Non siamo diventati più cauti, quasi diffidenti con gli anni. Lo eravamo anche prima, quando difficilmente ci lasciavamo coinvolgere da scoperte, in campo musicale, sensazionali, sia che riguardassero compositori - negli ultimi tempi più d'una volta hanno tentato di distruggere l'idea che noi ci siamo fatti attraverso la storia di Beethoven o di Mozart; quasi sempre si sono cimentati in quest'opera di riscrittura totale della storia musicale avventizi senza nessuna base musicale, musicologica od anche storica - sia, più numerosi, gli interpreti. In quest'ultimo caso abbiamo visto tante volte infinite stelle cadere dal cielo a sanlorenzo della stagione successiva a quella in cui raccontavano di averle viste sfrecciare nel cielo; ma anche, al contrario, punti luminosi che mai e poi mai avremmo scambiato per stelle, e che di lì a qualche anno, acquistando forza, hanno cominciato ad illuminare il cielo della musica.
Ma infinite altre volte, purtroppo, è accaduto, con la complicità dei mezzi di comunicazione, che ad un enfant prodige, o ad una bella fanciulla, magari un pò eccentrica ( che nel mondo della musica non è raro incrociare), veniva profetizzata una carriera che solo una ben diversa più robusta sostanza può assicurare.
Leggere perciò ancora oggi di un giovane direttore che finalmente sta facendo scoprire Mozart - che, naturalmente, nessuno finora avrebbe mai rivelato come dovevasi - lui che ha la faccia da divo rock, chissenefrega; od anche di una pianista italiana che a trent'anni, dopo aver mietuto successi in ogni parte del mondo, mentre in Italia, solo nella Toscana natia, leggere di Lei che è il fenomeno del momento ( ha appena inciso per Decca il Secondo di Rachmaninov, ma Lei è stata la pupilla di Stockhausen, e di questo veniamo a conoscenza dopo la morte del compositore) ci rende ancor più diffidenti e ci fa dire: ma che ha fatto fino a trent'anni? Se poi aggiungiamo che in una intervista, oggi, la giovane pianista racconta di essere strumento nella mani del marketing, al punto che quando prova e studia a casa, si mette abiti e scarpe che indosserà nel concerto; e che, fin da piccola, segue una 'dieta' musicale materna ferrea: dalle 14 alle 16, Bach; dalle 16 alle 18, Chopin; dalle 18 alle 20, Beethoven; allora scoppiamo a ridere. Meno male che non abbia accennato al suo legame sentimentale, vero, sincero, con un ex deputato che ora come ieri frequenta il jet set più delle aule parlamentari, perché altrimenti avremmo concluso: due più due fa quattro, cioè i conti tornano. E i conti non sono propriamente musicali. Marketing infatti.
Ma qualcosa ci hanno fatto pensare queste due interviste, una dopo l'altra, simili a tante altre, e cioè che i legami fra agenzie o case discografiche e mezzi di comunicazione sono oggi più stretti che mai.
Ma non nuovi, perchè di certi legami fra giornalisti anche noti e certi agenti, nel passato, chi non sapeva? E del resto è quasi naturale che agenti e case discografiche si facciano amici giornalisti che poi lusingano in ogni maniera per asservirli alle loro necessità, di marketing appunto.
Per esperienza diretta sappiamo che ciò accade. Negli anni Ottanta, quando dirigevamo Piano Time, un famoso agente, con residenza a Montecarlo - inutile che ne facciamo il nome - sul quale avevamo scritto cose non proprio lusinghiere, ci chiese di lavorare per lui, in quel caso per (nella) la sua agenzia, ma chiaramente ed alla luce del sole, non come ci viene il dubbio che facciano tanti altri che di fatto lavorano anche per agenzie e case discografiche, pur svolgendo ufficialmente un diverso mestiere. Benchè 'apertamente' non accettammo perchè il lavoro del critico è l'opposto di quello dell'agente.
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lunedì 31 luglio 2017
lunedì 13 marzo 2017
Luca Francesconi e Giorgio Battistelli vanno alla guerra. Abbasso Stockhausen,Berio,Boulez e Donatoni; ed anche Verdi e Puccini.
Ieri, domenica, due giornali, Corriere e L'Espresso, ci comunicavano ufficialmente che erano in procinto di debuttare in Francia e Germania, due nuove opere, a firma di due nostri compositori: Luca Frncesconi, a Parigi, Opéra Garnier con 'Trompe - la Mort' da Balzac; Battistelli, ad Hannover, con 'Le figlie di Lot' dalla Bibbia - libretto della drammaturga tedesca Jenny Erpenbeck.
Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i nostri compositori sono immancabilmente engagé. E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.
Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?
Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto, crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.
Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati, vissuti nel terrore che i figli li superassero ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma intende liquidarli, in blocco, anche come compositori? perché se la liquidazione prima ( come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
E termina indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca, osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.
Battistelli, che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente, ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi, Battistelli dice: " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona, Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello. Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?
P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi. Racconta Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.
Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i nostri compositori sono immancabilmente engagé. E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.
Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?
Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto, crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.
Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati, vissuti nel terrore che i figli li superassero ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma intende liquidarli, in blocco, anche come compositori? perché se la liquidazione prima ( come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
E termina indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca, osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.
Battistelli, che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente, ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi, Battistelli dice: " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona, Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello. Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?
P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi. Racconta Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.
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lunedì 25 aprile 2016
Jackson,Bowie,Prince. Sempre lo stesso inutile rituale.
Muore una star della musica di grande consumo e diffusione, ed ogni volta la famiglia mette in atto il medesimo stanco rituale. Funerali privati, cremazione nella maggior parte dei casi, e sepoltura (o custodia) delle ceneri in luogo segreto.
Perchè, viene da domandarsi? Per volontà dei diretti interessati che avranno espresso, quando erano in vita, la volontà di scomparire con il proprio corpo dopo la morte, perché sufficientemente e bastantemente rappresentati dalla loro musica? Verrebbe da rispondere di sì, considerando che in molti casi quella loro vita nel corpo, per l'esausto connubio di 'genio e sregolatezza', in totale disuso, meglio dimenticarla.
(Diversamente sono andate le cose, post mortem, per altri giganti della musica, come Stravinskij o Boulez o Stockhausen, morti e sepolti sotto gli occhi di tutti).
Ed invece, magari anche per volontà dei diretti interessati, la decisione di custodire le ceneri in luoghi segretissimi l'assumono i famigliari, e per più d'una ragione, la principale delle quali ha a che fare con i soldi.
Cioè? Gli eredi temono che qualcuno trafughi quelle ceneri, ormai inutili, e chieda un riscatto, a pagare il quale, agli occhi del mondo, non potrebbero rifiutarsi, visto che per anni e anni, senza merito e fatica, hanno goduto ed ancora godranno dei benefici economici del loro parente defunto.
Ma c'è anche un altro rito, altrettanto stucchevole ed ugualmente legato ai soldi, che la parentela tutta e i suoi più stretti collaboratori inscenano. Questo secondo è da mettere in rapporto con l'opera del defunto. Sii sparge la voce che esista un baule segretissimo colmo di tesori musicali, che pian piano verranno disvelati. Nel caso di Prince i giornali hanno parlato, alcuni di circa duemila inediti, altri addirittura di ventimila o trentamila. Inediti che acquisterebbero valore solo se il defunto sia stato, in vita, assai avaro - cosa che non si può certo dire di Prince che, in vita, ha pubblicato una cinquantina circa di album e dunque un bel pò. Che altro possiamo scoprire di lui che già non ci ha fatto conoscere?
Serve solo per mettere in ansia i produttori e lo stesso mercato discografico sul quale far giungere, ad intervalli regolari altra 'merce' da vendere a caro prezzo, promettendo sempre il capolavoro. Un giornale, a tal proposito, ha parlato, del baule segreto di Prince, come del santo Graal, è custodito la musica perfetta. Tutti quelli già noti non lo sarebbero- vien da ribattere?
Si potrebbe obiettare che anche per musicisti di altro ambito si va alla ricerca di archivi segreti. Anche recentemente se ne è parlato. Sì, è vero, come nei casi - fra i più noti - di Verdi e Puccini. Ma la ragione di tale affannosa ricerca ha un diverso scopo, che è quello di venire a capo e studiare la genesi e la tormentata, più o meno, gestazione di questa o quell'opera, sulla quale si nutrono dubbi per qualche passaggio talora importante, per realizzare le cosiddette edizioni critiche attraverso lo studio approfondito di tutti i materiali a disposizione.
Nessuna ricerca di Graal in questo caso, perchè ci si attiene alla volontà del musicista che quando ha licenziato un'opera, rendendola pubblica, ha messo la parola fine ad ogni dubbio ad ogni variante, ad ogni alternativa.
E nessuna ricerca di Graal anche per un'altra ragione . E cioè, che se pure si scoprisse qualcosa di assolutamente sconosciuto, sarebbe opportuno osservare la consegna del musicista che, salvo casi particolari, non ha voluto rendere pubblica questa o quella musica, ritenendosi sufficientemente rappresentato dal resto.
Noi perciò non attenderemo la scoperta del Graal di Prince o di Bowie, il loro Graal di qualunque metallo esso sia, lo abbiamo già trovato nelle loro opere, in quantità sufficiente per farci inebriare. Per chi se ne inebri.
Perchè, viene da domandarsi? Per volontà dei diretti interessati che avranno espresso, quando erano in vita, la volontà di scomparire con il proprio corpo dopo la morte, perché sufficientemente e bastantemente rappresentati dalla loro musica? Verrebbe da rispondere di sì, considerando che in molti casi quella loro vita nel corpo, per l'esausto connubio di 'genio e sregolatezza', in totale disuso, meglio dimenticarla.
(Diversamente sono andate le cose, post mortem, per altri giganti della musica, come Stravinskij o Boulez o Stockhausen, morti e sepolti sotto gli occhi di tutti).
Ed invece, magari anche per volontà dei diretti interessati, la decisione di custodire le ceneri in luoghi segretissimi l'assumono i famigliari, e per più d'una ragione, la principale delle quali ha a che fare con i soldi.
Cioè? Gli eredi temono che qualcuno trafughi quelle ceneri, ormai inutili, e chieda un riscatto, a pagare il quale, agli occhi del mondo, non potrebbero rifiutarsi, visto che per anni e anni, senza merito e fatica, hanno goduto ed ancora godranno dei benefici economici del loro parente defunto.
Ma c'è anche un altro rito, altrettanto stucchevole ed ugualmente legato ai soldi, che la parentela tutta e i suoi più stretti collaboratori inscenano. Questo secondo è da mettere in rapporto con l'opera del defunto. Sii sparge la voce che esista un baule segretissimo colmo di tesori musicali, che pian piano verranno disvelati. Nel caso di Prince i giornali hanno parlato, alcuni di circa duemila inediti, altri addirittura di ventimila o trentamila. Inediti che acquisterebbero valore solo se il defunto sia stato, in vita, assai avaro - cosa che non si può certo dire di Prince che, in vita, ha pubblicato una cinquantina circa di album e dunque un bel pò. Che altro possiamo scoprire di lui che già non ci ha fatto conoscere?
Serve solo per mettere in ansia i produttori e lo stesso mercato discografico sul quale far giungere, ad intervalli regolari altra 'merce' da vendere a caro prezzo, promettendo sempre il capolavoro. Un giornale, a tal proposito, ha parlato, del baule segreto di Prince, come del santo Graal, è custodito la musica perfetta. Tutti quelli già noti non lo sarebbero- vien da ribattere?
Si potrebbe obiettare che anche per musicisti di altro ambito si va alla ricerca di archivi segreti. Anche recentemente se ne è parlato. Sì, è vero, come nei casi - fra i più noti - di Verdi e Puccini. Ma la ragione di tale affannosa ricerca ha un diverso scopo, che è quello di venire a capo e studiare la genesi e la tormentata, più o meno, gestazione di questa o quell'opera, sulla quale si nutrono dubbi per qualche passaggio talora importante, per realizzare le cosiddette edizioni critiche attraverso lo studio approfondito di tutti i materiali a disposizione.
Nessuna ricerca di Graal in questo caso, perchè ci si attiene alla volontà del musicista che quando ha licenziato un'opera, rendendola pubblica, ha messo la parola fine ad ogni dubbio ad ogni variante, ad ogni alternativa.
E nessuna ricerca di Graal anche per un'altra ragione . E cioè, che se pure si scoprisse qualcosa di assolutamente sconosciuto, sarebbe opportuno osservare la consegna del musicista che, salvo casi particolari, non ha voluto rendere pubblica questa o quella musica, ritenendosi sufficientemente rappresentato dal resto.
Noi perciò non attenderemo la scoperta del Graal di Prince o di Bowie, il loro Graal di qualunque metallo esso sia, lo abbiamo già trovato nelle loro opere, in quantità sufficiente per farci inebriare. Per chi se ne inebri.
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mercoledì 6 gennaio 2016
Pierre Boulez: la contaminazione è segno di stanchezza. In ricordo del musicista appena scomparso
L'occasione di questa intervista fu data dall'inaugurazione, il 21 aprile 2002, della sala media (Sala Sinopoli) dell'Auditorium di Roma, alla quale Boulez partecipò, invitato da Luciano Berio, con il 'suo ' Ensemble Intercontemporain. In quell'occasione il musicista visitò il grande complesso architettonico destinato alla musica.
"Fa un gran bell’effetto,
la sala media (Sala Sinopoli) - attacca Boulez .Dal palcoscenico dove
ho provato, rimanda un suono chiaro, con bella risonanza, ed anche
l’amalgama di più strumenti è soddisfacente. Naturalmente dovrei
stare in sala ed ascoltare di lì per confermare la prima impressione
che, comunque, è ottima. Ho visto anche la sala piccola, quella con
il palcoscenico (Sala Petrassi). Mi ha fatto impressione il bel
materiale con cui le sale sono rivestite. Noi all’Ircam non ci
siamo potuti permettere tanto bel legno. Perchè Parigi non può
avere una grande sala da concerto come Roma, che ora ne ha
addirittura tre? Continuerò a battermi per ottenerla".
A Roma con l’
Ensemble Intercontemporain, Boulez ha visitato il nuovo
Auditorium-Parco della Musica, ma non da solo come avrebbe
desiderato, bensì in compagnia di un architetto collaboratore di
Renzo Piano, e senza nessun giornalista 'indiscreto' al seguito. Il
bello però viene ora. Lei maestro cosa ci farebbe?
Per
fortuna non devo occuparmene; richiederebbe un grande impegno, ed io
non avrei neppure il tempo per farlo. Basandomi sulla conformazione e
sulla capienza delle tre sale, si potrebbe destinare la sala più
grande - quella da 2800 posti, di prossima inaugurazione - al
cosiddetto ‘repertorio’, alla musica più familiare ; la sala
media ( battezzata: Sala ‘Giuseppe Sinopoli’, da 1200 posti)
potrebbe ospitare un mélange fra musica di repertorio e musica non
altrettanto nota per organici cameristici; e la terza sala, la più
piccola (da 700 posti , dotata anche di palcoscenico, Sala
'Petrassi') potrebbe rappresentare una fucina per le novità. E poi
c’è il grande foyer circolare che abbraccia le tre sale - ci si
potrebbe fare una biblioteca ‘itinerante’ legata alle attività
delle tre sale; e poi c’è la cavea all’aperto… quante altre
idee potrebbero venire.
Basta così poco per
farlo funzionare?
Per carità. Occorre
cambiare anche mentalità. Ai responsabili musicali consiglio di
osservare ciò che hanno fatto i responsabili di musei, per aumentare
il numero dei visitatori. E ci sono riusciti. Esistono musei
‘generalisti’, altri specializzati in questo o quello stile;
gallerie, infine, che espongono ciò che di nuovo succede nell’arte.
Non si può mostrare tutto a tutti in una volta, costringendo anche i
più riottosi, ma non bisogna neppure desistere dal tentativo di far
conoscere il nuovo.
Perdoni, maestro, ma è
proprio quello che Lei fa da sempre: costringere tutti quelli che
decidono di venire ai suoi concerti a conoscere il nuovo. Le spiace
spiegare perchè, per poterla ascoltare, occorre pagare questa tassa,
l’ascolto – obbligato - della sua musica e di quella di pochi
altri, come Berio?
La ragione è semplice.
Sono una persona molto esigente e dedico il mio tempo solo a ciò che
mi interessa veramente, che è poi la musica di oggi, e in
particolare quella dei giovani che mi obbliga a pensare in maniera
diversa da come ho sempre pensato. A me interessa l’evoluzione
della musica e questa evoluzione si ha con le nuove leve.
Recentemente ho diretto un opera dell’inglese Geoge Benjamin che
ha quarant'anni, dunque quasi la metà dei miei anni; Berio… perchè
siamo coetanei; perchè è fra le persone con cui ho maggiore
familiarità e perchè posso dire che mi trovo a condividere un
percorso musicale assai simile al suo, al punto da invidiargli alcune
sue opere che vorrei aver scritto io. Naturalmente Berio non lo
dirigo solo a Roma e perché mi ha invitato.
Maestro, conosce
Michael Nyman?
No.
E Uri Caine, direttore
della Biennale Musica di Venezia(2002); e Arvo Part? li conosce?
No! Dovrei conoscerlo,
Caine? Part lo conosco. Ma perché mi domanda di Nyman, Caine e Part?
Semplicemente perché
appartengono a quella schiera di compositori che vampirizza troppo
spesso i musicisti del passato. Anche il suo amico Berio non è
estraneo a questo pratica. L’ha fatto con Mozart, Boccherini,
Schubert, ed ora anche con Puccini. Cosa pensa di chi si rivolge
troppo spesso alla musica del passato, e non per studiarlo o per
prendere in prestito qualche tema?
Non intendo giustificare
nessuno. Semplicemente le dico che non mi interessano e perciò non
me ne occupo. Nella storia tutte le volte che non si riesce a trovare
un rimedio presente ci si rivolge alla 'biblioteca'. Ma la biblioteca
deve avere uguale sorte della fenice, il mitico uccello: deve
bruciare. Un fenomeno analogo alla cosiddetta contaminazione fra
generi. Non è nuovo, lo si registra anche nelle arti visive: quando
un genere mostra segni di stanchezza, gli artisti si rivolgono ad
altri, in cerca di possibili modelli. Il passato è prezioso ma non
può pesare come un macigno sul presente e costituire un'ipoteca sul
futuro. Quando morì Schoenberg scrissi un saggio che intitolai
“Schoenberg è morto!”. Naturalmente la mia non era una scoperta.
Mio intento era ribadire che la storia della musica non finiva con
Schoenberg e che Schoenberg non poteva costituire un impedimento per
chi desiderasse andare avanti. Agli apocalittici di oggi voglio dire
che occorre giudicare ‘a distanza’ e non nell’immediato. E
questo vale anche per la musica
Cosa resterà della
musica del secondo Novecento. Può, già oggi, azzardare una
profezia?
Certamente 'Gruppen' di
Stockhausen; 'Sinfonia' di Berio e i 'Concerti per violino e
pianoforte' di Gyorgy Ligeti.
E John Cage , secondo
Lei, non ha significato nulla nella musica del Novecento? Cage,
l’ho conosciuto ed anche molto amato. Tutti subimmo il suo fascino.
Ma devo ammettere che John è stato più geniale nella vita che nelle
opere. Ha avuto idee importanti ma non i mezzi per realizzarle. Il
piano ‘preparato’, ad esempio, è soltanto una trovata, per
effetto del nuovo timbro e basta. Stesso discorso per il concetto di
‘opera aperta’. L’Europa conobbe Cage e l’America a Darmstadt
, un luogo d’incontro fondamentale per i giovani musicisti. E non è
vero che Darmstadt unificò il linguaggio di tutti i musicisti
presenti. Devo anzi dire che avvenne il contrario, in quel luogo
d’incontro tutti i musicisti trovarono la forza per proseguire per
la propria strada. Faccio un esempio: Luciano Berio non sarebbe lo
stesso senza la cultura italiana di provenienza. Per tutte queste
ragioni ritengo necessario continuare ad incontraci .
Alla musica si domanda
spesso di dire o fare cose che forse non può dire né riesce a fare.
E’ ragionevole pensare che la musica - linguaggio universale, come
si sottolinea in tempi di guerra - possa abbattere barriere, odii,
antagonismi?
Tante volte in passato si
è tentato di ‘politicizzare’ o ‘religionizzare’ la musica;
la musica non fa politica né proseliti. E tuttavia ciò che da
qualche anno, assai coraggiosamente, tenta di fare Barenboim,
costituire cioè un’orchestra di giovani israeliani, arabi e
palestinesi è molto meritorio e va fatto. Serve almeno a far
riflettere i giovani, almeno i giovani, sulla possibilità di
superare particolarismi ed antagonismi, lavorando gli uni assieme
agli altri. Questo esempio almeno occorre darlo.
Cosa spinge il
musicista a scrivere ancora oggi musica?
L’utopia. Il dialogo
dell’utopia con la realtà è uno stimolo importante per l’artista.
Occorre essere coraggiosi e curiosi. E i musicisti molto spesso non
hanno nè coraggio né curiosità. E’ un rimprovero severo che mi
sento di fare a tutti, compositori ed interpreti, senza distinzione.
Il loro scarso coraggio e l’assenza di curiosità fanno molto danno
al pubblico. In Italia avete interpreti come Abbado, Chailly,
Pollini. Tutti e tre sono musicisti sempre curiosi e molto coraggiosi
e il pubblico li segue fedelmente anche quando presentano musica
moderna o contemporanea, la qual cosa fanno con una certa regolarità.
A volte leggendo i programmi dei concerti di certi notissimi
pianisti, mi domando se siamo nel 2002 oppure nel 1880. E man mano
che passa il tempo mi scopro sempre più impaziente verso questo
stato di cose.
Insomma con qualche
Abbado, Chailly e Pollini in più, la musica moderna e contemporanea
risolverebbe i suoi problemi di pubblico e di accettazione?
Non basta. Una istituzione
musicale non deve interessarsi esclusivamente al concerto, che
tuttavia resta un fatto centrale nella vita musicale. Occorre
stimolare in tutte le maniere soprattutto i giovani e gli studenti.
Le case della musica non possono comportarsi come dei 'restaurant'
che osservano un orario rigido di apertura e chiusura, al di fuori
del quale non c’è verso di far aprire la cucina. Il concerto resta
il piatto forte, ma il contorno deve avere più peso. Intorno al
concerto occorre inventarsi qualunque cosa per incuriosire, specie
quando il pubblico è più disponibile, come nel fine settimana:
aprire le prove ai giovani, spiegare tutto quello che possono capire
di un brano musicale non particolarmente facile – io stesso l’ho
fatto con molto successo a Londra, per la serie ‘Discovery Concert’
della London Symphony Orchestra, spiegando e dirigendo Bartok. Pian
piano si può far capire al pubblico, almeno a quello più attento,
che esistono vari punti di vista sulla medesima musica; in occasione
dell’esecuzione di musica nuova, si dovrebbe effettuare una
registrazione dal vivo, in maniera da offrire immediatamente
l’opportunità di far riascoltare, seppure in disco, una musica che
dal vivo sarà possibile riascoltare forse dopo anni e anni. Occorre
muoversi e subito anche nella pedagogia musicale visto che la scuola
non lo fa; noi musicisti dobbiamo darci da fare, dobbiamo investire
sul futuro, ne va di mezzo anche la sopravvivenza della musica
stessa, oltre che nostra.
Il cosiddetto
repertorio - Bach, Mozart, Beethoven, per intenderci- non la
interessa affatto?
No, per carità. Io sono
un caso molto speciale. Sono innanzitutto compositore e, in
subordine, direttore, e direttore in primis della musica di oggi. E
per la musica del passato, solo di quegli autori e di quel repertorio
che non ritengo ancora valorizzati a dovere. Lo faccio anche spesso
per riequilibrare il peso di certi autori ed opere nella storia
generale della musica. Non c’è ragione perché io diriga autori
che altri fanno già bene e forse meglio di come farei io. Dirigere
il repertorio è un regalo che io faccio al pubblico. E un bel regalo
per essere apprezzato non può essere fatto ogni giorno, ma solo in
particolari occasioni.
E quali sarebbero
queste occasioni particolari per meritarci un suo cadeau musicale
estratto dalla tradizione?
Mi hanno invitato, a
Salisburgo, per questo gennaio, per un concerto di Mozart con Pollini
e i Wiener. Di per sé dirigere Mozart, nonostante la presenza di
Pollini, che è un musicista assai stimolante, per me non è
sufficientemente interessante. Sono riuscito ad inserire nel concerto
le due 'Kammersymphonie' di Schoenberg. Con quest’accostamento il
concerto è diventato stimolante, ed ho accettato. Penso che lo sarà
anche per il pubblico. Un altro esempio. A Chicago, dirigo la 'Grande
Messe des Morts' di Berlioz, che lì, stranamente, non è stata mai
eseguita. Ecco, ancora una ragione valida per tornare al repertorio:
presentarlo ad un pubblico ‘vergine’. La prossima Pasqua, a
Lucerna, dirigerò la 'Sesta' di Mahler e, nella stessa serata, anche
due strabilianti capolavori del Novecento, con evidenti echi
mahleriani: i 'Tre pezzi per orchestra' op. 6 di Alban Berg e i 'Sei
pezzi' op.6 di Anton Webern, nella versione originale. Ma, insisto,
se non posso accostarmi al repertorio alla mia maniera preferisco
dedicarmi a ciò che veramente mi interessa: la musica d’oggi,
compresa la mia. Le dò una primizia: tornerò ancora a Bayreuth nel
2004 per dirigere Parsifal. E sa perché? Per il forte valore
simbolico di quel teatro. A Bayreuth, con Wagner, vado a ritrovare la
sorgente della modernità. Voglio dire all’Europa che come Wagner
riuscì a costruire lì il suo ‘teatro dell’avvenire’, è
giunta l’ora che anche noi ci decidiamo a costruire il teatro del
nostro futuro!
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Tg La 7,Tg1, Tg2: la morte di Pierre Boulez interessa di più a Mentana
A 90 anni, a Baden Baden, si è spento Pierre Boulez, compositore, direttore d'orchestra, organizzatore musicale, teorico dell'avanguardia fra i massimi del Novecento. A capo dell'IRCAM, sorto per sua iniziativa al Centre Pompidou di Parigi, fondatore dell'Ensemble Intercontemporain, direttore d'orchestra che si è spesso dedicato anche al grande repertorio sinfonico (Haydn), all'opera (Wagner, oltre i moderni), ma in special modo e con tutte le sue forze alla musica di oggi che in lui ha avuto un apostolo insostituibile ed ineguagliato.
La musica, forse solo la musica, era in cima ai suoi pensieri; chi lo ha frequentato in privato assicura che non era interessato ad altro e che non parlava d'altro, con sempre invidiabile lucidità, che forse nella sua opera di compositore, ha avuto un peso eccessivo, ed acutezza.
Compagno di viaggio di numerosi altri musicisti suoi coetanei, ai quali era molto legato, ( Berio, Stockhausen, Maderna) non perse tuttavia lucidità quando, come per Maderna, sottolineò le gravi pecche del compositore, ma dando il giusto peso all'opera dell' interprete, organizzatore e insegnante. Noi abbiamo spesso parlato con lui a Roma, e di lui altrettanto spesso abbiamo parlato con tanti nostri interlocutori nel corso delle numerose interviste che abbiamo realizzato, ed alcune delle quali ricercheremo e ripubblicheremo presto in questo blog.
Ora, a poche ore dalla sua scomparsa noteremo solo che la Tv ha trattato diversamente la notizia, nei vari telegiornali. Ed il diverso peso dato dai principali Tg alla morte di Boulez ci induce a pensare che il contratto esclusivo di servizio fra lo Stato e la tv pubblica, in scadenza proprio quest'anno, potrebbe essere offerto, in parte, anche ad altre emittenti televisive, ad esempio a La 7, il cui telegiornale, diretto da Enrico Mentana, fa spesso servizio pubblico con maggiore convinzione e puntualità dei Tg della tv pubblica.
Come nel caso della morte di Boulez, che cadeva nello stesso giorno in cui è morta una vedette del nostro cinema Silvana Pampanini; e Mentana ha dato, seppure succintamente, la notizia con maggiori particolari, relativi alla attività del musicista ed ai suoi compagni d'avventura; il Tg 1 ha detto solo: è morto a 90 anni il direttore d'orchestra e compositore Pierre Boulez, aggiungendovi forse la città in cui è deceduto e basta; ed il tg 2 ha relegato la notizia al solo rullo, mentre alla Pampanini è stato riservato uno spazio dieci volte superiore. E forse già nelle prossime settimane le dedicheranno anche una strada od una piazza, magari in centro, scalzandovi, che so, Rossini, o Verdi.
P.S. Questa mattina Rai News 24 dva la notizia sul rullo che scorre mentre vanno in onda i servizi; e Sky Tg 24, neannche sul rullo. La sua direttrice, Varetto, non è canditata a dirigere il più importante telegiornale della tv pubblica?
La musica, forse solo la musica, era in cima ai suoi pensieri; chi lo ha frequentato in privato assicura che non era interessato ad altro e che non parlava d'altro, con sempre invidiabile lucidità, che forse nella sua opera di compositore, ha avuto un peso eccessivo, ed acutezza.
Compagno di viaggio di numerosi altri musicisti suoi coetanei, ai quali era molto legato, ( Berio, Stockhausen, Maderna) non perse tuttavia lucidità quando, come per Maderna, sottolineò le gravi pecche del compositore, ma dando il giusto peso all'opera dell' interprete, organizzatore e insegnante. Noi abbiamo spesso parlato con lui a Roma, e di lui altrettanto spesso abbiamo parlato con tanti nostri interlocutori nel corso delle numerose interviste che abbiamo realizzato, ed alcune delle quali ricercheremo e ripubblicheremo presto in questo blog.
Ora, a poche ore dalla sua scomparsa noteremo solo che la Tv ha trattato diversamente la notizia, nei vari telegiornali. Ed il diverso peso dato dai principali Tg alla morte di Boulez ci induce a pensare che il contratto esclusivo di servizio fra lo Stato e la tv pubblica, in scadenza proprio quest'anno, potrebbe essere offerto, in parte, anche ad altre emittenti televisive, ad esempio a La 7, il cui telegiornale, diretto da Enrico Mentana, fa spesso servizio pubblico con maggiore convinzione e puntualità dei Tg della tv pubblica.
Come nel caso della morte di Boulez, che cadeva nello stesso giorno in cui è morta una vedette del nostro cinema Silvana Pampanini; e Mentana ha dato, seppure succintamente, la notizia con maggiori particolari, relativi alla attività del musicista ed ai suoi compagni d'avventura; il Tg 1 ha detto solo: è morto a 90 anni il direttore d'orchestra e compositore Pierre Boulez, aggiungendovi forse la città in cui è deceduto e basta; ed il tg 2 ha relegato la notizia al solo rullo, mentre alla Pampanini è stato riservato uno spazio dieci volte superiore. E forse già nelle prossime settimane le dedicheranno anche una strada od una piazza, magari in centro, scalzandovi, che so, Rossini, o Verdi.
P.S. Questa mattina Rai News 24 dva la notizia sul rullo che scorre mentre vanno in onda i servizi; e Sky Tg 24, neannche sul rullo. La sua direttrice, Varetto, non è canditata a dirigere il più importante telegiornale della tv pubblica?
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mercoledì 1 luglio 2015
Vessazione dei Palermitani, al Teatro Massimo
Se uno una cosa sa fare, inutile chiedergli di fare altro, anche costringendolo. Prendiamo il nuovo direttore artistico del Teatro Massimo di Palermo, Pizzo, siciliano di nascita ma romano d'adozione, che fa al nostro caso, venendo egli da Musica per Roma, codazzo di Carlo Fuortes, artefice, sempre il Pizzo Oscar, della rassegna 'Contemporanea', nata con lo scopo di spendere tutto ciò che si poteva per abbagliare i provinciali, che si sono perse le performances roventi delle avanguardie. Ad indottrinarli, abbagliarli - meglio - ci ha pensato, negli anni romani, il Pizzo, con la Sinfonia per i cento metronomi di Ligeti, il Quartetto per archi ed elicotteri di Stockhausen, le 'Vessazioni' di Satie, le Streghe di Venezia di Montresor- Glass- e la preziosa collaborazione di Cerami e Giorgio Barberio Corsetti. che forse aveva un senso proporli al variegato pubblico dell'auditorium romano, non a quello di un teatro dalla grande tradizione.
Ed ora, in attesa di ascoltare a Palermo, atterrati nel piazzale antistante il Massimo, gli elicotteri di Stockhausen ed i cento metronomi di Ligeti, eccoti importati le Streghe di Venezia che all'Auditorium di Roma si videro nel 2009 - le vedemmo anche noi, nulla di memorabile - e le 'Vessazioni', ma dei cittadini di Palermo, firmate da Satie, incolpevole, per colpa del Pizzo, dalle quali sapientemente ci tenemmo alla larga, nel 2012, e per le quali non faremmo mai e poi mai un viaggio a Palermo ad ascoltare una pletora di pianisti reclutati all'ultimo minuto e speriamo recalcitranti e riluttanti, onde far terminare la gara idiota dopo solo il primo minuto, quanto dura il brano.
Aggiungendo poi le 'Sirene per mare- Sinfonia per grandi navi' di Alvin Curran, e i ' Pianeti', di Holst ovviamente, al castello, con il prezzemolino Odifreddi ( già scritturato da Pizzo per gli elicotteri di Stockhausen) si completa l'estate al massimo del Massimo di Palermo.
Poi, naturalmente, presentata in pompa magna, c'è anche la stagione d'opera che si apre con 'Gotterdammerung' di Wagner - per rinfrescare la vocazione wagneriana di Palermo - si snoda lungo vie strabattute alcune e tortuose altre del melodramma, in eccesso le seconde, a significare la vocazione 'internazionale' di Palermo, segnata dalla presenza di grandi direttori - e questo vale anche per la stagione sinfonica. Ma quali sono i grandi direttori sbandierati dal sovrintendente Giambrone?
Ed ora, in attesa di ascoltare a Palermo, atterrati nel piazzale antistante il Massimo, gli elicotteri di Stockhausen ed i cento metronomi di Ligeti, eccoti importati le Streghe di Venezia che all'Auditorium di Roma si videro nel 2009 - le vedemmo anche noi, nulla di memorabile - e le 'Vessazioni', ma dei cittadini di Palermo, firmate da Satie, incolpevole, per colpa del Pizzo, dalle quali sapientemente ci tenemmo alla larga, nel 2012, e per le quali non faremmo mai e poi mai un viaggio a Palermo ad ascoltare una pletora di pianisti reclutati all'ultimo minuto e speriamo recalcitranti e riluttanti, onde far terminare la gara idiota dopo solo il primo minuto, quanto dura il brano.
Aggiungendo poi le 'Sirene per mare- Sinfonia per grandi navi' di Alvin Curran, e i ' Pianeti', di Holst ovviamente, al castello, con il prezzemolino Odifreddi ( già scritturato da Pizzo per gli elicotteri di Stockhausen) si completa l'estate al massimo del Massimo di Palermo.
Poi, naturalmente, presentata in pompa magna, c'è anche la stagione d'opera che si apre con 'Gotterdammerung' di Wagner - per rinfrescare la vocazione wagneriana di Palermo - si snoda lungo vie strabattute alcune e tortuose altre del melodramma, in eccesso le seconde, a significare la vocazione 'internazionale' di Palermo, segnata dalla presenza di grandi direttori - e questo vale anche per la stagione sinfonica. Ma quali sono i grandi direttori sbandierati dal sovrintendente Giambrone?
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lunedì 24 novembre 2014
Contemporanea, si cambia. La rassegna di Musica per Roma sarà curata, per l'Accademia di Santa Cecilia, da Michele dall'Ongaro. Mercoledì la presentazione
La rassegna ' Contemporanea' di Musica per Roma, ospitata nell'Auditorium di Renzo Piano, e curata fin dalla prima edizione da Oscar Pizzo ( per qualche stagione in coppia con Guido Barbieri che, poi, per volontà di Giorgio Battistelli è approdato sull'altra sponda italiana: Abruzzo, con un'appendice nelle Marche), in collaborazione con l'Accademia di Santa Cecilia, da quest'anno cambia gestione, come si dirà dopo domani alla conferenza di presentazione: viene assunta in prima persona dall'Accademia di Santa Cecilia che la produce con Musica per Roma.
La rassegna, che si ricorda soprattutto per alcuni appuntamenti destinati a far scalpore (che era poi l'intento principale, se non unico di tale rassegna che altri non ne aveva) come la maratona pianistica di 24 ore dedicata a Satie, il 'Quartetto degli elicotteri' di Stockhausen o il 'Poema sinfonico per 100 metronomi' di Ligeti, ha perso il suo curatore, Pizzo che, dopo una breve trasferta a Bari al seguito di Fuortes, è volato a Palermo - chiamatovi da Giambrone, come direttore artistico del Teatro Massimo, incarico che sino alla fine di quest'anno esercita gratuitamente, perché anche i suoi soldi servono a pagare lo stipendio del sovrintendente che l'ha graziato chiamandolo a Palermo: appena 170.000 Euro l'anno! - e tale incarico è stato assunto dall'Accademia di Santa Cecilia che, nella diffusione della musica contemporanea non ha mai brillato, ad eccezione delle rare presenze di questi ultimi tempi, semel in anno, con Pappano divulgatore. Non sarà sfuggito a nessuno, ad esempio, che Boulez non vi è stato mai invitato e che la prima commissione di un'opera ad Henze è giunta quando il musicista, ottantenne, era già con un piede nella fossa, come ha commentato divertito e con amarezza il compositore medesimo.Ma ora le cose sembrano andare diversamente.
A presentare la stagione, assieme all'onnipresente Fuortes, ci sarà Michele dall'Ongaro e non Bruno Cagli. E una ragione c'è, anzi più d'una. Non chiedete perchè. Attualmente, dall'Ongaro è vice Presidente dell'Accademia, per volontà di Cagli che lo vorrebbe - se corrisponde ancora a verità quanto ha dichiarato appena qualche mese fa a Valerio Cappelli del Corriere della Sera - suo successore come presidente/ sovrintendente/ direttore artistico; preferendolo senza ombra di dubbio a Giorgio Battistelli che di Cagli è stato antagonista nella passata tornata di votazioni. Nella prossima, fissata per il 13 dicembre, potrebbe essere eletto, perciò, successore di Cagli, se, confermando la sua volontà di ritirarsi finalmente, facesse confluire i voti dei suoi fedelissimi su di lui che vedrebbe finalmente realizzato il suo sogno, per il quale ha lavorato da quando ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica.
Ma perchè dall'Ongaro cura una rassegna di musica contemporanea? Semplice. Perché lui di mestiere fa il compositore. Non un compositore qualunque, ma uno dei più grandi compositori viventi, come lo additava qualche anno fa Mario Bortolotto, in una storica corrispondenza dalla Biennale Musica di Venezia per 'Il foglio'. E Bortolotto è critico d'onore.
La musica contemporanea ha rappresentato il terreno di coltura del suo potere sulle onde radio prima e attraverso le immagini televisive poi, giacché è riuscito ad invadere anche la giovane RAI 5.
Dall'Ongaro è da almeno una decina d'anni, forse più, il responsabile per la musica di Radio Tre, successivamente è diventato Sovrintendente dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, Accademico della Filarmonica romana, responsabile dei Concerti del Quirinale, e, poi, aveva altri incarichi (fra tutti il Festival Pontino) che nel tempo ha smesso, perché forse non più importanti come lo erano all'inizio della sua carriera in RAI. Alla quale deve, senza eccezione, ogni passo in avanti nella sua carriera di compositore che s'è allargata ed arricchita a dismisura esattamente da quando ha avuto quell'incarico di responsabilità a Radio Tre. Chi non è convinto vada sul sito del suo editore ( Suvini Zerboni) e legga tutte le esecuzione e commissioni giunte a dall' Ongaro dopo il suo incarico a Radio Tre, quando si impennarono, letteralmente. Ma forse fu pura coincidenza.
Che sia la RAI alla base della sua vorticosa ascesa lo ha detto apertamente Cagli quando ha sostenuto la candidatura di dall'Ongaro in Accademia a vice presidente. Testualmente ha detto - come ripresero le numerose lettere inviate agli Accademici nelle quali tale ascesa di dall'Ongaro per volere di Cagli era duramente criticata - che dall'Ongaro aveva in RAI incarichi che potevano giovare all'Accademia, anche economicamente, passando in secondo piano perfino la sua parentela con gli Abbado.
Si tratta di fatti noti, e già oggetto di un documentatissimo articolo di Elisabetta Ambrosi su 'Il fatto quotidiano', dell'ottobre scorso, quando tali lettere aperte di protesta, alcune firmate da notissimi accademici ( il card. Bartolucci, il pianista Campanella) giunsero in Accademia. Dunque noi non aggiungiamo neanche una virgola.
Che dall'Ongaro abbia la responsabilità diretta di quella rassegna è perfino ovvio, la materia dei compositori d'oggi la conosce a memoria, perché oggetto privilegiato del suo lavoro a Radio Tre, dove ha fatto scelte seguendo criteri chiarissimi, in base ai quali decidere chi trasmettere regolarmente e chi mai. C'è da augurarsi che non lo faccia anche in Accademia; e, secondo il nostro modesto parere, non avrebbe dovuto farlo neanche in RAI.
Se alle elezioni per la successione a Cagli l'avrà vinta su Battistelli, avremo un ragione, alemno una per gioirne: dovrà lasciare tutti i suoi incarichi, con la conseguenza che il mercato del lavoro musicale di colpo si allargherà, offrendo a chi aspira ad incarichi di prestigio nuove opportunità, ed a noi la possibilità di respirare finalmente aria nuova.
La rassegna, che si ricorda soprattutto per alcuni appuntamenti destinati a far scalpore (che era poi l'intento principale, se non unico di tale rassegna che altri non ne aveva) come la maratona pianistica di 24 ore dedicata a Satie, il 'Quartetto degli elicotteri' di Stockhausen o il 'Poema sinfonico per 100 metronomi' di Ligeti, ha perso il suo curatore, Pizzo che, dopo una breve trasferta a Bari al seguito di Fuortes, è volato a Palermo - chiamatovi da Giambrone, come direttore artistico del Teatro Massimo, incarico che sino alla fine di quest'anno esercita gratuitamente, perché anche i suoi soldi servono a pagare lo stipendio del sovrintendente che l'ha graziato chiamandolo a Palermo: appena 170.000 Euro l'anno! - e tale incarico è stato assunto dall'Accademia di Santa Cecilia che, nella diffusione della musica contemporanea non ha mai brillato, ad eccezione delle rare presenze di questi ultimi tempi, semel in anno, con Pappano divulgatore. Non sarà sfuggito a nessuno, ad esempio, che Boulez non vi è stato mai invitato e che la prima commissione di un'opera ad Henze è giunta quando il musicista, ottantenne, era già con un piede nella fossa, come ha commentato divertito e con amarezza il compositore medesimo.Ma ora le cose sembrano andare diversamente.
A presentare la stagione, assieme all'onnipresente Fuortes, ci sarà Michele dall'Ongaro e non Bruno Cagli. E una ragione c'è, anzi più d'una. Non chiedete perchè. Attualmente, dall'Ongaro è vice Presidente dell'Accademia, per volontà di Cagli che lo vorrebbe - se corrisponde ancora a verità quanto ha dichiarato appena qualche mese fa a Valerio Cappelli del Corriere della Sera - suo successore come presidente/ sovrintendente/ direttore artistico; preferendolo senza ombra di dubbio a Giorgio Battistelli che di Cagli è stato antagonista nella passata tornata di votazioni. Nella prossima, fissata per il 13 dicembre, potrebbe essere eletto, perciò, successore di Cagli, se, confermando la sua volontà di ritirarsi finalmente, facesse confluire i voti dei suoi fedelissimi su di lui che vedrebbe finalmente realizzato il suo sogno, per il quale ha lavorato da quando ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica.
Ma perchè dall'Ongaro cura una rassegna di musica contemporanea? Semplice. Perché lui di mestiere fa il compositore. Non un compositore qualunque, ma uno dei più grandi compositori viventi, come lo additava qualche anno fa Mario Bortolotto, in una storica corrispondenza dalla Biennale Musica di Venezia per 'Il foglio'. E Bortolotto è critico d'onore.
La musica contemporanea ha rappresentato il terreno di coltura del suo potere sulle onde radio prima e attraverso le immagini televisive poi, giacché è riuscito ad invadere anche la giovane RAI 5.
Dall'Ongaro è da almeno una decina d'anni, forse più, il responsabile per la musica di Radio Tre, successivamente è diventato Sovrintendente dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, Accademico della Filarmonica romana, responsabile dei Concerti del Quirinale, e, poi, aveva altri incarichi (fra tutti il Festival Pontino) che nel tempo ha smesso, perché forse non più importanti come lo erano all'inizio della sua carriera in RAI. Alla quale deve, senza eccezione, ogni passo in avanti nella sua carriera di compositore che s'è allargata ed arricchita a dismisura esattamente da quando ha avuto quell'incarico di responsabilità a Radio Tre. Chi non è convinto vada sul sito del suo editore ( Suvini Zerboni) e legga tutte le esecuzione e commissioni giunte a dall' Ongaro dopo il suo incarico a Radio Tre, quando si impennarono, letteralmente. Ma forse fu pura coincidenza.
Che sia la RAI alla base della sua vorticosa ascesa lo ha detto apertamente Cagli quando ha sostenuto la candidatura di dall'Ongaro in Accademia a vice presidente. Testualmente ha detto - come ripresero le numerose lettere inviate agli Accademici nelle quali tale ascesa di dall'Ongaro per volere di Cagli era duramente criticata - che dall'Ongaro aveva in RAI incarichi che potevano giovare all'Accademia, anche economicamente, passando in secondo piano perfino la sua parentela con gli Abbado.
Si tratta di fatti noti, e già oggetto di un documentatissimo articolo di Elisabetta Ambrosi su 'Il fatto quotidiano', dell'ottobre scorso, quando tali lettere aperte di protesta, alcune firmate da notissimi accademici ( il card. Bartolucci, il pianista Campanella) giunsero in Accademia. Dunque noi non aggiungiamo neanche una virgola.
Che dall'Ongaro abbia la responsabilità diretta di quella rassegna è perfino ovvio, la materia dei compositori d'oggi la conosce a memoria, perché oggetto privilegiato del suo lavoro a Radio Tre, dove ha fatto scelte seguendo criteri chiarissimi, in base ai quali decidere chi trasmettere regolarmente e chi mai. C'è da augurarsi che non lo faccia anche in Accademia; e, secondo il nostro modesto parere, non avrebbe dovuto farlo neanche in RAI.
Se alle elezioni per la successione a Cagli l'avrà vinta su Battistelli, avremo un ragione, alemno una per gioirne: dovrà lasciare tutti i suoi incarichi, con la conseguenza che il mercato del lavoro musicale di colpo si allargherà, offrendo a chi aspira ad incarichi di prestigio nuove opportunità, ed a noi la possibilità di respirare finalmente aria nuova.
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Letto sulla stampa. Odifreddi elogia il numero zero, i tecnici dell'Opera di Roma in rivolta contro i musicisti
Piergiorgio Odifreddi traccia sulle pagine centrali di Repubblica di oggi un elogio del numero zero, o del vuoto nella materia, e di alcuni numeri 'zero' presenti in ogni ambito attraverso le rispettive incarnazioni, citandone anche due musicali, di grande rilievo, dove lo zero sta per il silenzio prima della musica, il vuoto prima del suono. E cita la celebre 'Quinta sinfonia' di Beethoven con il tema del 'destino' preceduto da una pausa ( silenzio, vuoto, 'zero' musica), ed il celeberrimo provocatorio brano di John Cage, che reca come titolo un numero ( 4'33") che sta ad indicare quanto tempo il pianista debba restare, fra la meraviglia di tutti - che è poi ciò che interessava soprattutto al provocatore musicista americano - davanti al pianoforte senza toccare, e neppure sfiora, nessun tasto.
Ad Odifreddi ( che con la musica ha già intrattenuto diversi rapporti, fra i quali si ricorda la partecipazione al chiuso dell'Auditorium di Roma come commentatore scientifico, dell'inutile performance dei quattro elicotteri, per eseguire l'omonimo quartetto di Stockhausen) vorremmo solo suggerire, per la prossima ristampa del suo libro, un'aggiunta. Esiste in Italia un gruppo musicale che si dedica alla musica contemporanea, nella quale ancora non si può parlare di 'repertorio', giacchè non v'è brano che sia entrato definitivamente nel numero di quelli regolarmente eseguiti. L'Ensemble ha voluto perciò chiamarsi 'Repertorio zero'. Odifreddi se ne ricordi e lo citi prossimamente nel suo libro o anche altrove.
All'Opera di Roma, dove il CDA oggi dovrebbe ufficialmente ritirare i licenziamenti e dar corso all'accordo presentato dagli orchestrali e coristi per il loro rientro definitivo nella pianta stabile del teatro, i tecnici hanno addossato ai musicisti - loro li chiamano artisti - la colpa del deficit di bilancio. Insomma se il teatro è in rosso, la colpa è degli orchestrali e coristi, sostengono i tecnici del teatro, e magari con loro anche gli amministrativi che affollano gli uffici, messi lì ad ondate regolari, ogni volta che cambiava il governo della città od anche il ministro della cultura che, sussurrandone il nome, aveva sempre qualcuno da infilarci in teatro - non solo in quello di Roma - forte del fatto che senza i soldi statali, a dispetto della 'riforma Veltroni' ( un pateracchio!), i teatri chiuderebbero tutti nel giro di 24 ore.
Per restare all'Opera di Roma, tolti orchestra e coro, resterebbero fra tecnici ed amministrativi altri 300 e passa dipendenti, essendo orchestra e coro pari a 180, e la pianta stabile del teatro intorno alle 500 unità. Dunque 180 musicisti costerebbero più dei 300 e passa impiegati, tecnici ed amministrativi. Bugie!
E' stato dimostrato che il costo delle cosiddette 'masse artistiche' -volgarmente inserite nella voce 'costi fissi' - è il 12% del bilancio complessivo del teatro romano, nel quale ovviamente vanno messe anche le spese degli allestimenti e degli artisti scritturati per i vari titoli d'opera. Oltre naturalmente la pletora di collaboratori che rientrano nella voce 'raccomandati', perchè 'inutili'.
Ai tecnici , andrebbe fatto capire che senza musicisti, che teatro sarebbe? che farebbero tecnici ed amministrativi senza di loro? E' perfino superfluo, ma a questo punto necessario, far loro capire che un teatro è innanzitutto e soprattutto musica e dunque le cosiddette masse artistiche sono 'conditio sine qua non' dell'esistenza e dell'attività di un teatro. Potremmo anche aggiungere: costino quel che costino. Con giudizio, naturalmente.
Ad Odifreddi ( che con la musica ha già intrattenuto diversi rapporti, fra i quali si ricorda la partecipazione al chiuso dell'Auditorium di Roma come commentatore scientifico, dell'inutile performance dei quattro elicotteri, per eseguire l'omonimo quartetto di Stockhausen) vorremmo solo suggerire, per la prossima ristampa del suo libro, un'aggiunta. Esiste in Italia un gruppo musicale che si dedica alla musica contemporanea, nella quale ancora non si può parlare di 'repertorio', giacchè non v'è brano che sia entrato definitivamente nel numero di quelli regolarmente eseguiti. L'Ensemble ha voluto perciò chiamarsi 'Repertorio zero'. Odifreddi se ne ricordi e lo citi prossimamente nel suo libro o anche altrove.
All'Opera di Roma, dove il CDA oggi dovrebbe ufficialmente ritirare i licenziamenti e dar corso all'accordo presentato dagli orchestrali e coristi per il loro rientro definitivo nella pianta stabile del teatro, i tecnici hanno addossato ai musicisti - loro li chiamano artisti - la colpa del deficit di bilancio. Insomma se il teatro è in rosso, la colpa è degli orchestrali e coristi, sostengono i tecnici del teatro, e magari con loro anche gli amministrativi che affollano gli uffici, messi lì ad ondate regolari, ogni volta che cambiava il governo della città od anche il ministro della cultura che, sussurrandone il nome, aveva sempre qualcuno da infilarci in teatro - non solo in quello di Roma - forte del fatto che senza i soldi statali, a dispetto della 'riforma Veltroni' ( un pateracchio!), i teatri chiuderebbero tutti nel giro di 24 ore.
Per restare all'Opera di Roma, tolti orchestra e coro, resterebbero fra tecnici ed amministrativi altri 300 e passa dipendenti, essendo orchestra e coro pari a 180, e la pianta stabile del teatro intorno alle 500 unità. Dunque 180 musicisti costerebbero più dei 300 e passa impiegati, tecnici ed amministrativi. Bugie!
E' stato dimostrato che il costo delle cosiddette 'masse artistiche' -volgarmente inserite nella voce 'costi fissi' - è il 12% del bilancio complessivo del teatro romano, nel quale ovviamente vanno messe anche le spese degli allestimenti e degli artisti scritturati per i vari titoli d'opera. Oltre naturalmente la pletora di collaboratori che rientrano nella voce 'raccomandati', perchè 'inutili'.
Ai tecnici , andrebbe fatto capire che senza musicisti, che teatro sarebbe? che farebbero tecnici ed amministrativi senza di loro? E' perfino superfluo, ma a questo punto necessario, far loro capire che un teatro è innanzitutto e soprattutto musica e dunque le cosiddette masse artistiche sono 'conditio sine qua non' dell'esistenza e dell'attività di un teatro. Potremmo anche aggiungere: costino quel che costino. Con giudizio, naturalmente.
mercoledì 1 ottobre 2014
Il Pizzo a Palermo
Il mago Giambrone, Francesco ( da non confondere con il di lui fratello, noto esponente e parlamentare dell'ex partito di Di Pietro e capo del partito siciliano di Orlando) medico ed aspirante critico musicale passato a fare l' assessore e il sovrintendente - andata e ritorno - e poi di nuovo l'assessore e il sovrintendente, in un film già visto, ha tirato fuori dal suo cilindro la soluzione da oscar per il Massimo, dove è tornato per volontà del suo padrone, il sindaco di Palermo, Orlando, per la seconda volta. L'aveva promesso. Per la direzione artistica - che avrebbe potuto tenere lui, con la stessa competenza con cui tiene la sovrintendenza - ho in serbo una sorpresa: un nome che spiazzerà tutti. Detto fatto. Questo il nome, ed è da Oscar: Pizzo. In sostituzione del precedente, un regista, messo lì da Cognata, purtroppo a digiuno completo di musica, come l'ottimo Giambrone ha avuto modo di sottolineare, pretendendo quella competenza della quale ha fatto la sua bandiera professionale in tutta la vita.
Con l'Oscar Pizzo questo problema non esiste. Pizzo è un pianista, anche se oggi non suona quasi più perchè ha saltato il fosso e s'è buttato, spinto da Fuortes, nella direzione artistica. Nel caso specifico quella rassegna di musica 'Contemporanea' che da qualche anno ha luogo all'Auditorium, nel corso della quale egli ha attivato contemporaneamente un centinaio di metronomi, in una singolare sinfonia ritmica, ha fatto fare le ore piccole a tanti appassionati nella '24 ore Satie', ed infine ha fatto atterrare nel piazzale antistante l'Auditorium, ben quattro elicotteri e li ha poi fatti levare in volo, con i musicisti che avevano sotto braccio la musica di Stockhausen, tanto suonarla non serviva, a causa del rumore assordante delle pale di quei mostri volanti.
Giambrone, conoscendo queste imprese da Oscar, gli ha detto che voleva anche a Palermo queste performances per le rinate - ad opera di Giambrone sovrintendente - 'settimane' musicali di molti decenni fa dedicate alla musica contemporanea. E nelle prossime settimane egli farà sentire ai palermitani che sa davvero suonare, presentandosi proprio in uno dei concerti previsti da Giambrone. La qual cosa fa pensare alla lunga trattativa che Giambrone ha avuto con Fuortes, per fregargli quel diabolico inventore di cose pazze per l' Auditorium romano.
Giambrone, inoltre, ha avuto modo di saggiare da vicino la competenza del Pizzo attraverso quelle rassegne italo-francesi che egli ha curato sotto l'egida dell'Ambasciata transalpina in Italia, 'Suona francese' che ha poi partorito anche un 'Suona italiano', nel corso delle quali ha avuto come partner anche i Conservatori italiani, compreso quello di Palermo, presidente Giambrone, ancora lui, dominus siciliano, che nelle ultime edizioni è stato oltremodo presente. L'opera del Pizzo in queste rassegne è stato prevalentemente quello del 'postino' smistatore il quale ha ricevuto tante proposte - in Italia ci sono persone che sanno farne - e che se le pagano anche (come è accaduto per molti appuntamenti di queste rassegne), pur di apparire.
Giambrone dunque ha apprezzato questa capacità di valorizzare tutto e tutti e, alla fine, ha deciso per il Pizzo. Il quale , dovendo fare il direttore artistico di un teatro, deve occuparsi prevalentemente di melodramma, come non ha mai fatto prima, ma le cui competenze, pari alle sue di Giambrone, il medesimo Giambrone avrà avuto modo di verificare da vicino.
Imparerà. Del resto la musica la conosce e la sa leggere. All'inizio sarà forse un pò faticoso, ma a questo penserà Giambrone e tutta l'équipe del teatro che si occupa della produzione artistica. Del resto non è il primo caso di apprendistato fatto non nelle piccole ma istruttive botteghe, ma direttamente dagli scranni più alti di importanti istituzioni.
Ci vengono alla mente altri esempi, recenti, di musicisti di successo, catapultati a fare cose che non avevano fatto mai prima e che dunque si temeva non sapessero fare.
Ne parlava, accusandolo, Cagli, riferendosi a Giorgio Battistelli, compositore che del film musicale ha fatto la sua carta vincente, in occasione delle ultime elezioni per la sovrintendenza di Santa Cecilia, che videro Battistelli sfidare Cagli e Cagli vincere. Il quale parlando di Battistelli aveva detto - come riportato in alcune lettere rese note ai giornali - che 'quello non era in grado neanche di organizzare un concerto'. Mentre lui sì. Che è poi ciò che, prima, Battistelli, a sua volta, aveva, più o meno, detto di un compositore romano, Nicola Sani, oggi consulente artistico del Teatro di Bologna, al tempo della sua direzione artistica dell'Opera di Roma: 'quello del melodramma non sa neanche che esiste'. L'uno e l'altro oggi fanno i direttori artistici, e perciò devono aver imparato. A meno che da ambedue non si pretenda che conoscano come si organizza un concerto, o quali voci sono necessarie per un particolare titolo operistico. A questo ci pensa l'équipe tecnica che ogni istituzione musicale ha ( ed è costretta ad avere, per l'incapacità dichiarata di tanti direttori artistici. E questo vale dalla Scala a ... e il resto non dico!) nei vari 'esperti di voci' o 'segretari' e 'coordinatori' artistici e, nei teatri, 'responsabili di cast' e consulenti vari.
Dunque anche il Pizzo può farcela, da lui Giambrone vuole idee che facciano accendere i riflettori sul suo teatro, che ha un'immagine un pò appannata.
Come l'ha presa questa fuga il Fuortes in grande difficoltà sulla piazza romana? Non lo sappiamo. Certo che privarsi dell'inventore sarà stato duro, anche perchè difficile da rimpiazzare, uasi impossibile. A meno che il Pizzo medesimo non decida di tenersi Roma ( 'Contemporanea') e Parigi ('Suona francese' e 'Suona italiano'), insieme a Palermo.
Con l'Oscar Pizzo questo problema non esiste. Pizzo è un pianista, anche se oggi non suona quasi più perchè ha saltato il fosso e s'è buttato, spinto da Fuortes, nella direzione artistica. Nel caso specifico quella rassegna di musica 'Contemporanea' che da qualche anno ha luogo all'Auditorium, nel corso della quale egli ha attivato contemporaneamente un centinaio di metronomi, in una singolare sinfonia ritmica, ha fatto fare le ore piccole a tanti appassionati nella '24 ore Satie', ed infine ha fatto atterrare nel piazzale antistante l'Auditorium, ben quattro elicotteri e li ha poi fatti levare in volo, con i musicisti che avevano sotto braccio la musica di Stockhausen, tanto suonarla non serviva, a causa del rumore assordante delle pale di quei mostri volanti.
Giambrone, conoscendo queste imprese da Oscar, gli ha detto che voleva anche a Palermo queste performances per le rinate - ad opera di Giambrone sovrintendente - 'settimane' musicali di molti decenni fa dedicate alla musica contemporanea. E nelle prossime settimane egli farà sentire ai palermitani che sa davvero suonare, presentandosi proprio in uno dei concerti previsti da Giambrone. La qual cosa fa pensare alla lunga trattativa che Giambrone ha avuto con Fuortes, per fregargli quel diabolico inventore di cose pazze per l' Auditorium romano.
Giambrone, inoltre, ha avuto modo di saggiare da vicino la competenza del Pizzo attraverso quelle rassegne italo-francesi che egli ha curato sotto l'egida dell'Ambasciata transalpina in Italia, 'Suona francese' che ha poi partorito anche un 'Suona italiano', nel corso delle quali ha avuto come partner anche i Conservatori italiani, compreso quello di Palermo, presidente Giambrone, ancora lui, dominus siciliano, che nelle ultime edizioni è stato oltremodo presente. L'opera del Pizzo in queste rassegne è stato prevalentemente quello del 'postino' smistatore il quale ha ricevuto tante proposte - in Italia ci sono persone che sanno farne - e che se le pagano anche (come è accaduto per molti appuntamenti di queste rassegne), pur di apparire.
Giambrone dunque ha apprezzato questa capacità di valorizzare tutto e tutti e, alla fine, ha deciso per il Pizzo. Il quale , dovendo fare il direttore artistico di un teatro, deve occuparsi prevalentemente di melodramma, come non ha mai fatto prima, ma le cui competenze, pari alle sue di Giambrone, il medesimo Giambrone avrà avuto modo di verificare da vicino.
Imparerà. Del resto la musica la conosce e la sa leggere. All'inizio sarà forse un pò faticoso, ma a questo penserà Giambrone e tutta l'équipe del teatro che si occupa della produzione artistica. Del resto non è il primo caso di apprendistato fatto non nelle piccole ma istruttive botteghe, ma direttamente dagli scranni più alti di importanti istituzioni.
Ci vengono alla mente altri esempi, recenti, di musicisti di successo, catapultati a fare cose che non avevano fatto mai prima e che dunque si temeva non sapessero fare.
Ne parlava, accusandolo, Cagli, riferendosi a Giorgio Battistelli, compositore che del film musicale ha fatto la sua carta vincente, in occasione delle ultime elezioni per la sovrintendenza di Santa Cecilia, che videro Battistelli sfidare Cagli e Cagli vincere. Il quale parlando di Battistelli aveva detto - come riportato in alcune lettere rese note ai giornali - che 'quello non era in grado neanche di organizzare un concerto'. Mentre lui sì. Che è poi ciò che, prima, Battistelli, a sua volta, aveva, più o meno, detto di un compositore romano, Nicola Sani, oggi consulente artistico del Teatro di Bologna, al tempo della sua direzione artistica dell'Opera di Roma: 'quello del melodramma non sa neanche che esiste'. L'uno e l'altro oggi fanno i direttori artistici, e perciò devono aver imparato. A meno che da ambedue non si pretenda che conoscano come si organizza un concerto, o quali voci sono necessarie per un particolare titolo operistico. A questo ci pensa l'équipe tecnica che ogni istituzione musicale ha ( ed è costretta ad avere, per l'incapacità dichiarata di tanti direttori artistici. E questo vale dalla Scala a ... e il resto non dico!) nei vari 'esperti di voci' o 'segretari' e 'coordinatori' artistici e, nei teatri, 'responsabili di cast' e consulenti vari.
Dunque anche il Pizzo può farcela, da lui Giambrone vuole idee che facciano accendere i riflettori sul suo teatro, che ha un'immagine un pò appannata.
Come l'ha presa questa fuga il Fuortes in grande difficoltà sulla piazza romana? Non lo sappiamo. Certo che privarsi dell'inventore sarà stato duro, anche perchè difficile da rimpiazzare, uasi impossibile. A meno che il Pizzo medesimo non decida di tenersi Roma ( 'Contemporanea') e Parigi ('Suona francese' e 'Suona italiano'), insieme a Palermo.
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martedì 20 maggio 2014
E' successo un fatto strano
Finalmente, si dovrebbe dire, hanno fischiato - se la cosa non suonasse espressione di chiusura totale verso il nuovo. Una reazione, quale che sia compresa questa, è sempre da preferire all'ascolto apatico, svogliato e disinteressato. E' accaduto a Milano, nel tempio scaligero, dove evidentemente da tempo non entra la musica d'oggi - non sappiamo spiegarlo altrimenti - in occasione dell'ennesimo 'Progetto Pollini', nel quale il celebre pianista mette accanto, senza soluzione, autori di ogni epoca, compresi della nostra, contemporanea si dice. La sua firma ed anche la sua presenza sono stati sempre in questi ultimi anni ed in ogni parte del mondo, garanzia di successo e sicurezza di accettazione, quale che sia il repertorio proposto. Anche quando va a sfruguliare le orecchie degli ascoltatori che sono lì per ascoltare Pollini che suona Beethoven , ma anche Boulez, e Stockhausen o Sciarrino e Manzoni (come è accaduto anche di recente)e poi si ritrovano ad ascoltare Helmut Lachenmann, come accaduto appunto alla Scala giorni fa. Si tratta di uno dei compositori più noti, la cui presenza in palcoscenico come voce recitante, invece che essere motivo di attrazione ulteriore, ha scatenato una bordata di fischi ed addirittura insulti: fuori dalla Scala!- questi ultimi da evitare, anche in casi di drammatica incomprensione della musica.
Pollini, con i suoi 'Progetti', esportati ovunque, prosegue la sua azione missionaria nei confronti della musica di oggi. E bene fa, come del resto ha fatto in questi anni anche Boulez. Solo che, essendo la musica di oggi praticamente bandita dalle più importanti sale da concerto del nostro paese, quando la si presenta, al pubblico viene da dire: ma come si permettono!- ed anche con qualche ragione. E cioè per la ragione che la musica di oggi la si ascolta ormai nei rari, rarissimi festival di musica d'oggi, dalla Biennale a Milano Musica, a Nuova Consonanza, dove nessuno fischia né fischierebbe, perché in quei luoghi appaga il senso di appartenenza, e basta quello per gli ascoltatori disposti ad ascoltare ( subire) qualunque cosa gli venga loro proposto. Senza fiatare. Invece, la musica di oggi, anche quella andrebbe regolarmente inserita nella programmazione che è prevalentemente imbastita sulla musica dell'Ottocento e del primo Novecento, senza strafare e senza esagerare. Come fa, semel in anno, l'Accademia di Santa Cecilia, che incarica Pappano, con il suo carisma ed appeal, di dirigere, dopo averla presentata con cura quasi amorevole al pubblico.
L'assenza regolare della musica d'oggi nei nostri cartelloni genera, e genererà ancora simili salutari , anche quando sono scomposte, reazioni. Che comunque non possono essere considerate dai compositori che si consolano andando con la mente ai celebri fiaschi di grandi capolavori anche del recente passato (su tutti 'Le sacre' ), come passaporti per l'eternità. Intanto registriamo i fischi, come segno di un pubblico che non si è del tutto addormentato.
Pollini, con i suoi 'Progetti', esportati ovunque, prosegue la sua azione missionaria nei confronti della musica di oggi. E bene fa, come del resto ha fatto in questi anni anche Boulez. Solo che, essendo la musica di oggi praticamente bandita dalle più importanti sale da concerto del nostro paese, quando la si presenta, al pubblico viene da dire: ma come si permettono!- ed anche con qualche ragione. E cioè per la ragione che la musica di oggi la si ascolta ormai nei rari, rarissimi festival di musica d'oggi, dalla Biennale a Milano Musica, a Nuova Consonanza, dove nessuno fischia né fischierebbe, perché in quei luoghi appaga il senso di appartenenza, e basta quello per gli ascoltatori disposti ad ascoltare ( subire) qualunque cosa gli venga loro proposto. Senza fiatare. Invece, la musica di oggi, anche quella andrebbe regolarmente inserita nella programmazione che è prevalentemente imbastita sulla musica dell'Ottocento e del primo Novecento, senza strafare e senza esagerare. Come fa, semel in anno, l'Accademia di Santa Cecilia, che incarica Pappano, con il suo carisma ed appeal, di dirigere, dopo averla presentata con cura quasi amorevole al pubblico.
L'assenza regolare della musica d'oggi nei nostri cartelloni genera, e genererà ancora simili salutari , anche quando sono scomposte, reazioni. Che comunque non possono essere considerate dai compositori che si consolano andando con la mente ai celebri fiaschi di grandi capolavori anche del recente passato (su tutti 'Le sacre' ), come passaporti per l'eternità. Intanto registriamo i fischi, come segno di un pubblico che non si è del tutto addormentato.
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