Incuriosisce il fatto che si parli ancora di 'giovani' direttori, quando hanno già una quarantina d'anni. E, invece, non dovrebbe incuriosire e neppure meravigliare, perchè il mestiere del direttore ( a differenza di tutti gli altri musicali, compreso quello del compositore, per non parlare anche degli strumentisti, che possono tutti sbocciare molto presto) è un mestiere che si può anche esercitare da giovanissimi, per la gioia del pubblico soprattutto che si intenerisce per il piccolo genio e non distingue più il valore dall'apparenza, ma che si acquisisce con gli anni. E quaranta, nel nostro caso, non sono molti.
Certo si pone, poi, il problema di quando cambiare aggettivo; quando, insomma, un direttore non è più da considerare un 'giovane' direttore, ma un direttore 'adulto', un 'direttore' 'tout court'. Mentre, per gli anni successivi, il problema non si pone: si passa, saltando alcune tappe, immediatamente al direttore 'maturo'.
La settimana scorsa il problema, sotto altra prospettiva , se l'è posto il settimanale 'L'Espresso', con un lungo articolo dedicato ai 'giovani' direttori - nel senso che dicevamo prima - italiani, ed alla tradizione italiana rintracciabile anche nel suono dei nostri solisti e delle orchestre italiane, da cui speso provengono i nostri direttori. Un suono che differisce da quello tedesco, ad esempio, o russo, o americano. Diciamo anche che la conoscenza, vera o data per scontata, del repertorio operistico italiano conta molto per questi direttori chiamati all'estero.
'L'Espresso', passando in rassegna alcune nostre promettenti glorie del podio che si stanno facendo largo anche all'estero, scrive che giovani direttori italiani li troviamo anche in Cina, Australia, Americhe - fuori i nomi!
Ma, mentre il riferimento a Rustioni, come a Battistoni ed anche a Mariotti - il più apprezzato di questi - sembra giustificato, non altrettanto si può dire per Francesco Lanzillotta ed alcuni altri che il settimanale si propone di promuovere senza averne ancora le prove, che non è in grado di fornire, per assenza di capacità di giudizio. Più semplicemente, della sfilza di giovani direttori, di ambo i sessi, Riccardo Lenzi dell'Espresso ha forse sentito solo alcuni, e perciò l'elenco potrebbe averglielo fornito qualche agenzia non troppo disinteressata. E pensiamo ai casi di Matteo Beltrami, Valerio Galli ed altri; mentre diverso, perchè promettente, è il caso di Michele Gamba che Barenboim ha voluto come assistente a Berlino, e una sicurezza è già Lorenzo Viotti.
Analogo discorso meritano le direttrici donne o direttore 'al femminile', come si preferisce dire oggi. Fra tutte emerge Speranza Scappucci (anche Lei ha un piccolo incarico all'estero) ma le altre citate sono oggi semplici promesse, mentre ce n'è qualcuna, ed una in particolare su tutte, da considerare, alla prova dei fatti che volutamente si intendono ignorare, per le ragioni alle quali abbiamo accennato in principio, una promessa mancata, un fuoco fatuo, accesosi per l' ancor giovane età anagrafica e per la bella presenza.
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mercoledì 2 maggio 2018
giovedì 11 gennaio 2018
Vogliamo eliminare certe espressioni dal giornalismo musicale?
Non parliamo di quelle espressioni pittoresche che in passato abbiamo spesso segnalato apparire anche nei comunicati di importanti istituzioni musicali, la stessa Accademia di Santa Cecilia, come ' affonda le sue mani nel pianoforte' o 'l'archetto nel violino' ecc.... E neanche quelle altre ormai in voga per cui non si legge più il nome dell'interprete e, a seguire, quello dello strumento che suona, bensì: Giovanni Rossi, alla tromba, al posto del più preciso, semplice ed appropriato. giovanni Rossi, tromba - senza doppi sensi, ovviamente.
Come pure quelle altre espressioni idiote, perchè improprie e meno chiare, che vogliono mettere in chiaro che il giornalista che le usa conosce anche le lingue straniere, meglio di quella italiana, quando scrive, soprattutto a proposito del direttore d'orchestra, 'conduttore', e del regista di un'opera 'direttore' In questo si è spesso distinto fino ad oggi, L'Espresso.
No. Di questo uso barbaro e inadatto delle espressioni linguistiche o degli stessi termini musicali abbiamo scritto tante volte.
Ora , da un pò di tempo a questa parte, leggiamo su importanti quotidiani un altro genere di espressioni che sono ancora più imprecise, oltre che brutte. Come nel caso in cui per indicare il repertorio di un concerto, si usa l'espressione: 'sulle note di...', invece del più semplice ed appropriato: musica di... Se si deve scrivere che il tale direttore o il tale strumentista deve suonare Bach o Haydn che senso ha scrivere :'dirigerà o suonerà sulle note di...', quando è molto più chiaro: dirigerà musica di dì Bach o Haydn". Semmai sarebbe più corretto scrivere 'dirigerà note di Haydn' , ma in tal caso tanto vale usare l'espressione più corretta, precisa e sintetica: 'dirigerà musiche di ...
Simili cose si leggono in certi giornaloni (Corriere) e a firma di certi cronistelli, ai quali evidentemente nessuno fa notare tale linguaggio improprio, quando non anche scorretto, ed impone di correggerlo.
A proposito di giornaloni e di espressioni idiote ed imprecise, ve ne è una che sta prendendo piede, in questo caso, per colpa di un titolista, il quale, quale che sia la musica di cui sta titolando, sia essa strumentale o vocale o di qualunque altro genere, la indica sempre con l' espressione ' arie di...' Beethoven, come è accaduto anche ieri su Repubblica dove, annunciando i concerti di Gergiev a Roma , si è letto: 'Valery Gergiev e le arie russe', quando sarebbe stato più opportuno scrivere: 'Gergiev e la musica russa'. E, se proprio voleva sbizzarrirsi, quel titolista, poteva anche scrivere: Gergiev porta a Roma l'aria russa' o ' Gergiev fa respirare o sentire l'aria russa', espressioni certamente più appropriate e corrispondenti anche al contenuto dell'intervista del noto direttore, il quale ha difeso le identità 'stilistiche ed anche sonore' delle orchestre, difendendole dalla omologazione della globalizzazione che tende a renderle tutte 'perfette'- si fa per dire - o migliori, ma tutte uguali. Dunque Gergiev facendo ascoltare la sua orchestra dimostra come si possa mantenere uno standard qualitativo e tecnico alto, senza perdere la propria identità.
Servirà a qualcosa o a qualcuno questa lunga lezioncina? Noi speriamo di sì, altrimenti ce la saremmo risparmiata.
Come pure quelle altre espressioni idiote, perchè improprie e meno chiare, che vogliono mettere in chiaro che il giornalista che le usa conosce anche le lingue straniere, meglio di quella italiana, quando scrive, soprattutto a proposito del direttore d'orchestra, 'conduttore', e del regista di un'opera 'direttore' In questo si è spesso distinto fino ad oggi, L'Espresso.
No. Di questo uso barbaro e inadatto delle espressioni linguistiche o degli stessi termini musicali abbiamo scritto tante volte.
Ora , da un pò di tempo a questa parte, leggiamo su importanti quotidiani un altro genere di espressioni che sono ancora più imprecise, oltre che brutte. Come nel caso in cui per indicare il repertorio di un concerto, si usa l'espressione: 'sulle note di...', invece del più semplice ed appropriato: musica di... Se si deve scrivere che il tale direttore o il tale strumentista deve suonare Bach o Haydn che senso ha scrivere :'dirigerà o suonerà sulle note di...', quando è molto più chiaro: dirigerà musica di dì Bach o Haydn". Semmai sarebbe più corretto scrivere 'dirigerà note di Haydn' , ma in tal caso tanto vale usare l'espressione più corretta, precisa e sintetica: 'dirigerà musiche di ...
Simili cose si leggono in certi giornaloni (Corriere) e a firma di certi cronistelli, ai quali evidentemente nessuno fa notare tale linguaggio improprio, quando non anche scorretto, ed impone di correggerlo.
A proposito di giornaloni e di espressioni idiote ed imprecise, ve ne è una che sta prendendo piede, in questo caso, per colpa di un titolista, il quale, quale che sia la musica di cui sta titolando, sia essa strumentale o vocale o di qualunque altro genere, la indica sempre con l' espressione ' arie di...' Beethoven, come è accaduto anche ieri su Repubblica dove, annunciando i concerti di Gergiev a Roma , si è letto: 'Valery Gergiev e le arie russe', quando sarebbe stato più opportuno scrivere: 'Gergiev e la musica russa'. E, se proprio voleva sbizzarrirsi, quel titolista, poteva anche scrivere: Gergiev porta a Roma l'aria russa' o ' Gergiev fa respirare o sentire l'aria russa', espressioni certamente più appropriate e corrispondenti anche al contenuto dell'intervista del noto direttore, il quale ha difeso le identità 'stilistiche ed anche sonore' delle orchestre, difendendole dalla omologazione della globalizzazione che tende a renderle tutte 'perfette'- si fa per dire - o migliori, ma tutte uguali. Dunque Gergiev facendo ascoltare la sua orchestra dimostra come si possa mantenere uno standard qualitativo e tecnico alto, senza perdere la propria identità.
Servirà a qualcosa o a qualcuno questa lunga lezioncina? Noi speriamo di sì, altrimenti ce la saremmo risparmiata.
lunedì 4 settembre 2017
La foto di Pappano sul settimanale L'Espresso è volgare, disdicevole e inopportuna
Un giorno sì e l'altro pure, per l'intraprendenza di Riccardo Lenzi, L'Espresso pubblica interviste a celebri musicisti, e Tony Pappano è certamente uno di questi. Non ricordiamo quante interviste al noto direttore abbiamo già letto a firma Lenzi, ultimamente. In esse ci ha soprattutto colpito l'uso di un particolare neologismo tanto caro al giornalista, riferito al direttore che lui ama chiamare 'conduttore', e la cui azione egli coniuga con il verbo 'condurre' - quello in uso per i mezzi di trasporto - piuttosto che con il vetusto 'dirigere'.
Grandi notizie mai. O quasi. Ad esempio nell'intervista di ieri ( la cui occasione era l'apertura, fine settembre, ormai nota e illustrata per filo e per segno, della grande mostra a Londra sul teatro d'opera) l'unica notizia era che nel 2020 Pappano ha deciso di lasciare il Covent Garden, mentre l'anno seguente, 2021, non sa - almeno così dice a Lenzi, ma lui sa già cosa farà - se fare altrettanto con Santa Cecilia, per rimettersi a girare il mondo come una trottola, sull'esempio di tanti suoi colleghi di pari grado per notorietà.
Niente notizie ma qualche reticenza. Ad una precisa domanda su quale musica 'per il teatro' preferisca, se quella di Battistelli, più popolare, o di Sciarrino più elitaria, lui ci ha pensato un po' ed ha risposto: 'non mi pronuncio, sono amico di ambedue'. Salomonico? Opportunista?
Ciò che invece abbiamo trovato di nuovo ma assolutamente disdicevole, perchè volgare e fuori luogo è la grande foto che illustra l'intervista - che immaginiamo fornita dall'Accademia e della quale non è indicato l'autore - che mostra il noto direttore seduto su una poltrona, in una rossa platea vuota, con i piedi sulla poltrona nella fila davanti alla sua. E' una postura assunta di proposito, trattandosi di una foto posata, nella quale il direttore guarda nell'obiettivo; quella foto non gli è stata rubata mentre si rilassava a casa sua - dove comunque non è consigliato, e non dovrebbe essere consentito dalla buona creanza mettere i piedi con tutte le scarpe (da ginnastica, per giunta come nella foto dell'Espresso), sopra poltrone o tavoli o divani. E comunque mai in pubblico, dove appare volgare e disdicevole; mentre secondo Pappano e il fotografo avrebbe dovuto suscitare simpatia, essere insomma spiritosa. All'americana?
Noi, di regola non censuriamo le foto, nè vogliamo cominciare ora; ci basta, ove necessario, censurare le parole.
I rarissimi casi in cui lo abbiamo fatto, era perchè le foto stesse volevano, di proposito, provocare la nostra reazione. Lo abbiamo fatto, ad esempio, con Allevi, Giovanni, per quelle stupide foto in cui si siede sul pianoforte. In quel caso ci siamo spinti anche ad augurare che il pianoforte si rivoltasse contro di lui, visto che provava fisicamente a calpestarlo, come a nostro parere, fa già, simbolicamente, con la sua musica.
Non intendiamo spingerci al punto in cui era arrivato un nostro amico che inveiva contro Bernstein quando nelle sue lezioni di musica televisive, osava calpestare, camminandoci sopra, ma a fini didattici, le partiture delle sinfonie beethoveniane. Come si permette quel bifolco, inveiva, rosso in viso.
Non non osiamo tanto, ma nell'era dell'immagine, ci sentiamo autorizzati a censurare una foto, se sconveniente, com'è quella di Pappano sull'Espresso. Un direttore d'orchestra o un qualunque personaggio pubblico si fa fotografare in altro modo. Mai come ha fatto Pappano.
Grandi notizie mai. O quasi. Ad esempio nell'intervista di ieri ( la cui occasione era l'apertura, fine settembre, ormai nota e illustrata per filo e per segno, della grande mostra a Londra sul teatro d'opera) l'unica notizia era che nel 2020 Pappano ha deciso di lasciare il Covent Garden, mentre l'anno seguente, 2021, non sa - almeno così dice a Lenzi, ma lui sa già cosa farà - se fare altrettanto con Santa Cecilia, per rimettersi a girare il mondo come una trottola, sull'esempio di tanti suoi colleghi di pari grado per notorietà.
Niente notizie ma qualche reticenza. Ad una precisa domanda su quale musica 'per il teatro' preferisca, se quella di Battistelli, più popolare, o di Sciarrino più elitaria, lui ci ha pensato un po' ed ha risposto: 'non mi pronuncio, sono amico di ambedue'. Salomonico? Opportunista?
Ciò che invece abbiamo trovato di nuovo ma assolutamente disdicevole, perchè volgare e fuori luogo è la grande foto che illustra l'intervista - che immaginiamo fornita dall'Accademia e della quale non è indicato l'autore - che mostra il noto direttore seduto su una poltrona, in una rossa platea vuota, con i piedi sulla poltrona nella fila davanti alla sua. E' una postura assunta di proposito, trattandosi di una foto posata, nella quale il direttore guarda nell'obiettivo; quella foto non gli è stata rubata mentre si rilassava a casa sua - dove comunque non è consigliato, e non dovrebbe essere consentito dalla buona creanza mettere i piedi con tutte le scarpe (da ginnastica, per giunta come nella foto dell'Espresso), sopra poltrone o tavoli o divani. E comunque mai in pubblico, dove appare volgare e disdicevole; mentre secondo Pappano e il fotografo avrebbe dovuto suscitare simpatia, essere insomma spiritosa. All'americana?
Noi, di regola non censuriamo le foto, nè vogliamo cominciare ora; ci basta, ove necessario, censurare le parole.
I rarissimi casi in cui lo abbiamo fatto, era perchè le foto stesse volevano, di proposito, provocare la nostra reazione. Lo abbiamo fatto, ad esempio, con Allevi, Giovanni, per quelle stupide foto in cui si siede sul pianoforte. In quel caso ci siamo spinti anche ad augurare che il pianoforte si rivoltasse contro di lui, visto che provava fisicamente a calpestarlo, come a nostro parere, fa già, simbolicamente, con la sua musica.
Non intendiamo spingerci al punto in cui era arrivato un nostro amico che inveiva contro Bernstein quando nelle sue lezioni di musica televisive, osava calpestare, camminandoci sopra, ma a fini didattici, le partiture delle sinfonie beethoveniane. Come si permette quel bifolco, inveiva, rosso in viso.
Non non osiamo tanto, ma nell'era dell'immagine, ci sentiamo autorizzati a censurare una foto, se sconveniente, com'è quella di Pappano sull'Espresso. Un direttore d'orchestra o un qualunque personaggio pubblico si fa fotografare in altro modo. Mai come ha fatto Pappano.
lunedì 3 aprile 2017
Maurizio Pollini intervistato da L'Espresso. Che ha detto? Boh, nulla di nuovo
Pochi giorni fa, a proposito della sottolineatura che da almeno trent'anni fanno quasi tutti i giornalisti che non sanno che dire, e cioè del silenzio di Sokolov - il pianista muto, che non concede interviste - abbiamo accennato anche ad altri che forse sul silenzio, anche sul silenzio, hanno costruito la loro fama, senza naturalmente nulla togliere alla loro qualità di artisti. Accennavamo anche ad artisti che anche con la sparizione quasi totale, in alcuni casi per ragioni non futili, hanno accresciuto l'alone intorno al loro mito - e facevamo il caso sia di Horowitz che di Benedetti Michelangeli; e di Radu Lupu prima maniera, ma che comunque è rimasto abbastanza silenzioso, ma non più come prima.
Poi accennavamo anche al caso di Pollini che un tempo era abbastanza restio alle interviste, tranne quando la richiesta veniva da critici amici dei giornali milanesi (del Corriere, per essere precisi o dell''Unità), e che ora , invece, parla spesso. E noi staremmo a sentirlo se...
Malignamente osservavamo che se l'intervista veniva richiesta - imposta - dalla casa discografica, allora anche i più renitenti abbassavano la testa ed acconsentivano. "I soldi son soldi e con i soldi non si scherza": un ragionamento semplice semplice che le case discografiche facevano ai loro pupilli decisi a non uscire dalla torre d'avorio nella quale s'erano rinchiusi, alla viglia di un importante lancio discografico - quando l'uscita di un nuovo disco dei più famosi pianisti/direttori/cantanti era un avvenimento, ora non più.
Se possiamo esprimere una opinione, noi preferiamo quelli che parlano poco e che parlano solo quando hanno qualcosa che val la pena dire e, per noi, leggere. Se all'ennesima intervista si dicono sempre le stesse cose, a che servono?
Proprio questa impressione ci ha fatto - dispiace dirlo - il celebre pianista per il quale noi nutriamo una ammirazione senza limiti, cioè Pollini, che ha concesso all'Espresso, a Riccardo Lenzi, che è diventato una specie di ufficio stampa delle case discografiche, una nuova intervista. L'occasione non era il bisogno di dire qualcosa di nuovo, semplicemente l'annuncio di una nuova uscita discografica dedicata a Chopin, ad alcune sue ultime opere.
Maestro, lei ha conosciuto molti grandi pianisti: cosa può dirci di loro? Ad esempio di Horowitz, Rubinstein, Arrau, Benedetti Michelangeli, Serkin. Quelli li ha tutti ascoltati ed incontrati; per ciascuno una razione di elogi - di Rubinstein dice che il suo Chopin gli piace più di quello di Horowitz, del quale racconta che durante un incontro privato gli ascoltò suonare - sapete chi? - Muzio Clementi; e che Benedetti Michelangeli gli risolse alcuni problemi 'tecnici'( diteggiatura!!! suvvia); che Arrau era fra questi il più 'cerebrale'. Insomma nulla di nuovo e di tanto interessante al punto da riempire quattro pagine fitte fitte del giornale e, per noi di leggere una nuova intervista sua, senza sbadigliare. Richter e Gilels sono la ' scuola russa'? E basta, di fronte a quei giganti?
Poi l'acuto intervistatore gli chiede dei pianisti della giovane generazione, a cominciare da Lang. Beh, quelli della giovane generazione, sui quali forse valeva la pensa sentire la sua opinione - tanto su quelli morti l'abbiamo sentita e risentita la sua opinione, come quella di altri, già tante volte - quelli non li ha mai sentiti - si ripromette di farlo? e quando? - e su di loro non si esprime.
All'improvviso il pianista che aveva tracciato con poche pennellate tanti ritratti, seppure di maniera, fa cadere il pennello e non riesce più a ritrarli. Ridiventa silenzioso, anzi muto. Perché? verrebbe da chiedergli, e noi glielo avremmo chiesto. L'intervistatore curiosissimo, rìpiega su una domanda che tante volte gli è stata rivolta: se quelle sue dichiarazioni politiche, contro la guerra 'americana' in Vietnam, le rifarebbe. Non abbiamo capito la risposta. Sappiamo solo che oggi il pianista Pollini è deluso e desolato per la situazione politica attuale della sinistra, e che l'Europeismo resta importante.
Ah, ha poi aggiunto qualcosa sull'importanza di alcuni compositori del Novecento, soprattutto Stockhausen o Boulez, che lui suona regolarmente e che, per la ragione della loro complessità,quasi impossibile, riferendosi particolarmente a Boulez, seconda sonata, Pollini faceva addirittura 'PAURA' a suo zio, il grande scultore Fausto Melotti - come ebbe simpaticamente a dichiararci tanti anni fa, nel corso di una intervista per 'Piano Time' di cui eravamo il direttore, e che oseremmo invitare qualche giovane intervistatore ad andare a rileggersi, tanto per imparare un pò di 'tecnica' ( se ricordiamo bene, l'abbiamo ripubblicata su Music@, negli anni scorsi).
Sinceramente troppo tempo e spazio sprecati per farci sapere che è uscito un nuovo disco chopiniano di Pollini e che presto un altro ancora uscirà. Grazie comunque.
IN rete c'è anche un post ' Maurizio Pollini concerti 2017, dove si legge che il 15 maggio suona a Lugano ed il 16 a Washington, Kennedy Center. Siamo matti?
Poi accennavamo anche al caso di Pollini che un tempo era abbastanza restio alle interviste, tranne quando la richiesta veniva da critici amici dei giornali milanesi (del Corriere, per essere precisi o dell''Unità), e che ora , invece, parla spesso. E noi staremmo a sentirlo se...
Malignamente osservavamo che se l'intervista veniva richiesta - imposta - dalla casa discografica, allora anche i più renitenti abbassavano la testa ed acconsentivano. "I soldi son soldi e con i soldi non si scherza": un ragionamento semplice semplice che le case discografiche facevano ai loro pupilli decisi a non uscire dalla torre d'avorio nella quale s'erano rinchiusi, alla viglia di un importante lancio discografico - quando l'uscita di un nuovo disco dei più famosi pianisti/direttori/cantanti era un avvenimento, ora non più.
Se possiamo esprimere una opinione, noi preferiamo quelli che parlano poco e che parlano solo quando hanno qualcosa che val la pena dire e, per noi, leggere. Se all'ennesima intervista si dicono sempre le stesse cose, a che servono?
Proprio questa impressione ci ha fatto - dispiace dirlo - il celebre pianista per il quale noi nutriamo una ammirazione senza limiti, cioè Pollini, che ha concesso all'Espresso, a Riccardo Lenzi, che è diventato una specie di ufficio stampa delle case discografiche, una nuova intervista. L'occasione non era il bisogno di dire qualcosa di nuovo, semplicemente l'annuncio di una nuova uscita discografica dedicata a Chopin, ad alcune sue ultime opere.
Maestro, lei ha conosciuto molti grandi pianisti: cosa può dirci di loro? Ad esempio di Horowitz, Rubinstein, Arrau, Benedetti Michelangeli, Serkin. Quelli li ha tutti ascoltati ed incontrati; per ciascuno una razione di elogi - di Rubinstein dice che il suo Chopin gli piace più di quello di Horowitz, del quale racconta che durante un incontro privato gli ascoltò suonare - sapete chi? - Muzio Clementi; e che Benedetti Michelangeli gli risolse alcuni problemi 'tecnici'( diteggiatura!!! suvvia); che Arrau era fra questi il più 'cerebrale'. Insomma nulla di nuovo e di tanto interessante al punto da riempire quattro pagine fitte fitte del giornale e, per noi di leggere una nuova intervista sua, senza sbadigliare. Richter e Gilels sono la ' scuola russa'? E basta, di fronte a quei giganti?
Poi l'acuto intervistatore gli chiede dei pianisti della giovane generazione, a cominciare da Lang. Beh, quelli della giovane generazione, sui quali forse valeva la pensa sentire la sua opinione - tanto su quelli morti l'abbiamo sentita e risentita la sua opinione, come quella di altri, già tante volte - quelli non li ha mai sentiti - si ripromette di farlo? e quando? - e su di loro non si esprime.
All'improvviso il pianista che aveva tracciato con poche pennellate tanti ritratti, seppure di maniera, fa cadere il pennello e non riesce più a ritrarli. Ridiventa silenzioso, anzi muto. Perché? verrebbe da chiedergli, e noi glielo avremmo chiesto. L'intervistatore curiosissimo, rìpiega su una domanda che tante volte gli è stata rivolta: se quelle sue dichiarazioni politiche, contro la guerra 'americana' in Vietnam, le rifarebbe. Non abbiamo capito la risposta. Sappiamo solo che oggi il pianista Pollini è deluso e desolato per la situazione politica attuale della sinistra, e che l'Europeismo resta importante.
Ah, ha poi aggiunto qualcosa sull'importanza di alcuni compositori del Novecento, soprattutto Stockhausen o Boulez, che lui suona regolarmente e che, per la ragione della loro complessità,quasi impossibile, riferendosi particolarmente a Boulez, seconda sonata, Pollini faceva addirittura 'PAURA' a suo zio, il grande scultore Fausto Melotti - come ebbe simpaticamente a dichiararci tanti anni fa, nel corso di una intervista per 'Piano Time' di cui eravamo il direttore, e che oseremmo invitare qualche giovane intervistatore ad andare a rileggersi, tanto per imparare un pò di 'tecnica' ( se ricordiamo bene, l'abbiamo ripubblicata su Music@, negli anni scorsi).
Sinceramente troppo tempo e spazio sprecati per farci sapere che è uscito un nuovo disco chopiniano di Pollini e che presto un altro ancora uscirà. Grazie comunque.
IN rete c'è anche un post ' Maurizio Pollini concerti 2017, dove si legge che il 15 maggio suona a Lugano ed il 16 a Washington, Kennedy Center. Siamo matti?
lunedì 13 marzo 2017
Luca Francesconi e Giorgio Battistelli vanno alla guerra. Abbasso Stockhausen,Berio,Boulez e Donatoni; ed anche Verdi e Puccini.
Ieri, domenica, due giornali, Corriere e L'Espresso, ci comunicavano ufficialmente che erano in procinto di debuttare in Francia e Germania, due nuove opere, a firma di due nostri compositori: Luca Frncesconi, a Parigi, Opéra Garnier con 'Trompe - la Mort' da Balzac; Battistelli, ad Hannover, con 'Le figlie di Lot' dalla Bibbia - libretto della drammaturga tedesca Jenny Erpenbeck.
Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i nostri compositori sono immancabilmente engagé. E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.
Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?
Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto, crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.
Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati, vissuti nel terrore che i figli li superassero ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma intende liquidarli, in blocco, anche come compositori? perché se la liquidazione prima ( come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
E termina indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca, osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.
Battistelli, che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente, ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi, Battistelli dice: " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona, Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello. Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?
P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi. Racconta Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.
Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i nostri compositori sono immancabilmente engagé. E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.
Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?
Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto, crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.
Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati, vissuti nel terrore che i figli li superassero ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma intende liquidarli, in blocco, anche come compositori? perché se la liquidazione prima ( come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
E termina indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca, osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.
Battistelli, che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente, ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi, Battistelli dice: " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona, Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello. Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?
P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi. Racconta Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.
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martedì 6 settembre 2016
Nella musica il disco detta legge. Di nuovo, dopo anni di mercato piattissimo
Nonostante oggi i segni di vita del mercato discografico provengano prevalentemente dagli acquisti in rete, senza il supporto fisico, materiale del dischetto di plastica lucente, un qualche movimento anche nel mercato discografico tradizionale sembra registrarsi.
E, benchè vanti ancora sbalzi positivi decimali, un pò come la crescita 'infelice' dell'economia, i discografici e quelli che discografici si improvvisano per l'edicola - vedi i grandi giornali che , in realtà, non hanno mai smesso di vendere dischi in edicola, profittando attraverso lo stratagemma della 'pubblicazione con CD', mentre trattasi di prodotto discografico con cartoncino o libretto annesso - vogliono approfittare del momento, nella speranza che un futuro migliore finalmente ritorni. Illusione!
Quale sorpresa, aprendo oggi il Corriere, e l'altro ieri l'ultimo numero de L'Espresso, nel vedere tante pagine dedicata alla musica. In particolare, nel 'Corriere' ben due pagine monotematiche, e poi ancora una terza con l'intervista-presentazione di una giovane direttrice lituana, che già due anni fa ha debuttato alla corte dell'ex giovane prodigio riccioluto Dudamel, a Los Angeles, e che oggi, a 29 anni, assume la carica di direttore musicale della Orchestra di Birmingham che ha 'dato i natali' anche a Rattle. Ma quelle che maggiormente colpiscono su Corriere, sono le due pagine dedicata ad una iniziativa commerciale nel settore del disco d'opera avviata dal quotidiano.
Per 25 settimane, ogni settimana in vendita in edicola un titolo d'opera registrato nei grandi teatri a cominciare dalla Scala, fino al Metropolitan, al Coven Garden, e financo Parma - che definire un grande palcoscenico, alla stregua degli altri, suona quasi come un insulto. Manca però , ad esempio, Roma ( e tutti gli anni di Muti? forse il direttore non ha concesso i diritti, visto che di recente, e da solo, era passato in una precedente simile iniziativa in edicola)
I cantanti - inutile sottolinearlo - ci sono tutti, c'è perfino l'inossidabile Pavarotti, morto ormai da tanti anni, ed anche Domingo vivisimo, ma rigeneratosi baritono. Anche sui direttori si potrebbe fare il discorso dei teatri, e pure sui registi.
Il diligente critico chiamato a spingere il prodotto della propria azienda, attraverso le sue ben affilate armi dialettiche, giustifica l'ennesima uscita in edicola di prodotti ormai fatti e strafatti, con la curiosità di vedere come nel teatro d'opera succeda di tutto: entrando in un teatro, per riascoltare un titolo popolare, non puoi mai sapere cosa ti attende - scrive il critico.
Il quale si spinge anche oltre, immaginando qualche possibile, seppur debole obiezione. Perchè accettiamo volentieri che i cantanti come i direttori propongano ogni volta esecuzioni diverse, e non dobbiamo accettare che anche lo spettacolo, la regia di esso, proponga qualcosa di nuovo? Giusta risposta, ma ambientare una storia in un contesto lontanissimo da quello nel quale è stata immaginata dal compositore e librettista ed ambientata,e quindi stravolgendola per attualizzarla (ma è così necessario? il pubblico va all'opera per la regia o per la musica? e non può bellamente fottersene della storia?) non non è la medesima cosa che cantare o far suonare l'orchestra secondo criteri stilistici diversi dal passato, che si presume sempre più aggiornati, ma sempre più attinenti e rispettosi del dettato musicale dell'autore.
Non si può paragonare l'evoluzione stilistica del canto e della interpretazione musicale con la regia d'opera contemporanea che oggi tende quasi sempre - le eccezioni sono rarissime - a monopolizzare l'attenzione e le proteste del pubblico dei teatri, ed ancor più quella dei critici dei giornali i quali, se non v'è uno spettacolo spiazzante, reputano quasi inutile andare ad ascoltare l'ennesima Traviata (vedi la delusione della Traviata romana della Coppola, che ha immaginato quasi un 'non regia', che non ha soddisfatto i critici). Non saprebbero cosa scrivere se non hanno da raccontare l'invenzione registica.
Per tornare al mercato discografico, passando a L'Espresso, sottolineiamo appena che i due servizi presenti nell'ultimo numero, il primo dei quali dedicato a Lang Lang ed il secondo ad un violinista 'eccentrico', servivano a segnalare l'uscita di due CD.
E' così. A questa stessa logica, negli ultimi anni di vita, s'era dovuto sottoporre perfino il riottoso Benedetti Michelangeli 'costretto' dalla sua casa discografica a presentarsi in conferenza stampa ad Amburgo per promuovere un suo disco in uscita. Ed era la prima volta che ciò accadeva ad un musicista le cui interviste si contano sulle dita di una mano, comprendendovi anche quelle finte, costruite su ritagli e frattaglie precedenti.
Lontano da una uscita discografica si provi chiunque a domandare una intervista ad una star, riceverà una pernacchia nella peggiore e più incivile delle risposte ( ma capita anche questo!), e, nella migliore, un idiota 'no grazie', 'alla prossima'. Sì 'al prossimo'. Disco.
E, benchè vanti ancora sbalzi positivi decimali, un pò come la crescita 'infelice' dell'economia, i discografici e quelli che discografici si improvvisano per l'edicola - vedi i grandi giornali che , in realtà, non hanno mai smesso di vendere dischi in edicola, profittando attraverso lo stratagemma della 'pubblicazione con CD', mentre trattasi di prodotto discografico con cartoncino o libretto annesso - vogliono approfittare del momento, nella speranza che un futuro migliore finalmente ritorni. Illusione!
Quale sorpresa, aprendo oggi il Corriere, e l'altro ieri l'ultimo numero de L'Espresso, nel vedere tante pagine dedicata alla musica. In particolare, nel 'Corriere' ben due pagine monotematiche, e poi ancora una terza con l'intervista-presentazione di una giovane direttrice lituana, che già due anni fa ha debuttato alla corte dell'ex giovane prodigio riccioluto Dudamel, a Los Angeles, e che oggi, a 29 anni, assume la carica di direttore musicale della Orchestra di Birmingham che ha 'dato i natali' anche a Rattle. Ma quelle che maggiormente colpiscono su Corriere, sono le due pagine dedicata ad una iniziativa commerciale nel settore del disco d'opera avviata dal quotidiano.
Per 25 settimane, ogni settimana in vendita in edicola un titolo d'opera registrato nei grandi teatri a cominciare dalla Scala, fino al Metropolitan, al Coven Garden, e financo Parma - che definire un grande palcoscenico, alla stregua degli altri, suona quasi come un insulto. Manca però , ad esempio, Roma ( e tutti gli anni di Muti? forse il direttore non ha concesso i diritti, visto che di recente, e da solo, era passato in una precedente simile iniziativa in edicola)
I cantanti - inutile sottolinearlo - ci sono tutti, c'è perfino l'inossidabile Pavarotti, morto ormai da tanti anni, ed anche Domingo vivisimo, ma rigeneratosi baritono. Anche sui direttori si potrebbe fare il discorso dei teatri, e pure sui registi.
Il diligente critico chiamato a spingere il prodotto della propria azienda, attraverso le sue ben affilate armi dialettiche, giustifica l'ennesima uscita in edicola di prodotti ormai fatti e strafatti, con la curiosità di vedere come nel teatro d'opera succeda di tutto: entrando in un teatro, per riascoltare un titolo popolare, non puoi mai sapere cosa ti attende - scrive il critico.
Il quale si spinge anche oltre, immaginando qualche possibile, seppur debole obiezione. Perchè accettiamo volentieri che i cantanti come i direttori propongano ogni volta esecuzioni diverse, e non dobbiamo accettare che anche lo spettacolo, la regia di esso, proponga qualcosa di nuovo? Giusta risposta, ma ambientare una storia in un contesto lontanissimo da quello nel quale è stata immaginata dal compositore e librettista ed ambientata,e quindi stravolgendola per attualizzarla (ma è così necessario? il pubblico va all'opera per la regia o per la musica? e non può bellamente fottersene della storia?) non non è la medesima cosa che cantare o far suonare l'orchestra secondo criteri stilistici diversi dal passato, che si presume sempre più aggiornati, ma sempre più attinenti e rispettosi del dettato musicale dell'autore.
Non si può paragonare l'evoluzione stilistica del canto e della interpretazione musicale con la regia d'opera contemporanea che oggi tende quasi sempre - le eccezioni sono rarissime - a monopolizzare l'attenzione e le proteste del pubblico dei teatri, ed ancor più quella dei critici dei giornali i quali, se non v'è uno spettacolo spiazzante, reputano quasi inutile andare ad ascoltare l'ennesima Traviata (vedi la delusione della Traviata romana della Coppola, che ha immaginato quasi un 'non regia', che non ha soddisfatto i critici). Non saprebbero cosa scrivere se non hanno da raccontare l'invenzione registica.
Per tornare al mercato discografico, passando a L'Espresso, sottolineiamo appena che i due servizi presenti nell'ultimo numero, il primo dei quali dedicato a Lang Lang ed il secondo ad un violinista 'eccentrico', servivano a segnalare l'uscita di due CD.
E' così. A questa stessa logica, negli ultimi anni di vita, s'era dovuto sottoporre perfino il riottoso Benedetti Michelangeli 'costretto' dalla sua casa discografica a presentarsi in conferenza stampa ad Amburgo per promuovere un suo disco in uscita. Ed era la prima volta che ciò accadeva ad un musicista le cui interviste si contano sulle dita di una mano, comprendendovi anche quelle finte, costruite su ritagli e frattaglie precedenti.
Lontano da una uscita discografica si provi chiunque a domandare una intervista ad una star, riceverà una pernacchia nella peggiore e più incivile delle risposte ( ma capita anche questo!), e, nella migliore, un idiota 'no grazie', 'alla prossima'. Sì 'al prossimo'. Disco.
martedì 30 agosto 2016
Alessandro Gassman si indigna per la presenza di Bertolaso in tv a parlare di terremoti. Avrebbero dovuto chiamare Gassman?
Ieri sera a 'In onda' della La7, era ospite Guido Bertolaso che per aver organizzato e diretto la Protezione civile per un decennio circa, e per avuto esperienza dell'emergenza terremoti in più occasioni compreso il catastrofico terremoto aquilano, aveva tutte le ragioni per essere interpellato sull'argomento. Alla sua destra e sinistra il giornalista Gatti( L'Espresso) durissimo con Bertolaso, durissimo ogni pur ragionevole causa, beccato in aperta dissidenza con il giornale del suo stesso gruppo, 'La repubblica', ed il sottosegretario dell'Economia con la delega per i disastri, di cui al momento non ci sovviene il nome ma che parlava come un libro scritto, che lei leggeva, e perciò poco rilevante.
Per la semplice presenza di Bertolaso in tv si indigna Alessandro Gassman, quello del tonno, che negli ultimi tempi, avvenenza da bel tenebroso a parte, ha girato parecchi stabili per volontà di Gianni Letta, e che ricordiamo soltanto perchè, durando nella sporcizia Roma, ha lanciato l'invito ai cittadini a prendere scopa e paletta e pulire davanti casa. Ora questo piccolo inutile eroe non ha nessun titolo per indignarsi pubblicamente ( attraverso i social, come si dice) della presenza di Bertolaso che ha gestito in Italia molte emergenze e che a tutt'oggi, salvo alcune assurde accuse di Gatti si è macchiato solo di quegli incontri, non di Protezione civile, nel Salaria Village - ci pare si chiami così.
Alcuni si sono arricchiti con il terremoto aquilano, Bertolaso no. Il quale, invece, ha affrontato l'emergenza sfollati - oltre cinquantamila unità, cifre da capogiro - con determinazione. Se poi il governo dell'epoca, anche per favorire alcune aziende, ha voluto erigere quei monumenti alla disintegrazione sociale che sono i vari gruppi di case, Bertolaso non ha responsabilità alcuna. Lui ha fatto sì che in pochi mesi gli aquilani rimasti senza casa avessero un tetto. Se poi gli Anemoni, i Balducci e gli altri , compreso quell'altro farabutto di Piscitelli, che la notte del sisma si sfregava le mani pensando agli affari, non può esser colpa di Bertolaso che certamente aveva pieni poteri in quei mesi ma che forse, salvo qualche favore, non è il colpevole numero uno della mancata ricostruzione.
Girando per L'Aquila abbiamo notato fino all'ultima nostra visita tutti quei palazzi ingabbiati con barre di ferro della ditta Mercegaglia, alla quale nessuno però ha chiesto il conto di quanto abbia fruttato alla sua azienda il terremoto.
Troppe cose andrebbero riscritte e rettificate sul terremoto aquilano. Anche tutto quel che, ingiustamente, di negativo è stato addebitato a Bertolaso, al quale si deve se il Conservatorio aquilano, unico fra gli istituti di formazione, ha avuto fin dalla fine dell'autunno dello stesso 2009, una sede provvisoria sì, ma con caratteristiche che prima di allora non aveva mai avuto, e nella quale tuttora risiede. Nonostante avesse, negli anni, vagato, per palazzi storici di grande pregio ma di poca pratica utilità.
Per la semplice presenza di Bertolaso in tv si indigna Alessandro Gassman, quello del tonno, che negli ultimi tempi, avvenenza da bel tenebroso a parte, ha girato parecchi stabili per volontà di Gianni Letta, e che ricordiamo soltanto perchè, durando nella sporcizia Roma, ha lanciato l'invito ai cittadini a prendere scopa e paletta e pulire davanti casa. Ora questo piccolo inutile eroe non ha nessun titolo per indignarsi pubblicamente ( attraverso i social, come si dice) della presenza di Bertolaso che ha gestito in Italia molte emergenze e che a tutt'oggi, salvo alcune assurde accuse di Gatti si è macchiato solo di quegli incontri, non di Protezione civile, nel Salaria Village - ci pare si chiami così.
Alcuni si sono arricchiti con il terremoto aquilano, Bertolaso no. Il quale, invece, ha affrontato l'emergenza sfollati - oltre cinquantamila unità, cifre da capogiro - con determinazione. Se poi il governo dell'epoca, anche per favorire alcune aziende, ha voluto erigere quei monumenti alla disintegrazione sociale che sono i vari gruppi di case, Bertolaso non ha responsabilità alcuna. Lui ha fatto sì che in pochi mesi gli aquilani rimasti senza casa avessero un tetto. Se poi gli Anemoni, i Balducci e gli altri , compreso quell'altro farabutto di Piscitelli, che la notte del sisma si sfregava le mani pensando agli affari, non può esser colpa di Bertolaso che certamente aveva pieni poteri in quei mesi ma che forse, salvo qualche favore, non è il colpevole numero uno della mancata ricostruzione.
Girando per L'Aquila abbiamo notato fino all'ultima nostra visita tutti quei palazzi ingabbiati con barre di ferro della ditta Mercegaglia, alla quale nessuno però ha chiesto il conto di quanto abbia fruttato alla sua azienda il terremoto.
Troppe cose andrebbero riscritte e rettificate sul terremoto aquilano. Anche tutto quel che, ingiustamente, di negativo è stato addebitato a Bertolaso, al quale si deve se il Conservatorio aquilano, unico fra gli istituti di formazione, ha avuto fin dalla fine dell'autunno dello stesso 2009, una sede provvisoria sì, ma con caratteristiche che prima di allora non aveva mai avuto, e nella quale tuttora risiede. Nonostante avesse, negli anni, vagato, per palazzi storici di grande pregio ma di poca pratica utilità.
venerdì 24 luglio 2015
Guerra aperta fra il Vaticano di Bergoglio e La Repubblica di Scalfari
Ieri, in prima pagina, abbiamo letto un durissimo articolo sulla Repubblica fondata da Scalfari e diretta da Ezio Mauro, l'unico giornale che Bergoglio legge ogni mattina e con il quale ha avuto nel recente passato rapporti strettissimi. Come mai, ci siamo detti, se Bergoglio ha riservato a Scalfari un'attenzione che nessun altro giornale è sembrato meritarsi agli occhi del pontefice?
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
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lunedì 4 maggio 2015
Mazzi e Presta che c'entrano con il Concerto in Piazza Duomo con l'Orchestra della Scala, trasmesso da Rai1, per l'apertura di Expo 2015?
Non ci crediamo ancora a quel che abbiamo letto sul Corriere, nella rubrica del lunedì di Aldo Grasso, ' A fil di rete'. E cioè che ad organizzare il Concerto di Rai1 con l'Orchestra della Scala , Armiliato sul podio ed una schiera di illustri solisti, a cominciare da Andrea Bocelli, e che ha avuto un enorme successo, quasi 6.400.000 telespettatori, siano stati Gianmarco Mazzi e Lucio Presta. Che c'entrano i due ?
Il primo ha a che fare con Sanremo e qualche cantante, come Gianni Morandi, il secondo con presentatori tv ( Bonolis, Clerici) ed alcuni attori. Ma in Piazza Duomo c'era l'Orchestra della Scala, c'erano cantanti con i quali il Mazzi non ha mai avuto nulla da spartire e soprattutto si trattava di un concerto dal quale i due dovevano girare alla larga, mentre qualcuno li ha chiamati.
Presta aveva invece altre ragioni. Presto detto: la presenza sul palco di Bonolis e Clerici come presentatori, l'unica nota stonata della serata, con le gags di Bonolis ed anche qualche volgarità, e la Clerici, intirizzita dal freddo, nonostante fosse ben infagottata, e chiamata a leggere quattro cosette. Per non dire degli strafalcioni di Bonolis, dei quali forse né lui né Mazzi e neppure Presta si sono neanche accorti. Esemplare quello sul rondò di Mozart 'Alla turca' suonato da Lang Lang, che secondo Bonolis era un 'concerto' per pianoforte, invece che una sonata ( un tempo di sonata, l'ultimo nel nostro caso, della sonata n.11). Cose simili non sono tollerabili nel corso di un concerto classico in una occasione di grande rilevanza, come l'apertura dell'Expo, trasmesso in Mondovisione. La Rai non aveva i mezzi per organizzare in proprio quel concerto? Orchestra e Coro erano della Scala, ed il concerto al Teatro milanese faceva capo anche per la locandina e gli artisti presenti. E allora che c'entrava la strana coppia? Ha allestito il palco, curato l'illuminazione, la diffusione audio - quest'utlima la Rai sa fare benissimo con i suoi bravi tecnici.
L'Espresso un paio di anni fa, a ridosso di Sanremo, raccontò le gesta di Mazzi, sponsorizzato da Gasparri, poi anche da La Russa ecc. ed anche dello sbarco armato di Presta in tv.
Il primo ha a che fare con Sanremo e qualche cantante, come Gianni Morandi, il secondo con presentatori tv ( Bonolis, Clerici) ed alcuni attori. Ma in Piazza Duomo c'era l'Orchestra della Scala, c'erano cantanti con i quali il Mazzi non ha mai avuto nulla da spartire e soprattutto si trattava di un concerto dal quale i due dovevano girare alla larga, mentre qualcuno li ha chiamati.
Presta aveva invece altre ragioni. Presto detto: la presenza sul palco di Bonolis e Clerici come presentatori, l'unica nota stonata della serata, con le gags di Bonolis ed anche qualche volgarità, e la Clerici, intirizzita dal freddo, nonostante fosse ben infagottata, e chiamata a leggere quattro cosette. Per non dire degli strafalcioni di Bonolis, dei quali forse né lui né Mazzi e neppure Presta si sono neanche accorti. Esemplare quello sul rondò di Mozart 'Alla turca' suonato da Lang Lang, che secondo Bonolis era un 'concerto' per pianoforte, invece che una sonata ( un tempo di sonata, l'ultimo nel nostro caso, della sonata n.11). Cose simili non sono tollerabili nel corso di un concerto classico in una occasione di grande rilevanza, come l'apertura dell'Expo, trasmesso in Mondovisione. La Rai non aveva i mezzi per organizzare in proprio quel concerto? Orchestra e Coro erano della Scala, ed il concerto al Teatro milanese faceva capo anche per la locandina e gli artisti presenti. E allora che c'entrava la strana coppia? Ha allestito il palco, curato l'illuminazione, la diffusione audio - quest'utlima la Rai sa fare benissimo con i suoi bravi tecnici.
L'Espresso un paio di anni fa, a ridosso di Sanremo, raccontò le gesta di Mazzi, sponsorizzato da Gasparri, poi anche da La Russa ecc. ed anche dello sbarco armato di Presta in tv.
"Evidentemente
l'Auditel giustifica i mezzi. A condurre le danze ormai sono
personaggi abili e disinvolti come Mazzi e Presta, mentre la
struttura pubblica abdica al proprio ruolo. Non a caso nei giorni del
Festival Rai e Mediaset hanno sospeso qualsiasi serio tentativo di
contro-programmazione. E così l'edizione 2012 sembra quasi una sfida
di Mazzi con se stesso. Impermeabile alle critiche e alle polemiche,
il direttore del Festival aspetta solo il risultato televisivo. Tra
tanti cantanti in gara, l'unico vincitore annunciato è lui: il
veronese di Sanremo."
Ora i due ascriveranno alla propria presenza il successo di quel concerto che ,sia chiaro a chi li assumerà per un altro concerto del genere, loro con quel successo c'entrano come i cavoli... del proverbio.
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giovedì 22 agosto 2013
Una domanda a Ezio Mauro, direttore di 'Repubblica'
Vogliamo rivolgere una domanda al direttore di
Repubblica, Ezio Mauro, che di domande in
questi ultimi anni ne ha rivolte tante a Berlusconi, lamentandosi di non ricevere mai
risposta, nella speranza che a questa nostra, semplice semplice, arrivi quella
risposta che alle sue non è mai arrivata. Ci spiega come mai gran parte dei suoi critici musicali svolge
anche parallelamente attività di direzione artistica, ponendo in atto una
conflitto di interessi grande come una casa? Naturalmente non ci venga a dire
che nei momenti più delicati gli animi più nobili devono impegnarsi, come
accadde a Schumann, Debussy- che è ciò che ci rispose anni fa ad una analoga
domanda Duilio Courir; perché se sarà questa la sua risposta, non mancheremo di rispondergli con una sonora risata. I nomi,
non è necessario che glieli facciamo noi, perchè nel suo giornale sono quasi
tutti a lavorare, per tale doppio
incarico, in continuo perpetuo conflitto di interessi. Conflitto di interessi che proprio un giornale
del suo gruppo ( L’Espresso) denunciò - anzi ne fece una campagna - allorchè
Marco Molendini del Messaggero ebbe un incarico di consulenza all’Opera di
Roma, da Gianpaolo Cresci. Molendini dovette rifiutarlo .
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