“Non sappiamo che cosa succederà nelle strade se vinceremo” le elezioni in Israele. David Harel, presidente dell’Accademia israeliana delle Scienze e delle Discipline umanistiche, liberale e difensore dei diritti civili, teme che una sconfitta di Netanyahu alle elezioni del 27 ottobre possa sfociare nella guerra civile. Il premier e il suo ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir rifiuterebbero il risultato e alzerebbero i propri sostenitori, spiega a Fanpage.it. Accuse preventive di brogli preparano il terreno.
Harel racconta che, in un incontro riservato, Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am, ha assicurato che l’opposizione ebraica accetterà di collaborare con i partiti arabi se sarà l’unico modo per formare un governo. Le ambiguità in campagna elettorale sarebbero dunque dettate solo dal timore di perdere voti.
Anche se la coalizione di Netanyahu perdesse, avverte l’accademico, la prossima Knesset potrebbe avere più estremisti di destra. Priorità di un nuovo governo: limitare il mandato del premier, riparare le istituzioni attaccate da Netanyahu e “fermare i terroristi ebrei che colpiscono i palestinesi in Cisgiordania col sostegno di Ben-Gvir”.
Scienziato informatico dell’Istituto Weizmann, Harel affianca alla ricerca e all’incarico di presidente dell’Accademia l’impegno contro l’occupazione dei territori palestinesi. Ha sostenuto il riconoscimento dello Stato di Palestina e le sanzioni economiche decise da alcuni Paesi europei – non dall’Italia – contro gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.
Professor Harel, il ministro della Sicurezza Ben-Gvir e i suoi alleati potrebbero rifiutare un’eventuale sconfitta? C'è un rischio di violenza, di guerra civile?
Sì, il rischio c'è. Mi preoccupa cosa potrebbe accadere dopo una nostra eventuale vittoria. Lo scenario peggiore è una guerra civile. Un gradino sotto ci sono il sangue nelle strade, conflitti a fuoco con manifestanti che cercano di occupare, che so, la Corte suprema o la Biblioteca nazionale. Quanto è accaduto al Campidoglio di Washington sembrerà una bazzecola, al confronto. Sarà peggio (il riferimento è all’assalto al Congresso USA del 6 gennaio 2021, ndr). Ma anche se non ci fosse violenza, temo che Netanyahu e i suoi non accettino un risultato negativo. Diranno che sono falsi, che sono stati manipolati. Stanno preparando il terreno. Dalla parte di Netanyahu si sente già dire che la sinistra si prepara a falsificare i risultati elettorali.
Una vittoria netta dell'opposizione potrebbe impedire scenari del genere?
Purtroppo no. Se il margine sarà ampio, avranno una ragione in più per dire che ci sono stati brogli. Non credo proprio che Netanyahu telefonerà a Eisenkot (Gadi Eisenkot, ex Capo di stato maggiore delle forze armate e leader di Yashar, partito contro Netanyahu, ndr) o a Lapid (Yaesh Lapid, leader del partito centrista ed ex primo ministro, ndr) per dire: “avete vinto, ci sarà un passaggio dei poteri ordinato”. Forse Netanyahu vorrà dare l'impressione di accettare il risultato. Ma aizzerà i suoi, e la gente di Ben-Gvir. Ci sarà quello che in ebraico chiamiamo balagan: il caos. Una ragione in più per avere un governo capace e forte.
Lei ha dichiarato che queste elezioni sono “l'ultima occasione”per Israele. Perché?
Quando dico che non ci sarà una seconda possibilità, non intendo che non ci saranno più elezioni. Probabilmente ci saranno, perché Israele continuerà a presentarsi come una democrazia. Ma se vincono Netanyahu e i suoi compari, scomparirà l'Israele che abbiamo sognato, nel quale siamo venuti a vivere e che abbiamo contribuito a costruire. Se vincono loro, non credo che noi liberali potremo vincere altre elezioni fra quattro anni. Se fosse una partita di calcio, saremmo al novantesimo, anzi nei minuti di recupero. Siamo all'ultima occasione.
Cosa resta della democrazia israeliana?
Un Paese con elezioni in gran parte libere ha una qualche forma di democrazia. Ma nei quattro anni di questo governo Netanyahu la separazione fra governo, Knesset e magistratura è stata gradualmente smantellata. Se vincono i cattivi, si avvicinano i giorni in cui non potrò dire quello che dico, scrivere quello che scrivo, andare alle manifestazioni ed esprimere le mie opinioni senza pagarne un prezzo pesante.
Perché molti israeliani, soprattutto tra i giovani, sostengono Ben-Gvir, estremista di destra un tempo considerato da tutti un fuori-casta della politica
Il 7 ottobre ha contribuito. Ben-Gvir è un populista senza freni. Usa parole taglienti. Vuole impiccare i terroristi, annettere i territori occupati, fare del Monte del Tempio una cosa nostra. Senza paragonare gli esiti, Hitler aveva lo stesso tipo di personalità: si alzava, gridava, urlava e conquistava le masse. Persone come Ben-Gvir hanno quel tipo di personalità e di atteggiamento. Oggi c'è chi dice che non possiamo fidarci degli arabi, nemmeno dei medici e degli infermieri che ci curano negli ospedali israeliani. Mi allarma ancora di più il fatto che Netanyahu lo abbia accolto. Ben-Gvir fa il lavoro sporco di Netanyahu. Senza di lui e Smotrich (Bezalel, ministro delle Finanze, leader della formazione del Partito sionista religioso, ndr), forse Netanyahu non avrebbe un governo.
Vista la popolarità di Ben-Gvir e gente simile, anche se Netanyahu perdesse le elezioni nella prossima Knesset ci saranno probabilmente più estremisti di destra.
Può succedere. Ma credo che, se vinciamo stavolta, un buon governo farà ogni sforzo per far risalire il Paese. Vincere non significa che la mattina dopo sarà tutto a posto. I danni non sono facili da riparare. Per alcuni serviranno anni: le leggi, le nomine ai vertici del servizio di sicurezza interno, lo Shabak e di quello esterno, il Mossad: questioni delicate. Per non parlare del necessario cambiamento della mentalità delle persone, e della reputazione di Israele. Non si ribalta tutto in due settimane. Spero che un buon governo ottenga progressi sufficienti a vincere di nuovo tra quattro anni.
Perché l'opposizione ebraica è a dir poco timida sulla possibilità di collaborare con i partiti arabi? Il loro sostegno, anche solo esterno, potrebbe consentirle di governare, se la coalizione Netanyahu non raggiungerà la maggioranza assoluta.
Ho chiesto pubblicamente ai leader dell'opposizione di accogliere i partiti arabi. La Dichiarazione d'indipendenza promette uguaglianza e partecipazione a tutte le istituzioni, anche alla guida del Paese. Capisco il loro ragionamento: non vogliono perdere voti. Ma mi fa male. In un mio discorso recente a discorso volevo dire agli arabi che una persona nella mia posizione sostiene questa collaborazione. L'Accademia è finanziata dal governo ma è indipendente, sotto l'egida del presidente di Israele. È come la Royal Society, di cui sono membro.
Se in campagna elettorale non lo dicono perché lavorare con i partiti arabi può essere impopolare e far perdere voti, dopo le elezioni i partiti ebraici potrebbero farlo?
Qualche mese fa ho ascoltato Mansour Abbas (leader del partito arabo Ra’am, ndr) in un incontro che non è stato reso pubblico. C'erano una cinquantina di persone. Gli chiesero che cosa pensasse dei partiti di opposizione che dicevano di non voler stare al governo con gli arabi. Rispose: “Non vi preoccupate. Dicono quello che dicono, hanno le loro ragioni. Quello che posso assicurarvi è che, se potranno formare un governo soltanto con noi, faranno quella telefonata e collaboreranno con noi. Quindi smettetela di spaccare il capello in quattro su quello che hanno detto oggi, ieri, o diranno domani”.
Che cosa deve fare subito un nuovo governo?
Sostituire il presidente della Knesset, un uomo di Netanyahu, perché guida l'istituzione che approva le leggi (Harel si riferisce a Amir Ohana, del Likud, il partito di destra guidato da Netanyahu, ndr). Limitare a otto anni complessivi il mandato del primo ministro. E, contemporaneamente, colpire i terroristi ebrei in Cisgiordania. Perché non riescono a trovare 150, 200 o 500 persone che ogni giorno vessano la popolazione, abbattono gli ulivi, picchiano le anziane, aggrediscono i giornalisti e uccidono? Sono terroristi. Ben-Gvir li sostiene.
Tenderei anche la mano a tutti i nostri nemici per fare la pace. La pace non si fa con gli amici, e nemmeno con i nemici meno ostili: si fa con i peggiori nemici. La forza è necessaria, certo: confini sicuri, un esercito, armi di deterrenza. Ma purtroppo il 7 ottobre ha spinto altre persone contro la pace e contro gli arabi. Sarà un lavoro difficile.
Ultima domanda. Lei ha detto che le sanzioni economiche contro gli insediamenti di coloni in Cisgiordania sono cosa buona e giusta. E che pensa, come presidente dell’Accademia delle scienze, del boicottaggio delle università?
Anche i ministri di Israele che sostengono le atrocità a Gaza e gli insediamenti sono da sanzionare. Ma la scienza non ha confini. È indipendente. La scienza israeliana serve anche alle vostre famiglie in Italia: la medicina, la ricerca sul clima. Io non sono il mio governo, la mia accademia scientifica non è il ministero dell’Istruzione.
E come la mettiamo con gli scienziati che sviluppano software di spionaggio o armi?
Se un ricercatore progetta laser per colpire i nemici o lavora ad agenti patogeni da usare contro i civili, non finanziatelo. Colpite i singoli, non l’intera comunità scientifica.
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