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domenica 7 gennaio 2018

L'Accademia di Villa Massimo a Roma accoglie l'organaro tedesco KLAIS

Villa Massimo è la sede della gloriosa Accademia tedesca di Roma, che ha un attività culturale intensa  e di primissimo piano. Ha borsisti tedeschi nelle varie discipline, soprattutto artistiche, ai quali,  in alcuni campi più che in altri, offre il privilegio di vivere nella città più bella del mondo (non più ai tempi di Virginia Raggi)  e che è considerata da sempre, come del resto l'Italia tutta , un museo a cielo aperto.

Per il 2018 ha accolto, per decisione del suo valente direttore il dott. Bluher, fra i suoi borsisti, che solitamente, sono pittori, scultori, architetti, scrittori, poeti,  per la prima volta un organaro, in coincidenza dell'ammissione dell'organo tedesco -  inteso  come strumento musicale - fra i beni immateriali dell'umanità da parte dell'Unesco.

Klais è l'erede di una antica famiglia di organari tedeschi. Ha potuto già compiere un giro per visitare l'immenso, vario ed importante patrimonio organario della Capitale, dove vi sono anche strumenti antichi di fabbricazione tedesca, ed infine, guardando ad un futuro diverso, l'Auditorium  costruito da Renzo Piano che un organo - come nella prassi delle più importanti sale da concerto - non ha; e per la cui costruzione si sta battendo da tempo a Roma, con varie iniziative, l'organista Giorgio Carnini, senza risultati concreti.

 La storia della mancata costruzione di un organo da concerto nella Sala 'Santa Cecilia', non tutti la conoscono; è stata raccontata una volta, in lungo e largo, dal bimestrale Music@, edito dal Conservatorio 'Casella' dell'Aquila.

Durante la costruzione dell'Auditorium si pose il problema della costruzione dell'organo, che avrebbe offerto la possibilità di effettuare concerti e festival organistici che, come si sa, sono molto seguiti. La sola immensa letteratura organistica di Johann Sebastian Bach, dovrebbe convincere delle meraviglie organistiche,  negate ai cittadini della capitale, per mancanza di strumenti idonee e di sale provviste.

Ma chi non volle l'organo fu proprio uno dei più noti musicisti, all'epoca a capo dell'Accademia di Santa Cecilia, che aveva alle spalle una tradizione organistica di famiglia: Luciano Berio, il quale anche dopo che fu fatta fare a Renzo Piano una variante del progetto per posizionare l'organo,  troncò ogni discussione sull'argomento, dichiarando che "l'organo è uno strumento da chiesa e lì deve restare". Dichiarazione degna di un ignorante totale, pur musicista. Nonostante la campagna di stampa e di opinione ( nella quale si impegnarono anche i Radicali e Italia nostra) non ci fu verso per convincere  il musicista a desistere dal suo insensato proposito da analfabeta, imposto con fare dittatoriale, come in altre occasioni.

 Quella vergogna non è stata ancora sanata, nonostante gli sforzi  di Carnini. Ed è assai difficile  che l'attuale dirigenza di Santa Cecilia prenda in considerazione la possibilità di dotare la sala grande dell' auditorium di uno strumento di pregio, a canne (a prescindere dal costo), come vediamo ed ascoltiamo in tante sale da concerto sia di recente costruzione, vedi Lucerna, sia antiche, come la Sala d'oro del Musikverein di Vienna.

Michele Dall'Ongaro, sovrintendente dell'Accademia, dimostrerà attenzione al problema? Boh! Lui ha altri pensieri per la testa, in cima ai quali come farsi rieleggere alla fine del suo primo mandato, sapendo che l'organo certamente non aggiungerebbe nuovi elettori a quelli che si è già assicurato con adeguata amministrazione. Perciò... al prossimo sovrintendente, semmai.

venerdì 10 novembre 2017

Quale sorte per le Fondazioni liriche dalla nuova legge sullo spettacolo dal vivo?

  • Viene aggiornata la disciplina delle fondazioni lirico-sinfoniche, che godranno di un fondo specifico governato da nuovi criteri di erogazione dei contributi statali, parametrati in base alle risorse ricevute da privati, Regioni e Enti Locali e alle capacità gestionali dimostrate.
Sinteticamente, in attesa di leggere nel dettaglio la nuova disciplina generale, e per le Fondazioni liriche, in base a quali criteri verrà assegnata la ripartizione del  fondo 'speciale' FUS , dà intanto da pensare il criterio principale. Chi si saprà procurare fondi altrove, da altri enti oltre che dai privati, ed avrà dimostrato proprie capacità gestionali, sarà premiato anche dal FUS statale.

 Intanto la quota del FUS destinata alle Fondazioni liriche diventa un 'fondo specifico', finora valutato intorno al 50% circa del FUS, per la semplice ragione che le Fondazioni liriche, se si vogliono far esistere, devono necessariamente avere almeno orchestra e coro, oltre a tecnici ed impiegati, il che li pone in una situazione molto diversa da tutti gli altri enti finanziati dal FUS.  Inutile perciò prendersela con le 'Fondazioni liriche che si mangiano buona parte del FUS', anche perchè le idee balzane paventate da alcuni, anche dallo stesso ex direttore generale dello spettacolo, Nastasi - che, in un convegno non molto lontano, a Firenze, espose la sua idea pazza di trasformare le Fondazioni liriche in istituzioni non  più produttive  -  come anche dal geniale sovrintendente attuale dell'Opera di Roma, Carlo Fuortes, quando si mise in testa che per risolvere la crisi del teatro della Capitale, occorreva ESTERNALIZZARE ORCHESTRA E CORO, sarebbero una catastrofe procurata proprio da chi dovrebbe avere a cuore le sorti delle nostre Fondazioni liriche.
Ad ora non si riesce a capire che si fa con quelle Fondazioni che non riescono a procurarsi consistenti entrate proprie, oltre quelle delle istituzioni del territorio, da sommare a quelle statali. Perchè non bisogna dimenticare che non tutte le Fondazioni liriche hanno lo stesso appeal della Scala, ad esempio, o di Santa Cecilia - le quali comunque appartengono , sole solette, ad un comparto a parte, esterno al FUS, avendo ricevuto dallo Stato la cosiddetta 'autonomia'.

Insomma se, mettiamo, una Fondazione  è ben amministrata, e  con i fondi che riceve dalle istituzioni locali e dallo Stato riesce ad avere i conti in ordine,  ed a  proporre una programmazione che richiama pubblico, che fa lo Stato? La punisce? Consigliando indirettamente alle istituzioni locali di diminuire i loro finanziamenti, ad imitazione dello Stato che i finanziamenti non glieli aumenta?

Le incognite ci sembrano ancora molte, e per scioglierle attendiamo di leggere nel dettaglio la legge. Ma sappiamo fin d'ora che le Fondazioni liriche che beneficiano già dell'Art Bonus non hanno trovato sufficienti benefattori amanti del melodramma disposti ad affiancare lo Stato  nel tenere in vita dette Istituzioni; sappiamo anche  che la gran parte di esse ha fatto ricorso alla cosiddetta 'Legge Bray' per chiudere il conto con un passato in rosso per i conti; e sappiamo anche, notizia fresca fresca, fonte Federculture, che i concerti classici e le rappresentazioni liriche  solo gli unici settori dello spettacolo dal vivo che nella passata stagione hanno registrato un calo notevole: - 15%, riguardante ovviamente il pubblico e relativi introiti da botteghino. E, da tempo, sappiamo anche che il giorno del giudizio per dette fondazioni sarà il 31 dicembre del 2018: chi ha i bilanci in ordine resta, chi no, esce dal club. Ma non sappiamo ancora dove finirà, che farà, se potrà rientrare, a quale condizioni? Insomma sappiamo che il Ministero sta  montando una sorta di 'porta girevole'  per il melodramma italiano, senza dirci perciò dove immette e quando  si ferma, dove si ferma.

Gli unici a gioire sono i protagonisti  della cosiddetta musica popolare - dove anche l'interpretazione dell'aggettivo genera equivoci - cui viene riconosciuta dignità artistica ed è quindi ammessa al finanziamento pubblico. Il quale  registra un massiccio ( !) aumento, dopo le decurtazioni catastrofiche degli ultimi anni:  il FUS aumenta di una decina di milioni di Euro nei prossimi due anni, e di una  ventina fra tre, quando arriverà alla stratosferica cifra di 350 milioni di Euro, che si avvicina a quanto alcuni Stati europei danno al proprio teatro d'opera nazionale, insomma all'equivalente della nostra Scala, che di fondi statali ne riceve molti meno.

lunedì 9 ottobre 2017

Fuortes ci ripensa e si corregge sull'inattualità dell'opera e sulla sua scarsa attrattiva sui giovami

Sono apparse, come ogni anno ad inizio di stagione, le pagine 'eventi' che le varie istituzioni , a pagamento, prenotano sui giornali. Se poi durante l'anno i giornali prestano poca attenzione alla loro attività, è un'altra storia.

Lo ha fatto anche l'Opera di Roma, che quest'anno fa ripartire l'attività autunnale con il balletto per  poi, a dicembre, procedere con la inaugurazione vera e propria che quest'anno si farà con con il  Faust ( La damnation de Faust)di Berlioz, coprodotto con Torino e Valencia,  diretto da Daniele Gatti, regia di Damiano Michieletto. ' Opera da amare' - recita la pubblicità dell'Opera della Capitale; sempre meglio, perchè neutra, di quella di Santa Cecilia che mostra un neonato mollato su una grancassa,  addormentato, e la scritta: non dormire, vieni a santa Cecilia. Siamo sicuri che se quel neonato potesse parlare, rispondendo all'invito, direbbe a Dall' Ongaro ed ai suoi 'pubblcitari': fatti i c...tuoi!

Tornando a Fuortes che negli anni ha sempre predicato l'inattualità del melodramma, il suo scarso appeal sui giovani che perciò la disertano e la necessità della sua 'rimessa a nuovo' da parte della regia, che deve essere tassativamente 'd'avanguardia' (chissà perchè l'unica regia non d'avanguardia, senza stravolgimenti, come dovrebbe essere sempre, quale quella di Sofia Coppola per Traviata, sia la più richiesta fra tutte quelle del suo teatro negli ultimi anni!) ora sembra aver cambiato idea, aver messo la testa a posto, se dobbiamo credere a ciò che ha dichiarato al microfono di  Federico Capitoni, per 'Repubblica' (a pagamento): "Sbaglia chi pensa che l'opera non sia amata dai giovani e che sia per pochi. Si è andata fissando l'idea che il teatro sia il luogo dove si ripete stancamente la tradizione del melodramma ottocentesco, invece credo che il teatro d'opera abbia in sé la possibilità di parlare la lingua d'oggi, anche con un titolo classico e consueto, perché incorpora tutti i linguaggi possibili".
Cioè? Per ora lasciamo stare, attendiamo Fuortes ad una nuova giravolta, con la prossima dichiarazione.

P.S. Per maggiori chiarimenti sul 'Fuortes pensiero' aggiornato, si legga l'intervista che a fine settembre Giuseppe Videtti di Repubblica gli ha fatto per 'Il venerdì', dal titolo 'L'Opera va Fuortes'. E' stata ripubblicata interamente da Dagospia

domenica 8 ottobre 2017

Antonio Pappano. Svelato l'arcano della bacchetta da lui impugnata per il 'Re Ruggero' di Szymanowski

Noi c'eravamo, alla vigilia, incamminati per una strada pericolosa, nella lettura della 'bacchetta' di Pappano, per la prima volta impugnata dal direttore, come sottolineava con enfasi la copertina del 'Trovaroma' di Repubblica.

Per noi quella bacchetta era 'magica' e serviva al direttore principalmente per due scopi. Il primo, arrivare fino in fondo all'esecuzione assai impegnativa, sebbene la partitura fosse a lui arcinota avendola già diretta a Londra, e nello stesso tempo tentare, disperatamente, ancora una volta di far entrare  quel 'Mysterium'  nel repertorio dei teatri; il secondo, mettere a tacere quanti avrebbero potuto storcere il naso e turarsi le orecchie di fronte ad una inaugurazione di stagione così inusuale.

Il primo,  grazie alla bacchetta  per noi 'magica'  è parzialmente riuscito, non sappiamo ancora dell'esito dell'entrata dell'opera di Szymanowski nel repertorio dei teatri, sebbene confidiamo molto sulla  sua potenza - della bacchetta 'magica'; il secondo , forse, anche, perchè il pubblico a fine esecuzione ha applaudito, e la critica pure inneggiato al 'fenomenale' Pappano 'con la bacchetta', il quale, qualunque cosa tocchi, la trasforma in oro, come ha fatto con il leone tutto d'oro con il quale l'Accademia, pubblicitariamente , ha rappresentato l'effigie di re Ruggero.

Poi però è arrivata la solita guastafeste che ha distrutto tutto il castello magico che, a fatica, avevamo costruito intorno a quella bacchetta. La guastafeste si chiama Carla Moreni, solitamente bene informata, per via diretta, degli accadimenti e  delle previsioni che riguardano l'Accademia, che è venuta a dirci la ragione di quella bacchetta: una banale tendinite alla mano destra del direttore. Ed ha aggiunto, per la serie che 'non tutti i malanni vengono per nuocere' che , con la bacchetta, 'il gesto di Pappano si è fatto più chiaro',  mentre - aggiungiamo noi, tirando le somme del discorso - quello di Temirkanov, che si ostina a dirigere senza bacchetta, è tremendamente  scuro, meglio: pochissimo chiaro, sebbene efficace, a detta di taluno.

La guastafeste,però, per farsi perdonare la disillusione prodotta almeno in noi, ha rivelato una anticipazione (?) che le potrebbe essere stata sussurrata all'orecchio, con la preghiera,  da lei disattesa, di non parlarne con nessuno, mentre Lei, per farsi perdonare, ne ha parlato.

 Perché, ancora una volta, e sarebbe la terza, Pappano ci riproverà con 'Re Ruggero', nel 2021 e alla Scala, nell'anno in cui si conclude l'ennesimo contratto  con Santa Cecilia, iniziato nel 2005 ed anche quello con il Covent Garden di Londra, addirittura precedente? Potrebbe essere il biglietto di ingresso alla Scala di Pappano, con un incarico di peso: direttore musicale?  Ma non c'è Chailly? Dopo Chailly, o perchè scommette che Riccardo, dopo qualche anno, fuggirà pure lui dalla Scala, come hanno fatto in passato sia Abbado che Muti?


Ma la lettura dei giornali ci ha riservato un'altra sorpresa. Premettiamo che noi, da quando c'è quella brava persona di Dall'Ongaro  alla sovrintendenza, non siamo più graditi a Santa Cecilia,  e perciò di tutto quello che avviene, di buono e  di cattivo, lo sappiamo solo dai giornali, ai quali siamo costretti ad attenerci.
(Detto fra parentesi, non è che la messa al bando inflittaci da Dall'Ongaro - a seguito di una causa contro di noi che ha perso su tutta la linea ( ben gli sta!) - ci turbi più di tanto. Di musica,  nella nostra vita, ne abbiamo ascoltata tantissima, almeno il doppio di quella bastevole per una vita interamente ad essa votata;  e perciò, ora, una sorta di 'cura del silenzio' non ci dispiace del tutto).

I giornali, dicevamo, ci hanno raccontato, all'unanimità, della delusione ed inefficacia, ma anche della inopportunità del 'video live' che ha accompagnato l'esecuzione, ed anche  della ovvietà della cosiddetta 'mise en espace' che faceva arrivare un protagonista dalla platea, mentre un altro lo piazzava in alto nelle gallerie, fronte pubblico. Cose viste, straviste, inutili, dizzinali e banali.

Ci hanno, perciò,  anche detto indirettamente,  per lo meno ce lo hanno fatto capire, che Pappano e Dall'Ongaro non hanno creduto fino in fondo alla inusuale scelta di inaugurare con l'opera di Szymanowski, e per questo hanno chiamato la coppia Masbedo, sperando che  il loro lavoro la rendesse meno indigesta, più accettabile da coloro che, frequentando Santa Cecilia, vogliono sentire la grande musica, soprattutto nelle serate speciali, concedendo che, in qualche occasione meno importante,  si possa procedere  anche alla riscoperta di  capolavori presunti e  ingiustamente dimenticati.
Per ora quella scelta è stata bocciata: contestata dal pubblico e disapprovata in coro dalla critica.
Sbagliando si impara?

giovedì 21 settembre 2017

Più ITALIA (serie e film) nei palinsesti radio televisivi, vorrebbe Franceschini. Perchè non fa altrettanto per la MUSICA?

Barricate di tutte le emittenti radio televisive italiane, dalla Rai a Fox, contro Franceschini che starebbe per far varare dal governo un Decreto legge che imporrebbe, per quote, addirittura doppie rispetto a quelle vigenti,  e obbligatorie, gli investimenti in opere italiane ed europee, delle emittenti televisive. Alle quali, di conseguenza, devono riservare adeguato spazio nella loro programmazione, dove ora primeggiano i prodotti americani.

 In una lettera di protesta, le emittenti redio televisive, capeggiate dalla Rai,  fanno notare che esiste già una quota di prodotti italiani ed europei e che tale quota non si può aumentare, per due ragioni. La prima è che il pubblico  preferirebbe ( loro dicono: preferisce)  film e  serie americani,  e assai meno gli uni e le altre italiani; e la seconda  sarebbe( loro scrivono: è) che i prodotti italiani sono più costosi.

Franceschini si difende portando a modello il caso della Francia, dove le percentuali dei prodotti francesi sono della stessa misura, se non maggiore, che il ministro vorrebbe introdurre (imporre per legge) in Italia.

Le emittenti rispondono che il modello francese non può essere né importato né imitato in Italia, per la semplice ragione che i nostri cugini hanno un pubblico doppio del nostro e gli investimenti pubblici nel settore sono il quadruplo di quelli italiani. Avrà capito Franceschini il senso della lettera? Dacci più soldi e noi ti daremo più quote, ma se le risorse stanno al palo, scordati di pretendere quote maggiori delle presenti che sono già abbastanza alte, nella loro visione.

Nei fatti oggi al cinema ed alle serie italiani ed europei viene solitamente riservata, dalle emittenti italiane la 'seconda' serata. Franceschini vorrebbe imporre per decreto che a quegli stessi prodotti sia riservata la 'prima' serata.

Attualmente le emittenti televisive sono obbligate ad investire nei prodotti 'made in Italy' il 10% del loro fatturato annuale, Franceschini vorrebbe portare tale percentuale al 20% . E per la Rai, in particolare, la percentuale che oggi è già al 15, dovrebbe arrivare nel giro di due anni, al 30%.

Franceschini,  detto in cifre, vorrebbe che gli investimenti che oggi si aggirano sui 700 milioni di Euro circa, passassero a 1,2 miliardi  circa a regime nel 2019 con un incremento di 500 milioni circa che le emittenti ritengono assolutamente insostenibile.  Chi non si attiene, sarà raggiunto da sanzioni abbastanza gravose, e superiori  anche a quelle comminate a chi viola, nelle trasmissioni, la tutela dei minori.

Ah, le quote! Franceschini vorrebbe imporre alle emittenti radiotelevisive italiane  quote che ci sembrano assai simili a quelle 'rosa'. In ogni istituzione pubblica ci deve essere uno spazio riservato alle donne che per troppo tempo, pur essendo maggioranza nel paese, sono state sempre trattate come fossero 'minoranza', specie negli incarichi di vertice. Le quote, purtroppo, fanno sempre una brutta impressione, anche quando sembrano essere l'unico modo per riformare un sistema che fatica a modernizzarsi. Anche perchè non è che le donne - che secondo Riccardo Muti, in base alla sua esperienza, ritiene siano 'più attrezzate' degli uomini che salgono sul podio: ma che avrà voluto dire? - rappresentano di per sé, a seconda delle quote, la modernità o meno di un paese ecc...

Comunque noi che da molti anni ci battiamo per una presenza maggiore di artisti italiani nelle istituzioni musicali del nostro paese, dovremmo applaudire Franceschini ed invitarlo a fare altrettanto in campo musicale; se non  ad applicare le stesse percentuali, quantomeno la medesima logica; perché anche  il settore musicale, è bene ricordarlo, senza il finanziamento pubblico, per quanto al di sotto di molte altre nazioni europee, non potrebbe sopravvivere, neppure esistere.

Nel caso delle istituzioni musicali, abbiamo tante volte dimostrato che non esistono  quote riservate agli italiani e che  in molte stagioni, anche di istituzioni importanti, gli artisti italiani quasi sono esclusi del tutto.  Come è possibile?

Negli anni passati,  ma in quelli più recenti, ricordiamo di aver fatto e proposto un esame dettagliato di alcune  stagioni musicali; come ad esempio,  quelle di Santa Cecilia e dell'Orchestra Nazionale della Rai, rilevando in tutta evidenza che in quei cartelloni la presenza di artisti italiani era quasi pari allo zero; dove perciò una  quota intorno al 20% sarebbe quantomeno auspicabile e sacrosanta.

Le istituzioni, interpellate sulla questione, hanno sempre risposto che  gli artisti stranieri sono sempre più bravi e quindi da preferire, ed oltretutto costano meno degli italiani. Ambedue le affermazioni sono state puntualmente smentite da gente del mestiere, che ha assicurato che gli artisti italiani sono bravi quanto, se non più degli artisti stranieri e costano meno o al pari dei  loro colleghi. Dunque sbugiardati!

Ma allora perché si continua a tenerli alla larga dai cartelloni italiani finanziati con soldi pubblici?

Le ragioni possono essere, e sono, tante. Innanzitutto - è bene dirlo senza timore - potrebbero esserci strani traffici fra direzioni artistiche ed agenzie di rappresentanza e case discografiche. E' calunnioso pensare che girino mazzette o ci siano interessi di genere diverso da quello artistico e musicale?

C'è poi la pochezza di molti direttori artistici, incapaci di valutare le qualità di un musicista che si presentasse ad un'audizione, e per questo si fidano ciecamente - non potendo fare altrimenti - delle agenzie, le quali non essendo istituzioni di beneficienza badano ai c... propri. C'è un mercanteggiamento fra agenzie e istituzioni: ti dò la star ma ti devi prendere anche il comprimario, ed alle mie condizioni. E, già che ci siamo, ti prendi l'artista che ti dò io e prendi anche il suo programma (il massimo nelle tournée).

Ma c'è anche la storia che il cognome straniero fa sempre più effetto di uno italiano, e se giovane ancor di più; se poi si tratta di una musicista femmina, anche carina oltre che brava, non c'è storia.

Per queste ed altre ragioni si verifica anche che  un giovane artista appena laureato in un concorso internazionale, se straniero arriva  come un razzo nelle nostre sale, se invece è un italiano: gli si fa fare una trafila deprimente e sfiancante.
Se non credete a quello che vi stiamo dicendo, domandatelo a Mario Brunello, vincitore di concorso a Mosca, snobbato in Italia. Oggi è onnipresente, se l'è meritato e sudato, ovvio; ma all'epoca della vittoria, noi  allora direttore di Piano Time,  fummo forse l'unico a difenderlo a spada tratta, invitando le istituzioni musicali italiana a dargli lo spazio che  tale vittoria prestigiosissima gli meritava. Anche Brunello dovette attendere.
 Ci sono anche casi strani, dove le capacità di un artista, sembrano avallate e moltiplicate da  episodi ed elementi che riguardano la sua vita privata, come nel caso di un pianista iraniano che va raccontando ogni volta la sua storia di esule, ed anche per questo è presente nei cartelloni delle istituzioni italiane, con una operazione di marketing ben architettata ed anche riuscita.

Noi non vogliamo spingerci a dire che in Italia si deve fare come in Francia, dove gli artisti francesi, hanno nelle istituzioni musicali una specie di monopolio; ma senza arrivare al monopolio, sarà possibile  domandare , forse anche pretendere, che i nostri artisti non siano praticamente esclusi in patria? Che ne dice Franceschini?


lunedì 4 settembre 2017

Le idiozie hanno stuoli di imitatori.Dopo la Scala anche Santa Cecilia ed ora il Regio di Torino. Ma abbiamo notizia di analoghe iniziative anche in altri scali aerei del nostro paese.

Aveva cominciato Milano. La Scala aveva rappresentato in aeroporto un'opera, allora - la prima volta - finanziata da Mapei, e cioè dall'allora presidente di Confindustria, Squinzi. Che si è visto in tv, seduto ad un  tavolino in compagnia di Pereira. Che cosa procurò all'aeroporto di Milano ed ai passeggeri in transito quella rappresentazione, nessuna indagine ce lo ha poi chiarito: se avrebbe dovuto ricordare ai passeggeri che a Milano c'è La Scala; o se indurre qualche frequentatore di teatri ad interrompere il viaggio e prenotare un posto alla Scala;  o se , chi non aveva mai messo piede in un teatro, sarebbe stato indotto a farlo da quella carnevalata fra un via vai di gente, bambini vocianti compresi, cigolii di valigie, consumazioni al bar ecc...  L'idea balzana sembra partorita dalla mente di Pereira, sull'esempio di ciò che faceva a Zurigo in stazione;  chiarendo che, novità a parte, anche a Zurigo era una baggianata.

E, per la serie che più stupide sono le novità e più seguaci trovano, all'aeroporto di Fiumicino che è più frequentato di un porto di mare,   è sbarcato non il melodramma, ma la musica strumentale, anzi il pianoforte. Per iniziativa di Santa Cecilia - altra benemerita storica istituzione del nostro paese che non vuole essere seconda alla Scala, nel promuovere da sè o far proprie idiozie altrui - in aeroporto sono stati dislocati strumenti alla mercé di tutti: i passeggeri in transito od in attesa sono invitati a sedersi davanti allo strumento e a suonare o strimpellare qualunque cosa gli passi per la testa, anche se le dita non rispondono. Per reclamizzare la stupida operazione sempre Santa Cecilia ha tirato in campo anche Pappano, che fa il commesso viaggiatore fra Roma e Londra,  e che ha improvvisato un concertino per la gioia dei passeggeri; un'altra volta anche un piccolo ensemble ha fatto lo stesso. Dopo tale sensazionale novità, l'Accademia è stata presa d'assalto da folle di viaggiatori che vogliono assistere ad un concerto a Roma; e l'Accademia ha programmato concerti anche notturni e diurni per i viaggiatori che dovessero attendere ore ed ore le coincidenze; e, in caso di scioperi annunziati, Santa Cecilia ha predisposto concerti ad hoc. Intanto un po di strumenti sono stati messi fuori uso in aeroporto.

Appena oggi riceviamo l'invito dal Teatro Regio di Torino per la conferenza stampa che si terrà nei prossimi giorni per annunciare la nuova stagione 'Aeroporto - Regio di Torino'. Chissà così'altro si sta inventando quelle menti prolifiche di Vergnano, Fournier e Noseda.

Sinceramente: si sono bevuti il cervello - come si dice a Roma.

lunedì 10 luglio 2017

Lorenzo Viotti debutta alla Scala invitato da Pereira

Due anni, quanti ne sono trascorsi dalla vittoria a Salisburgo alla sua prima scrittura importante in Italia per Lorenzo Viotti, in fondo non sono tanto lunghi da passare. E comunque il giovane direttore, dal cognome familiare ha ora appena 27 anni e solo 25 ne aveva quando  al Festival di Salisburgo fu laureato come miglior giovane direttore. Ora a quella vittoria sene è aggiunta una seconda: gli International Opera Awards e, forse, la sua carriera prenderà il volo e proseguirà, se il giovane direttore continuerà a studiare - cosa che dovrà fare sempre fino all'ultima sua lontanissima direzione, se vorrà restare, meritandoselo, sempre sul podio.
 Lui forse del suo candore giovanile s'è fatto già i primi nemici in Italia, quando  ha dichiarato alla Manin ( Corriere) che in Italia le uniche orchestre con cui si lavora bene, perchè professionali e disciplinate, sono Torino, Firenze e Santa Cecilia, oltre La Scala naturalmente.
 Adesso tutte le altre o non lo inviteranno mai o lo inviteranno al più presto per smentire quanto ha detto, oppure non lo inviteranno e basta, come è più probabile. E forse farà così anche La Fenice che ebbe sue padre direttore stabile, magari accampando: 'alla famiglia abbiamo già dato'.

In questi giorni abbiamo letto anche di un altro direttore, del quale non conoscevamo neanche il nome ,italiano, Enrico Calesso, trevigiano, che ha lavorato stabilmente a  Bregenz e nel teatro di Wurzburg, invitato a dirigere Traviata a fine anno alla Fenice.
E forse nei mesi ed anni prossimi accadrà ancora, secondo il principio che 'ti devi fare le ossa ed un nome all'estero per essere poi apprezzato in patria', di leggere di artisti sconosciuti da noi che fanno una bella carriera all'estero. Da dove,  sempre più spesso, noi importiamo giovani di talento, mentre analoga attenzione non mostriamo verso i talenti nostri che, anche in campo musicale, preferiscono andare all'estero, perchè in Italia, accade molto sovente che se non sei figlio/a o marito/moglie o amante di questo o quel potente, sono c... - per dirla alla romana.

 Di giovani italiani, anzi giovanissimi nel caso di uno di essi ( Battistoni) che fanno carriera in Italia ne conosciamo due. Battistoni, appunto, appena nominato a Genova, e Rustioni che fino all'altro ieri era a Firenze (Orchestra della Toscana) ed ora crediamo sia andato a lavorare all'estero.
 Forse su Ciampa si sono appuntate molte speranze, mentre su Lanzillotta le speranze si sono  dissolte.
Per non dire poi delle direttrici. Se si cerca in rete  ce ne è una sfilza. Mai avremmo immaginato di tante di esse, tutte italiane. Però crediamo che su di esse, quelle con più chances, si accenda un fuoco di paglia, un fuoco di 'genere', che poi subito si spegne.

domenica 22 gennaio 2017

Raggi e Bergamo tagliano i fondi per la cultura. Se con quei soldi riparassero le buche, almeno...

Le notizie sull'imbarbarimento della Roma pentastellata si susseguono con un ritmo incessante, nonostante la presenza in giunta dell'intellettuale Luca Bergamo, ora anche vicesindaco. Dopo la bocciatura del bilancio, negli ultimi giorni di dicembre, la Raggi e la Giunta torna a rivedere il bilancio per la sua definitiva approvazione. Intanto rimediano alla 'dimenticanza' del contributo comunale alla ristorazione scolastica. Si tratta di una decina e passa di milioni che l'assessore al bilancio si era dimenticato - cosi  sarcasticamente scrivono i giornali.

Poi la scure si abbatte sulla cultura: tagli all'Opera di Roma (che, occorre dirlo, riceve dal Comune, dal tempo in cui le era amico 'politico', un finanziamento considerevole - oltre quindici milioni, che ora saranno appena limati); tagli al Teatro di Roma, Argentina per intenderci, e gli altri teatri  entrati sotto la sua giurisdizione - mentre restano intatti i fondi già stanziati da Governo e Comune per il restauro del Teatro Valle, ora di proprietà comunale, e che ammontano a tre milioni circa - tagli a Santa Cecilia, che potrebbero ora mettere in difficoltà la chiusura del bilancio in pareggio - tagli al Palazzo delle Esposizioni (per fortuna lo Stato si è ripreso le Scuderie che, c'è da augurarsi, non saranno d'ora in poi finanziate  a seconda di come spira il vento) e tagli anche a Musica per Roma, nonostante che sotto la sua giurisdizione e gestione sia passata ora anche la Casa del Jazz.
 Tagli dopo gli accorpamenti: metto insieme più istituzioni, risparmiando spiccioli per consigli di amministrazione e direttori, e poi taglio i fondi destinati alla loro gestione, senza pensare che gli accorpamenti portano negli enti pilota nuove spese. E via dicendo, il prossimo taglio riguarderà certamente l'Estate romana o quel che ne resta dell'Estate romana, ma si saprà solo a ridosso della manifestazione quando i vari organizzatori, per sfinimento, hanno desistito anche dal presentare progetti.

Il Comune che non  sa fare quasi nulla, con l'Assessore Bergamo si candida dunque a gestire in prima persona anche le attività culturali. Ed è facile immaginare che si favoriranno, nei finanziamenti, progetti e gestori amici. E già un primo esempio s'è avuto a Capodanno.
Saltato il Concerto, Bergamo  ha programmato una manifestazione dall'alba alla sera del primo giorno dell'anno. Una trovata che in nessuna altra parte del mondo avrebbero mai immaginato. E, di conseguenza, gli sono piovuti addosso fischi e pernacchie, per un progetto che non  prevedeva cachet per gli artisti, invitati a partecipare a proprie spese, ma che poi è costato introno ai 500 mila Euro.
Saranno forse serviti per  riscaldare l'aria e illuminare le scene, anzi i ponti. Una buffonata.

Bergamo sembra l'allievo  migliore e più diligente di Franceschini, nonostante che fra i suoi accusatori ce ne sia uno più determinato degli altri, la moglie del ministro, quella Michela Di Biase che è diventata il capo della rivolta anti Raggi. E fa bene. Almeno Lei, visto che suo marito pensa soprattutto a ricostruire la scena lignea del Colosseo ed a tramare per  diventare capo del governo , dopo Gentiloni e prima del Renzi bis, e poco o niente alla materia oggetto del suo dicastero.

Ma con i risparmi Raggi e Bergamo che fanno? Tappano altri buchi del loro disastrato bilancio, ma non tappano le buche per le quali si beccano ogni giorno imprecazioni e maledizioni da tanti cittadini, noi compresi che, poco è mancato che ieri passando per una strada apparentemente in ordine,  non rompessimo la macchina, incappando in una buca quasi invisibile agli automobilisti, ma non alla strana coppia del Campidoglio.

E le buche non sono che una delle emergenze alle quali Raggi non riesce a porre fine. Intanto il suo capo-padrone Grillo le ha messo al fianco due giannizzeri/ commissari per evitare che faccia altri danni, almeno fino alle elezioni politiche quando i pentastellati vorrebbero candidarsi alla guida del paese, dopo aver dato prova di saper governare le città.

venerdì 20 gennaio 2017

Follie italiane: portare la musica alla gente o portare la gente alla musica? Più facile la prima, più utile la seconda

Gli esperimenti vanno sempre più moltiplicandosi. Ha cominciato, poco prima dell'Expo, la Scala che ha 'portato' l'Elisir d'amore di Donizetti all'Aeroporto di Malpensa, da poco restaurato. L'aeroporto con il suo traffico passeggeri sarebbe servito alla musica, a portare cioè più gente nel teatro milanese, o era invece la musica asservita a mostrare agli occhi dei viaggiatori l'aeroporto restaurato? La costosa operazione venne finanziata dal patron di Mapei, Squinzi, entrato poi nel CDA della Scala. L'esame costi/benefici per Mapei,  Malpensa e soprattutto  per la Scala non è stato mai fatto.

Poco prima, o poco dopo, l'esperimento milanese, anche Fiumicino, l'aeroporto internazionale della Capitale  ne aveva tentato uno analogo, mettendo a disposizione dei passeggeri in transito alcuni pianoforti lasciati alla mercé di tutti. Ma per inaugurare  tale inutile 'democratizzazione' musicale promosso dall'Accademia di Santa  Cecilia e dalla Società che gestisce l'aeroporto romano, era stato ingaggiato nientemeno che Tony Pappano, il quale s'è divertito così tanto da riprovarci altre volte, visti i suoi frequentissimi viaggi Roma-Londra e ritorno. Dopo di lui si sono fatti ascoltare anche piccoli gruppi di strumentisti ceciliani. Non sappiamo cosa abbiano suonato. Immaginiamo musica da piano bar. O ci sbagliamo? Magari  gli insensati reggitori dell'Accademia si sono perfino convinti che fra cigolii di valigie, annunci  di arrivi, partenze e ritardi, strilli di ragazzini ed altro ancora, si poteva suonare anche Beethoven. Anche qui  costi / benefici dell'operazione mai tentati, forse per paura dei risultati. Si sa solo che i pianoforti dislocati in vari punti dell'aerostazione sono stati 'massacrati' dagli improvvisati musicanti di passaggio.

Roma, il Teatro dell'Opera, ha anch'esso tentato un altro esperimento, in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo: l'Opera camion, partendo dal Barbiere rossiniano. Un camion si è fermato in varie piazze della Capitale ed anche di Palermo, si è aperto e, come d'incanto, gli spettatori improvvisati  hanno assistito alla rappresentazione - un pò improvvisata anch'essa - dell'opera. Tutto con un camion. Esperimento interessante, non nuovo, sfruttato anche dal teatro ma allo scopo di portare teatro (specie il teatro 'sperimentale') o opera in luoghi in cui sia il teatro che l'opera non erano mai arrivati. Noi stessi assistemmo una volta alla rappresentazione di Tosca nel nostro paesino d'origine, Trinitapoli, invitati a presentare l'opera. La cui rappresentazione iniziò con due ore di ritardo, perché la disastrata carovana- provenienza paesi dell'est, Balcani - che girava l'Italia con mezzi di fortuna, aveva avuto problemi. Costo poco più di 10-12.000 Euro - ricordiamo bene? - tutto compreso. Senza quel tragico esperimento l'opera a Trinitapoli non sarebbe mai giunta, sebbene in occasione delle feste patronali, una riduzione per banda di temi celebri del nostro melodramma sia tuttora all'ordine del giorno.
 Va bene Trinitapoli o tante altre periferie del nostro pese, ma Roma...

Se Milano e Roma, perchè non anche noi, a Napoli - si sono detti i dirigenti del San Carlo che hanno messo in scena nella Stazione di Montesanto, il Rigoletto o qualcosa che somiglia all'opera di Verdi.

Non dimentichiamo che in passato sono stati tentati esperimenti 'popolari' di rappresentazione del melodramma, come potrebbe anche ritenersi in linea di massima l'intera stagione estiva di Verona. Pensiamo all'opera portata a Piazza del Popolo a Roma, o all'opera allo Stadio Olimpico, dove anche noi - ma per ragioni professionali - assistemmo alla Turandot. Ricordiamo anche l'idiota manifesto che mostrava Puccini in campo con il pallone.

Capiamo bene che tutti questi esperimenti, ed anche altri analoghi che possono uscire in futuro dalle menti frastornate dei dirigenti di teatri  ed istituzioni musicali sono  facili, assai facili. Ciò che eventualmente li renderebbe difficili potrebbe essere il costo, esorbitante - ma per il costo si può sempre trovare un benefattore che magari li fa tirare fuori ad una azienda pubblica. Mentre difficile ,molto più difficile, è portare nuovo pubblico, creandolo, soprattutto delle nuove generazioni in teatro e sale da concerto. Per questo ci vuole intelligenza, lungo lavoro, e i risultati non sono mai immediatamente evidenti, anzi eclatanti, come quelli dell'opera o della musica portata in questi luoghi tutt'altro che ameni ed adatti.
 Ma allora  bisogna continuare a far uscire la musica  dai teatri per incontrare nuovo pubblico, o incominciare seriamente a pensare come far entrare  nuovo pubblico in teatro? Noi siamo per la seconda opzione.
 Forse a far uscire la musica dai luoghi deputati, in  cerca di nuovo pubblico, dovrebbe pensarci stabilmente e con un progetto organico, che non c'è, la tv. Ma questa è un'altra storia.

sabato 14 gennaio 2017

ANFOLS. Sito istituzionale. Alla voce 'STAMPA' è fermo a novembre

L'ANFOLS, presieduta da Cristiano Chiarot, vice Giambrone, è l'associazione di categoria delle Fondazioni liriche ( un tempo si diceva: lirico sinfoniche, ma da quando Santa Cecilia ha ottenuto l'autonomia di gestione è uscita dall'associazione, come anche la Scala) ; ha un suo sito istituzionale, al quale uno si rivolge anche per sapere cosa è accaduto, cosa sta per accadere ed anche cosa bolle in pentola nelle Fondazioni liriche italiane. Il sito fornisce documenti, leggi, ed anche una rassegna stampa che, se non andiamo errati, viene fornita quotidianamente dall' AGIS di Carlo Fontana.

Dobbiamo confessare che in qualche momento abbiamo avuto l'impressione che  nella rassegna stampa fosse praticata una certa selezione degli articoli e delle istituzioni, secondo il criterio opinabile ma deprecabile del gradimento. Ma forse è stata solo una momentanea impressione.

E' invece una certezza il fatto che il sito dell' ANFOLS, da almeno un paio di mesi non viene aggiornato,in special modo nel settore della Rassegna stampa. Come se nulla fosse nel frattempo accaduto. Infatti l'ultimo articolo pubblicato, in ordine di tempo risalente a novembre, è quello relativo alla permanenza o meno di Daniele Gatti all'Opera di Roma con un incarico stabile. Permanenza limitata -  per decisione saggia del direttore - alla responsabilità dell'inaugurazione delle prossime stagioni romane. E basta. Ma  anche di questo non v'è traccia nel sito dell'ANFOLS.

E perciò ci siamo chiesti se l'AGIS non fornisca più la sua rassegna stampa, se l'ANFOLS non abbia più soldi per pagare tale fornitura o se, sia all'AGIS che all'ANFOLS, per quello che conta, danno il giusto peso alla stampa. Cioè nessuno. Ed è evidente che noi propendiamo per questa terza ipotesi.

P.S. Sul sito dell'ANFOLS, nella Home Page, il visitatore trova il seguente invito: "clicca su STAMPA e troverai  ogni giorno la rassegna stampa fornita dall'AGIS".
 Lo abbiamo fatto, ma la rassegna stampa, come abbiamo denunciato l'altro ieri con questo post era ferma alla fine di novembre!

sabato 26 novembre 2016

L'AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA E MUSICA PER ROMA sono IN RIBASSO? Forse che sì, forse che no

 A leggere delle eccellenze musicali e culturali della Capitale, secondo la considerazione del 'Corriere', si legge dell'Accademia di Santa Cecilia, e della sua Orchestra guidata da Tony Pappano - che la guiderà ancora fino al 2021 dal lontano 2005 (di fatto dal 2003), notizia di questi giorni - e basta. Neanche una parola sull'Opera di Roma, che  'La Stampa' di questi giorni dice essere oggi, con la guida del Sovrintendente Fuortes, l'unica possibile antagonista artistica e qualitativa della Scala, ed ha pure un bel programma, secondo Alberto Mattioli che firma il pezzo.

Poi il 'Corriere' torna sull'argomento e all'Accademia di Santa Cecilia, aggiunge, nelle eccellenze, anche l'Opera, augurandosi - e con il 'Corriere' tutti noi - che presto Daniele Gatti decida di stabilire un rapporto stabile con la sua orchestra - e forse l'annuncio di tale novità importantissima per il teatro, verrà data fra pochi giorni  da Fuortes che è abilissimo nel centellinare le notizie, anche quelle che notizie non sono, per avere un giorno qualche riga sui giornali.
 Se Gatti ne assumesse l'incarico di direttore musicale, facendo il paio con il ruolo che Pappano ha a Santa Cecilia, non sarebbe che un bene. Innanzitutto per l'orchestra e per il teatro, dove un direttore musicale manca non dai tempi di Serafin- come qualche collega scordarello va scrivendo - ma dai tempi di Giuseppe Sinopoli che in teatro, seppure per breve tempo, assunse tutti gli incarichi dirigenziali contemporaneamente, compreso quello di direttore. E si potrebbe anche citare il caso di Riccardo Muti, anomalo giuridicamente, ma nei fatti pur egli direttore del teatro, come dimostra tuttora la permanenza nella direzione artistica di Alessio Vlad che Muti volle, in segno di riconoscenza verso suo padre, Roman, che fu il suo principale sponsor, all'esordio a Firenze. Muti, meridionale , non dimentica la riconoscenza, fiore rarissimo oggi:. fra qualche giorno tornerà a dirigere a Bergamo dove ebbe i suoi esordi da direttore, 50 anni fa. Bravo Muti!

Ma fra le eccellenza colpisce il fatto che mai una parola sull'Auditorium 'Parco della Musica' e su 'Musica per Roma', dopo che nelle passate settimane si è salutata la rinascita della 'Festa del cinema', ora che è affidata alla nuova direzione di Mondo ( La repubblica).
Perchè? All'improvviso, 'Musica per Roma' è caduta in disgrazia? Possibile mai che con l'uscita di Fuortes l'intero sistema auditorium si sia afflosciato su se stesso, sgonfiandosi? O che quella complessa macchina, per che un decennio ha mietuto allori, all'arrivo del nuovo AD, lo spagnolo Noriega, sia in ribasso?

Noi non crediamo ai miracoli, non crediamo che dall'oggi al domani l'Auditorium sia finito. Non pensiamo minimamente che senza Fuortes sia la fine, come del resto siamo convinti che non è  SOLO con Fuortes, e a Causa della sua presenza, che l'Opera di Roma possa rinascere.
Occorre ben altro, come un  direttore musicale, per cominciare. E il direttore musicale è molto molto più importante dei registi ai quale Fuortes tiene tanto, ma che nulla possono fare per rendere nuovamente prestigioso e grande quel teatro.

Ma allora perché questa improvvisa débacle dell'Auditorium? Perchè dopo una decina d'anni di cose sempre le stesse, anche la macchina dell'Auditorium necessita di novità. E dunque la déblacle ha coinciso con l'uscita di scena di Fuortes, per una semplice coincidenza che ha messo in luce i punti deboli.
 Ma noi abbiamo anche un'altra idea: semplicemente perché, da un lato Fuortes ha sempre goduto di buona stampa, meritatamente o immeritatamente; dall'altro, perché, dopo la sua uscita, si sono scoperti gli altarini, a cominciare dai conti  ( non che li abbia truccati, certamente no,  ma che li abbia  esaltati più del dovuto, forse sì)  per finire alla conta del pubblico, che si diceva sempre in aumento e con spettacoli da tutto esaurito, sempre e comunque, mentre forse non era sempre così.

venerdì 4 novembre 2016

INTERVISTE. Evitare domande idiote e gente inutile

 Quando leggiamo, nell'intervista che ieri Giuseppina Manin ha fatto a Martha Argerich, uscita sul Corriere, la domanda seguente:"Quanto è difficile essere una leggenda del piano?", ci viene da inventarne una anche noi, di tenore simile,  da  porre eventualmente  ad un'altra 'leggenda' del nostro tempo, Kim Kardashian , leggendaria per tutt'altri primati, senza attenderci la risposta: "  è difficile convivere e portarsi sempre appresso quell' incontenibile, e per questo leggendario, davanzale, e il suo assicuratissimo lato B, dai quali non si può mai staccare"? Sempre di una 'leggenda' si tratta,  anche se diversa dalla Argerich. Lei  il 'piano' può lasciarlo a casa, dimenticando per qualche momento la sua 'leggenda', la Kashkashian no.
 Perchè quella domanda alla Argerich? La Manin gliel'ha rivolta perchè - immaginiamo - ai suoi occhi pareva contenesse filosofica profondità?
  Mentre non la rivolgerebbe a chi può essere considerato  'leggenda' delle miniere o  dei pompieri, perchè in questi diversi settori, perderebbe - ai suoi occhi- mordente  e interesse.
Che  altra risposta si attendeva la Manin, oltre  quella, prevedibilissima, che la Argerich le ha offerto, con la postilla - questa sì interessante - della confessione di essere stata un madre non proprio leggendaria (come un recente documentario sulla sua vita, realizzato da una sua figlia, ce l'ha mostrata ) con il proposito però di riscattarsi almeno  come nonna 'leggendaria'?
 Alla Argerich, così avara nel concedersi - noi l'abbiamo intervistata un paio di volte anni fa, mentre di recente, non siamo mai più riusciti ad avvicinarla, nonostante le promesse - si sarebbero potute porre chissà quante altre domande. Sarebbe bastato proseguire ad approfondire il racconto della sua vita, così avventurosa, fuori dagli schemi, per rendere la rara intervista assai più preziosa.  Invece no: "quanto è difficile essere una leggenda del piano"?
 La Manin , anche lei 'leggenda del giornalismo', con la quale, a differenza della Argerich, sembra convivere senza tante difficoltà, perdonerà il nostro modestissimo appunto.
 Il quale, però, nasce dalla convinzione che  le interviste, specie a persone non banali ed inutili - e la Argerich è persona dalla ricca  personalità e grande storia - sono occasioni preziosissime che non vanno sciupate. In simili interviste occorre scavare, anche sena pietà, porre domande inopportune - che sono sempre meglio di quelle idiote e banali - e non lasciare mai cadere un discorso se offre spunti per ribattere.
 Anche noi di interviste, anche  a personaggi famosi della musica, ne abbiamo fatte a centinaia. Evidentemente  anche noi avremo, specie in gioventù rivolto domande altrettanto idiote.  Solo che le abbiamo volutamente cancellate dalla nostra memoria, forse per la vergogna. Mentre, per un forte senso di autostima professionale  non riusciamo a dimenticare alcune domande 'inopportune' , nonostante il tempo trascorso. Possiamo ricordarle. Tre almeno, ci vengono subito in mente.
 A Paul Sacher, la più insolente ( ma eravamo molto giovani, e perciò potremmo essere scusati): "senza i suoi soldi sarebbe diventato direttore d'orchestra ed avrebbe potuto assumere un ruolo centrale nella storia della musica del XX secolo"?  Tanto insolente che non ricordiamo più la risposta di quel gran signore.
 A Vladimir Ashkenazy: "nessuno mai le ha detto, quando studiava, e nei primi anni di carriera che  con quelle manine era meglio non pensare alla carriera di pianista"? Anche in questo secondo caso non ricordiamo la risposta.
 Infine a Tony Pappano che incontrammo al Covent Garden, all'indomani della sua nomina a direttore musicale dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. Nell'intento di smorzare il suo entusiasmo, secondo noi eccessivo, per tale nomina, gli  facemmo notare: non sono mica i Wiener Philharmoniker?  E lui prontamente - qui la risposta la ricordiamo bene: "certo, ma anche io non sono Karajan".

domenica 31 luglio 2016

I soldi sono la lingua che tutti parlano. Parola di Vittorio Avanzini, patron di Newton Compton, intervistato da Antonio Gnoli su Repubblica

' I soldi sono la lingua che tutti parlano'  - e che conoscono alla perfezione aggiungiamo noi alla efficace espressione di Vittorio Avanzini intervistato su Repubblica da Antonio Gnoli, per raccontargli l'avventura della sua casa editrice all'inizio malvista da tutti per il semplice fatto che aveva  attuato una politica che riguardava anche i prezzi dei libri e che si fondava su due elementari principi: titoli non astrusi e prezzi di copertina bassi, ambedue causa del suo successo. Avanzini ci ha fatto venire in mente le discussioni di questi giorni sugli alti stipendi in RAI, discussioni subito sviate da un ciclone strumentale: il cambio dei direttori dei TG.
 ' La lingua dei soldi che tutti parlano' l'abbiamo ascoltata anche da Campo Dall'Orto e dalla Maggioni. Il primo, quando gli hanno chiesto se il suo stipendio ( 650.000 Euro) non fosse alto, ha risposto candidamente: mi hanno proposto quella cifra ed io ho accettato, non c'è stata nessuna discussione: perciò che volete da me? Forse che avrei dovuto dire, scusate, non vi sembra troppo alto? Praticamente quasi 2.000 Euro al giorno, lordi naturalmente. E che altro voleva?
 Questo naturalmente non l'ha detto; lo diciamo noi. Peggio la Maggioni, dalla carriera direttoriale fulminante, prima a Rai News - senza grandi risultati almeno pari a quelli che Di Bella sta raggiun gendo da poco più di qualche settimana -  e poi catapultata sul trono di presidente, ha spiegato così il suo stipendio che  viaggia  ben oltre i 300.000 Euro: se si vogliono i professionisti migliori bisogna pagarli, altrimenti quelli, secondo le leggi del mercato, vanno altrove. Per dire che una presidente di azienda come Lei, con tanta esperienza e ottimi risultati, sta sul mercato e viene pagata secondo le regole del mercato medesimo.
 Allora noi, che non ci arrendiamo quasi mai, abbiamo fatto una semplice riflessione. Ma allora tutti quelli che hanno stipendi di molto inferiori a Campo Dall'Orto e Maggioni,  appartengono al sottomercato, a quello dove la merce non è di prima qualità?
 Ed il pensiero, per  non buttarla sul personale che  ci avrebbe depresso mortalmente, è andato a settori dei quali tutti si riempiono la bocca e si dichiarano paladini, come il settore della cosiddetta 'cultura', anche in RAI. Per vedere, in base agli stipendi dei vertici, in quale considerazione essi sono tenuti dalla azienda. Ed abbiamo scoperto - sempre che valga la logica di Campo Dall'orto  e ancor di più della Maggioni - che Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, ha uno stipendio al di sotto dei 240.000 Euro che dovrebbe costituire il tetto massimo dei dirigenti apicali nelle aziende pubbliche, e che, per la precisione,  raggiunge  i 226.000 Euro; e che Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5 guadagna più di lei, e cioè 247.000 Euro, superando anche se di poco il tetto. Mentre, tanto per fare un nome ed un esempio di altro pianeta, esterno alla cultura, Andrea Vianello, campione di flop a Rai 3, guadagna 320.000 Euro.
 Per non svuotare tale logica  che misura i contenuti con i soldi, sarà ben difficile che si riportino tutti gli stipendi alla soglia dei 240.000 che è poi quanto guadagna il Presidente della repubblica.
 Di ricordo in ricordo. Quando Luciano Berio, dopo essere stato commissario dell'Accademia di Santa Cecilia, venne eletto sovrintendente/Presidente/Direttore artistico, ritenne che il suo stipendio non fosse all'altezza e se lo aumentò ( intorno ai 350.000  Euro). Dopo la sua morte, il suo successore pensò bene di non toccarlo quello stipendio e per una decina d'anni lo ha avuto così alto ( ad una domanda sull'argomento avrebbe risposto come Campo Dall'Orto: l'ho trovato e me lo sono tenuto). Senza che mai gli  sia passata  in testa l'idea che l'azienda Rai per dipendenti e fatturato era almeno dieci volte quella di Santa Cecilia, mentre lo stipendio del suo direttore generale non era neppure il doppio di quello di Cagli.
 Noi, in fondo, saremmo anche d'accordo nel riconoscere al solo direttore generale dell'azienda Rai - 13-14.000 dipendenti - uno stipendio che superi il tetto, ma non di tre volte; sebbene anche in altre grandi aziende pubbliche che hanno bilanci e dipendenti pari a quelli della Rai i capi si siano autoridotti lo stipendio fino al tetto stabilito per legge, ma aggirato bellamente, nelle more della discussione sulla natura pubblica o privata della Rai. Sì, magari il suo stipendio superi pure il tetto, ma deve rendere conto di quello che fa e dei risultati, altrimenti paga.
 E questa è una regola che non si conosce da nessuna parte e non si attua mai,  specie in Italia.

sabato 23 luglio 2016

Luigi Corbani e la vittoriosa 'eresia' dell' Orchestra sinfonica e coro 'Giuseppe Verdi' di Milano

Luigi Corbani, lo abbiamo scritto nei giorni scorsi, lascia, dopo 21 anni, la direzione generale de  l'Orchestra Verdi che egli ha fondato con Vladimir Delman e tenuto in piedi nonostante le mille difficoltà di tutti questi anni, fra le quali la principale,  imputabile al Ministero della cultura, che ha aspettato oltre due decenni, prima di riconoscerne il merito ed includerla fra le cosiddette ICO. Corbani, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano 'Italia oggi', s'è tolto dalle scarpe più di un sassolino, raccontando come quella 'eresia' di orchestra di giovani è stata finalmente riconosciuta e santificata.
 Assieme a Corbani ci sentiamo di vantare qualche piccolo, forse minimo merito  nella lunga travagliata storia della sopravvivenza della Orchestra Verdi. Noi la invitammo, qual orchestra 'RESIDENTE'  al Festival della Nazioni  di Città di Castello quando unica volta, nel 2004, avemmo la responsabilità della direzione artistica. E tale collaborazione 'di residenza' sarebbe continuata anche negli anni a venire se quattro notabili ( de che?)  che facevano il buono e cattivo tempo nel festival  di Castello, non ci avessero costretti ad abbandonare l'impresa, per lasciare loro campo libero( e sono ancora lì). Per noi, come anche per i giovani musicisti della Verdi, crediamo che quella esperienza  sia rimasta nel cuore. Il festival si aprì con una commovente ed intensa 'Petite messe' rossiniana diretta da Romano Gandolfi e si concluse non uno straordinario concerto sinfonico diretto da Roberto Abbado che ne assunse, generosamente, la responsabilità dopo che, con maniera che non abbiamo mai nè condiviso nè potuto giustificare in alcun modo, Chailly si chiamò fuori, già allora in conflitto con Corbani.

Dunque, tornando a Corbani, l'Orchestra che oggi riceve soltanto il 26% delle sue entrate dal finanziamento pubblico, contro la maggioranza delle istituzioni finanziate che ne ricevano il 35% o addirittura il 42% , è non solo sopravvissuta superando le infinite difficoltà, ma oggi si porta a modello di altre consimili imprese.
I suoi orchestrali - che OGNI MESE RICEVONO la BUSTA PAGA, val la pena rammentarlo mentre da altre parti si invoca la stagionalità, anzi l' intermittenza e l' instabilità del lavoro nello spettacolo dal vivo - costano mediamente 35.000 Euro annui, mentre un orchestrale di Santa Cecilia ne costa 72.000, più del doppio.  Vorrà dire qualcosa che non è un fatto di qualità, come si potrebbe supporre.
La programmazione della Verdi non conosce confini nè soste e non lamenta mancanza di pubblico, a differenza di ciò che fanno molte altre istituzioni, fra le quali una, addirittura, resterà chiusa per due mesi l'anno per  risalire la china del malaffare e della pessima amministrazione, e salvarsi dal fallimento: l'Arena di Verona.

Corbani non manca di accennare alle traversie con il Ministero - ne sono passati 13 di ministri  al Collegio romano, nei vent'anni di esistenza ed attività della Verdi- con il quale solo l'anno scorso le cose sembrano, almeno giuridicamente, appianate, con l'inclusione, per decreto di Franceschini- nonostante l'avversione di Nastasi, chiarissima - nelle ICO. Non del tutto ancora  equiparata per i finanziamenti ad altre - magari all' Orchestra 'del premier' - cioè  a quella 'Toscana' che riceve a a fronte di un decimo di attività e di   un organico più ridotto della Verdi - un finanziamento tre o quattro volte superiore. Corbani non ha paura a denunciare tale ulteriore vergogna. Anche noi nel nostro piccolo l'abbiamo fatto tante volte. Ma si sa in Italia chi comanda ha la faccia come il c...
Auguri alla Verdi, e grazie a Corbani.

martedì 12 luglio 2016

Vittorio Emiliani, sul Corriere, a difesa delle istituzioni culturali e dell'uso dei monumenti. Rifiutarli a Fendi, Bvlgari, Della Valle?

Vittorio Emiliani, a capo del 'Comitato per la bellezza' non passa occasione per farsi sentire su argomenti che con il suo Comitato, benemerito!, sono di stretta pertinenza.Due volte negli ultimi giorni, sul Corriere della Sera.

La prima  a proposito dell'uso che se ne sta facendo di certi monumenti noti nel mondo da parte di mecenati che hanno contribuito con soldi propri al loro restauro e manutenzione. Ad Emiliani non è andato giù il fatto che la griffe Fendi, che aveva fatto restaurare la Fontana di Trevi, l'abbia ottenuta per una sfilata  di moda. Da non dimenticare che fino a qualche anno fa la più grande sfilata di moda a Roma, si svolgeva sulla scalinata di Trinità dei Monti, e senza che nessuna delle griffe avesse tirato fuori una lira per il suo restauro, come invece ha fatto di recente Bvlgari, al quale sarebbe ingrato rispondere negativamente qualora domandasse la scenografica scalinata, a due passi dalla sua boutique di via de' Condotti, per una sfilata della maison. Eppure 'AltaRoma' domandava ed otteneva la scalinata per le sue sfilate, senza aver mai tirato fuori una lira per il suo restauro. Allora forse meglio darla ad alcune griffe se intervengono  con soldi propri nel restauro. E non si dica che oggi c'è il beneficio del cosiddetto 'Art Bonus'.

Il discorso vale anche ed a maggior ragione per Della Valle, che ha tirato fuori ben 25 milioni per il restauro del Colosseo. Può la Sovrintendenza dirgli, una volta restaurato il monumento, che lui i piedi - è proprio il caso di dirlo, essendo Della Valle un prestigioso 'scarpaio'  -in quel monumento non deve più metterceli? Sarebbe un gesto di profonda ingratitudine. E non venga a dirci Emiliani che di 'pubblicità, in questi anni, Della Valle ne ha avuta a sufficienza. Vero, però se non ci fossero i Della Valle, noi avremmo soltanto i Franceschini  che trovano soldi 'pubblici',  solo quando si mettono in testa balzane idee, come ricostruire l'inutile 'platea lignea' del celebre anfiteatro;  mentre, nel contempo, chiede aiuto ai privati per la manutenzione e conservazione del nostro patrimonio architettonico e monumentale, al quale egli dovrebbe primo fra tutti provvedere.

Altra cosa sarebbe se Fendi o Della Valle o Bvlgari pretendessero per gli anni a venire di poter utilizzare quei monumenti che hanno contribuito a restaurare, come stabili passerelle per i loro prodotti.In quel caso e solo in quello avrebbe senso la protesta di Emiliani.

La seconda volta Emiliani è intervenuto in difesa di alcune istituzioni musicali storiche della capitale, prima fra tutte l'Accademia Filarmonica Romana presieduta da Paolo Baratta, dalle cui sedi il Comune intende sfrattare, essendo concluso il contratto di locazione a prezzi scontatissimi. L'Accademia Filarmonica, se non ricordiamo male, paga ogni anno una lira di affitto per la sua celebre sede di Via Flaminia, nella quale certo l'Accademia ha negli anni prodotto alcune migliorie, costruito la cosiddetta 'Sala Casella' ecc...  Sebbene questo il Comune non possa non riconoscerglielo, ma una lira ad anno per un quarto di secolo o giù di lì, costituisce comunque trattamento di favore che poche altre istituzioni hanno. Perciò, forse, sarebbe più ragionevole un adeguamento del canone di affitto, certamente non ai prezzi di mercato, considerando l'opera meritoria che l'Accademia svolge, anche nel settore didattico, comunque non gratuitamente, è bene non dimenticarlo e che non lo dimentichi neanche Emiliani.

Tanto per fare un esempio, il Comune di Roma paga a 'Musica per Roma'  un affitto abbastanza alto per l'Accademia di Santa Cecilia; e proprio il mancato pagamento di tale affitto da parte del Comune, ha prodotto nel bilancio di Musica per Roma del 2015, un buco. Il Comune paga 1.500.000 Euro a Musica per Roma; perchè l'Accademia Filarmonica non dovrebbe pagare l'affitto al Comune? Un affitto equo, come quello di enti che non mirano al profitto, ma un affitto sì che lo deve pagare. Lo deve pagare l'Accademia come devono pagarlo  gli altri enti o istituzioni che nell'articolo di Vittorio Emiliani sono citati e che, se non ci sbagliamo, anche dal Comune, oltre che dallo Stato, ricevono finanziamenti per la loro attività.

lunedì 20 giugno 2016

A Roma l'incognita Virginia

Che farà Virginia Raggi, sindaca di Roma, con le istituzioni culturali della Capitale, che non sono tanto poche e per le quali, come si ebbe a capire da una visita all'Opera, raccontata dal Corriere, alcuni mesi fa, la Raggi tiene soprattutto a vedere i conti, infischiandosene di ciò che quelle istituzioni fanno? Del resto la parola 'cultura', e  i suoi sinonimi,  non sono del tutto assenti dal vocabolario politico e elettorale  del movimento di Grillo, ora giunto finalmente al potere, in due città capitali del nostro paese: Roma e Torino?
 Fa bene a vedere i conti, sperando che d'ora in avanti chi sperpera ci rimetta di tasca propria, e fissando a non più di due mandati la permanenza negli incarichi dirigenziali delle 'partecipate' ed assimilabili' comunali.
 La sindaca vorrà vederci chiaro nel Teatro dell'Opera, nell'Accademia di Santa Cecilia - sebbene goda di una certa autonomia, ma forse qualche stipendio degli incarichi apicali  potrebbe essere limato al ribasso, perchè no? - in Musica per Roma, nella 'Festa del cinema', Palazzo delle Esposizioni, Teatro di Roma ecc..
 C'è solo da augurarsi che non proceda, dopo aver verificato che i conti sono a posto, alla nomina di persone gradite al movimento ma digiune di amministrazione di istituzioni culturali, che non ripeta gli errori che Pizzarotti ha fatto a Parma, con le nomine al Teatro Regio, pescando i dirigenti in mondi  ed  organizzazioni di provincia che fanno temere per futuri 'disastri all'opera'. Già il doppio caso degli assessori alla cultura proposti dalla Raggi fanno sorgere qualche giustificato timore!
 Poi c'è un altro caso, da poco portato all'attenzione, quello dell'Accademia Filarmonica che per i suoi uffici nella splendida sede di  via Flaminia, paga pochi centesimi l'anno, e con contratto scaduto.
 E poi se riuscisse, dopo molti anni, a cancellare l'impronta famigliare nella gestione  della Istituzione Universitaria dei Concerti, in mano alla famiglia Fortuna, e ad un gruppetto agguerrito, da mezzo secolo e passa, non sarebbe male.
 E c'è anche Romaeuropa, dove i dirigenti sono praticamente dirigenti 'a vita', ma con soldi pubblici e non di famiglia; le sorti del Teatro Valle la cui convenzione, con passaggio di proprietà, fra ministero e Campidoglio è stata firmato solo qualche giorno fa ecc...
 Nella soluzione a tutti questi problemi, la Raggi avrà al suo fianco Bergamo, assessore alla cultura in pectore, almeno fino alla viglia delle elezioni.
 A tutti questi problemi sarebbe importante che la Raggi dedicasse un pò d'attenzione,  ma la stessa attenzione deve dedicare alle finalità di queste istituzioni, il cui raggiungimento deve misurarsi sotto il profilo economico e non.
 E non vogliamo sentir dire: prima pensiamo alle buche, ai mezzi di trasporto pubblico e poi alla cultura. Se avessero ragionato in questo modo all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, oggi   avremmo ancora un deserto culturale in Italia. Si devono  risolvere i problemi pratici dei cittadini, ma nello stesso tempo si deve anche pensare a farli crescere in un nuovo spirito e far loro respirare nuova aria, e questo lo fa la cultura.

mercoledì 1 giugno 2016

Finalmente due buone notizie: Franceschini si spende in Europa per l'EUYO; Daniele Gatti in marcia verso la direzione stabile all'Opera di Roma

Se non avessimo i piedi ben piantati in terra e la testa sulle spalle potremmo avere uno scatto di superbia; perchè la cronaca quotidiana del mondo della musica, ci fa pensare che più di qualcuno sta a sentire ciò che quotidianamente gli andiamo dicendo dal nostro blog -  da questo, in veste di 'Menestrello' -  e che ci prende in seria considerazione, agendo di conseguenza.
 L'ultima notizia, che fa al nostro caso, ce la fornisce oggi il solito portavoce dell'Opera di Roma, e cioè Valerio Cappelli sul 'Corriere'; lui racconta anzitempo,  prima che i fatti si verifichino, quel che gli frulla nella testa a Fuortes e Vlad, suoi confidenti privilegiati, in cambio della strenua difesa, nella quale Cappelli s'è imbarcato,  dell 'attuale corso dell'Opera.

Ciò che oggi  ha raccontato Cappelli, sembra la risposta a quello che più d'una volta abbiamo scritto in questa settimana sul nuovo corso dell'Opera di Roma, un nuovo corso che non si dà con una Traviata  modello 'hollywood/haute couture', bensì mettendo basi forti  e durature al settore musicale. Un teatro con orchestra stabile, non si può dire sulla strada della vera riforma, dell'atteso riscatto - necessari per il teatro della Capitale, ancora lontani dal traguardo - senza la presenza di una guida stabile, di valore, dell'orchestra. Fuortes può continuare a dire, per bocca di Cappelli, che ha portato a Roma i registi della scena internazionale ed altri artisti, ma senza un direttore di valore, e dei cast all'altezza dei compiti, l'Opera di Roma il vero autentico salto di qualità non lo farà mai; e non serve tirare in ballo ad ogni occasione quel fasullo incarico di 'direttore onorario a vita' a Muti, che certamente  non lo riporterà sul podio di quella che fu la sua orchestra una volta.

Ancora ieri  abbiamo scritto della necessità per il teatro di dotarsi di un direttore stabile, ed oggi Cappelli, fingendo di interpellare Daniele Gatti ( che dirigerà il Wagner inaugurale della prossima stagione), ma in realtà rendendo pubblico un progetto che si va concretizzando, della dirigenza dell'Opera, fa capire che, dopo il suo primo impegno a Roma, in novembre, potrebbe venire l'annuncio ufficiale del suo nuovo incarico che non confligge con quello importantissimo di Amsterdam (Concertgebouw), giacchè proprio Roma ha da tempo  un altro preclaro esempio di doppia direzione, con Pappano a Santa Cecilia, ed insieme alla Royal Opera House di Londra.
 Siamo felice di sapere che il nostro consiglio sia stato accolto e che  se attuato metterà la parola fine alle traversie di Gatti nel nostro paese: dato prima alla Scala come successore di Barenboim, trombato da Chailly, poi a Firenze come successore di Mehta, da Luisi. Insomma Roma sarebbe la giusta riparazione, e per il teatro della Capitale sarebbe davvero l'inizio della rinascita vera, che non può essere affidata al sarto Valentino e  alla regista Sofia Coppola - i quali possono solo dare una mano - bensì ad un direttore d'orchestra.

L'altra bella notizia viene dall'Europa, dalla recente riunione dei ministri della cultura dei 28 paesi che costituiscono l'Unione europea.
 Anche in questo caso, ma non vogliamo attribuirci anche meriti internazionali, una positiva soluzione ad un fatto per il quale avevamo gridato allo scandalo, segnalando la insensibile distrazione del mondo musicale italiano e pure della veneranda Associazione nazionale dei Critici Musicali.
 A settembre avrebbe chiuso definitivamente battenti e attività la gloriosa, straordinaria EUYO ( European Union Youth Orchestra, già ECYO), per  la mancanza di fondi e l'evidente insensibilità dei 28 paesi dell'Unione  verso la musica e il progetto di quell'orchestra giovanile superlativa voluta da Abbado. Accogliendo un invito del nostro ministro Franceschini, gli altri 27 ministri hanno deciso di continuare a finanziare quell'orchestra fiore all'occhiello della Europa della cultura e concreta speranza per i giovani musicisti dei nostri paesi.

Solo che... il ministro Franceschini non può farsi bello all'estero e poi in Italia lavorare di fatto per la distruzione della musica, come ha fatto l'anno scorso, su consiglio del fidatissimo Nastasi con la gran parte delle associazioni musicali ( negando loro il finanziamento) e come sembra abbia intenzione di fare nel prossimo futuro con quella che lui chiama 'riforma' della fondazioni liriche,  ma che  in realtà sarà il loro 'funerale'.  Così facendo, questo ministro dalla doppia faccia e personalità avrà dalla sua parte tutta l'Europa, e in Italia potrà fare sfracelli.

Infine, a proposito, delle 'creature' di Abbado: perchè non fa nulla per far rivivere l'Orchestra 'Mozar't, vero la quale il suo ministero è sempre stato 'matrigna', mentre, invece,  madre accorta e benevola c è sempre stato on l'Orchestra 'Cherubini' di Muti?

giovedì 26 maggio 2016

Un branco di iene pronte a finire il melodramma in Italia. Prove generali a verona e firenze. Ma Il capobranco va cercato a Roma, al ministero

La situazione delle Fondazioni liriche italiane è grave,  anzi gravissima. Non solo perché da qualche mese nuove criticità si sono manifestate  a Verona, Firenze, ed anche Bologna, ma perché attaccandosi ad esse, mal gestite dalla politica - non lo si dimentichi in nessuna circostanza - si sente dire in giro che  al Ministero di Franceschini stanno pensando ad un riassetto legislativo e giuridico delle fondazioni liriche italiane. Non si vuole chiudere nessuno dei 14 teatri, ma molte delle fondazioni sì, riducendole, secondo alcune voci, a tre o quattro: Scala, Opera e Santa Cecilia a Roma, San Carlo a Napoli. Alle quali si potrebbero aggiungere, ma solo in veste di festival storici, con personalità giuridica e gestionale 'a tempo:' Verona ( Festival areniano estivo) e Maggio musicale a Firenze. Portando tutte le altre fuori dal comparto ridottissimo delle Fondazioni, secondo quel che Franceschini sta meditando; e per i due festival  per comprenderli nell'apposito comparto, magari con qualche prerogativa maggiore degli altri, essendo fra i festival storici italiani ( chissà cosa diranno a Spoleto, alla Sagra umbra, ma anche i più giovani sebbene non più giovanissimi Ravenna festival, Rossini Opera Festival, Romaeuropa Festival.... ma cosa volete che importi a Franceschini, che quei festival li chiama, per non perdere tempo, con i rispettivi acronimi: RAF, ROF, REF, e che vuol far piazza pulita del tessuto musicale italiano, come del resto da tempo gli andava suggerendo il salvatore di Bagnoli, Nastasi,  già affossatore della musica,  dandone la responsabilità a quell'infame algoritmo che da solo ha bussato al ministero ed ha detto di voler ridurre spesa e pretendenti della musica in Italia e gli hanno risposto: venga avanti!
 In attesa di questo nerissimo futuro sul quale si sono concentrate le attenzione delle fameliche iene ministeriali, il cui capobranco ha il cognome che comincia con la F - e il seguito nol dico! - si stanno facendo le prove generali  della distruzione, cominciando da Verona e Firenze.

A Verona, per la cui fondazione lirica, il gran governatore Zaia, per metterla in quel posto al dissidente Tosi, propone di fondere le due fondazioni venete, Verona e Venezia in un'unica istituzione, seppure con programmi che non posso essere uguali, e neppure somigliarsi lontanamente per la diversa vocazione, storia e missione delle due entità - ma allora che balzana idea è quella di Zaia?
Nel frattempo ci pensa il Commissario a far piazza pulita di ciò che lui reputa zavorra. Il commissario Fuortes chiude il corpo di ballo (che è di sole 8 unità e di infiniti aggiunti stagionali, e perciò non così grave, ma comunque grave è lo stesso!) e vuole fermare l'attività per due mesi, ma anche l'apertura e funzionalità della Fondazione Arena, ogni stagione, fra ottobre e novembre, risparmiando  naturalmente stipendi e spese) E Tosi non sembra sgradire. Cosa gliene fotte a lui dell'Arena se non può metterci più la copia perfetta di Girondini che in quasi dieci anni alla guida dell'Arena con la benedizione e protezione di Tosi, oggi viene a dare la colpa del buco nei conti e nel patrimonio a chi ha gestito l'Arena fino al 2007 ( Orazi, ndr.). Lui, bravo amministratore, in questi dieci anni, che ha fatto? Non poteva  pian piano riportare i conti dell'Arena sulla giusta strada? No, s'è dato lo stipendio più alto di tutti i sovrintendente italiani, e crediamo anche un premio di produzione aggiuntivo - causa produzione maggior debito - si è nominato anche un vice direttore artistico - solo per restare nelle cose che traspaiono all'esterno, mentre  gettiamo un velo pietoso sulla pessima amministrazione della fondazione, già stigmatizzata da mezzo mondo musicale al momento, lo scorso anno, della sua riconferma quinquennale, strenuamente voluta da Tosi, e contro la quale Zaia, il fiero  leone veneto, non ha mosso un dito se non per benedirla. Poi la scissione nella Lega, gli ha fatto cambiare idea e quella benedizione si è trasformata  nel 'pollice verso'  contro Tosi, Girondini, ed ora contro la stessa Fondazione Arena, a favore di Venezia. E Chiarot, a capo della Fenice, che replica sommessamente,  un incomprensibile 'vediamo, ma prima salviamo Verona dalla bancarotta'.

 Anche a Firenze le acque sono agitatissime,  e gli argini del suo fiume  non reggono all'urto e sprofondano. Nardella, che dal suo compagno Renzi ha avuto in premio svariati milioni per completare il nuovo teatro dell'opera, è in rotta di collisione con il sovrintendente Bianchi, messo lì da lui e da Renzi ed ora sul gozzo sia a lui che a Renzi- ma nessuno dei due vuol darlo a vedere - ed al teatro  tutto intero. Bianchi ha un teatro divorato dai debiti e dal deficit, e che ti fa? alla chetichella, aumenta gli stipendi ai manager - all'insaputa di Nardella, come ha dichiarato l'interessato - sebbene egli presieda il Consiglio di indirizzo. Insomma nella merda fin sopra i capelli.
Nardella dice di voler attendere l'incontro già fissato ai primi di giugno con Francechini, il famelico ministro, quando forse verrà messo a parte del manifesto funebre già pronto in tipografia per gran parte delle Fondazioni liriche. Ed allora, almeno in quel caso, non così improbabile, vogliamo vedere se il mondo musicale italiano marcerà compatto contro Franceschini, magari portandolo in ceppi nel Colosseo restaurato e  liberando dalle gabbie qualche leone tenuto a stecchetto perchè si avventi, famelico, sulla preda ministeriale.

sabato 21 maggio 2016

ANFOLS & CONSERVATORI. Una proposta MOLESTA per dare speranza e futuro ai giovani musicisti italiani

Come ci ha confermato la cronaca di questi giorni - vedi la fine dell' EUYO - le orchestre, soprattutto giovanili, che si chiudono sono in numero maggiore di quelle che si aprono - che anzi non se ne aprono affatto, specie in Italia. Dove se ne sono chiuse tante. A cominciare dall'Orchestra giovanile di Santa Cecilia, la più gloriosa e con un reale futuro di lavoro - fatta chiudere da Berio, sindaco Rutelli, perché non si trovavano 400.000 Euro.  Mentre lo stesso Berio, elargiva compensi fuori merccato per le cosiddette 'lectio magistralis' di musicologi suo amici ( 70.000 Euro circa cadauno, lo abbiamo scritto tante volte a ridosso degli avvenimenti in oggetto), si aumentava il compenso come capo di Santa Cecilia: una eredità che Cagli ha mantenuto, fino al divieto di superare una certa soglia: 240.000,  anche Cagli ha goduto di un compenso stratosferico, oltre 300.000 Euro.
 La 'giovanile' di Santa Cecilia non venne più riaperta, anche sotto Cagli, perchè  -si disse - gli orchestrali illuminati della celebre orchestra non vedevano di buon occhio i giovani che si stavano facendo strada (ed anche, indirettamente, concorrenza?); e neanche Pappano ha ripreso quel progetto. Non ci si venga a dire che ora esiste la Juni Orchestra. E' un'altra cosa, iniziativa benemerita ma un'altra cosa.
 Qual è la situazione odierna, dopo la chiusura anche della Mozart (di cui si attende, almeno ce lo auguriamo, una prossima riapertura, per iniziativa privata!), dell'Orchestra Sinfonica di Roma, dell'Orchestra del Lazio, per fermarci al Lazio che conosciamo meglio?
E' la seguente. Orchestre giovanili non ve ne sono praticamente più. Salvo quelle create in ogni Conservatorio per soddisfare la pessima velleità di 'produrre', a ritmi forzati ( il Conservatorio di Roma, ad esempio, suona quasi ogni giorno dappertutto. Più volte ci siamo chiesti: ma quando studiano questi ragazzi?), anche durante gli anni di formazione.
Contemporaneamente sono nate iniziative didattiche di perfezionamento, dopo gli studi in Conservatorio, al fine di avviare praticamente i giovani musicisti alla professione. Ne sono nate alla Scala, al Maggio Fiorentino ( dal quale proprio in questi giorni arrivano voci allarmanti di default!), a Napoli ( San Carlo) e all'Accademia di Santa Cecilia, dove i corsi di perfezionamento sono fra i più antichi di Italia.
Senza contare, naturalmente, l'ottima  Scuola di Fiesole( che proprio in questi giorni ha visto un avvicendamento nella direzione, passata da Lucchesini a Meunier) che, in anni recenti, ha svolto magnificamente, nonostante le stupide contestazioni dei vari conservatori e dei loro docenti, il ruolo che l'assenza di accademie in Italia le ha delegato: quello cioè di avviare concretamente gli strumentisti più bravi all'esercizio della professione .Ora Fiesole ha ricevuto un riconoscimento ufficiale e si è consociata con alcuni Conservatori, come  Ferrara.
Volutamente, taciamo della tragica orte dell'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani (ONC), affidata dal Ministero a mani incompetenti  e fatta perciò, di fatto, vivere in perenne stato comatoso.  Un'altra delle schifezze italiane  con la benedizione del Ministero.
 E veniamo alla nostra modestissima proposta indirizzata agli attuali, illuminati e lungimiranti  - detto senza ironia - reggitori dell'ANFOLS: Chiarot, presidente, Giambrone, vice.
  Le nostre fondazioni liriche devono, data l'attuale situazione, stabilire ciascuna rapporti stretti con i Conservatori della zona per fornire, senza lunghi spostamenti e senza spese per gli studenti, con regolarità, assistenza e formazione agli studenti più bravi, impegnando, per l'insegnamento, le prime parti delle loro orchestre. In tal modo si creerebbero automaticamente dei vivai dai quali 'raccogliere' i futuri sostituti degli strumentisti delle relative orchestre.
 Perché non si è fatto prima, se è cosa, all'apparenza, così semplice? Da parte dei Conservatori, perché gli insegnanti, ad ogni proposta di tal genere, si sentivano sottovalutati rispetto ai loro colleghi che lavorano in Orchestra; da parte delle Fondazioni liriche perché gli strumentisti fino ad oggi hanno difeso strenuamente i loro privilegi, gli orari di lavoro ecc...
I Conservatori, che fingono di sbracciarsi in difesa del futuro dei loro studenti, mettano da parte queste invidiuzze fra membri della medesima casta; le Fondazioni liriche si adoperino per far capire agli strumentisti che  fra i loro compiti ci deve essere anche quello di formare i futuri strumentisti.
E Conservatori e Fondazioni liriche tengano presente che gli uni e le altre  vivono con soldi pubblici. perché, nonostante l'inutile e velleitaria riforma 'Veltroni', senza la presenza dello Stato nessuna di queste istituzioni sopravviverebbe.
 E dunque comincino a modificare  certe  cattive abitudini, anche se sedimentate ed incancrenite, e collaborino per dare una speranza di futuro, una concreta e professionale formazione strumentale gratuita, e l'effettiva possibilità  ai giovani di prendere un domani il posto dei loro colleghi e maestri, quando dovessero andare in pensione. Naturalmente il più tardi possibile.

mercoledì 11 maggio 2016

MICHELE DALL'ONGARO, senza la Biennale Musica di Ivan Fedele e Paolo Baratta, oggi non avrebbe neanche una 'commissione' o 'prima esecuzione'

Ci saremmo immaginato tutto, ma non che un giorno saremmo corsi  in aiuto - non richiesti, sia chiaro! - di Michele dall'Ongaro che anni fa ( nel 2007) ci tradusse in tribunale accusandoci di calunnia - accusa dalla quale il giudice, nel 2013, ci scagionò senza riserve, sottolineando che quando avemmo a scrivere su Music@ che lui la sua carriera se l'era costruita attraverso l'incarico di dirigente responsabile della musica a Radio Tre, avevamo semplicemente esercitato il nostro diritto di critica, con le dovute maniere. Nè più nè meno.
 Dicevamo allora, fatti alla mano che la carriera di compositore di dall'Ongaro s'era enormemente sviluppata in quegli anni -i primi anni Duemila, dopo che aveva avuto quell'incarico in RAI. E, infatti, dimostrammo, dati alla mano, che dopo anni in cui ( dal 2001 al 2003) egli aveva avuto una o due esecuzioni in tutto per anno, negli anni seguenti il volume di esecuzioni o commissioni o prime assolute s'era enormemente ampliato. I numeri, da soli, lo dicono chiaramente.
Nel 2004, 15 esecuzioni, 5 prime assolute; nel  2005,10 esecuzioni, 2 prime assolute;  nel 2006,15 esecuzioni, 5 prime assolute;  nel 2007,18 esecuzioni, 3 prime assolute;  nel 2008,16 esecuzioni,6 prime assolute, 4 commissioni. (Il nostro conto, desunto dal sito della Suvini Zerboni, suo editore, si ferma a quell'anno, quando ci toccò controbattere alle sue accuse).
Inutile specificare che alla base di quel volume di esecuzioni, prime assolute ed anche commissioni c'era sicuramente  il potere esercitato in RAI, dove peraltro in tutti quegli anni non aveva mai trasmesso un suo brano, occorre precisarlo (naturalmente le esecuzioni che abbiamo enumerato riguardano quasi esclusivamente l'Italia),  ma c'era anche e prima ancora il merito, ovvio.
Poi un giorno dall'Ongaro, decise di prepararsi a succedere a Cagli all'Accademia di Santa Cecilia, dove occupa ora la Sovrintendenza. Negli anni di apprendistato sotto l'ala protettrice di Cagli, le voci del peso del suo incarico in RAI nell'ascesa ceciliana non erano un mistero per nessuno. Anzi Cagli stesso - da quel che si lesse in una durissima lettera del Card. Bartolucci - aveva caldeggiato l' ascesa di dall'Ongaro,  e prima anche la sua ammissione fra gli accademici, davanti al consesso degli Accademici, dicendo  espressamente che  il suo 'incarico in RAI avrebbe potuto giovare all'Accademia'.  E infatti ha giovato, ma anche a dall'Ongaro.
 Il quale però, lasciata la RAI, è pressochè scomparso dai concerti in Italia, per quanto ne sappiamo ( Quest'anno, fino ad oggi, una sola esecuzione di un vecchio pezzo,  agli Amici della Musica di Modena. Ton sur ton per due pianoforti, battezzato dalla coppia Prosseda-Ammara, a Sermoneta, appunto, negli anni in cui Dall'Ongaro era alla guida del Festival Pontino).
 E se non fosse ora per qualche amico restatogli 'fedele' - come l'Ivan, che insegna nei suoi corsi all'Accademia ed è anche direttore della Biennale Musica; o come Paolo Baratta , presidente della Biennale ma contemporaneamente dell' Accademia Filarmonica nel cui comitato direttivo siede anche dall'Ongaro - non gli sarebbe venuta neanche la commissione dalla Biennale Musica 2016.
 E' proprio vero: la gratitudine è un fiore che gli umani non coltivano. Mentre sicuramente lo coltiva dall'Ongaro che, per tale nostra disinteressata difesa, ci riammetterà ai concerti dell'Accademia dai quali ci ha estromessi, non sappiamo perchè.