Una notizia degli ultimi giorni, una notizia bomba. Si pensava, fino a qualche anno fa, che oltre la soglia dei 3 metri il pianoforte ' a coda' non potesse allungarsi - tutti i modelli 'da concerto' di tutte le più grandi case costruttrici sono lunghi più o meno da 2.75 a 2.80. Oltre per due secoli circa non si è mai andati. Pigrizia o impossibilità concreta di raggiungere migliori risultati nella qualità e potenza del suono, per adeguare lo strumento alle sale sempre più grandi del mondo? Ambedue le ragioni, senza togliere nulla al fatto che fra Otto e Novecento il pianoforte, pur essendo fra gli strumenti il più giovane, è quello che ha subito più modifiche migliorative, passo dopo passo, con brevetti più o meno eclatanti o appariscenti che ne hanno fatto il re degli strumenti. I traguardi raggiunti dalle grandi case costruttrici, da Steinway a Yamaha, sembravano soddisfare il mercato fattosi sempre più ricco sia per gli strumenti di uso domestico ( l'Estremo Oriente con i suoi milioni di studenti di pianoforte di tutte le età, è stata la vera più recente risorsa per l'industria pianistica) che per quelli da concerto.
Ma non in Italia, dove un artigiano diplomato in pianoforte, il più giocane di una famiglia di industriali del legno, decide di sfidare i grandi mostri del mercato e dell'industria mondiale del pianoforte: Paolo Fazioli. Apre a Sacile una 'fabbrichetta' e comincia, nella genera,e diffidenza, a produrre pianoforti di qualità 'artigianale'.
Noi lo consociamo bene perchè agli albori di 'Fazioli pianoforti' dirigevamo una delle più importanti riviste di musica, dedicata al pianoforte, anche come strumento, al punto da pubblicare mensilmente, nelle ultime pagine della rivista una specie di 'quattroruote' del pianoforte, con l'elenco di tutti i modelli in commercio, compresi i cosiddetti 'verticali' con le loro dimensioni e relativi prezzi. Giorno dopo giorno, anno dopo anno Fazioli s'è fatto un nome ed oggi la sua produzione si è di molto ampliata come anche il mercato, sia italiano che estero, dove soprattutto Fazioli vende i suoi strumenti.
Di modelli particolari egli ne ha costruiti nel tempo. Molti anni fa ne costruì uno destinato alla residenza londinese di un ricco sultano ( Brunei?) arricchito con pietre dure, semipreziose, e legni pregiati.
Una volta affermatosi, Paolo Fazioli tentò la strada dell'innovazione. costruì il modello più lungo al mondo: 3.08, nel quale ha intodotto un quarto pedale che serve ad ridurre ulteriormente il suono, senza mutarne il timbro. Per la prima volta era stato infranto il muro dei tre metri e superato di gran lunga il muro dei 2.80 che ha resistito per quasi due secoli.
Le innovazioni successive sono avvenite nel segno dell'elettronica. Bosendorfer ha costruito un modello che era la riproduzione del pianoforte 'meccanico' dell'Otto-Novecento, quello che veniva azionato da rulli perforati, ma con il ventre 'elettronico'. pianoforte più calcolatore, i cui usi e pregi specie in sala di registrazione o in aule scolastiche di conservatori, accademie ed università, anche lontane migliaia di chilometri l'una dall'altra ma collegabili, furono subito evidenti. E basta.
In verità Bosendorfer verso la fine dell'Ottocento, 1874, aveva costruito un singolare modello di pianoforte, il cosiddetto Piano-pedalier' - uno strumento con pedaliera alla maniera dell'organo - che ebbe una gran bella musica ( limitata nella quantità) ma zero fortuna, tanto da uscire di produzione.
In questo solco tracciato, ma poi abbandonato da Bosendorfer, si sono inseriti, negli ultimi anni due produttori-artigiani italiani: Luigi Borgato che ha costruito il 'Doppio Borgato' già una quindicina di anni fa- in realtà due pianoforti uno sopra l'altro e quello di sotto azionato da una pedaliera; e Guido Pinchi che nella sua fabbrica artigiana specializzata negli organi, ha costruito un altro modello di 'piano pedalier' , chiamato 'Pinchi Pedalpiano' con u brevetto speciale che ha il vantaggio rispetto al modello di Borgato di poter essere applicato sotto qualunque pianoforte a coda. E pare che per questo pianoforte che avrebbe la configurazione esteriore di organo (senza canne) ma la possibilità, a differenza dell'organo) di vantare l'espressività di uno anzi due pianoforti autonomi, suonati dallo stesso esecutore alcuni compositori stiano scrivendo musica apposita.
Quanto a prezzi, mentre il modelli 'a coda' al top della gamma delle più importanti case costruttrici si aggirano introno a 150.000-160.000 Euro, questi modelli molto particolari costano più o mneo il doppio- e pesano anche il doppio: oltre 1200 Kg.
Borgato ora si è spinto oltre, allungando ancora di più il pianoforte, che ha portato alla misura record di 3 metri e 33 centimetri, ed anche la prezzo record di 330.000 Euro circa.
Sia chiaro che allungare il pianoforte, nel tempo, di oltre 50 centimetri non vuol dire soltanto allungare i singoli componenti. Troppo semplice. Vanno rifatti i calcoli di ogni componente specie di quelli di produzione ed amplificazione del suono ecc...
E adesso quale altra novità, certamente non nella direzione di un ulteriore allungamento, c'è da attendersi per i prossimi anni, oltre naturalmente a buona musica e bravi pianisti? Ai posteri lpardua sentenza
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domenica 27 agosto 2017
domenica 7 maggio 2017
Una storia del pianoforte di Piero Rattalino 'NUOVA', identica alla 'VECCHIA'
Dopo trentacinque anni dalla prima edizione. Piero Rattalino - l'uomo che più di ogni altro conosce vita e miracoli ( la morte , eventuale, è ancora lontana, non c'è riuscita a gettarlo nella fossa neanche la prodigiosa elettronica) del pianoforte dei suoi sacerdoti o atleti - come sarebbe più giusto chiamare i pianisti dell'ultimissima generazione - e della musica pianistica, senza la quale quell'enorme nero elefante - come giustamente l'ha definito qualcuno - non avrebbe riscosso tanto interesse nei tre secoli di vita; Rattalino, dicevamo, licenzia una nuova edizione della sua 'Storia del pianoforte', del tutto identica alla vecchia, salvo che per la trentina di pagine aggiunte come una sorta di postfazione o di aggiornamento che nulla di sostanzialmente diverso e significativo dalla vecchia edizione ci raccontano.
E già che dopo aver scritto la storia del pianoforte ed un'altra decina circa di volumi dedicati sempre all'amato strmento, Rattalino avrebbe potuto mischiare le carte della sua conoscenza, illimitata come illimitata, quasi eterna, è la sua presenza nella vita musicale italiana, e darci ancora una storia del pianoforte con diversa prospettiva.
Della sua straordinaria capacità di conoscenza del pianoforte, con annessi e connessi, noi stessi siamo stati testimoni, negli anni in cui lo avemmo preziosissimo e puntuale collaboratore della nostra rivista 'Piano Time', per la quale soltanto ha scritto - negli anni di nostra direzione - un centinaio di articoli circa, la cui sostanza ha ripreso dai suoi studi e libri precedenti, oltre che da fatti di attualità, o ha riversato in studi e libri successivi.
La postfazione aggiunta alla vecchia edizione per farla diventare nuova, viene a dirci che negli ultimi trent'anni il pianoforte non ha subito nessuna considerevole variazione - diciamo che la stessa cosa vale per gli ultimi cento anni, nel corso dei quali salvo alcuni brevetti di non grandissimo peso, lo strumento è rimasto quello che era diventato nell'Ottocento, e cioè lo strumento da concerto per eccellenza.
Non sappiamo, perchè non abbiamo ancora avuto il tempo di leggerla questa postfazione, se Rattalino ha citato, anche una semplice citazione, l'unico fatto davvero nuovo nella storia dello strumento, e cioè l'affacciarsi sul mercato di un nuovo marchio, italiano per giunta, e cioè Fazioli, in grado di contendere fette di mercato di eccellenza ai grandi marchi storici sia europei che dell'Estremo Oriente.
Per la musica pianistica Rattalino arriva a Cage, Stockhausen e Boulez, e non va più avanti, dimenticando forse che Salvatore Sciarrino ha un catalogo pianistico di tutto rispetto, più ricco ormai di quello di qualunque altro compositore di oggi, Glass compreso, che certamente nel pianoforte non può dirsi abbia dato il meglio (e Glass oggi ha già ottant'anni, mentre Sciarrino ne ha appena compiuti settanta).
Andiamo a memoria. Speriamo non abbia dimenticato di citare anche Berio e Donatoni, quest'utimo con la sua monumentale raccolta delle 'Francoise-Variationen', il cui seme fu messo a dimora, prima di generare la pianta e poi l'albero gigante, proprio nelle pagine di Piano Time. ( Permetteteci, con orgoglio, di ricordare che quel seme reca - nelle note - quelle ricavate, secondo la notazione alfabetica, dal nome 'Francoise', e dal nostro cognome ' Acquafredda', perchè voleva rappresentava un graditissimo dono alla sua amica, nello stesso tempo richiesto da noi per la rubrica 'fogli d'album' di 'Piano Time').
Rattalino non dimentica - come potrebbe - citare la nuova stella cinese, Lang Lang, che rappresenta un fenomeno mondiale, come nessun altro era stato prima di lui. Rattalino cita anche Kissin - che sembra dopo esordi fulgidi, essersi un pò eclissato, rilevando nell'uno come nell'altro scelte di repertorio, di non sola alta difficoltà tecnica, tendenti al sentimentale.
E già che dopo aver scritto la storia del pianoforte ed un'altra decina circa di volumi dedicati sempre all'amato strmento, Rattalino avrebbe potuto mischiare le carte della sua conoscenza, illimitata come illimitata, quasi eterna, è la sua presenza nella vita musicale italiana, e darci ancora una storia del pianoforte con diversa prospettiva.
Della sua straordinaria capacità di conoscenza del pianoforte, con annessi e connessi, noi stessi siamo stati testimoni, negli anni in cui lo avemmo preziosissimo e puntuale collaboratore della nostra rivista 'Piano Time', per la quale soltanto ha scritto - negli anni di nostra direzione - un centinaio di articoli circa, la cui sostanza ha ripreso dai suoi studi e libri precedenti, oltre che da fatti di attualità, o ha riversato in studi e libri successivi.
La postfazione aggiunta alla vecchia edizione per farla diventare nuova, viene a dirci che negli ultimi trent'anni il pianoforte non ha subito nessuna considerevole variazione - diciamo che la stessa cosa vale per gli ultimi cento anni, nel corso dei quali salvo alcuni brevetti di non grandissimo peso, lo strumento è rimasto quello che era diventato nell'Ottocento, e cioè lo strumento da concerto per eccellenza.
Non sappiamo, perchè non abbiamo ancora avuto il tempo di leggerla questa postfazione, se Rattalino ha citato, anche una semplice citazione, l'unico fatto davvero nuovo nella storia dello strumento, e cioè l'affacciarsi sul mercato di un nuovo marchio, italiano per giunta, e cioè Fazioli, in grado di contendere fette di mercato di eccellenza ai grandi marchi storici sia europei che dell'Estremo Oriente.
Per la musica pianistica Rattalino arriva a Cage, Stockhausen e Boulez, e non va più avanti, dimenticando forse che Salvatore Sciarrino ha un catalogo pianistico di tutto rispetto, più ricco ormai di quello di qualunque altro compositore di oggi, Glass compreso, che certamente nel pianoforte non può dirsi abbia dato il meglio (e Glass oggi ha già ottant'anni, mentre Sciarrino ne ha appena compiuti settanta).
Andiamo a memoria. Speriamo non abbia dimenticato di citare anche Berio e Donatoni, quest'utimo con la sua monumentale raccolta delle 'Francoise-Variationen', il cui seme fu messo a dimora, prima di generare la pianta e poi l'albero gigante, proprio nelle pagine di Piano Time. ( Permetteteci, con orgoglio, di ricordare che quel seme reca - nelle note - quelle ricavate, secondo la notazione alfabetica, dal nome 'Francoise', e dal nostro cognome ' Acquafredda', perchè voleva rappresentava un graditissimo dono alla sua amica, nello stesso tempo richiesto da noi per la rubrica 'fogli d'album' di 'Piano Time').
Rattalino non dimentica - come potrebbe - citare la nuova stella cinese, Lang Lang, che rappresenta un fenomeno mondiale, come nessun altro era stato prima di lui. Rattalino cita anche Kissin - che sembra dopo esordi fulgidi, essersi un pò eclissato, rilevando nell'uno come nell'altro scelte di repertorio, di non sola alta difficoltà tecnica, tendenti al sentimentale.
mercoledì 1 giugno 2016
Concerto dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai al Quirinale, con un programma fuori luogo. il pianoforte era Fazioli
Quanto ad inopportunità, il programma del Concerto dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai di retta da James Conlon, confezionato dal suo attuale direttore artistico, Cesare Mazzonis, e che Rai 1 sta trasmettendo in questi minuti dal Quirinale, in occasione della festa della Repubblica, se anche non supererà uno di qualche anno fa, diretto da Gianluigi Gelmetti, nel quale veniva eseguita, previa pratica degli scongiuri da parte dei presenti nel cortile del palazzo presidenziale, anche la raveliana Pavane pour une infant défunte - non proprio di buon auspicio per una Repubblica in fondo ancora giovane - certamente non è da meno, quanto ad inopportunità.
Nella seconda parte s'è scelto di eseguire il Triplo Concerto di Beethoven, chiamando a collaborare con l'Orchestra tre generazioni di notissimi musicisti italiani( Accardo,Brunello,Rana) aggiungendo un elemento di interesse maggiore al notissimo concerto beethoveniano; ma nella prima, dedicata esclusivamente a Giuseppe Verdi, Mazzonis ha optato per tre brani da sue opere, del tutto o quasi sconosciute sia al pubblico televisivo che agli ospiti del Presidente Mattarella, mentre data la circostanza delle festa 'popolare' della Repubblica, ad altri avrebbe potuto pensare.
Ha scelto brani da La battaglia di Legnano, Macbeth e Luisa Miller. E viene da chiedersi perchè non Nabucco, Rigoletto, Forza del destino - tanto per citare qualche titolo fra i più popolari - e perchè non anche una bella sinfonia di Rossini che sprigiona vitalità e mette buon sangue nelle vene?
Mazzonis, se interpellato, potrebbe rispondere seccamente: perchè il programma lo faccio io e non altri. Giusta risposta. Alla quale chiunque potrebbe replicare: ma è evidente che Lei, caro Mazzonis, non ha saputo confezionare un programma adatto alla circostanza. Proprio così, senza scusanti.
E' ricorso a brani non noti, per un concerto - ripetiamolo - popolare, non rivolto al pubblico di un teatro o di una istituzione sinfonica nelle normali stagioni - e trasmesso anche in tv. Mazzonis ha voluto impartire attraverso il programma di un concerto popolare, una lezione pratica di musicologia che nessuno è disposto ad ascoltare, oltretutto inopportuna in questa occasione.
Noi, che vantiamo una lunga esperienza di discussioni con i vertici del Teatro La Fenice con i quali ogni anno, per incarico della Rai, abbiamo dovuto concertare il programma del Concerto di Capodanno, su Rai 1, possiamo ora confessare che se quel concerto ha mantenuto negli anni indici di ascolto altissimi, con un pubblico televisivo al di sopra dei 4 milioni (almeno fino a quando ce ne siamo occupati), ciò è potuto accadere perchè, dopo animatissime discussioni, siamo riusciti a conservare al concerto veneziano, il 'tono' popolare di un concerto in giorno di festa.
Di italiano al concerto c'era anche il pianoforte che era un gran coda Fazioli. Il suo artefice, l'ing. Paolo Fazioli, è stato nominato Cavaliere del Lavoro.
P.S. IL concerto ha avuto uno share di poco sopra l'8%, ed una media di telespettatori intorno aile 900.000 unità.
Da registrare, infine , sul Corriere di oggi, la promozione a pieni voti sia del Concerto dal Quirinale, definito 'sobrio', che sul programma.
Nella seconda parte s'è scelto di eseguire il Triplo Concerto di Beethoven, chiamando a collaborare con l'Orchestra tre generazioni di notissimi musicisti italiani( Accardo,Brunello,Rana) aggiungendo un elemento di interesse maggiore al notissimo concerto beethoveniano; ma nella prima, dedicata esclusivamente a Giuseppe Verdi, Mazzonis ha optato per tre brani da sue opere, del tutto o quasi sconosciute sia al pubblico televisivo che agli ospiti del Presidente Mattarella, mentre data la circostanza delle festa 'popolare' della Repubblica, ad altri avrebbe potuto pensare.
Ha scelto brani da La battaglia di Legnano, Macbeth e Luisa Miller. E viene da chiedersi perchè non Nabucco, Rigoletto, Forza del destino - tanto per citare qualche titolo fra i più popolari - e perchè non anche una bella sinfonia di Rossini che sprigiona vitalità e mette buon sangue nelle vene?
Mazzonis, se interpellato, potrebbe rispondere seccamente: perchè il programma lo faccio io e non altri. Giusta risposta. Alla quale chiunque potrebbe replicare: ma è evidente che Lei, caro Mazzonis, non ha saputo confezionare un programma adatto alla circostanza. Proprio così, senza scusanti.
E' ricorso a brani non noti, per un concerto - ripetiamolo - popolare, non rivolto al pubblico di un teatro o di una istituzione sinfonica nelle normali stagioni - e trasmesso anche in tv. Mazzonis ha voluto impartire attraverso il programma di un concerto popolare, una lezione pratica di musicologia che nessuno è disposto ad ascoltare, oltretutto inopportuna in questa occasione.
Noi, che vantiamo una lunga esperienza di discussioni con i vertici del Teatro La Fenice con i quali ogni anno, per incarico della Rai, abbiamo dovuto concertare il programma del Concerto di Capodanno, su Rai 1, possiamo ora confessare che se quel concerto ha mantenuto negli anni indici di ascolto altissimi, con un pubblico televisivo al di sopra dei 4 milioni (almeno fino a quando ce ne siamo occupati), ciò è potuto accadere perchè, dopo animatissime discussioni, siamo riusciti a conservare al concerto veneziano, il 'tono' popolare di un concerto in giorno di festa.
Di italiano al concerto c'era anche il pianoforte che era un gran coda Fazioli. Il suo artefice, l'ing. Paolo Fazioli, è stato nominato Cavaliere del Lavoro.
P.S. IL concerto ha avuto uno share di poco sopra l'8%, ed una media di telespettatori intorno aile 900.000 unità.
Da registrare, infine , sul Corriere di oggi, la promozione a pieni voti sia del Concerto dal Quirinale, definito 'sobrio', che sul programma.
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giovedì 17 dicembre 2015
Strumenti musicali in stazioni ed aeroporti:per sgranchirsi le dita !!!
Pianoforti 'a coda' e 'verticali' dislocati nelle stazioni ferroviarie italiane e in alcuni aeroporti. Per Roma, a Fiumicino ed alla Tiburtina, stazione del circuito 'grandi stazioni' che sembra un deserto per giunta sporco - per non dire di Stazione Termini, dove ad andarci da soli e di notte o sera tardi c'è da aver paura, perché si è trasformata in un punto di raccolta di disgraziati e sbandati, di ubriachi o anche drogati
Ora si vorrebbe con l'iniziativa 'Santa Cecilia al volo' ( Santa Cecilia nel senso di 'musica') - così è stata chiamata dalla storica Accademia romana di Santa Cecilia l'iniziativa inaugurata nientemeno che da Pappano, proveniente da Londra, appena sbarcato al Terminal 1 del 'Leonardo da Vinci', che ha suonato BRAHMS e MONTI su un lussuoso pianoforte a coda FAZIOLI ( un importante quotidiano ha titolato: Pappano sulle arie di Brahms; in realtà in quei luoghi aperti di aria ce ne'è fin troppa, Brahms meno!), e che proseguirà nei prossimi mesi facendo sedere davanti a quei pianoforti giovani 'talenti', per volontà e magnanimità della medesima Accademia romana - far scorrere nuovo sangue, più ossigenato, nelle vene degli esangui ed anemici frequentatori di teatri e sale da concerto, in dispersione secondo i reggitori dell'Accademia. Con tale iniziativa ed altre consimili, si vorrebbe 'adescare' nuovo pubblico, andandolo a pescare anche nelle stazioni ferroviarie ed aeroportuali, dove ne passa tantissimo, per deportarlo nei luoghi deputati all'ascolto musicale, con quale lusinga non è chiaro.
Chi viaggia per andare a sentire concerti o a vedere opere, sicuramente non condividerà tale iniziativa, anzi ne sarà infastidito, dal veder bistrattata in tale modo, dagli stessi musicisti professionisti, la loro musa. Chi, invece, viaggia per affari o divertimento, mai e poi mai modificherà il suo piano di viaggio vedendo suonare gente di ogni risma, anche strimpellatori senza vergogna.
E allora? Allora - come abbiamo letto in una delle esilaranti cronache, però plaudenti, dell'iniziativa ceciliana, quegli strumenti serviranno, a chi lo vorrà , a SGRANCHIRSI LE DITA!
Ma uno le dita non potrebbe sgranchirsele in altro luogo e, soprattutto, in ben altro modo?
Ora si vorrebbe con l'iniziativa 'Santa Cecilia al volo' ( Santa Cecilia nel senso di 'musica') - così è stata chiamata dalla storica Accademia romana di Santa Cecilia l'iniziativa inaugurata nientemeno che da Pappano, proveniente da Londra, appena sbarcato al Terminal 1 del 'Leonardo da Vinci', che ha suonato BRAHMS e MONTI su un lussuoso pianoforte a coda FAZIOLI ( un importante quotidiano ha titolato: Pappano sulle arie di Brahms; in realtà in quei luoghi aperti di aria ce ne'è fin troppa, Brahms meno!), e che proseguirà nei prossimi mesi facendo sedere davanti a quei pianoforti giovani 'talenti', per volontà e magnanimità della medesima Accademia romana - far scorrere nuovo sangue, più ossigenato, nelle vene degli esangui ed anemici frequentatori di teatri e sale da concerto, in dispersione secondo i reggitori dell'Accademia. Con tale iniziativa ed altre consimili, si vorrebbe 'adescare' nuovo pubblico, andandolo a pescare anche nelle stazioni ferroviarie ed aeroportuali, dove ne passa tantissimo, per deportarlo nei luoghi deputati all'ascolto musicale, con quale lusinga non è chiaro.
Chi viaggia per andare a sentire concerti o a vedere opere, sicuramente non condividerà tale iniziativa, anzi ne sarà infastidito, dal veder bistrattata in tale modo, dagli stessi musicisti professionisti, la loro musa. Chi, invece, viaggia per affari o divertimento, mai e poi mai modificherà il suo piano di viaggio vedendo suonare gente di ogni risma, anche strimpellatori senza vergogna.
E allora? Allora - come abbiamo letto in una delle esilaranti cronache, però plaudenti, dell'iniziativa ceciliana, quegli strumenti serviranno, a chi lo vorrà , a SGRANCHIRSI LE DITA!
Ma uno le dita non potrebbe sgranchirsele in altro luogo e, soprattutto, in ben altro modo?
mercoledì 16 dicembre 2015
Santa Cecilia al volo. All'Aeroporto romano di Fiumicino
Importata dall'Inghilterra, nazione di ben altra tradizione musicale rispetto all'Italia, giunge nelle nostre stazioni ferroviarie e negli aeroporti la consuetudine - meglio: la moda - di piazzarvi un pianoforte ( talora, come nel caso di Fiumicino, anche strumenti di pregio, come i Fazioli) per offrire ai viaggiatori, solitamente fuori di sè per i continui disservizi, una occasione di divertimento, o di semplice impiego del tempo, un passatempo gratuito a quelli che hanno più faccia tosta e sono affetti da mania di esibizionismo. soprattutto a questi.
Un pianoforte, solitamente verticale con seggiolino in dotazione, fissato con catene al pianoforte che invita a sedersi ed a strimpellare, salvo il caso in cui qualcuno, che il pianoforte lo sa suonare, non si decida a mostrare a tutti come si fa.
Al punto che perfino la storica Accademia di Santa Cecilia, invia, per oggi, al Terminal 1 di Fiumicino, nientemeno che il suo direttore musicale Antonio Pappano accompagnato dalla 'spalla' della sua orchestra, Parazzoli, i quali suoneranno Brahms per la delizia di coloro che entrano ed escono dai negozi, o fanno la fila smadonnando per il controllo passaporti o che magari dicono fra sè e sè, anche qui ci dovevate rompere con questa musica?
Santa Cecilia non voleva essere da meno della Scala che in autunno ha portato a Malpensa L'elisir d'amore' di Donizetti diretta da Fabio Luisi, i cui costi forse ha sostenuto qualche sponsor (Mapei di Squinzi) ma i cui effetti sulla vita musicale del paese nessuno ha potuto verificare né calcolare.
Gli stranieri che vengono in Italia vanno a sentire l'opera in teatro e non in aeroporto e gli italiani -compresi Pereira, che con Squinzi e rispettive consorti sedevano ai tavoli di un bar dell'aerostazione, a bere drink e spizzicare salatini e tortillas al pomodoro - si saranno chiesti. ma chi sono questi matti ed hanno tirato dritto.
Sarebbe bello sapere cosa l'Accademia di Santa Cecilia spera di ricavare da queste iniziative senza senso, oltre quello di ingraziarsi le società 'Grandi stazioni' e ADR dell'aeroporto, che siedono - forse- nel CDI della Fondazione. Per il resto verrebbe da domandare ai dirigenti dell'Accademia perché richiedono il massimo silenzio durante i concerti e perchè combattono con tutte le forze la concezione per cui la musica è sottofondo o mezzo di intrattenimento.
Un pianoforte, solitamente verticale con seggiolino in dotazione, fissato con catene al pianoforte che invita a sedersi ed a strimpellare, salvo il caso in cui qualcuno, che il pianoforte lo sa suonare, non si decida a mostrare a tutti come si fa.
Al punto che perfino la storica Accademia di Santa Cecilia, invia, per oggi, al Terminal 1 di Fiumicino, nientemeno che il suo direttore musicale Antonio Pappano accompagnato dalla 'spalla' della sua orchestra, Parazzoli, i quali suoneranno Brahms per la delizia di coloro che entrano ed escono dai negozi, o fanno la fila smadonnando per il controllo passaporti o che magari dicono fra sè e sè, anche qui ci dovevate rompere con questa musica?
Santa Cecilia non voleva essere da meno della Scala che in autunno ha portato a Malpensa L'elisir d'amore' di Donizetti diretta da Fabio Luisi, i cui costi forse ha sostenuto qualche sponsor (Mapei di Squinzi) ma i cui effetti sulla vita musicale del paese nessuno ha potuto verificare né calcolare.
Gli stranieri che vengono in Italia vanno a sentire l'opera in teatro e non in aeroporto e gli italiani -compresi Pereira, che con Squinzi e rispettive consorti sedevano ai tavoli di un bar dell'aerostazione, a bere drink e spizzicare salatini e tortillas al pomodoro - si saranno chiesti. ma chi sono questi matti ed hanno tirato dritto.
Sarebbe bello sapere cosa l'Accademia di Santa Cecilia spera di ricavare da queste iniziative senza senso, oltre quello di ingraziarsi le società 'Grandi stazioni' e ADR dell'aeroporto, che siedono - forse- nel CDI della Fondazione. Per il resto verrebbe da domandare ai dirigenti dell'Accademia perché richiedono il massimo silenzio durante i concerti e perchè combattono con tutte le forze la concezione per cui la musica è sottofondo o mezzo di intrattenimento.
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venerdì 16 agosto 2013
Uno sfascianazioni compra Steinway. Il mostro dal cuore umano?
La notizia fa il giro del mondo in poco tempo in questo strano agosto 2013: lo storico marchio di pianoforti Steinway (New York-Amburgo) fondato nella prima metà dell'Ottocento da un certo Steinweg ( americanizzato poi in Steinway) è stato acquistato dal finanziare, ' re degli hedge found', John Paulson, per 503 milioni di dollari. Ha un animo gentile, un cuore tanto sensibile, colui che ha fatto la fortuna all'epoca dei grandi scandali finanziari che hanno messo sul lastrico nazioni intere, per comprarsi la storica casa costruttrice di pianoforti che rappresenta ancora oggi il 'suono' dell'Europa musicale? No, ha voluto fare un affare, perché quel marchio s'è ripreso molto presto dalla crisi degli anni passati ed è tornato a guadagnare. Allora perché è stato messo in vendita? semplicemente perchè arriva un momento in cui anche un grande marchio per rispondere alle sfide del mercato globale ha bisogno di fare un salto di qualità, per il quale ha bisogno di soldi che, evidentemente, non ha; ed allora si offre a compratori danarosi, poco importa se hanno distrutto intere nazioni per fra soldi. I soldi si sa, purtroppo non hanno odore o hanno lo stesso odore quale che sia la provenienza.
La storia della famosa casa costruttrice sarebbe stato interessante leggere, perchè è segnata da numerosi brevetti che hanno reso nel tempo, ogni strumento uscito dalle sue fabbriche il re dei pianoforti. ( Quella storia la facemmo raccontare da uno che se ne intende, tanti anni fa, per Piano Time: Piero Rattalino). Adesso dobbiamo accontentarci, anzi indignarci per le sciocchezze che abbiamo letto su giornali illustri . Innanzitutto non ci vuole un anno per costruire un pianoforte, altrimenti Paulson non l'avrebbe comprato, non trattandosi di un affare. E poi, cosa poteva interessare a John Lennon del pianoforte Steinway: per lui uno strumento qualunque bastava, anche per scrivere 'Imagine'. Certo giunto alla notorietà che sappiamo e ricco sfondato, è chiaro che lui voleva suonare su uno Steinway. Modestamente, possiamo rassicurare chiunque che anche un modestissimo pianoforte verticale coreano avrebbe avuto per lui lo stesso risultato. Analogo ragionamento ci viene da fare leggendo una breve intervista al musicista Gualazzi, autore di canzoni, ma non pianista di professione. Certo se i pianoforti Steinway dovessero cambiare, Pollini, Ashkenazy potrebbero risentirsi oggi, come in passato avrebbero potuto fare Rusbinstein, Rachmaninov - certamente non Gould, per quanto avesse un senso del colore spiccato - ed altri grandi P-I-A-N-I-S-T-I, primo fra tutti Benedetti Michelangeli con la cura maniacale del suono che esigeva. La gran parte di quelli interpellati dagli ignoranti giornalai, senza nulla togliere alle loro professionalità di musicisti, neppure se ne accorgerebbero. Senza dire che, nel caso dovesse accadere, ci si può rivolgere al marchio italiano in grandissima ascesa, FAZIOLI.
La storia della famosa casa costruttrice sarebbe stato interessante leggere, perchè è segnata da numerosi brevetti che hanno reso nel tempo, ogni strumento uscito dalle sue fabbriche il re dei pianoforti. ( Quella storia la facemmo raccontare da uno che se ne intende, tanti anni fa, per Piano Time: Piero Rattalino). Adesso dobbiamo accontentarci, anzi indignarci per le sciocchezze che abbiamo letto su giornali illustri . Innanzitutto non ci vuole un anno per costruire un pianoforte, altrimenti Paulson non l'avrebbe comprato, non trattandosi di un affare. E poi, cosa poteva interessare a John Lennon del pianoforte Steinway: per lui uno strumento qualunque bastava, anche per scrivere 'Imagine'. Certo giunto alla notorietà che sappiamo e ricco sfondato, è chiaro che lui voleva suonare su uno Steinway. Modestamente, possiamo rassicurare chiunque che anche un modestissimo pianoforte verticale coreano avrebbe avuto per lui lo stesso risultato. Analogo ragionamento ci viene da fare leggendo una breve intervista al musicista Gualazzi, autore di canzoni, ma non pianista di professione. Certo se i pianoforti Steinway dovessero cambiare, Pollini, Ashkenazy potrebbero risentirsi oggi, come in passato avrebbero potuto fare Rusbinstein, Rachmaninov - certamente non Gould, per quanto avesse un senso del colore spiccato - ed altri grandi P-I-A-N-I-S-T-I, primo fra tutti Benedetti Michelangeli con la cura maniacale del suono che esigeva. La gran parte di quelli interpellati dagli ignoranti giornalai, senza nulla togliere alle loro professionalità di musicisti, neppure se ne accorgerebbero. Senza dire che, nel caso dovesse accadere, ci si può rivolgere al marchio italiano in grandissima ascesa, FAZIOLI.
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