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venerdì 14 settembre 2018

Fabio Scuderi, ideatore, e la rivista Amadeus, realizzatrice di Amadeus Factory, SBUGIARDATI

Man mano che andavamo avanti nella lettura delle pagine Eventi di oggi,  sul Corriere, dove si illustrava la seconda edizione di un progetto definito il primo  'talent della classica', intitolato 'Amadeus Factory', ci tornava alla mente un analogo, anzi identico addirittura, progetto, Amadeus Giovani, l'originale, senza dubbio migliore della copia odierna, che noi progettammo e realizzammo nel biennio 1989-90,  sotto l'egida della rivista Piano Time, che dirigevamo, e con la collaborazione dell'ISMEZ che lo finanziò interamente. Giusto trent'anni fa, quando forse Scuderi, ideatore della copia odierna, non era neanche nato, o no?

Naturalmente Amadeus Giovani riguardava solo il settore del pianoforte e la musica di Mozart - mentre Amadeus Factory  contempla più d'uno strumento ed anche il canto. Si era allora nel corso delle  pluriennali celebrazioni del secondo centenario della morte di Mozart, durante le quali fiumi di denaro pubblico scorrevano anche in Italia (non sempre ben impiegato). Dove però nessuno dei progetti finanziati, ed in massima parte coordinati dal CIDIM, si rivolgeva ai giovani, forse uno solo per i cantanti, ed agli allievi più promettenti  delle infinite classi di pianoforte dei nostri Conservatori, in procinto di terminare gli studi.

 Fu proprio  dopo la lettura del calendario generale delle celebrazioni che incontrammo il barone Francesco Agnello,  inventore  e  ras del CIDIM , per sottoporgli il nostro progetto riguardante, unico nel  ricco calendario, i nostri Conservatori. Agnello lo accolse immediatamente, anche per secondi fini che non c'è bisogno ora di rivangare;  ci chiese di dettagliarlo, ed insieme ci manifestò la sua intenzione di  farlo uscire sotto l'egida dell' ISMEZ ( Istituto per lo Sviluppo Musiciale del Mezzogiorno, di marca socialista, mentre il CIDIM ed Agnello era democristiani doc) - ed anche questa seconda circostanza meriterebbe  qualche spiegazione dettagliata che ora non è il caso di dare.

 In che cosa consisteva quel nostro progetto?  Cosa si chiedeva agli studenti o neo diplomati in pianoforte dei nostri conservatori? Vosa si offriva loro?
 Andiamo in ordine.
 Innanzitutto si chiedeva di studiare nel corso dell'anno scolastico 1989-90,  più approfonditamente e regolarmente del solito, la musica pianistica di Mozart e non solo per la ricorrenza bicentenaria, bensì per il fatto che la musica di Mozart, stupidamente ritenuta facile, viene relegata ai primi anni di studio.
 Anche in quel caso la nostra iniziativa venne supportata dal patrocinio del MIUR, senza che nei fatti sortisse un qualche effetto, perchè per le selezioni finali solo alcuni Conservatori parteciparono a Amadeus Giovani inviando i loro candidati, scelti attraverso selezione interna. Nè più e nè meno di quel che sta accadendo con Amadeus Factory, con la copia milanese, dopo trent'anni dall'originale.  Nulla di nuovo sotto il sole! Di nuovo a Milano c'è la presenza di un comico - via! - e la sponsorizzazione di una catena di negozi, OVS. - benedetta.

 Nel corso dell'anno scolastico, Piano Time pubblicò diversi articoli di Paul Badura Skoda sulla musica pianistica di Mozart e la sua interpretazione, per aiutare gli studenti nello studio e preparasi alla selezione di fine anno.

Al termine del quale i Conservatori - anche allora solo sedici degli oltre cinquanta - indicarono i loro candidati, convocati a Palermo, dove si sarebbe svolto il Concorso, nel locale Conservatorio, con la modalità che andiamo a dirvi.

 A Palermo attese i candidati una giuria presieduta da Badura Skoda e formata da Piero Rattalino, Franco Scala, Giovanni Carli Ballola, Luca Ferrara (giovane direttore d'orchestra indicato dall'ISMEZ), Antonio Scarlato (direttore del Conservatorio palermitano), Bruno Boccia ( ispettore del  Ministero e intenditore di musica ed anche operatore del settore), e da chi scrive, allora direttore di Piano Time ed ideatore di Amadeus Giovani.

I candidati, arrivati a Palermo, furono presi 'in consegna' dall'ISMEZ che pagò tutte le spese di soggiorno (a loro carico solo le spese di viaggio per le quali gli organizzatori provvidero anche  ad un contributo ; a Milano non si spingono a tanto, un talent non può prestare attenzione a simili quisquilie. Mai soldi pubblici furono spesi altrettanto bene, mentre in molti casi fomentano ruberie ed usi illeciti) per l'intero periodo di permanenza. la giuria ascoltò, nel giro di tre giorni tutti i candidati, scegliendone solo sette. Ad essi venne dato, in premio, dunque gratuitamente, un corso di perfezionamento tenuto dallo stesso Badura Skoda, della durata di una settimana. Al termine del quale Badura Skoda proclamò il vincitore, anzi i vincitori di 'Amadeus Giovani', che furono Massimiliano Ferrati ed Alessandro Cesaro.

Il bando, va precisato, prevedeva che i vincitori fossero due, non uno,  anche per fini pedagogici: far capire ai giovani pianisti vincitori che prima di intraprendere la carriera solistica, eventualmente, si doveva ancora studiare e dunque la vittoria a due mirava a non creare, per il momento, facili illusioni. Il bando, assai opportunamente, prevedeva anche musiche di Mozart per pianoforte a quattro mani che i due suonarono in coppia nel concerto finale e nel succesivo CD.

E poi? state a sentire le ulteriori due conclusive tappe del progetto, lontano da Palermo, dove comunque prima di ripartire i due avevano tenuto un concerto suonando da soli e in duo.
 Amadeus Giovani prevedeva infine l'incisione di un CD ed una serie di concerti, patrocinata dal CIDIM  nelle sedi dei suoi numerosi associati.

I due vincitori, qualche mese dopo, si incontrarono nuovamente con Badura Skoda e sotto la sua guida incisero il CD, con la supervisione tecnica di Thomas Gallia, noto ingegnere del suono ( Amadeus Factory, sicuramente, non potrà permettersi questi lussi che invece noi ritenemmo essenziali per offrire ai giovani  tutto il meglio possibile).

Soltanto l'ultimo capitolo, i concerti fra le istituzioni associate al CIDIM, non ebbe realizzazione, ma certamente non per nostra incapacità o mancanza di volontà. Noi, al posto di Agnello,  ci saremmo imposti con i nostri associati.

Ma... se alcuni fra i più illuminati organizzatori risposero picche c'è da immaginarsi le risposte degli altri. Una per tutte, quella di Lina Fortuna, allora al vertice della IUC, che ci disse testualmente che la IUC preferiva scegliere da sè i suoi concertisti, e che non accettava nè imposizioni nè consigli da parte di chicchessia (la serie di concerti era stata concordata con il CIDIM e l'ISMEZ ) quand'anche il consiglio fosse pervenuto da Badura Skoda - per Lei garanzia non sufficiente!!! - e perchè temeva che la scelta di presentare i due pianisti nella medesima serata potesse indurre il pubblico a considerare quel concerto come un saggio di fine anno di un Conservatorio qualunque - come se non fosse mai esistito il duo pianistico. 
Quel giudizio, infame e volgare - possiamo dirlo - senza offendere la memoria di Lina Fortuna, ci è rimasto impresso nella memoria; ce ne siamo ricordati tutte le volte che abbiamo avuto a ridire  dei direttori artistici che hanno voluto difendere la cosiddetta 'libertà' di scelta, perchè conosciamo quanti  scambi di favori, affari, anche loschi,  nascondano spesso le scelte di cartellone, dettate al direttore artistico dalla 'libertà' di scelta.

 Comunque il CD fu inciso e pubblicato solo qualche anno dopo, 1994, allegato al mensile di musica Applausi, un'altra nostra creatura editoriale (precisamente sul numero di ottobre del 1994 della rivista).

Questo l'originale, giudicate voi la copia non dichiarata

mercoledì 14 marzo 2018

Daniele Lombardi. Ricordi...

Alla notizia della sua morte improvvisa a 72 anni, domenica scorsa, nel suo studio fiorentino,  siamo andati con la memoria molto indietro nel tempo, fino ai primi anni Ottanta (1980 ovviamente). E per quanti sforzi abbiamo fatto non siamo riusciti a ricordare come avvenne che  conoscemmo ed incontrammo per la prima volta Daniele Lombardi, né perché. Mentre ricordiamo bene  il nostro lavoro insieme, che durò non moltissimo, per la verità, ma che vogliamo raccontare.

Ad aprile del 1983 uscì il primo numero di Piano Time, che noi avevamo progettato su richiesta dell'editore Enzo Perilli e che dirigemmo per un settennato, fino a marzo del 1990.
 In quegli anni, se la memoria non ci tradisce,  Casa Ricordi mandò in edicola un metodo per imparare a suonare, intitolato  Suono subito,  dispensa e cassetta audio. La pubblicità dell'iniziativa mostrava una bimbetta seduta al pianoforte, e quella bimbetta era la figlia di  Mimma Guastoni, che  all'epoca era a capo di Ricordi.

Ci venne l'idea di  pubblicare - concorrenza leale! - un metodo per pianoforte, a dispense su Piano Time, quattro pagine ogni mese per un anno circa: al centro della rivista, da staccare e conservare. A chi affidare tale incarico se non ad un riconosciuto pianista e insegnante di pianoforte? Fra i collaboratori di Piano Time avevamo chiamato anche Rattalino, 'mister pianoforte' in Italia. Ma non pensammo a lui che già curava una rubrica storica.  Il primo nome che ci venne in mente fu Bruno Canino, pianista  di grande e vasta carriera. Lo interpellammo, l'idea gli piacque, ma lo spaventò la realizzazione pratica. Già, come realizzare quelle  quattro pagine mensili che avevano bisogno di grafici, musica e mille altre cose che costituiscono la base di un normale metodo di studio di uno strumento? Se Canino avesse accettato - ma non accettò - si sarebbe dovuto avvalere della collaborazione di un bravo grafico e di un lavoro  fianco a fianco anche lungo ed oneroso.

 Scartati altri possibili nomi, forse neppure interpellati, pensammo a Daniele Lombardi, di cui conoscevamo il multiforme ingegno,  compreso quello grafico, che si sposava alla sua professione di pianista e compositore. Sicuramente avevamo visto qualche suo catalogo, dal quale emergeva chiarissimo tale suo talento.  Ma se ci fu anche qualcuno che ce ne parlò non ricordiamo .

Gli chiedemmo allora di fare un piano.  Ogni mese avremmo pubblicato quattro pagine che lui ci avrebbe fornito già pronte per la riproduzione, bastava solo ridurle a formato. E così fu.  Non serve ricordare che Daniele Lombardi  all'epoca non era conosciuto come in seguito, e che Piano Time rappresentò per lui un bel trampolino di lancio. E che noi ci rivolgemmo a lui, prevalentemente per le sue capacità grafiche, fermo restando che anche  lui era un pianista/compositore ed insegnante di pianoforte. La pubblicazione si concluse  con successo e grande apprezzamento.

 Nel 1985, Bruno Nicolai, titolare della casa editore musicale Edipan, ed egli steso compositore, con il quale avevo avviato una collaborazione, organizzando e conducendo dei 'Salotti musicali' al Teatro Ghione, per dar voce visibilità e peso alla sua casa editrice, una casa piccola a confronto di Ricordi e Suvini Zerboni, pensò di avviare la pubblicazione di una rivista di musica, dal titolo semplice ma chiaro: La Musica al quale andava aggiunta solo  l'indicazione dell'anno di pubblicazione: La Musica 1985, il titolo per i primi numeri.

 Nicolai chiamò me e Daniele per progettare la sua nuova rivista, dedicata in prevalenza alla musica contemporanea.  Io lasciai la direzione alla vigilia dell'uscita del primo  numero, per chiarissime divergenze con Lombardi.  Il motivo del dissidio fu la mancata pubblicazione per intero in un solo numero, di un corposo ed approfondito saggio di Paolo Castaldi, intitolato se non ricordiamo male 'Il terzo stile', nel quale  egli indagava come  i compositori, nella stragrande maggioranza dopo il periodo dell'apprendistato e della matura espressione, indicano le vie future, non ancora chiaramente delineate - si pensi alle ultime opere di Bach come di Beethoven, per intenderci.

 La Musica si rivolgeva a compositori che certamente non potevano spaventarsi di fronte ad un saggio di spessore. Noi eravamo dell'idea che quel saggio andasse pubblicato per intero sul primo numero della rivista - sarebbe stato un bell'inizio. Lombardi, invece, voleva non amputarlo, ma diluirlo su diversi numeri, per dar spazio a tante cosette che avrebbero accontentato  i molti questuanti che già bussavano alla redazione. Noi a Piano Time, non  li avevamo mai fatti entrare quando recavano interessi personali.

 Si scontrarono due diversi modi di concepire una rivista. Noi pensavamo  che andasse salvaguardato  il prestigio e la qualità della rivista, e meno gli interessi, generalmente un pò bassi e particolari dei tanti questuanti. E del resto  è stata questa la regola aurea alla quale ci siamo attenuti dirigendo Piano Time, che si guadagnò  nei lettori e nel mondo musicale tutto, prestigio ed autorevolezza. E, perciò,  a seguito di tale disaccordo sulla conduzione della rivista, preferimmo lasciare  La Musica e continuare ad occuparci solo di Piano Time.

Da allora i nostro contatti con Daniele Lombardi, anche dopo che terminò la pubblicazione del 'Metodo per pianoforte' a dispense mensili su Piano Time, dal titolo Fare Musica, furono assai rari. Ma questo non ci ha  impedito di seguire  quello che negli anni è andato facendo, apprezzandone gli studi sulla musica 'futurista', meno le sue performance  con la sfilza di pianoforti per Via Tornabuoni a Firenze. replicate anche altrove.

Molto temo dopo,  all' inizio degli anni Duemila, ci contattò per sapere se poteva riavere quelle tavole che a quattro per volta avevamo pubblicato su Piano Time; gli rispondemmo positivamente e gliele inviammo - le avevamo conservato noi stessi gelosamente.

 Daniele nel 2005, le pubblicò presso l'editore Nardini, con l'aggiunta di alcune altre  - pochissime in verità -  e di un brano di musica dedicato a Luigi Pestalozza ( non serve spiegare chi fosse, e quali legami tenessero insieme i due, legami ideologici soprattutto).

Diede al volume un titolo Fogli d'album (che non era quello originale)  ed un sottotitolo: Un metodo per pianoforte. Ce ne inviò in seguito una copia con dedica: A pietro Acquafredda affettuosamente. Nelle prime pagine si leggeva di Piano Time che le aveva ospitate per prima.
La sfogliammo più d'una volta,  ma non vi leggemmo nessun accenno a come era nata l'idea e soprattutto chi l'aveva avuta, neppure en passant. Per noi era importante che  venisse raccontata, data la singolarità dell'iniziativa.
Naturalmente trovammo la cosa molto scortese. Scrivemmo a Lombardi per manifestargli il nostro disappunto. Lui ci rispose con la seguente lettera:

" Caro Pietro, ti invio una copia fresca di stampa del metodo che dopo tanti anni ha trovato la pubblicazione della altre pagine ( le poche aggiunte e non uscite su Piano Time, ndr). Certo che mi ricordo, e con gratitudine, del tuo invito a cominciarlo, e pensavo che citando pianotime fosse come citare te, che ne eri il deus ex machina. Un cordiale saluto. DANIELE LOMBARDI. 
Firenze 20.10.05".

Troppo poco, ed anche troppo comodo, caro Daniele. Come te tanti  altri, ben sapendo che  Piano Time era stato da noi fatto 'a nostra immagine e somiglianza' e che qualunque iniziativa partiva sempre da noi, come il tuo metodo,  hanno dimenticato di fare il nostro nome nelle occasione e per le ragioni per cui avrebbero dovuto farlo. Alla fine ci siamo abituati e non ce la siamo presi con nessuno. Figurati se possiamo prendercela con te. E soprattutto ora. Ciao, Pietro

venerdì 8 dicembre 2017

Nella Bibliomediateca dell'Accademia di Santa Cecilia, a Roma, succedono cose strane

Prima di leggere questo post vi invitiamo a leggerne uno precedente ,sempre in questo blog, datato 19 aprile c.a., nel quale si pubblicano alcune lettere, a firma Domenico Bartolucci, Michelle Campanella ed altri, anonimi, inviate agli Accademici di Santa Cecilia, allora presieduti da Bruno Cagli, per denunciarne alcuni comportamenti insoliti ed anche irregolari nella gestione della celebre istituzione, con particolari riguardanti l'ascesa di Michele Dall'Ongaro in Accademia e la 'promozione/ pressione' di Cagli per far entrare fra gli accademici la dott. Annalisa Bini, senza averne forse  le carte del tutto in regola per la promozione ( e perciò più frutto di pressione) ora a capo della Bibliomediateca, generosamente retribuita per tale incarico.

Veniamo ai fatti recenti nei quali la dott. Bini - forse l'unica donna fra gli accademici o una delle pochissimissime - per il suo incarico dirigenziale ha un ruolo decisivo.

 Ieri ci siamo recati nella Bibliomediateca, progettata anche quella da Renzo Piano e ben allestita, per restituire dei testi avuti in prestito. All'ingresso ci accoglie l'altolà della direzione la quale tramite cartello, fa sapere che  a partire dl 1 ottobre l'ingresso alla Bibiliomediateca può avvenire solo dopo aver acquistato, al prezzo di Euro 30,00 ( 10 per i giovani) la tessera che un tempo veniva data gratis a chi ne faceva richiesta, naturalmente per ragioni di studio - come del resto avviene in qualunque biblioteca che si rispetti, a cominciare dalla Nazionale di Via Castro Pretorio, ancora a Roma.

La cosa ci è parsa molto strana, pensando ai bilanci dell'Accademia, in funzione quasi esclusiva della sua attività concertistica, ed a detrimento di quella didattica e di studio. L'Accademia ci è stato spiegato non ce la fa più a sostenere le spese di gestione della Bibliomediateca e perciò è ricorsa all'obolo della tessera d'ingresso. Che, per quanto possa avere consistenza, quelle spese non potrà mai ricoprire, tanto valeva allora, evitando anche la figuraccia,  continuare a lasciare l'ingresso libero a quanti vi si recano per ragioni di studio.

Mesi fa abbiamo scritto un post a difesa della Bibliomediateca, quando un nostro conoscente ci aveva informato che alcuni servizi - come il prestito - l'Accademia non riusciva più a garantirli, scrivemmo allora, dopo esserci andato, che la sua lamentela  non corrispondeva a verità e che a noi il prestito era stato dato in tempo debito ecc...

La dott. Bini ci disse più tardi che l'attuale sovrintendente, Michele Dall'Ongaro, con il quale è ben noto quanto deteriorati anzi inesistenti siano i rapporti nostri, aveva apprezzato tale precisazione che  metteva fine a false notizie.  Ma adesso sia la dott. Bini che Michele Dall'Ongaro certamente non gradiranno quanto stiamo per scrivere perché getta un'ombra sinistra  sui principi ai quali  ispirano la loro attività in seno all'Accademia ed alla Bibliomediateca.

Andiamo in ordine. Oltre un anno e mezzo fa, ragalammo alla Bibliomediateca alcuni numeri introvabili di Piano Time ed Applausi che mancavano nella collezione della Bibliomediateca, privandocene.

In quella stessa occasione facemmo dono  anche di un numero speciale della nostra ultima  rivista, cioè MUSIC@, un numero molto particolare che l'ottusità del direttore del Conservatorio dell'Aquila, Piermarini, non ha consentito che fosse stampata, benchè già in tipografia, e che noi abbiamo fatto stampare a nostre spese, in poche copie, ed abbiamo inviato alle più importanti biblioteche italiane che avevano, dal 2007 in avanti e  fino alla fine del 2013, ricevuto regolarmente, il noto bimestrale edito dal Conservatorio 'Casella' dell'Aquila. In quel numero 'VIETATO' comparivano anche le lettere alle quali facevamo  riferimento e che abbiamo ripubblicato su questo blog.

Un anno e mezzo fa regalammo quel numero anche alla dott. Bini perchè completasse la collezione della Bibliomediateca. La dott. Bini lo conosceva già, perchè quel numero era stato pubblicato, in rete ,da un noto blog italiano, quello di Luigi Boschi, sul quale si può ancora sfogliare e leggere. ( Ne vale la pena perchè un numero di grande qualità!) e noi stessi l'avevamo inviato in pdf a molti dei destinatari di Music@

Quando siamo tornati, dopo mesi, alla Bibliomediateca ed abbiamo riscontrato che quel numero non era stato  ancora catalogato e messo assieme agli altri, abbiamo chiesto ragione alla dott. Bini, la quale ci ha risposto che  stavano procedendo alla catalogazione e che presto sarebbe stato conservato dove doveva.  Non sulla scrivania della Bini, ben occultato. Alle nostre rimostranze, ci aveva risposto  che se lo volevamo indietro ce lo avrebbe volentieri ridato. Naturalmente a noi premeva che quel numero di Music@ completasse la collezione della rivista in Bibliomediateca; noi a casa avevamo una copia del numero in questione.

Ieri, giacchè eravamo di nuovo, dopo  sette mesi, nella Bibliomediateca dell'Accademia, siamo andati a controllare se quel numero 'speciale' di Music@ si trovasse al suo posto, e cioè con gli altri del bimestrale. Non sorpresi più di tanto, abbiamo scoperto che quel numero non c'era, e che la dott. Bini, così facendo, aveva assecondato la volontà, inespressa (?), del suo sovrintendente, che  non avrebbe sopportato che nella biblioteca dell' istituzione da lui presieduta, comparisse una rivista che lo accusava apertamente, e qualcosa di non proprio positivo azzardava anche a proposito dell'ascesa della dott. Bini. Ed ambedue le accuse non contenute in scritti di nostro pugno, ma in quelle lettere, pesanti come un macigno, cadute sulla gestione 'Cagli' dell'Accademia, a proposito della caldeggiata successione di Dall'Ongaro al vertice di Santa Cecilia , e della 'promozione/pressione, per far  accogliere la dott. Bini fra gli Accademici ceciliani.

P.S. Quando la dott. Bini leggerà questo nostro post, che  riterrà come una pugnalata alle spalle, quando invece la pugnalata alle spalle l'ha data Lei e il suo capo, alla cultura ed alla ricerca, ci risponderà che Lei quel numero 'speciale' di Music@, l'ha catalogo e messo assieme agli altri ma che qualcuno deve averlo trafugato, portando come prova che  altri numeri della stessa rivista, un tempo in dotazione alla Bibliomediateca, ora mancano.

Ma noi non ci meraviglieremmo se scoprissimo che le stesse mani, che non hanno messo quel numero di Music@ al posto che le spettava, sono le stesse che, per camuffare la brutta operazione, hanno fatto, qualche istante dopo,  sparire definitivamente, o occultare temporaneamente, anche gli altri numeri mancanti, che noi avevamo, anche quelli, regalato alla Bibliomediateca dell'Accademia di Santa Cecilia. 

domenica 5 novembre 2017

Oscar 2017 per il miglior titolo giornalistico al 'Venerdì' di 'Repubblica'

La notizia è arrivata, inattesa, alle prime luci dell'alba, rimbalzando su  tutti i mezzi di grande
comunicazione. Si era riunita nella notte, pressata dagli eventi,  a Los Angeles la commissione internazionale che assegna ogni anno l'Oscar per il miglior titolo di giornale. E benchè la proclamazione del vincitore avvenga solitamente a Natale, quest'anno la commissione non ho voluto attendere, e ne ha spiegato le ragioni. Perchè tanta fretta?

 L'altro ieri, Il Venerdì, settimanale di Repubblica, è uscito con un dossier sul nostro patrimonio  storico artistico e  sulle designazioni dell'Unesco che, in tale senso, vedono l'Italia in cima alla classifica dei siti 'patrimonio dell'umantà', ma mettendo in guardia su un pericolo che l'Italia corre. Il nostro paese potrebbe essere superato addirittura dalla Cina, che nella classifica mondiale risulta già al secondo posto, ad un solo punto (sito) di distanza dall'Italia. che, sprezzante del pericolo, continua a degnare di scarsa attenzione i suoi tesori.

Al'interno del giornale anche  un lungo servizio dedicato a Matera, la 'città dei sassi', inserita già dall'Unesco nei siti di grande interesse, e che nel 2019 - come si sa - sarà capitale europea della cultura,  avendo superato anche L'Aquila - che si era candidata all'epoca della designazione, e che in fatto di rovine vantava e vanta tuttora un primato anche su Matera che delle sue  antiche rovine ne ha fatto un punto d'onore, motivo di attenzione e fonte di guadagno, mentre L'Aquila  dalle sue recentissime rovine, causa terremoto, non riesce ancora a liberarsi.

 Quanto tale premio sia ambito dalla carta stampata mondiale noi sappiamo da tempo, perché moltissimi anni fa, un giornale che allora dirigevamo - Piano Time - vinse tale premio, con il titolo di copertina: La Scala del paragone, alludendo all'arrivo a Milano di Riccardo Muti, dopo l'uscita di Claudio Abbado, e sfruttando l'omonimo titolo di una delle opere di Rossini: La scala del paragone appunto.

A convincere i giudici americani sull'assegnazione e proclamazione anzitempo dell'Oscar 2107 per il miglior titolo di giornale, è stato il titolo di copertina del Venerdì : Patrimonio all'Italiana, che  giocava con il titolo del notissimo film di Vittorio De Sica, Matrimonio all'italiana. Ma più ancora li ha convinti ad anticipare di qualche mese l'annuncio del vincitore, è stato il titolo del servizio interno dedicato a Matera, che ha realizzato  così una  inattesa doppietta insuperabile ed ineguagliabile: MATERALISMO STORICO..

 Fra i candidati che si sono visti scippare l'Oscar 2017  per il miglior titolo di giornale c'era anche Il Manifesto, che proprio oggi sotto la foto di Renzi e  del candidato alla presidenza della Sicilia aveva messo il titolo Sotto il ponte (giocando sul fatto che la destra, ed anche la sinistra, hanno  ritirato fuori la costruzione del ponte, mentre la sinistra alla quale i sondaggi assegnano una sonora sconfitta,  potrebbe finire 'sotto i ponti' come i barboni). Il Manifesto, prima del Venerdi ,che al quotidiano comunista ha rubato un titolo  di  sua pertinenza, ha, per la titolistica una innata propensione e grande  talento, oltre che un vero e proprio pallino, e in anni passati è stato più volte candidato ed anche vincitore di detto Oscar, assegnato per il 2017, all'unanimità, dalla giuria internazionale, riunita a Los Angeles, al Venerdì di Repubblica , che quest'anno compie trent'anni di vita.

giovedì 21 settembre 2017

Più ITALIA (serie e film) nei palinsesti radio televisivi, vorrebbe Franceschini. Perchè non fa altrettanto per la MUSICA?

Barricate di tutte le emittenti radio televisive italiane, dalla Rai a Fox, contro Franceschini che starebbe per far varare dal governo un Decreto legge che imporrebbe, per quote, addirittura doppie rispetto a quelle vigenti,  e obbligatorie, gli investimenti in opere italiane ed europee, delle emittenti televisive. Alle quali, di conseguenza, devono riservare adeguato spazio nella loro programmazione, dove ora primeggiano i prodotti americani.

 In una lettera di protesta, le emittenti redio televisive, capeggiate dalla Rai,  fanno notare che esiste già una quota di prodotti italiani ed europei e che tale quota non si può aumentare, per due ragioni. La prima è che il pubblico  preferirebbe ( loro dicono: preferisce)  film e  serie americani,  e assai meno gli uni e le altre italiani; e la seconda  sarebbe( loro scrivono: è) che i prodotti italiani sono più costosi.

Franceschini si difende portando a modello il caso della Francia, dove le percentuali dei prodotti francesi sono della stessa misura, se non maggiore, che il ministro vorrebbe introdurre (imporre per legge) in Italia.

Le emittenti rispondono che il modello francese non può essere né importato né imitato in Italia, per la semplice ragione che i nostri cugini hanno un pubblico doppio del nostro e gli investimenti pubblici nel settore sono il quadruplo di quelli italiani. Avrà capito Franceschini il senso della lettera? Dacci più soldi e noi ti daremo più quote, ma se le risorse stanno al palo, scordati di pretendere quote maggiori delle presenti che sono già abbastanza alte, nella loro visione.

Nei fatti oggi al cinema ed alle serie italiani ed europei viene solitamente riservata, dalle emittenti italiane la 'seconda' serata. Franceschini vorrebbe imporre per decreto che a quegli stessi prodotti sia riservata la 'prima' serata.

Attualmente le emittenti televisive sono obbligate ad investire nei prodotti 'made in Italy' il 10% del loro fatturato annuale, Franceschini vorrebbe portare tale percentuale al 20% . E per la Rai, in particolare, la percentuale che oggi è già al 15, dovrebbe arrivare nel giro di due anni, al 30%.

Franceschini,  detto in cifre, vorrebbe che gli investimenti che oggi si aggirano sui 700 milioni di Euro circa, passassero a 1,2 miliardi  circa a regime nel 2019 con un incremento di 500 milioni circa che le emittenti ritengono assolutamente insostenibile.  Chi non si attiene, sarà raggiunto da sanzioni abbastanza gravose, e superiori  anche a quelle comminate a chi viola, nelle trasmissioni, la tutela dei minori.

Ah, le quote! Franceschini vorrebbe imporre alle emittenti radiotelevisive italiane  quote che ci sembrano assai simili a quelle 'rosa'. In ogni istituzione pubblica ci deve essere uno spazio riservato alle donne che per troppo tempo, pur essendo maggioranza nel paese, sono state sempre trattate come fossero 'minoranza', specie negli incarichi di vertice. Le quote, purtroppo, fanno sempre una brutta impressione, anche quando sembrano essere l'unico modo per riformare un sistema che fatica a modernizzarsi. Anche perchè non è che le donne - che secondo Riccardo Muti, in base alla sua esperienza, ritiene siano 'più attrezzate' degli uomini che salgono sul podio: ma che avrà voluto dire? - rappresentano di per sé, a seconda delle quote, la modernità o meno di un paese ecc...

Comunque noi che da molti anni ci battiamo per una presenza maggiore di artisti italiani nelle istituzioni musicali del nostro paese, dovremmo applaudire Franceschini ed invitarlo a fare altrettanto in campo musicale; se non  ad applicare le stesse percentuali, quantomeno la medesima logica; perché anche  il settore musicale, è bene ricordarlo, senza il finanziamento pubblico, per quanto al di sotto di molte altre nazioni europee, non potrebbe sopravvivere, neppure esistere.

Nel caso delle istituzioni musicali, abbiamo tante volte dimostrato che non esistono  quote riservate agli italiani e che  in molte stagioni, anche di istituzioni importanti, gli artisti italiani quasi sono esclusi del tutto.  Come è possibile?

Negli anni passati,  ma in quelli più recenti, ricordiamo di aver fatto e proposto un esame dettagliato di alcune  stagioni musicali; come ad esempio,  quelle di Santa Cecilia e dell'Orchestra Nazionale della Rai, rilevando in tutta evidenza che in quei cartelloni la presenza di artisti italiani era quasi pari allo zero; dove perciò una  quota intorno al 20% sarebbe quantomeno auspicabile e sacrosanta.

Le istituzioni, interpellate sulla questione, hanno sempre risposto che  gli artisti stranieri sono sempre più bravi e quindi da preferire, ed oltretutto costano meno degli italiani. Ambedue le affermazioni sono state puntualmente smentite da gente del mestiere, che ha assicurato che gli artisti italiani sono bravi quanto, se non più degli artisti stranieri e costano meno o al pari dei  loro colleghi. Dunque sbugiardati!

Ma allora perché si continua a tenerli alla larga dai cartelloni italiani finanziati con soldi pubblici?

Le ragioni possono essere, e sono, tante. Innanzitutto - è bene dirlo senza timore - potrebbero esserci strani traffici fra direzioni artistiche ed agenzie di rappresentanza e case discografiche. E' calunnioso pensare che girino mazzette o ci siano interessi di genere diverso da quello artistico e musicale?

C'è poi la pochezza di molti direttori artistici, incapaci di valutare le qualità di un musicista che si presentasse ad un'audizione, e per questo si fidano ciecamente - non potendo fare altrimenti - delle agenzie, le quali non essendo istituzioni di beneficienza badano ai c... propri. C'è un mercanteggiamento fra agenzie e istituzioni: ti dò la star ma ti devi prendere anche il comprimario, ed alle mie condizioni. E, già che ci siamo, ti prendi l'artista che ti dò io e prendi anche il suo programma (il massimo nelle tournée).

Ma c'è anche la storia che il cognome straniero fa sempre più effetto di uno italiano, e se giovane ancor di più; se poi si tratta di una musicista femmina, anche carina oltre che brava, non c'è storia.

Per queste ed altre ragioni si verifica anche che  un giovane artista appena laureato in un concorso internazionale, se straniero arriva  come un razzo nelle nostre sale, se invece è un italiano: gli si fa fare una trafila deprimente e sfiancante.
Se non credete a quello che vi stiamo dicendo, domandatelo a Mario Brunello, vincitore di concorso a Mosca, snobbato in Italia. Oggi è onnipresente, se l'è meritato e sudato, ovvio; ma all'epoca della vittoria, noi  allora direttore di Piano Time,  fummo forse l'unico a difenderlo a spada tratta, invitando le istituzioni musicali italiana a dargli lo spazio che  tale vittoria prestigiosissima gli meritava. Anche Brunello dovette attendere.
 Ci sono anche casi strani, dove le capacità di un artista, sembrano avallate e moltiplicate da  episodi ed elementi che riguardano la sua vita privata, come nel caso di un pianista iraniano che va raccontando ogni volta la sua storia di esule, ed anche per questo è presente nei cartelloni delle istituzioni italiane, con una operazione di marketing ben architettata ed anche riuscita.

Noi non vogliamo spingerci a dire che in Italia si deve fare come in Francia, dove gli artisti francesi, hanno nelle istituzioni musicali una specie di monopolio; ma senza arrivare al monopolio, sarà possibile  domandare , forse anche pretendere, che i nostri artisti non siano praticamente esclusi in patria? Che ne dice Franceschini?


venerdì 2 giugno 2017

L'Accademia pianistica di Imola ad una svolta con la presidenza di Francesco Micheli?

Il cambio alla presidenza dell'Accademia pianistica di Imola, l'abbiamo segnalato mesi fa. Francesco Micheli, finanziere d'assalto,  musicofilo per tradizione ed eredità famigliari, succede a Fabio Roversi Monaco, che assume la carica di 'presidente onorario'.  Direttore, in coppia con Scala è Vladimir Ashkenazy e direttrice artistica, Angela Maria Gidaro.

Proprio  oggi, dalle pagine del 'Corriere', Micheli dà qualche dritta sul suo nuovo incarico che va ad unirsi a quello di Consigliere della Scala, assunto dopo aver lasciato la direzione di MiTo - il festival che lo costringeva - come era nelle sue comprovate capacità - a cercar soldi più che a immaginare concerti. E che, temiamo, dovrà continuare a fare anche ad Imola, se vuol lasciare un segno del suo passaggio.

Vuole Micheli portare l'Accademia pianistica di Imola, scuola di alto perfezionamento, all'attenzione dell'Italia, mentre lo è già di tanti paesi dai quali ogni anno giungono allievi, intenzionati a studiare con le star che la lungimiranza di Franco Scala, suo fondatore, ha sempre assicurato agli studenti ammessi.

 Per chi non lo sapesse, era nata come Accademia pianistica 'Incontri col maestro',  ed aveva luogo in casa del suo fondatore. A calendario fissato, giungevano ad Imola importanti concertisti che si fermavano per qualche giorno per incontrare gli allievi che già allora giungevano da molte parti. Gli incontri erano partiti nel 1981. Al principio del 1983, nacque Piano Time, la famosa rivista pianistica da noi inventata e diretta, che subito rivolse all'Accademia di Scala una decisiva attenzione, al punto da riservarle uno spazio mensile GRATUITO. Ed oggi Franco Scala, che ha ottant'anni e la memoria corta, dimentica del tutto la ricca e fruttuosa relazione che Piano Time stabilì con la sua Accademia, fruttuosa naturalmente per l'Accademia, oltre che per i lettori di Piano Time che ne venivano informati.

Fummo invitati a Imola un paio di volte a visitare l'Accademia per renderci personalmente conto della qualità dell'insegnamento che vi si impartiva e della singolare maniera con cui lo si faceva. In prossimità dell'arrivo a Imola di un concertista  ci si accordava con lui su un determinato repertorio che il concertista ospite avrebbe fatto studiare ai giovani studenti. Questi, preparatissimi, nel corso di due o tre giorni mostravano i frutti del loro studio e ne discutevano in quei singolari corsi di perfezionamento che avevano luogo a Imola, almeno uno al mese.

L'Accademia crebbe al punto che si trasformò anche nella sua veste giuridica. E il nuovo corso fu sancito da un concerto di Vladimir Ashkenazy nel marzo del 1989.  Piano Time diede ovviamente il giusto risalto all'avvenimento; non solo, tramite la complicità di un amico, Valery Voskoboinikov, facemmo tessere ad Ashkenazy nominato presidente della stessa, all'insaputa di Scala che ebbe la piacevolissima e gradita sorpresa, l'elogio dell'Accademia, e lo pubblicammo sullo stesso numero di Piano Time con grande risalto. Fu la definitiva consacrazione pubblica dell'Accademia fondata da Scala.

 Successivamente le cose per Piano Time, la 'nostra' (l'avevamo sia inventata che diretta fino al 1990) gloriosa rivista, andarono nella maniera non propizia che conosciamo ( e cioè che lasciammo la direzione della rivista)  ed anche i rapporti con Imola si allentarono, al punto che Franco Scala, con gli anni sempre più smemorato,  ed ora a 80 non gliene possiamo fare una colpa, ha ignorato del tutto il nostro intenso rapporto d'un tempo.per il quale non abbiamo mai né chiesto né preteso riconoscimenti e tanto meno riconoscenza, ma solo il ricordo. Perchè tutto quello che allora facemmo per l'Accademia di Imola lo facemmo perchè era giusto che lo facessimo,  e perchè lo meritava Scala, ma di più  gli studenti che lì  si formavano e crescevano meglio che in altre scuole.

Smemorato e distaccato lui,  ma noi no. Se negli anni immediatamente seguenti, incaricati dal barone Francesco Agnello di organizzare un grande convegno in Italia sulle 'accademie musicali' da promuovere al rango di 'scuole di alto perfezionamento', con il riconoscimento statale (allora l'unica era l'Accademia di Santa Cecilia che, comunque, per statuto, era incatenata dagli obbligati rapporti con l'omonimo conservatorio romano) individuammo  tre istituzioni degne di essere promosse: la Scuola di Fiesole per la pratica orchestrale, l'Accademia di Imola per il pianoforte, l'Accademia chigiana, pur estiva, per la sua gloriosa tradizione e... forse c'era anche un'altra che non ricordiamo per il canto. Non si fu tutti d'accodo nel presentare la proposta al ministero, per l'opposizione, sapete di chi? di Piero Farulli, che non voleva accettare che le altre istituzioni musicali di perfezionamento avessero la stessa considerazione e godessero dello stesso status giuridico della sua gloriosa scuola fiesolana, ormai nota per l'avviamento professionale all'orchestra.

 Micheli,  per tornare a Imola, più che far conoscere l'Accademia in Italia - se la cosa non è riuscita finora, è difficile riesca a lui - deve dare il via a certe strutture  di cui necessità l'Accademia, come il pensionato per studenti che lui ravvisa potrebbe sorgere nei locali dismessi di un ex manicomio. Ci provi, lui può riuscirci.

Per il resto, l'Accademia,  con o senza Scala, per mantenere alto il prestigio che si è conquistato, deve badare esclusivamente alla qualità del suo insegnamento, senza compromessi, mai.
 Come a noi, con un cattivo pensiero che non riusciamo a scacciare, è parsa, ad esempio, l'inclusione fra i docenti di una pianista cinese, sposata ad un pianista, più noto come collezionista di strumenti e fondatore di una accademia intitolata all'inventore del glorioso strumento, che come interprete ed insegnante, dettata forse anche dal possibile richiamo che la sua presenza in Accademia potrebbe costituire per i tanti giovani pianisti cinesi che sempre più numerosi vengono a studiare ad Imola. E' un cattivo pensiero e vorremmo che tale restasse. Ribadendo che 'compromessi mai', quando si parla di formazione, anche musicale.

domenica 7 maggio 2017

Una storia del pianoforte di Piero Rattalino 'NUOVA', identica alla 'VECCHIA'

Dopo trentacinque anni dalla prima edizione. Piero Rattalino - l'uomo che più di ogni altro conosce  vita e miracoli ( la morte , eventuale, è ancora lontana, non c'è riuscita a gettarlo nella fossa neanche la prodigiosa elettronica) del pianoforte dei suoi sacerdoti o atleti - come sarebbe più giusto chiamare i pianisti dell'ultimissima generazione - e della musica pianistica, senza la quale quell'enorme nero elefante  - come giustamente l'ha definito qualcuno - non avrebbe riscosso  tanto interesse nei tre secoli di vita; Rattalino, dicevamo, licenzia una nuova edizione della sua 'Storia del pianoforte', del tutto identica alla vecchia, salvo che per la trentina di pagine aggiunte come una sorta di postfazione o di aggiornamento che nulla di sostanzialmente diverso e significativo  dalla vecchia edizione ci raccontano.  
E già che  dopo aver scritto la storia del pianoforte ed un'altra decina circa di volumi dedicati sempre all'amato strmento, Rattalino avrebbe potuto mischiare le carte della sua conoscenza, illimitata come illimitata, quasi eterna, è la sua presenza nella vita musicale italiana, e darci ancora una storia del pianoforte con  diversa prospettiva.

Della sua straordinaria capacità di conoscenza del pianoforte, con annessi e connessi, noi stessi siamo stati testimoni, negli anni in cui lo avemmo preziosissimo e puntuale collaboratore della nostra rivista 'Piano Time', per la quale soltanto ha scritto - negli anni di nostra direzione - un centinaio di articoli circa, la cui sostanza ha ripreso dai suoi studi e libri precedenti, oltre che da fatti di attualità, o ha riversato in studi e libri successivi. 

La postfazione aggiunta alla vecchia edizione per farla diventare nuova,  viene a dirci  che negli ultimi trent'anni il pianoforte  non ha subito nessuna considerevole variazione - diciamo che la stessa cosa vale per gli ultimi cento anni, nel corso dei quali salvo alcuni brevetti di non grandissimo peso, lo strumento è rimasto quello che era  diventato nell'Ottocento, e cioè lo strumento da concerto per eccellenza. 

Non sappiamo, perchè non abbiamo ancora avuto il tempo di leggerla questa postfazione, se Rattalino ha citato, anche una semplice citazione, l'unico fatto davvero nuovo  nella storia dello strumento, e cioè l'affacciarsi sul mercato di un nuovo marchio, italiano per giunta, e cioè Fazioli, in grado di contendere fette di mercato di eccellenza ai grandi marchi storici sia europei che dell'Estremo Oriente.

Per la musica pianistica Rattalino arriva a Cage, Stockhausen e Boulez, e non va più avanti, dimenticando forse che Salvatore Sciarrino ha un catalogo pianistico di tutto rispetto, più ricco ormai di quello di qualunque altro compositore di oggi, Glass compreso, che certamente nel pianoforte non può dirsi abbia dato il meglio (e Glass oggi ha già ottant'anni, mentre Sciarrino ne ha appena compiuti settanta). 

Andiamo a memoria. Speriamo non abbia dimenticato di citare anche Berio e Donatoni, quest'utimo con la sua monumentale raccolta delle 'Francoise-Variationen', il cui seme fu messo a dimora, prima di generare la pianta e poi l'albero gigante, proprio nelle pagine di Piano Time. ( Permetteteci, con orgoglio,  di ricordare che quel seme reca - nelle note - quelle ricavate, secondo la notazione alfabetica, dal nome 'Francoise', e dal nostro cognome  ' Acquafredda', perchè voleva rappresentava un graditissimo dono alla sua amica,  nello stesso tempo richiesto da noi per la rubrica 'fogli d'album' di 'Piano Time').

Rattalino non dimentica - come potrebbe - citare la nuova stella cinese, Lang Lang, che rappresenta un fenomeno mondiale, come nessun altro era stato prima di lui. Rattalino cita anche Kissin - che  sembra dopo esordi fulgidi, essersi un pò eclissato, rilevando nell'uno come nell'altro scelte di repertorio, di non sola  alta difficoltà tecnica, tendenti al sentimentale. 

lunedì 6 febbraio 2017

Dove è finito 'Viva Toscanini', il Comitato? Riccardo Muti con Harvey Sachs celebra il grande direttore, senza il Comitato

Nel 2006 si costituiva un doppio Comitato, uno d'onore e l'altro esecutivo, ambedue con parecchie decine di membri, di varia umanità.  All'epoca fece qualcosa, tanto per accreditarsi agli occhi del paese, e poi... poi  è sparito dalla circolazione. Come è nel destino di chi si imbarca in imprese alle quali è, per storia e formazione, estraneo.

In molti, e noi fra quelli, si chiesero già allora, le ragioni dell'assenza di direttori d'orchestra, veri, nei Comitati - salvo eccezioni non del tutto disinteressate - a cominciare da quella di Riccardo Muti, che della lezione e della eredità di Toscanini, ricevuta direttamente dall' insegnamento di Antonino Votto, collaboratore di Toscanini e maestro di Muti, si dichiara ad ogni occasione difensore e custode. Non è che la presenza di Cristina Muti nel Comitato - in uno dei due - risolve il problema, essendo lei solo la moglie del direttore.

E molti altri ancora criticarono quel Comitato nel quale assai vistosa era pure l'assenza del maggior studioso di Toscanini oggi, il musicologo Harvey Sachs.  Due le possibili ipotesi. Non c'era voluto entrare o non era stato neanche interpellato dagli organizzatori di quello strano Comitato, che certamente non conoscevano gli studi di Sachs, ed il loro valore, sul grande direttore?
Noi potremmo chiedere conto direttamente a Sachs delle possibili ragioni della sua assenza - sebbene propendiamo per la prima delle due prospettate - perché lo consociamo da anni e lo avemmo come nostro collaboratore, ai tempi di 'Piano Time', dove pubblicammo suoi articoli sul grande direttore.

Ora Muti e Sachs, a Parma, hanno celebrato il grande direttore, la cui lezione interpretativa, modernissima, è attuale anche oggi, accanto al suo impegno civile, in difesa della democrazia e libertà, unanimemente riconosciutigli ed apprezzati.

E il Comitato 'Viva Toscanini', in questo importante 2017, che fine ha fatto? Fonti riservatissime, da verificare, ci dicono che starebbe organizzando delle manifestazioni celebrative - una mostra? - in Canada, ma ci sfugge la ragione di tale espatrio in una nazione che con Toscanini non ha nulla da spartire. Ma forse lo sapremo nei prossimi mesi, sempre che qualcosa quel comitato riesca ad organizzare .

CURIOSITA'

Tante volte sette nella sua biografia. Nacque nel 1867, ebbe una carriera lunga 67 anni, si ritirò dal podio che aveva anni 87, morì nel 1957. Tanti questi sette, ma non vogliono dir nulla; semplice coincidenza.

lunedì 21 novembre 2016

L'indagine della Makno sul pubblico della Scala ci induce a qualche riflessione

 Tralasciamo volutamente ogni apprezzamento sulla attendibilità di sondaggi, indagini, previsioni, dopo le recenti figuracce di sondaggisti di ogni parte e scuola sulle elezioni americane ecc... perchè - come diceva uno studioso - spesso gli interpellati non confessano ciò che pensano veramente e talvolta si vergognano di dichiarare  le loro debolezze o nefandezze; e perchè  quasi sempre colui che fa il sondaggio non riesce a guadare le cose come stanno, spogliandosi delle proprie convinzioni. A ciò aggiungiamo anche un altro elemento e cioè il peso del committente di sondaggi ed inchieste. E così il quadro relativo - nella maggior parte dei casi -  degli esiti accusa forti condizionamenti.

Abbiamo ancora presenti gli esiti di sondaggi che ogni mese fa una rivista di musica, e che  negli ultimi tempi ci ha rivelato essere stata Maria Callas la più grande cantante del secolo passato, e l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia una delle migliori del mondo, capovolgendo ogni precedente convinzione e classifica.

Tornando all'indagine Makno della quale abbiamo letto su molti giornali, i risultati sarebbero questi: il pubblico giovane è cresciuto negli ultimi dieci anni (ma non sarà forse per il fatto che la Scala fa spettacoli per ragazzi, ed apre le sue porte, nelle grandi occasioni, al pubblico di studenti, mentre il pubblico 'normale' è cambiato assai poco?) ; è cresciuto anche il pubblico che viene da fuori Milano ed anche da fuori Italia; la Scala è considerata come il monte Everest che tutti vorrebbero scalare anche quelli che non ci hanno mai pensato; che la Scala è vista soprattutto come il teatro della grande tradizione operistica italiana ed anche qualche altra cosetta.

L'indagine non dice che in questi giorni è entrato come socio fondatore Del Vecchio, il patron di Luxottica e che Squinzi, l'uomo Mapei, già a capo della Confindustria, è entrato nel CdA della Scala; questo lo fa sapere la Scala, negli stessi giorni in cui diffonde i meravigliosi risultati dell'indagine Makno.
Qualche giornale ha fatto notare che lo svecchiamento del pubblico non viaggia di  pari passo con l'interesse per il nuovo, perché la Scala resta pur sempre, nella considerazione generale, lo scrigno della tradizione italiana. E questo ha scocciato parecchio al giornalista che lo annotava, perché il pubblico giovane avrebbe dovuto voler dire anche opere nuove.

A poca distanza dall'esito dell'indagine Makno, un altro giornale aveva fatto la sua indagine 'casereccia', titolando 'Stregati dalla musica classica', fornendo dati strampalati, frutto di sciatteria, e cantando vittoria prima che l'esercito nemico, l'esercito dell'indifferenza e della cattiva amministrazione,  sia stato sconfitto.
 A sostegno del forzato bollettino della vittoria, che serviva anche per dare ad intendere che anche gli altri teatri non sono da meno,  le solite dichiarazioni del sovrintendente romano che canta vittoria perché nel suo teatro - teatro d'opera!!! - arrivano Bellocchio, Barberio Corsetti e la Fura dels Baus ( ma che si sono messi a cantare pure loro?) - e l'operazione 'Opera camion che ha rivoluzionato il modo di ascoltare l'opera - non più in teatro, ma a due passi da casa e all'aperto, ma solo con la buona stagione - e con un contenimento del costo dei biglietti.
 Indagini più che di fatti di buone intenzioni come quella emersa dall'indagine Makno, relativa a coloro che alla Scala non sono mai stati, ma che andarci è in cima ai loro desideri (che aspettano?) e che servono semmai a mettere sull'avviso il governo che minaccia sfracelli legislativi per i teatri d'opera.

Tutto questo chiasso ci ha fatto venire in mente un famoso convegno ospitato in Campidoglio,  a metà degli anni Ottanta. Organizzato dal CIDIM del barone Agnello, vi parteciparono molti illustri esponenti del mondo musicale da Fontana alla Belgeri, da Bussotti a Mimma Guastoni, allora a capo di Ricordi ecc... Partecipammo, invitati, anche noi che allora dirigevamo il mensile 'Piano Time'.
Nella sala  scese il gelo quando intervenendo, non senza qualche timore, dicemmo coram populo, che tutto quel chiasso - il chiasso del convegno - serviva in realtà al barone Agnello, che l'aveva organizzato, per vantare meriti nei confronti del Ministero, al quale si apprestava a chiedere finanziamenti più cospicui . Il barone, assai imbarazzato, rispondendo alle nostre osservazione, non seppe che sbatterci in faccia tutti i meriti, infiniti, della sua carriera di  operatore musicale, fra i quali quelli del CIDIM, per il quale chiedeva più soldi, erano i meno importanti. Più tardi il barone Agnello riconobbe che quel che avevamo detto era la pura verità, o quasi, anche se non opportuna.
 Certamente non è così per la Scala che vanta meriti in gran quantità. Ma, chissà perchè, l'indagine recente della Makno commissionata dal Teatro alla Scala, che gongola per l'ingresso nel suo CdA di nomi e soldi pesanti, riguardante il suo pubblico ed altre cosette, ci ha fatto venire in mente quel famoso, famigerato convegno!

martedì 25 ottobre 2016

Francesca Gentile Camerana: anche i ricchi piangono

Francesca Gentile Camerana. La signora la conosciamo da molti anni, anche se la nostra conoscenza è stata sempre a distanza, prevalentemente telefonica o epistolare, e semplicemente di tipo professionale. Dagli anni in cui dirigevamo Piano Time, anni Ottanta, a metà degli anni Novanta, quando con  la rivista Applausi da poco nata ed anche quella da noi diretta, partecipammo ( distribuendola materialmente al pubblico) all'inaugurazione dell'Auditorium del Lingotto, con Abbado sul podio.

Da sempre per Lei abbiamo nutrito la più grande ammirazione per la 'sua' straordinaria 'De Sono', nata nel 1988, che ha allevato tanti tantissimi talenti  in campo musicale, strumentisti e studiosi di valore.
Premettiamo che noi con Lei e la sua 'De Sono' o con  l'attività dei 'Concerti del Lingotto'  avviata successivamente, lavorativamente non abbiamo mai avuto rapporti, come invece non possono dire tanti che poi ne hanno scritto positivamente e forse non senza un diretto interesse; dunque tutto quello che sempre abbiamo pensato e detto lo abbiamo pensato e detto semplicemente riflettendo sulla sua attività. E la stessa regola vale anche oggi per ciò che stiamo per dirvi e che,  sinceramente, non nasconde critica alcuna.

In questi giorni è uscita una intervista alla signora a firma Alberto Mattioli, su 'La stampa', alla vigilia della stagione di concerti sinfonici - che sono magna pars della sua attività strettamente musicale - nella quale si legge che anche Lei ha sentito i riflessi della crisi. Dichiara infatti la signora che  la sua stagione attinge soldi dal botteghino ( 10%, una nullità), dagli sponsor ( 30%) e dalla Compagnia di San Paolo ( 60%). E perciò, se per assurdo dovesse mancare il pubblico ai suoi concerti -dove non è mai mancato né mancherà questa volta - il bilancio economico chiuderebbe senza perdite. E questo perchè la Gentile Camerana e le sue attività sono state sempre finanziate da  Casa Savoia alla Fiat, da Carlo Alberto a John Elkan. Nonostante ciò  la crisi la sente anche Lei e se ne lamenta, ma non più di tanto, visti i conti delle entrate e la loro ripartizione.
Non ci viene detto da Mattioli, en passant, se la Fondazione guidata dalla dott. La Rotella, sposata Vergnano,  procacciatrice di soldi per la cultura a Torino ( a proposito che fine ha fatto La Rotella, dopo l'insediamento della Appendino?), ha a che fare con la Gentile Camerana, ma forse non se ne accenna nell'intervista, perché appartenenti a due parrocchie diverse.

Mattioli, acuto ed arguto intervistatore, le chiede poi: non c'è troppa musica a Torino? La signora risponde candidamente - ma inesattamente - che a Torino l'Opera la fa il Regio, la cameristica, l'Unione Musicale ( due feudi musicali con direzioni eterne per la loro durata!)  e lei  pensa alla musica sinfonica. E Mattioli tace a seguito della risposta, mentre avrebbe dovuto presentare alla signora il 'conto della spesa' musicale torinese.

Ma come signora Camerana - d'ora in avanti la chiamiamo con il solo cognome da sposata, per non allungare il brodo ai lettori - lei dimentica di citare altre istituzioni che hanno attività sinfonica a Torino, ben più intensa della sua, che in fondo fa solo 9 concerti, seppure tutti di grande livello, per gli esecutori invitati, soldi permettendoglielo. C'è  il Regio che fa 12 concerti sinfonici e poi - come fa a dimenticarlo? - la Orchestra sinfonica nazionale della Rai, che ne fa 25 di concerti, con una replica per ciascuno, e dunque, alla fine, 50 concerti.
Che rappresentano allora i suoi nove concerti, se non una goccia nel mare? La diversità con tutti gli altri più numerosi concerti torinesi sta nel fatto che Lei si può permettere di invitare orchestre di grande fama (ma anche di grandi costi), disponendo di grandi soldi, seppur ridotti dalla crisi; soldi che il salotto buono torinese a Lei, che ne fa parte, non farà mai mancare e che, comunque, è sempre meglio spenderli nella musica  piuttosto che ...
Questo per dire che le dimenticanze della Camerana - sfuggite, chissà perchè, anche a Mattioli - non sono casuali; nascondono falle e guerre intestine nel 'Sistema Musica' torinese, non note a chi, guardando da lontano, registra solo l'intensa attività musicale di una delle capitali del nord.

Poi la signora Camerana accenna ad una mancanza di lealtà. Ma non siamo riusciti a capire cosa intenda. Forse che i giovani che Lei ha  allevato non sono riconoscenti - e perciò sleali? - perché spesse volte non citano l'apporto consistente della De Sono nella loro formazione? La signora avrebbe dovuto imparare in tanti anni - noi lo diamo ormai per scontato - che non ci si può sempre aspettare riconoscenza, giacché questa virtù non cresce spontanea e neanche nei giardini.
E comunque, senza avere il minimo appiglio per esserle personalmente riconoscente desideriamo rivolgerle i più sinceri auguri per la sua attività,  ed anche RINGRAZIARLA  per tutto quello che ha fatto - come noi,  benché in minima parte rispetto a Lei, senza ricevere mai riconoscenza da nessuno - per la musica in Italia.

P.S. Già che ci siamo desideriamo comunicare ai nostri lettori che l'Orchestra sinfonica nazionale della Rai ha rinnovato i suoi vertici. Nuovo direttore musicale è James Conlon, e nuovo direttore artistico (al posto di Cesare Mazzonis che si ripromette di riposare; sarà vero? ) Ernesto Schiavi che arriva direttamente dalla Filarmonica della Scala. Un segnale di pace fra le due capitali del nord, nonostante la brutta storia del doppio antagonistico Salone del libro?
 Infine, come abbiamo tante altre volte sottolineato, anche in questa stagione tutti gli artisti ospiti della stagione sinfonica della Rai di Torino, sono  stranieri. Le uniche presenze italiane sono quelle di Andrea Battistoni ( direttore) e Bearice Rana (pianista). Se questa non è una vergogna?

venerdì 24 giugno 2016

Contro Il Menestrello mascalzonate e ritorsioni

Ci eravamo detti, ricordando i tre anni di esistenza del nostro blog, di passare sopra le ritorsioni contro di noi, per via di quel che scriviamo nel nostro blog. Poi ci abbiamo ripensato ed abbiamo deciso di accennare anche a queste, senza pudore, per svergognarne i responsabili. Perchè ritorsioni ve ne sono state da parte dei vertici di alcune importanti istituzioni musicali di Roma - città che conosciamo meglio e sulla quale maggiormente e con più cognizione di causa scriviamo.
 Cominciò alcuni anni fa il Teatro dell'Opera di Roma, sotto la gestione di quel galantuomo di De Martino  e del suo portavoce Filippo Arriva, i quali non gradivano quel che scrivevamo negli anni in cui quasi tutti li sostenevano e noi no, avendo previsto in anticipo lo scoppio del bubbone.
Filippo Arriva, per punirci, cominciò a negarci il biglietto/ stampa per l'opera, con la scusa che il critico 'milanese' del 'Giornale' (con il quale collaboravamo da Roma, e lo avevamo fatto per una decina d'anni) aveva chiesto l'accredito per questo o quello spettacolo. All'inizio lasciammo correre.  Filippo Arriva, il collega galantuomo, non si fermò; qualche tempo dopo ci cancellò dalla lista dei destinatari dei comunicati stampa, fino ad ignorarci del tutto ed a negarci il biglietto che ci sarebbe spettato, per il nostro lavoro di critico musicale - allora, oltre che collaborare al 'Giornale', eravamo ancora direttore di 'Music@' e collaboratore di 'Suono'.
Poi Catello De Martino fu giustamente cacciato dal teatro ed arrivò il commissario Fuortes,  una nostra vecchia conoscenza dai tempi della nostra direzione di 'Piano Time', quando collaborava con noi come fotografo, e dal quale, anche per questo, ci attendevamo un cambio di  comportamento che invece non ci fu, specie dopo che cominciammo a criticare quella sua pazza idea di 'esternalizzare' orchestra e coro - che non fummo soli a criticare, perché ci fu un coro in tutta Europa.  La ritorsione continuò, né si è interrotta con  l'uscita di scena di Arriva e l'insediamento del pensionato Renato Bossa all'ufficio stampa.
 Insomma anche l'economista della cultura Fuortes, se viene criticato, reagisce malamente, mettendo in atto azioni di ritorsione indegne e inimmaginabili in una istituzione pubblica che, a questo punto, viene gestita come fosse istituzione privata, di proprietà dello stesso Fuortes.
 Non migliore destino ci è toccato dall'Accademia di Santa Cecilia, specie dopo l'insediamento di Michele Dall'Ongaro alla sovrintendenza,  ma per una diversa ragione.
Michele Dall'Ongaro, anni fa ci denunciò per un nostro articolo uscito su Music@ - ne abbiamo scritto altre volte su questo blog. Il giudice del Tribunale dell'Aquila, al quale egli si era rivolto, gli ha dato torto, sottolineando che noi avevamo  esercitato il diritto di critica. nè più e nè meno.
Anche dall'Accademia, in conseguenza di una vendetta vera e propria, non riceviamo da tempo notizie  e neppure biglietti per i concerti ai quali abbiamo chiesto di assistere. Ad ogni nostra richiesta - che negli ultimi tempi abbiamo anche smesso di avanzare - ci viene risposto immancabilmente dall'  ubbidientissima (al sovrintendente) responsabile addetta stampa, che i posti riservati alla stampa sono terminati. Sempre terminati, anche se poi ci capita di notare che non un  solo giornale, dei tanti che hanno ricevuto biglietti stampa, ha scritto di questo o quel concerto.
 Dall'Accademia dunque la stessa mascalzonata dell'Opera di Roma.
 E noi? Sull'una come sull'altra continueremo a scrivere con chiarezza e decisione sulle rispettive attività artistiche; se poi non ci faranno mettere più piede nelle rispettive sedi, ce ne faremo una ragione,  in attesa che  qualcosa accada ai rispettivi vertici, sperando che successivamente ne arrivino di  meno vendicativi o quantomeno un pò più corretti degli attuali, nella gestione di istituzioni pubbliche.

mercoledì 24 febbraio 2016

Accademie straniere a Roma. Villa Massimo, sede dell'Accademia Tedesca, la migliore

Mentre leggiamo sui giornali notizie relative alla programmazione delle Accademie straniere a Roma, da quella Americana a quella Francese, ci giunge un volume dall'Accademia Tedesca che ha la sede principale a Villa Massimo, ora chiusa fino a settembre per lavori di restauro, ed alcune altre dépèndences in città e fuori, diretta da tempo da Joachim Bluher.
 In tutte le Accademie, a maggior ragione nelle più prestigiose - e quella tedesca ovviamente non fa eccezione -  si preparano per i borsisti soggiorni produttivi e stimolanti, anche in accordo con alcune istituzioni culturali italiane della Capitale, e fra  le stesse accademie. Ma ciascuna ha un suo stile.

L'Accademia Americana, di cui abbiamo notizia almeno una volta l'anno dai giornali, organizza una festa che segna l'avvio della sua attività, e poi nel corso dell'anno ospita attività e manifestazioni frutto di collaborazioni con altre istituzioni, ad esempio con l'Associazione Nuova Consonanza ed il suo festival annuale.  Probabilmente ospita anche personalità americane, ma della loro presenza oggi  si sa poco o  nulla. Un tempo  non era così, e noi stessi negli anni Ottanta, venuti a sapere della presenza di Elliott Carter a Roma, lo invitammo a far parte della giuria del concorso di composizione 'Fogli d'album' bandito dalla nostra rivista 'Piano Time'.

L'Accademia di Francia, assieme a quella tedesca, è senza dubbio la più attiva, sebbene il nuovo corso, affidato alla direttrice fresca di insediamento - sulla cui nomina molti rumors sono circolati in Italia ed in Francia - si è avviato con un passo falso. Con una foto che ha fatto il giro della rete, nella quale i borsisti residenti erano ritratti arrampicati su una delle statue monumentali, storicamente  una delle più importanti, del giardino dell'Accademia di Villa Medici. Quella foto inaugurale del nuovo anno accademico è stata letta come una profanazione, un insulto alla storia di Villa Medici, che con direttori di diverso spessore mai e poi mai si sarebbe vista.  Ma ciò oggi è accaduto anche perchè nella scelta dei direttori, negli ultimi anni, contano molto le amicizie con l'attuale inquilino dell'Eliseo e con la sua compagna, attrice, che appare e scompare, ma che evidentemente  il presidente ascolta anche a distanza.

All'Accademia Tedesca questo non sarebbe mai accaduto e mai accadrà. La sede principale romana, a Villa Massimo, rappresenta per i borsisti un privilegio ed una occasione unica per lavorare ai propri progetti, lavoro che l'accademia asseconda e sostiene, con uno stile che definire tedesco, nel senso di sostanziale e di attenzione alle cose che contano davvero, non è fuori luogo.
 Ci spieghiamo. Noi una conoscenza più da vicino dell'Accademia ce la siamo fatta  subito dopo il terremoto aquilano, quando ospitammo sulla nostra rivista Music@ alcuni interventi del direttore dell'Accademia e l'illustrazione di un progetto pensato per gli studenti dell'Aquila davvero importante. La progettazione, cioè, di un grande  salotto mobile, una piazza accogliente di legno,  provvisto di parecchi ambienti che solo l'insipienza e l'indecisione tipica del nostro paese, ma anche l'insolenza dei governanti aquilani ha costretto ad impacchettare e rispedire in Germania. In mesi e mesi di trattative all'Accademia di Villa Massimo che si era fatta promotrice del progetto non è giunta nessuna risposta dell'amministrazione cittadina relativa al luogo dove montare questo meraviglioso regalo - gratuito!!!!  - della Germania alla città terremotata. Neppure l'intervento dell'allora sottosegretario Gianni Letta sortì alcun effetto.

 Ma l'Accademia organizza per i suoi borsisti molte attività per far conoscere loro la città ed anche per metterli in rapporto con le intelligenze  e le istituzioni creative romane. Attività che hanno il loro apice nel concerto annuale affidato all'Ensemble Modern ed alla festa di fine corso.
 Ma l'Accademia non si accontenta di questo, che sarebbe già abbastanza. Ha stampato un volume nel quale racconta in due lingue, italiano e tedesco, la sua attività e di ogni borsista presenta un profilo personale e della sua attività, oltre che le realizzazioni nate nel periodo di residenza romana. Insomma l'Accademia tedesca, a differenza delle altre, e meglio di qualunque altra, si occupa di aprire un futuro ai suoi borsisti, raccontando ciò di cui sono capaci e quel che hanno già realizzato. Ecco dove sta la differenza. Da questo  stesso volume, intitolato semplicemente  ' Villa Massimo. Accademia Tedesca a Roma. 2014', apprendiamo anche un particolare al quale non avevamo mai fatto caso, e che cioè un bel gruppo di accademie straniere vennero fatte edificare a Valle Giulia, dopo lì'Esposizione universale del 1911, dal indaco anticlericale Nathan, a corona della Galleria nazionale di Arte Moderna. per indicare che a Valle Giulia veniva impiantata la fucina che doveva produrre il nuovo mondo della arti ed ella ricerca.

mercoledì 17 febbraio 2016

Piero Buscaroli. Lo ignorano anche da morto.

Ieri è morto Piero Buscaroli, giornalista di razza, storico e studioso della musica finissimo ed acuto. E per questo secondo suo impegno lo hanno sempre snobbato, messo da parte, ignorato.
Lo conoscevamo da una trentina d'anni, dai tempi di 'Piano Time', quando gli chiedemmo di scrivere per la nostra rivista un saggio, e fu davvero ammirevole, su Furtwaengler che noi pubblicammo orgogliosi e che suscitò - c'era da attenderselo - non poche polemiche.  Conserviamo ancora due sue lettere di fuoco, che un giorno pubblicheremo, nelle quali, in una, se la prendeva con un illustre musicologo italiano del quale non condivideva nulla di ciò che aveva scritto su Mozart (erano gli anni in cui si approntava quella mangiatoia del bicentenario della morte di Mozart; e, nell'altra, molto più colorita e durissima nel linguaggio, svillaneggiava un lettore che aveva ravvisato in quel suo saggio su Furwaengler, apologia del nazifascismo, di cui del resto lui non aveva mai fatto mistero. Da qui a decretarne l'ostracismo da ogni consesso di studio ce ne corre. Noi lo difendemmo.
 Quando uscì la sua monumentale biografia di Beethoven, ne scrivemmo lodando la profondità di pensiero e la agguerrita difesa delle sue tesi, rivoluzionarie alcune, a fronte della corrente musicologia, fonti documentarie alla mano. Ne scrivemmo pure quando non vedemmo presentato in tutti i luoghi deputati quella sua ricerca musicologica. E, ancora una volta,  per biasimare l'Accademia di Santa Cecilia che, nei suoi programmi di sala, citando e consigliando la bibliografia sia beethoveniana che bachiana (è sua anche una monumentale ricerca su Bach) si guardava bene dal citare i due volumi di Buscaroli, a vantaggio di musicologi in miniatura ma appartenenti alle cricche di ogni genere.
Un nostro amico, compositore, ci faceva giustamente notare, di recente, quanto il 'settarismo' domini anche settori che dovrebbero esserne del tutto impermeabili, come quello della ricerca. Se con uno studioso, anche di vaglia, non ho buoni rapporti, dimentico volutamente dal citarlo. Si usa così, ed è vergognoso.
 A tal proposito, agli inizi della nostra carriera,  restammo di stucco un giorno quando, nelle sacre stanze dell'Enciclopedia Treccani, con la quale allora collaboravamo, alla nostra proposta di dedicare una voce al musicologo Claudio Casini, autore di parecchi volumi di storia musicale  e biografici, ci sentimmo rispondere: 'ci ha fatto uno sgarbo, non avrà mai una voce (lemma) nelle nostre opere'. Se questo era il metro, in uso in casa Treccani, non è difficile immaginare cosa può accadere ed accade in altri ambienti dalla storia e dalla attendibilità non altrettanto lunghe e gloriose.
 Ciò che con Buscaroli, però, ci trovava in disaccordo, anche in riferimento al suo Beethoven, era la sua convinzione di poter ed anzi dover riscrivere, per intero, la storia della musica; non convinceva neanche  noi che siamo stati sempre convinti che molte cose andrebbero riviste ed anche riscritte, e qualche modestissimo esempio l'abbiamo fornito, quando ci siamo occupati approfonditamente di Alberto Savinio, in relazione ai suoi scritti musicali, raccolti in 'Scatola sonora'.
 Una delle ultime volte che, indirettamente, abbiamo avuto  un qualche rapporto con lui,  è stata una sua lettera  di pochi anni fa, inviata alla redazione di Music@- bimestrale che abbiamo inventato e diretto per un settennato - nella quale, seccamente e senza mezzi termini, ingiungeva imperiosamente, con modi sgarbati, di non inviargli più la rivista.
Ma a quella lettera non abbiamo dato tanto peso; Music@, comunque, non gliel'abbiamo più inviata.

sabato 6 febbraio 2016

Hélène Grimaud. Una scoperta

La pianista americana,  Hélène Grimaud, di origine francese, dagli occhi chiari ma di ghiaccio, guadagna la ribalta. Cosa ha fatto per meritarsela? Un nuovo disco e l'interesse della sua casa discografica a reclamizzarlo, pensando che possa avere sul mercato un'accoglienza migliore, se lo propone affiancandolo alla sua storia di  donna irrequieta, con foto in primo piano sulla copertina, ed a quella passione 'naturalista' per i lupi'. Ma questa è nuova? Per lo meno tale la si propone, all'uscita del suo nuovo disco 'Wasser' ,che non è un omaggio parziale al nostro cognome, bensì una collezione di brani che hanno come tema, anzi come semplice titolo, l'acqua, a partire dal pezzo di Berio, 'Wasserklavier'  - all'epoca della nostra direzione di Piano Time, pubblicammo per primi un altro brano pianistico di Berio, della medesima serie: 'Luftklavier'.
 Insomma  non c'era nessuna ragione per andare ad intervistarla, se non l'uscita del suo nuovo disco - vi sembra una ragione plausibile ?- ma la casa discografica insiste ed organizza  un paio di incontri,  telefonici, fatti negli stessi giorni, per fortuna non con le stesse domande, in risposta alle quali non ci sembra di aver letto nulla che già non conoscevamo e con noi tutti quelli interessati a leggere quelle sue interviste. La sua passione per i lupi è cosa vecchia e stravecchia,  ed è stata anche oggetto di un suo libro, un bel pò di anni fa.
 L'unica cosa nuova - oltre quella foto che la ritrae ragazzina pubblicata dal  'Venerdì' di Repubblica - è la rivelazione di quella lite con Claudio Abbado, perchè la pianista non sarebbe stata d'accordo con il maestro, o viceversa, su una cadenza di un concerto di Mozart. Non non crediamo ad una sola parola, anche se si è voluto riproporre la celebre scena che contrappose molti anni fa Bernstein a Gould.  La ragione addotta dalla Grimaud è che spesso 'i genitori non s'accorgono che i figli crescono' e che quindi possono rivoltarglisi contro, come fece Lei ancora molto giovane con Abbado,  il quale  nonostante avesse con lei una amicizia nata quand'era ancora adolescente, non si era accorot che nel frattempo la adolescente di un tempo era diventata una  matura signorina. Sarà!

lunedì 11 gennaio 2016

In ricordo di Pierre Boulez N.4 .Boulez riceve il Leone d'oro a Venezia e parla di Maderna

A marzo dello scorso anno scrivemmo su questo blog  il post che ora ripubblichiamo, riguardante Boulez ed anche Maderna.

In una articolo celebrativo per i novant'anni di Pierre Boulez - sacrosanto - sul Corriere, a firma Manin, Ivan Fedele, che gli ha attribuito il 'Leone d'oro' alla Carriera della Biennale Musica di cui è direttore, spezza una lancia in favore della grande umanità di Boulez, a dispetto della sua immagine stereotipata di gran pensatore e teorico della musica  cui va ad aggiungersi quella di oggi: protettore e missionario ( Fedele, pieno di orgoglio, ci mette anche la sua, giacchè lavorò all'IRCAM parigino ed ebbe l'onore di una 'commissione' dello stesso Boulez).
Racconta  Fedele che scoprì la grande sensibilità e profonda umanità di Boulez ascoltando una sua interpretazione dell'Adagietto della 'Quinta' di Mahler, che in lui convive con la durezza con cui apostrofa colleghi e musiche che non condivide e non stima - in cima alla lista i cosiddetti minimalisti, la cui musica è poca cosa: ' les minimalistes sont minimaux', ebbe a dirci in una delle interviste che ci concesse negli anni.
 Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia  del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola,  nel silenzio e nella discrezione più totali.
 Fedele,però, non sa cosa pensava Boulez di Maderna compositore, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio Il suo gesto di solidarietà concreta  potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dire?
 Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez  ha sempre reso onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
 In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di 'Piano Time',  presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale,  manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse  proprio questo.  E Mario Bortolotto sulle stesse pagine  di 'Piano Time', dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
 Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.

giovedì 1 ottobre 2015

All'Accademia di Santa Cecilia, Beethoven e i contemporanei.

E' da giorni che leggiamo la stessa solfa, immancabilmente e senza neanche una variante - che, se di vergogna  mai ne avessero anche una punta, tanti giornalisti dovrebbero introdurre, per non scrivere gli stessi le medesime panzane! - a proposito delle sinfonie di Beethoven dirette da Pappano, a Santa Cecilia, nel giro di cinque concerti, e in un mese, precedute - sta qui la grande idea, rivoluzionaria, a detta degli interessati  organizzatori - da brevi pezzi  commissionati ad autori  di oggi o da sinfoniette - 'ette' per la durata risicata, solo per questo - di musicisti contemporanei di Beethoven. E quelli e queste e le sinfonie per  sottolineare un'intuizione del grande Berio - ripetuta in decine e decine di interviste, alcune gratis altre a pagamento, ma alla luce del sole, come risulta anche dai bilanci di Santa Cecilia - che conosciamo a memori, e cioè che 'ogni musica, tutta la musica, è sempre contemporanea di chi l'ascolta'. Ci siamo ammutoliti di fronte all'acutezza di tale intuizione del noto musicista.
 Ora, a parte il fatto che quei pezzettini o quelle sinfoniette, comunque, non giovano affatto ai rispettivi autori, a cospetto dei monumenti beethoveniani ed a loro diretto contatto, ciò che ancor meno condividiamo è quella 'abbuffata' - ci si perdoni il termine ingiurioso ed irriverente - sinfonica beethoveniana,  con l'offerta, di volta in volta, non di una ma di due sinfonie, secondo una logica che non tiene affatto conto dei processi psichici ed intellettivi che presiedono alla ricezione e comprensione dell'opera d'arte.
 E non ci si venga a dire che, girando per un museo, si potrebbe arrivare alla medesima conclusione, con tanti capolavori uno di fianco all'altro, conclusione alla quale nessuno mai è arrivato.
Perchè - lo capì tanti anni fa Alberto Moravia in un suo breve ma  preziosissimo  testo, regalato alla rivista 'Piano Time'  - la musica non è come la pittura, la quale investe solo o prevalentemente lo sguardo; la musica non lascia nessuno dei sensi umani indifferente o estraneo e perciò coinvolge per l'intero la sensibilità e l'intelligenza dell'individuo al quale dopo avergli chiesto uno sforzo di comprensione, non  gli si può chiedere un secondo sforzo, a distanza di pochi minuti uno dall'altro. Troppo faticoso, con il rischio di bruciare una occasione preziosa.
 Oppure che esistono opere che per la loro durata, come nel caso dei monumenti wagneriani, gareggiano con l'insieme delle sinfonie beethoveniane. La durata è un fattore  secondario, la differenza sta nel fatto che Wagner concepisce una sua opera - dramma - come un cammino lento dall'inizio alla fine, mentre le sinfonie beethoveniane, per le quali va di moda l'esecuzione integrale a distanza ravvicinata, sono 9 e ciascuna a sé stante. Semmai tutte insieme, fossero  immensi quadri o tele, costituirebbero una galleria del tutto simile a quelle museali, attraversando la quale rischieremmo di essere fulminati dalla famosa  'sindrome di Stendhal'.
Per questo a noi una sinfonia beethoveniana a concerto basta e avanza,  e dio voglia see riusciamo a capirla e goderla al massimo. Due son troppe , non abbiamo la forza e forse neanche la voglia per fare due volte lo stesso  impegnativo cammino, in una medesima serata, nel giro di poco più di un'ora.
 Ma di ciò nessuno parla, per non essere costretti ad interrogarsi su ciò che si fa e sulle ragioni della scelta. Si preferisce, al contrario,  la  più facile, ma inutile strada del proclama e delle frasi  ad effetto, pur frutto di geniali -  ma senza esagerare! - intuizioni.

mercoledì 5 agosto 2015

Matteo Renzi sulla Rai. La mia Rai è ottima. Guglielmi, il mitico direttore di Rai Tre la boccia

Dimostra soddisfazione sulle nomine dei nuovi vertici della Rai, la sua Rai, il premier Renzi: un vertice fatto di ottimi professionisti, un bel CDA.
Ma che gente frequenta Renzi, quando va a Pontassieve? Il bar della briscola, dove gli raccontano  i grandi professionisti di oggi?
Noi non siamo mai stati d'accordo con Angelo Guglielmi - ma lui è campato bene ugualmente - anche quando era direttore di Rai Tre, i cui programmo sono gli unici che ancora reggono nella disastrata rete, un tempo sua, ed ora di Vianello che non ha azzeccato un programma, ma che resta lì, sebbene da dicembre scorso si vociferava della sua immediata sostituzione per non portare i libri 'dell'audience' in tribunale, per fallimento.
 In una intervista su 'Repubblica', l'ex direttore boccia i vertici della nuova Rai, nei quali non vede  una sola personalità con una statura degna della impresa culturale più importante d' Italia. Ed anche su quello che dice di Freccero, purtroppo, dobbiamo concordare con lui: bravo a chiacchiere meno bravo a fatti. Ma di Gugliemi però...
 non ci è mai piaciuto l'aria un pò spocchiosa da intellettuale chic, il quale , assolutamente analfabeta in fatto di musica, sosteneva, senza alcuna eccezione, che la musica non era fatta per il piccolo schermo, per il quale andava studiata una formula particolare. E invece, vi raccontiamo come talvolta i fatti siano diversi dalle parole.
 All'epoca incontrammo Tantillo, suo braccio destro, per proporgli un progetto di 'muscia & immagini' che  Tantillo trovò interessante, al quale avrebbero collaborato - d'accordo con una casa di produzione che aveva già sondato il terreno- importanti firme della cinematografia e animazione internazionali.
Non se ne fece nulla perchè come al solito se una persona, benchè conosciuta nell'ambiente musicale( dirigevamo all'epoca la più importante rivista di musica, Piano Time che poi ebbe con Rai Tre importanti continue collaborazioni), arriva  senza credenziali partitiche - anche Guglielmi   aveva il suo partito di riferimento, inutile negarlo - non succedeva alcunchè. Ma a distanza di qualche mese, nella successiva manifestazione tv mercato a Cannes, Rai Tre acquistò un prodotto molto simile, autore un disegnatore polacco dal nome impronunciabile. Così andarono le cose.
 Anche il nostro progetto assai seguito di 'All'Opera!' su Rai Uno, con Lubrano narratore, dopo sei edizioni l'hanno chiuso perchè non fotteva  niente a nessuno nè qualcuno avrebbe potuto infilarci qualche suo scagnozzo, come però un direttore generale dell'epoca ebbe a fare -l'unico caso-  a vantaggio di una regista Rai in pensione per raggiunti limiti di età, a lui evidentemente cara, ma di cui per sua fortuna non ricordiamo il nome (del direttore generale sì che lo ricordiamo il nome).
 Ai direttori che si sono succeduti  in questi anni, abbiamo inutilmente chiesto di riprendere quella bella seguitissima trasmissione, nessuno l'ha fatto, mentre tutti, per  dimostrare quanto erano capaci di fare nuove trasmissioni ne hanno introdotte alcune che hanno poi dovuto immediatamente chiudere per gli alti costi ed i bassi ascolti, fino a quelle di questa stagione estiva di cui i giornali hanno scritto.
 Il discorso sui nuovi vertici  ci ha fatto divagare al punto che ci siamo incartati su pensieri cattivi nei quali ci imbattiamo ogni volta che pensiamo a quella nostra trasmissione dedicata al melodramma, mentre ora tutta la musica è nelle mani, assieme a teatro e cinema , di quel grand'uomo che è Marzullo che nessuno riesce a mandare fuori dalle balle.

venerdì 29 maggio 2015

A proposito di inediti, due casi: uno divertente ed uno, invece, molto, ma molto serio, con numerose comparse

Dopo lo svarione di 'Repubblica'  sul falso inedito di Solgenitsyn pubblicato l'altro ieri e smascherato ieri da Socci su 'Libero', ci sono tornati in mente due episodi che sempre con inediti hanno a che fare. Uno assai divertente di molti anni fa ed uno assai più recente che deve far riflettere, come fece riflettere noi quando accadde.
 Cominciamo da quello divertente. Era la seconda metà degli anni Ottanta, e noi dirigevamo una famosa rivista di musica, Piano Time, la quale sin dal primo numero pubblicava una pagina di musica sotto il titolo  iniziale di 'made for you', sul quale D'Amico, per via di quell'inglese casareccio, ironizzò su L'Espresso, e mutato poi nel più italiano, più antico e senz'altro  migliore, ' fogli d'album'.
  Per una di quelle rubriche, d'accordo con un celebre compositore, facemmo uno scherzo innocente. Pubblicammo in fotocopia un manoscritto inedito, di cui conoscevamo l'autore, ma che facemmo finta di non conoscere, invitando i lettori a scoprirlo. Quel manoscritto, che conserviamo ancora, ce lo aveva fornito un celebre compositore nostro amico che agli inizi della sua carriera faceva il copista presso Ricordi.  L'autore di quel brano per pianoforte, ci inviò una lettera, firmata con uno pseudonimo femminile, dicendoci che conosceva quel pezzo, come del resto lo conoscevamo anche noi. Passa qualche giorno e l'autore del pezzo ci invita nella sua bella casa al centro di Roma una sera , per cena. Entrammo a casa sua, sul leggio del grande pianoforte a coda,  l'autore - che era poi Marcello Panni - aveva messo in bella mostra, quel pezzo stampato, anni ed anni prima, da Ricordi. Fu un gioco innocente, ben diverso dal vergognoso tranello, figlio dell' ignoranza, ordito da 'Repubblica' ai danni dei suoi lettori creduloni. Ai quali neppure dopo lo smascheramento ha ritenuto di scusarsi o di dare una qualche giustificazione, ammesso che ve ne fosse una accettabile, oltre l'ignoranza.
 E veniamo ora al caso serio, di una decina di anni fa, poco più. Quando scoprimmo, studiando una celebre rivista di primi anni Quaranta, alcuni inediti di Alberto Savinio, e la tecnica adottata dal celebre musicista pittore, letterato e critico, per non fa riconoscere quella fonte, ritenuta evidentemente 'disonorevole' dopo la caduta del regime, allorchè  confezionò, una decina di anni dopo, la celebre raccolta di scritti musicali, molti dei quali attinti proprio da quella rivista
('Documento') pubblicata da Ricordi nel 1955, con il titolo di 'Scatola sonora', e ripubblicata poi da Einaudi, nel 1977, con la cura di Luigi Rognoni.
 Che aveva fatto Savinio? Aveva cancellato ogni traccia che poteva far risalire i lettori a quella rivista, al punto che anche nell'indice confezionato per l'edizione di Einaudi e curato appositamente da Riccarda Vigini, non v'è traccia alcuna di quella rivista alla quale Savinio aveva collaborato per tutti gli anni della sua pubblicazione (tre in tutto) come critico musicale ed anche come scrittore.
 Una decina di anni dopo l'edizione Einaudi, nel 1987, Rosanna Buttier pubblica presso Bulzoni un libriccino, piccolo ma prezioso, intitolato 'Savinio giornalista', nel quale elenca tutte le testate alle quali Savinio collaborò, compreso 'Documento',  senza però avventurarsi nello studio dei singoli contributi, confrontando gli originali con quelli usciti in 'Scatola sonora', che invece fu ciò che noi facemmo con lavoro certosino, per il settore musicale, scoprendo anche che alla Buttier erano sfuggiti alcuni particolari.
Venne fuori che Savinio avrebbe volutamente occultato quella sua lunga ed intensa collaborazione; non si spiegava altrimenti quella sua azione 'purificatrice' nei riguardi di pezzi usciti sulla rivista e ripresi da 'Scatola sonora'.
A quel nostro studio, che ricostruiva per filo e per segno la collaborazione di Savinio e la sua azione di occultamento, unimmo una serie di articoli molto belli, inediti dopo la loro comparsa su Documento, o quanto meno dimenticati, anche più interessanti di quelli usciti in 'Scatola sonora' e lo proponemmo alla 'Nuova rivista musicale italiana', edita dalla ERI e a 'Studi musicali' edito dall'Accademia di santa Cecilia. Rifiutato.
Ambedue le redazioni non lo ritennero quel nostro studio così interessante ed anche importante, come era a nostro avviso? No, la ragione era un' altra. Ed era da cercare nella nostra assoluta libertà ed indipendenza da qualunque combriccola, anche da quelle musicologiche che nelle due redazioni imperavano, e che noi avevamo, all'occasione anche criticato, e che intesero vendicarsi rifiutando quello studio. A proposito della rivista dell'Accademia in particolare un importante  redattore ci disse che Berio aveva detto. finchè ci sono io nessuno scritto di Acquafredda sarà pubblicato sulla nostra rivista (la storia con Berio è lunga e non possiamo ora raccontarla per intero) e molti musicologi della sua corte assentirono senza neanche esprimere un giudizio sul valore della ricerca. Ma va anche aggiunto, per amore di completezza, che noi allora collaboravamo come critico musicale al quotidiano 'Il giornale' considerato in quelle redazioni musicologiche (da ridere!) come il diavolo nero da evitare per non contrarre la peste ( nella nostra carriera di critico musicale abbiamo scritto anche per Paese Sera, per il Venerdì di Repubblica, e diretto Piano Time, Applausi e poi Music@) ecc.)
Qualche anno dopo quando raccontammo la cosa ad un noto musicologo che faceva parte di una di quelle redazioni, ci sentimmo rispondere che non ci saremmo dovuti rivolgere a qualche 'ragioniere' della musicologia come egli considerava alcuni  redattori ma  a lui che l'avrebbe fatto pubblicare ( perchè non ci avevamo pensato?); ed un altro musicologo di una delle due redazioni ci disse che alla base di quel rifiuto c'era anche la volontà di favorire su quelle riviste, con la pubblicazione, sempre e solo giovani studiosi che provenivano da una università del nord dove quel musicologo redattore, di gran nome, insegnava.
 Fatto sta che nel 2002 quel nostro studio fu pubblicato da 'Nuova storia contemporanea', prestigiosa rivista di ricerca storica, diretta dal prof. Francesco Perfetti, ed alcuni brani veramente inediti ( nel senso che erano usciti negli anni Quaranta e poi ignorati, anche per volontà dello stesso Savinio) furono ripresi da alcuni quotidiani.
 Solo allora qualcuno delle redazioni delle due riviste - non ci va di dire i loro nomi e cognomi, perchè potrebbero non gradirlo - ci dissero: "peccato, avremmo potuto pubblicare noi quel bello studio".
La storia non finisce qui. Ha un seguito abbastanza avvilente e settario, come del resto l'inizio. Incontrammo il direttore di Radio3,  Marino Sinibaldi, al quale mostrammo il nostro studio chiedendogli che venisse presentato a Fahrenheit, che di libri parlava, o in qualche altro spazio della rete radiofonica che si occupava anche di musica. Ci rispose che  ne avrebbe dovuto parlare, per l'autorizzazione, con l'allora responsabile della musica per Radio3 , che era - immaginate chi?- Michele dall'Ongaro, con il quale i nostri rapporti erano inesistenti da  molti anni. I rapporti con dall'Ongaro anche per Sinibaldi, in una radio pubblica, contavano ovviamente più del valore della ricerca e scoperta. Stiamo ancora attendendo una risposta.
Come una seconda risposta stiamo ancora attendendo alla nostra successiva proposta di presentare a Radio3 la nostra biografia di Pappano, uscita per Skira, nel 2007- prima biografia del noto direttore - ed anche una terza risposta alla nostra richiesta di presentare un nostro ulteriore studio su Moravia, del quale avevamo scoperto e pubblicato ancora su 'Nuova storia contemporanea' dei curiosi testi anche musicali.
La ragione per cui nè di Pappano e neppure di Moravia si poteva parlare a Radio3,  sulla base di quei nostri studi, era ancora la presenza di dall'Ongaro come responsabile della musica. Con il quale nel frattempo, dopo un periodo di rapporti cordiali - un  giorno spiegheremo perchè - i rapporti si erano di nuovo interrotti, a seguito di una denuncia nei nostri confronti di dall'Ongaro, dopo l'uscita, a nostra firma, su Music@, di una articolo che lo riguardava e dal quale egli si ritenne diffamato.
Si fece il processo, il giudice decretò che noi avevamo semplicemente esercitato il diritto di critica e che lo avevamo esercitato in maniera corretta, senza recare offesa alcuna al dall'Ongaro, al quale anche per quei tre divieti ( ma ce ne fu in seguito anche un altro, ancora più grave) attendiamo ancora le scuse ed un risarcimento, anche se è trascorso ormai del tempo..

giovedì 12 marzo 2015

Boulez compie novant'anni. Che pensava di Maderna compositore?

Oggi, sul Corriere, in una articolo celebrativo per i novant'anni di Pierre Boulez - sacrosanto - sul Corriere, a firma Manin, Ivan Fedele che gli ha attribuito il 'Leone d'oro' alla Carriera della Biennale Musica, di cui è direttore, spezza una lancia in favore della grande umanità di Boulez, a dispetto della sua immagine stereotipata di gran pensatore e teorico della musica e, di quella di oggi, protettore e missionario ( fedele, pieno di orgoglio, ci mette anche la sua, giacchè lavorò all'IRCAM parigino ed ebbe l'onore di una 'commissione' dello stesso Boulez). Racconta  Fedele che scoprì la grande sensibilità e profonda umanità di Boulez ascoltando una sua interpretazione dell'Adagietto della 'Quinta' di Mahler, che in lui convive con la durezza con cui  apostrofa colleghi e musiche che non condivide e non stima - in cima alla lista i cosiddetti minimalisti, la cui musica è poca cosa: ' les minimalistes sont minimaux' ebbe a dirci in una delle interviste che ci concesse negli anni.
 Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia  del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola,  nel silenzio e nella discrezione più totali.
 Ma caro Fedele,  vuole sapere cosa pensava Boulez di Maderna, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio? Il suo gesto di solidarietà concreta  potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dirle.
 Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez rende onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
 In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di Piano Time,  presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale,  manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse questo.  E Mario Bortolotto sulle stesse pagine  di Piano Time, dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
 Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.

giovedì 5 febbraio 2015

Lissner si copre di ridicolo, quando parla di Riccardo Muti.

Una intervista su Repubblica - firmata Laura Putti -  racconta il debutto ufficiale parigino di Lissner, ex Scala, ed ora a capo dell'Opéra di Parigi, con un budget di oltre 200 milioni di Euro. Lissner racconta di esser andato via dall' Italia con una giovane moglie - italiana? e chi è la fortunata? - con la Scala nel cuore. La quale Scala ha problemi dal 'fuori Scala' ( leggi : politica, che ora nomina nel consiglio di amministrazione Francesco Micheli, già consigliere, suo acerrimo nemico e critico); perchè il 'dentro Scala' è tutto baci ed abbracci. Ci credo, se avesse detto il contrario sai i vaffa... che beccava.
Ma ciò che ci interessa dell'intervista è un breve passaggio quando si parla di direttori. Lui a Parigi ha Phiilippe Jordan - e chi è costui, oltre che essere il figlio di un ben altrimenti noto direttore scomparso?-  che ricordiamo di aver ascoltato perfino con fastidio e annoiati una  sola volta a Roma; dice che l'anno prossimo avrà Dudamel - che figura ha fatto sinora in buca, anche alla Scala? Lissner evidentemente lo ha già dimenticato, oppure insiste contro natura - e poi dice - ed è l'affermzione che soprattutto ci interessa, riguardo a Muti: "Muti è un direttore immenso, ma forse non abbiamo la stessa idea sulla concezione teatrale dell'opera".
 Innanzitutto bando alle mille bugie dette, a Milano, nel corso degli anni suoi alla Scala, e  fra queste  la più grossa, che lo aveva invitato, quasi all'indomani del suo arrivo, al termine di una recita a Salisburgo - smentito pubblicamente dall'interessato. Forse ha scambiato nomi. Ha fatto di tutto per riportare alla Scala Abbado, ma nulla per riportare anche Muti, benchè comprendiamo che tale secondo compito era quasi impossibile, per la vicinanza del traumatico strappo fra il direttore e la sua orchestra.
 Non serve commentare tale dichiarazione senza senso. Ma giova ricordare un fatto che molto gli assomiglia, benchè non sia lecito accostare le persone di un fatto di ieri  a quelle di cui parliamo. Ma tutt'è,  può anche servire.
 Molti anni fa, in una delle nostre visite all'Accademia pianistica di Imola, che con il mensile da noi diretto all'epoca, Piano Time, sostenemmo  dalla sua nascita e nella sua crescita, incontrammo un nostro vecchio amico, musicista nato e immenso insegnante, Paul Badura-Skoda, che vi teneva un corso  su Mozart, suo cavallo di battaglia come pianista e studioso.
 Nella storia di oggi Muti sarebbe il Badura-Skoda di allora.
 Lo stesso giorno pranzammo con uno dei più grandi storici del pianoforte che era lì, accompagnato dalla sua fidanzatina dell'epoca, una pianistina - della quale non sappiamo che fine abbia fatto, ma che nella storia di oggi sarebbe impersonata da Lissner, nonostante il diverso sesso, l'età ed il peso specifico. A tavola gli chiedemmo la ragione per cui non faceva seguire alla sua fidanzatina ( di cui non ricordiamo neanche più il nome) il corso di Badura-Skoda su Mozart,  dal quale avrebbe avuto molto da imparare. La sua risposta, convinta, dal medesimo tono di quella di Lissner su Muti, fu la seguente: la mia fidanzatina ha idee molto di diverse da Badura-Skoda; farebbero scintille se le facessi frequentare il suo corso.
 Bene,sì, fu quella la risposta del noto storico del pianoforte. Che non commentiamo come non commentiamo la risposta di Lissner a Laura Putti di Repubblica su Riccardo Muti.