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venerdì 27 gennaio 2017

Una mostra con una sola opera come, un tempo, una musica per un solo strumento

Attorno all'opportunità di una mostra con una sola opera si sono fati tanti discorsi, anche ideologici. E pure di recente, in occasione dell'inaugurazione della mostra ai Capitolini  dell'Annunciazione del Greco, proveniente da un museo di Madrid, aperta fino ad aprile.

Se la memoria ci aiuta, ricordiamo l'elogio che noi stessi scrivemmo, ci pare su Music@, alla notizia che alcune sale del Museo di Arte Contemporanea di New York  erano state allestite con poche opere, e talune con una sola. Facemmo allora, dopo la lettura delle considerazioni  di molti giornalisti e critici d'arte, l'elogio del 'vuoto', che concentra sull'unica opera, non togliendole bellezza ed attenzione. E dicevamo giusto, aggiungendo naturalmente qualche riflessione sull'opera esposta,  come, ad esempio, che non tutte hanno lo stesso appeal ed hanno bisogno dello stesso spazio anche mentale. Non parliamo poi della dimensioni. Talvolta un quadro o  tavola anche piccolissima rapiscono sguardo ed attenzione più di una grande formato. Ci viene in mente quel ritratto di 'sconosciuto', esposto in un piccolo museo di Cefalu, opera di Antonello da Messina, che ci rapì la prima volta che lo vedemmo su un banalissimo cavalletto - ci auguriamo che nel frattempo gli abbiano riservato un più adeguato trattamento.
 In questi ultimi giorni ci viene svelato l'arcano delle sempre più frequenti mostre con una sola opera.  La ragione è che costano meno. Dunque niente di artistico o filosofico, ma, assai più banalmente,  semplicemente economico: una sola opera, anche in considerazione del prestito,  esporla costa enormemente meno di molte opere. Certo, come non convenire. E allora tutta la filosofia sulla necessità del vuoto che fa emergere il 'pieno' ? Per buona parte balle.

Con il pensiero siamo andati a molti anni fa - fine Settanta inizio anni Ottanta,  da quando cioè  iniziammo ad occuparci di musica con una certa assiduità -  quando il mondo musicale italiano, affollatissimo di compositori ed esecutori specializzati, pullulava di festival e festivalini,  rassegne e rassegnette, dedicati alla musica contemporanea. Allora i  brani per strumento solista abbondavano, e su di essi quante elucubrazioni. Unica eccezione, il pianoforte che è uno strumento a sè.
Mentre invece fra le ragioni possibili c'era il minor costo, anche esecutivo, la maggiore facilità della scrittura, rispetto alla complessità di quella orchestrale, e la necessità di accontentare tutti, compositori grandi e piccoli, noti e sconosciuti, maturi e debuttanti. Insomma tutti. Ciascuno con un 'piccolo' pezzo.

Ci viene in mente il nome di un compositore che per ogni strumento aveva scritto un brano chiamato 'sequenza'; anche su ciascuna di esse si disse, scrisse e si gridò che il compositore in questione aveva  'esplorato' il mondo possibile dei medesimi, che ormai non avevano più segreto alcuno. Forse era anche vero, ma resta il fatto che molti di quei brani per strumento solista - e le sequenze di cui sopra non facevano eccezione - nascevano dalla stessa logica della più recente 'mostra con un'opera sola'.

Poi anche il panorama della musica in Italia è cambiato - non che siano diminuiti i compositori, quelli sono sempre in abbondanza - sono però diminuiti i festival e le rassegne, anzi sono quasi scomparsi, e perciò non si è più preoccupati di riempirli con compositori e brani d'ogni risma e valore. Oggi le poche rassegne, a cominciare dalla Biennale, dove non è detto che le scelte discendano sempre dalla qualità delle opere presentate,  approntano cartelloni sulla base di una idea, perché non si può accontentare tutti, dando a ciascuno un piccolo spazio. Oggi tutti sembrano correre per salire sul carro del direttore artistico designato, alle cui orecchie, però, non giungono solo i richiami dei compositori, ma anche quelli degli editori e dei mezzi di informazione.

E poi sono emerse altre tendenze, in agguato e che lusingano  molti: i suoni sposati alle immagini. Una vera iattura, perché in tanti casi non si capisce se si sta assistendo ad una proiezione con colonna sonora o si sta ascoltando un brano, non  in grado di farsi largo con le sole proprie gambe, e perciò aggrappato alle immagini. Non è sempre così, ma spesse volte, sì.

martedì 22 novembre 2016

Pappano giura amore eterno all'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. Sarà ancora passione bruciante?

 Il matrimonio di Tony Pappano con l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, di cui è direttore musicale dal lontano 2005, dura da troppi anni per potersi ancora definire un matrimonio 'd'interesse'.
 E già che prima ancora di legarsi ufficialmente con l'Accademia, Pappano aveva deciso di convivere, forse per mettere alla prova sia la sposa che se stesso, e per questo già dall'autunno del 2003 - era stato nominato in primavera, ma il matrimonio ufficiale sarebbe stato celebrato a partire dalla stagione 2005-2006 - i tempi di permanenza nella Capitale, abbandonando la fidanzata londinese ( Covent Garden) divennero sempre più lunghi.
 Poi il matrimonio ufficiale e 'd' amore' fra lui e Santa Cecilia venne consumato. Il mondo cominciò ad interessarsi all'orchestra dell'Accademia, negletta per anni, per via di quel suo tanto entusiasta sposo che molte altre orchestre avrebbero voluto legare a sé e che sembrava aver riportato fuoco di gioventù nella compagine romana.
 Cominciarono i primi successi non solo a Roma, le tournée nel mondo - una sorta di ripetuti viaggi di nozze, dai quali il matrimonio tornava a presentarsi sempre più solido e convinto -  e le numerose incisioni discografiche, mentre l'industria del disco  piangeva lacrime amare. Pappano era il nuovo cavallo di razza  della scuderia dei direttori d'orchestra, e prima la sua, poi anche le altre case discografiche volevano accaparrarselo. E l'hanno fatto, stringendo con Santa Cecilia un patto di cooperazione, con forti sconti di spesa e registrazioni dal vivo, che in tempo di crisi anche per il disco, ha consentito le numerose registrazione, premiate dalle riviste discografiche.
 Dunque nel 2005 viene celebrato il matrimonio, rinnovato, presumibilmente ogni tre o quattro anni, fino ad arrivare al 2017, quando sarebbe scaduto l'ennesimo rinnovo, anche dopo l'uscita di scena del sovrintendente emerito Bruno Cagli (con il quale,  stando a quel che si dice sottovoce, i rapporti non sono stati sempre idilliaci).
 Poi arriva Michele dall'Ongaro, che già lavorava ' a bottega' con Cagli, che lo aveva prima  fatto diventare 'Accademico' ( anche su quella sua elezione qualche dubbio viene sollevato), poi istruito  a dovere ed infine candidato a succedergli.

Appena insediato, nel febbraio dell'anno scorso, dall'Ongaro, nel presentare pubblicamente la stagione 2015-1016, annuncia coram populo, che Pappano non andrà via quando terminerà il suo contratto e cioè nel 2017, ma resterà ancora per altri due anni fino al 2019, perchè 'i progetti in cantiere sono tanti e sia Pappano che l'Accademia non intendono lasciarli a metà'.
Nel frattempo anche il Covent Garden, la sua eterna fidanzata inglese del 'Pinkerton del podio', annuncia che il fidanzamento si protrarrà fino al 2019. Insomma sono due le donne che si contendono un unico uomo e che si dichiarano, di fatto, contente, pur non avendolo tutto e solo ciascuna per sé.

Passa un anno ad arriviamo ad oggi. Giusto la festa di Santa Cecilia. Di nuovo si fa vivo Michele dall'Ongaro ed annuncia che il matrimonio fra Pappano e l'Accademia di Santa Cecilia continuerà fino al 2021, e che il tempo non ha  attutito la passione che lega i due.

Ragionamoci un pò.  Dopo una quindicina d'anni insieme, come in qualunque matrimonio, e quello artistico non farebbe eccezione, due cos'altro hanno da dirsi che già non si son detti, che già non conoscono e che già non prevedono prima ancora che uno dei due parli all'altro?
 Noi  che siamo fermamente convinti che i matrimoni servono anche in arte, perché se un'orchestra viene affidata a fidanzati di passaggio difficilmente nascerà un legame solido, utile sia all'orchestra che al direttore, siamo altrettanto convinti  che dopo anni ed anni di vita comune, forse una scappatella, meglio una separazione consensuale quando non un vero e proprio divorzio, farebbe sicuramente bene, come nella vita reale. Servirebbe a ridare nuova linfa alla passione senza la quale anche un matrimonio 'dal podio' non regge e non rende.

Dunque attento Pappano, la routine, sempre in agguato, fa male, anzi malissimo,  e può essere addirittura mortale. E Santa cecilia cominci a cercarsi un nuovo aitante fidanzato, da sposare successivamente, se le cose vanno bene, che sia innamorato almeno quanto è sembrato Pappano per tutti questi anni.

Ma forse più semplicemente, prolungando il rapporto con Pappano fino al 2021, Michele dall'Ongaro - sull'esempio di Paolo Baratta alla Biennale che ha già nominato  i responsabili per il prossimo ventennio, sentendosi ormai immortale ed inamovibile - vuole fare in  modo che l'uscita, eventuale, di scena di Pappano, non coincida con la fine del mandato di dall'Ongaro da sovrintendente, lasciando in  Accademia un vuoto duplice, incolmabile.

mercoledì 11 maggio 2016

MICHELE DALL'ONGARO, senza la Biennale Musica di Ivan Fedele e Paolo Baratta, oggi non avrebbe neanche una 'commissione' o 'prima esecuzione'

Ci saremmo immaginato tutto, ma non che un giorno saremmo corsi  in aiuto - non richiesti, sia chiaro! - di Michele dall'Ongaro che anni fa ( nel 2007) ci tradusse in tribunale accusandoci di calunnia - accusa dalla quale il giudice, nel 2013, ci scagionò senza riserve, sottolineando che quando avemmo a scrivere su Music@ che lui la sua carriera se l'era costruita attraverso l'incarico di dirigente responsabile della musica a Radio Tre, avevamo semplicemente esercitato il nostro diritto di critica, con le dovute maniere. Nè più nè meno.
 Dicevamo allora, fatti alla mano che la carriera di compositore di dall'Ongaro s'era enormemente sviluppata in quegli anni -i primi anni Duemila, dopo che aveva avuto quell'incarico in RAI. E, infatti, dimostrammo, dati alla mano, che dopo anni in cui ( dal 2001 al 2003) egli aveva avuto una o due esecuzioni in tutto per anno, negli anni seguenti il volume di esecuzioni o commissioni o prime assolute s'era enormemente ampliato. I numeri, da soli, lo dicono chiaramente.
Nel 2004, 15 esecuzioni, 5 prime assolute; nel  2005,10 esecuzioni, 2 prime assolute;  nel 2006,15 esecuzioni, 5 prime assolute;  nel 2007,18 esecuzioni, 3 prime assolute;  nel 2008,16 esecuzioni,6 prime assolute, 4 commissioni. (Il nostro conto, desunto dal sito della Suvini Zerboni, suo editore, si ferma a quell'anno, quando ci toccò controbattere alle sue accuse).
Inutile specificare che alla base di quel volume di esecuzioni, prime assolute ed anche commissioni c'era sicuramente  il potere esercitato in RAI, dove peraltro in tutti quegli anni non aveva mai trasmesso un suo brano, occorre precisarlo (naturalmente le esecuzioni che abbiamo enumerato riguardano quasi esclusivamente l'Italia),  ma c'era anche e prima ancora il merito, ovvio.
Poi un giorno dall'Ongaro, decise di prepararsi a succedere a Cagli all'Accademia di Santa Cecilia, dove occupa ora la Sovrintendenza. Negli anni di apprendistato sotto l'ala protettrice di Cagli, le voci del peso del suo incarico in RAI nell'ascesa ceciliana non erano un mistero per nessuno. Anzi Cagli stesso - da quel che si lesse in una durissima lettera del Card. Bartolucci - aveva caldeggiato l' ascesa di dall'Ongaro,  e prima anche la sua ammissione fra gli accademici, davanti al consesso degli Accademici, dicendo  espressamente che  il suo 'incarico in RAI avrebbe potuto giovare all'Accademia'.  E infatti ha giovato, ma anche a dall'Ongaro.
 Il quale però, lasciata la RAI, è pressochè scomparso dai concerti in Italia, per quanto ne sappiamo ( Quest'anno, fino ad oggi, una sola esecuzione di un vecchio pezzo,  agli Amici della Musica di Modena. Ton sur ton per due pianoforti, battezzato dalla coppia Prosseda-Ammara, a Sermoneta, appunto, negli anni in cui Dall'Ongaro era alla guida del Festival Pontino).
 E se non fosse ora per qualche amico restatogli 'fedele' - come l'Ivan, che insegna nei suoi corsi all'Accademia ed è anche direttore della Biennale Musica; o come Paolo Baratta , presidente della Biennale ma contemporaneamente dell' Accademia Filarmonica nel cui comitato direttivo siede anche dall'Ongaro - non gli sarebbe venuta neanche la commissione dalla Biennale Musica 2016.
 E' proprio vero: la gratitudine è un fiore che gli umani non coltivano. Mentre sicuramente lo coltiva dall'Ongaro che, per tale nostra disinteressata difesa, ci riammetterà ai concerti dell'Accademia dai quali ci ha estromessi, non sappiamo perchè.

mercoledì 19 agosto 2015

Anna Coliva, Romana, l'unica che resta. A proposito della selezione dei direttori dei maggiori musei italiani e della commissione presieduta da Paolo Baratta. Il Maxxi diretto dall'italo-americana Melandri

La Commissione internazionale voluta da Franceschini per individuare venti professionisti da mettere a capo dei principali musei italiani - che , da quanto si apprende dovrebbero avere autonomia di gestione, ma sui particolari di tale autonomia nulla ancora si sa, a selezione conclusa - e presieduta dal sempiterno Paolo Baratta ( a capo della Biennale, con mandato in scadenza e che non disdegnerebbe di essere rinominato per la terza volta consecutiva, dopo incarichi anche precedenti sempre alla Biennale, e con nessuna voglia di farsi da parte per avviare il ricambio che , su invito di Franceschini, ha tentato di mettere in atto  con la commissione da lui presieduta) ha concluso i lavori fornendo al ministro Franceschini, - ' mezzo disastro', ma con tanta voglia di comparire a tutti i costi - la lista dei venti prescelti.
Baratta ha anche spiegato che l'esame delle candidature si è svolto in due momenti. Il primo attraverso la valutazione, con assegnazione di punteggio,  in base ai titoli - e in molti casi la somma di essi  ha visto parecchi candidati in lizza per il medesimo incarico, con un punteggio uguale od assai simile - il secondo con un colloquio - lo ha dichiarato Paolo Baratta - della durata di una quindicina di minuti nel quale agli aspiranti candidati è stato chiesto - sempre la stessa domanda- come vedrebbe valorizzato il museo alla cui direzione si è candidato.
 Ha ragione perciò chi ha contestato i risultati della selezione, sul piano del merito e delle competenze e non per eventuali contestazioni legali e di svolgimento, al di là del fatto che dei venti sette sono stranieri - e nulla lo vieta. Lo vieterebbe semmai il fatto che alcuni di essi, sono sì studiosi, ma con esperienze dirette nel campo della direzione dei musei praticamente nulle. Dove forse per uno o due di essi l'attività all'estero li vedrebbe più preparati professionalmente nel cosiddetto campo della 'valorizzazione' dei musei italiani,  forse carenti sotto questo profilo, fra i quali sono compresi i massimi del nostro paese,  anche Uffizi  e Brera.
Non sarà sfuggito a nessuno il caso della grande mostra su Pompei, con materiali provenienti dall'Italia, a Londra, per la quale si è registrato un sorprendente inusuale numero di presenze di visitatori ed anche enormi entrate. Reperti italiani che a Londra sono stati valorizzati ed in Italia giacciono magari nei depositi.
 A proposito di Pompei, Ieri in tv hanno mostrato la Pompei di questi giorni. Un disastro, che ci fa venire qualche dubbio sul reportage di diversissimo segno che Giuliano Ferrara aveva  fatto su 'Il Fogli'o, dove Pompei che lui aveva visitato non era quello schifo  di inefficienze sporcizia ecc... che i giornali ogni giorno, ed anche la televisione ieri sera, mostrano, bensì un giardino di delizie e meraviglie.
 E c'è poi anche il problema che  il permanere immobile della burocrazia ministeriale forse non aiuterebbe i nuovi direttori. Che farà un direttore tedesco - si è anche detto che Renzi ha svenduto alcuni Musei italiani alla Merkel - di fronte ad una assemblea sindacale che fa restare chiuso un museo, magari con preavviso di poche ore?
Ieri in un accesissimo dibattito tv sull'argomento - de La 7, al quale non si capisce perchè  abbiano invitato anche la Polverini che certamente cosa sia un museo o la cultura in genere  poco sa; ma lei va tanto di moda, come  va di moda anche la Gelmini, alla quale sul medesimo settore di cui ha parlato la Polverini andrebbe inibita la parola per la mancata conoscenza dell'argomento e per i danni procurati alla scuola italiana nei mesi in cui è stata ministro dell'Istruzione; sì, lei che per superare un concorso  è andata a farlo in Calabria, dove sperava di poter farla franca alla commissione, vergogna!- tutte queste obiezioni sono emerse con rara chiarezza, negli interventi infuocati di Sgarbi, il più duro, con conoscenza di causa, contro le scelte della commissione.
 Ciò che non è mai venuto fuori è l'eccezione romana, della romana Anna Coliva, direttrice della galleria Borghese, l'unica che resta al suo posto, nonostante le contestazioni dei mesi precedenti su grandi feste ospitate nella pubblica galleria d'arte con scarso rispetto per le strutture della medesima ed anche altro.
Noi non abbiamo i titoli per discutere delle competenze dalla Coliva - sulle quali nessuno ha mosso dubbi, ci pare - ci colpisce però il fatto che lei sia l'unica a restare. Non sarà che  chi sta a Roma riesce ad allungare i suoi tentacoli dappertutto fino ad abbracciare tutti? Lei tutti quelli che comandano a Roma, li conosce, e con loro magari vanta anche amicizie, dal Ministro a Baratta. e perciò lei non si tocca, nessuno la tocca, neppure l'integerrimo ( ahahahah!) Baratta può farlo.
A proposito di questi concorsi internazionali o delle 'cosiddette manifestazioni di interesse' che piacciono tanto al ministro, va detto che si tratta in molti casi di fumo negli occhi, perché poi la valutazione delle singole candidature non si basa sugli effettivi titoli o meriti, perché alla fine quasi sempre ogni commissione nomina chi c... gli pare. Come si è visto anche nelle Commissioni centrali del Ministero che dovrebbero fornire al Ministro valutazioni qualitative nei vari settori dello spettacolo. Possiamo dirlo anche per esperienza diretta, sfidiamo anche l'ex direttore generale Nastasi a smentirci.
 Anche all'Auditorium si è scelto un  capo azienda straniero, spagnolo. Bene, ma poi il consiglio di amministrazione appena ricostituito, è fatto dei soliti noti, di quelli  che troviamo contemporaneamente seduti su diverse poltrone, dove fanno sempre lo stesso gioco, quello di chi li ha messi lì.
 E c'è, infine, il caso del Maxxi, dove per le ultime piogge si sarebbe aperta una  crepa sul tetto - sì proprio una crepa, in un museo progettato da  una notissima archistar,  consegnato da pochissimi anni! Sul cancello del Museo è stato affisso un cartello in due lingue, e quello in lingua inglese, nel museo diretto da una pdiessina notissima, parlamentare ed anche ministra,  faceva uso di un imbarazzante  inglese maccheronico , degno di un film di Totò.
Ma non la dirige quella galleria una italo-americana, nata addirittura a  New York, appunto Giovanna Melandri  che avrebbe potuto mettere una di seguito all'altra quattro parole, in un inglese non maccheronico,  su  quel cartello che dichiarava la galleria chiusa per lavori, senza specificare quali, alla cui lettura  molti sono scoppiati a ridere?

venerdì 2 gennaio 2015

Dopo anni, gioisce un vecchio critico musicale:Mario Messinis, mentre l'auditel piange

Mario Messinis, ben sopra gli ottanta, ancora critico musicale del Gazzettino, da mezzo secolo e forse più (dal 1962 per la precisione) e, contemporaneamente, direttore artistico del festival  'I Grandi interpreti' di Bologna ( che quest'anno ha registrato qualche vivace polemica), presidente del Premio 'Una vita nella musica' di Venezia, e che non ha mai gradito la confezione del programma del Concerto di Capodanno da Venezia ribadendolo anche quest'anno: 'i soliti mini spezzoni voluti dalla RAI' - egli che è stato anche direttore artistico di una orchestra RAI, ha diretto la Biennale ed anche La Fenice e, se fosse dipeso dalle suoi tic, chissà quanta musica avrebbe affossato - finalmente è stato accontentato dai premurosi  e sensibili dirigenti della Fenice che, nel programma di quest'anno, accanto ad alcuni inevitabili 'mini spezzoni'- come li chiama lui - gli hanno messo anche un bel 'pezzone': il finale del Primo quadro da 'La Bohème' di Puccini. E, cioè, in un blocco unico, senza interruzione; 'che gelida manina' - cantata dal tenore, con Mimì assente ; 'sì, mi chiamano Mimì' - cantata dal soprano  che si è materializzata, subito dopo gli applausi al tenore, sacrosanti e logici, visto che in palcoscenico non c'era il soprano accanto al tenore; e 'o soave fanciulla' cantata dai due che poi si avviano dietro le quinte, per mimare, secondo una regia intelligente anzi acutissima, l'uscita dei protagonisti che, nell'opera, raggiungono gli amici  in strada.
 Un blocco che non s'era mai visto nel Concerto di Capodanno da Venezia, di 15 minuti, per una durata complessiva del concerto di 42 minuti circa. Una vera follia. Un'anomalia, messa in campo per vedere finalmente il vecchio critico Messinis sorridente, non gradendo egli i 'mini spezzoni' voluti dalla RAI e graditi dal pubblico, del quale a Messinis ovviamente poco importa. E, di fatto, Messinis, almeno lui, era raggiante alla fine del Concerto.
 Oggi la sua gioia è si è tramutata in 'una lacrima sul viso' dei dirigenti della Fenice che, dopo molti anni di lenta e costante crescita del pubblico televisivo del Concerto da Venezia, ha dovuto registrare una battuta d'arresto, perdendo in un solo anno 256.000 telespettatori, che l'anno scorso erano stati 4.407.000 e quest'anno 4.151.000.
 Il Concerto veneziano resta sempre il più visto fra i concerti 'classici' della televisione italiana, ma la perdita di una così bella fetta di pubblico, molto probabilmente a causa di quel blocco indigesto della durata di ben 15 minuti, tutto lacrime, a mezzogiorno di Capodanno, deve aver avuto una qualche responsabilità.
 Anche se Messinis dovesse nuovamente  lagnarsi, al prossimo Concerto di Capodanno, il suo lamento non arriverà  agli oltre quattro milioni di telespettatori che si spera, scontentando nuovamente il vecchio critico, torneranno a crescere.

martedì 20 maggio 2014

E' successo un fatto strano

Finalmente, si dovrebbe dire, hanno fischiato - se la cosa non suonasse  espressione di chiusura totale verso il nuovo.  Una reazione, quale che sia compresa questa, è sempre da preferire all'ascolto apatico, svogliato e disinteressato. E' accaduto a Milano, nel tempio scaligero, dove evidentemente da tempo non entra la musica d'oggi - non sappiamo spiegarlo altrimenti - in occasione dell'ennesimo 'Progetto Pollini', nel quale il celebre pianista mette accanto, senza soluzione, autori di ogni epoca, compresi della nostra, contemporanea si dice. La sua firma ed anche la sua presenza sono stati sempre in questi ultimi anni ed in ogni parte del mondo, garanzia di successo e sicurezza di accettazione, quale che sia il repertorio proposto. Anche quando va a sfruguliare le orecchie degli ascoltatori che sono  lì per ascoltare Pollini  che suona Beethoven , ma anche Boulez, e Stockhausen o Sciarrino e Manzoni (come è accaduto anche di recente)e poi si ritrovano ad ascoltare  Helmut Lachenmann, come accaduto appunto alla Scala giorni fa. Si tratta di uno dei compositori più noti, la cui presenza in palcoscenico come voce recitante, invece che essere motivo di attrazione ulteriore, ha scatenato una bordata di fischi ed addirittura insulti: fuori dalla Scala!- questi ultimi  da evitare, anche in casi di drammatica incomprensione della musica.
 Pollini, con i suoi 'Progetti', esportati ovunque, prosegue la sua azione missionaria nei confronti della musica di oggi. E bene fa, come del resto ha fatto in questi anni anche Boulez. Solo che, essendo la musica di oggi praticamente bandita dalle più importanti sale da concerto del nostro paese, quando la si presenta, al pubblico viene da dire: ma come si permettono!- ed anche con qualche ragione.  E cioè per la ragione che la musica di oggi la si ascolta ormai nei rari, rarissimi festival di musica d'oggi, dalla Biennale a Milano Musica, a Nuova Consonanza, dove nessuno fischia né fischierebbe, perché in quei luoghi appaga il senso di appartenenza, e basta quello per gli ascoltatori disposti ad ascoltare ( subire) qualunque cosa gli venga loro proposto. Senza fiatare. Invece, la musica di oggi, anche quella andrebbe regolarmente inserita nella programmazione che è prevalentemente imbastita sulla musica dell'Ottocento e del primo Novecento, senza strafare e senza esagerare. Come fa, semel in anno, l'Accademia di Santa Cecilia, che incarica Pappano, con il suo carisma ed appeal, di dirigere,  dopo averla presentata con cura quasi amorevole al pubblico.
 L'assenza regolare della musica d'oggi nei nostri cartelloni genera, e genererà ancora simili salutari , anche quando sono scomposte, reazioni. Che comunque non possono essere considerate dai compositori che si consolano andando con la mente ai celebri fiaschi di grandi capolavori  anche del  recente passato (su tutti 'Le sacre' ), come passaporti per l'eternità. Intanto registriamo i fischi, come segno di un pubblico che non si  è del tutto addormentato.

venerdì 9 maggio 2014

Letto sulla stampa. Chi canta fuori dal coro? Premio Guido Carli

Oggi  sul Giornale, con il quale ho avuto l'opportunità di collaborare nel settore musicale per un decennio, ricco di soddisfazioni, leggo una aggiunta capziosa sotto la testata ' Da quaranta anni fuori dal coro', e ne sono incuriosito. L'ho comprato perché volevo rileggere l'intervista, anticipata stamattina a Radio 3,  a Jean Claire -  incuriosito anche dall'omonimia con un musicologo gregorianista di Solesmes, mio carissimo amico - noto critico d'arte, che canta, come ha sempre fatto fuori dal coro, da ogni coro, il quale sostiene che l'arte di oggi, contemporanea cosiddetta, specie  la pittura è diventata mercato, non aspira più al sacro, non inteso,banalmente, come  religione. E per spiegare meglio il suo pensiero il noto critico intervistato da Luca Beatrice,  ricorda che nella Biennale veneziana nella quale il Vaticano ha avuto per la prima volta un suo padiglione, lo spettacolo non era entusiasmante, anzi era proprio avvilente; e che la Santa sede avrebbe fatto meglio ad esporre  i suoi capolavori passati, quelli sì ispirati al senso del sacro.
 E poi  richiudendo il giornale c'è capitata di nuovo sotto gli occhi quella scritta ' da quarant'anni fuori dal coro'. Sì è vero, ma per cantare in un altro coro. Non sappiamo se meglio del primo.
 Sul Messaggero, invece, leggiamo della consegna del premio che porta il nome dell'ex governatore  della Banca d'Italia, Guido Carli, organizzato dall'omonima fondazione presieduta da Romana Liuzzo,  signora dei salotti romani, giornalista prima in forza a Repubblica, e da qualche anno passata a Panorama. Il premio va a personalità che si sono segnalate nei vari campi, dal giornalismo alla cultura ecc.. Presidente della giuria del premio è Letta, Gianni inutile lo si dica, fra i giurati c'è anche Barbarella Palombelli . Fra i premiati , come del resto nella giuria, a cominciare dal presidente  e dalla Liuzzo, c'è parecchia Mediaset. In alcuni casi, come in quello di Confalonieri, il premio era meritatissimo, ma in altri no, come nel caso di Alfonso Signorini che  per Gianni Letta,  l'ha meritato per il giornalismo. Vuol dire allora che nelle attribuzioni potrebbero aver sbagliato settore di appartenenza, se proprio oggi abbiamo letto un infame servizio, uscito su CHI, il giornale di Signorini e di Mediaset, nel quale si getta fango sull'ex signora Berlusconi, che avrebbe richiesto per chiudere la partita matrimoniale appena 540 milioni di Euro - esagerata di una Veronica!.
 La quale signora, non ancora divorziata, secondo le nostre informazioni, viene ritratta un pò appesantita e bisognosa di consigli, se non addirittura delle mani e dei ferri, di un bravo chirurgo plastico. Ecco il signorile giornalismo dell'Alfonso che Gianni Letta, Romana Liuzzo e Barbarella Palombelli hanno voluto premiare.

martedì 29 aprile 2014

I soci fondatori del festival del cinema di Roma

I Soci fondatori  del Festival del Cinema di Roma- comune, regione, provincia - già l'anno scorso hanno diminuito di parecchio il loro apporto finanziario al festival veltroniano che costa 10 milioni di Euro circa e che quest'anno si svolgerà nella seconda metà di ottobre all'Auditorium di Roma. A tale festa del cinema, considerata dal grande ministro veneziano Galan come un nemico in casa ( Biennale) e dunque da combattere/abbattere, il Ministero non ha mai dato un consistente contributo,  e negli anni in cui l'ha fatto tale contributo è stato davvero miserabile.
 Ora i soci fondatori hanno scritto ufficialmente a Franceschini, chiedendogli di entrare fra i soci fondatori. In realtà Franceschini era a conoscenza di questa esplicita richiesta da tempo, fin da quando era balenata in mente a Marino; gliene aveva parlato la sua compagna Michela Di Biase, a capo dell'Ufficio cultura del Comune, direttamente interessata perciò alla questione.
Ora come andranno le cose? Franceschini  dirà no alla sua compagna? O chiederà in cambio della sua entrata ('sua', come ministero), al momento del rimpasto della giunta, che la sua compagna Di Biase, prenda il posto della Barca alla cultura, come si vociferava al tempo della formazione del gabinetto Marino?
 I due si trovano ora in una situazione imbarazzante, ma che dovrebbero fare? Separarsi in nome della correttezza?  Non spargiamo la voce perchè se fosse la scorrettezza istituzionale(  o i conflitti di interesse) presa a motivo di separazione, allora  la questione investirebbe anche le famiglie Alemanno, Bassanini, D'Alema e chissà quante altre, con grande gioia per gli avvocati matrimonialisti.

lunedì 10 febbraio 2014

Suggerimenti di un cantastorie

Un nostro assiduo lettore ci segnala, dopo aver letto i nostri ultimi post sui compensi, alcune anomalie, anzi mancanze. Il lettore in questione è nostro confratello: un cantastorie. Ci segnala , ad esempio , che nel sito dell'Accademia Filarmonica Romana, compaiono nella sezione amministrazione trasparente, solo i dati di Baratta presidente (che prende zero Euro, forse ci si dovrà rivolgere al sito della Biennale per capire in che misura già grava sulle casse pubbliche; grava già per 130.000 Euro, non una enormità, tutti i suoi direttori artistici sono meglio compensati ed anche il direttore generale. Ma vuoi mettere il presidente) e di Cesare Mazzonis che prende un'elemosina ( 7.000 Euro) e ci dice come mai non ci sono i dati del direttore generale della produzione e dell'assistente alla direzione artistica, citando nomi e cognomi degli interessati, presenti nell'organigramma  e assenti nel settore dell'amministrazione. Già, come mai, presidente Baratta?
 E poi ci consiglia di guardare il sito della IUC, altra benemerita storica istituzione musicale della capitale. Lì, addirittura, la pagina dell'amministrazione trasparente è in 'CONTRUZIONE' (crasi di : confusione e costruzione?). Nell'organigramma si notano  due 'Fortuna' presenti. Una non bastava? Giusta osservazione.
 Siamo poi andati a vedere altri siti importanti per constatare de visu se le rispettive istituzioni avevano ottemperato alla legge che prescriveva la pubblicazione entro il 1 febbraio.  Va sottolineato che in alcune di esse, la voce 'amministrazione trasparente' è messa  in maniera da risultare il meno visibile, ma poi i dati ci sono: ad esempio GOG genovese, Unione musicale Torino, Amici della Musica Perugia, i compensi dei rispettivi direttore artistici( Borgonovo, Pugliaro, Batisti)  vanno da 51 a 57 mila Euro annui. Compensi , possiamo dire equi, se uno fa veramente il direttore artistico ed è impegnato  nella formulazione del calendario ed anche nella organizzazione dei singoli concerti.
 Ma navigando da un sito all'altro, si scoprono delle anomalie. Ad esempio, a Bologna, Gavazzeni , critico musicale de Il Giornale, sul quale anche noi abbiamo scritto per oltre un decennio, riceve oltre 30.000 Euro come compenso per la cura dei programmi di sala. Ciò che ci colpisce è però il fatto che lui fa di mestiere il critico musicale, il che a noi sembra una'anomalia. Faccia il musicologo per il teatro o il critico per Il Giornale, non tutt'e due le cose.
E ciò riporta a galla un problema che da sempre abbiamo sollevato: e cioè la situazione anomala  di coloro che fanno contemporaneamente due mestieri in evidente conflitto di interessi, perché sarebbe come se uno facesse contemporaneamente il medico ed il becchino, senza che nessuno dei rappresentanti delle due onorevoli professioni si offenda.
 Ma tutto questo accade perchè il Ministero emana leggi e regolamenti e poi non controlla. Quante sono ancora le istituzioni che non hanno pubblicato tali dati? che si aspetta a dire a coloro che non l'hanno fatto entro il 1 febbraio,  che quest'anno non avranno diritto a ricevere lo stesso finanziamento dell'anno passato. Almeno una multa, altrimenti la solita storia delle leggi che esistono, ma che nessuno fa osservare. E in Italia questo è un costume antico.

mercoledì 28 agosto 2013

'Mani sulla città' restaurato a venezia. Ma tutto cominciò nel 2008 con il restauro di 'Ladri di biciclette'

Oggi 28 agosto la proiezione del  film di Rosi 'Mani sulla città', restaurato a cura delle Cineteca nazionale di Roma, apre la settantesima edizione della Biennale Cinema di Venezia. L'idea di presentare a Venezia opere cinematografiche restaurate che  rappresentano i capolavori della storia del cinema, venne alcuni anni fa al Casinò di Venezia, allora presieduto dal prof. Mauro Pizzigati, il quale accolse il prezioso suggerimento della sua consulente per l'immagine, Anna Elena Averardi, che gli propose di restaurare 'Ladri di Biciclette' di Vittorio De Sica, risultato poi ai primissimi posti della lista dei capolavori cinematografici. La pellicola fu restaurata con grande cura in  digitale e proposta in apertura della Mostra del Cinema di Venezia, il 23 agosto 2008. L'evento ebbe una grande eco nel mondo e forse a seguito del restauro di 'Ladri di biciclette', molti festival e  singoli registi hanno deciso di restaurare  opere della storia del cinema che, per varie ragioni, rischiano di rovinarsi se non addirittura di  perdersi defintivamente.