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martedì 26 giugno 2018

Quanta stupida inutile finzione nell'intervista a Giorgio Battistelli che torna alla Fenice con l'opera 'Riccardo III'

Enrico Parola, si chiama così, il giornalista che sul Corriere di oggi presenta l'opera Riccardo III, da Shakespeare che debutta alla Fenice, intervistando l'autore, Giorgio Battistelli, il quale colpisce per la sua ipocrisia, quando dice che  si è sentito chiamare al telefono dal sovrintendente della Fenice Fortunato Ortombina che, avendo appena letto al pianoforte la sua opera, gli annunciava che voleva rappresentarla a Venezia. Come  è possibile che un sovrintendente conosca la musica - si è detto il compositore, al quale per qualche attimo è sembrato di trovarsi in un altro paese, dove forse  è ancora possibile che un musicista guidi un teatro?

 Cominciamo col dire che Battistelli e Ortombina si conoscono, dunque Battstselli non finga di cadere dalle nuvole. E lo conosce da tempo, perchè per molti anni Ortombina, diplomato in trombone e laureato con una  tesi sul teatro verdiano, è stato direttore artistico del teatro veneziano. E non solo lo conosce, ma lo conosce bene, perchè già nella passata stagione quello stesso Ortombina che ora da direttore artistico è passato  ad essere anche sovrintendente, ha già ospitato una sua precedente opera, Il medico dei pazzi, al Teatro Malibran.

 Ma aggiungiamo che Battistelli conosce Ortombina anche da prima. Lo sappiamo con certezza. Almeno dal 2014 perchè per il Capodanno del 2015(l'anno dell'Expo milanese), in occasione dell'omonimo concerto trasmesso in diretta da Rai 1,  per il quale concerto noi  avevamo, fin dalla prima edizione, una consulenza artistica per conto della Rai. Ortombina e l'allora sovrintendente Chiarot, ci proposero di aprire il programma con un brano appositamente commissionato a Battistelli, dal titolo EXPO. Noi ci opponemmo al suo inserimento nel programma, perchè lo giudicammo inopportuno in apertua di concerto - avrebbe disorientato gli ascoltatori in teatro e i telespettatori, ai quali principlamente il concerto si rivolgeva -  e il brano, che non abbiamo mai saputo se Battistelli lo avesse già scritto o lo avrebbe scritto, non fu inserito nel programma. E quella fu la ragione principale per cui la nostra consulenza per quel concerto, dopo un decennio di grandi successi, cessò.

Forse le due opere di questi anni recenti potrebbero essere state una sorta di risarcimento per quell'intoppo, o forse frutto di altri  intrecci che non conosciamo nè ci interessa conoscere.
Dunque almeno da allora, se non da prima, visto che Ortombina prima della Fenice lavorava nella segreteria artistica della Scala, i due si conoscono e Battistelli sa bene che Ortombina è un musicista diplomato e che solo dopo l'andata di Chiarot, a Firenze ( un feudo di Battistelli), ha assunto anche l'incarico di sovrintendente.

 Riccardo III di Battistelli commissionato 13 anni fa dall'Opera olandese, approda in laguna nello stesso allestimento del debutto, con la regia di Carsen. La ragione di tanta attesa italiana, mentre l'opera pare sia stata ripresa altrove, è  forse da ricercare nell'organico vocale assi vasto ed anche nella sua durata, due ore e mezzo circa di musica.

 Qualunque teatro ci penserebbe due volte prima di mettere in scena un'opera così impegnativa senza poterne preventivare l'esito, commisurato allo sforzo produttivo. D'alto canto, per l'opera contemporanea in Italia, non si può neanche dire che  un eventuale suo taglio 'cameristico' ne possa favorire l'esito positivo ed il suo regolare approdo nei teatri. In generale, se non fosse per certi parametri  premiali ministeriali, ben pochi teatri scommetterebbero un solo Euro su di un'opera nuova.

Concludendo,  Battistelli conosce l'Ortombina direttore artistico ed ora anche sovrintendente, da molti anni, e dunque non faccia il finto tonto, dicendosi meravigliato che un sovrintendente gli parli di musica e non di budget.

giovedì 7 giugno 2018

Lisette Oropesa vecchia e nuova. Da quaranta chili fa ad oggi . Riflessioni sull'aspetto fisico

Il soprano trentacinquenne Lisette Oropesa, nei prossimi mesi impegnatissima anche in Italia, ha rilasciato una intervista a Valerio Cappelli del Corriere, ripresa anche da Dagospia,  per l'enorme interesse scientifico suscitato. Racconta l' avventura nella quale si è imbarcata cinque anni fa, quando le hanno detto che  con tutti quei chili addosso non avrebbe trovato lavoro, perchè oggi, anche nella lirica conta moltissimo l'aspetto fisico.

E allora Pavarotti, la Caballè o la Norman? Oggi non avrebbero avuto la carriera che hanno avuto. Perchè con quelle stazze sarebbe difficile oggi calcare i palcoscenici lirici, sui quali vediamo sfilare solo  belli o belle che cantano. Sarà vero?

In parte sì,  ma solo in parte, perchè da Maria Callas in poi presentarsi in certi ruoli con decine di chili in più può renderli poco credibili. Ad una Violetta che pesa cento chili, certo pochi crederebbero. Ma, se avesse la più bella voce del mondo, allora, molti chiuderebbero un occhio o forse tutti e due sulla sua taglia extra extra large.

 Non dimentichiamo che Pavarotti ha cantato fino alla morte anche in ruoli  che  secondo questa logica non avrebbe dovuto mai  e poi mai affrontare, come Bohème ( comunque meglio Pavarotti, bello in carne,  nel ruolo del poeta squattrinato, che Bocelli, fisico più adatto, ma squattrinato di voce); e che la Caballè nonostante il sovrappeso si è sempre mossa in Palcoscenico come una farfalla, quella voce le metteva le ali.

 E ancora oggi ci sono cantanti maschi e femmine - soprattutto femmine, maggiormente interessate all'apparire - che non hanno un fisico da mannequin, ma che continuano a cantare  e bene. Il caso della Netrebko che ha messo su un pò di chili, e che, certamente, ha perso parte del suo fascino fisico che aveva in palcoscenico qualche anno fa, ne è un esempio lampante, e nessuno le chiederà di perdere peso per continuare la carriera.

Diversamente, se una cantante è in sovrappeso, meglio è obesa, la questione da  semplicemente estetica si trasforma in doverosamente medica. Quella cantante deve perdere peso perchè tutto il grasso in eccesso, non le fa bene. Come nel caso della Oropesa che aveva, cinque anni fa, quaranta chili in più: come se nei suoi abiti ci fosse non una ma due Lisette. E' chiaro che doveva dimagrire, lo ha fatto con intelligenza, in cinque anni, gradatamente, seguita da consigli e controlli medici e cambiando vita ed  anche alimentazione, immaginiamo; ed oggi continua  a cantare ma sta anche bene.

 Oggi è un'altra persona, sta meglio, e si piace di più; ha cambiato anche voce, ma non per effetto del dimagrimento. Noi  che  oggi ne ammiriamo la forza di volontà e la cura della sua persona, le avremmo dato il medesimo consiglio dei dirigenti del Metropolitan di anni fa: con quel fisico non farai carriera.Vero, perchè con quel fisico rischiava di star male, molto male, e, di conseguenza, di non poter più cantare.

 Piccola postilla, a proposito di aspetto fisico.  Non c'è solo la massa corporea, l'altezza e qualche altra cosa da considerare per l'avvio a certe professioni. C'è anche la faccia. Quante facce da fessi sono in circolazione, non solo in palcoscenico? Eppure nessuno gli va a dire: con quella faccia dove vai, mentre sarebbe davvero caritatevole dirglielo.


martedì 15 maggio 2018

Povero pianoforte nelle mani di Ricciarda Belgiojoso, direttrice artistica di Piano City, MIlano

Di leggere tante idiozie quante ne abbiamo letto in una sola volta dalle pagine del Corriere di oggi , nella pagina 'Eventi' dedicata all'annuale edizione di Piano City,  non ci era capitato prima d'ora, benchè di giornali  ne abbiamo letti  milioni e continuano a leggere ogni giorno. Le ha dette tutte Ricciarda Belgiojoso, direttrice di Piano City, alla giornalista Raffaella Oliva  che non ha voluto esser da meno.

 Non faremo commenti, sono sufficienti i virgolettati e i commenti della giornalista.

" A volte la parola 'pianoforte' spaventa; noi ci teniamo a dimostrare che ci si può avvicinare a questo strumento con una mentalità aperta, aderente al mondo di oggi"  - Ricciarda.
 E Raffaella,  che le fa da bordone:"  Rispondono a questa impostazione le Piano Night, che venerdì e sabato, per tutta la notte, animeranno la Palazzina Liberty con una serie di live dedicati a musicisti cosiddetti " NEOCLASSICI", impegnati a creare un ponte tra l'influenza della musica colta e la realtà attuale del pop e dell'elettronica".

 Ricciarda:" Qui una novità è che si potranno sentire le performance anche nel parco, con delle cuffie wireless. L'idea è di consentire un ascolto libero della musica e di scardinare l'approccio accademico  a quest'ultima, per attirare il pubblico giovane"

Raffaella insiste: " Il programma accontenterà, naturalmente, anche chi desidera farsi cullare dalla musica del passato"; e Ricciarda precisa: " Omaggeremo Satie e Debusy. E daremo la possibilità di sentire le sonate di Schubert eseguite INTEGRALMENTE dal vivo, così come le suites francesi di Bach  proposte da Gianluca Luisi".

Ricciarda:" L'attenzione verso le periferie  è sempre maggiore. Un percorso ad hoc vedrà un tratto di via Padova chiuso per una spettacolare performance per 4 pianoforti".

Raffella: "Grande chiusura, domenica alle 22.30, con Vinicio Capossela, che suonerà le sue canzoni raccontando la storia dei pianoforti che ne hanno permesso la nascita".
E la Ricciarda felice: " Un regalo unico. Un concerto speciale, intimo, coraggioso".

 Da leggere, assolutamente,  di Vinicio Capossela, il racconto del suo rapporto con questa "macchina a tre gambe"( pianoforte, ndr)

lunedì 14 maggio 2018

Ancora su 'Ladri di biciclette' e la 'lucidatura' che gli avrebbe dato la Cineteca di Bologna. Non sarà una sòla rifilata ai francesi?

Ieri, se ricordiamo bene, nel riferire del Festival di Cannes in pieno svolgimento, il Corriere della Sera faceva riferimento alla sezione CLASSICS nella quale vengono ogni anno presentati i capolavori dei cinema di ogni tempo restarati in digitale e resi quindi immortali

 Quest'anno tocca a '2001. Odissea nello spazio', a due film di Ingmar Bergman, e, infine a 'Ladri di biciclette' 'TIRATO A LUCIDO' dalla Cineteca di Bologna.

 Sull'argomento abbiamo già scritto tanto, dopo che venne fuori la notizia del restauro del capolavoro di De Sica. Per il fatto che quello stesso film,  a sessant'anni dalla sua uscita, quindi dieci anni fa, fu restaurato in digitale, con la supervisione  dell'associazione 'Amici di Vittorio De Sica', presieduta dal figlio del regista, Manuel, e interamente  finanziato dal Casinò di Venezia.

 Quel film restaurato fu presnetato nella serata inaugurale dell'edizione del Festival del Cinema di Venezia del 2008,  dove anche noi avemmo la fortuna di vederlo,con grande risalto di pubblico e stampa internazionale.

 Nelle settimane passate abbiamo scritto anche all'Ufficio Stampa della Cineteca di Bologna. Finora non ci è giunta nessuna risposta, nonostante siano trascorsi già molti giorni.

 Anche per questo ci è venuto il sospetto che la Cineteca abbia utilizzato la versione  precedente, presentata a Venezia,  riprodotta su DVD (commercializzato dal Corriere della Sera, allegato al quotidiano nella primavera del 2009) ed anche in Blu Ray - ambedue  lodati per la qualità dalla critica cinematografica e tecnica.

 E allora che ha fatto la Cineteca? Se non ha imbrogliato, ci dica per quale ragione ha effettuato un    secondo restauro, altrimenti quel nostro sospetto diventerà certezza.


martedì 1 maggio 2018

Ancora su Ladri di biciclette di De Sica. Gli spocchiosi, interrogati, non rispondono

Una decina di giorni fa, alla lettura della notizia ('Corriere della Sera') che la Cineteca di Bologna, aveva restaurato in digitale il capolavoro di De Sica e che lo avrebbe presentato fra pochi giorni al Festival di Cannes, ci siamo domandati  che fine aveva fatto il precedente restauro, di dieci anni fa,  sempre in digitale,  a cura dell'Associazione 'Amici di Vittorio De Sica', finanziato dal Casinò di Venezia e presentato nella serata inaugurale del Festival  del Cinema di Venezia di quell'anno, con grande risalto sulla stampa internazionale.

Domanda sacrosanta anche per il  fatto che di quella pellicola restaurata in digitale la San Paolo Film produsse successivamente un DVD - commercializzato nei primi mesi  del 2009 dal 'Corriere della Sera', cui venne accluso - e un paio di anni dopo, anche un Blu - Ray, che le riviste specializzate lodarono per la sua qualità.

 Abbiamo pubblicato sull'argomento molti post,nei giorni scorsi, riprendendo dalla stampa italiana le notizie che all'epoca si lessero sull'avvenuto restauro.
 E visto che la pubblicazione di tutte quelle notizie non ha sortito effetto alcuno:  nè una risposta e neppure una chiarimento, abbiamo scritto all'Associazione 'Amici di Vittorio De Sica', un tempo presieduta dal figlio del grande regista, Manuel, scomparso qualche anno fa, e all'Ufficio stampa della Cineteca di Bologna.

 Ad oggi ancora nessuna risposta, nessun chiarimento: nè dall'Associazione romana che sembra a tutti gli effetti defunta con la morte del suo presidente  - non ha neanche un sito, ma solo un indirizzo di posta elettronica, rimediato in rete fortunosamente - e neppure dalla viva e vegeta ed anche superattiva e benemerita Cineteca di Bologna, artefice di questo secondo  restauro, per noi ingiustificato.

L'impressione che abbiamo in questo caso è assai simile a quella che molti giornalisti si fanno quando rincorrendo o incalzando alcuni politici non riescono a cavargli dalla bocca neanche una sillaba,  a causa della loro spocchia che, come malattia sociale, sembra diffondersi ogni giorno di più e diventare endemica.

 E comunque, nonostante tutto, continuiamo a sperare che, alla fine, qualcuno risponda.

sabato 28 aprile 2018

Sergio Ragni, custode magnifico di memorie e documenti rossiniani. Come Simonetta Puccini del suo glorioso antenato? Lei no

"Dei collezionisti che mettono a disposizione degli studiosi e degli appassionati i loro tesori sono certamente il primo. Esistono però collezionisti non altrettanto disponibili. Comunque per Rossini e l’opera del primo Ottocento credo di non avere rivali, dal momento che nel giro delle aste e degli antiquari ci si conosce".

 Così Sergio Ragni, che è studioso di Rossini - sua e di Bruno Cagli la cura del monumentale epistolario del musicista edita dalla Fondazione Pesarese per Casa Ricordi - ma anche noto collezionista di cose rossiniane, anche di sua moglie Isabella Colbran,  messe insieme in anni ed anni di ricerche e di aste.

 Ragni, che ha la fortuna di avere parecchi documenti  
importanti ed unici nella sua collezione, ha perciò chiaro in testa il  corretto comportamento di un collezionista, la cui collezione - trattandosi di Rossini - fa gola a musicisti e studiosi."Mettere a disposizione di studiosi e appassionati i propri tesori". 

 Proprio oggi che il 'Corriere della Sera', per  mezzo di Valerio Cappelli, ci fa visitare la sua casa museo, trasparentissima per tutti coloro che studiano Rossini, 'Repubblica' racconta di un ritrovamento recentissimo ( musiche organistiche ma anche una pagina  del già noto 'preludio a orchestra', inciso da Chailly e che noi facemmo eseguire in un Concerto di Capodanno alla Fenice) nella Villa di Torre del Lago di Puccini, villa che è stata vietata agli studiosi dall'ultima erede del musicista, Simonetta Puccini, scomparsa da poco(dicembre 2017).  

Studiosi addentro alle cose pucciniane in diverse occasioni hanno manifestato il timore che documenti importanti possano essere addirittura scomparsi ed anche che  di altri Simonetta Puccini non consentisse la visione per fini di studio.

Fatto gravissimo, gli studiosi non hanno potuto pubblicare nel primo volume dell'edizione critica dell'epistolario, il testo di alcune lettere del musicista  il cui contenuto riguardante sua moglie, secondo l'erede Puccini ne avrebbe offeso la memoria.  Questo, per decisione degli eredi - come si legge nel prezioso volume - che poi era Simonetta Puccini. Un esempio di come gli eredi di una grande personalità possono danneggiarne l'immagine,  oltre che creare problemi agli studiosi, anche a quelli esclusivamente interessati alla musica e affatto a vicende personali e sentimenatali. Ora, dopo la morte della Puccini, le porte della Villa di Torre del Lago saranno aperte a tutti e anche lì dentro entrerà finalmente aria nuova, oltre agli studiosi.  

mercoledì 25 aprile 2018

Ladri di biciclette. Sempre più fitto il mistero sul secondo restauro in digitale. La Cineteca di Bologna chiarisca

Ladri di biciclette il capolavoro cinematografico di Vittorio De Sica, del 1948, è al centro di una intricata vicenda di cui ancora non si vede la fine, relativamente al restauro della pellicola originale.

Il film restaurato in digitale con i soldi del Casinò di Venezia, ad opera dell'Associazione 'Amici di Vittorio De Sica', presieduta dal figlio del regista, Manuel, venne presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia del 2008, fra ali di pubblico e critica osannanti per  il rinato capolavoro, per la sua qualità.

L'anno successivo La San Paolo Film produsse un DVD del film restaurato, il quale fu venduto dal Corriere della Sera, in una collana di  film del passato,  rinati a nuova vita dopo il restauro delle pellicole originali, 'Bianco e nero all'Italiana', curata da Paolo Mereghetti.

 Dalla rete abbiamo appena appreso che quattro anni dopo la presentazione alla Mostra di Venezia, del film restaurato in digitale e già commercializzato in DVD,  recante in apertura il logo del Casinò di Venezia che aveva finanziato l'opera di restauro, la San Paolo Audiovisivi ha prodotto  il Blu-Ray del film restaurato. L'edizione  Blu-Ray commercializzata viene lodata dalle riviste specializzate per la sua qualità( vedi post precedente).

 Ancora più fitto, perciò, il mistero sul nuovo restauro,  in rapporto alla sua necessità, effettuato dalla Cineteca di Bologna,  che sarà presentato al prossimo Festival di Cannes, fra pochi giorni.

Urge chiarimento dalla Cineteca di Bologna

venerdì 30 marzo 2018

Fabrizio Frizzi. Lasciatelo riposare in pace. Basta con l'ignobile sfruttamento

Continua ancora l'onda lunga della commozione che ha investito l'opinione pubblica, e, purtroppo, anche degli sciacalli sempre pronti ad approfittare  della morte di una persona gentile e perbene che la malattia ha strappato ai suoi troppo presto, Fabrizio Frizzi.
 Al suo funerale, in molti hanno pianto, sia in piazza che nella chiesa, lacrime sincere; mentre crediamo assai meno alle lacrime finte  di molti sepolcri imbellettati  piazzati nelle prime file della chiesa degli artisti in Piazza del Popolo.

 La Rai ha continuato ancora per giorni a sfruttare la tragica occasione, per  accreditarsi come la casa degli italiani dove solo poteva vivere quell'anima gentile di Fabrizio. Ma molti sanno che non è così.

 L'ondata di commozione vera della gente comune prodotto però anche un effetto anomalo, quando ha messo alla gogna coloro che non si sono mostrati in pubblico con la lacrima nella borsetta, pronti a sfoderarla a favore di telecamera.

Ieri, sul Corriere della Sera, due articoli, uno dei quali poderoso, davano ragione di critiche rivolte alla  Hunziker che  al funerale non s'era presentata in gramaglie. Ed un secondo, molto lungo che riferiva come la Carlucci non se la sarebbe sentita di andare in onda con 'Ballando', questa sera, perchè il dolore della morte di Fabrizio, suo amico da decenni, era ancora troppo forte ed inconsolabile, rimettendosi per la decisione definitiva  al volere dell'azienda. Insomma la Carlucci sarebbe stata così addolorata da temere di non riuscire a fare il suo lavoro a servizio della Rai e del pubblico? Boh! Alla morte di Ballandi , anche allora aveva pianto pubblicamente,  ma non s'era spinta a tanto, come per Frizzi.

 L'unica cosa  sensata che abbiamo letto in quel lungo pezzo del Corriere era quando la Carlucci ha suggerito ai dirigenti Rai di assumere, in segno di riconoscenza nei confronti di Frizzi che in Rai ha speso tutta la sua vita professionale, sua moglie Carlotta Mantovan, giornalista.

 Non dovrebbe essere  impossibile e neanche difficile. In Rai negli anni, quasi una regola, sono stati assunti figli, mogli ed amanti di dirigenti andati in pensione, o appena  intronizzati, o in procinto di esserlo, per non dare nell'occhio.  Tanto che in questi giorni ancora una volta è scoppiata una polemica relativa al 'posto ereditato'.

Perché, allora, non farlo alla luce del sole per la moglie ancora giovane, con figlia piccolissima, di uno dei volti più noti ed amati della televisione pubblica? Che aspettano? Si appuntino sul petto un'altra medaglia, questa sì,  'al merito' più di altre.

lunedì 19 febbraio 2018

A 'Quante storie'( Rai 3) il conduttore, Corrado Augias si permette anche di fare l'antipatico con un ospite invitato

Corrado Augias, nonostante le  molte dichiarazione pubbliche di voler finalmente un pò riposarsi, data l'età, continua imperterrito ad occupare uno spazio giornaliero, nella mattina di Rai 3. E nonostante faccia ascolti di tipo 'familiare': non arriva di media neanche al 2% di share, con soglie di telespettatori  molto sotto i 300.000.

Dunque ci sarebbero tutte le ragioni per cambiare programma od affidarlo ad altre più agili e sveglie mani. Salvo che non ci sia un patto di affidamento di  un certo spazio con il quotidiano La Repubblica, visto che prima  c'era Concita De Gregorio che quanto ad ascolti faceva niente più e niente meno che quelli di Augias. Aggiungere che poi molti dei loro rispettivi ospiti nel tempo - nulla da dire sul loro valore, ma ve ne sono altrettanto bravi anche di diversa provenienza - appartenevano ancora allo stesso quotidiano o a quel gruppo editoriale nel quale i conduttori lavorano, è solo una minuzia.

 Oggi Augias, facendo una grazia ai suoi dirimpettai del Corriere della Sera ospitava Federico Fubini (economista, passato anche da Repubblica e poi tornato al Corriere nel ruolo di vicedirettore) per presentare il suo libro ' La professoressa e la camorrista' - mi sembra fosse questo il titolo esatto.

 Ad inizio di trasmissione dopo aver presentato l'ospite molto molto più giovane di lui, ma altrettanto bravo giornalista,   Federico Fubini chiedeva al vecchio conduttore di  non utilizzare il 'lei', visto che si conoscono da molto tempo, da quando lui andò ad incontrarlo, quand'era parlamentare europeo, a Bruxelles ( ci avrà anche la pensione da parlamentare, certo!). Augias l'ha subito stoppato, con fare inelegante, dicendogli di proseguire con il 'lei'.

 Poi, appena mostrata la copertina del libro di Fubini, gli ha contestato il titolo, perchè: "non rispecchia il contenuto, io avrei fatto un altro titolo". E chissenefrega - c'era da rispondergli, ma Fubini non l'ha fatto, anche perchè in un raro momento di lucidità, il rallentato, ipnonducente Augias, ha subito aggiunto: "prenda questa mia considerazione e la butti nel cestino". Saggio consiglio, ma non poteva star zitto?

Poi Fubini gli ha spiegato quel titolo e la sua aderenza al contenuto del libro. Ma Augias non si è detto convinto ed  ha continuato parlando degli studi dei giovani e del loro futuro  lavorativo." Che ci fanno tanti studenti del classico- ha detto -  mentre noi abbiamo bisogno di idraulici e altre professioni?". Ed anche qui Fubini gli ha spiegato perchè c'è bisogno ancora e sempre di studenti che hanno una formazione intellettuale generale, classica diremmo, oltre che professionale, perchè molte di quelle professioni per le quali andiamo oggi  chiedendo giovani formati professionalmente,  domani, quando usciranno loro dalle scuole, saranno state sicuramente rimpiazzate da altre".

Come poi sia proseguito il colloquio/scontro non sappiamo, perchè  abbiamo spento la tv, disgustati da quell'atteggiamento, inspiegabilmente antipatico e saccente, di Augias.
 Al quale vogliamo consigliare di ringraziare, ogni mattina appena si sveglia, la Rai che ancora gli offre, ogni giorno, quella poltrona; mentre la considerazione degli ascolti  dovrebbe indurre i dirigenti di viale Mazzini a sfilargliela, senza che se ne accorga. E, naturalmente, senza farlo finire a terra, per il rispetto che si deve all'età avanzata: ottantatre da poco compiuti!

giovedì 15 febbraio 2018

Cronista del Corriere, segnalatasi nell'uso di un linguaggio musicale fantasioso, si cimenta anche con l'americano

Chi legge la Cronaca di Roma del 'Corriere della Sera' si imbatte spesso in articoli, brevi o lunghi, a firma Natalia Distefano, di cronaca musicale, sia che anticipi un concerto - lei, come tanti altri, preferisce sempre e comunque il termine 'evento' - sia che ne racconti l'esito, limitandosi a 'chi c'era e chi non c'era'.

 Comunque nella sue cronache musicali lei è risultata una campionessa nell'uso di una particolare espressione, la seguente: sulle note . Non parliamo di danza che si fa generalmente sulla musica di... laddove Lei preferirebbe comunque: sulle note di... e noi potremmo anche chiudere un occhio.

Presenta un direttore o uno strumentista od un cantante. Tutti, direttore, strumentisti e cantanti dirigono, cantano o suonano 'SULLE NOTE DI'. Capito? non è che dirigono, suonano o cantano le note di... quando oltretutto sarebbe più semplice e facile scrivere: LA MUSICA DI... Chiunque, direttore, strumentista e cantante sta sempre e soltanto SULLE NOTE di.... Mai DENTRO LE NOTE e neppure SOTTO LE NOTE , sempre e comunque SULLE NOTE di.

 Oggi, nell'annunciare i concerti che da questa sera festeggiano i cent'anni dalla nascita di Leonard Bernstein, legato all'Orchestra di S.Cecilia per lungo tempo, si cimenta anche con la ben nota espressione 'americana', che fino ad ora sembrava esclusivo appannaggio di una giornalista di Repubblica: conduzione dell'orchestra al posto di direzione dell'orchestra.
 Esordisce - non sappiamo se riprendendo un  comunicato magari della stessa Accademia dove da qualche mese  dirige l'ufficio stampa una giornalista francese, con tendenze linguistiche  filo americane -   scrivendo che  Bernstein richiesto di illustrare la CONDUZIONE dell'ORCHESTRA... rispondeva: LA DIREZIONE DELL 'ORCHESTRA...

Evidentemente la Distefano non s'è neppure avveduta  che il direttore (ma  non sappiamo se si sia attenuta - assai probabile - al comunicato dell'Accademia) le avrebbe indicato il termine e relativo verbo da usare in italiano.

Ma forse la cronista pensa che la conduzione d'orchestra sia cosa ben diversa dalla direzione; oppure - a sua parziale  giustificazione - che la domanda gli sia stata rivolta in inglese, come rivela la presenza di quell'americanismo o inglesismo  nella domanda: CONDUZIONE; mentre  la risposta  in italiano e forse anche in Italia, usando, di conseguenza, il termine che in Italia si adopera per indicare il mestiere di Bernstein: DIREZIONE... e Lei si sia scrupolosamente attenuta al bilinguismo.

In tale equivoci tanti improvvisati cronisti  cadono ogni giorno, come quella volta che una collega della consorella 'Repubblica', diede dello 'scenografo' ad uno 'sceneggiatore', pensando si trattasse del medesimo mestiere che poteva essere indicato con termini diversi, ma sinonimi, perchè abbastanza somiglianti.

domenica 28 gennaio 2018

A Roma le 'Santa Cecilia' sono due. Lo tengao a mente al Corriere della Sera -Roma

L'altro ieri si è riparlato di Santa Cecilia a Roma. Quale delle due, perchè a Roma c'è l' antichissima Accademia di Santa Cecilia, che da una decina d'anni s'è trasferita, baracca e burattini, all'Auditorium Parco della Musica e il Conservatorio di Santa Cecilia che è l'istituzione preposta alla formazione ed all'istruzione musicale dei giovani e che ha sede in Via dei Greci, a due passi da Piazza del Popolo. Serve aggiungere che il Conservatorio   è stato in qualche modo  partorito dall'Accademia che è la madre di ogni consesso con scopi e finalità musicali e che ha una storia lunghissima di secoli ( fu fondata, se ricordiamo bene, nel Cinquecento, mentre il Conservatorio che reca lo stesso nome, risale all'Ottocento).

Non è raro che i giornalisti ed i loro giornali confondano le due istituzioni, come è avvenuto l'altro ieri quando, tornando a parlare di uno scandalo di molti anni fa, riguardane corsi fantasma al Conservatorio di Santa Cecilia, il Corriere della Sera, con una didascalia ha fatto capire  di non essere a conoscenza che le istituzioni, intestate alla Santa protettrice della musica, sono due e molto diverse.

 Ilaria Sacchettoni che ha firmato l'articolo, sembrava informata, mentre invece la redazione no. Infatti sotto una foto che ritraeva l'Orchestra dell'Accademia di santa Cecilia nel nuovo auditorium, si leggeva la seguente didascalia: "L'Orchestra di Santa Cecilia il cui Conservatorio avrebbe subito una truffa da 500.000 Euro". L'accaduto illecito riguardava il Conservatorio e non l'Accademia, la quale all'indomani, con un breve comunicato, ha marcato la differenza con  Santa Cecilia n. 2, cioè il Conservatorio


Questa volta è toccato al 'Corriere' inciampare, ma in altre occasioni  sono inciampati sull'argomento anche altri giornali che pur avendo da tempo la redazione a Roma, non hanno ancora capito come stanno le cose.
 Riassumendo. L'Accademia di Santa Cecilia, che svolge attualmente la sua attività prevalente in campo concertistico (pur avendo al suo interno alcuni corsi di perfezionamento musicale) non ha niente da spartire con il Conservatorio di Santa Cecilia, che  è una scuola 'superiore' di studi musicali, con il quale un tempo condivideva la sede ed anche la biblioteca; ora non più, essendosi l'una e l'altra dell'Accademia  trasferite al Parco della Musica.

venerdì 19 gennaio 2018

I giornali sono inondati dalla musica, se la musica mette mano al portafoglio

Mai come in questi ultimi giorni si è avuta la netta sensazione che i giornali  abbiano cominciato ad interessarsi veramente alla musica.  e che i giornalisti che della critica musicale fanno il loro mestiere, siano stati  mai tanto occupati. Nel giro di due giorni appena, due importanti quotidiani        (Corriere e Repubblica), i due più importanti, hanno offerto ai loro lettori due pagine ciascuno dedicate alla musica. Una ragione c'è.

In un paese come il nostro che vive (dovrebbe vivere) di cultura, l'inaugurazione di una stagione d'opera non può essere  passata sotto silenzio, relegata  nelle ultime pagine del giornale e ridotta a pochissime righe. Specie se si tratta di un teatro storico, fra i più belli d'Italia, di una città notissima, Bologna 'la rossa'.

L'inaugurazione del Comunale di Bologna con Bohème di Puccini - che non è una condizione della vita giovane, bensì una categoria dello spirito, come ha fatto notare l'acuta giornalista della 'Repubblica' - diretta da Mariotti  (direttore, perdoni la giornalista che a tutti i costi si ostina a non indicare il suo lavoro con i termini giusti: direttore, dirigere, ma scrive che Lei: condurrà l'esecuzione'; e il giornale, sull'onda dell'innovazione linguistica, aggiunge che Lei 'sarà in palcoscenico', quando tutti sanno che il suo podio è nella 'buca d'orchestra') è raccontata in lungo e largo, come anche tutti gli spettacoli della stagione del teatro bolognese che da qualche mese ha un nuovo vertice,  dopo che l'ex sovrintendente, Nicola Sani, è stato sostituito prima della scadenza del suo contratto dal direttore generale del teatro, Fulvio Macciardi, il quale in  una decina di settimane, poco più, avrebbe capovolto la situazione finanziaria del teatro, che  dalla grave crisi  in cui si trovava, ora  è 'economicamente risanato' e che - ha aggiunto - si industrierà per mantenere nel tempo tale trend positivo.  Miracolo a Bologna, di cui abbiamo letto su 'Repubblca'.

 Insomma non solo la musica ha fatto il miracolo di inondare i giornali, ma il nuovo sovrintendente ha fatto l'altrettanto sorprendente miracolo, di risanare economicamente il teatro che solo qualche mese fa era dato per spacciato.

 Il canto di gloria non finisce qui,  prosegue  inneggiando a tutti i protagonisti ed anche ai comprimari della nuova stagione del Comunale. E con lo stesso tono che, sempre sulla rossa Bologna dal teatro risanato  (che però si trova in una zona che andrebbe allo stesso modo risanata, come spesso i giornali hanno evidenziato) era stato intonato, il giorno prima, dal 'Corriere'.

E noi saremmo davvero felici se non dovessimo  ammettere che  tutto questo interesse per la musica è stato indotto dal vile denaro, perchè quelle due pagine  per ciascun  giornale, sono costate al teatro qualche decina di migliaia di Euro  per ciascuna uscita.

 L'interesse per la musica non può chiuderci gli occhi di fronte alla sciagurata modernizzazione - bastardizzazione! - del linguaggio musicale dei giornali, come abbiamo anche in questo caso segnalato,  attuata attraverso l'uso di neologismi che  'Repubblica', per la penna di Leonetta Bentivoglio, e 'L'Espresso',  con Riccardo Lenzi, vanno usando ogni volta che scrivono dei direttori d'orchestra - che per loro due sono sempre 'conduttori',  che non dirigono, come hanno sempre fatto, ma 'conducono' o 'guidano'.

 Un  trionfo di fantasia linguistica abbiamo riscontrato proprio ieri, anche sulle pagine del 'Trovaroma', della premiata ditta 'Repubblica-L'Espresso', che annunciando il ritorno a Roma della violinista Anne-Sophie Mutter, dopo 26 anni di assenza (ma non perché si fosse dedicata ai figli, ch!i può crederle!), in concerto  con l'Orchestra do Santa Cecilia e la direzione di Tony Pappano, scriveva che 'Pappano dirigerà il violino della Mutter'. A chi ha trovato tale locuzione imprecisa vogliamo offrire una spiegazione che la giustifica pienamente.

Dopo i concerti romani di questi giorni, l'Orchestra ceciliana, diretta da Pappano, solista la Mutter, partirà per una tournée in terra tedesca. Vero, ma allora perchè Pappano non dirigerà la Mutter ma il suo violino, come titola il 'Trovaroma'?  Per la semplice ragione che la Mutter,  sempre precisina, temendo di non far ritorno in tempo in Germania, è ripartita prima dell'orchestra e di Pappano, lasciando al direttore il suo prezioso violino; e Pappano s'è incaricato di dirigerlo. La violinista, Pappano la incontrerà dopo le repliche romane, direttamente in Germania, ed allora  le riconsegnerà il violino che in sua assenza ha suonato e diretto, a Roma.


venerdì 12 gennaio 2018

Per Aldo Cazzullo del 'Corriere della sera', e per l'assessore romano alla 'monnezza', Pinuccia Montanari

In questi giorni i giornali hanno ospitato molte lettere  riguardanti la pazza idea del Sovrintendente di Firenze di mutare,  Chiarot, a fini 'etici' - per condannare il femminicidio - il finale della Carmen di Bizet; e noi stessi su questo blog siamo intervenuti più di una volta.
 Sul 'Corriere', ancora oggi,  oltre un lungo articolo di Valerio  Cappelli che avrebbero dovuto intitolare 'Stranezze', meglio ancora 'Idiozie' all'opera!' e hanno preferito titolare con il più morbido, asoslutorio: 'Stravaganze'; e  alcune lettere alle quali,  sinteticamente Aldo Cazzullo ha inteso rispondere riconoscendo la libertà dell'artista. Sotto un paragrafo intitolato: 'Opere liriche. Mutare il finale fa parte della libertà artistica', dopo due lettere, Cazzullo, così sintetizza il suo pensiero: " Cari lettori, penso che faccia parte della libertà artistica anche la libertà di un regista di cambiare il finale di un'opera".

No, caro Cazzullo, occorre intendersi sul ruolo del regista che è, prevalentemente, quello di chi 'mette in scena' opere di altri,  che sono e restano i veri ed unici artisti,  e cioè gli autori di un'opera, di una pièce teatrale, di un romanzo ecc... A lui si concede la libertà di ambientare, come ha fatto Leo Muscato a Firenze, Carmen  in un campo rom dei nostri giorni. E fin qui, se la storia ha poi una sua coerenza, nella trasposizione del regista, possiamo anche accettarla e magari condividerla. Ma nessun regista può e deve cambiare il finale di una storia. Se la storia si conclude con il protagonista che ammazza la protagonista, non può nessun regista farla terminare con la protagonista che ammazza il protagonista, mutando anche il libretto, anche se solo per una battuta.

Se intende fare qualcosa del genere, allora si inventi lui una Carmen,  un'altra Carmen che chiameremo 'di Muscato'; ma non può cambiare i connotati  a quella di Bizet, che deve restare quella.
Faccia come fa ad esempio Emma Dante che costruisce da sè il suo teatro, se lo inventa; o come, tanto per citare un nome che conosciamo,  Cristoph Marthaler, che anni fa ha inventato al Festival di Salisburgo, uno spettacolo su Giacinto Scelsi.
 Si tolga dalla testa  di farsi chiamare 'autore' di un'opera, l'autore che si conosce, l'unico,  è quello che l'opera ha scritto.

Veniamo  ora al caso di Spelacchio, l'albero di  Natale più sfortunato e più conosciuto al mondo, che è quello che l'amministrazione Raggi ha messo in Piazza Venezia, pagandolo più di ogni altro, e che ha vissuto  così poco da non arrivare neanche a Natale. Ora, prima della rimozione, si è riaccesa l'attenzione su Spelacchio, dopo gli infiniti messaggi ironici lanciati all'indirizzo della sindaca, che Travaglio ha battezzato 'Spelacchia', quasi tutti del seguente tenore: 'neanche l'albero di Natale sanno scegliere gli amministratori Cinquestelle a Roma'.

 Nella discussione sul futuro dell'albero rimosso, è intervenuta, ancora sul 'Corriere', anche l'assessore romano alla monnezza,  Pinuccia Montanari, la quale si occupa di questo importante problema, non avendo  più tanto da fare per il problema principe della città: la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti  che lei ha risolto, a giorni alterni, in due diversi modi. Una volta dice che  non esiste a Roma una emergenza rifiuti, e che la raccolta è indietro solo di qualche unità, pochissime, e che in quasi tutta la città i rifiuti sono spariti; ed un'altra volta  che il problema dei rifiuti a Roma sarà risolto entro breve, nel 2021 (Quando, si spera, sia lei che  Spelacchia non governeranno più la città).

E ora? Non avendo  nulla più  da fare, la Montanari trova il tempo e  manifesta la voglia di occuparsi, dicevamo, della sorte futura di Spelacchio. Dell'albero si sa già la fine, ma dei bigliettini che cittadini  e turisti hanno lasciato attaccati ai rami o ai piedi del povero abete, che sono migliaia e potrebbero costituire un repertorio di barzellette infinito? Lei  e Spelacchia stanno pensando di farne un libro.
Che bella trovata. Con quali soldi? Per  farne cosa? Per aumentare il volume della  raccolta differenziata?

giovedì 11 gennaio 2018

Vogliamo eliminare certe espressioni dal giornalismo musicale?

Non parliamo di quelle espressioni pittoresche che in passato abbiamo  spesso segnalato apparire  anche nei comunicati di importanti istituzioni musicali, la stessa Accademia di Santa Cecilia, come ' affonda le sue mani  nel pianoforte' o 'l'archetto nel violino' ecc.... E neanche quelle altre ormai in voga per cui non si legge più il nome dell'interprete e, a seguire, quello dello strumento che suona, bensì: Giovanni Rossi, alla tromba, al posto del più preciso, semplice  ed appropriato. giovanni Rossi, tromba - senza doppi sensi, ovviamente.

Come pure quelle altre  espressioni  idiote, perchè improprie e meno chiare, che vogliono mettere in chiaro che il giornalista che le usa conosce anche le lingue straniere, meglio di quella italiana, quando scrive, soprattutto a proposito del direttore d'orchestra, 'conduttore', e del regista di un'opera 'direttore' In  questo  si è spesso distinto fino ad oggi, L'Espresso.
No.  Di questo uso barbaro e inadatto delle espressioni  linguistiche o degli stessi termini musicali  abbiamo scritto tante volte.

Ora , da un pò di tempo a questa parte, leggiamo su importanti quotidiani un altro genere di espressioni che sono ancora più imprecise, oltre che brutte. Come nel caso in cui per indicare il repertorio di un  concerto, si usa l'espressione: 'sulle note di...', invece del più semplice ed appropriato: musica di... Se si deve scrivere che il tale direttore o il tale strumentista deve suonare Bach o Haydn che senso ha scrivere :'dirigerà o suonerà sulle note di...', quando è molto più chiaro: dirigerà musica di dì Bach o Haydn". Semmai sarebbe più corretto scrivere 'dirigerà note di Haydn' , ma in tal caso tanto vale usare l'espressione più corretta, precisa e sintetica: 'dirigerà musiche di ...

 Simili  cose si leggono in certi giornaloni (Corriere) e a firma di certi cronistelli, ai quali evidentemente nessuno fa notare tale linguaggio improprio, quando non anche scorretto,  ed impone di correggerlo.

A proposito di giornaloni e di espressioni idiote ed imprecise, ve ne è una che sta prendendo piede, in questo caso,  per colpa di un titolista, il quale,  quale che sia la musica di cui sta titolando, sia essa strumentale o vocale o di qualunque altro genere, la indica sempre con l' espressione ' arie di...' Beethoven, come è accaduto anche ieri  su Repubblica dove, annunciando i concerti di Gergiev a Roma , si è letto: 'Valery Gergiev e le arie russe', quando sarebbe stato più opportuno scrivere: 'Gergiev e la musica russa'. E, se proprio voleva sbizzarrirsi, quel titolista, poteva anche scrivere: Gergiev porta a Roma l'aria russa' o ' Gergiev fa respirare o sentire l'aria russa', espressioni certamente più appropriate e corrispondenti anche al contenuto dell'intervista del noto direttore, il quale ha difeso le identità 'stilistiche ed anche sonore' delle orchestre, difendendole dalla omologazione della globalizzazione che tende a renderle tutte 'perfette'- si fa per dire - o migliori, ma tutte uguali. Dunque Gergiev facendo ascoltare la sua orchestra dimostra come  si possa mantenere uno standard qualitativo e tecnico  alto, senza perdere la propria identità.

 Servirà a qualcosa o a qualcuno questa lunga lezioncina? Noi speriamo di sì, altrimenti ce la saremmo risparmiata.

venerdì 5 gennaio 2018

Sfogliando 'Il fatto quotidiano' di Marco Travaglio, che non è il 'Washington Post' di Carl Bernstein

Marco Travaglio s'è messo in testa, da qualche mese, di essere il fratello gemello di Carl Bernstein, e che 'Il fatto quotidiano' non è che la riproduzione 3D del 'Washington Post' . Solo che  il caso 'Banca Etruria' non è assimilabile al caso 'Watergate', e soprattutto perchè MEB - per i non addetti ai lavori : Maria Elena Boschi - non è Nixon. Perchè se anche riuscisse, come riuscirono  Carl Bernstein e il suo  collega Bob Woodward, giornalisti del Washington Post, con Nixon, a farla dimettere - ma non lo farà, non c'è più tempo, ed anzi lei si candida al Parlamento alle prossime elezioni, in un collegio senza paracadute perchè vuole avere la conferma del gradimento popolare nel collegio elettorale toscano in cui si candida - non succederebbe proprio nulla.

E allora se Travaglio non è Bernstein, se 'Il Fatto Quotidiano' non è il 'Washintgon Post', e se il caso 'Banca Etruria' non è il Watergate, perchè accanirsi contro MEB, ogni giorno, per qualunque cosa, anche per fatti ed atti insignificanti politicamente? Tanto rumor per nulla!

Rumori e tanti ne fa anche Andrea Scanzi, detto 'pum pum', l'unico italiano non assoggettato al divieto dei botti. Scanzi, sul 'Washington Post' italiano, scrive quasi ogni giorno articoli pirotecnici, per  far la festa a qualunque patrono, si chiami Grasso, Renzi, Pisapia o Madia, quando la bionda madonna tocca il giornale di Travaglio. Un pò meno con i Cinquestelle, troppo alti, per raggiungerli con i suoi fuochi. Spara colpi fallocchi contro tutti, ma che male non fanno a nessuno, mentre possono ferire chi confeziona quelle sparate multicolori. Chissà che fra breve non dovremo leggere di lui su qualche altro giornale italiano,  esattamente le stesse cose che ha scritto di recente di  Maria Teresa Meli  del 'Corriere', e non ha scritto, né scriverà, di Gianluigi Paragone che si candida con i Cinquestelle, come prima aveva fatto con la Lega, che gli aveva regalato una vicedirezione in Rai. 

 Più mirato di Travaglio - che tiene per sè sempre la 'lista della spesa' politica che apre e chiude le pagine del giornale - e meno fallocco di Scanzi qualche tiro lo spara Peter Gomez che l'altro giorno ha certificato l'uscita dalla crisi del nostro paese, con una acuta ragione, a metà strada tra economia e sociologia politica. La certificazione inconfutabile che l'Italia è ormai fuori dalla crisi ci viene da un fatto incontrovertibile: i politici si sono aumentati stipendi e vitalizi. 

giovedì 28 dicembre 2017

Riccardo Muti dal podio viennese del Concerto di Capodanno se la prende con il Concerto veneziano di Capodanno e con la Rai. L'arcitaliano fa l' antitaliano

 A domanda risponde. Maestro Muti,  la Rai antepose al suo precedente concerto viennese, nel 2004, il concerto dalla Fenice, alla prima edizione. Ora  tornando lei a Vienna, non poteva tornare sui suoi passi riproponendo su Rai 1 il suo concerto, e mandando su Rai 2 il Concerto veneziano?

E il Maestro risponde: "Bisogna chiederlo ai dirigenti Rai. Tra l'altro la prima volta volta della Fenice coincise, nel 2004, con il mio precedente concerto al Musikverein. I viennesi rimasero disorientati per il fatto che, con un direttore italiano, l'Italia per la prima volta compisse una scelta autartica. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, alla Rai ritengono sia giusto così. Certo il Concerto di Vienna è unico, non solo per la qualità dell' Orchestra ma perché quella musica a cavallo tra il sorriso e la lacrima fa parte di un periodo storico particolare e si adatta all'atmosfera del primo dell'anno, evocando desideri e sogni che non esistono in altri repertori. Non credo che i miei musicisti di Chicago sarebbero interessati al brindisi della Traviata o al Va' pensiero, e si sa quanto ami queste opere, ma con la fine dell'anno c'entrano poco".

 Cominciamo dal principio, perchè la storia del Concerto della Fenice la conosciamo bene, per filo e per segno, perché fin dall'inizio ce ne siamo occupati direttamente sempre, relativamente alla formulazione del programma, e spesso anche per altro, per conto della Rai.

 Sì, il primo Concerto di Capodanno  da Venezia, in diretta su Rai 1, coincise con il precedente impegno di Muti a Vienna; e Muti aveva diretto il concerto inaugurale della risorta Fenice, anche quello trasmesso in diretta, appena una decina di giorni prima del Capodanno 'italiano', che Muti definisce autartico.

Muti conosce le ragioni di quella iniziativa?  Eccole. La sig. Anna Elena Averardi, consulente per l'immagine del teatro veneziano,  ebbe l'idea di suggerire alla direzione di Rai 1 (Fabrizio Del Noce) di trasmettere da Venezia il Concerto di Capodanno. Nelle intenzioni della sig.ra Averardi, accolte da Dal Noce, c'era il desiderio di festeggiare la ricostruzione dello storico teatro veneziano, 'dov'era, com'era'. Il Concerto, diretto da Maazel, ebbe successo, superando, per share e telespettatori,  tutte le precedenti edizioni di quello viennese; e forse anche per tale manifesto gradimento, si decise di continuare - come si fa da quindici anni - a mandare in onda da allora, ininterrottamente, in diretta su Rai 1, il Concerto da Venezia, senza però cancellare quello da Vienna,  che viene trasmesso su Rai 2, subito dopo quello veneziano, a  partire dalle 13,30.

 Questa è la storia. Negli anni il concerto è stato diretto da importanti direttori: Maazel, Pretre, il quale dopo il concerto veneziano venne invitato per la prima volta a dirigere quello viennese, Masur, Gardiner, Roberto Abbado, Harding  e solo uno dei ricorrenti problemi di salute vietarono a Temirkanov di dirigerlo, sebbene  annunciato e sostituito all'ultimo minuto.

Nel tempo, noi, che oltre che sulla formulazione del programma siamo stati  spesso interpellati anche sulla scelta dei direttori e dei cantanti, abbiamo consigliato alcuni nomi, come ad esempio, per i direttori, quello di  Tony Pappano. Al quale però i dirigenti dell'epoca si rivolsero in giugno per il successivo dicembre. La risposta di Pappano fu ovvia e piccata: c'ho da fare tra Roma e Londra. Eravamo riusciti a convincere Cagli - con il quale allora avevamo buoni rapporti - a cedere per una  trasferta il suo direttore, adducendo come ragione che la visibilità della tv avrebbe giovato a Pappano, da poco in Italia.  E ne avevamo parlato anche con Pappano, del quale proprio in quegli anni stavamo scrivendo la biografia, ottenendone risposta affermativa, in linea di principio.
 Poi avendo spesso visto sul podio della Fenice Chailly, Chung, Gatti, avevamo consigliato al direttore artistico - l'attuale sovrintendente Ortombina - di invitarli. La risposta, sempre uguale. era: non verranno ( non verrebbero?). Senza dirci però se li aveva invitati. Lui dava per scontato che non sarebbero venuti. Perchè allora, quest'anno, Chung ha accettato?

 A dire la verità non  gli abbiamo mai chiesto di Muti, e perciò non possiamo dire se Ortombina l'abbia invitato e, se sì,  quale sia stata la sua risposta.

 Ora, dice Muti,  ma suggerisce Cappelli e avrebbe desiderato il 'politico ignoto' Giro, la Rai avrebbe dovuto in occasione del ritorno suo a Vienna, scalzare Venezia da Rai 1 e rimetterci il concerto viennese. Perché, lo spiega a suo modo: perchè lui è il massimo direttore italiano vivente, perchè i Wiener sono una delle più grandi orchestre, perchè il Concerto viennese è il più visto nel mondo, perchè il programma  del concerto viennese è più adatto di quello veneziano per un concerto di inizio d'anno. Insomma, dice Muti, napoletano, alla fine del suo ragionamento:  la Marcia di Radestzki è meglio del brindisi della Traviata.

E' qui che  non seguiamo più il maestro italiano. I valzer viennesi sono per  semplice tradizione programma del Concerto di Capodanno da Vienna ; nè più e nè meno di come i brani più popolari del nostro melodramma lo sono per il Concerto dalla Fenice, da quindici anni. Dunque non spiega  per quale ragione Rai 1 dovrebbe rinunciare a tale iniziativa che, per una volta, valorizza, in patria, il patrimonio musicale che il mondo ci invidia e al quale  Muti dichiara il suo particolare attaccamento ed apprezzamento.

Se  lo vuole qualche italiano, che Vienna cioè torni dov'era, su Rai 1, non è ragione sufficiente perchè non si dia ascolto a quei 4.400.000 telespettatori - quanti erano fino a quando noi ce ne siamo occupati, mentre ora sono scesi fino a quasi 3.600.000,  ma noi tuttavia speriamo che la discesa da quest'anno si fermi - che,  a rigor di cifra, sono stati sempre in numero maggiore di quelli che in ogni edizione hanno guardato ed ascoltato il Concerto da Vienna su Rai 1 e che ora possono seguirlo su Rai 2. Il passaggio da Rai 1 a Rai 2 non è da intendersi come DECLASSAMENTO, bensì come  semplice SPOSTAMENTO.

Se poi gli orfani di Vienna restano comunque insoddisfatti e inconsolabili, nulla vieta che, per manifesta ritorsione, si rechino a Vienna -  del resto alcuni anni fa  l'aveva fatto lo stesso Cappelli, come scrisse sul 'Corriere',  in compagnia ( buona quella!) di Catello De Martino, l'indimenticato sovrintendente del disastro all'Opera di Roma, al tempo di Riccardo Muti - e come potrebbe fare,  perchè i mezzi ce li ha,  anche Francesco Giro, ex sottosegretario alla cultura del Governo italiano che preferisce Vienna e la sua musica a Venezia ed alla musica italiana. Non si tratta di autarchia nella scelta italiana; mentre negli oppositori,  si tratta di  evidente stupido autolesionismo.

martedì 19 dicembre 2017

GEDI, Gruppo Editoriale, ha scoperto uno Yeti sulle nevi di Sankt Moritz, di nome Carlo De Benedetti

Il messaggio del moderno 'uomo delle nevi' chic, Carlo De Benedetti, è giunto forte e chiaro allo società editoriale le cui sorti sono ora nelle mani di Rodolfo, suo erede, che sembra fare orecchie da mercante?

Carlo De Benedetti, che si è vantato con Aldo Cazzullo del 'Corriere', cui ha rilasciato una controversa intervista, di essere l'unico imprenditore italiano a cedere ai suoi eredi un impero, senza nulla pretendere in cambio, ha bollato il fondatore di 'Repubblica' - a proposito di una dichiarazione   televisiva : 'Berlusconi o Di Maio', similitudine moderna della pilatesca 'Barabba o Gesù', con la scelta di Barabba/Berlusconi, senza che Di Maio  possa considerarsi un nuovo messia - come un irresponsabile, che ormai non sa quello che dice e che, per restare in pista, nonostante anche lui sappia di essere cotto e decotto, le spara grosse, e non si rende conto di aver recato danno al quotidiano da lui fondato e sul quale ancora  tiene la sua omelia domenicale ecc...

Insomma Carlo De Benedetti, lo Yeti riscoperto sulle nevi di Santk Moritz,  ha tirato a colpire Scalfari e il quotidiano che aveva fondato, ' La Repubblica', arrivando anche a  dire che  la scelta dell'attuale amministratore di affiancare al direttore Calabresi un condirettore, Cerno, è sbagliata e lui non la condivide.

Ci è sembrato di leggere nei proclami dello Yeti  al foglio nemico, alcune critiche che, altrove, sia Pansa, ex cofondatore di 'Repubblica', va muovendo all'attuale gestione del quotidiano che, a suo parere, ha perso di autorevolezza, anche perchè sono più d'uno i galli  che ivi cantano; come  anche Valentini, dalle pagine del 'Fatto Quotidiano', ha spesso mosso a De Benedetti, raccontando retroscena che neanche Scalfari,  mentre avrebbe potuto, non ha mai rivelato.

 Ancora più curioso risulta, alla luce di tutto ciò, ciò che ha scritto Padellaro che  del 'Fatto Quotidiano' è presidente, in difesa di De Benedetti/Yeti, per il quale rivendica il diritto a dire quello che pensa, anche in nome della ammirazione, ' profonda e divertita ' che egli, come anche uno storico direttore del gruppo, Claudio Rinaldi, nutrivano - e lui ancora nutre -  per il  il comune  ex amministratore delegato e padrone.

Nella disputa è dovuto intervenire anche l'erede dello Yeti, sollecitato dal CdR del quotidiano romano, per dire che il messaggio dello Yeti non corrisponde al pensiero ed alla strategia editoriale degli attuali amministratore del gruppo, ai quali, non interessa cosa pensa lo Yeti, dove sembra di leggervi, per la legge del contrappasso, qualcosa di assai simile a  ciò che Carlo De Benedetti ha detto di Scalfari.

 Lotte al vertice,  profonde diversità di vedute, gioco delle parti,  spinte in avanti per non arretrare troppo'? Le ipotesi su questo gioco 'di ruolo' sono tante. E, forse, non una sola, ma tutte  sono da tirare in ballo.

lunedì 4 dicembre 2017

Carlo De Benedetti cosa voleva ottenere con l'intervista di ieri al Corriere della Sera?

Aldo Cazzullo ha intervistato, ieri, Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo da lui fondato, finito ora, gradito regalo, nelle mani del figlio - unico imprenditore italiano a  compiere un gesto così inusuale ( ma perchè Berlusconi, ha richiesto soldi ai figli quando gli ha affidato il suo impero? o ha fatto qualcosa di simile anche Benetton che ora è tornato al timone del suo gruppo? perciò non capiamo dove sia la assoluta novità e magnanimità di De Benedetti).

Ma non sta qui il nostro interesse nei riguardi del noto imprenditore, bensì in  quelle sue dichiarazioni sul fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, che di recente in tv, ad una precisa domanda in questi termini: Berlusconi o Di Maio, ha risposto a Floris: Berlusconi!

Quella domanda di Floris somigliava, mutatis m..., ad una storica domanda, quella di Ponzio Pilato al popolo: Gesù o Barabba? e si sa come  il popolo, interpretato da Scalfari, risponde: sceglie il peggio. Anche se, proseguendo nel nostro paragone, certamente Di Maio  non può essere paragonato, neppure lontanamente, a Gesù, salvo che per la giovane età, perché lui di favole ne racconta tante, sapendo che si tratta solo di favole irrealizzabili - come ha dimostrato proprio ieri, su L'Espresso ( sempre del gruppo De Benedetti, Bruno Manfellotto, quando ha smontato una per una, le avveniristiche riforme dei Cinquestelle, una volta al governo.

De Benedetti, in buona sostanza, ha detto che Scalfari è ormai rincoglionito, data l'età, e che la sua risposta va letta in questa prospettiva. Non sa cosa dice, ma avrebbe dovuto saperlo, perchè con quella sua dichiarazione, ha proseguito De Benedetti, Scalfari ha fatto molto male a Repubblica. Ma forse l'ha fatto consapevolmente, ha concluso De Benedetti suo socio di una vita, cosciente di non contare più nulla, e dunque per farsi notare.

Chissà se oggi qualche giornale e la stessa Repubblica commenteranno quelle dichiarazioni imbarazzanti di De Benedetti, dichiarazioni molto più imbarazzanti della risposta di Scalfari che lui voleva criticare.

De Benedetti ha poi promosso a pieni voti l'ex direttore Ezio Mauro (non bisogna dimenticare che quando lo promosse alla direzione di Repubblica, fece piazza pulita degli scalfariani ) anche nella sua seconda vita di storico e  intrattenitore anche televisivo. E al nuovo corso del suo giornale, dove  al direttore, Calabresi, è stato affiancato un condirettore, Cerno, è sembrato estraneo e forse contrario, pur nutrendo stima nei riguardi di Cerno. Del quale anche Pansa, qualche settimana fa, ha scritto che stanno aspettando un passo falso di Calabresi per affidare tutto a Cerno, oggi nelle grazie di De Benedetti & Figli. E Pansa  ha commentato, su per giù, del giornale anche 'mio' un tempo,  che hanno  messo la 'pucchiacca in mano ai criaturi' (E´ ghiuta a fessa mano `e creature!).

giovedì 30 novembre 2017

Il Corriere della sera sbarca a Torino al suono di una marcetta inglese

Il 'Corriere della Sera' di Cairo per il suo sbarco a Torino - ' Corriere Torino' - ha fatto confezionare uno spot pubblicitario che questi giorni è passato tante volte in tv, con il faccione di Cavour, ed una colonna sonora che più inadatta non si poteva pensare: una marcetta da Pomp and Circumstance di Elgar, conosciutissima al punto che su di essa il popolo inglese - non quello italiano - canta un testo che è assurto quasi ad inno nazionale 'in seconda'.

Questa scelta, fuori da ogni grazia di Dio, fa il paio con un altra scellerata che ai tempi di Berlusconi ( il cui faccione 'La repubblica' ha scelto per annunciare la nuova veste - solo grafica ? -  del quotidiano) accompagnava il sito internet 'Italia' - costosissimo ma fatto con i piedi - che avrebbe dovuto convincere i turisti a visitare le nostre meraviglie, con l'aiuto della colonna sonora  costituita dal 'Preludio' della Carmen di Bizet.

Non sappiamo se l'Agenzia incaricata  di rinnovare il sito 'Italia' come di  confezionare lo spot del 'Corriere della Sera' in occasione del suo sbarco a Torino, sia la stessa. Però il dubbio ci viene, perché  le Agenzie impegnate in ambedue le imprese, pubblicitaria e di comunicazione,  fanno bella mostra di un comune denominatore: totale analfabetismo musicale. Che deduciamo dal fatto che se avessero avuto un minimo alfabetizzate, sarebbero ricorse, in ambedue le imprese, a 'colonne sonore' italiane.

Per Torino, in particolare, la presenza in città del famoso Museo Egizio avrebbe anche potuto suggerire, marcia per marcia, anche evitando la rossiniana 'sinfonia' della Gazza ladra (per non generare cattivi pensieri nei malpensanti), la 'Marcia Trionfale' dell'Aida di  Giuseppe Verdi. che fu  anche 'senatore' del regno, proprio a Torino. Qualunque altra marcia, ma quella di Elgar no.

mercoledì 22 novembre 2017

I giornali tengono molto alla musica. Basta pagarli. E l'Associazione nazionale critici musicali tace

Nel giro di un paio di giorni sono apparse sui due principali quotidiani quattro pagine,  tutte dedicate alla musica, due per testata. Ci raccontavano della nuova stagione del Teatro La Fenice che si inaugura con Ballo in Maschera di Verdi, diretto da Chung che nel Teatro veneziano sta diventando una presenza costante e per il quale non ci meraviglieremmo se  a breve ci venisse comunicato ufficialmente che ha assunto l'incarico di 'direttore musicale' - come lasciavano intendere le dichiarazioni programmatiche del nuovo sovrintendente, Fortunato Ortombina - che di nuovo non ha nulla pecrhè sta alla Fenice da una quindicina d'anni, a fare il direttore artistico; ora  ha semplicemente  ottenuto dal sindaco  la doppia carica di sovrintendente e direttore artistico, che Brugnaro  gli ha concesso, anche perchè ha risparmiato su uno stipendio.

Il racconto in lungo e largo della stagione, le dichiarazioni di intenti del nuovo sovrintendente ( che è il vecchio direttore artistico), La Fenice l'ha ottenuti pagando sia il Corriere che Repubblica. Che hanno accettato volentieri (senza fiatare, anzi ringraziando) per la serie 'Eventi' - se lo dite voi e ci pagate, noi non abbiamo nulla in contrario. Anzi.
 Naturalmente La Fenice non è l'unico teatro italiano che ogni anno paga la sua tassa ai più importanti quotidiani italiani, sperando, supplicando che poi, nel corso della stagione, qualche altra volta i giornali la gratifichino, con un pò di attenzione. Speranza assai spesso delusa, salvo il caso in cui in quei teatri ci siano serate 'glamour' - che cosa vorrà dire non l'abbiamo mia capito - come per la Traviata all'Opera di Roma ( Traviata di Coppola e Valentino,  Verdi non contava). 

Pagate quelle pagine, raramente, nel corso della stagione, si leggerà qualcosa dei teatri pagatori. E comunque, mai a ridosso delle rappresentazioni,  anche quando  si tratta di prime assolute. Ai giornali non frega nulla, e le redazioni  attendono giorni stabiliti per fare uscire un trafiletto (il corrispettivo gratuito, delle paginate a pagamento).

 E la cosa apparirà tanto più strana a chi leggendo quelle pagine, 'avant scène' , sulle varie stagioni, s'era convinto, ogni volta, che il teatro osannato (dietro compenso, sveglia!), aveva la migliore stagione d'opera italiana; e per questo i giornali non potevano non parlarne, titolo dopo titolo.  Anche perchè le migliori firme del giornale, quelle che solitamente si limitavano a sottoscrivere trafiletti misuratissimi, in quelle pagine si erano espresse in tutta la loro bravura ma anche in tutto il loro  servilismo a  comando, dietro compenso.

In questo desolante panorama - che tante volte abbiamo denunciato - l'Associazione nazionale critici musicali tace da sempre. Si comporta come una 'venerabile confraternita', la cui appartenenza è ritenuta onorevole, non importa poi se i confratelli vengono bistrattati dai giornali.
 Certo che non si può chiedere ai singoli affiliati di muovere guerra ai rispettivi giornali; ma se una volta, tutti indistintamente gli iscritti levassero sacrosanta protesta contro il modo becero e insultante con cui la musica viene tratta dai giornali nei quali essi lavorano, ed anche loro stessi, forse tutti insieme, nessuno escluso,  potrebbero ottenere qualcosa.
 Ma fino a quando la venerabile confraternita, con il suo priore e il consiglio direttivo -  gli stessi da secoli - taceranno, conteranno zero o quasi, come si rileva  anche da molti altri elementi.