giovedì 29 ottobre 2026

Anche Del Debbio se la prende con due giovani manifestanti (da Fanpage.it, di Sara Leombruno).La tv che strapazza i manifestanti, ma non si interroga sul malessere contro il quale i giovani, e non solo loro, protestano nel nostro paese ( P.A.)

 Del Debbio gli dà degli “str*nzi” a Dritto e Rovescio. 

I giovani attivisti: “Paternalismo usato per delegittimarci”




Dopo il caso Sabrina Brizzola a Porta a Porta, un’altra polemica in TV espone il paternalismo dei talk show. Questa intervista di Fanpage.it è con Ezou Lalaoui e Marina Wildt dopo lo scontro a Dritto e Rovescio con Paolo Del Debbio, che li aveva liquidati in diretta: “Siete due Fonzie, che fa rima con…”. La replica degli attivisti del PCR: “La tv parla di vetrine rotte per nascondere i venti morti sul lavoro della scorsa settimana. Anche quella è violenza”.


"Non ci arrivi, qui con me non ci parli più". È con queste parole che Paolo Del Debbio ha interrotto il confronto con Ezou Lalaoui e Marina Wildt – attivisti del PCR (Partito Comunista Rivoluzionario) – nella puntata di Dritto e Rovescio del 22 ottobre. Il tema era quello della condanna alle frange violente delle manifestazioni: un argomento che non li riguardava in prima persona, ma rispetto al quale si sono ritrovati, nei fatti, sul banco degli imputati, costretti a rispondere dei disordini scoppiati nelle piazze come se ne fossero i responsabili.


Mentre si parlava del caso di Ivan, presentato come "l'eroe anti-maranza" e vittima di un pestaggio durante i disordini, a Marina ed Ezou viene chiesto più volte di dissociarsi, condannare chi commette quelle azioni. Loro provano a divincolarsi: "Bisogna chiedersi perché è successo questo. Si sta semplificando il dibattito sul ‘chiedi scusa o no'", dicono. Ma la loro presa di posizione non serve a nulla. Del Debbio perde le staffe e rifiuta ogni confronto. Li delegittima, dice che proprio "non ci arrivano". Prima di passare alla presa per i fondelli vera e propria: "Fonzie non riusciva mai a dire di aver sbagliato. Voi siete due Fonzie… che fa rima con…", dice il conduttore, citando il celebre personaggio della serie Happy Days. Un atteggiamento ostile e paternalistico, molto simile a quello adottato da Bruno Vespa nei confronti di Sabrina Brizzola a Porta a Porta. In questa intervista a Fanpage.it, Marina ed Ezoubair ripercorrono quei momenti e analizzano le radici di una protesta che – secondo loro – la tv generalista sceglie volutamente di banalizzare.


Partiamo dai fatti di cronaca. Avete preso parte anche voi agli scioperi del 17 ottobre? 

Le scuse di Bruno Vespa a Sabrina Brizzola lette su un gobbo: la pezza è peggio del buco

Sì, come PCR siamo scesi in piazza in diverse città, da Milano, a Torino, a Bologna. Erano presenti perlopiù giovanissimi, studenti con un'alta coscienza politica e che rivendicano una scuola pubblica migliore, per un futuro migliore. Non abbiamo preso parte agli scontri violenti, ma quegli episodi sono diventati il centro del dibattito.

Un meccanismo che si è riproposto anche a Dritto e Rovescio. La puntata sembrava costruita per farvi rispondere di violenze commesse da altri.

Certo, è uno schema ricorrente della Tv e di alcuni giornali. C'è il tentativo costante di associare l'intero movimento alle azioni violente di pochi. Tuttavia, quegli episodi ci dicono molto sulla situazione in cui vivono i ragazzi delle periferie: degrado scolastico, abbandono da parte delle istituzioni, difficoltà lavorative, economiche e oppressione da parte del sistema. Ci colpisce che in una settimana ci siano state oltre 4.000 identificazioni in tutta Italia, con una solerzia che non si trova di fronte ad altre questioni politiche.

Del Debbio si è rivolto a voi con espressioni forti, vi ha accusato di "non capire". Cosa pensate del suo atteggiamento?

È stato un modo per delegittimarci, come se non avessimo idee ben strutturate da portare avanti in un confronto. Per anni hanno dipinto i giovani come disinteressati alla politica, adesso che ci mobilitiamo non va bene lo stesso. È lo stesso trattamento paternalistico che viene riservato anche ai lavoratori, a cui si ripete che non si possono alzare gli stipendi e che certi temi non li riguardano. Noi pensiamo invece che spetti proprio al movimento giovanile e ai lavoratori rimettere radicalmente in discussione il sistema.

Pensate che questa delegittimazione sia legata al fatto che il governo è consapevole di non avere il consenso delle nuove generazioni?

Assolutamente sì. Si vede in tutta Europa, e non solo, che i giovani tendono ad avere le posizioni più radicali e a opporsi nettamente alla destra. Per quanto riguarda l'Italia e il governo Meloni, si fa una grande propaganda sul fatto che sia l'esecutivo più duraturo della storia repubblicana, ma questo non significa che sia un governo stabile. Si mantiene in piedi unicamente perché esiste un'opposizione del tutto incapace di canalizzare le insoddisfazioni del Paese. Il vero nodo è che i giovani, e con loro molti lavoratori, non vedono una reale alternativa politica, e di fronte a questo vuoto di rappresentanza oggi scelgono di scendere in piazza.

Vi è stato chiesto di condannare chi ha commesso le violenze nei cortei e vi siete rifiutati. Perché?

Perché pensiamo che i problemi per cui stiamo lottando siano più importanti. Non siamo contrari a parlare di violenza, ma bisogna essere onesti e fare un discorso più ampio: nella settimana in cui si è parlato solo delle vetrine rotte a Milano, in Italia ci sono state venti morti sul posto di lavoro. Anche questa è violenza, ma non trova spazio. L'anno scorso 5,6 milioni di persone non potevano permettersi le cure mediche. Gli operai dell'ex Ilva sono sotto ricatto da anni, quelli dell'Electrolux da mesi. Scegliere di non rispondere a quella domanda è una forma di protesta contro una narrazione orientata, incentrata tutta sui disordini per non guardare al problema reale.

Rifiutare la narrazione dei talk show per rimettere al centro i problemi reali, dunque. Quali sono i punti cardine della vostra protesta?

Quello che chiediamo è un cambiamento radicale dello stato delle cose. Le piazze di questi giorni dimostrano che bisogna affrontare i nodi strutturali di questa società: dalla guerra alla crisi climatica, passando per il lavoro, la sanità, l'istruzione e i diritti legati all'immigrazione, come la cittadinanza dopo tre anni a chi arriva in Italia. Per farlo servono strumenti forti, dalla mobilitazione di massa allo sciopero generale, fino alle occupazioni di scuole e fabbriche. Noi pensiamo che serva la nazionalizzazione delle grandi industrie, mettendole sotto il controllo diretto dei lavoratori: è l'unico modo reale per finanziare scuola e sanità e fermare l'inquinamento. Ridurre la lotta politica alle sole aule istituzionali si è dimostrato completamente sterile.

Avete percepito un tentativo di censura sul tema?

Sapevamo di trovarci di fronte a interlocutori con idee diverse dalle nostre a Dritto e Rovescio, ma speravamo quanto meno di riuscire ad avere un contraddittorio. Manca, secondo noi, uno spazio mediatico che rifletta il reale dibattito della società, in tutte le sue tendenze. Molti giovani non guardano più la televisione, non leggono più i giornali, proprio per questo motivo.

Quale potrebbe essere, secondo voi, questo canale?

Per noi, quello principale resta quello della strada, delle assemblee nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro.

I social, secondo voi, possono essere una buona alternativa alla TV per informarsi e confrontarsi?

Anche quelli sono in mano a soggetti privati che, quando vogliono, possono bloccare un'informazione per motivi politici. Non sono piattaforme neutrali, anche se restano uno strumento per raggiungere più persone.

Cosa pensate del nuovo Decreto Sicurezza?

È l'ennesima dimostrazione dell'incapacità di questo governo di dare risposte concrete. Anche di fronte a piazze pacifiche, dove i giovani si sono presentati con le mani alzate, lo Stato ha risposto solo con la repressione. Ma crediamo che questa linea non farà altro che spingere studenti e lavoratori a mobilitarsi ancora di più, esattamente come sta accadendo in Francia e in Spagna.



Matone Presidente Rai, e Chiocci Amministratore delegato?


Matone per la presidenza Rai

C’è la riforma della Rai, pronta per il Senato il 26 novembre. E nella maggioranza c’è chi scommette che «la velocità del provvedimento sarà assicurata, nonostante la legge di Bilancio e altre noie da approvare». Fatto sta che, mentre per il ruolo di amministratore delegato tutti, a cominciare ovviamente dai meloniani, fanno il nome dell’attuale direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci, per la carica di presidente si scatenano le scommesse. Anche perché per quell’incarico deve esserci, in base alla teoria delle quote rosa, una donna. Dopo l’assemblea della Lega che ha visto la riconferma di Matteo Salvini c’è stata un’uscita di peso, che a Roma ha fatto clamore nonostante fosse attesa da mesi: Simonetta Matone ha lasciato i leghisti per aderire a Forza Italia. Il vicepremier e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani è da sempre un amico di famiglia, stima tantissimo Matone, e il partito berlusconiano potrebbe indicare senza alcun problema il nome dell’ex magistrata (una sempre in prima fila quando si parla di poltrone: era circolata la sua candidatura anche per l’Anticorruzione) alla presidenza della Rai. Nei palazzi del servizio pubblico radiotelevisivo poi Matone conosce tutti: il suo consorte Emilio Albertario è stato una delle colonne giornalistiche prima della radio e poi del Tg2…

Del Vecchio, il giovane industriale che ha ereditato una fortuna che vuol farsi editore, vs 'Il Fatto Quotidiano' di Travaglio, quotato in Borsa. E la Consob tace ( da Lettera 43, di Andrea Costantino)

 

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Nel fotomontaggio, Leonardo Maria Del Vecchio e lo sfondo della Consob.

Con quali soldi Leonardino vorrebbe pagare il giornale di Travaglio? L’ultimo bilancio depositato dalla sua holding è datato 2024. E vista l’impennata del titolo azionario del quotidiano, l’arbitro della Borsa non ha nulla da dire?

Attacca i cronisti che scrivono dei suoi debiti, poi annuncia di voler comprare il loro giornale e giura di amarne la libertà. Il titolo azionario vola, e Il Fatto da oggi è sospettato di ritorsione qualunque cosa scriva. Mentre l’arbitro della Borsa tace.

La holding non risulta aver depositato il bilancio del 2025

Per sgomberare i pregiudizi dal ragionamento si può provare a togliere il cognome dalla storia. Un imprenditore ha una società piena di debiti, che a oggi non risulta aver depositato il bilancio del 2025: una domenica sera annuncia che vuole comprare un giornale quotato in Borsa. Dice il prezzo, le condizioni, però tace sui soldi. Il lunedì il titolo sale del 18 per cento, il mercoledì supera il prezzo che lui stesso ha offerto. Intanto va in radio, scrive sui social, e il podcast di Fedez rilancia l’annuncio in tempo reale. Quanto ci metterebbe la Consob, l’arbitro della Borsa, a chiedergli: scusi, che cosa intendeva? Ecco, quell’imprenditore – come si sarà capito – si chiama Leonardo Maria Del Vecchio. La Consob qualche domanda se la sarà fatta?

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Guido Stazi, presidente della Consob (foto Imagoeconomica).

Ricapitolando, il 14 settembre Il Fatto ha pubblicato un’inchiesta sui debiti di Del Vecchio. Il 23 ottobre ha rilanciato le intercettazioni di alcuni suoi manager, e lui ha risposto con un tweet, chiamando i cronisti «ratti del giornalismo». Due giorni dopo, la sua società Lmdv Media ha annunciato un’offerta per comprare tutta la Seif, casa editrice del Fatto: 7,15 milioni di euro. In poche ore i fondatori, che hanno la maggioranza, hanno risposto di non avere intenzione di vendere. Del resto lo statuto vieta a chiunque di avere più del 17 per cento delle azioni, e senza i fondatori quella regola resta dov’è. L’offerta non può andare in porto. Il titolo in Borsa si è messo a correre: 0,22 euro venerdì, 0,32 mercoledì mattina, +45 per cento in tre giorni.

Restano alcune parole scelte con cura: «due diligence confermatoria». La due diligence è il controllo dei conti che fa chi vuole comprare un’azienda; confermatoria vuol dire che serve a confermare quello che si sa già. I conti della Seif sono pubblici e li ha già controllati un revisore, Kpmg. Dicono cose scomode e note a tutti: perdite, patrimonio sotto zero, un richiamo sulla capacità di andare avanti senza nuovi capitali. Del Vecchio stesso ha detto in radio che con i soci non c’è stato alcun dialogo, quindi non ha visto un solo documento riservato. Che cosa resta da confermare? Detta così, la frase lascia intendere che dietro quei numeri ci sia altro. L’effetto si è visto subito: per tre giorni giornali e televisioni hanno parlato dei debiti del Fatto, mentre di quelli di chi lo voleva comprare non ha parlato più nessuno.

Del Vecchio dichiara 950 milioni di debiti tra personali e societari

Eppure i conti da guardare «con franchezza», per usare l’espressione della sua società, sono anche altri. Del Vecchio dichiara 950 milioni di debiti tra personali e societari. L’ultimo bilancio depositato dalla sua holding, Lmdv Capital, è quello del 2024: approvato 10 mesi dopo la chiusura dell’anno, quattro mesi oltre il termine massimo, senza che alcun revisore lo controllasse.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Il taglio alto della prima pagina del Fatto Quotidiano il 28 ottobre.

Dei suoi 156 milioni di patrimonio, 146 vengono da una rivalutazione delle partecipazioni. Gli interessi sul debito, a seconda delle stime, valgono fra 80 e 110 milioni l’anno. Delfin, la cassaforte di famiglia, nel 2025 gli ha versato 18,75 milioni di dividendi: per ogni euro di dividendo, da quattro a sei euro di interessi. Le azioni di Lmdv Media, la società che dovrebbe comprare Il Fatto, sono già in pegno a una banca.

Sotto gli 8 milioni l’offerta non deve superare l’esame della Consob

Dunque con quali soldi avrebbe eventualmente pagato? I comunicati non lo dicono. C’è un dettaglio, però, che potrebbe aiutare a capire. Sotto gli 8 milioni un’offerta su questo listino non passa dall’esame della Consob: nessun documento da far approvare, nessuna garanzia bancaria da mostrare. L’offerta di Del Vecchio era di 7,15 milioni. Adesso però il titolo vale più del prezzo offerto, e per fare sul serio bisognerebbe alzare la cifra oltre gli 8 milioni. A quel punto i soldi andrebbero mostrati.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Del Vecchio sostiene di voler proteggere il giornalismo del Fatto, e di conseguenza di voler mantenere Marco Travaglio alla direzione. Insomma crede nel pluralismo, ha perfino chiesto scusa per le parole che hanno ferito la redazione, cancellando il tweet incriminato. Ma se crede sul serio nella libertà d’informazione dovrebbe rispondere alle domande sui propri debiti.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano (foto Imagoeconomica).

Maurizio Belpietro, su La Verità, ha scritto che Del Vecchio punta a strangolare il giornale e ha ipotizzato che acquisti azioni per contestare dall’interno amministratori e revisori. Eppure anche così i cassetti restano chiusi: in una società per azioni infatti il piccolo socio vede giusto l’elenco dei soci e i verbali delle assemblee, nient’altro.

In un giorno sono passate di mano azioni Seif per un valore pari a due mesi

Capitolo sull’arbitro. La Seif è quotata, e in Borsa valgono regole europee precise: cioè è vietato diffondere notizie capaci di dare segnali falsi o fuorvianti sul prezzo di un titolo. Martedì 27 ottobre, in un solo giorno, sono passate di mano azioni Seif per un valore pari a circa due mesi di scambi normali. Chi le ha comprate? Nel 2023, per esempio, la Consob fermò nel giro di poche settimane un’offerta su Piaggio lanciata su LinkedIn da un gruppo che nessuno conosceva.