Notizia delle ultime ore. Per chiudere il bilancio 2017 del Teatro Regio mancano all'incirca un paio di milioni di Euro. La procura ha aperto un'inchiesta ma senza indagati. Ancora. La ragione delle dimissioni di Vergnano - come ha dichiarato l'interessato - sta proprio qui. "Ho appreso, ha detto, la notizia del buco, che non conoscevo... ne ho parlato con la Appendino e mi sono dimesso. Un atto dovuto per senso di responsabilità".
Boh, che vuol dire Vergnano, quando dice che gli hanno comunicato il buco nel bilancio 2017 del Teatro di cui è amministratore? Noi non capiamo, evidentemente, altrimenti verrebbe da dirgli: "ma tu addo c... stavi? ".
Certo che è così, forse non si è spiegato bene o noi non conosciamo i complessi meccanismi della gestione amministrativa di un teatro.
In questa storia piena di colpi di scena, e più ancora di dimissioni e proteste, brilla il silenzio dei coraggiosi critici musicali torinesi e non, a cominciare da Mattioli. Loro non partecipano al dibattito pubblico avvelenato; loro si occupano di musica, non entrano nelle beghe private, nel caso specifico le sorti del Teatro Regio, le dimissioni del sovrintendente e del direttore musicale, l'arrivo del nuovo sovrintendete che in molti non volevano.
Lasciano che siano i cronisti, magari anche quelli di 'nera' - non solo alla Stampa - ad occuparsi giornalmente del 'dossier' Teatro Regio. In questa palude non intendono immergersi, per il timore - anzi: terrore - di finirne inghiottiti e non poter più galleggiare, com' è loro abituale costume.
Perchè, nel caso decidessero di schierarsi apertamente - come ha fatto sonoramente anche il pubblico, nell'ultimo concerto, scandendo: No-Se-Da ! - non saprebbero come metterla con il nuovo sovrintendente.
Ripetiamo qui quello che tante volte abbiamo già scritto e che, in passato, ha turbato alcune anime belle dell'Associazione Nazionale Critici Musicali. Fino a quando non la smetteranno i nostri immacolati colleghi di girarsi da un'altra parte per non vedere e di fare affari con le istituzioni sulle quali dovrebbero vigilare, il mondo della musica in Italia sarà truccato.
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mercoledì 9 maggio 2018
venerdì 19 maggio 2017
Fate la carità ai musicisti. Il nuovo 7 ( Corriere della Sera) diretto da Severgnini racconta quanto guadagnano i musicisti in Italia
Una decina di anni fa, all'epoca dei primi numeri di Music@ - la nostra amata rivista ridotta ora a Musica+ - affrontammo il problema dei 'guadagni' dei musicisti - categoria tuttavia molto complessa ed articolata - mettendo in copertina un giovane violinista che suonava per strada con la custodia dello strumento aperta a terra, a mò di cappello per l' elemosina.
Dall'inchiesta, all'interno della rivista, emergeva un duplice realtà. E cioè che, coloro i quali, per loro fortuna e merito soprattutto, erano inquadrati nelle orchestre lirico-sinfoniche nazionali, non se la passavano poi tanto male. Guadagnavano tanto? Poco? Più dei loro colleghi europei? Meno? Inutile tornare sull'argomento. Perchè ciò che più ci premeva illustrare all'epoca era la situazione dei musicisti 'giovani' , non ancor inquadrati in nessuna di quelle strutture stabili, che in Italia sono una quindicina, e sulla estrema precarietà del loro lavoro.
Da quella immagine che noi ponemmo in copertina parte l'inchiesta pubblicata ieri sul 7 del Corriere della Sera, ora diretto da Beppe Severgnini, ed affidata a Rita Querzè, che dovrebbe essere una giovane giornalista, collaboratrice del settimanale, dunque precaria ella stessa, e non del settore musicale.
Fare i conti in tasca ai musicisti, anche a quelli stabili o stabilizzati, fino a quando - e la data attesa con grande trepidazione è quella del 31 dicembre 2018 - lo saranno , nelle Fondazioni lirico- sinfoniche, non è facile. Il 7 pensa di poter affermare che un musicista italiano, a differenza di molti suoi colleghi europei, ad inizio di carriera guadagna quasi quanto un metalmeccanico, o poco più. Naturalmente, considerato che le Fondazioni lirico sinfoniche italiane, pur inquadrate con il medesimo contratto nazionale di lavoro ( vi consigliamo tuttavia di non leggerlo, capireste molto poco: è lunghissimo, prevede infiniti livelli di inquadramento e stipendiali, e arrivati all'ultima pagina non saprete quando guadagni un musicista stabile in Italia) hanno anche contratti integrativi delle singole fondazioni, le loro buste paga sono differenti e talvolta molti distanti le une dalle altre e tutte da quelle del metalmeccanico.
Quelle della Scala - ovvio - sono al vertice, ma non si capisce perché siano altrettanto alte, ad esempio, quelle dell'Opera di Firenze ( non sarà anche questa la ragione dello stratosferico buco di bilancio dell'ente fiorentino che ora il neo sovrintendente, Chiarot, dovrà cercare di colmare?), mentre sono basse quelle della Fenice come anche quelle dell'Opera di Roma ecc... ( le tabelle illustrative le abbiamo prese da un articolo di Mattioli per La Stampa). Almeno così erano fino a qualche tempo fa.
Leggendo, anche se di fretta, il Contratto di lavoro nazionale, l'ultimo ma di molti anni fa, vi scorgiamo infiniti appigli per altri emolumenti, indennità di vario genere, da quella per la 'mensa' a quella per lo 'strumento' proprio, a quella per spettacoli all'aperto a quella per le tournée, a quelle per il matrimonio ( e chi si sposa più d'una volta ha sempre diritto a quel premio/indennità che è pari quasi ad una mensilità?).
Ciò che stupisce e sorprende nell'articolo del 7, è il numero di mensilità che i musicisti inquadrati percepiscono ( o percepirebbero?) all'anno, e cioè 16. Non tredici come i comuni mortali, e neanche 14 come alcune categorie di privilegiati e di pensionati poveri, ma sedici addirittura. Come si arriva a 16? Tredicesima, quattordicesima, cui vanno aggiunte altre due mensilità che figurano nel contratto come premi vari di produzione e che, in Italia, si danno a tutti, anche ai dipendenti di istituzioni che hanno bilanci in profondo rosso; perciò, senza dire che quel rosso l'hanno creato i lavoratori, una qualche parte l'hanno avuto anch'essi.
Da 12 a 16 il passo non è breve e neppure normale. E' come se, a livello di stipendio, l'anno per i nostri orchestrali avesse un quadrimestre in più: quattro e non tre, come il calendario.
Se qualcuno sapesse spiegarci le 16 mensilità ci farebbe un enorme piacere, a noi ed ai lettori.
Perciò è evidente che le 16 mensilità spalmate sui mesi dell'anno, che sono 12, fanno salire un bel pò il compenso mensile. E dunque gli stipendi dei primi che vengono definiti 'come quelli dei metalmeccanici' non sarebbero più equiparabili ai secondi. E perciò non ci preoccuperemmo più di tanto dei musicisti stabilizzati.
Destano invece seria preoccupazione i musicisti, freschi di studi, capaci e meritevoli che non sanno a quale santo votarsi, per intraprendere una carriera musicale che non sia quella del solista ( la notissima musicista che dirige il Conservatorio di Milano invita a non farsi illusioni: si tratta di una carriera quasi impossibile! bella prospettiva), dove pure, a seconda della notorietà e del settore ( i solisti di canto ed i direttori guadagnerebbero enormemente di più dei solisti strumentali; fra i quali i grandi pianisti guiderebbero la classifica dei compensi) ci sono dislivelli di compenso inimmaginabili.
All'inizio sembrerebbero tutti sfruttati, come forse tutti i giovani del mondo che desiderano fare sul campo un apprendistato non retribuito: il guaio è che tale situazione, chi regge le istituzioni la vorrebbe perpetrata nel tempo e forse anche all'infinito ( le cosiddette orchestre ' di formazione' sono da includere in questa casistica?).
E i giovani di cosa vivono? Di matrimoni, serate, improvvisazioni per strada? Domandatelo a chi queste cose le vive sulla sua pelle, a tutti quelli che conoscete, ma non a quella giovanissima direttrice - come ha fatto il 7- che già deve ringraziare il cielo se sale sul podio, data la sua evidente inesperienza. E non si citi il caso di Gustavo Dudamel, che è e resta comunque una eccezione.
Dall'inchiesta, all'interno della rivista, emergeva un duplice realtà. E cioè che, coloro i quali, per loro fortuna e merito soprattutto, erano inquadrati nelle orchestre lirico-sinfoniche nazionali, non se la passavano poi tanto male. Guadagnavano tanto? Poco? Più dei loro colleghi europei? Meno? Inutile tornare sull'argomento. Perchè ciò che più ci premeva illustrare all'epoca era la situazione dei musicisti 'giovani' , non ancor inquadrati in nessuna di quelle strutture stabili, che in Italia sono una quindicina, e sulla estrema precarietà del loro lavoro.
Da quella immagine che noi ponemmo in copertina parte l'inchiesta pubblicata ieri sul 7 del Corriere della Sera, ora diretto da Beppe Severgnini, ed affidata a Rita Querzè, che dovrebbe essere una giovane giornalista, collaboratrice del settimanale, dunque precaria ella stessa, e non del settore musicale.
Fare i conti in tasca ai musicisti, anche a quelli stabili o stabilizzati, fino a quando - e la data attesa con grande trepidazione è quella del 31 dicembre 2018 - lo saranno , nelle Fondazioni lirico- sinfoniche, non è facile. Il 7 pensa di poter affermare che un musicista italiano, a differenza di molti suoi colleghi europei, ad inizio di carriera guadagna quasi quanto un metalmeccanico, o poco più. Naturalmente, considerato che le Fondazioni lirico sinfoniche italiane, pur inquadrate con il medesimo contratto nazionale di lavoro ( vi consigliamo tuttavia di non leggerlo, capireste molto poco: è lunghissimo, prevede infiniti livelli di inquadramento e stipendiali, e arrivati all'ultima pagina non saprete quando guadagni un musicista stabile in Italia) hanno anche contratti integrativi delle singole fondazioni, le loro buste paga sono differenti e talvolta molti distanti le une dalle altre e tutte da quelle del metalmeccanico.
Quelle della Scala - ovvio - sono al vertice, ma non si capisce perché siano altrettanto alte, ad esempio, quelle dell'Opera di Firenze ( non sarà anche questa la ragione dello stratosferico buco di bilancio dell'ente fiorentino che ora il neo sovrintendente, Chiarot, dovrà cercare di colmare?), mentre sono basse quelle della Fenice come anche quelle dell'Opera di Roma ecc... ( le tabelle illustrative le abbiamo prese da un articolo di Mattioli per La Stampa). Almeno così erano fino a qualche tempo fa.
Leggendo, anche se di fretta, il Contratto di lavoro nazionale, l'ultimo ma di molti anni fa, vi scorgiamo infiniti appigli per altri emolumenti, indennità di vario genere, da quella per la 'mensa' a quella per lo 'strumento' proprio, a quella per spettacoli all'aperto a quella per le tournée, a quelle per il matrimonio ( e chi si sposa più d'una volta ha sempre diritto a quel premio/indennità che è pari quasi ad una mensilità?).
Ciò che stupisce e sorprende nell'articolo del 7, è il numero di mensilità che i musicisti inquadrati percepiscono ( o percepirebbero?) all'anno, e cioè 16. Non tredici come i comuni mortali, e neanche 14 come alcune categorie di privilegiati e di pensionati poveri, ma sedici addirittura. Come si arriva a 16? Tredicesima, quattordicesima, cui vanno aggiunte altre due mensilità che figurano nel contratto come premi vari di produzione e che, in Italia, si danno a tutti, anche ai dipendenti di istituzioni che hanno bilanci in profondo rosso; perciò, senza dire che quel rosso l'hanno creato i lavoratori, una qualche parte l'hanno avuto anch'essi.
Da 12 a 16 il passo non è breve e neppure normale. E' come se, a livello di stipendio, l'anno per i nostri orchestrali avesse un quadrimestre in più: quattro e non tre, come il calendario.
Se qualcuno sapesse spiegarci le 16 mensilità ci farebbe un enorme piacere, a noi ed ai lettori.
Perciò è evidente che le 16 mensilità spalmate sui mesi dell'anno, che sono 12, fanno salire un bel pò il compenso mensile. E dunque gli stipendi dei primi che vengono definiti 'come quelli dei metalmeccanici' non sarebbero più equiparabili ai secondi. E perciò non ci preoccuperemmo più di tanto dei musicisti stabilizzati.
Destano invece seria preoccupazione i musicisti, freschi di studi, capaci e meritevoli che non sanno a quale santo votarsi, per intraprendere una carriera musicale che non sia quella del solista ( la notissima musicista che dirige il Conservatorio di Milano invita a non farsi illusioni: si tratta di una carriera quasi impossibile! bella prospettiva), dove pure, a seconda della notorietà e del settore ( i solisti di canto ed i direttori guadagnerebbero enormemente di più dei solisti strumentali; fra i quali i grandi pianisti guiderebbero la classifica dei compensi) ci sono dislivelli di compenso inimmaginabili.
All'inizio sembrerebbero tutti sfruttati, come forse tutti i giovani del mondo che desiderano fare sul campo un apprendistato non retribuito: il guaio è che tale situazione, chi regge le istituzioni la vorrebbe perpetrata nel tempo e forse anche all'infinito ( le cosiddette orchestre ' di formazione' sono da includere in questa casistica?).
E i giovani di cosa vivono? Di matrimoni, serate, improvvisazioni per strada? Domandatelo a chi queste cose le vive sulla sua pelle, a tutti quelli che conoscete, ma non a quella giovanissima direttrice - come ha fatto il 7- che già deve ringraziare il cielo se sale sul podio, data la sua evidente inesperienza. E non si citi il caso di Gustavo Dudamel, che è e resta comunque una eccezione.
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sabato 3 dicembre 2016
Nuovi librettisti usciti dalla scuola Holden di Torino che, sulla musica, hanno idee 'avanguardistiche'
Il panorama dei librettisti italiani per il teatro d'opera - per quel che ne resta - si è enormemente allargato in questi ultimi anni ed anche diversificato. Allargato, perché, nonostante i proclami, l'opera continua a vivere e ad avere cultori; diversificato, perché l'opera si è trasformata in 'teatro musicale' lasciando a musicisti e librettisti la libertà di farne ciò che vogliono, fino a trasformare il vecchio melodramma, dato per morto o in disuso da molti anni, nonostante la sua vitalità, nel 'melologo' - che è poi il genere che oggi va per la maggiore. E che consiste in un pezzo di musica, alla maniera di una colonna sonora, o, nel migliore dei casi, del 'poema sinfonico', o più in generale della 'musica a programma' con l'aggiunta di un testo, non più sottinteso, ma dichiarato apertamente e fatto ascoltare (come nella tradizione del melologo) durante l'esecuzione del brano musicale, magari con la stessa suadente voce dell'autore, naturalmente impostata e che costituisce, nelle intenzioni di chi quel brano ha commissionato, un valore aggiunto.
E' la conversione più ricorrente fra le fila dei librettisti, o sedicenti tali, fra i quali sono da considerare anche le matricole. E così, oggi, il panorama del 'teatro musicale' si presenta suddiviso in tre categorie:
- la prima è data dai musicisti-librettisti che non vogliono al loro fianco nessun altro, moderni Wagner, penando essi stessi oltre che alla musica anche al libretto (o ciò che del libretto ne resta) magari attingendo ai classici del teatro o della letteratura; Salvatore Sciarrino, il musicista più noto ed attivo nel teatro, è rappresentativo di tale categoria; mentre, invece, Battistelli ed anche Tutino, seppure in misura minore, vampirizzano titoli e situazioni da celebri film, dei quali sperano di bissare anche il successo in palcoscenico.
- la seconda, dagli autori di romanzi o libri che collaborano, in vario modo, a fianco o a distanza, con i musicisti a trarre dalla loro opera un libretto - qualche volta questo lavoro lo fanno in coppia( Saramago con Corghi) oppure concedendo l'approvazione al neonato libretto, tratto dal loro romanzo ( ad esempio, Oz per Vacchi);
-la terza , da coloro che si servono di librettisti veri e propri che per il loro 'musico' approntano un libretto, quale che sia, dalla vecchia maniera con versi in rima e pezzi chiusi, alla nuova forma, più in voga della precedente, che è quella della scelta di un testo, anche non in versi, ma ricco di suggestioni ed allusioni.
E, poi, ci sono gli autori di testi o di drammaturgie da utilizzare come filone narrativo, che è - come abbiamo detto - la modalità più in voga, che forse rendono di più e più immediatamente.
Nel variegato panorama dei librettisti di oggi, vanno segnalati Giuliano Compagno, a suo tempo anche collaboratore dell'assessore Croppi per il teatro, che fa coppia quasi fissa con Vittorio Montalti, al quale ha già fornito, a breve distanza, due libretti ( uno dei quali ha vinto il concorso di composizione dell'Opera di Roma, Un romano a Marte, che dovrebbe essere rappresentato l'anno prossimo;l'altro, Ehi Giò,dedicato a Rossini- che abbiamo letto - con le classiche forme chiuse, corrisposte dalla musica; Marcoaldi che ha lavorato con Battistelli e Vacchi - teatro musicale e melologo (Sconcerto, con Toni Servillo, per Battistelli; Teneke ed altro per Vacchi); spesso si ricorre ad un attore di grido per animare il lavoro musicale); un altro giornalista, come Bianchin con Cerantola (per Aquagranda di Perocco, che ha inaugurato la stagione alla Fenice).
Mentre sembra in ribasso il Cappelletto librettista, definitivamente votato a creare drammaturgie, cogliendo occasioni di anniversari (Aldo Moro, magari per usufruire di contributi ministeriali) e personaggi vari (Chopin, Schubert); lavoro avviato con Farinelli, in coppia con l'amico Barbieri,: la produzione di quest'ultimo, in campo drammaturgico, è a getto continuo, con la specializzazione in episodi e fatti tragici, dal terremoto, al primo disastro nucleare, agli annegati del Mediterraneo, fino alle donne digiunatrici per Lucia Ronchetti, per la quale ha collezionato un testo, frutto di ricerche di altri, fra cronaca, pensieri, relazioni anatomopatologiche.
Ci sono naturalmente anche librettisti che si sono ritirati dall'agone, come Giuseppe di Leva, un tempo molto attivo, librettista anche del notissimo e fortunato Pollicino di Henze; ed altri che solo di recente si sono affacciati nel panorama del teatro musicale. Fra loro Baricco, librettista suo malgrado - ha fatto tutto Peter Eotvos - ha precisato - traendo un libretto dal mio romanzo Senza sangue; ma anche Mattioli, giornalista della Stampa e loggionista dichiarato - della medesima scuola 'torinese' del noto scrittore, che per il Teatro Coccia di Novara, in due anni ha scritto due libretti, prima per Sciortino ed ora per Taralli, dal titolo La rivale, in scena proprio questi giorni.
En passant, serve notare che alcune coppie di librettisti e musicisti sono legate a particolari istituzioni musicali (associazioni, festival, o teatri, per i quali lavorano in condizioni di quasi stabilità o monopolio, chissà perchè).
Abbiamo parlato di scuola 'torinese', perché nella coppia appena citata di librettisti, e cioè Baricco e Mattioli serpeggiano le medesime convinzioni sulla musica di oggi che essi considerano agonizzante, quasi sul punto di spirare, e perciò Mattioli, ad esempio, va a cercarsi musicisti che 'praticano una musica contemporanea non punitiva'; e Baricco se ne lava le mani, lasciando fare al compositore, il cui lavoro egli riconduce alla musica di Bartok ( ancora accettabile?); ed ambedue attribuiscono alla musica il ruolo principale nel teatro musicale. Ammette Mattioli: 'le opere sono di chi scrive la musica, non le parole'.
Ma anche le parole contano, perchè come dicevano gli antichi, un brutto libretto (o testo) difficilmente ispira musica bella.
E' la conversione più ricorrente fra le fila dei librettisti, o sedicenti tali, fra i quali sono da considerare anche le matricole. E così, oggi, il panorama del 'teatro musicale' si presenta suddiviso in tre categorie:
- la prima è data dai musicisti-librettisti che non vogliono al loro fianco nessun altro, moderni Wagner, penando essi stessi oltre che alla musica anche al libretto (o ciò che del libretto ne resta) magari attingendo ai classici del teatro o della letteratura; Salvatore Sciarrino, il musicista più noto ed attivo nel teatro, è rappresentativo di tale categoria; mentre, invece, Battistelli ed anche Tutino, seppure in misura minore, vampirizzano titoli e situazioni da celebri film, dei quali sperano di bissare anche il successo in palcoscenico.
- la seconda, dagli autori di romanzi o libri che collaborano, in vario modo, a fianco o a distanza, con i musicisti a trarre dalla loro opera un libretto - qualche volta questo lavoro lo fanno in coppia( Saramago con Corghi) oppure concedendo l'approvazione al neonato libretto, tratto dal loro romanzo ( ad esempio, Oz per Vacchi);
-la terza , da coloro che si servono di librettisti veri e propri che per il loro 'musico' approntano un libretto, quale che sia, dalla vecchia maniera con versi in rima e pezzi chiusi, alla nuova forma, più in voga della precedente, che è quella della scelta di un testo, anche non in versi, ma ricco di suggestioni ed allusioni.
E, poi, ci sono gli autori di testi o di drammaturgie da utilizzare come filone narrativo, che è - come abbiamo detto - la modalità più in voga, che forse rendono di più e più immediatamente.
Nel variegato panorama dei librettisti di oggi, vanno segnalati Giuliano Compagno, a suo tempo anche collaboratore dell'assessore Croppi per il teatro, che fa coppia quasi fissa con Vittorio Montalti, al quale ha già fornito, a breve distanza, due libretti ( uno dei quali ha vinto il concorso di composizione dell'Opera di Roma, Un romano a Marte, che dovrebbe essere rappresentato l'anno prossimo;l'altro, Ehi Giò,dedicato a Rossini- che abbiamo letto - con le classiche forme chiuse, corrisposte dalla musica; Marcoaldi che ha lavorato con Battistelli e Vacchi - teatro musicale e melologo (Sconcerto, con Toni Servillo, per Battistelli; Teneke ed altro per Vacchi); spesso si ricorre ad un attore di grido per animare il lavoro musicale); un altro giornalista, come Bianchin con Cerantola (per Aquagranda di Perocco, che ha inaugurato la stagione alla Fenice).
Mentre sembra in ribasso il Cappelletto librettista, definitivamente votato a creare drammaturgie, cogliendo occasioni di anniversari (Aldo Moro, magari per usufruire di contributi ministeriali) e personaggi vari (Chopin, Schubert); lavoro avviato con Farinelli, in coppia con l'amico Barbieri,: la produzione di quest'ultimo, in campo drammaturgico, è a getto continuo, con la specializzazione in episodi e fatti tragici, dal terremoto, al primo disastro nucleare, agli annegati del Mediterraneo, fino alle donne digiunatrici per Lucia Ronchetti, per la quale ha collezionato un testo, frutto di ricerche di altri, fra cronaca, pensieri, relazioni anatomopatologiche.
Ci sono naturalmente anche librettisti che si sono ritirati dall'agone, come Giuseppe di Leva, un tempo molto attivo, librettista anche del notissimo e fortunato Pollicino di Henze; ed altri che solo di recente si sono affacciati nel panorama del teatro musicale. Fra loro Baricco, librettista suo malgrado - ha fatto tutto Peter Eotvos - ha precisato - traendo un libretto dal mio romanzo Senza sangue; ma anche Mattioli, giornalista della Stampa e loggionista dichiarato - della medesima scuola 'torinese' del noto scrittore, che per il Teatro Coccia di Novara, in due anni ha scritto due libretti, prima per Sciortino ed ora per Taralli, dal titolo La rivale, in scena proprio questi giorni.
En passant, serve notare che alcune coppie di librettisti e musicisti sono legate a particolari istituzioni musicali (associazioni, festival, o teatri, per i quali lavorano in condizioni di quasi stabilità o monopolio, chissà perchè).
Abbiamo parlato di scuola 'torinese', perché nella coppia appena citata di librettisti, e cioè Baricco e Mattioli serpeggiano le medesime convinzioni sulla musica di oggi che essi considerano agonizzante, quasi sul punto di spirare, e perciò Mattioli, ad esempio, va a cercarsi musicisti che 'praticano una musica contemporanea non punitiva'; e Baricco se ne lava le mani, lasciando fare al compositore, il cui lavoro egli riconduce alla musica di Bartok ( ancora accettabile?); ed ambedue attribuiscono alla musica il ruolo principale nel teatro musicale. Ammette Mattioli: 'le opere sono di chi scrive la musica, non le parole'.
Ma anche le parole contano, perchè come dicevano gli antichi, un brutto libretto (o testo) difficilmente ispira musica bella.
sabato 26 novembre 2016
L'AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA E MUSICA PER ROMA sono IN RIBASSO? Forse che sì, forse che no
A leggere delle eccellenze musicali e culturali della Capitale, secondo la considerazione del 'Corriere', si legge dell'Accademia di Santa Cecilia, e della sua Orchestra guidata da Tony Pappano - che la guiderà ancora fino al 2021 dal lontano 2005 (di fatto dal 2003), notizia di questi giorni - e basta. Neanche una parola sull'Opera di Roma, che 'La Stampa' di questi giorni dice essere oggi, con la guida del Sovrintendente Fuortes, l'unica possibile antagonista artistica e qualitativa della Scala, ed ha pure un bel programma, secondo Alberto Mattioli che firma il pezzo.
Poi il 'Corriere' torna sull'argomento e all'Accademia di Santa Cecilia, aggiunge, nelle eccellenze, anche l'Opera, augurandosi - e con il 'Corriere' tutti noi - che presto Daniele Gatti decida di stabilire un rapporto stabile con la sua orchestra - e forse l'annuncio di tale novità importantissima per il teatro, verrà data fra pochi giorni da Fuortes che è abilissimo nel centellinare le notizie, anche quelle che notizie non sono, per avere un giorno qualche riga sui giornali.
Se Gatti ne assumesse l'incarico di direttore musicale, facendo il paio con il ruolo che Pappano ha a Santa Cecilia, non sarebbe che un bene. Innanzitutto per l'orchestra e per il teatro, dove un direttore musicale manca non dai tempi di Serafin- come qualche collega scordarello va scrivendo - ma dai tempi di Giuseppe Sinopoli che in teatro, seppure per breve tempo, assunse tutti gli incarichi dirigenziali contemporaneamente, compreso quello di direttore. E si potrebbe anche citare il caso di Riccardo Muti, anomalo giuridicamente, ma nei fatti pur egli direttore del teatro, come dimostra tuttora la permanenza nella direzione artistica di Alessio Vlad che Muti volle, in segno di riconoscenza verso suo padre, Roman, che fu il suo principale sponsor, all'esordio a Firenze. Muti, meridionale , non dimentica la riconoscenza, fiore rarissimo oggi:. fra qualche giorno tornerà a dirigere a Bergamo dove ebbe i suoi esordi da direttore, 50 anni fa. Bravo Muti!
Ma fra le eccellenza colpisce il fatto che mai una parola sull'Auditorium 'Parco della Musica' e su 'Musica per Roma', dopo che nelle passate settimane si è salutata la rinascita della 'Festa del cinema', ora che è affidata alla nuova direzione di Mondo ( La repubblica).
Perchè? All'improvviso, 'Musica per Roma' è caduta in disgrazia? Possibile mai che con l'uscita di Fuortes l'intero sistema auditorium si sia afflosciato su se stesso, sgonfiandosi? O che quella complessa macchina, per che un decennio ha mietuto allori, all'arrivo del nuovo AD, lo spagnolo Noriega, sia in ribasso?
Noi non crediamo ai miracoli, non crediamo che dall'oggi al domani l'Auditorium sia finito. Non pensiamo minimamente che senza Fuortes sia la fine, come del resto siamo convinti che non è SOLO con Fuortes, e a Causa della sua presenza, che l'Opera di Roma possa rinascere.
Occorre ben altro, come un direttore musicale, per cominciare. E il direttore musicale è molto molto più importante dei registi ai quale Fuortes tiene tanto, ma che nulla possono fare per rendere nuovamente prestigioso e grande quel teatro.
Ma allora perché questa improvvisa débacle dell'Auditorium? Perchè dopo una decina d'anni di cose sempre le stesse, anche la macchina dell'Auditorium necessita di novità. E dunque la déblacle ha coinciso con l'uscita di scena di Fuortes, per una semplice coincidenza che ha messo in luce i punti deboli.
Ma noi abbiamo anche un'altra idea: semplicemente perché, da un lato Fuortes ha sempre goduto di buona stampa, meritatamente o immeritatamente; dall'altro, perché, dopo la sua uscita, si sono scoperti gli altarini, a cominciare dai conti ( non che li abbia truccati, certamente no, ma che li abbia esaltati più del dovuto, forse sì) per finire alla conta del pubblico, che si diceva sempre in aumento e con spettacoli da tutto esaurito, sempre e comunque, mentre forse non era sempre così.
Poi il 'Corriere' torna sull'argomento e all'Accademia di Santa Cecilia, aggiunge, nelle eccellenze, anche l'Opera, augurandosi - e con il 'Corriere' tutti noi - che presto Daniele Gatti decida di stabilire un rapporto stabile con la sua orchestra - e forse l'annuncio di tale novità importantissima per il teatro, verrà data fra pochi giorni da Fuortes che è abilissimo nel centellinare le notizie, anche quelle che notizie non sono, per avere un giorno qualche riga sui giornali.
Se Gatti ne assumesse l'incarico di direttore musicale, facendo il paio con il ruolo che Pappano ha a Santa Cecilia, non sarebbe che un bene. Innanzitutto per l'orchestra e per il teatro, dove un direttore musicale manca non dai tempi di Serafin- come qualche collega scordarello va scrivendo - ma dai tempi di Giuseppe Sinopoli che in teatro, seppure per breve tempo, assunse tutti gli incarichi dirigenziali contemporaneamente, compreso quello di direttore. E si potrebbe anche citare il caso di Riccardo Muti, anomalo giuridicamente, ma nei fatti pur egli direttore del teatro, come dimostra tuttora la permanenza nella direzione artistica di Alessio Vlad che Muti volle, in segno di riconoscenza verso suo padre, Roman, che fu il suo principale sponsor, all'esordio a Firenze. Muti, meridionale , non dimentica la riconoscenza, fiore rarissimo oggi:. fra qualche giorno tornerà a dirigere a Bergamo dove ebbe i suoi esordi da direttore, 50 anni fa. Bravo Muti!
Ma fra le eccellenza colpisce il fatto che mai una parola sull'Auditorium 'Parco della Musica' e su 'Musica per Roma', dopo che nelle passate settimane si è salutata la rinascita della 'Festa del cinema', ora che è affidata alla nuova direzione di Mondo ( La repubblica).
Perchè? All'improvviso, 'Musica per Roma' è caduta in disgrazia? Possibile mai che con l'uscita di Fuortes l'intero sistema auditorium si sia afflosciato su se stesso, sgonfiandosi? O che quella complessa macchina, per che un decennio ha mietuto allori, all'arrivo del nuovo AD, lo spagnolo Noriega, sia in ribasso?
Noi non crediamo ai miracoli, non crediamo che dall'oggi al domani l'Auditorium sia finito. Non pensiamo minimamente che senza Fuortes sia la fine, come del resto siamo convinti che non è SOLO con Fuortes, e a Causa della sua presenza, che l'Opera di Roma possa rinascere.
Occorre ben altro, come un direttore musicale, per cominciare. E il direttore musicale è molto molto più importante dei registi ai quale Fuortes tiene tanto, ma che nulla possono fare per rendere nuovamente prestigioso e grande quel teatro.
Ma allora perché questa improvvisa débacle dell'Auditorium? Perchè dopo una decina d'anni di cose sempre le stesse, anche la macchina dell'Auditorium necessita di novità. E dunque la déblacle ha coinciso con l'uscita di scena di Fuortes, per una semplice coincidenza che ha messo in luce i punti deboli.
Ma noi abbiamo anche un'altra idea: semplicemente perché, da un lato Fuortes ha sempre goduto di buona stampa, meritatamente o immeritatamente; dall'altro, perché, dopo la sua uscita, si sono scoperti gli altarini, a cominciare dai conti ( non che li abbia truccati, certamente no, ma che li abbia esaltati più del dovuto, forse sì) per finire alla conta del pubblico, che si diceva sempre in aumento e con spettacoli da tutto esaurito, sempre e comunque, mentre forse non era sempre così.
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lunedì 22 settembre 2014
L'addio di Riccardo Muti all'Opera di Roma. Pappano il suo sostituto? Letto sulla stampa
L'immagine di Riccardo Muti, sconsolato ed esterrefatto e solo, seduto nel retrolpalco dell'Aula magna dell'Università 'La sapienza' di Roma, quel lunedì 7 aprile 2003, in occasione del concerto celebrativo dei settecento anni dell'Università di Roma, allora retta dal rettore D'Ascenzo, l'abbiamo ancora nitida davanti agli occhi. Era venuto a Roma, a capo della sua orchestra scaligera, e si era trovato, senza colpa, in mezzo ad una manifestazione che opponeva il rettore agli studenti che volevano boicottare il concerto e la attribuzione al maestro della laurea 'honoris causa' ( quest'ultima gli venne materialmente data alcuni anni dopo dal successore, Frati - il peggio non ha mai fine ! - nel corso di una cerimonia che a noi almeno parve addirittura ingiuriosa nei confronti di Muti).
Muti, lì seduto, era in attesa che qualcuno gli comunicasse se tenere il concerto o meno. Ecco come Muti non si è voluto immaginare nei mesi a venire, qualora avesse continuato a lavorare al teatro dell'Opera, ed ha perciò dichiarato forfait per i due titoli in cartellone.
Non vogliamo dire che Muti abbia ragione su tutti i fronti, e che lui non abbia da imputarsi precise responsabilità. In passato in qualche occasione, stante la nostra stima per il direttore, gli abbiamo spesso imputato qualche inavvedutezza. Nonostante ciò e non rinnegando nulla di quanto abbiamo scritto di lui, ora vogliamo solo confermare che condividiamo il suo gesto; precisando, magari , che avrebbe dovuto farlo prima, molto prima, durante la inutile allegra gestione di De Martino, sostenuto da un sindaco, Alemanno che ora vuole proporsi come salvatore dell'Opera di Roma, sul cui palco reale, ai tempi della sua gestione, si vedevano certe facce impresentabili che ci fa senso perfino nominare.
Muti non poteva , per una stagione ancora, attendere ad ogni recita il via libera di quattro sindacalisti (che poi quattro non sono, rappresentando una bella fetta di dipendenti del teatro) i quali oggi si dicono addolorati ed addirittura disposti a scioperare al suo fianco per supplicarlo di tornare ( restare). Facce di bronzo, che purtroppo non sono poche, come risulta dal recente referendum al quale hanno votato la metà circa dei dipendenti. Capita l'antifona?
Ora il problema più urgente da risolvere è trovare un direttore che sostituisca Muti per l'Aida inaugurale, e trovarlo prestissimo, perchè fra meno di un mese cominceranno le prove. Riusciranno nell'impresa Marino e Fuortes, ed anche Vlad che si troverà nella difficile posizione di essere al servizio di Muti e di lavorare ora contro di lui - si fa per dire? Perché il possibile sostituto non sarà gradito al direttore uscente, chiunque egli sia.
Sui giornali abbiamo letto tante cose, soprattutto molto colore, ripetute fino alla noia in ogni occasione, ed ormai risapute da tutti a memoria. Come i tanti stupidi privilegi, compensati da balzelli di stipendio ai quali non crediamo si dia più corso nei nostri teatri, altrimenti ha ragione chi dice che Nastasi è complice della distruzione del nostro sistema lirico, se nei tanti anni da quando è al Ministero non è riuscito a cancellare simili FURTI legalizzati dai cosiddetti contratti integrativi.
Abbiamo anche letto che occorre diffidare dei gazzettieri ufficiali - ve ne sono in tutti i giornali, anche importantissimi - sempre pronti a tessere panegirici, a comando, dei responsabili massimi delle istituzioni, e poi a stilare condanne a morte di quegli stessi lodati il giorno prima: sempre a comando e forse non gratuitamente. Noi lo andiamo dicendo e scrivendo da anni, ci piace rilevare che ora anche qualcun altro lo scriva ( come Mattioli su 'La Stampa'). E di notare che in simili circostanze chi si espone di più è il giornalista non di settore. Anche l'Associazione nazionale critici musicali dorme, però nel frattempo ha cambiato logo ufficiale. Onore a Francesco Merlo di 'Repubblica' per il suo pezzo di oggi sul caso Muti che consigliamo di leggere,
Che poi all'Opera di Roma la conflittualità sia storia vecchia - i politici non hanno nessuna responsabilità, giacchè vi hanno sempre imposto capi e dipendenti? - chi non lo sa? Ancora Mattioli ha ricordato la breve gestione di Sinopoli - anch'egli con le sue colpe, specie per quel progetto di creare una seconda orchestra, 'apri e chiudi', con orchestrali 'a chiamata' ogni volta, a seconda delle necessità - ed in particolare un episodio di sindacalismo controproducente di cui fu testimone un suo collega. Solo che si è dimenticato di aggiungere che quel collega era in teatro non nelle sue funzioni di cronista, bensì di 'drammaturgo' a fianco del suo amico Sinopoli che lo aveva voluto, e al soldo del teatro.' Drammaturgo' de che?
Abbiamo anche letto di Vincenzo Bolognese, 'spalla' dell'Orchestra dell'Opera, assai chiacchierato e coralmente in questi ultimi mesi, e pur difeso da Accardo. Bolognese nei giorni scorsi ha inaugurato un festival - lo chiamano così, mentre si tratta di qualche concertino, ben foraggiato comunque dal ministero di Nastasi e Franceschini, in quel di Rieti - alla testa dell'Orchestra Roma Sinfonietta e non dell'orchestra dell'opera. Il festival ha come sovrintendente una gentile signora che figura da alcuni anni fra i collaboratori del Teatro dell'Opera, ben pagata, anzi la più pagata fra i collaboratori, perchè artefice di tali scambi 'culturali' come si è soliti ironicamente definirli?
Come si dice a Roma, con l'uscita di Muti, ora per l'Opera, son c...
P.s. In serata leggiamo anche di Pappano come possibile sostituto di Muti all'Opera di Roma. certo sarebbe la soluzione ideale, ma per ora si tratta solo di sciocchezze. Dovrebbe lasciare anzitempo Santa cecilia, perché ambedue non potrebbe tenerle, e che fa con il Covent Garden? A meno che non realizzi il suo folle disegno Marino, al quale già troppe volte abbiamo accennato, secondo cui la Capitale potrebbe fondere le due fondazioni musicali, risparmiando su rispettivi vertici: un solo sovrintendente ed un solo direttore artistico per le due fondazioni 'fuse'. Esattamente come 'fusa' sarebbe anche la sua mente, nella quale è maturata tale mostruosità e per la quale basterebbe anche una sola orchestra che fa l'uno e l'altro repertorio, alternativamente. Ma allora si potrebbe anche liberare la sede all'Auditorium di Santa Cecilia? E noi, infine, liberarci di Marino ?
Si fanno i nomi dei possibili candidati alla direzione di Aida. Non vorremmo, come accaduto spesso a Santa Cecilia dove , mancando Temirkanov, al suo posto ha diretto Rizzari, con tutto il rispetto possibile per il giovane direttore, assistente di Pappano.
Muti, lì seduto, era in attesa che qualcuno gli comunicasse se tenere il concerto o meno. Ecco come Muti non si è voluto immaginare nei mesi a venire, qualora avesse continuato a lavorare al teatro dell'Opera, ed ha perciò dichiarato forfait per i due titoli in cartellone.
Non vogliamo dire che Muti abbia ragione su tutti i fronti, e che lui non abbia da imputarsi precise responsabilità. In passato in qualche occasione, stante la nostra stima per il direttore, gli abbiamo spesso imputato qualche inavvedutezza. Nonostante ciò e non rinnegando nulla di quanto abbiamo scritto di lui, ora vogliamo solo confermare che condividiamo il suo gesto; precisando, magari , che avrebbe dovuto farlo prima, molto prima, durante la inutile allegra gestione di De Martino, sostenuto da un sindaco, Alemanno che ora vuole proporsi come salvatore dell'Opera di Roma, sul cui palco reale, ai tempi della sua gestione, si vedevano certe facce impresentabili che ci fa senso perfino nominare.
Muti non poteva , per una stagione ancora, attendere ad ogni recita il via libera di quattro sindacalisti (che poi quattro non sono, rappresentando una bella fetta di dipendenti del teatro) i quali oggi si dicono addolorati ed addirittura disposti a scioperare al suo fianco per supplicarlo di tornare ( restare). Facce di bronzo, che purtroppo non sono poche, come risulta dal recente referendum al quale hanno votato la metà circa dei dipendenti. Capita l'antifona?
Ora il problema più urgente da risolvere è trovare un direttore che sostituisca Muti per l'Aida inaugurale, e trovarlo prestissimo, perchè fra meno di un mese cominceranno le prove. Riusciranno nell'impresa Marino e Fuortes, ed anche Vlad che si troverà nella difficile posizione di essere al servizio di Muti e di lavorare ora contro di lui - si fa per dire? Perché il possibile sostituto non sarà gradito al direttore uscente, chiunque egli sia.
Sui giornali abbiamo letto tante cose, soprattutto molto colore, ripetute fino alla noia in ogni occasione, ed ormai risapute da tutti a memoria. Come i tanti stupidi privilegi, compensati da balzelli di stipendio ai quali non crediamo si dia più corso nei nostri teatri, altrimenti ha ragione chi dice che Nastasi è complice della distruzione del nostro sistema lirico, se nei tanti anni da quando è al Ministero non è riuscito a cancellare simili FURTI legalizzati dai cosiddetti contratti integrativi.
Abbiamo anche letto che occorre diffidare dei gazzettieri ufficiali - ve ne sono in tutti i giornali, anche importantissimi - sempre pronti a tessere panegirici, a comando, dei responsabili massimi delle istituzioni, e poi a stilare condanne a morte di quegli stessi lodati il giorno prima: sempre a comando e forse non gratuitamente. Noi lo andiamo dicendo e scrivendo da anni, ci piace rilevare che ora anche qualcun altro lo scriva ( come Mattioli su 'La Stampa'). E di notare che in simili circostanze chi si espone di più è il giornalista non di settore. Anche l'Associazione nazionale critici musicali dorme, però nel frattempo ha cambiato logo ufficiale. Onore a Francesco Merlo di 'Repubblica' per il suo pezzo di oggi sul caso Muti che consigliamo di leggere,
Che poi all'Opera di Roma la conflittualità sia storia vecchia - i politici non hanno nessuna responsabilità, giacchè vi hanno sempre imposto capi e dipendenti? - chi non lo sa? Ancora Mattioli ha ricordato la breve gestione di Sinopoli - anch'egli con le sue colpe, specie per quel progetto di creare una seconda orchestra, 'apri e chiudi', con orchestrali 'a chiamata' ogni volta, a seconda delle necessità - ed in particolare un episodio di sindacalismo controproducente di cui fu testimone un suo collega. Solo che si è dimenticato di aggiungere che quel collega era in teatro non nelle sue funzioni di cronista, bensì di 'drammaturgo' a fianco del suo amico Sinopoli che lo aveva voluto, e al soldo del teatro.' Drammaturgo' de che?
Abbiamo anche letto di Vincenzo Bolognese, 'spalla' dell'Orchestra dell'Opera, assai chiacchierato e coralmente in questi ultimi mesi, e pur difeso da Accardo. Bolognese nei giorni scorsi ha inaugurato un festival - lo chiamano così, mentre si tratta di qualche concertino, ben foraggiato comunque dal ministero di Nastasi e Franceschini, in quel di Rieti - alla testa dell'Orchestra Roma Sinfonietta e non dell'orchestra dell'opera. Il festival ha come sovrintendente una gentile signora che figura da alcuni anni fra i collaboratori del Teatro dell'Opera, ben pagata, anzi la più pagata fra i collaboratori, perchè artefice di tali scambi 'culturali' come si è soliti ironicamente definirli?
Come si dice a Roma, con l'uscita di Muti, ora per l'Opera, son c...
P.s. In serata leggiamo anche di Pappano come possibile sostituto di Muti all'Opera di Roma. certo sarebbe la soluzione ideale, ma per ora si tratta solo di sciocchezze. Dovrebbe lasciare anzitempo Santa cecilia, perché ambedue non potrebbe tenerle, e che fa con il Covent Garden? A meno che non realizzi il suo folle disegno Marino, al quale già troppe volte abbiamo accennato, secondo cui la Capitale potrebbe fondere le due fondazioni musicali, risparmiando su rispettivi vertici: un solo sovrintendente ed un solo direttore artistico per le due fondazioni 'fuse'. Esattamente come 'fusa' sarebbe anche la sua mente, nella quale è maturata tale mostruosità e per la quale basterebbe anche una sola orchestra che fa l'uno e l'altro repertorio, alternativamente. Ma allora si potrebbe anche liberare la sede all'Auditorium di Santa Cecilia? E noi, infine, liberarci di Marino ?
Si fanno i nomi dei possibili candidati alla direzione di Aida. Non vorremmo, come accaduto spesso a Santa Cecilia dove , mancando Temirkanov, al suo posto ha diretto Rizzari, con tutto il rispetto possibile per il giovane direttore, assistente di Pappano.
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