Ha lavorato tutto il mese di agosto Peter Stein con gli allievi dell'Accademia scaligera per il Flauto mozartiano che mette in scena dai primi di settembre. Perchè per il noto regista la 'recitazione' dei cantanti è importantissima. Giusta osservazione, che fa il paio con l'altra, stravecchia, secondo la quale il Flauto mozartiano non è favola per piccini ma un profondo apologo sull'amore e sul cammino che porta dalle tenebre alla luce.
Tre coppie in scena, ragiona il regista - con i vari contorni di dame e fanculli, due coppie di tre elementi ciascuna: una nobile ( Tamino e Pamina), una plebea ( Papageno e Papagena) ed una che ha a che fare con il Bene e il Male ( Sarastro e Regina della notte) in lotta fra di loro. Stein si è anche scervellato per mostrare fra le prime due coppie una scena di sesso - che si poteva risparmiare. Chissà se pensava a se stesso quando ha accusato i registi di oggi - escludendosi a priori - di fare qualunque cosa, spesso a dispetto della stessa pièce o opera che dirigono.
Poi- come ha dichiarato in una lunga intervista a Giuseppina Manin del Corriere - d'accordo con il sovrintendente Pereira, ha deciso di ripristinare senza non tagliare neppure una virgola dei dialoghi che caratterizzano il Flauto. Che però ha preteso in tedesco come nell'originale, mettendo sotto i cantanti perchè imparassero la lingua del libretto.
Ma poi ha aggiunto, a sostegno della sua tesi secondo la quale era necessario riproporre i dialoghi e nella lingua originale, che la recitazione e gli stessi dialoghi sono 'perfino più importanti della musica'. Vacci adagio Stein. Senza la musica di Mozart - ma il discorso vale per qualunque grande lavoro del melodramma - quella storia, non certo per bambini (e in questo concordiamo) sarebbe una delle tante strorielle, sarebbe nulla.
Tutte le storie del melodramma, nessuna esclusa, dalle più normali a quelle più astruse, e ve ne sono, sarebbero semplici inutili storielle senza la musica che attribuisce loro un superiore valore che fa passare sopra anche la logicità e congruenza di tante di esse.
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domenica 21 agosto 2016
giovedì 28 aprile 2016
'Quando a tordi e quando a grilli'. A proposito delle edizioni critiche delle opere di Giacomo Puccini
Il popolare detto: 'quando a tordi e quando a grilli' che per i cacciatori indica il succedersi di stagioni floride e stagioni magre, se letto all'incontrario, e cioè 'quando a grilli e quando a tordi' fotografa con esattezza la situazione dell'edizione critica delle opere di Giacomo Puccini. Musicista sul quale solo di recente abbiamo acquisito una più approfondita conoscenza, a seguito della quale abbiamo faticato non poco per districarci fra le varie istituzioni di Lucca o Viareggio e del resto della Toscana, che vantano progeniture nello studio e nella cura degli interessi 'musicali' del maestro.
Queste ed altre notizie abbiamo appreso sfogliando il primo volume dell'epistolario del musicista edito a cura del Comitato scientifico per 'L'Edizione nazionale delle opere di Puccini', nel quale siede la crema degli studiosi del musicista lucchese, che è stato incluso, di diritto, nell'edizione nazionale, consci del valore che la corrispondenza di un musicista può avere nello studio delle sue opere.
Ad essere sinceri abbiamo anche appreso che c'è ancora chi, fottendosene del valore delle lettere per gli studiosi, pone il veto sulla pubblicazione del contenuto di alcune di esse inviate dal musicista a sua moglie, Elvira, durante i primi anni di convivenza, nelle quali naturalmente il 'protofemminismo' pucciniano, si esprime in tutta la sua forza, nel tentativo di spezzare le catene con le quali Elvira voleva tenere legato a sé il musicista, donnaiolo incallito.
Adesso però ci interessa un altro aspetto della questione, riguardante l'edizione delle opere del maestro; di esso siamo venuti a conoscenza leggendo l'intervista di Giuseppina Manin a Chailly che ha anticipato al Corriere alcuni particolari della Fanciulla del West che sta per tornare nella stagione scaligera.
Un fatto assolutamente nuovo per la Scala che aveva condannato all'ostracismo le opere pucciniane negli ultimi anni, sotto la gestione Lissner, e che, per sempre, le ha espunte dal suo repertorio uno dei nostri più noti direttori, Claudio Abbado, e forse non solo lui ( Su quest'ultimo argomento e sulle ragioni di una tale inspiegabile esclusione, avevamo richiesto, per uno degli ultimi numeri di Music@, un articolo a Michele Girardi, studioso pucciniano, al massimo della nostra stima, alla vigilia di un suo corso universitario dedicato ad 'Abbado alla Scala';articolo che non ottenemmo prima di abbandonare la direzione di Music@).
Abbiamo appreso dall'intervista al Corriere che Chailly riceverà l'edizione critica dell'opera pucciniana dalle mani di Gabriele Dotto 'direttore dell'edizione critica' delle opere di Puccini per Ricordi'.
E l'edizione nazionale delle opere di Puccini, finalmente varata dal governo (nel 2007) ha nulla a che fare con quella curata da Dotto? E Dotto fa parte anche del comitato scientifico al quale prima accennavamo. No. Da una parte Ricordi, con Dotto e Parker, dall'altra il Comitato per l'Edizione nazionale ecc...
Insomma si è atteso anni ed anni per promuovere l'Edizione nazionale di un musicista fra i più rappresentati al mondo, ed al momento in cui la si ottiene, dopo durissime lotte, di edizioni critiche se ne preparano due, una contro l'altra, una indipendente dall'altra (Dotto, che prepara quella per Ricordi, prima incluso nel Comitato di cui sopra, assieme a Parker, subito dopo si era dimesso. Ha avuto qualche responsabilità Ricordi in tale decisione?).
E' chiaro che le due edizioni e gli studiosi preposti sono un anacronismo che solo in Italia poteva prendere forma. Anacronismo su anacronismo, laddove tutti si attenderebbero che correndo in due si faccia prima, sembra che tutti e due procedano al rallentatore.
Ora verrebbe da chiedersi perché Casa Ricordi, una volta avviata l'Edizione nazionale non si sia fatta avanti per proporre una fruttuosa e naturale collaborazione fra il Comitato e la casa editrice che per tutta la vita è stata quella di Puccini? Non è facile dare una risposta. Forse al comitato scientifico non piacciono, perché sorpassate( ?), le edizioni delle opere già messe in commercio da Ricordi; o Dotto pensa la medesima cosa di quel poco che l'Edizione nazionale ha già pubblicato?
Nel settore degli studi non dovrebbe contare tanto chi è arrivato prima, quanto il valore e l'attendibilità del risultato. Ora se le opere già edite da Ricordi - che è un editore e che quindi sacrosantemente bada anche al guadagno - non sono condivise dagli studiosi, perchè non dirlo, proponendo le necessarie correzioni?
Dalla stessa intervista a Chailly, apprendiamo che ascolteremo, questi giorni alla Scala, una Fanciulla come non l'abbiamo mai ascoltata, e cioè quella scritta da Puccini, l'Urtext pucciniano; mentre noi l'abbiamo ascoltata con i tagli e le correzioni che vi aveva apportato Toscanini, vivo Puccini che le aveva accettate, lasciando correre, fin dalla 'prima' a New York.
E qui una domanda sorge spontanea a proposito di Toscanini. Non s'è sempre detto che per il noto direttore la parola del musicista - la sua musica - era intoccabile come la Bibbia?
Queste ed altre notizie abbiamo appreso sfogliando il primo volume dell'epistolario del musicista edito a cura del Comitato scientifico per 'L'Edizione nazionale delle opere di Puccini', nel quale siede la crema degli studiosi del musicista lucchese, che è stato incluso, di diritto, nell'edizione nazionale, consci del valore che la corrispondenza di un musicista può avere nello studio delle sue opere.
Ad essere sinceri abbiamo anche appreso che c'è ancora chi, fottendosene del valore delle lettere per gli studiosi, pone il veto sulla pubblicazione del contenuto di alcune di esse inviate dal musicista a sua moglie, Elvira, durante i primi anni di convivenza, nelle quali naturalmente il 'protofemminismo' pucciniano, si esprime in tutta la sua forza, nel tentativo di spezzare le catene con le quali Elvira voleva tenere legato a sé il musicista, donnaiolo incallito.
Adesso però ci interessa un altro aspetto della questione, riguardante l'edizione delle opere del maestro; di esso siamo venuti a conoscenza leggendo l'intervista di Giuseppina Manin a Chailly che ha anticipato al Corriere alcuni particolari della Fanciulla del West che sta per tornare nella stagione scaligera.
Un fatto assolutamente nuovo per la Scala che aveva condannato all'ostracismo le opere pucciniane negli ultimi anni, sotto la gestione Lissner, e che, per sempre, le ha espunte dal suo repertorio uno dei nostri più noti direttori, Claudio Abbado, e forse non solo lui ( Su quest'ultimo argomento e sulle ragioni di una tale inspiegabile esclusione, avevamo richiesto, per uno degli ultimi numeri di Music@, un articolo a Michele Girardi, studioso pucciniano, al massimo della nostra stima, alla vigilia di un suo corso universitario dedicato ad 'Abbado alla Scala';articolo che non ottenemmo prima di abbandonare la direzione di Music@).
Abbiamo appreso dall'intervista al Corriere che Chailly riceverà l'edizione critica dell'opera pucciniana dalle mani di Gabriele Dotto 'direttore dell'edizione critica' delle opere di Puccini per Ricordi'.
E l'edizione nazionale delle opere di Puccini, finalmente varata dal governo (nel 2007) ha nulla a che fare con quella curata da Dotto? E Dotto fa parte anche del comitato scientifico al quale prima accennavamo. No. Da una parte Ricordi, con Dotto e Parker, dall'altra il Comitato per l'Edizione nazionale ecc...
Insomma si è atteso anni ed anni per promuovere l'Edizione nazionale di un musicista fra i più rappresentati al mondo, ed al momento in cui la si ottiene, dopo durissime lotte, di edizioni critiche se ne preparano due, una contro l'altra, una indipendente dall'altra (Dotto, che prepara quella per Ricordi, prima incluso nel Comitato di cui sopra, assieme a Parker, subito dopo si era dimesso. Ha avuto qualche responsabilità Ricordi in tale decisione?).
E' chiaro che le due edizioni e gli studiosi preposti sono un anacronismo che solo in Italia poteva prendere forma. Anacronismo su anacronismo, laddove tutti si attenderebbero che correndo in due si faccia prima, sembra che tutti e due procedano al rallentatore.
Ora verrebbe da chiedersi perché Casa Ricordi, una volta avviata l'Edizione nazionale non si sia fatta avanti per proporre una fruttuosa e naturale collaborazione fra il Comitato e la casa editrice che per tutta la vita è stata quella di Puccini? Non è facile dare una risposta. Forse al comitato scientifico non piacciono, perché sorpassate( ?), le edizioni delle opere già messe in commercio da Ricordi; o Dotto pensa la medesima cosa di quel poco che l'Edizione nazionale ha già pubblicato?
Nel settore degli studi non dovrebbe contare tanto chi è arrivato prima, quanto il valore e l'attendibilità del risultato. Ora se le opere già edite da Ricordi - che è un editore e che quindi sacrosantemente bada anche al guadagno - non sono condivise dagli studiosi, perchè non dirlo, proponendo le necessarie correzioni?
Dalla stessa intervista a Chailly, apprendiamo che ascolteremo, questi giorni alla Scala, una Fanciulla come non l'abbiamo mai ascoltata, e cioè quella scritta da Puccini, l'Urtext pucciniano; mentre noi l'abbiamo ascoltata con i tagli e le correzioni che vi aveva apportato Toscanini, vivo Puccini che le aveva accettate, lasciando correre, fin dalla 'prima' a New York.
E qui una domanda sorge spontanea a proposito di Toscanini. Non s'è sempre detto che per il noto direttore la parola del musicista - la sua musica - era intoccabile come la Bibbia?
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domenica 27 marzo 2016
E' il giorno di Michele Gamba, direttore, catapultato all'improvviso sul podio della Scala. Che fine ha fatto Piero Gamba, ex bambino prodigio del podio?
Il Corriere di oggi, a firma Giuseppina Manin, riportava la notizia della sostituzione, fatta nel volger di un paio d'ore al massimo, di Michele Mariotti, febbricitante, con Michele Gamba, di cui, nell'estate del 2014, sempre il Corriere aveva parlato la prima volta. Mariotti, arrivato in teatro, si rende subito conto di essere impossibilitato a dirigere- sta troppo male; il tenore Meli telefona a Gamba, che 'I due Foscari' l'aveva studiato a fondo, nella preparazione al Covent Garden , come assistente di Pappano; il 32enne direttore accetta la sfida: si infila in un taxi e via alla Scala. Il tempo di cambiarsi, scambiare qualche parola con la spalla e scende nella buca dell'orchestra. Sembra che tutto sia filato liscio. Accade. E' accaduto tante volte per la musica, a volte la sostituzione segna l'inizio di una grande carriera; altre, invece, il successo - quasi d'obbligo, per il peso dell'impresa - si limita a quella sola serata e poi di nuovo si finisce nel cono d'ombra della routine, che nell'arte non è un buon ripiego. Di Michele Gamba non sappiamo come andrà, per ora lui lavora a Berlino, come assistente di Barenboim. Ma c'è anche un altro Gamba di cui avremmo voluto sapere di più.
Quando venne fuori il nome di Michele Gamba, con la memoria andammo a tutti i Gamba impegnati nella musica che conoscevamo, dal pianista, al giornalista Mario, fino a quel Pierino Gamba che ebbe esordi di direttore in tenera età di cui si erano perse le tracce - quantomeno noi non sapevamo dove si fosse cacciato e che attività svolgesse. Con l'aiuto di internet, lo ripescammo: il m. Piero Gamba era vivo e vegeto, ma certo avanti negli anni, viveva in America, i suoi rapporti con il podio non ci risultavano frequenti o di qualche peso, tanto che non se ne era sentito più parlare. Osammo scrivergli e proporgli una intervista che accettò. Gli inviammo le domande scritte, alle quali ci aspettavamo - come d'accordo - che rispondesse. Non lo ha fatto, benchè lo avessimo sollecitato più d'una volta. colpa delle nostre domande, ritenute forse impertinenti, mentre impertinenti non lo erano davvero, secondo noi? Giudicate voi
Dodici domande al m. Piero Gamba, ex bambino prodigio, senza risposte
- Come iniziò la sua avventura sul podio, cosa ricorda degli esordi? Non poteva a quella tenera età aver già studiato direzione.
- Chissà se ricorda, tralasciando ciò che scrissero i giornali del tempo, come lei bambino visse quell'avventura, resa ancora più nota con il film 'La grande aurora'.
- I quegli stessi anni ci furono altri casi eclatanti, il più noto di tutti quello di
Maazel
che stupì l'America. Lei ne era a conoscenza, c'era chi cercava di
mettervi in concorrenza?
- Ciò che le è rimasto più impresso nella mente di quello strabiliante esordio.
- Ha mai avuto la sensazione che i suoi genitori volessero sfruttare quel tesoro famigliare inatteso e per il quale non avevano merito alcuno? Che vita 'da bambino' le hanno fatto fare?
- Ricorda quando il clamore attorno a Lei finì o si ridusse drasticamente? Ha coinciso con la sua maggiore età, oppure molto più tardi? Ne ha sofferto o ne aveva già avuto abbastanza di una vita sotto i riflettori?
- bis. In seguito, divenne direttore di professione per scelta. Glielo domando perché chissà quante carriere dopo gli esordi promettenti quanto i suoi, si sono,invece, bruscamente concluse.
- I suoi maggiori successi in quegli anni li ha avuti in Italia o anche altrove?
- Quando e perché decise di trasferirsi in America? Ci dice qualcosa anche della fondazione da lei creata' Symphonicum Europeae'. Quali scopi si prefigge e quale è la sua attività corrente
- Come è andata poi la sua carriera? Guardando al lontano passato ha qualche rimpianto; ha nostalgia di quegli anni; è contento del presente - lei ancora dirige - oppure ad esempio, ha nutrito un po' d' invidia nei confronti di altri direttori, come Maazel che agli esordi simili ai suoi, ha fatto seguire una brillante carriera internazionale.
- Sicuramente avrà sentito parlare della schiera abbastanza nutrita di giovani direttori, oggi sulla cresta dell'onda. Molti di loro non sono stati bambini prodigio come lei, però sono saliti sul podio in età precoce. Un consiglio per loro.
- p.s. Lei ha figli, ha famiglia? Nessuno dei suoi figli o della sua famiglia ha avuto una storia simile alla sua?
mercoledì 24 febbraio 2016
L'Orchestra Mozart RISUONA. Per volontà e donazioni di molti. E il mondo della musica che fa? E Franceschini dove si nasconde?
Chissà che non si avveri la rinascita dell'Orchestra Mozart, inventata e diretta per anni da Claudio Abbado, e chiusa - 'momentaneamente, si disse allora - alla viglia dell'acutizzarsi della malattia che lo condusse alla morte a gennaio del 2014.
Tutti si dissero allora che quell'Orchestra - un vero gioiello - non poteva morire con il direttore. E promisero anche che, in qualche modo, sarebbe risorta. Ed invece sono trascorsi ormai due anni senza che nulla in tal senso sia accaduto. E l'Orchestra che, unica al mondo, faceva suonare insieme solisti strepitosi e giovani dotatissimi, si è dovuta arrendere al destino ed all'indifferenza che ne hanno decretato la chiusura.
Fino a ieri, perchè da oggi - ci informa il 'Corriere', con una articolo di Giuseppina Manin - c'è un progetto concreto, gestito da Ginger, società di crowdfunding ( in parole povere, un progetto di azionariato diffuso, per entrare nel quale ogni donazione di qualunque entità è la benvenuta: fino a questo momento sono stati donati 8.000 Euro circa, da poco più di un centinaio di donatori. Il traguardo è ancora lontanissimo, ma l'inizio è promettente ed entusiasta), al quale partecipa come capofila la Accademia Filarmonica di Bologna, guidata da Loris Azzaroni, che organizza ed ospita le attività di formazione ed anche qualche concerto della Orchestra.
Sulla cui culla non vigila più Alessandra Abbado, figlia del maestro esempre al suo fianco, in veste manageriale, dai tempi della direzione dei Berliner, di Ferrara Musica (con Mauro Meli), e poi alla Mozart . Come mai, si è spento, con la morte del padre, il sacro fuoco che bruciava nel suo petto e che la spingeva a lavorare nella musica? A proposito che belle facce quelle delle giovani che costituiscono lo staff che lavora alla nascita dell'orchestra che fu di Abbado.
Adesso, dandosi delle regole precise nel settore economico - un rimborso spese uguale per tutti, per abbattere le spese, e dunque nessun cachet- si vuole ad ogni costo far rinascere l'orchestra. C'è già un mini calendario di concerti nei quali, dopo la rinascita, alcuni musicisti di gran fama, si sono offerti di suonare, facendo da amorevoli levatrici al nuovo parto, che arriva dopo il doloroso distacco da Abbado.
In questo bel progetto risalta, come nota stonata, l'assenza totale del ministero di Franceschini, quello della ricopertura della platea del Colosseo - sulla quale speriamo che almeno si esibisca lui: sarebbe la vera novità che giustificherebbe l'interesse eccessivo mostrato dal ministro per il progetto che costa alcuni milioni di Euro. Potremmo aggiungere a questa inutile enorme spesa da parte di un ministro che va ogni giorno gridando in giro che la musica è ciò per cui l'Italia è conosciuta nel mondo, una seconda idiozia anche storica - ha ragione, lo è anche per le orchestra che chiudono, nella totale indifferenza anche sua!- ventilata e caldeggiata dal sindaco di Verona, Tosi, che ha ottenuto una notevole somma, per formulare il progetto di fattibilità della copertura dell'Arena, da 'Calzedonia'.
Si vuole rifare il Colosseo - magari anche Franceschini penserà in un secondo momento alla sua copertura - coprire l'Arena di Verona per ospitarvi spettacoli di ogni genere anche d'inverno oltre che d'estate, a dispetto della pioggia, e poi si resta insensibili ed impermeabili alla chiusura di un'orchestra che si era segnalata per la sua grande qualità oltre che per la atipicità ( grandi solisti e giovani promettenti ).
Il prossimo 9 marzo un film sull'orchestra, realizzato nel 2104 dalla coppia Failoni/Merini, verrà proiettato alla Philharmonie di Berlino, segnando l'avvio ufficiale della raccolta fondi per far 'RISUONARE la MOZART'.
Ma sarebbe il caso che tutti i musicisti che contano, che hanno conosciuto e lavorato con Abbado, di cui si sono professati amici( veri? occasionali?presunti? di comodo? amici/nemici?) e che in tante occasioni dicono di avere a cuore il futuro dei giovani musicisti passassero dalle parole ai fatti; e cioè che solisti e direttori ( soprattutto direttori indispensabili alla rinascita, e pensiamo a Muti, Pappano, Mehta e Barenboim ed altri) suonassero, cantassero o dirigessero un concerto della Mozart per riavviarla, più bella di prima. Fatti, non bastano più solo le parole.
(www.orchestramozart.com)
Tutti si dissero allora che quell'Orchestra - un vero gioiello - non poteva morire con il direttore. E promisero anche che, in qualche modo, sarebbe risorta. Ed invece sono trascorsi ormai due anni senza che nulla in tal senso sia accaduto. E l'Orchestra che, unica al mondo, faceva suonare insieme solisti strepitosi e giovani dotatissimi, si è dovuta arrendere al destino ed all'indifferenza che ne hanno decretato la chiusura.
Fino a ieri, perchè da oggi - ci informa il 'Corriere', con una articolo di Giuseppina Manin - c'è un progetto concreto, gestito da Ginger, società di crowdfunding ( in parole povere, un progetto di azionariato diffuso, per entrare nel quale ogni donazione di qualunque entità è la benvenuta: fino a questo momento sono stati donati 8.000 Euro circa, da poco più di un centinaio di donatori. Il traguardo è ancora lontanissimo, ma l'inizio è promettente ed entusiasta), al quale partecipa come capofila la Accademia Filarmonica di Bologna, guidata da Loris Azzaroni, che organizza ed ospita le attività di formazione ed anche qualche concerto della Orchestra.
Sulla cui culla non vigila più Alessandra Abbado, figlia del maestro esempre al suo fianco, in veste manageriale, dai tempi della direzione dei Berliner, di Ferrara Musica (con Mauro Meli), e poi alla Mozart . Come mai, si è spento, con la morte del padre, il sacro fuoco che bruciava nel suo petto e che la spingeva a lavorare nella musica? A proposito che belle facce quelle delle giovani che costituiscono lo staff che lavora alla nascita dell'orchestra che fu di Abbado.
Adesso, dandosi delle regole precise nel settore economico - un rimborso spese uguale per tutti, per abbattere le spese, e dunque nessun cachet- si vuole ad ogni costo far rinascere l'orchestra. C'è già un mini calendario di concerti nei quali, dopo la rinascita, alcuni musicisti di gran fama, si sono offerti di suonare, facendo da amorevoli levatrici al nuovo parto, che arriva dopo il doloroso distacco da Abbado.
In questo bel progetto risalta, come nota stonata, l'assenza totale del ministero di Franceschini, quello della ricopertura della platea del Colosseo - sulla quale speriamo che almeno si esibisca lui: sarebbe la vera novità che giustificherebbe l'interesse eccessivo mostrato dal ministro per il progetto che costa alcuni milioni di Euro. Potremmo aggiungere a questa inutile enorme spesa da parte di un ministro che va ogni giorno gridando in giro che la musica è ciò per cui l'Italia è conosciuta nel mondo, una seconda idiozia anche storica - ha ragione, lo è anche per le orchestra che chiudono, nella totale indifferenza anche sua!- ventilata e caldeggiata dal sindaco di Verona, Tosi, che ha ottenuto una notevole somma, per formulare il progetto di fattibilità della copertura dell'Arena, da 'Calzedonia'.
Si vuole rifare il Colosseo - magari anche Franceschini penserà in un secondo momento alla sua copertura - coprire l'Arena di Verona per ospitarvi spettacoli di ogni genere anche d'inverno oltre che d'estate, a dispetto della pioggia, e poi si resta insensibili ed impermeabili alla chiusura di un'orchestra che si era segnalata per la sua grande qualità oltre che per la atipicità ( grandi solisti e giovani promettenti ).
Il prossimo 9 marzo un film sull'orchestra, realizzato nel 2104 dalla coppia Failoni/Merini, verrà proiettato alla Philharmonie di Berlino, segnando l'avvio ufficiale della raccolta fondi per far 'RISUONARE la MOZART'.
Ma sarebbe il caso che tutti i musicisti che contano, che hanno conosciuto e lavorato con Abbado, di cui si sono professati amici( veri? occasionali?presunti? di comodo? amici/nemici?) e che in tante occasioni dicono di avere a cuore il futuro dei giovani musicisti passassero dalle parole ai fatti; e cioè che solisti e direttori ( soprattutto direttori indispensabili alla rinascita, e pensiamo a Muti, Pappano, Mehta e Barenboim ed altri) suonassero, cantassero o dirigessero un concerto della Mozart per riavviarla, più bella di prima. Fatti, non bastano più solo le parole.
(www.orchestramozart.com)
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mercoledì 14 ottobre 2015
La musica italiana d'oggi. Il punto, dopo la Biennale che i giornali hanno ignorato.
Noi forniremmo una nostra personalissima lettura dell'appello, lanciato dalle pagine del Corriere, a firma Giuseppina Manin, in favore dei compositori italiani che lavorano all'estero piuttosto che a casa, dove la situazione della musica d'oggi italiana non è certo rosea; ma neanche disastrosa, in un paese come il nostro, dove della musica non importa a nessuno, figuriamoci della musica d'oggi, sinceramene assai ostica, salvo i casi - e sono numerosi - in cui a tutti i costi, con una operazione di grande furbizia, si tenta un riavvicinamento alle pigre orecchie, anche disabituate, dei nostri ascoltatori.
Senza saper leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta, presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un articoletto sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi', per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
In Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi delle massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre in troppi su un osso solo.
Oggi, il Corriere, torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia, dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che la situazione non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato - si tratta di Bologna che ha come sovrintendente Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.
Senza saper leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta, presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un articoletto sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi', per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
In Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi delle massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre in troppi su un osso solo.
Oggi, il Corriere, torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia, dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che la situazione non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato - si tratta di Bologna che ha come sovrintendente Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.
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mercoledì 15 luglio 2015
I soliti colpi di sole estivi e le solite inchieste di una rivista di musica italiana
Il Corriere della Sera di oggi, ancora a firma di Giuseppina Manin, torna a parlare di melodramma, per riferire della puntuale inchiesta mensile di 'Classic Voice' che questa volta con grande acume giornalistico e ricchezza di dati prende di mira il repertorio dei teatri. Concludendo, in base alla sua iricerca, che i teatri italiani vivono di 'repertorio'- peccato che dimentica quelli stranieri che vivono più o meno come quelli italiani di repertorio - dimenticando anzi ignorando le 'opere originali' ( che vuol dire 'originali, che quelle di verdi e Puccini originali non sono?) - e qui ci ha messo le mani il solito asino del titolista che in tre giorni toppa solennemente almeno due volte.
Non più tardi di tre anni fa, un'altra rivista di musica, edita dal Conservatorio aquilano, Music@, dimostrava che il repertorio italiano, che secondo Classic Voice si vuole dominante in Italia, era ancor più dominante all'estero. Dati alla mano, con tabelle, titoli e teatri, in Italia e nel mondo risultava che Traviata o Butterfly e Bohème erano rappresentati con più frequenza e regolarità all'estero di quanto non accadesse in Italia. E' successo forse che nel giro di due anni le cose sono completamente capovolte? Allora? Tutti idioti? Tutti che voltano le spalle alle novità?
No, semplicemente i classici del melodramma sono i più rappresentati e più amati e perciò anche quelli più richiesti e seguiti. E' un peccato se Traviata riempie i teatri più di Co2 di Battistelli che nelle poche recite scaligere di quest'anno il teatro non l'ha mai riempito?
Se il medesimo discorso si facesse per i classici di altri ambiti artistici, come la letteratura o il teatro, noi dovremmo bandire i grandi capolavori in nome della modernità. Non è possibile.
Se poi un tempo si facevano a teatro più novità di oggi, non è detto che sia la strategia migliore, forse occorrerebbe, ma senza intenti punitivi, farsi coraggio e presentare una qualche novità ogni stagione od ogni due, che moltiplicata per i teatri, vuol una trentina circa di novità a biennio. sarebbe un bel traguardo. Va anche aggiunto che le più frequenti novità di un tempo miravano ad attirare i contributi specifici del ministero destinati ai titoli nuovi.
Con aria snob, infine, la Manin e i suoi suggeritori di Classic Voice che, evidentemente, con il Corriere ha un filo diretto - chissà per quale ragione o quale tramite in carne ed ossa - afferma che il teatro d'opera italiano, dal punto di vista del repertorio, si sta 'arenizzando', sta virando cioè velocemente verso il 'popolare', come se fosse una offesa. No, cara Manin, le opere più popolari - ci vogliamo mettere fra queste anche il teatro di Shakespeare - sono tali perchè rappresentano le vette della umana creatività nei secoli. Si deve semmai esigere che la riproposta delle opere popolari non diventi occasione per 'spedizioni punitive' come può accadere anche nei teatri a danno del pubblico più affezionato.
Secondo il suo (della Manin) ragionamento e quello dei capoccioni della sua rivista di riferimento, dovremmo farla finita anche con Bach e Vivaldi ed anche Beethoven, meglio sostituirli con le 'quattro stagioni' di Max Richter o con quelle di Piazzolla o Glass ( ma perchè, sia detto per inciso, hanno bisogno di attaccarsi a Vivaldi; facciano qualcosa di nuovo e lascino in pace Vivaldi che, di suo, ancora funziona!).
Nicola Sani, sovrintendente a Bologna, impegnato anche su molti altri fronti a lui totalmente estranei, in chiusura di inchiesta, si augura che l'Italia abbia 'manager culturali capaci di unire COMPETENZA GESTIONALE ED ARTISTICA'; che è poi l'augurio che noi abbiamo fatto all'Italia, dopo aver letto delle nomine di Sani oltre che a Sovrintendente a Bologna, a Direttore artistico a Siena e Direttore dell' Istituto di Studi verdiani di Parma ecc... Da dove prende tanta energia oltre che tanta competenza, ci è venuto da chiederci?
Non più tardi di tre anni fa, un'altra rivista di musica, edita dal Conservatorio aquilano, Music@, dimostrava che il repertorio italiano, che secondo Classic Voice si vuole dominante in Italia, era ancor più dominante all'estero. Dati alla mano, con tabelle, titoli e teatri, in Italia e nel mondo risultava che Traviata o Butterfly e Bohème erano rappresentati con più frequenza e regolarità all'estero di quanto non accadesse in Italia. E' successo forse che nel giro di due anni le cose sono completamente capovolte? Allora? Tutti idioti? Tutti che voltano le spalle alle novità?
No, semplicemente i classici del melodramma sono i più rappresentati e più amati e perciò anche quelli più richiesti e seguiti. E' un peccato se Traviata riempie i teatri più di Co2 di Battistelli che nelle poche recite scaligere di quest'anno il teatro non l'ha mai riempito?
Se il medesimo discorso si facesse per i classici di altri ambiti artistici, come la letteratura o il teatro, noi dovremmo bandire i grandi capolavori in nome della modernità. Non è possibile.
Se poi un tempo si facevano a teatro più novità di oggi, non è detto che sia la strategia migliore, forse occorrerebbe, ma senza intenti punitivi, farsi coraggio e presentare una qualche novità ogni stagione od ogni due, che moltiplicata per i teatri, vuol una trentina circa di novità a biennio. sarebbe un bel traguardo. Va anche aggiunto che le più frequenti novità di un tempo miravano ad attirare i contributi specifici del ministero destinati ai titoli nuovi.
Con aria snob, infine, la Manin e i suoi suggeritori di Classic Voice che, evidentemente, con il Corriere ha un filo diretto - chissà per quale ragione o quale tramite in carne ed ossa - afferma che il teatro d'opera italiano, dal punto di vista del repertorio, si sta 'arenizzando', sta virando cioè velocemente verso il 'popolare', come se fosse una offesa. No, cara Manin, le opere più popolari - ci vogliamo mettere fra queste anche il teatro di Shakespeare - sono tali perchè rappresentano le vette della umana creatività nei secoli. Si deve semmai esigere che la riproposta delle opere popolari non diventi occasione per 'spedizioni punitive' come può accadere anche nei teatri a danno del pubblico più affezionato.
Secondo il suo (della Manin) ragionamento e quello dei capoccioni della sua rivista di riferimento, dovremmo farla finita anche con Bach e Vivaldi ed anche Beethoven, meglio sostituirli con le 'quattro stagioni' di Max Richter o con quelle di Piazzolla o Glass ( ma perchè, sia detto per inciso, hanno bisogno di attaccarsi a Vivaldi; facciano qualcosa di nuovo e lascino in pace Vivaldi che, di suo, ancora funziona!).
Nicola Sani, sovrintendente a Bologna, impegnato anche su molti altri fronti a lui totalmente estranei, in chiusura di inchiesta, si augura che l'Italia abbia 'manager culturali capaci di unire COMPETENZA GESTIONALE ED ARTISTICA'; che è poi l'augurio che noi abbiamo fatto all'Italia, dopo aver letto delle nomine di Sani oltre che a Sovrintendente a Bologna, a Direttore artistico a Siena e Direttore dell' Istituto di Studi verdiani di Parma ecc... Da dove prende tanta energia oltre che tanta competenza, ci è venuto da chiederci?
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lunedì 13 luglio 2015
Nutrire l'anima. Nell'attesa facciamoci Gilda. Stupri in palcoscenico a Londra e Macerata. Uffa.
Non nomineremo mai i due registi ai quali va attribuita la paternità delle ultime due trovate sessualmente violente sul palcoscenico operistico (' Guglielmo Tell' a Londra e, dopodomani, 'Rigoletto' a Macerata).
'Gugliemo Tell' campione di libertà e Gilda vittima di un sopruso per punire suo padre, Rigoletto, il buffone di corte del Duca di Mantova. Nell'uno come nell'altro caso due stupri, e, nel caso di Gilda, addirittura uno stupro di gruppo.
In nessuno dei casi lo prevede la storia, in ambedue i casi semplicemente una trovata dei rispettivi registi, che non nomineremo, per far parlare di sè, pensando forse che altrimenti nessun giornale si sarebbe occupato di una bella edizione 'musicale' del celebre capolavoro di Rossini, come di quello verdiano il cui esito ancora non conosciamo, perchè la prima allo Sferisterio di Macerata - retto da Francesco Micheli che l'anno scorso ha messo donne dappertutto, anche in buca (d'orchestra), e quest'anno ne fa violentare una da un gruppo (uno troppo poco!) di satanassi - deve ancora debuttare. Ma il clamore arriva addirittura prima, come il regista, complice il regista-direttore artistico,in fondo si augurava.
Perchè, si chiede Giuseppina Manin sul Corriere di ieri - giornale che per la terza volta, nel giro di un paio di settimane, torna a parlare di questi fatti, con intere paginate che mai verrebbero riservate alla musica senza tale contorno, gli unici che possono ormai interessare i giornali, la musica no - insistere su una formula che scontenta tutti,spettatori e critica ? Ma non registi e direttori artistici e giornali - ci permettiamo di aggiungere noi'? Semplicemente perchè i giornali, ai quali più di ogni altra cosa interessano, ne parlino, anche se - riprendiamo il discorso della Manin - ' non allarga neanche le platee della lirica.
Non mancano , come da copione, dissociazioni di direttori artistici e direttori musicali, i quali naturalmente sapevano delle trovate ma non hanno voluto - in nome della libertà dei registi;falsi! - intervenire.
P.S. Ci hanno scritto dallo Sferisterio di Macerata in difesa del regista ( ma anche del direttore artistico) del Rigoletto prossimamente in scena. La Manin, hanno precisato, non può parlare di uno spettacolo d'opera senza averlo visto, come invece ha fatto l'altro ieri sul Corriere. Ma qualcuno le avrà pure passato qualche notizia, magari con l'intento di attrarre pubblico: lei poi ha amplificato la cosa ed il giornale ha sbagliato titolo, perchè oggetto della violenza non è Gilda, bensì la figlia di Monterone, cortigiano del Duca di Mantova cui il signore libertino violentò - ecco lo stupro - la figlia.
Resta il fatto che senza una qualche inutile gratuita ed idiota novità registica i giornali difficilmente si butterebbero a capo fitto su uno spettacolo d'opera , del quale diciamolo in tutta sincerità ormai non frega nulla a nessuno, nonostante che il melodramma, a partire da quello italiano, sia ancora oggi motivo di grande attrazione in Italia o negli altri paesi.
'Gugliemo Tell' campione di libertà e Gilda vittima di un sopruso per punire suo padre, Rigoletto, il buffone di corte del Duca di Mantova. Nell'uno come nell'altro caso due stupri, e, nel caso di Gilda, addirittura uno stupro di gruppo.
In nessuno dei casi lo prevede la storia, in ambedue i casi semplicemente una trovata dei rispettivi registi, che non nomineremo, per far parlare di sè, pensando forse che altrimenti nessun giornale si sarebbe occupato di una bella edizione 'musicale' del celebre capolavoro di Rossini, come di quello verdiano il cui esito ancora non conosciamo, perchè la prima allo Sferisterio di Macerata - retto da Francesco Micheli che l'anno scorso ha messo donne dappertutto, anche in buca (d'orchestra), e quest'anno ne fa violentare una da un gruppo (uno troppo poco!) di satanassi - deve ancora debuttare. Ma il clamore arriva addirittura prima, come il regista, complice il regista-direttore artistico,in fondo si augurava.
Perchè, si chiede Giuseppina Manin sul Corriere di ieri - giornale che per la terza volta, nel giro di un paio di settimane, torna a parlare di questi fatti, con intere paginate che mai verrebbero riservate alla musica senza tale contorno, gli unici che possono ormai interessare i giornali, la musica no - insistere su una formula che scontenta tutti,spettatori e critica ? Ma non registi e direttori artistici e giornali - ci permettiamo di aggiungere noi'? Semplicemente perchè i giornali, ai quali più di ogni altra cosa interessano, ne parlino, anche se - riprendiamo il discorso della Manin - ' non allarga neanche le platee della lirica.
Non mancano , come da copione, dissociazioni di direttori artistici e direttori musicali, i quali naturalmente sapevano delle trovate ma non hanno voluto - in nome della libertà dei registi;falsi! - intervenire.
P.S. Ci hanno scritto dallo Sferisterio di Macerata in difesa del regista ( ma anche del direttore artistico) del Rigoletto prossimamente in scena. La Manin, hanno precisato, non può parlare di uno spettacolo d'opera senza averlo visto, come invece ha fatto l'altro ieri sul Corriere. Ma qualcuno le avrà pure passato qualche notizia, magari con l'intento di attrarre pubblico: lei poi ha amplificato la cosa ed il giornale ha sbagliato titolo, perchè oggetto della violenza non è Gilda, bensì la figlia di Monterone, cortigiano del Duca di Mantova cui il signore libertino violentò - ecco lo stupro - la figlia.
Resta il fatto che senza una qualche inutile gratuita ed idiota novità registica i giornali difficilmente si butterebbero a capo fitto su uno spettacolo d'opera , del quale diciamolo in tutta sincerità ormai non frega nulla a nessuno, nonostante che il melodramma, a partire da quello italiano, sia ancora oggi motivo di grande attrazione in Italia o negli altri paesi.
mercoledì 11 marzo 2015
Bentornato CLASSIC VOICE con le sue inchieste
Eravamo in pensiero, perchè per qualche mese non ci sembrava che i giornali amici avessero riportato i soliti esiti strabilianti delle inchieste, fuori dall'ordinario, che in ogni numero, Classic Voice regala ai suoi attoniti lettori. E puntualmente siamo stati smentiti perchè, come apprendiamo dal Corriere, a firma Giuseppina Manin, un'altra inchiesta ancora c'è stata, ed anche questa volta con risultati inimmaginabili ed inattesi
Gli attenti ed acuti giornalisti della rivista italiana di musica questa volta hanno puntato i loro riflettori sui cachet della musica, opera e concerti, facendoci scoprire che i cachet che circolano sono più decenti di quelli effettivi e comunque sottostimati rispetto a quelli reali. Insomma direttori d'orchestra importanti, celebri solisti e cantanti di grido non se la passano male. I direttori di prima fascia guadagnano 30.000 Euro a concerto; come anche strumentisti celebri, da Kavakos a Lang a Pollini; a proposito di quest'ultimo e di Lang scrive la Manin che non si siedono al pianoforte se prima non gli hanno pagato il cachet. Dunque i tempi hanno cambiato anche la modalità del pagamento che si voleva effettuato nell'intervallo fra prima e seconda parte di un recital o di un concerto. Adesso, stando a Classic Voice, non entrerebbero in sala se prima non hanno riscosso il cachet. Evidentemente, con i tempi che corrono, suonano più rilassati ed anche più spediti con i soldi in tasca. Perchè?
La ragione è semplice. Salvo poche, pochissime grandi istituzioni, con i conti in regola e liquidi in cassa, del cachet non c'è certezza. E di questa situazione abbastanza gravosa è chiaro che non ne risentono i grandi nomi, ma i giovani musicisti, ai quali si fa attendere anni prima di ricevere il saldo delle loro prestazioni. E la situazione è molto più diffusa di quanto si pensi. Questo problema noi l'abbiamo sollevato da tempo su questo blog, perchè conoscevamo molti casi di giovani strumentisti o cantanti che attendono da due o tre anni di essere pagati da istituzioni italiane che ormai appartengono ad una lista nera ben nota.
Con questi cachet non vogliamo fare i conti in tasca a celebri direttori musicali che lavorano da noi come anche a noti strumentisti che perciò non se la passano male. Ed anche questo lo abbiamo più volte scritto riferendo di qualche direttore straniero che quando era Milano non c'era giorno che non suonasse o dirigesse, mettendo insieme in pochi mesi un bel gruzzolo, di molto superiore a ciò che guadagna, tutto l'anno, in altro paese dove ha un simile incarico stabile. O di qualche altro direttore che in una stagione fra concerti in sede e in tournée, fa una cinquantina di concerti: fate voi il conto del suo cachet a fine stagione.
Abbiamo anche scritto che attraverso certi escamotage quel cachet era nei fatti inferiore a quello effettivamente percepito - e la fonte dell'informazione era attendibilissima.
I cantanti guadagnano un pò meno a recita, anche perchè, tolti i recital, la partecipazione ad un'opera prevede parecchie recite, dunque facendo la somma, anche loro si mettono in tasca un bel gruzzolo. La bella Netrebko va dai 20.000 a concerto a 17.000 per ogni recita d'opera.
Guadagnano meno di tutti i registi, con 60.000 Euro per ogni regia. Non recita, ovvio.
Niente di nuovo sotto il sole. Ciò che Classic Voice crede di rivelare a seguito di indagine approfondita ed accurata, era cosa risaputa. Come spiegarsi altrimenti un contratto da 600.000 Euro per Temirkanov per i concerti diretti al Regio di Parma, epoca Meli- come leggemmo su diversi giornali?
L'unica cosa che Classic Voice rivela è che la fonte di tali dati è il Ministero medesimo di Franceschini e Nastasi. Lo stesso ministero che dovrebbe calmierare i prezzi, specie in tempo di crisi, vigilare su strani giri per far fessa la legge che prevede certi tetti, e sanzionare coloro i quali contravvengono alle regole. Ed invece, è diventato inerte, riducendosi a semplice ufficio informazioni per Classic Voice. E non è la prima volta.
Gli attenti ed acuti giornalisti della rivista italiana di musica questa volta hanno puntato i loro riflettori sui cachet della musica, opera e concerti, facendoci scoprire che i cachet che circolano sono più decenti di quelli effettivi e comunque sottostimati rispetto a quelli reali. Insomma direttori d'orchestra importanti, celebri solisti e cantanti di grido non se la passano male. I direttori di prima fascia guadagnano 30.000 Euro a concerto; come anche strumentisti celebri, da Kavakos a Lang a Pollini; a proposito di quest'ultimo e di Lang scrive la Manin che non si siedono al pianoforte se prima non gli hanno pagato il cachet. Dunque i tempi hanno cambiato anche la modalità del pagamento che si voleva effettuato nell'intervallo fra prima e seconda parte di un recital o di un concerto. Adesso, stando a Classic Voice, non entrerebbero in sala se prima non hanno riscosso il cachet. Evidentemente, con i tempi che corrono, suonano più rilassati ed anche più spediti con i soldi in tasca. Perchè?
La ragione è semplice. Salvo poche, pochissime grandi istituzioni, con i conti in regola e liquidi in cassa, del cachet non c'è certezza. E di questa situazione abbastanza gravosa è chiaro che non ne risentono i grandi nomi, ma i giovani musicisti, ai quali si fa attendere anni prima di ricevere il saldo delle loro prestazioni. E la situazione è molto più diffusa di quanto si pensi. Questo problema noi l'abbiamo sollevato da tempo su questo blog, perchè conoscevamo molti casi di giovani strumentisti o cantanti che attendono da due o tre anni di essere pagati da istituzioni italiane che ormai appartengono ad una lista nera ben nota.
Con questi cachet non vogliamo fare i conti in tasca a celebri direttori musicali che lavorano da noi come anche a noti strumentisti che perciò non se la passano male. Ed anche questo lo abbiamo più volte scritto riferendo di qualche direttore straniero che quando era Milano non c'era giorno che non suonasse o dirigesse, mettendo insieme in pochi mesi un bel gruzzolo, di molto superiore a ciò che guadagna, tutto l'anno, in altro paese dove ha un simile incarico stabile. O di qualche altro direttore che in una stagione fra concerti in sede e in tournée, fa una cinquantina di concerti: fate voi il conto del suo cachet a fine stagione.
Abbiamo anche scritto che attraverso certi escamotage quel cachet era nei fatti inferiore a quello effettivamente percepito - e la fonte dell'informazione era attendibilissima.
I cantanti guadagnano un pò meno a recita, anche perchè, tolti i recital, la partecipazione ad un'opera prevede parecchie recite, dunque facendo la somma, anche loro si mettono in tasca un bel gruzzolo. La bella Netrebko va dai 20.000 a concerto a 17.000 per ogni recita d'opera.
Guadagnano meno di tutti i registi, con 60.000 Euro per ogni regia. Non recita, ovvio.
Niente di nuovo sotto il sole. Ciò che Classic Voice crede di rivelare a seguito di indagine approfondita ed accurata, era cosa risaputa. Come spiegarsi altrimenti un contratto da 600.000 Euro per Temirkanov per i concerti diretti al Regio di Parma, epoca Meli- come leggemmo su diversi giornali?
L'unica cosa che Classic Voice rivela è che la fonte di tali dati è il Ministero medesimo di Franceschini e Nastasi. Lo stesso ministero che dovrebbe calmierare i prezzi, specie in tempo di crisi, vigilare su strani giri per far fessa la legge che prevede certi tetti, e sanzionare coloro i quali contravvengono alle regole. Ed invece, è diventato inerte, riducendosi a semplice ufficio informazioni per Classic Voice. E non è la prima volta.
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