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lunedì 26 settembre 2016

A Firenze, quando c'era Renzi, erano molte le famiglie numerose, che ora gli tocca sistemare a Roma. E, perciò, non vuole il Fertility Day

La ragione per cui Renzi s'è scagliato apertamente contro la Lorenzin per la Campagna sulla fertilità, non riguardava tanto il manifesto - cosa volete che importi a Renzi  di un manifesto - quanto sugli effetti della fertilità che vuol dire famiglie numerose che, se appartenenti al ceto ricco e dominante non creano problemi di occupazione, ma se , invece, sono del ceto medio, anche intraprendente, al presidente del Consiglio, nonostante non sia più sindaco di Firenze, stanno creando molti problemi.
 Perchè quelle famiglie numerose, della generazione sua, nate con la benedizione della Chiesa e dei boy scout, per il giuramento di mutuo reciproco soccorso, fatto alla maniera in cui lo intendono massoni e organizzazioni mafiose - ma nè gli uni nè le altre c'entrano nel caso di Renzi, sia chiaro -  Renzi le ha prese in carico, assumendosene in prima persona l'onere ed il dovere di provvedere a tutte, in caso di bisogno, ma anche senza che ve ne sia bisogno. E dunque è il frutto dell'umana carità e solidarietà, tanto predicate da Bergoglio, che spinge Renzi ad interessarsi ai destini di alcune famiglie della sua città, delle quali anche a Firenze si è interessato, ed ora continua.
 Dopo il caso della plurititolata famiglia De Siervo, il cui capostipite,  già alla Consulta Renzi candidò anche alla Presidenza della repubblica e della Rai; e i cui rampolli: Luigi , Renzi ha sistemato alla Rai e poi, forse, alla guida della lega Calcio: e  Lucia, prima nella sua segreteria fiorentina e poi altrove, come anche il di lei marito Filippo Vannoni, alla guida della società che gestisce gli acquedotti  toscani, ed alla quale Nardella mai e poi mai si azzarderà a imputare l'ultimo disastro sul Lungarno; dopo la famiglia De Siervo - ormai tutta sistemata, salvo che non gli venga   voglia,  a loro volta, di fare figli, per effetto della campagna della Lorenzin, ed allora  il futuro capo del governo, renziano senz'ombra di dubbio per i prossimi cinquant'anni, dovrà provvedere - è tornata agli onori della cronaca un'altra famiglia di professionisti competentissimi, devota al premier che s'è dovuta trasferire a Roma - necessità fa virtù - per chiamata diretta e chiarissima fama. La famiglia Manzione. La quale è tornata agli onori della cronaca in questi giorni, non per Domenico che è e resta sottosegretario agli Interni, ma perchè sua sorella Antonella , ex capo dei vigli urbani, chiamata senza competenze specifiche a Roma a dirigere l'ufficio legislativo di palazzo Chigi, Renzi l'ha spostata al Consiglio di Stato - promoveatur ut amoveatur - tutti dicono per i danni fatti a Palazzo Chigi, non conoscendo il mestiere  di grandissima responsabilità cui il premier l'aveva chiamata. Se ne parla in questi giorni perchè l'ex vigilessa non 'ha l'età' per entrare nel Consiglio di Stato, ma Renzi non bada a queste sciocchezze e pur di togliersela dalle palle - si perdoni il linguaggio - l'ha mandata al Consiglio di Stato.
 Ma siccome non c'è due senza tre ecco che nella famiglia Manzione un'altra signora, che di nome fa Nicoletta - legata con vincoli parentali stretti alla precedente Antonella ( cugina di secondo grado), la vigilessa per intenderci -  nella recente infornata di nomine Rai, Campo Dall'Orto ha tolto da corrispondente in Germania- conosceva il tedesco, sarebbe il caso di indagare - e l'ha messa a dirigere 'Rai Parlamento'. Su di Lei, fonte Rai, circolano delle gag in rete davvero imbarazzanti.
 E, intanto, due famiglie sono sistemate. Ora un sistema ci sarebbe per non creare a Renzi ed ai suoi successori altri problemi della stessa natura. Basterebbe che quel nodo rosso che compare nel manifesto della campagna a favore della fertilità tanto contestato, invece che farlo col fazzoletto, i diretti interessati  lo facessero con altro, impedendo così loro di  procreare  creando altri problemi al premier e a tutta la sua successione.

venerdì 24 luglio 2015

Guerra aperta fra il Vaticano di Bergoglio e La Repubblica di Scalfari

Ieri, in prima pagina,  abbiamo letto un durissimo articolo sulla Repubblica fondata da Scalfari e diretta da Ezio Mauro, l'unico giornale che Bergoglio legge ogni mattina e con il quale ha avuto nel recente passato rapporti strettissimi. Come mai, ci siamo detti, se  Bergoglio  ha riservato a Scalfari un'attenzione  che nessun altro giornale è sembrato meritarsi agli occhi del pontefice?
 E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale  solo di quale ora. Ed aggiungeva,  il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
 Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha  alimentato la polemica,  rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto,  facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari  presso Bergoglio.
 Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
 E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari,  s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
 Modestamnte anche  CONTRO di  noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista,  al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche  all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.

mercoledì 17 giugno 2015

Bergoglio da Battistelli. Un'opera diventata enciclica. C'è stato plagio?

Notizia della nuova opera, andata in scena alla Sala di Milano lo scorso mese, e scritta da Giorgio Battistelli, dal significativo titolo 'CO2' che parla del destino del pianeta Gaia, la terra, si aveva da tempo, da almeno un paio di anni, se non più, e dunque Bergoglio, nonostante la musica non rientri nei suoi interessi,  averebbe potuto certamente  prendere visione ed interessarsi all'argomento trattato, che non è una storia, semmai un grido d'allarme per salvare tutti insieme la terra. E, dall'opera di Battistelli, aver tratto il proposito di dedicare all'argomento addirittura una enciclica, ' Laudato sì', la prima volta che un enciclica tratta un simile argomento; alla stessa maniera  che per la prima volt un palcoscenico d'opera presenta  simile contenuto.
 La terra è di tutti e serve a tutti, non  distruggiamola, altrimenti che ne sarà dell'umanità? In sintesi questa è  la morale dell'opera e dell'enciclica. Anche le fonti per il libretto hanno punti in comune, e poco mancava che Bergolio citasse Battistelli, mentre Battistelli non ha potuto citare Bergoglio, perché - ne siamo sicuri - l'avrebbe fatto, e non per puro opportunismo, credete a noi.
 Non abbiamo avuto il tempo materiale per mettere in sinossi i due testi e vederne le somiglianze, le assonanze, le citazioni presenti in ambedue. Lo faremo, con calma.
 Adesso che l'oratorio profano di Battistelli si è rigenerato nell'enciclica cattolica di Bergoglio, si attende da parte di Bergoglio la chiamata di Battistelli per una presentazione della sua opera in Vaticano, nella sala Paolo VI, preceduta dalla lettura di brani dell'enciclica. Meglio ancora - lo suggeriamo a Battistelli senza compenso per l'idea - Battistelli farebbe bene a sostituire la predica finta che apre la sua opera, con una predica vera, di Papa Francesco, almeno nel testo; se poi il papa si prestasse addirittura a farsi filmare per apparire nel prologo di CO2, per Battistelli sarebbe come diventare Cardinale, e allora potrebbe  lui, promosso cardinale,  presentare l' enciclica del papa e commentarla.
Naturalmente, per questo enorme favore, Battistelli rinuncerebbe a citare Bergoglio per plagio. Perché se anche ci fosse, l'uno è un oratorio profano, l'altra una enciclica cattolica, dunque due settori merceologici differenti e troppo  distanti per farsi concorrenza.
 Altre volte è accaduto che cambiando il titolo, semplicemente il titolo di un'opera  dallo stesso contenuto, palese  o non,  è bastato per  non fondare accuse di plagio o concorrenza sleale. Come nel caso di Sciarrino e Schnittke, sul tema 'Gesualdo da Venosa'.Schinittke intitolò con il nome del musicista la sua opera che non ha poi avuto il successo sperato, Sciarrino indicò la sua con altro titolo (ma non sappiamo bene chi per prima  lavorava allo stesso soggetto, forse Sciarrino), 'Luci mie traditrici' che è diventata da metà degli anni Novanta dello scorso secolo, una delle opere contemporanee più rappresentate ed in parecchi ormai, e  diversi, allestimenti

venerdì 30 maggio 2014

Bergoglio fa il papa proprio come lo avrei fatto io. Bestemmia di Berlusconi

L'altra sera, Rai Tre, uno dopo l'altro, ha mandato in onda due programmi, dedicati rispettivamente a Bergoglio ed a Berlusconi, per dimostrare la convinzione del Berlusca - 'Bergoglio fa il papa proprio come lo avrei fatto io - al quale, perciò, non manca più l'esperienza da pontefice, perchè c'è già uno che l'ha copiato ed imitato alla perfezione.
Prima il lungo documentario su Bergoglio, prodotto da Anthos produzioni, autrice Maite Carpio, per la serie 'La storia siamo noi', due ore di trasmissione con molte immagini di repertorio pescate in Rai ed anche altrove, arricchite da interviste ad ex collaboratori, conoscenti, amici ed ex allievi del  Bergoglio argentino, che hanno raccontato le vicissitudini del gesuita all'interno ed ai vertici della compagnia.
 Poi, per la serie: 'Quel gran pezzo dell'Italia', un ritratto tragicomico dell'ex presidente del consiglio barzellettiere, costruito con acume ed anche spietata denuncia.
 Del documentario su  Bergoglio, a differenza di quello sull'antipapa emerito Berlusca, non poteva non colpire la trasandatezza della realizzazione delle interviste - che costituivano l'unica  novità del documentario rispetto al più ricco materiale di repertorio - set sempre sciatti, fili, luci ed altro in evidenza, commento musicale ovvio  e scontato, più adatto per un breve inserto giornalistico che per un lungo documentario e,infine, la presenza davvero ingombrante, quasi autocelebrativa, della intervistatrice - che non fa mai le domande, affidate ad una voce fuori campo, ma che è mostrata continuamente mentre sorride annuisce o ascolta attentamente, insomma una presenza insistente ma inutile. Una elegante ragazza, non giovanissima,  di cui non conosciamo l'identità, della quale però ci ha colpito soprattutto il continuo cambio d'abito, come si usa nel corso di una passerella di moda. Al punto che abbiamo atteso con impazienza i titoli di coda del documentario, per venire a conoscenza del nome dello stilista che l'aveva vestita e svestita in continuazione e più d'una volta anche durante la medesima intervista che, se realizzata in  più tempi, aveva consigliato al suo stilista la mise più adatta.
 Questa nostra curiosità  neppure i titoli di coda hanno soddisfatto. Peccato, perchè avremmo voluto consigliare lo stilista dell'elegante intervistatrice a qualche giornalista che spesso si presenta in video addobbata con la prima cosa che le è capitato di prelevare dal guardaroba.

domenica 23 giugno 2013

La sedia vuota


                                                                             

Cosa avrà pensato, e cosa avrebbe voluto dirgli, Benedetto XVI, a Papa Francesco, quando  assistendo al concerto televisivo dell’Orchestra nazionale della Rai,  dalla grande sala Paolo VI in Vaticano, in occasione dell’Anno della Fede, ha notato che la bianca poltrona del pontefice era vuota? Un malore, un impegno pastorale improvviso ma improcrastinabile del suo successore? Si sarà forse preoccupato, perché non ci è dato sapere se il giovane monsignore, un tempo suo segretario particolare, presente al concerto,  informato in tempo dell’assenza del pontefice, l’abbia avvertito. Certo è che questa sua mossa plateale ha sorpreso molti, e non allo stesso modo di altre sue inconsuete ma condivise uscite dei primi mesi di pontificato. Il gesto non poteva non suscitare congetture e riflessioni. Papa Francesco, in procinto di far esplodere un’autentica bomba sulla curia romana e sullo Ior, ha scelto di tenersi lontano dalla partecipazione ad un concerto che sarebbe suonata troppo distensiva, nel clima infuocato della vigilia? E, proprio in vista di tali storici cambiamenti, Papa Francesco avrebbe preferito incontrare, nel corso del pomeriggio, vescovi e consiglieri. Una visita, improvvisa, in clinica ad un cardinale ammalato, per recargli conforto? Nulla di tutto questo. E il breve saluto rivolto a suo nome da mons. Fisichella non fugava la ragione vera di tale scelta.  Papa Francesco ha voluto mandare pubblicamente e platealmente un altro segno del nuovo corso della Chiesa, ammesso che lo sia: i concerti sono per i principi, ed io non sono un principe del Rinascimento. Papa Francesco, dunque, con questo gesto, avrebbe messo fra parentesi l’intero pontificato di Papa Ratzinger che, almeno a parole tanti sforzi ha compiuto per riconciliare fede ed arte, ponendosi sulla stessa linea di Papa Wojtyla, rozzo -  è risaputo - in fatto di sensibilità artistica. Vien fatto di chiedersi se Papa Francesco, fin dagli anni di formazione, sia stato indifferente, o sordo nei confronti della musica. Se abbia, qualche volta, compreso la profondità e sublimità della preghiera cantata, anche solo nel solenne ed ascetico gregoriano. Se la musica come la poesia e l’arte abbiano mai costituito nutrimento del suo spirito, o se gli sia bastato nutrirsi esclusivamente di Vangelo e di vita cristiana vissuta. Se avesse anteposto il Vangelo alla Musica, nulla avremmo da rimproverare ad un uomo di chiesa.  Ma se la musica e l’arte Jose Maria Bergoglio le abbia sempre considerate passatempi improduttivi ed anche inutili, allora ne saremmo offesi. E, anche cristianamente, non riusciremmo a perdonargli di  non sfogliare un libro di poesia  o di letteratura, o di  non ascoltare  musica per arricchire la sua mente e la sua persona. Come avrebbe fatto ascoltando attentamente la lezione di Beethoven, senza per questo essere considerato un principe rinascimentale. Se gli avessero fatto ascoltare la ‘Messa solenne’ di Beethoven, avrebbe scelto di partecipare al concerto? Ma  la Nona e la Messa non sono tanto diverse. Se, in futuro, andasse a vedere una partita di pallone, vista la sua dichiarata passione per il calcio, parallela alla sua insensibilità per la musica - e  non è detto che non lo faccia - mons. Fisichella’, in suo nome,  lo spiegherebbe con “l’andare verso il popolo” (di Dio)?

Pietro Acquafredda