Non si arresta l'ondata di ostilità tra Stati Uniti e Iran e all'orizzonte non si vedono segnali di de-escalation. Donald Trump e i pasdaran si sono lanciati le minacce più pesanti delle ultime settimane, mentre gli alleati americani nel Golfo continuano a subire gli attacchi di Teheran. Secondo il Wall Street Journal, gli ultimi scontri avrebbero anche fatto saltare una seconda fase di colloqui sulle questioni più controverse – tra cui il programma nucleare iraniano – che si sarebbero dovuti tenere in Svizzera.
Fragile come il vetro
Dall'attacco a una petroliera a Hormuz e la conseguente risposta di Washington, il cessate il fuoco scattato dopo l'accordo siglato il 17 giugno non è mai stato così fragile.
Il durissimo botta e risposta
In un bellicoso post su Truth, Trump ha avvertito di essere pronto a «spazzare via la Repubblica islamica» qualora gli Stati Uniti fossero costretti a tornare in guerra. Quasi contemporaneamente, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha minacciato la chiusura dello stretto di Hormuz, annunciando che l'Iran lo controllerà in maniera esclusiva per 30 giorni.
«Gli aerei degli Stati Uniti hanno appena colpito depositi iraniani di missili e droni, nonché postazioni radar costiere, per aver violato l'accordo di cessate il fuoco... ancora una volta!»
Ha scritto il presidente americano subito dopo che il Comando centrale Usa aveva annunciato di aver colpito dieci obiettivi iraniani nei pressi di Hormuz. Le forze americane hanno preso di mira infrastrutture di sorveglianza militare, sistemi di comunicazione, postazioni di difesa aerea, depositi di droni e capacità di posa di mine, in risposta al secondo attacco dei pasdaran contro una petroliera nello stretto, la Kiku.
«È molto probabile che non impareranno mai la lezione! – ha incalzato Trump – Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di usare la ragione e saremo costretti a portare a termine militarmente l'opera che abbiamo avviato con grande successo. Se ciò dovesse accadere, la Repubblica Islamica dell'Iran cesserà di esistere!».
A rincarare la dose da Washington ci ha pensato Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti all'Onu. In un'intervista rilasciata a Fox News, il rappresentante statunitense ha chiarito che gli Stati Uniti non permetteranno in alcun modo all'Iran di «controllare illegalmente una via navigabile internazionale» come lo stretto di Hormuz. Waltz ha poi aggiunto che Donald Trump non «resterà a guardare mentre l'Iran continua ad attaccare il traffico marittimo internazionale senza subire alcuna reazione».
Il blocco dello Stretto
Il ministro Araghchi, da parte sua, ha dichiarato che «qualsiasi interferenza nel processo di definizione di un nuovo accordo nello stretto di Hormuz aggraverà la tensione e complicherà la situazione, causando un ritardo nella riapertura della via navigabile». Durante una conferenza stampa a Baghdad insieme al suo omologo iracheno Fuad Hussein, ha poi aggiunto: «In base al protocollo d'intesa tra Iran e Stati Uniti, la situazione ad Hormuz tornerà a quella pre-bellica, sotto la gestione dell'Iran, e nessun altro Paese ha alcuna responsabilità al riguardo», confermando che l'Iran manterrà il controllo esclusivo dello stretto per i prossimi 30 giorni.
Pioggia di missili
Nel frattempo, i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato una serie di attacchi contro il Kuwait e il Bahrein. La marina e l'aeronautica dei pasdaran hanno lanciato missili balistici e droni contro la base aerea di Ali Al Salem (Kuwait) e contro la Quinta Flotta Navale americana a Port Salman, nella capitale Manama, come rappresaglia per i raid statunitensi.
Gli attacchi non hanno causato vittime e, secondo quanto riferito al New York Times da un funzionario americano, non sono stati segnalati danni o impatti significativi su asset Usa. Il Bahrein ha comunque chiesto «un'azione internazionale per fermare l'aggressione iraniana». In una nota del ministero degli Esteri si legge: «Il continuo atteggiamento di defiance di Teheran nei confronti della comunità internazionale richiede una risposta ferma. Per questo motivo, invitiamo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a convocare con urgenza una sessione straordinaria e ad assumersi le proprie responsabilità».