“Le sorelle Boulanger”, un progetto tra musica, memoria e diritti delle donne
Le sorelle Boulanger
“LE SORELLE BOULANGER”: raccontare due donne che hanno cambiato la storia della musica
Mercoledì 11 marzo 2026 ore 20.30 | CPM Toscanini, Parma
Parma, 5 marzo 2026 – Un intreccio di musica, danza, parole e immagini per raccontare la storia, il talento e l’eredità artistica di Nadia e Lili Boulanger, due sorelle, due compositrici, due figure straordinarie in un mondo musicale a lungo dominato dagli uomini. È “Le sorelle Boulanger”, lo spettacolo musicale per orchestra sinfonica commissionato e prodotto dalla Fondazione Arturo Toscanini, in scena mercoledì 11 marzo 2026 alle ore 20.30 al CPM Toscanini.
Ambientato nella Parigi dei primi del Novecento, lo spettacolo ripercorre le vite parallele e divergenti delle due sorelle: Nadia, che nel 1908 sfiora il prestigioso Prix de Rome, e Lili, che nel 1913 lo vince, prima donna nella storia a riuscirci. Se la vita di Lili si interrompe tragicamente e prematuramente, lasciando opere brevi ma di straordinaria intensità, Nadia, segnata dalla perdita, sceglie di dedicarsi all’insegnamento, diventando una delle più influenti mentori del Novecento musicale e punto di riferimento per intere generazioni di compositori e interpreti.
Tra esecuzione musicale dal vivo e narrazione teatrale, “Le sorelle Boulanger” restituisce il ritratto di due artiste profondamente diverse ma unite da un legame indissolubile, celebrandone il coraggio, la visione e l’eredità culturale. Un racconto che intreccia biografia e musica, memoria e creazione, restituendo al pubblico la forza di due figure femminili che hanno saputo affermarsi con determinazione e libertà.
Sara Catellani.
Lo spettacolo vede la regia, drammaturgia e voce narrante di Stefania Panighini, con Virginia Guastella – compositrice, direttrice e pianista – sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini, e la partecipazione della danzatrice Sara Catellani.
Virginia GuastellaStefania Panighini
Inserito nel progetto “La Toscanini & Casappa Women”, realizzato con il contributo del Gruppo Casappa, lo spettacolo si colloca idealmente in prossimità della Giornata Internazionale della Donna, offrendo un’occasione di riflessione sul ruolo delle donne nella storia della musica e sulla loro capacità di lasciare un segno profondo e duraturo nella cultura contemporanea. In coerenza con questi valori, Casappa ha inoltre deciso di offrire alcuni biglietti ad associazioni del territorio che si occupano di diritti delle donne, in particolare al personale e alle utenti del Centro Antiviolenza di Parma.
Informazioni e biglietti:
Mercoledì 11 marzo 2026, ore 20.30 CPM Toscanini, Parma Replica aperta a tutti
Biglietti: Intero 15 € | Over 65 e convenzioni 12 € | Under 35 8 € | Under 25 5 € Acquistabili online su ticket.latoscanini.it o in biglietteria de La Toscanini (Parco della Musica, Viale Barilla 27/a) Per informazioni: 0521 391339 – biglietteria@latoscanini.it
Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».
«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»
Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.
Donald Trump e JD Vance (Ansa).
Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».
Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta Usa–Israele come una lotta per la sua sopravvivenza.
Una protesta a Seul contro l’operazione di Donald Trump in Venezuela (foto Ansa)
Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.
«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»
Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).
I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi
Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.
La cattura di Maduro (Ansa).
Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano
Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.
Donald Trump in visita alle truppe a Fort Bragg (Imagoeconomica).
Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.
L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace
Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».
Donald Trump e Barack Obama.
La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».
Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…
Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.
Donald Trump davanti a un ritratto del 26esimo presidente americano Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace (foto Ansa).