giovedì 22 ottobre 2026

Proteste studentesche: C'è un grande ASTIO DEGLI ADULTI VERSO IL VITALISMO DEI GIOVANI, CHE RECLAMANO DIRITTI SACROSANTI : casa, carovita, lavoro retribuito...( da Esquire Italia, di Stefano Piri)

 Il 17 e 18 ottobre Milano è stata attraversata dalle proteste contro il carovita, con cortei, scontri con la polizia e danni alla proprietà. Il governo ha risposto annunciando l'invio di altri 500 militari, mentre il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulle questioni di ordine pubblico. Ma che cosa racconta davvero questa rabbia? Ne abbiamo parlato con Elena Granata, urbanista e professoressa associata al Politecnico di Milano, studiosa delle disuguaglianze urbane e da anni critica del cosiddetto «modello Milano». Nel suo libro La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo (Einaudi, 2026) racconta come le nostre città siano diventate sempre più luoghi di consumo e sempre meno spazi di vita comune.

Queste proteste sembrano funzionare come macchie di Rorschach. Ognuno ci vede quel che vuole – un nuovo Sessantotto, un branco di delinquenti da reprimere – e quel che i commentatori scrivono sembra rivelare più cose su di loro che sulle proteste stesse.

La prima cosa che mi ha colpito è la psicosi collettiva. Un'enfasi enorme su episodi marginali, simbolicamente forti ma quantitativamente irrilevanti. Una manifestazione pacifica, un piccolo gruppo che supera la misura: tutta l'attenzione va lì. Si è toccato un nervo scoperto degli adulti: l'incapacità di tollerare l'imprevedibile. I ragazzi vanno bene, purché non si arrabbino. E intanto resta invisibile una generazione con pochissimi diritti sociali, civili, di futuro.

Protest In Milan, Italy© NurPhoto - Getty Images

Perché proprio Milano?

È la città che più di tutte ha polarizzato la distanza tra i superricchi e i poverissimi. Il ceto medio è scomparso anche fisicamente: 50 mila persone sono andate via negli ultimi anni. A Milano puoi stare se sei molto ricco o molto povero. È l'opposto della tradizionale mescolanza italiana.

Ma Milano da anni si racconta come polo di inclusione e opportunità, perfino progressista.

Quella promessa è stata vera. Con Expo, intorno al 2015, Milano era un porto di mare inclusivo, come la Berlino di vent'anni prima: si arrivava con poco e si trovavano lavoro, casa, cerchie creative. Poi la rendita immobiliare ha colpito proprio gli stessi giovani che erano stati attratti da quel sogno. Gli ultimi anni di governo progressista sono stati il tradimento di quella promessa.

Il Duomo di Milano, nel centro della città. Foto d’archivio.© Gary Yeowell - Getty Images

Una rivolta delle periferie contro il centro?

È una lettura falsa. La periferia è in realtà l'unico luogo dove si può ancora abitare. Il centro è spopolato, gentrificato; le periferie sono grandissime riserve di umanità e socialità. Non sono affatto certa che i protagonisti dei disordini venissero tutti dai quartieri stigmatizzati: nelle bande ci sono anche adolescenti inquieti del centro ricco. I social, da questo punto di vista, creano mescolanze inedite. Le vetrine sono un bersaglio simbolico, ma la narrazione anni Settanta della periferia contro il centro non esiste più.

Al netto del termine assai enfatico rispetto ai fatti, si è molto riflettuto sui "saccheggi" ai negozi: rivolta contro le merci o desiderio di possederle?

Attribuire troppo significato a un paio di scarpe mortifica una fame non solo di cose, ma di senso, visibilità, esistenza. Certo, l'“andiamo e portiamo via” può essere seduttivo. Ma si confonde il mezzo con il fine: il mezzo è il saccheggio, il fine è la visibilità, rompere quel vetro simbolico che li tiene fuori dalla società.

Rispetto a quelle francesi, spagnole, anche albanesi, qual è lo specifico delle proteste italiane?

La piazza degli studenti, in sintonia con gli altri paesi europei, c'è stata. Ma è stata oscurata, perlomeno nel racconto mediatico, dalla parte più rumorosa. La differenza chiave rispetto ad altri paesi è che finora per i ragazzi italiani è stato più facile immaginarsi fuori dall'Italia che militanti qui. Adesso qualcosa si è mosso: un segnale di vitalità.

Trump – non solo lui – dice che anche stavolta il punto è l'immigrazione.

È ideologico attribuire le violenze agli immigrati o alle seconde generazioni. Oltretutto ad alcuni di questi ragazzi si continuano a negare diritti essenziali: non hanno la cittadinanza, in alcuni casi non possono nemmeno partecipare alle gite scolastiche. Prima li priviamo di diritti, poi gli imputiamo la responsabilità. Alcuni possono certo introiettare modelli maschili violenti. Ma il tema non è l'immigrazione. Un termine ormai drammaticamente sdoganato come “maranza”, che fa rima con “devianza”, carica di negatività un'intera categoria di persone e trasforma dei ragazzini nei più potenti destabilizzatori di Milano. Una sproporzione sospetta.

Non è forse un caso che i racconti che tendono a criminalizzare le proteste siano tutti al maschile: in quelle rappresentazioni le ragazze scompaiono.

Questo è un passaggio fondamentale. Nelle proteste ci sono ragazze attrezzate culturalmente, capaci di pensare il cambiamento. Ma è più facile raccontare l'incappucciato, l'uomo nero delle favole. La femminilizzazione della protesta è un tema fortissimo: nelle ragazze la sensazione di essere doppiamente marginali diventa un punto di forza.

Da dove nasce l'ostilità degli adulti, dei media, del cosiddetto establishment?

Ci sono dei riflessi reazionari. C'è un grande astio verso il vitalismo dei giovani. Devono stare al loro posto, accontentarsi di lavoretti, non protestare se manca la casa. E la retorica del sacrificio, sostenuta da generazioni che quei sacrifici non li hanno fatti. È grottesco. In Italia si resta giovani fino a cinquant'anni, mai abbastanza adulti per assumersi responsabilità. È il cancro di questo paese.

Police clash with youth demonstrators in central Milan as cost-of-living protest escalates© Anadolu - Getty Images

Che cosa dovrebbe fare la politica?

Tornare a investire nella scuola pubblica. Lì c'è un esercito pacifico di insegnanti e genitori che conoscono quei ragazzi. Nel mio libro ho provato a semplificare la questione con il concetto della politica dei primi 5.000 giorni di vita, dalla nascita all'adolescenza: gioco, autonomia, sport, educazione affettiva. È il tempo per formare un cittadino. Invece le politiche mancano e contro l'infanzia e l'adolescenza si è scatenata una guerra. Da un lato i carri armati della destra, dall'altro il vago “mettiamoci in ascolto” della sinistra: due risposte grottesche.

È ottimista?

Sono incerta, ma saluto questo risveglio democratico. Alle proteste degli studenti nelle tende si è risposto con studentati di lusso. Queste proteste sono un bel segnale ma quello che mi manca, quello che mi piacerebbe vedere, è una generazione di vecchi o almeno di adulti scendere in piazza per figli e nipoti, schierarsi dalla parte del futuro. Invece molti si aggrappano al potere. Si sfrutta un piccolo incidente per militarizzare le città. Ma i carri armati non hanno mai risolto le questioni sociali.

Trinitapoli. Un giovane compaesano, Federico Ferrara, entra nella English National Ballet School, a Londra ( da Trinitapoliviva)

 Federico Ferrara

Federico Ferrara
Altri sport

Federico Ferrara, da Trinitapoli a Londra: il sogno della danza diventa realtà

A soli 17 anni, il giovane ballerino conquista l’accesso alla prestigiosa Accademia dell’English National Ballet

Talento, disciplina, umiltà e una passione viscerale per la danza: sono questi gli ingredienti che hanno portato Federico Ferrara, giovane ballerino di Trinitapoli, a raggiungere un traguardo prestigioso. A soli 17 anni, Federico è stato ammesso all'Accademia dell'English National Ballet di Londra, dove è l'unico italiano del suo corso, insieme ad allievi provenienti da tutto il mondo.


Il suo percorso è iniziato presto. A soli 11 anni, Federico ha lasciato la sua città e la famiglia per entrare nella Scuola di Danza del Teatro dell'Opera di Roma, dove ha trascorso sei anni di studio e crescita, perfezionando la propria preparazione artistica e inseguendo con determinazione il suo sogno.

A settembre è arrivata la nuova, importante opportunità: trasferirsi a Londra per frequentare gli ultimi due anni di formazione e conseguire il Diploma, coronando così il desiderio di studiare in una delle realtà più prestigiose della danza internazionale.

Grande la soddisfazione di Anna Ilaria Davvanzo, direttrice della scuola Arte In Movimento e mamma di Federico, e del maestro Vito Iacobellis, suoi primi insegnanti nella scuola di danza trinitapolese. Entrambi si dichiarano felici e orgogliosi di questo importante traguardo, frutto di anni di impegno, sacrifici e dedizione.

La storia di Federico è quella di un giovane che, passo dopo passo, continua a trasformare il proprio sogno in realtà, portando con sé a Londra le radici e l'orgoglio della sua Trinitapoli.

Dall'Unione degli Universitari riceviamo e pubblichiamo. 'Cara Italia che restiamo a fare?'

 

Cara Italia, non riesci a dare risposte alla nostra rabbia e ci fa male. Che ci restiamo a fare?

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Sabrina Brizzola, 24 anni, coordinatrice dell’Unione degli universitari, uno dei volti della protesta delle tende contro il caro affitti e il caro vita, che pochi giorni fa ha fatto parlare di sé per il suo appassionato intervento dal palco della manifestazione di Roma, promossa dalla Cgil con la rete La via Maestra. "I nostri diritti sono svenduti al miglior offerente. Vogliamo 1,7 miliardi sulle borse di studio, vogliamo 2 miliardi per rendere l'università gratuita", ha urlato al microfono alla mobilitazione del 17 ottobre, che a Roma ha visto la partecipazione di centomila persone.

Cara Italia,

avere vent'anni e vedere che non riesci a dare risposte alla nostra rabbia, alla nostra voglia di cambiamento, fa male. Ci fa sentire esclusi e piccoli quando invece la voglia è di urlare che non ce la facciamo più. Cara Italia, ti vogliamo bene, ma vederti devastata da definanziamenti e polizia ci fa chiedere: ma qui che ci restiamo a fare?

Parlare delle piazze degli ultimi giorni, solo in riferimento a Milano e Torino, come di piazze di violenti, piazze di rabbia espressa, inascoltata per anni e compressa, non rende sicuramente giustizia ad una generazione, la nostra, che sta lottando per costruirsi un futuro qui. Siamo una generazione che l'anno scorso è scesa nelle piazze di tutta Italia massicciamente, per chiedere la fine del genocidio in Palestina, perché non accettava che il proprio Stato finanziasse con armi e soldi l'uccisione di un intero popolo. Lo chiedeva con forza perché le scelte governative andavano nella direzione opposta ed era necessario far vedere che il mondo che vogliamo è fatto di pace e giustizia sociale. L'abbiamo fatto e siamo stati manganellati nelle piazze, siamo stati daspati dalle nostre città, siamo stati chiamati violenti, denunciati, senza la possibilità di andare a scuola, ci hanno represso insomma, con le buone ma soprattutto con le cattive. Le buone sono, come adesso, una narrazione schiacciante e pervasiva che non ci racconta, ma si ferma ad un gesto: una vetrina rotta, senza neanche analizzare come mai si è scelta la vetrina di un negozio di lusso. Forse è questo il simbolo dell'odio di classe? forse è per questo che stiamo male? Perché ci hanno detto che tutti saremmo potuti arrivare alla ricchezza e invece siamo poveri.

Con le buone, dicevamo, e con le cattive: 500 militari a Milano, cosa pensano risolveranno? In una città che ha già polizia ed esercito ad ogni angolo, che sta immobile, mentre la gente sta male. O ancora, con l'invenzione di un reato, come quello di manifestazione violenta, per applicare meglio quel DL Sicurezza a cui i cittadini si erano ampiamente opposti.

Si cerca il colpevole, a chi far pagare i danni, la famiglia che ha educato male: forse è questo modello che non educa, perché non rispetta, non ascolta, e si volta dall'altra parte se un giovane prova a mettere in discussione il sistema che vive.

Il focus sembra essere scovare chi ha organizzato, ma questo serve solo a chi comanda per trovare un colpevole, per puntare il dito. Quello che deve essere indagato invece è il fatto che se bastava un messaggio social per unire, in una settimana, centinaia di migliaia di persone, con lo stesso sentimento, quello di essere senza futuro e senza nessuno che ci rappresenta, forse dovremmo tutti interrogarci meglio su come costruire spazi di partecipazione e, come soggetti organizzati, dovremmo interrogarci su quale debba essere il nostro ruolo nel rappresentare la rabbia sociale senza che un singolo si trovi inerme davanti alla repressione delle forze dell'ordine.

Non c'è nulla di tradizionale, non c'è l'adesione ad un soggetto di cui si condivide l'ideologia, non c'è neanche la semplice espressione del dissenso da parte di un singolo, come sempre è tutto più complesso. L'organizzazione era collettiva ma la partecipazione era del singolo; cioè ognuno era lì con un proprio obiettivo, raggiungere un benessere personale, anche condividendo una rabbia sociale, ed è in questa distanza che ci dobbiamo inserire. Così è nato un cortocircuito in cui è emerso un malessere che viene provato da chi, a 12 anni, non è entrato in nessun sistema se non quello scolastico.

E oggi, lo vediamo tutti, le scuole sono teatro di esclusione sociale e, quando si fa accoglienza, è merito di singole iniziative. A scuola si inizia a delineare il privilegio e a classificare i cittadini di serie A e di serie B. Dalla stessa divisione si deciderà poi chi potrà continuare gli studi all'università, chi avrà un lavoro meglio retribuito, chi potrà pagare una visita medica e chi invece dovrà scegliere tra spesa e salute. E lo stato in tutto questo è assente, perché non garantisce a tutti le borse di studio, taglia sul trasporto pubblico, sulla residenzialità, sul sistema universitario e sulla ricerca, taglia e svende il sistema di welfare a privati che fanno profitto e non benessere.

E se tutta l'educazione di uno stato viene delegata ad un sistema di istruzione che cade a pezzi, non ci possiamo stupire se un 12enne prova rabbia. Se non esistono, in ogni quartiere, spazi di socialità, di aggregazione, di sport, se fuori dall'orario scolastico tutto pesa sulle spalle delle famiglie perché non ci sono parchi pubblici, luoghi di svago e di vacanza, come si costruisce la speranza di una vita dignitosa?

Quello che è evidente è che se tutti i canali televisivi avessero parlato di giovani e delle loro prospettive di futuro quando le piazze erano pacifiche e le proteste organizzate, non si sarebbe arrivati a questo punto.

Oggi dobbiamo ripartire, come? Iniziando ad ascoltare e ad essere coerenti: se la gente non vede un futuro è perché ci sono ostacoli materiali ed economici. Non servono promesse, serve vivere in un sistema accogliente, che non lascia indietro nessuno.

Come sindacato studentesco non smetteremo mai di lavorare per dare voce alle istanze della nostra generazione, perché abbiamo tutto il diritto di vivere, studiare e lavorare, con dignità, in Italia.