giovedì 2 luglio 2026

Vigilanza Rai: da Organo di garanzia, ad ostaggio di chi governa

 

Caos in Vigilanza Rai, dopo le opposizioni si dimettono anche i membri della maggioranza

I consiglieri di opposizione della Commissione parlamentare bicamerale di Vigilanza Rai si sono dimessi. È l'ultimo gesto di protesta contro quello che definiscono il "boicottaggio" delle forze di maggioranza che, facendo mancare il numero legale dall'autunno 2025, quando è stato eletto il nuovo cda, di fatto hanno bloccato la convalida della nomina del presidente della tv di Stato.

Giova ricordare che la legge prevede, per la conferma del presidente, una maggioranza qualificata di due terzi, per la quale si rende necessaria una convergenza tra maggioranza e opposizione, che al momento non è ancora stata trovata. Per tutta risposta i consiglieri di maggioranza, non avendo ricevuto il via libera per la ratifica di Simona Agnes a presidente, hanno deciso di disertare buona parte dell'attività ordinaria della commissione.

Con la mossa odierna l'opposizione cerca di dare uno scossone. Il passo indietro è stato fatto dai rappresentanti di M5s, Pd, Iv e Avs. La decisione arriva in un momento particolare per la Rai, alla vigilia della presentazione dei palinsesti autunnali dell'azienda, in programma per venerdì 3 ad Ancona.

La presidente Floridia

"Oggi ho consegnato ai presidenti del Senato e della Camera le mie dimissioni da presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai", afferma la presidente della Commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia (M5S) su Facebook. "È una decisione sofferta ma necessaria e inevitabile - prosegue -. Ho dovuto prendere atto che restare e denunciare non è servito. Non mi resta che dare un segnale forte dinanzi all'arroganza e all'uso spregiudicato che questa maggioranza fa delle istituzioni e delle Commissioni parlamentari".

"Organo di garanzia ostaggio di chi governa"

"Non era mai accaduto nella storia della nostra Repubblica - prosegue Floridia - che un organo di garanzia fosse tenuto in ostaggio di chi governa. E io con esso. Non ha più alcun senso presiedere una commissione ormai svuotata delle proprie funzioni, tenuta artificialmente in vita dalla maggioranza solo per fornire una foglia di fico a decisioni che vengono prese altrove, dal governo, sulle spalle di milioni di cittadini che ogni anno pagano il canone. Mentre incombe un'infrazione per il mancato adeguamento a un regolamento europeo vincolante per l'Italia - chiamato Media Freedom Act - che vige da ormai un anno senza che questa maggioranza senta il dovere e la responsabilità di attuarlo".

"Svilito il ruolo della Commissione"

"Come componenti delle forze di opposizione della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, abbiamo rassegnato tutti, con effetto immediato, le nostre dimissioni. È un atto politico necessario, conseguenza della paralisi che da mesi impedisce alla Commissione di svolgere il proprio ruolo di garanzia, a causa delle divisioni interne alla maggioranza e di una gestione che ne ha di fatto svuotato le funzioni. Una scelta maturata dopo i ripetuti appelli, rimasti inascoltati, ai presidenti delle Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, e nonostante il richiamo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al pieno funzionamento degli organi di garanzia del Parlamento". Lo dichiarano i capigruppo di opposizione nella Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi Stefano Graziano (PD), Dario Carotenuto (M5S), Angelo Bonelli e Giuseppe De Cristofaro (Avs) e Maria Elena Boschi (IV). "Le anticipazioni dei nuovi palinsesti confermano il progressivo declino del servizio pubblico: calano ascolti e credibilità, si riducono il pluralismo e il merito, aumentano i costosi contratti esterni e viene disatteso il Media Freedom Act. Riteniamo che la Commissione non sia più nelle condizioni di esercitare la propria funzione istituzionale di vigilanza. Restare al suo interno - concludono - significherebbe abdicare alla funzione di controllo democratico e avallare un uso sempre più partitico del servizio pubblico. Le nostre dimissioni chiedono di restituire ai cittadini una Rai libera, autonoma e realmente pluralista".

La protesta di Giachetti

Lo scorso mese di maggio il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti aveva portato avanti una clamorosa protesta per tentare di sbloccare i lavori della Commissione parlamentare. Dopo 12 giorni di sciopero della fame si era incatenato e ammanettato al proprio banco a Montecitorio, passando allo sciopero della sete.

Gasparri: "Notizia da fondo classifica"

“Se me l’aspettavo? No, l’ho appreso dai giornali, ma io oggi ho cominciato la giornata con l’ambasciatore dell’Ucraina che ci ha parlato dei bombardamenti di questa notte. Capisce bene che, nella classifica delle notizie della giornata, questa la metterei a fondo classifica”. Risponde così all'Adnkronos il senatore Forza Irtalia e componente della vigilanza Rai Maurizio Gasparri. “Adesso i presidenti di Camera e Senato decideranno che cosa fare, si è dimessa la minoranza, non so cosa farà la maggioranza. Io mi uniformerò alle decisioni che saranno prese”, precisa Gasparri. Che scandisce: “C’è una prassi che la presidente debba essere di minoranza, ma è solo una prassi, a differenza del Copasir dove invece è obbligatorio. Non credo comunque che la maggioranza eleggerà un presidente di maggioranza, anche perché sarebbe una cosa poco utile. Lo escludo assolutamente”. Che accadrà ora? “I presidenti La Russa e Fontana faranno delle valutazioni - dice il senatore -. Del resto, la paralisi è colpa della sinistra e della sua pregiudizievole opposizione alla designazione della Agnes, persona indipendente dai partiti, mentre la minoranza di centrodestra anni fa accettò Petruccioli, e fu un ottimo presidente della Rai”. Nel mondo “c’è una classifica di importanza di ciò che succede - chiosa poi Gasparri -. Sono sempre i palinsesti che dettano la vita delle persone. Domani la Rai presenta i suoi palinsesti: ecco, loro hanno voluto far parte dei palinsesti”.

Le dimissioni dei membri del centrodestra

“Anche noi, come le opposizioni, ci dimettiamo dalla Commissione di vigilanza Rai che è stata occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra. Questa ha sfruttato cinicamente la legge sulla Rai, che prevede una maggioranza a 2/3 per eleggere il Presidente, che noi in questi mesi stiamo cercando di cambiare. È anomalo, infatti, che il Presidente della Rai dopo un certo numero di votazioni non possa essere eletto a maggioranza, eventualità che invece è prevista perfino per la carica di Presidente della Repubblica. E le opposizioni, appunto, hanno sfruttato in maniera vergognosa questa legge, impedendo così alla Rai di avere un Presidente nonostante sia stato designato già da tempo dallo stesso Cda della Rai". Lo dichiarano i componenti di Centrodestra della Commissione Vigilanza sulla Rai. "Siamo dinanzi a una vergognosa pantomima inscenata dalle opposizioni che hanno la smania di continuare a monopolizzare il Servizio pubblico, dopo aver perso il governo della Nazione per volontà degli italiani. E proprio l’avidità di poltrone della sinistra ha prodotto lo stallo in Commissione", concludono i componenti di centrodestra della Commissione.

Il generale ucraino Zaluzhny - da pàura! - che potrebbe sfidare Zelensky ( Rai News.it)

 

Valeriy Zaluzhny
Valeriy Zaluzhny

Chi è Valery Zaluzhny, già popolare comandante delle forze ucraine 

Un uomo con fama di duro e tutto d'un pezzo, il generale Valery Zaluzhny, già popolare comandante delle forze ucraine destituito due anni fa dallo stesso Zelensky, è attualmente ambasciatore dell'Ucraina nel Regno Unito e su sarebbe in pole come candidato per eventuali (sempre più probabili) elezioni presidenziali ucraine.

A pochi giorni dal terzo anniversario della guerra

Gli umori raccolti sul terreno sono quelli di una nazione ancora animata da sentimenti di spirito patriottico a tre anni tondi "dall'aggressione russa" iniziata il 24 febbraio 2022. Ma anche in larga parte "esausta", si legge nell'articolo. Di qui il richiamo ad un sondaggio di gennaio stando al quale il presidente in carica registrava un calo di consensi al 52%, suo minimo storico nel triennio bellico dopo aver toccato oltre due anni or sono un plebiscitario 90%. 

I sondaggi: Poroshenko, travolto da Zaluzhny 

Secondo rilevazioni (sondaggi) di un anno fa, mentre Zelensky potrebbe tenere ancora testa al suo chiacchierato predecessore Petro Poroshenko, oligarca visceralmente anti-russo che per diversi mesi sembrava impegnato a tentare di riciclarsi quale interlocutore di Trump, l'attuale presidente ucraino verrebbe travolto da Zaluzhny (con appena il 30% delle intenzioni di voto contro un 65%) nel caso di un'ipotetica sfida elettorale a due con il massiccio ex generalissimo.

Zaluzhny "Salvatore dell'Ucraina": i giorni decisivi

Zaluzhny, che ha 49 anni, è stato del resto accreditato a suo tempo da media e commentatori locali e internazionali come "il salvatore dell'Ucraina", in quanto artefice della strategia che si ritiene abbia contribuito a far fallire l'iniziale avanzata verso la capitale dei reparti di Mosca nei primi giorni dopo l'invasione su vasta scala ordinata da Vladimir Putin. 

E rimane una figura forte nell'immaginario collettivo di tanti connazionali. Figura che potrebbe assumersi l'onere d'un accordo di pace in cui Putin, nelle parole di Trump, sembra destinato a "dare le carte" vista la situazione sul terreno, mantenendo un margine di credibilità dinanzi alla popolazione; e che tuttavia non è chiaro se - da militare tutto d'un pezzo, non certo sovrapponibile all'immagine del leader fantoccio - sia disposto a capitolare sia sulle concessioni economiche che gli Usa si mostrano decisi a imporre, sia soprattutto sulle pretese dal Cremlino: sui territori ormai occupati, come pure sulla neutralità futura ucraina fuori dalla Nato. Di certo c'è che Zaluznhny con Zelensky ha comunque il dente avvelenato. 

Sostituito da Oleksandr Syrskyi

Promosso capo di stato maggiore della Difesa nel 2021, appena 45enne, fu infatti da lui inopinatamente rimosso nel febbraio 2024 per far posto ad Oleksandr Syrskyi. Nonostante la nomea di "eroe nazionale" e le aperte riserve del Pentagono. O forse proprio per questa e quelle.

Un ricambio giustificato con le resistenze a una "riforma" strutturale delle forze armate, e sfociato poi nella marginalizzazione a Londra dell'indocile generale: retrocesso in abiti civili ad ambasciatore nel Regno Unito, quasi sotto la sorveglianza del governo alleato britannico. 

Ma in effetti un ricambio frutto secondo vari analisti del fastidio del capo di Stato di fronte alla popolarità personale di Zaluzhny e al suo atteggiamento più attendista rispetto al cerchio magico presidenziale sui piani di guerra da adottare dopo lo scacco della controffensiva del 2023. Atteggiamento più cauto - e forse più attento alle perdite di vite umane fra i soldati - che verosimilmente si sarebbe rivelato incompatibile anche con l'idea dell'incursione nella regione russa di Kursk: azzardata in seguito senza apprezzabile successo.