lunedì 20 luglio 2026

Caso Roggero n.4. Mario Giordano: 'i giudici tutelano i delinquenti e sono privi di umanità'.( da Il Tempo). E' gravissimo che uno che si dice giornalista parli in termini più elettoralistici che giornalistici( P.A.)

 

Roggero, lo sfogo di Giordano: “I giudici non hanno avuto umanità. Le norme tutelano i delinquenti”
Roggero, lo sfogo di Giordano: “I giudici non hanno avuto umanità. Le norme tutelano i delinquenti”

Resta al centro del dibattito pubblico il caso di Mario Roggero, l'imprenditore di Cherasco condannato per aver reagito, insieme al figlio, a una rapina armata nella sua gioielleria nel dicembre 2021. Una vicenda che da anni divide l'opinione pubblica italiana e che periodicamente riemerge nel dibattito politico e mediatico legato al tema della legittima difesa. A intervenire, nel corso della trasmissione "4 di Sera Weekend", è stato il giornalista Mario Giordano, che ha preso posizione con parole nette in difesa dell'imprenditore piemontese, ricostruendo la vicenda dal punto di vista umano prima ancora che giuridico. "Io sostengo Mario Roggero perché Mario Roggero l'ho conosciuto e so che è una persona per bene", ha esordito Giordano, rivendicando la conoscenza diretta dell'imprenditore come elemento che rafforza il proprio giudizio.

   

Il giornalista ha poi tratteggiato il profilo umano di Roggero, ricordando che è una persona "che ha lavorato tutta la vita per sé, per il Paese, per la sua famiglia", che "ha cresciuto quattro figli" e che oggi "ha otto nipoti, a cui ha insegnato sempre a essere rispettosi delle leggi e dello Stato". Da questo ritratto personale Giordano è passato a una considerazione più generale, quasi un manifesto valoriale: "Fra i delinquenti che si svegliano al mattino per andare ad aggredire qualcuno e la persona per bene che tutta la vita lavora e si trova aggredita nella sua attività, si deve stare dalla parte delle persone per bene". Una posizione che, secondo il giornalista, non riguarda solo il sentire comune ma dovrebbe orientare anche l'azione delle istituzioni: "Lo Stato deve dare il segno di stare dalla parte delle persone per bene, altrimenti passa la rischiosa idea che in questo Paese convenga essere delinquenti piuttosto che persone per bene".

   

Il cuore dell'intervento di Giordano riguarda però il piano giudiziario. Il giornalista individua un duplice ordine di responsabilità: da un lato la normativa sulla legittima difesa così com'è scritta oggi, dall'altro l'interpretazione che ne hanno dato i giudici nel caso specifico. "Il problema sta sia nella legge sulla legittima difesa, sia nella sentenza", ha spiegato, sostenendo che "i giudici con la sentenza potevano interpretare un po' di più lo stato psicologico di una persona". A questo proposito Giordano ha ricostruito, punto per punto, la sequenza drammatica vissuta da Roggero quel giorno: un uomo "che ha subito cinque rapine" nel corso della sua attività commerciale, e che nell'ultima occasione "ha visto sua moglie picchiata davanti a lui", ha visto "sua figlia legata davanti a lui", si è visto puntare "una pistola alla tempia con il delinquente che gli faceva il conto alla rovescia". Una scena che, secondo il giornalista, i giudici non avrebbero saputo o voluto leggere fino in fondo: "Secondo me nella sentenza non c'è quell'umanità che i giudici invece dovrebbero dimostrare nel capire lo stato d'animo di una persona [...] che quel giorno non avrebbe fatto male a nessuno, neanche a una mosca, se non fosse stato aggredito". Giordano non ha comunque negato l'eccesso commesso da Roggero, ammettendo con chiarezza che l'imprenditore "si è trovato a reagire in uno stato di confusione e quindi ha anche sbagliato, sicuramente esagerato, sicuramente si è pentito". Ma per il giornalista resta un punto fermo: "Non capire questa cosa è un errore dei giudici", cioè non tenere conto del contesto psicologico estremo in cui la reazione è maturata. L'analisi di Giordano si allarga poi al piano più propriamente legislativo, dove il giornalista denuncia un ritardo del Parlamento nell'affrontare con chiarezza la materia: "anche dal punto legislativo, sia dal punto di vista della legittima difesa in sé, della legittima difesa appuntativa, come in questo caso, sia dal punto di vista dei risarcimenti, si sia perso troppo tempo nel non fare leggi più chiare dalla parte dei cittadini per bene e che non proteggano in nessun modo i delinquenti". Un affondo particolare riguarda proprio la disciplina dei risarcimenti, che nella vicenda Roggero prevede un paradosso destinato ad alimentare ulteriormente la polemica: l'imprenditore, oltre alla condanna, si troverebbe a dover risarcire chi lo aveva aggredito. Una normativa che, per Giordano, "sembra che sia una legge fatta apposta perché i delinquenti possano tenere risarcimento da chi vanno ad aggredire".

   

Non manca, nell'intervento di Giordano, un riferimento all'iniziativa legislativa in corso. Il giornalista dà atto all'esecutivo di essersi mosso sul tema, ricordando che "adesso c'è un provvedimento approvato dal Consiglio dei Ministri, un disegno di legge che dovrebbe cambiare le cose in futuro". Un giudizio positivo, condizionato però al successivo passaggio parlamentare: "speriamo che sia approvato dalla Camera e dal Senato e che diventi legge". Resta tuttavia l'amarezza per una reforma... no, scusami, per una *riforma* che arriverebbe comunque troppo tardi per il caso che l'ha, in parte, sollecitata: "Purtroppo non servirà per Roggero che oltre a stare in carcere, deve anche risarcire chi quel giorno l'ha aggredito, aggredito lui, la sua famiglia, la sua vita". L'intervento si chiude con un appello diretto, che chiama in causa la più alta carica dello Stato: "Io penso che sia giusto dare la grazia a Mario Roggero per le cose che abbiamo detto fino adesso", ha dichiarato Giordano, senza però nascondere lo scetticismo sui tempi e sulle possibilità concrete che questo avvenga: "temo purtroppo che non arriverà". Una misura che, a giudizio del conduttore, sarebbe comunque di segno giusto e largamente condivisa in Italia: "Sarebbe una misura giusta e credo accettata bene da buona parte del Paese che in questo momento è al fianco di Mario Roggero". Le parole di Giordano si inseriscono in un dibattito che accompagna il caso Roggero fin dal 2021 e che negli anni ha coinvolto politici, giuristi e opinionisti di orientamento diverso, riportando puntualmente al centro della discussione pubblica i confini della legittima difesa in Italia, il rapporto tra proporzionalità della reazione e stato emotivo della vittima, e la capacità del sistema giudiziario di tenere insieme il rigore della norma e la comprensione delle circostanze umane in cui un reato viene commesso. Un nodo che il ddl approvato dal governo prova ora ad affrontare, ma che - come sottolineato dallo stesso Giordano - difficilmente potrà cambiare la sorte già segnata di Mario Roggero.

Caso Roggero n.3. Meloni: 'ho detto io a Nordio di andare avanti sulla grazia'./( da Il Fatto Quotidiano) Meloni, vuoi arrivare al Quirinale, mentre gli italiani preferiscono sempre e comunque Mattarella?( P.A.)

 

“Gli ho detto io di andare avanti”: Meloni rivendica l’iniziativa di Nordio per la grazia a Roggero

La premier conferma di aver dato il via libera al ministro della Giustizia per istruire la pratica di grazia del gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi. "C'è un problema di proporzionalità delle pene". Ma il gioielliere è stato condannato al minimo della pena per omicidio e tentato omicidio
“Gli ho detto io di andare avanti”: Meloni rivendica l’iniziativa di Nordio per la grazia a Roggero


È stata Giorgia Meloni a dare l’indicazione politica al ministro della Giustizia Carlo Nordio di avviare l’istruttoria per una possibile grazia a Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto al suo negozio. Una rivendicazione di responsabilità da parte della presidente del Consiglio dopo che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, aveva convocato il guardasigilli per ricordare a tutti che è una prerogativa del presidente della Repubblica la concessione del provvedimento. “Ma certo, gli ho detto io di andare avanti, bisogna chiamare le cose con il loro nome”, afferma la leader di Fratelli d’Italia in un’intervista al Corriere della Sera. Meloni precisa tuttavia che “una cosa è il potere di concedere la grazia, e nessuno ha mai messo in dubbio che questa prerogativa appartenga esclusivamente al Quirinale, ma ciò non vieta al Guardasigilli di istruire il procedimento“.

Intorno al caso del gioielliere che sparò quando i rapinatori erano in fuga e il pericolo cessato – configurando quindi l’omicidio e il tentato omicidio – si sono radunate tutte le destre con iniziative di sostegno (come quella di Futuro nazionale davanti alla Cassazione il giorno della sentenza), di solidarietà come quella della Lega con il vice premier Matteo Salvini che è andato a visitare il condannato in carcere.

La premier interviene anche nel merito della vicenda giudiziaria, invitando a considerare il trauma vissuto dal gioielliere durante la rapina. “Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo? E a tutti coloro che lo fanno senza il beneficio del dubbio dico con serenità che sbagliano, perché tutti dovrebbero farsi qualche domanda in più”.

Meloni mette in discussione la possibilità di delimitare con precisione il momento in cui cessa il pericolo per una vittima di un’aggressione. “Ma siamo sicuri che in quel momento fosse capace di intendere? Siamo sicuri che esista un modo per misurare con l’orologio o con il codice in mano quando una minaccia è cessata o meno, quantomeno per un uomo simile, che si è visto a un passo dalla morte, sua e dei suoi familiari, per ben due volte?”, si chiede. Una domanda retorica rispetto alla dinamica dei fatti così come è immortalata nel video della rapina: quando si vede Roggero prendere l’arma e inseguire i tre in fuga e sparare contro i tre uomini, anche alle spalle. Quando cessa il pericolo – i tre erano ormai fuori dal negozio e stavano scappando – cessa anche la legittima difesa perché il pericolo deve essere “attuale”.

Secondo la presidente del Consiglio, in situazioni di questo tipo entrano in gioco meccanismi psicofisici che alterano la percezione della realtà. “Se si subisce un’aggressione, il nostro cervello e il nostro fisico entrano in modalità ‘combattimento’. Esiste un’ampia letteratura che spiega come l’adrenalina modifichi tutti i sensi, il corpo e la percezione. Accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino”.

Una visione che non trova conforto neanche nel sindacato degli avvocati. Nei giorni scorsi era intervenuto anche il presidente dell’Unione delle Camere penali italiane Francesco Petrelli, che ha aveva posto un limite netto al dibattito nato dopo la condanna definitiva del gioielliere di Grinzane Cavour ovvero che il dolore per una rapina subita può essere compreso sul piano umano, ma non può trasformarsi nel riconoscimento di una giustizia privata: “Il diritto di difendersi non può essere confuso con il diritto di vendicarsi”. “È certamente comprensibile, sul piano umano e psicologico, che chi subisce una rapina violenta possa trovarsi in una condizione profondamente alterata” aveva osserva l’avvocati. Ma ritenere che quella condizione possa giustificare “l’inseguimento e l’uccisione di chi, cessata l’aggressione, si è già dato alla fuga” significherebbe, secondo il presidente dei penalisti, “riconoscere il diritto alla vendetta privata”.

Infine, Meloni torna sul tema della proporzionalità delle pene, sostenendo che il caso Roggero evidenzi uno squilibrio nel sistema sanzionatorio. “Non si possono dare otto anni a dei pedofili o meno di dieci anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere. C’è un problema di proporzionalità delle pene”. In realtà la pena inflitta è il minimo per l’omicidio volontario per chi ha scelto il rito abbreviato partendo dal minimo edittale. L’articolo 575 del codice penale prevede che chiunque cagioni la morte di un uomo sia punito con la reclusione non inferiore a 21 anni. Il gioielliere uccise due uomini e ne ferì un terzo, una condanna inferiore sarebbe stata fuori da qualsiasi legge.

Caso Roggero n.2. Capezzone: 'il Quirinale è lontano dai cittaidni'. E Capezzone lontanissimo dalla ragionevolezza

 

Capezzone esplode sul caso Roggero: «Mattarella  è distante da moltissimi italiani»
Capezzone esplode sul caso Roggero: «Mattarella è distante da moltissimi italiani»

Daniele Capezzone critica l’intervento del Quirinale sul caso Mario Roggero: «Se il Colle interviene molto, non può aspettarsi soltanto consenso».

Il caso Mario Roggero arriva al centro di un duro intervento di Daniele Capezzone, che contesta la posizione assunta dal Quirinale dopo l’avvio dell’istruttoria ministeriale sulla possibile concessione della grazia al gioielliere. Secondo il giornalista, la Presidenza della Repubblica, scegliendo da anni un ruolo pubblico particolarmente visibile, deve accettare non soltanto il consenso, ma anche le critiche e l’impopolarità.

Il riferimento è al confronto istituzionale nato dopo l’iniziativa del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Dal Colle è arrivato un richiamo alle competenze costituzionali: l’istruttoria può essere curata dal ministero, mentre la decisione finale sulla grazia spetta esclusivamente al capo dello Stato.

Per Capezzone, tuttavia, la questione non riguarda soltanto le procedure previste dalla Costituzione. Il nodo è anche politico e riguarda la distanza che, a suo giudizio, si sarebbe creata tra la posizione del Quirinale e la sensibilità di una parte consistente dell’opinione pubblica sul destino di Roggero.

Capezzone sul caso Roggero: «Il Quirinale è lontano da molti cittadini»

Nel suo intervento, Daniele Capezzone parte dalle regole della comunicazione politica contemporanea, descritta attraverso il concetto di “likecrazia”. Chi sceglie di esporsi pubblicamente, sostiene, non può pretendere di ricevere soltanto approvazione.

«Nella politica turbomediatizzata che da anni definisco “likecrazia”, esistono alcune regole, alcune tendenze, alcune costanti a cui è impossibile sottrarsi. Se una figura politica, istituzionale, mediatica sceglie di stare sotto i riflettori, è fatalmente esposta alle carezze del consenso e alle asprezze del dissenso, alla gran consolazione dell’applauso e all’amarezza dei fischi».

Secondo il giornalista, non sarebbe possibile scegliere soltanto la parte favorevole della visibilità pubblica, respingendo le conseguenze più scomode.

«È tecnicamente impossibile ottenere una cosa e sottrarsi all’altra, assicurarsi la parte buona e respingere la parte costosa. Con questa evidenza oggettiva deve misurarsi anche la Presidenza della Repubblica».

Il ragionamento viene quindi applicato direttamente al caso Roggero. Capezzone sostiene che la posizione del Colle sia percepita come distante da numerosi cittadini che chiedono un atto di clemenza per il gioielliere.

«Sta accadendo in modo evidente con il caso Roggero: e stavolta la posizione del Quirinale appare notevolmente impopolare, o per lo meno decisamente lontana dalla sensibilità di moltissimi cittadini».

L’accusa sul protagonismo dei presidenti della Repubblica

Per spiegare la propria tesi, Capezzone ricostruisce l’evoluzione del ruolo assunto dai presidenti della Repubblica negli ultimi decenni. Il giornalista individua una svolta già nella parte conclusiva del mandato di Francesco Cossiga, proseguita con Oscar Luigi Scalfaro e diventata ancora più evidente durante la presidenza di Giorgio Napolitano.

Secondo la sua analisi, da oltre trent’anni si sarebbe affermata una lettura sempre più interventista delle funzioni del capo dello Stato, con frequenti dichiarazioni pubbliche e prese di posizione capaci di incidere sul confronto politico.

«Dall’ultimo biennio del settennato Cossiga all’intero settennato Scalfaro, con l’eccezione parziale Ciampi, e invece con il ritorno all’estrema evidenza pubblica del Quirinale con Giorgio Napolitano e fino ai giorni nostri, possiamo dire che da oltre trent’anni sia prevalsa un’interpretazione interventista del ruolo del Capo dello Stato».

Capezzone parla di «un notevole protagonismo nelle esternazioni», alcune delle quali avrebbero assunto, a suo giudizio, un contenuto fortemente politico. Per rappresentare l’estensione dei poteri presidenziali utilizza l’immagine della fisarmonica, tradizionalmente impiegata per descrivere un ruolo che può allargarsi oppure restringersi in base alle diverse fasi istituzionali.

«La fisarmonica, com’è noto, è uno strumento musicale che si allarga e si comprime, ed è un’immagine classicamente usata dai costituzionalisti proprio per chiarire come il ruolo del Presidente possa farsi a momenti più discreto e a momenti più visibile. Ecco, da trent’anni la fisarmonica quirinalizia non si comprime quasi mai».

«Se il Colle interviene molto, non può esserci solo consenso»

La conclusione di Capezzone è rivolta direttamente al rapporto tra il Quirinale e l’opinione pubblica. Più il presidente della Repubblica interviene su questioni politiche e istituzionali, maggiore sarebbe la possibilità che le sue posizioni vengano contestate.

Il giornalista osserva che le parole e le decisioni del capo dello Stato vengono generalmente accompagnate da grande cautela da parte dei mezzi d’informazione. Questo atteggiamento, tuttavia, non potrebbe impedire la nascita di critiche quando le decisioni assunte risultano lontane dall’orientamento di una parte del Paese.

«Nonostante tutte le cautele che i media usano, nonostante tutti gli omaggi, e non di rado gli eccessi di zelo retorico, che accompagnano il racconto delle parole e delle azioni di qualsiasi Presidente, anche lui, anche il Capo dello Stato è fatalmente esposto a consensi e dissensi, ai like e al loro contrario».