la cucina tipica”.
Il live di Ed Sheeran allo Stadio Olimpico è secondo in Italia per spesa al botteghino e terzo per numero di spettatori. Mentre la mostra dedicata a Caravaggio conquista oltre 381mila visitatori. La Capitale consolida il primato anche sui musical. Tutti i numeri nel report della Siae

Il primo spettacolo teatrale per spesa al botteghino nel 2025 parla romano. Mentre tra i concerti, il live di Ed Sheeran allo Stadio Olimpico è secondo per spesa al botteghino e terzo per numero di spettatori (78.501), dopo Ligabue alla RCF Arena di Reggio Emilia e Max Pezzali all’Autodromo internazionale Enzo e Dino Ferrari a Imola. Ma la Capitale si prepara a diventare, sempre di più, il regno dei “concerti-evento”. E trionfa anche nelle mostre.
I dati arrivano dal report annuale della Siae, la Società italiana degli editori e gli autori che svolge delle rilevazioni sistematiche sugli spettacoli in Italia, sulla base dei biglietti staccati, che sono soggetti alla riscossione dei diritti d'autore. I numeri sono quelli del 2025.
Alla vigilia del grande show di Ultimo a Tor Vergata e pochi giorni dopo l’annuncio del Giubileo di Vasco, con dieci date allo Stadio Olimpico nel 2027, il report Siae sancisce un primato di cui la Capitale può essere orgogliosa: è la prima città per date di artisti italiani ospitati nelle grandi location. Nel 2025 sono state 39, ben sopra le 20 date di Milano e le 13 di Napoli.
Sui concerti internazionali, vero “pallino” dell’assessore capitolino ai Grandi eventi, Alessandro Onorato, Roma deve accontentarsi del secondo posto. Il primato resta saldo nelle mani di Milano, con 12 eventi e 490.523 spettatori totali. Un primo posto reso possibile dalla capacità di attrarre artisti del calibro di Bruce Springsteen (oltre 117 mila ingressi in due date), Linkin Park (oltre 78 mila), Imagine Dragons (oltre 77 mila) e Dua Lipa (oltre 72 mila).
A Roma gli spettatori radunati nelle grandi venue attorno ad artisti internazionali sono 228.341 per 9 concerti. L’artista internazionale più visto nella Capitale nel 2025 è Ed Sheeran (oltre 78 mila persone), seguito da Kendrick Lamar e SZA (oltre 57 mila) e dagli Stray Kids (oltre 50 mila). I grandi nomi che la Capitale è stata in grado di “portarsi a casa” le permettono però di comparire rispettivamente al secondo, quarto e settimo posto della top ten dei concerti per spesa al botteghino. Rispettivamente con: Ed Sheeran (secondo solo agli AC/DC), Kendrick Lamar e SZA e gli Stray Kids. Tutti allo Stadio Olimpico.

Roma, inoltre, figura al terzo posto nella classifica per spettatori, sempre con Ed Sheeran all’Olimpico. Nella data del 14 giugno 2025 a vederlo sono stati in 78.501. Il terzo valore più alto dopo Ligabue alla RCF Arena di Reggio Emilia (87.938) e Max Pezzali all’Autodromo internazionale Enzo e Dino Ferrari a Imola (82.446). Nel 2024, per avere un parametro di riferimento, Roma era al nono posto nella classifica dei concerti con più spettatori con Max Pezzali all’Olimpico (64.108).
Complessivamente se nel 2025 Milano resta l’epicentro della musica live in Italia, anche grazie al richiamo degli artisti internazionali è a Roma che “il grande concerto-evento sta gradualmente prendendosi la scena”, si legge nel report della Siae. È vero, infatti che San Siro trionfa per valori assoluti, ma è l’Olimpico di Roma a registrare l’affluenza media più alta tra gli stadi: con soli 13 eventi, contro i 18 del Meazza, raccoglie in media oltre 58 mila spettatori per evento, contro i 53 mila dello stadio milanese. E il bilancio della Capitale, si legge ancora nel report “è destinato a rafforzarsi anche nei prossimi anni”. Si cita, in particolare il concerto-evento di Ultimo a Tor Vergata, nel 2027 Roma sarà il cuore dei festeggiamenti per i 50 anni di carriera di Vasco Rossi.
Roma può vantare primati anche sul fronte delle mostre: Caravaggio 2025 a Palazzo Bonaparte registra 381.637 visitatori, prima tra le mostre d'arte più viste dell'anno, seconda solo alla Biennale di Venezia. E consolida la sua posizione anche con il ciclo dei Musei Capitolini (Cartier e il Mito, La Grecia a Roma, I Farnese nella Roma del '500) con oltre 318 mila presenze complessive, e con Munch. Il Grido Interiore a Palazzo Bonaparte (128.820 presenze).
“La metrica che meglio descrive l'intensità espositiva del Lazio - si legge nel report - è l'affluenza media per giornata di apertura: 335 visitatori per spettacolo, primo posto nazionale davanti a Veneto (269) e Lombardia (215), contro una media nazionale di 193. L'introito medio per locale raggiunge i 430.411 euro, quasi tre volte la media nazionale (174.274) e il 40% in più della Lombardia (308.221). Roma non è solo la prima piazza espositiva d'Italia per affluenza media: è il mercato dove le mostre producono il maggiore ritorno per sede”.
E ancora: parla romano anche lo spettacolo a teatro con la più alta spesa al botteghino: si tratta di “I sette re di Roma”, celebre leggenda musicale scritta da Luigi Magni con le musiche di Nicola Piovani, riportata in scena da Enrico Brignano, dal Sistina di Roma all’Arcimboldi di Milano. Lo spettacolo è anche terzo nella top ten per numero di spettatori. Sono complessivamente 98.720. Davanti ci sono Angelo Duro con “Ho tre belle notizie” (151.134) e Vincenzo Salemme con “Ogni promessa è debito” (109.099).
Il report incorona la Capitale anche per i musical: Roma è la città che guida la classifica nazionale per spettatori (295.197), spettacoli (500) e spesa (oltre 13,8 milioni di euro), davanti a Milano che si attesta rispettivamente a 262.339 presenze, 340 spettacoli e oltre 12,4 milioni di euro. A Roma, “tre sedi dominano la scena e da sole raccolgono il 78,7% dell'intero pubblico cittadino” scrive la Siae. Il Teatro Brancaccio guida con 93.999 spettatori su 97 spettacoli, seguito dal Teatro Sistina con 86.949 presenze su 162 recite. Il Sistina Chapiteau a Tor di Quinto — primo teatro itinerante d'Italia, ideato da Massimo Romeo Piparo — ospita “Moulin Rouge! Il Musical” e porta altri 51.509 spettatori in 84 appuntamenti. Le Terme di Caracalla completano il quadro con 21.659 presenze concentrate in soli 6 spettacoli, e registrano il picco assoluto di pubblico il 17 luglio, con 4.542 spettatori per una serata
all’insegna di “West Side Story" sotto le stelle.
Complessivamente il Lazio resta il secondo grande asse del sistema degli spettacoli: la spesa totale cresce del 5,3%, fino a 564,3 milioni di euro, pari al 13,1% del totale nazionale, mentre la spesa media per spettatore sale da 18,09 a 19,02 euro.
Le ultime uscite di Donald Trump sciolgono qualsiasi dubbio sulla sua pessima salute - meglio: malattia- mentale. A poche ore dal devastante terremoto venezuelano che ha dato il 'colpo di grazia' al paese già messo letteralmente in ginocchio dagli anni della lunga dittature ( Chavez.Maduro) se ne esce - per la semplice ragione che vuol salvarsi il culo come si dice a Roma nei luoghi che contano, oltre che la faccia con i suoi sostenitori) con la dichiarazione seguente: " al di là del terremoto - capite!!!! - la gente balla in strada e l'economia va meglio", come se i balli in strada ed il miglioramento della situazione economica, prima del terremoto, potesse ascriverli alla sua incursione nel Paese per rapire e far prigioniero il dittatore Maduro.
Ora, dire voi se Trump non è pazzo e se non è gravissimo che un pazzo come lui continui a governare un Paese fra i più influenti del mondo. ( P.A.)
«'Spostata' dal servizio politico a quello esteri per aver dato notizie in esclusiva. Sembrerebbe l'unica motivazione logica per l'improvviso cambio di settore subito dalla collega dell'Agi Federica Valenti. Decisione assunta dalla direzione senza alcun confronto con il Cdr, che ha ripetutamente e invano chiesto un incontro per avere una spiegazione su una scelta che appare inspiegabile e contro gli interessi della stessa agenzia». Così la Federazione nazionale della stampa italiana e l’Associazione stampa romana, con la segretaria generale Alessandra Costante e il segretario regionale Stefano Ferrante, in una nota congiunta diffusa venerdì 26 giugno 2026.
"La vicenda - proseguono - pone ancora una volta la questione dei 'fattori esterni' che puntano a condizionare l'informazione, della necessità di corrette relazioni sindacali, del rispetto di quelle norme che il contratto nazionale di lavoro stabilisce proprio a tutela dell'autonomia dei colleghi. Fnsi e Stampa romana sono al fianco di Federica Valenti, cui esprimono tutta la loro solidarietà”.
Il Cdr dell’Agi “chiede di chiarire la ragione dello spostamento della collega Federica Valenti dal servizio politico a quello esteri dopo aver atteso invano per due giorni risposta a una richiesta di incontro urgente inviata alla direttrice”. Uno spostamento, prosegue il comunicato, “contrario agli interessi della redazione dell'Agi, considerando che si tratta di una collega che ha dimostrato negli anni il suo valore all'interno del servizio politico. La collega segue da molti anni le vicende della Lega, e solo negli ultimi mesi ha dato diverse notizie in anteprima, tra cui la scomparsa dello storico leader Umberto Bossi con citazione di Agi su diverse testate”.
Sempre il Cdr dell’agenzia di stampa “a norma dell'art.34 del contratto Fieg-Fnsi, che prevede una comunicazione preventiva alla rappresentanza sindacale, chiede dunque di conoscere per quale motivo questa risorsa del servizio politico debba essere spostata altrove. Sarebbe singolare scoprire che in Agi si viene spostati di mansione perché si danno delle notizie in esclusiva, dovrebbe essere al contrario motivo di vanto. Sarebbe altrettanto singolare che gli spostamenti di redattori da un servizio ad un altro fossero dettati da ragioni 'esterne' all'Agenzia. Così come appare non comprensibile se lo spostamento fosse pensato nell'ottica di una riorganizzazione dei servizi, in mancanza di un qualsiasi confronto con il Cdr come invece prevede il Contratto nazionale, tanto più dopo la bocciatura del piano editoriale e in assenza della presentazione di un nuovo piano”.
A esprimere totale solidarietà a Valenti “collega dell’Agi iscritta alla Stampa parlamentare, che segue da molti anni con esemplare competenza le cronache politico-parlamentari e in particolare quelle della Lega" è anche l’Associazione stampa parlamentare. L’associazione “sostiene ogni iniziativa del comitato di redazione a tutela della professionalità della collega. Il giornalismo, tanto più quello delle agenzie di stampa, o è libero da condizionamenti esterni o non è giornalismo. Ci auguriamo che la direzione possa rivedere le sue decisioni”.