Ha destato vivo interesse e suscitato in me diverse riflessioni il confronto sulle pagine di Repubblica Bari a proposito del programma sinfonico e cameristico della Fondazione Petruzzelli, interamente dedicato a Beethoven del quale, come è noto, ricorre nel 2027 il bicentenario della morte. Effettivamente è un’anomalia, mai mi era capitato di vedere il cartellone di una Fondazione lirica rendere omaggio a un solo compositore, venendo meno all’idea che una stagione musicale debba essere varia e debba offrire spunti diversi in modo da interessare un pubblico eterogeneo dai gusti molto differenti. Ma Beethoven non è un compositore qualunque che può essere ricordato eseguendone un paio di lavori. E il suo bicentenario è una occasione troppo importante perché passi in sordina. A cosa serve omaggiarlo con l’ennesima esecuzione di una sinfonia o di un concerto? Le conosciamo bene queste opere, ascoltarne una o due nel corso della stagione aggiunge ben poco alla conoscenza che abbiamo del suo autore.



Beethoven non è semplicemente uno dei più grandi compositori della storia: è una delle personalità che hanno contribuito a trasformare radicalmente il linguaggio musicale, ampliandone le possibilità espressive e conferendogli una straordinaria capacità di rappresentare i conflitti, le aspirazioni e le contraddizioni dell’esperienza umana. Nella sua musica convivono tensione e contemplazione, inquietudine e speranza, disciplina formale e impeto creativo.

La sua opera non si limita a suscitare emozioni, ma sollecita l’intelligenza, interroga la coscienza e invita l’ascoltatore a confrontarsi con le grandi questioni dell’esistenza. Ascoltare Beethoven è come leggere Dante, Shakespeare o ammirare l’opera di Michelangelo. Come forse nessun altro compositore, continua a parlarci con un linguaggio che, pur antico di oltre duecento anni, ci rappresenta per quello che siamo oggi. In sostanza siamo davanti a quello che io considero il vertice del pensiero musicale occidentale.

Ma entrare nel mondo musicale di Beethoven è possibile solo conoscendo molti suoi lavori, da quelli scritti in gioventù a quelli della maturità, dalla musica sinfonica a quella cameristica, alla sua unica opera lirica, il Fidelio. E non basta ascoltarli una volta, bisogna ritornarci e ripensarli esattamente come facciamo con i grandi libri. Perché la sua musica si svela lentamente: ogni nuovo ascolto ci fa capire qualcosa di nuovo anche dopo anni. È la bellezza dei grandi capolavori, non si è mai in grado di capirli completamente. Suono da decenni il Concerto per violino op.61 e tutte le dieci sonate per violino e pianoforte eppure, ogni volta che devo portarle in concerto, le riguardo, le analizzo e spesso ho l’impressione di capire qualcosa che prima mi era sfuggito.



La più bella esperienza artistica della mia vita è stato suonare il Quartetto op.132, uno degli ultimi lavori di Beethoven, uno di quei brani che i suoi contemporanei non avevano capito e che ha avuto bisogno di quasi un secolo per essere apprezzato come uno dei momenti più alti della musica di ogni tempo. Pensavo di conoscere tutto Beethoven, e invece quest’anno ho scoperto che, fuori dal catalogo ufficiale, aveva trascritto per voce e pochi strumenti, spesso violino, violoncello e pianoforte, oltre 150 canzoni popolari (anche la veneziana “biondina in gondoleta”), bellissime. Io credo che dedicare tutta la stagione a Beethoven sia una scommessa, ma per chi accetterà la sfida, sarà sicuramente un viaggio meraviglioso nella conoscenza di un autore che è imprescindibile patrimonio dell’umanità intera.