Giggio ha fatto la stessa manfrina di Fabbio, Donnarumma come Fazio. In qualche modo, sì.
Donnarumma, il giovane portiere del Milan, al quale non è riuscito di prendersi la maturità per andar dietro alla sirena che canta di soldi, gli è riuscito un colpo da maestro, per la verità non nuovo nell'ambiente sportivo come in molti altri. Ha tirato la corda lui e il suo agente, senza spezzarla, fino a quando non ha sfiancato i dirigenti rossoneri, che hanno mollato la presa, ed ha ottenuto da essi sia un lauto compenso - vi dice qualcosa questa tecnica? non l'ha messa in atto anche il nostro Fabbio 'predicatore' ? - che l'assunzione di suo fratello, maggiore solo di anni e non di gloria, portiere anche lui.
Cosa chiede Anzaldi (PD) alla Rai, nell'ultima sua perorazione che, sicuramente come molte altre sue, andrà inascoltata? Chiede innanzitutto di verificare - e questo lo chiede ai giudici contabili - se il compenso di Fabbio è regolare. Ma poi chiede anche di depotenziare gli agenti delle star (vere o presunte) nelle contrattazioni con la Rai. Non solo, chiede anche - e questo ci pare anche sacrosanto - che qualora un agente abbia piazzato in Rai un suo cavallo di razza, non gli metta accanto altri cavalli della sua stessa agenzia, che in nessun altro posto riuscirebbe a piazzare senza il cavallo di razza, o sedicente tale. Nel caso poi di Fabbio, Anzaldi contesta il fatto che la produzione del suo programma sia passato da Endemol a Magnolia, della quale il Fabbio 'predicatore' detiene il 50% della proprietà. Insomma per avere il grande Fabbio la Rai deve pagare lui, pagare il suo agente, Caschetto ( al quale Fabbio, con prosopopea e sfacciataggine, ha fatto in diretta gli auguri per il compleanno; mentre molti si saranno chiesti: Caschetto, chi é costui?) e pagare anche la sua casa di produzione, Magnolia, produttrice e proprietaria del format di 'che tempo che fa'. Mamma mia che format. C'ha anche un proprietario, e c'era anche prima di 'fuori' ecc...: il format delle interviste singole e di gruppo.
In questi giorni più di un critico televisivo, quelli del Corriere e dell'Espresso ad esempio, avrebbero consigliato - magari fuori tempo massimo - alla Rai di non perdere tempo con Fabbio, che non è il vero cavallo di razza, ma di impiegarlo il tempo per mettere in pista, dopo anni di assenza, il vero mattatore: Fiorello - come ha dimostrato in questa ultime settimane anche partecipando all'ultima puntata di Fabbio. Fiorello è la vera star, sul suo ritorno in Rai, anche il nuovo direttore generale dovrebbe darsi da fare. E' lui il nuovo, ammesso che il nuovo sicuro interessi alla Rai.
Ma la vicenda di Dommarumma e del suo agente, come anche di Fabbio con Caschetto ci hanno fatto venire in mente che una strategia simile praticano da sempre gli agenti degli artisti, anche in campo musicale. Nelle loro trattative ti danno un asso, te lo fanno magari pagare un pò scontato ma poi ti obbligano a prendere anche qualche scartina. Tutto questo accade soprattutto con le istituzioni 'di provincia' che vogliono il grande nome e non badano a spese ed anche a ricatti, perché nelle istituzioni che contano le star che sono tali devono per forza esserci, per continuare ad essere considerate tali e vengono pagate meno - così si dice.
Gli agenti dei musicisti, per scendere nel particolare, quando mettono dei propri rappresentati in posti di comando, sono doppiamente felici. Mettiamo il caso di Pappano, stella della IMG Artists, nella quale ha fatto pratica anche una stella, ma non di palcoscenico, che va per la maggiore e non solo in Italia, Paolo Petrocelli.
Con Pappano ai vertici del Covent Garden e di Santa Cecilia, è evidente che la IMG ha più spazio di trattativa nel piazzare i propri artisti. E' altrettanto evidente che Pappano non si fa manipolare come vorrebbe far pensare il nostro esempio, ma resta il fatto che gli artisti della IMG popolano le stagioni di Santa Cecilia, e, siamo sicuri, anche quelle del Covent Garden che non conosciamo nel dettaglio, come, del resto, anche di molte altre grandi istituzioni.
Perchè la IMG lavora solo per grandi artisti. Quelli che sono agli inizi di carriera - dei quali si vanta di essersi occupato il Petrocelli nel suo curriculum che fa impallidire non solo il nostro di curriculm, ma noi stessi che siamo letteralmente spalliditi alla sola lettura, anche per la fatica di star dietro a tutte quelle lingue - difficilmente sono rappresentati dalla IMG, prima di avere già una agenda fitta di impegni autoprodotti.
E con questo si capisce che gli agenti sono certamente utili per dirigere il traffico di una star arrivata, ma sono invece deleteri per i giovani che si affacciano alla professione, anche se hanno capacità e meriti.
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domenica 9 luglio 2017
Donnarumma-Raiola hanno ottenuto dal Milan quello che Anzaldi (PD) chiede, senza successo, alla Rai. E gli agenti hanno troppo potere
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mercoledì 14 ottobre 2015
La musica italiana d'oggi. Il punto, dopo la Biennale che i giornali hanno ignorato.
Noi forniremmo una nostra personalissima lettura dell'appello, lanciato dalle pagine del Corriere, a firma Giuseppina Manin, in favore dei compositori italiani che lavorano all'estero piuttosto che a casa, dove la situazione della musica d'oggi italiana non è certo rosea; ma neanche disastrosa, in un paese come il nostro, dove della musica non importa a nessuno, figuriamoci della musica d'oggi, sinceramene assai ostica, salvo i casi - e sono numerosi - in cui a tutti i costi, con una operazione di grande furbizia, si tenta un riavvicinamento alle pigre orecchie, anche disabituate, dei nostri ascoltatori.
Senza saper leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta, presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un articoletto sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi', per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
In Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi delle massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre in troppi su un osso solo.
Oggi, il Corriere, torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia, dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che la situazione non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato - si tratta di Bologna che ha come sovrintendente Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.
Senza saper leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta, presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un articoletto sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi', per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
In Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi delle massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre in troppi su un osso solo.
Oggi, il Corriere, torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia, dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che la situazione non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato - si tratta di Bologna che ha come sovrintendente Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.
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