Settemila posti cancellati dalla scuola: 4.925 docenti e 2.049 lavoratori amministrativi, tecnici e ausiliari. La manovra promette 252 milioni di risparmi annui dal 2028. Ma la scuola è una comunità da far crescere, non un magazzino da svuotare. La demografia, certo, presenta il conto. Nelle scuole statali gli alunni erano 7,71 milioni nel 2005-2006; nel 2024-2025 sono 7,07 milioni: 641mila in meno. Il declino si è accelerato nell’ultimo decennio. E la Fondazione Agnelli, sulla base delle proiezioni Istat, stima quasi due milioni di giovani fra zero e diciotto anni in meno entro il 2040. Non è un dettaglio: è un terremoto. Ma confondere la previsione demografica con il fabbisogno educativo è un errore politico prima che contabile.
Il divario
In classe, intanto, è cambiato tutto. Gli alunni con cittadinanza non italiana sono 931.323, l’11,6% del totale, comprese le paritarie: molti sono nati qui, non arrivati ieri. Servono insegnamento dell’italiano, mediazione culturale, integrazione vera. Crescono bisogni educativi complessi, fragilità psicologiche e richieste di sostegno; le famiglie cambiano, il lavoro domanda competenze nuove, il digitale e l’Intelligenza Artificiale trasformano l’accesso al sapere. E noi continuiamo a misurare il personale con il metro di una scuola che non esiste più. Il divario territoriale rende la sfida urgente: nei piccoli Comuni chiudere una classe può significare cancellare un presidio; nelle periferie urbane una classe più piccola può restituire attenzione a chi oggi resta indietro. L’uguaglianza non è distribuire tagli uguali.
Il governo Meloni senza un progetto sulla scuola
Meno alunni potrebbero significare classi meno affollate, più tempo pieno, tutoraggio, orientamento, contrasto alla dispersione, laboratori e sostegno personalizzato. Potrebbero, appunto. Senza un progetto, diventano soltanto meno insegnanti e meno servizi. E senza formazione continua, nuove professionalità e una diversa organizzazione del lavoro, anche mantenere tutti gli organici rischia di conservare le inefficienze. Il governo di Giorgia Meloni ritiri i tagli automatici e presenti un piano: dove servono docenti, dove psicologi e mediatori, dove personale tecnico, quali competenze riqualificare, quali territori proteggere. Ma anche i sindacati escano dalla trincea del solo «non si tocca»: dicano come impiegare meglio le risorse, quali innovazioni contrattare e quali responsabilità assumersi. Difendere ogni posto senza discutere che cosa debba produrre è una scorciatoia, non una strategia.
La scuola non è un capitolo residuale della finanziaria
La scuola non è un capitolo residuale della finanziaria né il palcoscenico per slogan incendiari. È il luogo in cui si decide se l’Italia avrà cittadini liberi e lavoratori preparati. Serve un patto nazionale, verificabile, con obiettivi, investimenti e risultati. Chi governa non usi la denatalità come forbice; chi protesta non trasformi ogni riforma in una barricata. Perché al guaio dei tagli non si risponde con il guaio opposto: l’immobilismo travestito da battaglia.