Questa sera si inaugura il 61° Festival dei Due Mondi, oggi noto come 'Festival di Ferrara' - che non è la città, ma il nome dell'attuale direttore artistico, che il festival inventato da Menotti, lo ha 'rivoltato come un pedalino', secondo la felice e calzante espressione romana.
Si inaugura con una nuova opera di Silvia Colasanti, che Ferrara - con quale comptenza? - considera il 'Mozart italiano', su libretto di De Ceccatty e dello stesso Giorgio Ferrara, alias 'Da Ponte romano', colpito al cuore dalla compositrice, alla quale già l'anno scorso aveva commissionato un 'requiem' per le vittime del terremoto del centro Italia. Va aggiunto che dell'opera della Colasanti, Ferrara, il direttore del festival e librettista dell'opera, è anche regista e qualunque altra cosa. L'Orchestra Giovanile Italiana sarà diretta da Jonathan Webb.
Ma Giorgio Ferrara, direttore artistico, librettista, regista, anche quest'anno, in una breve ma acidissima intervista al Corriere della Sera, ha tentato - invano, perché senza contraddittorio - di scalfire la memoria in generale, ed in particolare 'il fiuto' di Menotti nello scovare giovani e promettentissimi artisti da portare a Spoleto, che fondò nel 1958 e ha diretto magnificamente per molti anni, facendolo ammirare da tutto il mondo, fino a quando non gli subentrò quello sciagurato del figlio adottivo, Francis, che ha fatto solo guai.
Cosa ha detto Ferrara? E' andato con la memoria flebile di oggi, ma la volontà ferrea di demolire l'immagine del fondatore di Spoleto, all'edizione del 1969 - egli aveva da poco compiuto vent'anni - quando venne presentato l'Orlando furioso (adattato da Sanguineti, musiche del giovanissimo Sciarrino) con la regia di Ronconi che avrebbe riscritto la storia del teatro italiano.
Ferrara ricorda le vicende che precedettero quel debutto spoletino, lui che allora era ai primi passi nel mondo del teatro, già alle costole di Ronconi.
Menotti e De Banfield, che era direttore artistico del festival - ricorda nei minimi dettagli Ferrara - non compresero la novità dello spettacolo di Ronconi e immediatamente non mostrarono interesse alcuno al suo debutto speoltino. Ci volle una successiva abilissima diplomazia per convincere i due a far rappresentare a Spoleto la versione ronconiana dell'Orlando. E chissà se se ne convinsero. Fatto sta che all'esordio il successo dello spettacolo fu travolgente.
Perchè Ferrara ha raccontato quell'episodio, solo ora che sia Menotti che De Banfield come anche Ronconi sono morti e quindi non possono dare la loro versione dei fatti? E perchè lo ha fatto quando non c'era ragione alcuna e nessun appiglio per parlarne?
Noi abbiamo un sospetto, al quale abbiamo già accennato, e cioè che Ferrara - che con il 'suo' festival non ha fatto nessuna scoperta in nessun campo, ad eccezione del 'Mozart italiano' che, comunque, appellativo fuori luogo a parte, non è certo una scoperta di Ferrara, il quale ha voluto sempre giocare sul sicuro sbarcando a Spoleto un vagone di glorie consolidate, in gran parte teatranti, musicisti pochi, quasi sempre le stesse, una specie di 'sua' famiglia artistica - voglia demolire del tutto il mito di Menotti, inventore di Spoleto e scopritore di talenti. Qualità quest'ultima che tutti hanno sempre riconosciuto a Menotti, come ad esempio D'Amico il quale, sin dalla prima edizione sottolineava che a Spoleto non ci si va per sentire o vedere cose che si vedono e sentono anche altrove, ma per constatare la grande fantasia, l'inventiva di Menotti e soprattutto la sua capacità di scoprire talenti che poi si affermeranno in molti campi. La storia del festival, ante Ferrara, sta a dimostrarlo.
Dell'epoca Ferrara, oltre Ferrara, ricorderemo i collaudati Ronconi, Bob Wilson, Adriana Asti e qualche altro ancora, del tipo Paolo Mieli e Corrado Augias, suo assiduo dai tempi di Parigi, all'Istituto culturale italiano. Ed anche le sparate sulla crescita esponenziale del pubblico che lui ha fatto aumentare del 16.000%, comprendendovi ovviamente anche il pubblico che riempiva, senza pagare biglietto, il campo di calcio durante le esibizioni bandistiche a Spoleto, durante la sua reggenza.
Di nuovo, a basso costo e dietro segnalazione dei diretti interessati, e non perchè frutto di una sua scoperta, gli allievi dei Conservatori vicini, e quelli dell'Accademia nazionale drammatica di Roma.
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venerdì 29 giugno 2018
Oggi si inaugura Spoleto con 'Il Minotauro', opera nuova di Silvia Colasanti che Giorgio Ferrara considera il ' mozart italiano' . Come andò con l'Orlando di Ronconi? Rivelazioni senza possibili contestazioni di Ferrara
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venerdì 15 giugno 2018
C'è chi si ostina, non più con le mani data l'età avanzata, a mungere ancora la Rai
Nei giorni scorsi un quotidiano di opposizione - a chi? - ha reso noto il compenso di un vecchio del giornalismo italiano che, da tempo, AVENDO BELLAMENTE SUPERATO GLI OTTANTA, 83 ad essere precisi, e avendo promesso che sarebbe andato in vacanza, in vacanza non si decide ad andare, alla stessa maniera di Veltroni che ci aveva annunciato che sarebbe emigrato in Africa, in Africa non è emigrato.
Il vecchio giornalista del quale 'Libero' quotidiano ha rivelato il compenso per la sua trasmissione giornaliera dedicata ai libri, ' Quante storie! - è Corrado Augias, il cui compenso è il massimo consentito ad un giornalista in Rai, e cioè 240.000 Euro - che poi è lo stesso compenso del direttore generale che, per il tetto stabilito per legge, si è dovuto dimezzare il suo.
Due o tre stagioni fa il vecchio giornalista aveva rassicurato tutti che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in Rai. Poi invece ci ha preso gusto sia al teleschermo come anche ai soldi - che saranno anche lo 'sterco' del demonio, ma non puzzano e dunque si possono accumulare - ed ha continuato; e chissà per quante altre stagioni si sentirà obbligato a farlo, costringendo Crozza ad imitarlo magnificamente, ben sapendo il comico e noi con lui che il modello è molto meglio del suo duplicato. E cioè che Augias imita magnificamente Crozza che tenta di imitare Augias.
Quella sua trasmissione che lo vede matusalemme fra giovani studenti incarna un rituale stantio, come i risultati di ascolto irrisori lo confermano. Ma lui e la trasmissione restano lì.
Noi crediamo che almeno un'altra o forse due persone - non certo noi, pensionati come Augias, ma molto più giovani di lui - potrebbero fare quella stessa trasmissione, magari con risultati migliori. Perchè non provarci allora? Perchè non far riposare finalmente un giornalista che ha tanto lavorato, tanto guadagnato, liberando quel posto per qualche giovane ? Il quale potrebbe anche far meglio e costare meno. E poi non va ogni giorno sposando in tv la causa dei giovani che faticano a trovare lavoro? Cominci lui a liberare il suo.
Noi ci attendiamo una bella notizia in proposito, il prossimo 27, quando verranno resi noti i palinsesti della stagione Rai ventura, ed anche una seconda ed una terza, perchè la presenza di giornalisti di Repubblica a Rai Tre è notoriamente eccessiva, e persiste anche nel caso di una redazione tutta che ha sfiduciato il suo direttore, come ha fatto la Redazione sportiva della Rai.
Chi replicherebbe che La 7 fa la stessa cosa con i giornalisti del Corriere, come anche che Mediaset utilizza quelli della sue testate giornalistiche anche per la tv, dimentica la sostanziale differenza fra quelle che sono aziende private, nelle quali il padrone cerca di ottimizzare lavoro e costi, e la Rai.
Unica eccezione Paolo Mieli che passa da una trasmissione all'altra da una rete all'altra da una azienda all'altra. Si vede che nessuno può farne a meno.
Il vecchio giornalista del quale 'Libero' quotidiano ha rivelato il compenso per la sua trasmissione giornaliera dedicata ai libri, ' Quante storie! - è Corrado Augias, il cui compenso è il massimo consentito ad un giornalista in Rai, e cioè 240.000 Euro - che poi è lo stesso compenso del direttore generale che, per il tetto stabilito per legge, si è dovuto dimezzare il suo.
Due o tre stagioni fa il vecchio giornalista aveva rassicurato tutti che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in Rai. Poi invece ci ha preso gusto sia al teleschermo come anche ai soldi - che saranno anche lo 'sterco' del demonio, ma non puzzano e dunque si possono accumulare - ed ha continuato; e chissà per quante altre stagioni si sentirà obbligato a farlo, costringendo Crozza ad imitarlo magnificamente, ben sapendo il comico e noi con lui che il modello è molto meglio del suo duplicato. E cioè che Augias imita magnificamente Crozza che tenta di imitare Augias.
Quella sua trasmissione che lo vede matusalemme fra giovani studenti incarna un rituale stantio, come i risultati di ascolto irrisori lo confermano. Ma lui e la trasmissione restano lì.
Noi crediamo che almeno un'altra o forse due persone - non certo noi, pensionati come Augias, ma molto più giovani di lui - potrebbero fare quella stessa trasmissione, magari con risultati migliori. Perchè non provarci allora? Perchè non far riposare finalmente un giornalista che ha tanto lavorato, tanto guadagnato, liberando quel posto per qualche giovane ? Il quale potrebbe anche far meglio e costare meno. E poi non va ogni giorno sposando in tv la causa dei giovani che faticano a trovare lavoro? Cominci lui a liberare il suo.
Noi ci attendiamo una bella notizia in proposito, il prossimo 27, quando verranno resi noti i palinsesti della stagione Rai ventura, ed anche una seconda ed una terza, perchè la presenza di giornalisti di Repubblica a Rai Tre è notoriamente eccessiva, e persiste anche nel caso di una redazione tutta che ha sfiduciato il suo direttore, come ha fatto la Redazione sportiva della Rai.
Chi replicherebbe che La 7 fa la stessa cosa con i giornalisti del Corriere, come anche che Mediaset utilizza quelli della sue testate giornalistiche anche per la tv, dimentica la sostanziale differenza fra quelle che sono aziende private, nelle quali il padrone cerca di ottimizzare lavoro e costi, e la Rai.
Unica eccezione Paolo Mieli che passa da una trasmissione all'altra da una rete all'altra da una azienda all'altra. Si vede che nessuno può farne a meno.
venerdì 5 maggio 2017
Il Festival di Spoleto non è più quello di Gian Carlo Menotti, e neppure il Festival di Spoleto, tout court
Giorgio Ferrara ha così tanto rivoluzionato il festival che ha ereditato da una decina d'anni - dalle scialbe ed incapaci mani di Francis Menotti, indegno erede del padre adottivo e fondatore - e che non ha nessuna voglia di mollare, complice il tenebroso Franceschini, al punto da renderlo irriconoscibile non solo da quello di Menotti Giancarlo, ma dal Festival di Spoleto come in tanti anni s'è visto e frequentato.
Ormai il Festival di Spoleto è diventato il 'Festival di Ferrara' - non la città emiliana, ma di Ferrara Giorgio - allo stesso modo in cui per mezzo secolo circa è stato il 'Festival di Menotti'; solo che, vuoi mettere?
Giancarlo Menotti era un genio, pur eccentrico; Ferrara, genio non è - non ce ne vorrà - s'è fatto un festival domestico: con sua moglie la celebre e brava attrice Adriana Asti presenza fissa, e la sua attività collaterale di regista d'opera, un settore che negli anni trascorsi come 'aiuto', non ha mai frequentato. Osando addirittura curare la trilogia italiana di Mozart/ Da Ponte che quest'anno si conclude con il Don Giovanni, del quale si arrischia a curare anche la drammaturgia in coppia con De Ceccatty, biografo ed autore di uno spettacolo per sua moglie Adriana Asti, che debutta a Spoleto.
Ora tutte queste riflessioni, ed altre simili, le fanno anche alcuni giornali, distratti negli anni scorsi da intrecci disgustosi ed intollerabili fra alcuni suoi redattori del settore spettacoli e la direzione del festival , dalla quale sembra fuoruscito il 'direttore musicale' Alessio Vlad, che oltre al Teatro dell'Opera di Roma è impegnato al Festival di Ravello e forse anche altrove, come fosse la reincarnazione di Barbaja o di Francesco Siciliani.
La tecnica messa in campo da Ferrara è sempre la stessa. Lui si occupa, ed a ragion veduta, anchepensando all'età della pensione da Spoleto, del settore teatro: per la musica, sì è legato con catena triennale, giusto il consiglio di Nastasi, alla Ravenna di Muti e Cristina Mangiavillani, lasciando che le briciole le prendesse la Scuola di Fiesole (che organizza tutti i concerti cameristici, sia di mezzogiorno che serali), per il giornalismo s'è affidato a Mieli ed anche ad Augias - che si pretende di più? - e per il resto, per quel resta... chissenefrega: uno spezzatino senza sapore.
E, da ultimo, questo stesso Ferrara, osa ignorare Giancarlo Menotti, il fondatore del festival, che egli nei suoi anni di direzione ha completamente stravolto, alla ricorrenza dei dieci anni dalla morte.
C'era da immaginarselo. Ferrara ha inaugurato un festival dalla memoria corta, anzi senza memoria, giacchè non ha ritenuto necessario l'archivio del festival, del quale, per fortuna, s'è occupato una benemerita famiglia spoletina di produttori di olio.
Ormai il Festival di Spoleto è diventato il 'Festival di Ferrara' - non la città emiliana, ma di Ferrara Giorgio - allo stesso modo in cui per mezzo secolo circa è stato il 'Festival di Menotti'; solo che, vuoi mettere?
Giancarlo Menotti era un genio, pur eccentrico; Ferrara, genio non è - non ce ne vorrà - s'è fatto un festival domestico: con sua moglie la celebre e brava attrice Adriana Asti presenza fissa, e la sua attività collaterale di regista d'opera, un settore che negli anni trascorsi come 'aiuto', non ha mai frequentato. Osando addirittura curare la trilogia italiana di Mozart/ Da Ponte che quest'anno si conclude con il Don Giovanni, del quale si arrischia a curare anche la drammaturgia in coppia con De Ceccatty, biografo ed autore di uno spettacolo per sua moglie Adriana Asti, che debutta a Spoleto.
Ora tutte queste riflessioni, ed altre simili, le fanno anche alcuni giornali, distratti negli anni scorsi da intrecci disgustosi ed intollerabili fra alcuni suoi redattori del settore spettacoli e la direzione del festival , dalla quale sembra fuoruscito il 'direttore musicale' Alessio Vlad, che oltre al Teatro dell'Opera di Roma è impegnato al Festival di Ravello e forse anche altrove, come fosse la reincarnazione di Barbaja o di Francesco Siciliani.
La tecnica messa in campo da Ferrara è sempre la stessa. Lui si occupa, ed a ragion veduta, anchepensando all'età della pensione da Spoleto, del settore teatro: per la musica, sì è legato con catena triennale, giusto il consiglio di Nastasi, alla Ravenna di Muti e Cristina Mangiavillani, lasciando che le briciole le prendesse la Scuola di Fiesole (che organizza tutti i concerti cameristici, sia di mezzogiorno che serali), per il giornalismo s'è affidato a Mieli ed anche ad Augias - che si pretende di più? - e per il resto, per quel resta... chissenefrega: uno spezzatino senza sapore.
E, da ultimo, questo stesso Ferrara, osa ignorare Giancarlo Menotti, il fondatore del festival, che egli nei suoi anni di direzione ha completamente stravolto, alla ricorrenza dei dieci anni dalla morte.
C'era da immaginarselo. Ferrara ha inaugurato un festival dalla memoria corta, anzi senza memoria, giacchè non ha ritenuto necessario l'archivio del festival, del quale, per fortuna, s'è occupato una benemerita famiglia spoletina di produttori di olio.
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sabato 4 marzo 2017
CROZZA, con i suoi fratelli,riparte col piede sbagliato, scherzando con i santi: i giornalisti. Scalfari,Mieli,Belpietro,Mannoni
Crozza é alla sua seconda migrazione. Da Rai3 a La7, seguendo Floris, e poi, per le sue richieste economiche, ritenute troppo esose da Cairo, che le ha rapportate all'auditel e forse anche alla pubblicità, è migrato nuovamente. Questa volta, di male in peggio, in fatto di livelli di ascolti, su Discovery - ci pare si chiami così. Ha cambiato nome lasciando ovviamente sempre il marchio di fabbrica, ma ci ha messo dentro i fratelli, e immaginiamo anche le sorelle. Ed ha cambiato registro, cominciando con una musica stonata, tralasciando quella che gli aveva dato tanto successo, e che prendeva di mira politici e politicanti - il suo Razzi resterà storico - e rivolgendosi ai santi, con i quali in Italia, ma forse in ogni parte, non si deve mai scherzare: i giornalisti.
Altre volte, in passato, li ha chiamati in causa evidenziando titoli fuori misura e falsi addirittura; mai prima d'ora aveva sparato diretto ai colpevoli. Ha cominciato con una battutina contro Scalfari, mentre parlava del più autorevole quotidiano americano e del suo patriarca che ha definito: uno Scalfari non ( o 'meno' non ricordiamo bene) rincoglionito. Ed un'altra battuta l'ha lanciata all'indirizzo di Paolo Mieli - in verità onnipresente in tv - che, per quella sua maschera, sembra 'uscito da una sauna, ancora con le pantofole'.
Poi ha preso di mira due giornalisti del piccolo schermo, il primo dei quali vanta anche una lunga militanza nella carta stampata, sul fronte del giornalismo d'attacco: Maurizio Belpietro, ora attivo sulle reti Mediaset in una trasmissione, della quale Crozza ha rivelato imbrogli e falsità. Mostrando come si costruisce il set di un collegamento esterno della sua trasmissione: esattamente come il set di un film, dove le comparse sono studiate e scelte per recitare un certo copione, e non per raccontare un fatto. Il quale, in ogni caso, verrebbe fatto raccontare per dimostrare una tesi preconfezionata.
Certo ci sono fatti e fatti, ma che la tv per la cronaca si comporti come un set cinematografico, non c'è bisogno che venga Crozza a dircelo, basta un minimo di esperienza per averlo capito.
Di Maurizio in Maurizio, da Belpietro è passato a Mannoni dipinto svogliato, disinformato su ciò che deve trattare nel suo 'Linea notte' di Rai 3, e sul punto di planare sul banco, addormentato, 'morto di sonno' si direbbe a Roma.
Crozza che fa giornalismo esattamente come lo fanno tante trasmissioni televisive, alla stregua di giornali e riviste, ha fatto un passo falso. Ha infranto la regola che dice 'cane non sbrana cane'. E i cani-giornalisti - non necessariamente e non solo quelli messi alla berlina - gliela faranno pagare al cane-Crozza. Non domani né la settimana prossima, sicuramente nel corso della vita della trasmissione, a meno che, per mancanza di pubblico, il suo nuovo editore non decida di chiuderla anzitempo. Noi intanto, dopo questi servizi, non entusiasmanti, abbiamo cambiato canale, perchè annoiati. Crozza, rifacci Razzi!
Altre volte, in passato, li ha chiamati in causa evidenziando titoli fuori misura e falsi addirittura; mai prima d'ora aveva sparato diretto ai colpevoli. Ha cominciato con una battutina contro Scalfari, mentre parlava del più autorevole quotidiano americano e del suo patriarca che ha definito: uno Scalfari non ( o 'meno' non ricordiamo bene) rincoglionito. Ed un'altra battuta l'ha lanciata all'indirizzo di Paolo Mieli - in verità onnipresente in tv - che, per quella sua maschera, sembra 'uscito da una sauna, ancora con le pantofole'.
Poi ha preso di mira due giornalisti del piccolo schermo, il primo dei quali vanta anche una lunga militanza nella carta stampata, sul fronte del giornalismo d'attacco: Maurizio Belpietro, ora attivo sulle reti Mediaset in una trasmissione, della quale Crozza ha rivelato imbrogli e falsità. Mostrando come si costruisce il set di un collegamento esterno della sua trasmissione: esattamente come il set di un film, dove le comparse sono studiate e scelte per recitare un certo copione, e non per raccontare un fatto. Il quale, in ogni caso, verrebbe fatto raccontare per dimostrare una tesi preconfezionata.
Certo ci sono fatti e fatti, ma che la tv per la cronaca si comporti come un set cinematografico, non c'è bisogno che venga Crozza a dircelo, basta un minimo di esperienza per averlo capito.
Di Maurizio in Maurizio, da Belpietro è passato a Mannoni dipinto svogliato, disinformato su ciò che deve trattare nel suo 'Linea notte' di Rai 3, e sul punto di planare sul banco, addormentato, 'morto di sonno' si direbbe a Roma.
Crozza che fa giornalismo esattamente come lo fanno tante trasmissioni televisive, alla stregua di giornali e riviste, ha fatto un passo falso. Ha infranto la regola che dice 'cane non sbrana cane'. E i cani-giornalisti - non necessariamente e non solo quelli messi alla berlina - gliela faranno pagare al cane-Crozza. Non domani né la settimana prossima, sicuramente nel corso della vita della trasmissione, a meno che, per mancanza di pubblico, il suo nuovo editore non decida di chiuderla anzitempo. Noi intanto, dopo questi servizi, non entusiasmanti, abbiamo cambiato canale, perchè annoiati. Crozza, rifacci Razzi!
venerdì 17 febbraio 2017
Speranza nel PD?
Avete visto ieri 'Otto e mezzo', su 'La 7', ospiti di Lilli Gruber, Speranza, Carofiglio, Mieli? Che impressione vi ha fatto? Mentre ci pensate, vi diciamo l'impressione che ha fatto a noi. Una brutta impressione; la stessa brutta impressione che oggi ha comunicato ai suoi lettori, indipendentemente dall'aver visto 'Otto e mezzo', Mario Calabresi, il direttore di Repubblica.
L'impressione di un partito, il PD, che è anche il partito di Speranza, sull'orlo del baratro, in pericolo di sfasciarsi irrimediabilmente, mentre tutti i suoi esponenti, maggioranza e minoranza, dicono di voler ascoltare gli elettori disamorati. Quali, quanti, disamorati di cosa e di chi? Tantissimi, secondo Speranza, disamorati di Renzi. E perchè non anche di Speranza, D'Alema, Emiliano, Bersani?
Chiudendo gli occhi ma non le orecchie ed ascoltando Speranza, che diceva di parlare a nome di questi elettori, tantissimi elettori, sembrava di ascoltare il discorso di Trump all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca, quando annunciava di voler cancellare tutte le riforme di Obama. Per Speranza tutte le riforme introdotte dal governo Renzi, che non guida un partito diverso da quello in cui milita Speranza, sono alla base dell'abbandono dei militanti. Insomma il Jobs Act, la 'Buona scuola', e mettiamoci anche i voucher approvati anche da Speranza in Parlamento vanno cancellati, non aggiustati, per taluni errori ( o sviste) conclamati.
Ma cosa c'entra questo con la situazione tragica nella quale versa ora il partito, dilaniato dai suoi stessi esponenti in lotta fra loro, come hanno fatto già altre volte?
La verità viene a galla quando Speranza, incalzato dagli altri interlocutori che gli fanno notare come il PD si appresti a fare un congresso, nel quale discutere dei problemi interni al partito, che non sono in cima ai pensieri dei cittadini, angustiati da ben altro, come la mancanza di lavoro, la disoccupazione giovanile, la crescita che non decolla, risponde senza mezzi termini ed anche senza pudore che Renzi deve andarsene. E sarebbe questa la soluzione ai problemi del paese, dell'elettorato di sinistra e del PD.
Dunque ciò che si vuole e è che Renzi vada via. Ma se Speranza e gli altri della minoranza credono di avere più numeri a loro favore di quanti ne abbia ancora Renzi, dopo la botta del 4 dicembre, si facciano avanti, si candidino e si facciano eleggere alla segreteria e poi, dopo le primarie, al governo del Paese. Il discorso non fa una piega. No, Renzi, vuole Speranza che non sin ricandidi perché ha la colpa di aver lui portato il partito (e timidamente aggiunge: anche il paese, in realtà fottendosene anche Speranza dei destini del paese) nella attuale tragica situazione.
Mario Calabresi e con lui chissà quanti altri pensano che il PD, come già in altre occasioni, sa come farsi male da solo e vuole farselo, anche a costo di perdere le elezioni prossime -quando si faranno.
L'impressione di un partito, il PD, che è anche il partito di Speranza, sull'orlo del baratro, in pericolo di sfasciarsi irrimediabilmente, mentre tutti i suoi esponenti, maggioranza e minoranza, dicono di voler ascoltare gli elettori disamorati. Quali, quanti, disamorati di cosa e di chi? Tantissimi, secondo Speranza, disamorati di Renzi. E perchè non anche di Speranza, D'Alema, Emiliano, Bersani?
Chiudendo gli occhi ma non le orecchie ed ascoltando Speranza, che diceva di parlare a nome di questi elettori, tantissimi elettori, sembrava di ascoltare il discorso di Trump all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca, quando annunciava di voler cancellare tutte le riforme di Obama. Per Speranza tutte le riforme introdotte dal governo Renzi, che non guida un partito diverso da quello in cui milita Speranza, sono alla base dell'abbandono dei militanti. Insomma il Jobs Act, la 'Buona scuola', e mettiamoci anche i voucher approvati anche da Speranza in Parlamento vanno cancellati, non aggiustati, per taluni errori ( o sviste) conclamati.
Ma cosa c'entra questo con la situazione tragica nella quale versa ora il partito, dilaniato dai suoi stessi esponenti in lotta fra loro, come hanno fatto già altre volte?
La verità viene a galla quando Speranza, incalzato dagli altri interlocutori che gli fanno notare come il PD si appresti a fare un congresso, nel quale discutere dei problemi interni al partito, che non sono in cima ai pensieri dei cittadini, angustiati da ben altro, come la mancanza di lavoro, la disoccupazione giovanile, la crescita che non decolla, risponde senza mezzi termini ed anche senza pudore che Renzi deve andarsene. E sarebbe questa la soluzione ai problemi del paese, dell'elettorato di sinistra e del PD.
Dunque ciò che si vuole e è che Renzi vada via. Ma se Speranza e gli altri della minoranza credono di avere più numeri a loro favore di quanti ne abbia ancora Renzi, dopo la botta del 4 dicembre, si facciano avanti, si candidino e si facciano eleggere alla segreteria e poi, dopo le primarie, al governo del Paese. Il discorso non fa una piega. No, Renzi, vuole Speranza che non sin ricandidi perché ha la colpa di aver lui portato il partito (e timidamente aggiunge: anche il paese, in realtà fottendosene anche Speranza dei destini del paese) nella attuale tragica situazione.
Mario Calabresi e con lui chissà quanti altri pensano che il PD, come già in altre occasioni, sa come farsi male da solo e vuole farselo, anche a costo di perdere le elezioni prossime -quando si faranno.
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martedì 7 giugno 2016
Histoires des soldats d'aprés Strawinsky, con Augias, Mieli e perfino con Stinchelli
Va di moda la celebre pièce di Strawinsky, Histoire du soldat, scritta all'indomani della fine della grande guerra, rivolta ad un ensemble intinerante, e perciò ridotto, allo scopo di sbarcare il lunario.
Oggi la si ascolta molto più spesso degli anni immediatamente seguenti la sua scrittura, in occasione del primo centenario dell'inizio della guerra mondiale. Ma le istituzioni musicali, convinte ormai che la musica da sola non costituisce richiamo per il pubblico, si industriano nell'invenzione di elementi estranei aggiuntivi o chiamando persone note che possano richiamare il pubblico ad ascoltare la storia del povero soldato.
L'anno scorso, ad esempio, al cadere del primo centenario dalla 'grande' guerra, l'Accademia Filarmonica Romana, istituzione molto cara ad Igor Strawinsky, per l'amicizia che lo legava alla sua presidente, Adriana Panni, ha chiamato Corrado Augias - che di recente ha preso il posto di tutti i divulgatori musicali su piazza - per introdurre e poi intervenire lungo il corso dell'esecuzione dell'Histoire, affidata ad elementi della Roma Sinfonietta guidata da Marcello Panni, figlio della mitica presidente filarmonica. Inutile dire che con Augias - a causa sua - quella versione ha poi girato per tutta l'Italia e gira ancora.
Ma l'Accademia Filarmonica Romana, che evidentemente vuol far diventare l'Histoire in tutte le possibili ed immaginabili versioni, un titolo ricorrente delle sue stagioni, anche quest'anno, fra una settimana, nei giardini sulla via Flaminia ( dove hanno sede gli uffici della Filarmonica) la ripropone facendola precedere da una introduzione storica di Paolo Mieli (l'illustre giornalista/storico che non passa giorno che non sia in tv, su tutte le reti unificate, e che fra pochi giorni si trasferisce a Spoleto, dove da anni Ferrara gli ha affidato uno spazio tutto suo, frequentatissimo) e in una versione nuova creata dalla multicolore e multietnica Orchestra di Piazza Vittorio, a cura del suo fondatore e direttore Mario Tronco, che già ha dato al pubblico due singolari versioni, ambedue coinvolgenti, di capolavori della musica, il Flauto magico mozartiano e la Carmen di Bizet, e che ora invece si cimenta con un brano assai più ostico dei precedenti. Una sfida. Chi non potrà andare ai Giardini della Filarmonica, giovedì 16 giugno, non si disperi, perché in ottobre lo stesso spettacolo tornerà all'Olimpico, e con la medesima regia, di Maddalena Maggi (attrice e regista che Paolo Mieli, come riferisce la 'rete' sempre ben informata, ha preso 'sotto le sue ali protettrici', anche per Spoleto).
Ma se non resiste e pensa di non poter attendere ottobre per riascoltare l'Histoire, sappia che fra una quindicina di giorni, il 29, ancora in una nuova versione, la potrà ascoltare e vedere nel Salone di Pietro da Cortona a palazzo Barberini, sempre a Roma, per il Music Chamber Festival.
Ed anche questa volta, come nelle altre versioni romane, una novità di grande richiamo. Il festival romano, che si consuma da oltre dieci anni nel breve volgere di tre o quattro giorni, ha chiamato un regista che a Roma è impossibile vedere all'opera, perchè impegnato nelle grandi capitali e presso le più importanti istituzioni della musica mondiale, da Vienna a Berlino a New York. Il suo nome, facile da immaginare, è Enrico Stinchelli.
Oggi la si ascolta molto più spesso degli anni immediatamente seguenti la sua scrittura, in occasione del primo centenario dell'inizio della guerra mondiale. Ma le istituzioni musicali, convinte ormai che la musica da sola non costituisce richiamo per il pubblico, si industriano nell'invenzione di elementi estranei aggiuntivi o chiamando persone note che possano richiamare il pubblico ad ascoltare la storia del povero soldato.
L'anno scorso, ad esempio, al cadere del primo centenario dalla 'grande' guerra, l'Accademia Filarmonica Romana, istituzione molto cara ad Igor Strawinsky, per l'amicizia che lo legava alla sua presidente, Adriana Panni, ha chiamato Corrado Augias - che di recente ha preso il posto di tutti i divulgatori musicali su piazza - per introdurre e poi intervenire lungo il corso dell'esecuzione dell'Histoire, affidata ad elementi della Roma Sinfonietta guidata da Marcello Panni, figlio della mitica presidente filarmonica. Inutile dire che con Augias - a causa sua - quella versione ha poi girato per tutta l'Italia e gira ancora.
Ma l'Accademia Filarmonica Romana, che evidentemente vuol far diventare l'Histoire in tutte le possibili ed immaginabili versioni, un titolo ricorrente delle sue stagioni, anche quest'anno, fra una settimana, nei giardini sulla via Flaminia ( dove hanno sede gli uffici della Filarmonica) la ripropone facendola precedere da una introduzione storica di Paolo Mieli (l'illustre giornalista/storico che non passa giorno che non sia in tv, su tutte le reti unificate, e che fra pochi giorni si trasferisce a Spoleto, dove da anni Ferrara gli ha affidato uno spazio tutto suo, frequentatissimo) e in una versione nuova creata dalla multicolore e multietnica Orchestra di Piazza Vittorio, a cura del suo fondatore e direttore Mario Tronco, che già ha dato al pubblico due singolari versioni, ambedue coinvolgenti, di capolavori della musica, il Flauto magico mozartiano e la Carmen di Bizet, e che ora invece si cimenta con un brano assai più ostico dei precedenti. Una sfida. Chi non potrà andare ai Giardini della Filarmonica, giovedì 16 giugno, non si disperi, perché in ottobre lo stesso spettacolo tornerà all'Olimpico, e con la medesima regia, di Maddalena Maggi (attrice e regista che Paolo Mieli, come riferisce la 'rete' sempre ben informata, ha preso 'sotto le sue ali protettrici', anche per Spoleto).
Ma se non resiste e pensa di non poter attendere ottobre per riascoltare l'Histoire, sappia che fra una quindicina di giorni, il 29, ancora in una nuova versione, la potrà ascoltare e vedere nel Salone di Pietro da Cortona a palazzo Barberini, sempre a Roma, per il Music Chamber Festival.
Ed anche questa volta, come nelle altre versioni romane, una novità di grande richiamo. Il festival romano, che si consuma da oltre dieci anni nel breve volgere di tre o quattro giorni, ha chiamato un regista che a Roma è impossibile vedere all'opera, perchè impegnato nelle grandi capitali e presso le più importanti istituzioni della musica mondiale, da Vienna a Berlino a New York. Il suo nome, facile da immaginare, è Enrico Stinchelli.
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mercoledì 3 febbraio 2016
Scandalo case del Comune a Roma. Dellapasqua e Menicucci del Corriere più severi del procuratore Pignatone.
Non finisce qui, ancora servizi su servizi sui giornali, e nei telegiornali e chiacchiere su chiachiere al bar e per strada. Dove si apprendono altri particolari. Ad esempio che Alemanno non ne sapeva nulla e che la colpa di tutto questo era del Dipartimento Patrimonio con il quale anche lui ha dovuto insistere per avere alcune notizie; ma lui non si era mai reso conto delle dimensioni dello scandalo... certo lui badava ad altri più redditizi affari e a non andare a muovere le acque in un campo che avrebbe potuto procurargli, da parte degli amici degli amici, qualche guaio. Ora che, prima Marino e poi Tronca sono venuti a conoscenza dei fatti, bene hanno fatto a muoversi, ha dichiarato l'ex sindaco. Che lezione di moralità.
Ma sui giornali e nelle interviste televisive, mai che venisse fuori un nome eccellente, come invece ha fatto, in un suo pezzo, Merlo su Repubblica', quando ha rinfrescato la memoria sul famoso attico dato a De Mita, in zona Fontana di Trevi, alle spalle del Quirinale. Tutti vanno ad intervistare i molti casi di gente con seri problemi, dunque non professionisti o politici con ben altri, alti redditi che si sono infilati in molte delle case di pregio a prezzi stracciati.
Nessun giornale, dopo aver criticato gli amministratori per aver chiuso tutti e due gli occhi, fa poi qualche nome eccellente che già altre volte sono venuti fuori, perché, lo abbiamo già scritto, è da oltre vent'anni che si parla di questa storia di abusi e privilegi illegittimi ( e gli elenchi sono venuti fuori regolarmente) come tanti altri di cui in Italia si parla a cadenza regolare ma che mai si risolve.
Fra parentesi. L'altro ieri la senatrice del PD Sereni, rispondendo ad una inchiesta del Corriere sugli stipendi dei dipendenti del Parlamento faceva notare che intanto il tetto del 240.000 Euro annui - non dei 240 Euro mensili, come per molti disgraziati che abitano alcune di quelle case sfitte - è attivo fino al 2018. Intanto, ha scritto la senatrice, è una cosa, meglio che niente. Insomma i privilegi dei dipendenti del Parlamento di cui tanto si è detto e scritto, non sono privilegi ma diritti acquisiti, come si ama definirli in Italia dai diretti interessati, e perciò c'è da attendersi che dopo due anni di moratoria, tornino ad essere quelli di un tempo. Perchè ai dipendenti del Palazzo le 'fregature' - o quelle che loro considerano tali - della cancellazione di privilegi ingiustificati deve essere inflitta gradualmente, non si sa mai gli venisse un colpo per il taglio di tali privilegi e decidessero i parenti di far causa allo Stato.
E, infine, la chicca uscita dalla penna dei due giornalisti del Corriere, Erica Dellapasqua e Ernesto Menicucci che hanno firmato oggi l'inchiesta sulle case del Comune, dove si legge: " Il Commissario è per il pugno duro: chi non ha i requisiti verrà sfrattato. Con buona pace anche di chi ha una pensione sociale".
Che, tradotto per farlo capire anche a Dellapasqua e Menicucci, è come dire, a causa degli studi di settore, che il fisco, senza sentire ragione, vuole dai due le stesse tasse che paga Paolo Mieli, che come loro è giornalista, dunque... Solo allora anche Dellapasqua e Menicucci andranno a dire al Fisco che sì anche loro sono giornalisti ma con lo stipendio del giornalista Mieli si potrebbero pagare quelli di una decina di colleghi.
Ma sui giornali e nelle interviste televisive, mai che venisse fuori un nome eccellente, come invece ha fatto, in un suo pezzo, Merlo su Repubblica', quando ha rinfrescato la memoria sul famoso attico dato a De Mita, in zona Fontana di Trevi, alle spalle del Quirinale. Tutti vanno ad intervistare i molti casi di gente con seri problemi, dunque non professionisti o politici con ben altri, alti redditi che si sono infilati in molte delle case di pregio a prezzi stracciati.
Nessun giornale, dopo aver criticato gli amministratori per aver chiuso tutti e due gli occhi, fa poi qualche nome eccellente che già altre volte sono venuti fuori, perché, lo abbiamo già scritto, è da oltre vent'anni che si parla di questa storia di abusi e privilegi illegittimi ( e gli elenchi sono venuti fuori regolarmente) come tanti altri di cui in Italia si parla a cadenza regolare ma che mai si risolve.
Fra parentesi. L'altro ieri la senatrice del PD Sereni, rispondendo ad una inchiesta del Corriere sugli stipendi dei dipendenti del Parlamento faceva notare che intanto il tetto del 240.000 Euro annui - non dei 240 Euro mensili, come per molti disgraziati che abitano alcune di quelle case sfitte - è attivo fino al 2018. Intanto, ha scritto la senatrice, è una cosa, meglio che niente. Insomma i privilegi dei dipendenti del Parlamento di cui tanto si è detto e scritto, non sono privilegi ma diritti acquisiti, come si ama definirli in Italia dai diretti interessati, e perciò c'è da attendersi che dopo due anni di moratoria, tornino ad essere quelli di un tempo. Perchè ai dipendenti del Palazzo le 'fregature' - o quelle che loro considerano tali - della cancellazione di privilegi ingiustificati deve essere inflitta gradualmente, non si sa mai gli venisse un colpo per il taglio di tali privilegi e decidessero i parenti di far causa allo Stato.
E, infine, la chicca uscita dalla penna dei due giornalisti del Corriere, Erica Dellapasqua e Ernesto Menicucci che hanno firmato oggi l'inchiesta sulle case del Comune, dove si legge: " Il Commissario è per il pugno duro: chi non ha i requisiti verrà sfrattato. Con buona pace anche di chi ha una pensione sociale".
Che, tradotto per farlo capire anche a Dellapasqua e Menicucci, è come dire, a causa degli studi di settore, che il fisco, senza sentire ragione, vuole dai due le stesse tasse che paga Paolo Mieli, che come loro è giornalista, dunque... Solo allora anche Dellapasqua e Menicucci andranno a dire al Fisco che sì anche loro sono giornalisti ma con lo stipendio del giornalista Mieli si potrebbero pagare quelli di una decina di colleghi.
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venerdì 4 dicembre 2015
Scalfari e Mieli nel salotto tv di Lilli la rossa, per parlare dell'uscita di Ezio Mauro e dell'arrivo di Mario Calabresi a Repubblica.
L'altra sera Eugenio Scalfari, nel salotto della Gruber, è venuto a darci una spiegazione che nessuno gli ha chiesto sulle notizie, rivelatesi in parte superate, di una sua uscita da Repubblica, per lo 'sgarbo' che De Benedetti, suo attuale padrone (editore) gli avrebbe fatto, non consultandolo sull'imminente cambio di vertice nel giornale che lui ha fondato 40 anni fa e di cui per un ventennio, il primo, è stato direttore, amministratore, proprietario e molto altro ancora.
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
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lunedì 3 agosto 2015
Se per sciogliere un nodo in Rai, quello dei vertici, mille altri se ne creano
Come ha detto Enrico Mentana, che di Rai e di televisione se ne intende, alla Rai stanno solo aspettando i nomi dei nuovi vertici, perchè tutto il resto - quale missione per la nuova RAi? - sarà, anche dopo, come prima. Nulla cambierà nè ora nè mai.
Per ora si dà per certo, che Antonio, che finora 'campo dall'orto, comincerà a campare anche dalla Rai. Il nome del nuovo direttore generale sarà l'ex inventore di MTV, amministratore pare avveduto ma anche attento al prodotto. Vedremo. spetterà a lui, quando la nuova legge sarà varata, avere pieni poteri, simili a quelli di un amministratore delegato che autorizza spese anche considerevoli e nomina direttori di reti e telegiornali. Un vero capo azienda. per il quale si deve pensare ad un compenso adeguato. Non si può pensare che a lui, a capo di 13.000 dipendenti, con bilancio intorno ai tre miliardi, vada lo stesso compenso del sovrintendente dell'Accademia di S.Cecilia che di dipendenti ne ha neanche 300 ed un bilancio di qualche decina di milioni. Insomma Campo Dall'Orto non può guadagnare 240.000 Euro come Michele dall'Ongaro.
Il ruolo del presidente , invece, 'di garanzia', resta ancora in bilico, a poche ore dalle fatali riunioni decisive.
Di Giancalo Leone, cavalla non di razza della scuderia Gianni Letta - come hanno scritto i giornali- non c'è più traccia di partecipazione al prossimo Gran premio di trotto Rai.
Anche Mieli sembra fuori gioco, ma per ragioni opposte: la sua impossibile e complessa sostituzione su tutte le reti dove ogni giorno si affaccia, ed anche alla presidenza RCS libri, rende la sua candidatura improponibile.
Mentana, s'è chiamato fuori, ed ha fatto bene per andare contro la tendenza di oggi secondo la quale se uno fa bene un lavoro (giornalista) deve necessariamente far bene qualunque cosa.
Baratta, di lui non si sa ancora, sta per scadere il suo mandato - terzo o quarto ma non basta - alla Biennale e subito lo si vuole infilare da qualche altra parte. Ma non può andare a riposo?
Come speriamo tramonti definitivamente la candidatura di Fuortes. Ha fatto bene all'Auditorium, da dove non è ancor andato via; sta facendo un lavoro, abbastanza duro, ma di cui non conosciamo gli esiti finali, all'Opera di Roma, perchè ora lo si vorrebbe mandare in Rai? Solo perchè non si hanno altri nomi disponibili nel PD attuale a corto di risorse umane?
Si parla anche di Sorgi, e non è la prima volta, e s'è pure detto della Maggioni, la miracolata Rai, da alcuni soprannominata 'gatta morta' ma con sorcio sempre in bocca. L'hanno messa a capo di Rai News 24, un esercito con mezzi extra large, ma Sky Tg 24 ha qualcosa da invidiare alla corazzata di Rai News 24? No , affatto, la Varetto, altro nome spropositatamente circolato per la Rai , fa molto meglio di Lei.
In seconda battuta si parla dei componenti del CDA Rai, nel quale quasi sicuramente entrerà Freccero. Altro errore madornale. Freccero vuole fare il direttore di rete, il consigliere lo fa già urlando ogni giorno da ogni trasmissione Rai e di altri canali. Qualunque decisione venga posta al CDA lui avrà sempre da ridire sull'operato dei direttori, che è esattamente ciò che vorrebbe tornare a fare in Rai, Non si può imporre a Freccero di fare nel CDA quel che (non ) hanno fatto sia Colombo che Tobagi, e cioè qualche protesta 'di sinistra', e poi una intervista ad inizio ed una a fine mandato.
Insomma in Rai non si cambia passo, e si persevera nell'errore, che è semplicemente diabolico, come insegna l'esperienza.
Per ora si dà per certo, che Antonio, che finora 'campo dall'orto, comincerà a campare anche dalla Rai. Il nome del nuovo direttore generale sarà l'ex inventore di MTV, amministratore pare avveduto ma anche attento al prodotto. Vedremo. spetterà a lui, quando la nuova legge sarà varata, avere pieni poteri, simili a quelli di un amministratore delegato che autorizza spese anche considerevoli e nomina direttori di reti e telegiornali. Un vero capo azienda. per il quale si deve pensare ad un compenso adeguato. Non si può pensare che a lui, a capo di 13.000 dipendenti, con bilancio intorno ai tre miliardi, vada lo stesso compenso del sovrintendente dell'Accademia di S.Cecilia che di dipendenti ne ha neanche 300 ed un bilancio di qualche decina di milioni. Insomma Campo Dall'Orto non può guadagnare 240.000 Euro come Michele dall'Ongaro.
Il ruolo del presidente , invece, 'di garanzia', resta ancora in bilico, a poche ore dalle fatali riunioni decisive.
Di Giancalo Leone, cavalla non di razza della scuderia Gianni Letta - come hanno scritto i giornali- non c'è più traccia di partecipazione al prossimo Gran premio di trotto Rai.
Anche Mieli sembra fuori gioco, ma per ragioni opposte: la sua impossibile e complessa sostituzione su tutte le reti dove ogni giorno si affaccia, ed anche alla presidenza RCS libri, rende la sua candidatura improponibile.
Mentana, s'è chiamato fuori, ed ha fatto bene per andare contro la tendenza di oggi secondo la quale se uno fa bene un lavoro (giornalista) deve necessariamente far bene qualunque cosa.
Baratta, di lui non si sa ancora, sta per scadere il suo mandato - terzo o quarto ma non basta - alla Biennale e subito lo si vuole infilare da qualche altra parte. Ma non può andare a riposo?
Come speriamo tramonti definitivamente la candidatura di Fuortes. Ha fatto bene all'Auditorium, da dove non è ancor andato via; sta facendo un lavoro, abbastanza duro, ma di cui non conosciamo gli esiti finali, all'Opera di Roma, perchè ora lo si vorrebbe mandare in Rai? Solo perchè non si hanno altri nomi disponibili nel PD attuale a corto di risorse umane?
Si parla anche di Sorgi, e non è la prima volta, e s'è pure detto della Maggioni, la miracolata Rai, da alcuni soprannominata 'gatta morta' ma con sorcio sempre in bocca. L'hanno messa a capo di Rai News 24, un esercito con mezzi extra large, ma Sky Tg 24 ha qualcosa da invidiare alla corazzata di Rai News 24? No , affatto, la Varetto, altro nome spropositatamente circolato per la Rai , fa molto meglio di Lei.
In seconda battuta si parla dei componenti del CDA Rai, nel quale quasi sicuramente entrerà Freccero. Altro errore madornale. Freccero vuole fare il direttore di rete, il consigliere lo fa già urlando ogni giorno da ogni trasmissione Rai e di altri canali. Qualunque decisione venga posta al CDA lui avrà sempre da ridire sull'operato dei direttori, che è esattamente ciò che vorrebbe tornare a fare in Rai, Non si può imporre a Freccero di fare nel CDA quel che (non ) hanno fatto sia Colombo che Tobagi, e cioè qualche protesta 'di sinistra', e poi una intervista ad inizio ed una a fine mandato.
Insomma in Rai non si cambia passo, e si persevera nell'errore, che è semplicemente diabolico, come insegna l'esperienza.
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martedì 7 gennaio 2014
La musica in tv. All'Opera! deve tornare
Certo che non bisogna inseguire l’audience ad ogni costo. Ma
neanche fregarsene del tutto. Anche nella tv pubblica. Oppure tirarla in ballo quando non si vuol
dare via libera ad una trasmissione, e dimenticarla quando nonostante reiterati
flop, si continua a tenere in palinsesto certe trasmissioni, in attesa di
‘fidelizzare’ il pubblico!
Se restringiamo
l’indagine all’ambito musicale, l’appello all’audience è il ritornello opposto
a qualunque proposta. Dicono i dirigenti che queste trasmissioni nessuno le
vede – e in qualche caso dicono il vero; ma si dà il caso che, di contro, non
si toccano trasmissione che vanno in onda da anni, nonostante che nessuno le
veda.
Lasciamo da parte RAI
5, la rete che dirigenti dell’uno e l’altro schieramento – favorevoli e
contrari - tirano in ballo, quando si parla di ‘cultura’, perché i dati sono
sconfortanti. Qualche esempio, dai palinsesti degli ultimi mesi. ‘I Due
Foscari’, hanno avuto uno share di 0,56%, con 44.000 telespettatori; ‘Petruska’,
uno share che di media fa lo 0,18% con
25.000 telespettatori circa. Una débacle. Perché allora non chiuderla e
risparmiare?
E RAI 3? Resiste da
anni ‘Prima della Prima’, stessa curatrice, stessa formula, molto gradita da
telespettatori chic: lo share di una delle ultime puntate è stato dello 0,52,
con 82.000 telespettatori. Non fermiamoci alla meno vista. C’è da due anni una
trasmissione abbastanza curata, ‘Sostiene Bollani’, che ha come mattatore il
noto pianista. ‘Sostiene Bollani’ ha uno share medio poco sopra il 3%, con una
media di telespettatori intorno ai 500.000. E’ già qualcosa. E una ‘prima
serata’, anzi una serata intera, giovedì 10 ottobre, per l’anniversario della
nascita di Giuseppe Verdi, introdotta da Mieli e seguita da un lungo documentario
sul musicista, realizzato da Maite Carpio, ha avuto uno share del 4,3%, con
1.128.000 telespettatori
Ciò dovrebbe far
concludere ai dirigenti RAI come, avendo cancellato dalla memoria dei nostri
cittadini ogni traccia musicale del nostro glorioso passato, melodramma in
primis, sia assurdo insistere con trasmissioni che, invece, presumerebbero una
conoscenza di base del melodramma medesimo.
E allora che si fa? Ecco una proposta: tornare all’antico,
secondo l’esortazione di Giuseppe Verdi. Per sei anni consecutivi, dal 1999 al
2004, RAI 1 ha trasmesso ‘All’Opera!’, una
bella trasmissione con Antonio
Lubrano, che aveva il pregio di far ascoltare l’opera prescelta, attraverso i
momenti musicali salienti, lasciando al narratore/affabulatore, il racconto degli
eventi ( uno dei pochi casi in cui questa orrenda parola ha senso) fra l’uno e l’altro ascolto. Un’opera, formato TV per formula e tempi.
Quella trasmissione aveva uno share tra
l’ 8% e il 12%, con punte del 13% e 14%. Per capirci. ‘La Traviata a Parigi’,
targata Andermann, quando venne trasmessa su Rai 1, tutta in una volta, fece
poco più di 700.000 telespettatori; l’indomani, ‘L’elisir d’amore’, della serie
‘All’Opera!, oltre 900.000. Capito? share e telespettatori da far invidia a
qualunque trasmissione, anche politica, delle tante, spuntate come funghi nelle
ultime stagioni e che nessuno vede nella misura che ci si attendeva. E Allora?
A dieci anni esatti dall’ultima serie, che si aspetta a rimetterla in
palinsesto?
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