Annunciate e strombazzate dal Movimento di Grillo, che ha sempre mal sopportato la sua presenza in Comune a Torino, alle dimissioni del capo di gabinetto e consigliere speciale ed insostituibile della sindaca Appendino, per aver egli raccomandato un suo amico presso il capo dei vigili perchè gli togliesse una multa di poche decine di Euro, possiamo crederci davvero?
No, è assai difficile credere a questa storia, e l'altro ieri Natalia Aspesi, su Repubblica, da vera maestra, ne ha dato alcune ragioni che condividiamo in pieno, e alle quali noi vogliamo aggiungerne, umilmente, solo qualche altra, che le sue stesse riflessioni ci hanno suggerito a formulare. Oltre naturalmente a quella di base, che le due sindachesse, in fatto di scelta di collaboratori, fanno acqua da tutte le parti.
Noi, nei panni del 'rasputin' della Appendino. trattandosi di una somma irrilevante, gliel'avremmo pagata, la multa, di tasca nostra, risparmiandoci quella imbarazzante telefonata; oppure gli avremmo consigliato di rivolgersi, ad esempio, ad uno degli enti caritatevoli, come la 'Fondazione per la cultura' torinese, presieduta ancora - per grazia anche del 'rasputin' torinese - da quell'Angela La Rotella che, in coppia con suo marito Valter Vergnano, di soldi a casa ogni mese ne portano un bel po'. Perchè magari si trattava di un intellettuale squattrinato, e perciò poteva rientrare negli scopi statutari della fondazione torinese.
Ma noi continuiamo a sentire odore di bruciato in quelle sospette dimissioni, che secondo Di Maio, hanno giustamente sanzionato in sole due ore un atto illecito, che le regole morali del Movimento non tollerano, per quanto irrilevante , sotto molti punti di vista, la materia dell'illecito, ad eccezione della ingenuità del 'raspuntin'.
E ci vien da pensare che il Movimento, e Di Maio per tutti, l'abbiano enfatizzato, proprio perchè irrilevante, per coprire comportamenti molto più gravi e rilevanti non vengono sanzionati con altrettanta determinazione e tempismo( Raggi, dice qualcosa?). Il quale comportamento dovrebbe indurre i suoi simpatizzanti - troppi per tutti gli errori che i suoi amministratori commettono ogni giorno! - a convincersi che se il Movimento non è ancora intervenuto per sanzionare ed invitare alle dimissioni la Raggi, è solo perchè, a conoscenza dei fatti, non ritiene trattarsi di comportamenti sanzionabili, della sindaca di Roma. Capito?
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lunedì 30 ottobre 2017
martedì 15 agosto 2017
Dove vanno i critici musicali italiani d'estate? Snobbano l'Italia, salvo qualche eccezione,retribuita, e scelgono l'estero
Abbiamo atteso qualche giorno, pensando che seppure con un pò di ritardo, qualche nostro collega ci avrebbe informato degli esiti di alcuni festival così importanti che se ne sono accorti gli stranieri che li frequentano di anno in anno, in numero maggiore degli stessi italiani. E invece no, almeno per alcuni. Gli stranieri vengono in Italia per i nostri festival - intendiamo il pubblico oltre i critici - e i nostri critici vanno all'estero a sentire concerti. E l'Italia resta scoperta. I critici spiegano anche perchè.
In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Sia chiaro, i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, o per il debutto di un interprete, specie se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.
E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro o che va a stanarlo, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.
I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna', alla quale trasmette, costringendola a vivere in una sorta di 'comune', il suo fluido mistico.
Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.
Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà? E perché Cappelli non ha verificato?
Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani, innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.
Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, orfana di Abbado e sotto la guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.
E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.
C'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da Fabio Luisi. E basta? No. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione, e non è una novità.
I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.
Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.
In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Sia chiaro, i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, o per il debutto di un interprete, specie se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.
E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro o che va a stanarlo, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.
I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna', alla quale trasmette, costringendola a vivere in una sorta di 'comune', il suo fluido mistico.
Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.
Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà? E perché Cappelli non ha verificato?
Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani, innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.
Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, orfana di Abbado e sotto la guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.
E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.
C'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da Fabio Luisi. E basta? No. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione, e non è una novità.
I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.
Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.
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venerdì 11 agosto 2017
Su il sipario. A Pesaro si può ricominciare - con la benedizione di Natalia Aspesi
Non c'è Pesaro senza la Aspesi - come non c'è ROF senza Mariotti e, fino all'anno scorso, non c'era inaugurazione senza grande festa/cena in giardino, nella villa di Rolando Tittarelli - la quale, puntualmente, ogni anno, alla vigilia o all'indomani della serata inaugurale (come ha fatto tempestivamente quest'anno) ci racconta come è andata o come andrà, rende omaggio alla famiglia del vero proprietario del festival rossiniano e conclude facendoci venire l'acquolina in bocca raccontandoci dei manicaretti che la sig.ra Tittarelli ha preparato per quell'esercito di ospiti illustri che riceve in villa.
Quest'anno la Aspesi ha scelto un diverso percorso. Non una sola parola sui Mariotti, neanche sul patriarca Gianfranco; nulla sul figlio Michele che sta lavorando a Salisburgo e che, secondo un giornalista che se ne intende ma della parrocchia dirimpettaia a quella della Aspesi, sarebbe il n. 1 dei direttori quarantenni italiani; e niente, neanche un profumo, della cena in villa, dei Tittarelli, perchè probabilmente non c'è stata a causa della scomparsa del patriarca, Rolando, l'aprile scorso. Avrebbe però potuto parlare, un accenno, della figliola del costruttore, Federica, nota nella Roma dei salotti bene per i suoi interessi musicali ed artistici, da poco entrata nel CdA della Fondazione del Festival.
Nulla di tutto ciò che costituiva l'ossatura portante ed immancabile delle sue relazioni pesaresi. Anche se qualcosa ci ha infilato e rifilato qua e là: Roberto Abbado ha diretto il Rossini dell'Assedio di Corinto - versione francese, in edizione critica - ha diretto con un solo braccio, l'altro l'aveva rotto, e con il ciuffo fattosi biondo che agitava nell'aria; il direttore Rustioni, anch'egli a Pesaro, per La pietra del paragone, lui si che è veramente giovane; e il regista costumista e scenografo Pier Luigi Pizzi, per la stessa opera diretta da Rustioni, alla sua verde età è tornato a mostrare al pubblico pesarese, dove è di casa, come si può attualizzare il racconto di un'opera senza strafare - come molti registi amano fare, ed a Pesaro ha fatto per l'opera diretta da Abbado, La Fura del Baus.
Nessun accenno al cambio di orchestra in buca - per anni ed anni l'Orchestra del Comunale di Bologna, dove da meno anni è direttore musicale Michele Mariotti, ed ora l'Orchestra della Rai, per ragioni squisitamente economiche: il Comunale, in grave crisi finanziaria, non poteva 'rimetterci' con la trasferta pesarese, la Rai invece sì! - come anche al cambio alla direzione artistica, un tempo affidata ad un direttore con meriti rossininani, Zedda defunto, ed ora nelle mani di un ex tenore, Ernesto Palacio, titolare di una agenzia di rappresentanza artistica, In Art, che rappresenta, da prima di sbarcare a Pesaro, anche Michele Mariotti.
E neanche una parola sulle celebrazioni rossiniane dell'anno prossimo, al cadere dei 150 dalla morte del musicista. Forse alla consegna del silenzio, data a tutti i commentatori, in attesa dell'annuncio ufficiale, si è attenuta anche la Aspesi.
Quest'anno la Aspesi ha scelto di tirar sassi contro i registi che vogliono ad ogni costo attualizzare le opere, stravolgendone storie ed ambientazioni, come appunto ha fatto La Fura dels Baus e non hanno fatto, assai lodevolmente, sia Mario Martone per Torvaldo e Dorliska, che Pizzi per il terzo titolo. Perchè per colpa di quei dissacratori di professione, il povero spettatore deve sciogliere ogni volta un dilemma, recandosi a teatro: chiudere gli occhi ed ascoltare la musica, o tapparsi le orecchie e prestare attenzione alle stranezze del palcoscenico. Perchè non si ppssono avere ambedue le cose, lamenta la Aspesi: vedere uno spettacolo ben fatto e coerente e immergersi nel fiume di musica che Rossini, anche molto giovane, fa scorrere abbondante?
Quest'anno la Aspesi ha scelto un diverso percorso. Non una sola parola sui Mariotti, neanche sul patriarca Gianfranco; nulla sul figlio Michele che sta lavorando a Salisburgo e che, secondo un giornalista che se ne intende ma della parrocchia dirimpettaia a quella della Aspesi, sarebbe il n. 1 dei direttori quarantenni italiani; e niente, neanche un profumo, della cena in villa, dei Tittarelli, perchè probabilmente non c'è stata a causa della scomparsa del patriarca, Rolando, l'aprile scorso. Avrebbe però potuto parlare, un accenno, della figliola del costruttore, Federica, nota nella Roma dei salotti bene per i suoi interessi musicali ed artistici, da poco entrata nel CdA della Fondazione del Festival.
Nulla di tutto ciò che costituiva l'ossatura portante ed immancabile delle sue relazioni pesaresi. Anche se qualcosa ci ha infilato e rifilato qua e là: Roberto Abbado ha diretto il Rossini dell'Assedio di Corinto - versione francese, in edizione critica - ha diretto con un solo braccio, l'altro l'aveva rotto, e con il ciuffo fattosi biondo che agitava nell'aria; il direttore Rustioni, anch'egli a Pesaro, per La pietra del paragone, lui si che è veramente giovane; e il regista costumista e scenografo Pier Luigi Pizzi, per la stessa opera diretta da Rustioni, alla sua verde età è tornato a mostrare al pubblico pesarese, dove è di casa, come si può attualizzare il racconto di un'opera senza strafare - come molti registi amano fare, ed a Pesaro ha fatto per l'opera diretta da Abbado, La Fura del Baus.
Nessun accenno al cambio di orchestra in buca - per anni ed anni l'Orchestra del Comunale di Bologna, dove da meno anni è direttore musicale Michele Mariotti, ed ora l'Orchestra della Rai, per ragioni squisitamente economiche: il Comunale, in grave crisi finanziaria, non poteva 'rimetterci' con la trasferta pesarese, la Rai invece sì! - come anche al cambio alla direzione artistica, un tempo affidata ad un direttore con meriti rossininani, Zedda defunto, ed ora nelle mani di un ex tenore, Ernesto Palacio, titolare di una agenzia di rappresentanza artistica, In Art, che rappresenta, da prima di sbarcare a Pesaro, anche Michele Mariotti.
E neanche una parola sulle celebrazioni rossiniane dell'anno prossimo, al cadere dei 150 dalla morte del musicista. Forse alla consegna del silenzio, data a tutti i commentatori, in attesa dell'annuncio ufficiale, si è attenuta anche la Aspesi.
Quest'anno la Aspesi ha scelto di tirar sassi contro i registi che vogliono ad ogni costo attualizzare le opere, stravolgendone storie ed ambientazioni, come appunto ha fatto La Fura dels Baus e non hanno fatto, assai lodevolmente, sia Mario Martone per Torvaldo e Dorliska, che Pizzi per il terzo titolo. Perchè per colpa di quei dissacratori di professione, il povero spettatore deve sciogliere ogni volta un dilemma, recandosi a teatro: chiudere gli occhi ed ascoltare la musica, o tapparsi le orecchie e prestare attenzione alle stranezze del palcoscenico. Perchè non si ppssono avere ambedue le cose, lamenta la Aspesi: vedere uno spettacolo ben fatto e coerente e immergersi nel fiume di musica che Rossini, anche molto giovane, fa scorrere abbondante?
sabato 25 febbraio 2017
Natalia Aspesi: la sua provocazione alla Rai che sembra temere il calmiere dei compensi applicato anche agli artisti
Natalia Aspesi, la papessa del giornalismo, noi l'abbiamo spesso attaccata, anzi lo abbiamo fatto, puntualmente, ogni anno, in occasione della sviolinata pesarese in onore dei Mariotti, una discendenza in odore 'rossiniano' che va dal patriarca, sovrintendente, al figlio direttore, alla nuora cantante e agli altri due figli: la figlia sua assistente, e il figlio occupato nell'ufficio stampa. E continueremo a farlo fino a quando Lei non smetterà di agitare il turibolo incensatorio nei loro riguardi.
Però se poi in altre occasioni, che non sono poche, si dimostra quella che è, e cioè una giornalista di razza, beh, allora siamo al suo fianco. Come nella provocazione, sacrosanta, che proprio oggi ha fatto alla Rai, in occasione del dibattito sul tetto dei compensi da estendere o meno anche a presentatori ed artisti. Sarebbe l'occasione propizia, in Rai - ha scritto la Aspesi - per mandare a casa tante vecchie glorie che ormai fanno giornalismo e spettacoli stantii e cercare giovani sostituti, eredi di quelle glorie polverose, ma costosissime. Non ha fatto nomi, ma a noi sono subito venuti in mente , ad esempio, quelli di Augias o Angela, e via scendendo in funzione dell'età ed anche dei compensi spropositati. Sui quali anche sarebbe opportuno riflettere indipendentemente dall'applicazione o meno dei tetti stabiliti per legge.
Strano, molto strano che alcuni che sarebbero eventualmente toccati dal calmiere si sono levati a difendere la Rai che così, a loro dire, potrebbe perdere i pezzi da novanta, la cosiddetta argenteria di famiglia che costa sì, ma fa anche guadagnare. Accanto a loro anche le rappresentanze dei giornalisti ed il CDA. Siamo sicuri che giovani bravi, ma scovati dalla Rai e non imposti dagli agenti, farebbero perdere pubblico ed anche pubblicità?
Tutti in difesa della Rai, ma nessuno ci ha detto se se ne andrà dalla Rai qualora il temuto calmiere fosse introdotto. Sarebbe interessante che lo dicessero, che lo dicessero ora, quando ancora il calmiere non c'è e non si sarà se verrà esteso anche a loro.
Solo Lucia Annunziata ha detto che lei, anche con il calmiere - che ridurrebbe di molto il suo compenso - resterebbe al suo posto. E gli altri, perché non ripetono il mantra tante volte ripetuto in tempi di vacche grasse, che ancora durano, e cioè che la Rai è un'altra cosa?
Siamo sicuri che, appena introdotto il calmiere, si aprirebbe il tvmercato, e che le televisioni, che negli anni hanno visto dimezzati gli introiti, metterebbero le mani in tasca per tirar fuori contratti milionari? Sono finiti i tempi belli. Sono finiti in tutte le aziende di comunicazione, a cominciare dai giornali quasi tutti in crisi, in perenne ristrutturazione, con alcune testate che sembravano scoppiare di salute e che, invece, tolto il coperchio dalla pentola, sono apparse sull'orlo del fallimento - vedi Il Sole 24 Ore. Anche le aziende radiotelevisive non se la passano bene. Che senso avrebbero, altrimenti, i trasferimenti minacciati da Roma a Milano per alcune loro redazioni e produzioni, se non quello del 'risparmio'?
Insomma aderendo all'invito della Aspesi, la Rai cominci a fare vere selezioni per cercare giovani leve da mandare in video ( e intanto cerchi già autori nuovi, senza i quali anche i bravi presentatori farebbero un buco nell'acqua!) e nel frattempo, tolti i vegliardi che farebbero bene a riposare, tutti gli altri ci dicano se andrebbero via o meno, da Fazio a Baudo, ad Insinna a Conti alla Clerici a Giletti ad Angela (Alberto, già basta in Rai; il padre è di troppo) e a tutti gli altri, NESSUNO ESCLUSO. Finora conosciamo la decisione di restare della sola Annunziata. E tutti gli altri?
Però se poi in altre occasioni, che non sono poche, si dimostra quella che è, e cioè una giornalista di razza, beh, allora siamo al suo fianco. Come nella provocazione, sacrosanta, che proprio oggi ha fatto alla Rai, in occasione del dibattito sul tetto dei compensi da estendere o meno anche a presentatori ed artisti. Sarebbe l'occasione propizia, in Rai - ha scritto la Aspesi - per mandare a casa tante vecchie glorie che ormai fanno giornalismo e spettacoli stantii e cercare giovani sostituti, eredi di quelle glorie polverose, ma costosissime. Non ha fatto nomi, ma a noi sono subito venuti in mente , ad esempio, quelli di Augias o Angela, e via scendendo in funzione dell'età ed anche dei compensi spropositati. Sui quali anche sarebbe opportuno riflettere indipendentemente dall'applicazione o meno dei tetti stabiliti per legge.
Strano, molto strano che alcuni che sarebbero eventualmente toccati dal calmiere si sono levati a difendere la Rai che così, a loro dire, potrebbe perdere i pezzi da novanta, la cosiddetta argenteria di famiglia che costa sì, ma fa anche guadagnare. Accanto a loro anche le rappresentanze dei giornalisti ed il CDA. Siamo sicuri che giovani bravi, ma scovati dalla Rai e non imposti dagli agenti, farebbero perdere pubblico ed anche pubblicità?
Tutti in difesa della Rai, ma nessuno ci ha detto se se ne andrà dalla Rai qualora il temuto calmiere fosse introdotto. Sarebbe interessante che lo dicessero, che lo dicessero ora, quando ancora il calmiere non c'è e non si sarà se verrà esteso anche a loro.
Solo Lucia Annunziata ha detto che lei, anche con il calmiere - che ridurrebbe di molto il suo compenso - resterebbe al suo posto. E gli altri, perché non ripetono il mantra tante volte ripetuto in tempi di vacche grasse, che ancora durano, e cioè che la Rai è un'altra cosa?
Siamo sicuri che, appena introdotto il calmiere, si aprirebbe il tvmercato, e che le televisioni, che negli anni hanno visto dimezzati gli introiti, metterebbero le mani in tasca per tirar fuori contratti milionari? Sono finiti i tempi belli. Sono finiti in tutte le aziende di comunicazione, a cominciare dai giornali quasi tutti in crisi, in perenne ristrutturazione, con alcune testate che sembravano scoppiare di salute e che, invece, tolto il coperchio dalla pentola, sono apparse sull'orlo del fallimento - vedi Il Sole 24 Ore. Anche le aziende radiotelevisive non se la passano bene. Che senso avrebbero, altrimenti, i trasferimenti minacciati da Roma a Milano per alcune loro redazioni e produzioni, se non quello del 'risparmio'?
Insomma aderendo all'invito della Aspesi, la Rai cominci a fare vere selezioni per cercare giovani leve da mandare in video ( e intanto cerchi già autori nuovi, senza i quali anche i bravi presentatori farebbero un buco nell'acqua!) e nel frattempo, tolti i vegliardi che farebbero bene a riposare, tutti gli altri ci dicano se andrebbero via o meno, da Fazio a Baudo, ad Insinna a Conti alla Clerici a Giletti ad Angela (Alberto, già basta in Rai; il padre è di troppo) e a tutti gli altri, NESSUNO ESCLUSO. Finora conosciamo la decisione di restare della sola Annunziata. E tutti gli altri?
giovedì 11 agosto 2016
Caracalla della sconfitta? Perchè l'Opera di Roma non canta vittoria per la sua stagione estiva alle Terme?
Perchè non arriva ancora il bollettino della vittoria della stagione estiva dell'Opera di Roma a Caracalla? Forse perchè Fuortes è in viaggio fra Verona e Roma , con una deviazione verso Pesaro per consigliare la papessa Aspesi? O forse - più verosimilmente - perchè la vittoria cantata ancor prima di vincere la battaglia del successo di pubblico, non c'è stata?
A noi che coltiviamo segretamente la religione dei numeri prima di quella dei proclami, piacerebbe avere il bilancio di Caracalla 2016, modello Auditorium, dove Fuortes si fa bello di aver mischiato i generi alti e bassi e bassi ed alti. Tanto che vi ha portato stelle del rock e financo un pianista classico a suonare all'aperto nelle condizioni più inadatte che si possano immaginare mentre era circondato a mò di corona da un volo di gabbiani vocianti.
Forse non lo conosceremo mai il bilancio, o forse ce lo daranno addomesticato - in fondo un bicchiere mezzo vuoto può sempre guardarsi come mezzo pieno - per non fare marcia indietro su certi modi di far programmi, che se andavano bene all'Auditorium non è detto che funzionino anche a Caracalla.
Tutto ciò ci addolora perchè ci fa capire l'estraneità di certi personaggi - parliamo di Fuortes, per essere chiari - al mondo dell'opera. Lui pensa, anzi è convinto, che con regie innovative si risolve il problema dell'opera. Non capisce - perchè non può - che l'opera , specie a Caracalla, è lo spettacolo popolare che tutti ancora amano e che, di conseguenza, non c'è bisogno che si affidi a registi che stravolgono vicenda e spettacolo. Impari, con il suo direttore artistico a scegliere bene i cast ed i direttori, e non disdegni i registi cosiddetti tradizionali. Il resto lo fa il melodramma.
A Verdi, l'amato grande Peppino, bastavano poche indicazioni per la messa in scena, non aveva bisogno di registi che ridisegnassero scene e storia, mentre oggi i registi credono di non poter fare a meno di farlo.
E allora restituisca a Caracalla la sua anima popolare, faccia opera e balletto e titoli popolari e tradizionali regie. Questo cercano le migliaia di italiani e stranieri che d'estate affollano - e affollerebbero ancora di più - Caracalla.
Che se ne fanno di Lang Lang che suona all'aperto senza nessuna protezione e con sistemi di amplificazione che già con l'opera fanno cilecca, figuriamoci con un pianoforte?
E comunque attendiamo il bollettino finale. e se vittoria sarà ce ne faremo una ragione. Ma solo vittorie di numeri accettiamo.
A noi che coltiviamo segretamente la religione dei numeri prima di quella dei proclami, piacerebbe avere il bilancio di Caracalla 2016, modello Auditorium, dove Fuortes si fa bello di aver mischiato i generi alti e bassi e bassi ed alti. Tanto che vi ha portato stelle del rock e financo un pianista classico a suonare all'aperto nelle condizioni più inadatte che si possano immaginare mentre era circondato a mò di corona da un volo di gabbiani vocianti.
Forse non lo conosceremo mai il bilancio, o forse ce lo daranno addomesticato - in fondo un bicchiere mezzo vuoto può sempre guardarsi come mezzo pieno - per non fare marcia indietro su certi modi di far programmi, che se andavano bene all'Auditorium non è detto che funzionino anche a Caracalla.
Tutto ciò ci addolora perchè ci fa capire l'estraneità di certi personaggi - parliamo di Fuortes, per essere chiari - al mondo dell'opera. Lui pensa, anzi è convinto, che con regie innovative si risolve il problema dell'opera. Non capisce - perchè non può - che l'opera , specie a Caracalla, è lo spettacolo popolare che tutti ancora amano e che, di conseguenza, non c'è bisogno che si affidi a registi che stravolgono vicenda e spettacolo. Impari, con il suo direttore artistico a scegliere bene i cast ed i direttori, e non disdegni i registi cosiddetti tradizionali. Il resto lo fa il melodramma.
A Verdi, l'amato grande Peppino, bastavano poche indicazioni per la messa in scena, non aveva bisogno di registi che ridisegnassero scene e storia, mentre oggi i registi credono di non poter fare a meno di farlo.
E allora restituisca a Caracalla la sua anima popolare, faccia opera e balletto e titoli popolari e tradizionali regie. Questo cercano le migliaia di italiani e stranieri che d'estate affollano - e affollerebbero ancora di più - Caracalla.
Che se ne fanno di Lang Lang che suona all'aperto senza nessuna protezione e con sistemi di amplificazione che già con l'opera fanno cilecca, figuriamoci con un pianoforte?
E comunque attendiamo il bollettino finale. e se vittoria sarà ce ne faremo una ragione. Ma solo vittorie di numeri accettiamo.
sabato 5 dicembre 2015
La Scala. Disastro Pereira. Lo scrive oggi su Repubblica Leonetta Bentivoglio, moglie di Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico della Scala sotto Lissner.
" Che cosa spicca nella fisionomia del teatro dopo il rinnovamento? ( Per 'rinnovamento' si intende la fine della gestione Lissner , nella quale aveva un ruolo importante anche Gaston Fournier-Facio, e l'arrivo di Pereira, al vertice della Scala ndr.). Di sicuro una valanga di cancellazioni. Nei mesi scorsi molti artisti sono spariti all'ultimo momento. Se l'elenco dei cantanti va da... a... immani sono stati i guai sul fronte dei direttori, provocati da quella che viene chiamata la gerontofilia direttoriale di Pereira, che predilige maestri anziani: gli inviti sono naufragati per acciacchi... o addirittura per decesso...Tra i danzatori era attesa il mese scorso Natalia Osipova, il cui nome è scomparso dalla locandina dell'Histoire de Manon, mentre la compagnia di ballo oggi è senza guida: il direttore Vaziev ha lasciato l'incarico per andare al Bolscioi...Il fatto che la Scala abbia appreso la nomina da un comunicato del teatro moscovita è un segno dei cattivi rapporti tra Vaziev e il sovrintendente, accusato di avere un atteggiamento padronale coi dirigenti dei vari settori, da 'uomo solo' al comando o da cowboy, come viene definito in teatro... Circola voce che Pereira venda la pelle dell'orso prima d'averlo ucciso. E' vero, gli chiediamo, che i cantanti annullano perché non hanno un contratto? 'Tutto è dipeso dalla follia del sistema italiano' risponde.' Mentre già programmavo coi massimi artisti, da bloccare per tempo, non ho potuto firmare impegni fino all'insediamento ufficiale'... C'è tuttavia chi sostiene che sia stato l'assottigliarsi del pubblico ad aver spaventato gli artisti, che prima di volare a Milano controllano in rete la quantità di biglietti venduti".
"E già molto si è scritto sui vuoti causati dalla programmazione estiva legata all'EXPO, rivelatasi perdente e contestatagli nell'ultima riunione del CdA. ' In realtà nel '15 c'è stato un incremento di spettatori' replica Pereira. 'Sono stati quasi mezzo milione, centomila in più dell'anno scorso, pur se con momenti difficili per errori di previsione sull'affluenza dei visitatori. Per di più alcuni titoli, come il balletto Excelsior, di esito negativo, li ho ereditati dalla gestione precedente (Lissner,Fournier-Facio, ndr.)'.
" Un altro tasto delicato è la sua intesa non più idilliaca con Chailly, in disaccordo con certe sue iniziative 'commerciali'... 'Era un'offerta impossibile da rifiutare, sostiene accorato il sovrintendente ( si parla di 800.000 Euro) e aggiunge che è assoluta l'armonia con Chailly'.
" Una nuova riunione del CdA lo aspetta al varco il prossimo 14 dicembre".
Una condanna senza appello e su tutta la linea della nuova gestione della Scala, e di Alexander Pereira che ne è il sovrintendente, uscita oggi su Repubblica, a firma di Leonetta Bentivoglio ( moglie di Gaston Fournier-Facio, attuale direttore artistico del Teatro Regio di Torino e nell'era Lissner, coordinatore artistico del Teatro alla Scala) è quantomeno inopportuna, sospetta, ed anche ignobile - chiamiamo le cose con il loro nome.
Nell'era Lissner, quando c'era alla Scala anche suo marito, nel teatro milanese, dobbiamo pensare che per la Bentivoglio tutto filasse liscio, mentre adesso tutto va storto? Lei mai e poi mai avrebbe scritto un articolo di tale durezza, anche ne avesse avuto le ragioni, contro la Scala, sotto Lissner. Quando abbiamo cominciato a leggere, credevamo fosse farina del sacco di Natalia Aspesi, che di Lissner è rimasta vedova inconsolabile, mentre Pereria non le va tanto a genio.
Anche a noi alcuni atteggiamenti di Pereira non piacciono, ma da questo a dire che ora tutto va male ce ne corre. Perchè non dobbiamo dimenticarlo che Pereira prima di arrivare a Milano, dove comunque è stato ritenuto il candidato alla sovrintendenza più titolato - ma forse la Bentivoglio, attraverso suo marito sa di cose che tutti gli altri umani, compresi noi, non sanno - ha retto con grande onore il Teatro di Zurigo ed è stato a capo del Festival di Salisburgo per un triennio.
Perchè la Bentivoglio non ha scritto nulla contro Lissner, quando è andato a lavorare a Parigi, mentre era ancora sovrintendente a Milano? E perchè non ha scritto nulla contro la gestione Lissner (nella quale, ribadiamolo, aveva un ruolo anche suo marito) neanche quando, ad esempio, alla Scala, erano bandite, per idiota snobismo, le opere di Puccini; o quando si inaugurava l'anno del centenario Verdi-Wagner con Wagner; e non ha mai scritto nulla sul Barenboim che alla Scala non faceva mai Verdi che invece dirigeva a Berlino; e non ha scritto nulla di così feroce neanche quando sul podio scaligero sfilavano ragazzini alla prima esperienza di teatro, affossati coralmente e all'unanimità dalla critica?E, infine, neanche quando a Lissner e al sindaco Pisapia gli artisti della Scala scrissero una lettera feroce, in merito alle manchevolezze della tournée in Giappone ( poche prove e altro)? Quella lettera solo noi l'abbiamo pubblicata integralmente su Music@, accompagnandola con qualche riflessione certamente non fuori luogo.
E mai scritto qualcosa sul compenso esorbitante di Lissner, percepito per dieci lunghi anni senza che nessuno dicesse nulla, compresa la Bentivoglio, e il cui ammontare, che Lei conosceva da sempre, si aggirava, tutto compreso, intorno al 1.000.000 di Euro, cifra che nessun' altra istituzione al mondo gli avrebbe potuto mai garantire, compresa l'Opéra dove ora lavora?
In nessuna occasione, Leonetta Bentivoglio ha mai scritto nulla di simile a ciò che oggi s'è letto su Repubblica, SEMPLICEMENTE VERGOGNOSO, sulla gestione della Scala, sotto Pereira, appena iniziata. Mentre per Lissner ha avuto tutto il tempo, OLTRE DIECI ANNI, senza che le sia passato mai per la testa qualcosa di simile.
Una vigliaccata bell'e buona alla vigilia dell'inaugurazione di stagione.
"E già molto si è scritto sui vuoti causati dalla programmazione estiva legata all'EXPO, rivelatasi perdente e contestatagli nell'ultima riunione del CdA. ' In realtà nel '15 c'è stato un incremento di spettatori' replica Pereira. 'Sono stati quasi mezzo milione, centomila in più dell'anno scorso, pur se con momenti difficili per errori di previsione sull'affluenza dei visitatori. Per di più alcuni titoli, come il balletto Excelsior, di esito negativo, li ho ereditati dalla gestione precedente (Lissner,Fournier-Facio, ndr.)'.
" Un altro tasto delicato è la sua intesa non più idilliaca con Chailly, in disaccordo con certe sue iniziative 'commerciali'... 'Era un'offerta impossibile da rifiutare, sostiene accorato il sovrintendente ( si parla di 800.000 Euro) e aggiunge che è assoluta l'armonia con Chailly'.
" Una nuova riunione del CdA lo aspetta al varco il prossimo 14 dicembre".
Una condanna senza appello e su tutta la linea della nuova gestione della Scala, e di Alexander Pereira che ne è il sovrintendente, uscita oggi su Repubblica, a firma di Leonetta Bentivoglio ( moglie di Gaston Fournier-Facio, attuale direttore artistico del Teatro Regio di Torino e nell'era Lissner, coordinatore artistico del Teatro alla Scala) è quantomeno inopportuna, sospetta, ed anche ignobile - chiamiamo le cose con il loro nome.
Nell'era Lissner, quando c'era alla Scala anche suo marito, nel teatro milanese, dobbiamo pensare che per la Bentivoglio tutto filasse liscio, mentre adesso tutto va storto? Lei mai e poi mai avrebbe scritto un articolo di tale durezza, anche ne avesse avuto le ragioni, contro la Scala, sotto Lissner. Quando abbiamo cominciato a leggere, credevamo fosse farina del sacco di Natalia Aspesi, che di Lissner è rimasta vedova inconsolabile, mentre Pereria non le va tanto a genio.
Anche a noi alcuni atteggiamenti di Pereira non piacciono, ma da questo a dire che ora tutto va male ce ne corre. Perchè non dobbiamo dimenticarlo che Pereira prima di arrivare a Milano, dove comunque è stato ritenuto il candidato alla sovrintendenza più titolato - ma forse la Bentivoglio, attraverso suo marito sa di cose che tutti gli altri umani, compresi noi, non sanno - ha retto con grande onore il Teatro di Zurigo ed è stato a capo del Festival di Salisburgo per un triennio.
Perchè la Bentivoglio non ha scritto nulla contro Lissner, quando è andato a lavorare a Parigi, mentre era ancora sovrintendente a Milano? E perchè non ha scritto nulla contro la gestione Lissner (nella quale, ribadiamolo, aveva un ruolo anche suo marito) neanche quando, ad esempio, alla Scala, erano bandite, per idiota snobismo, le opere di Puccini; o quando si inaugurava l'anno del centenario Verdi-Wagner con Wagner; e non ha mai scritto nulla sul Barenboim che alla Scala non faceva mai Verdi che invece dirigeva a Berlino; e non ha scritto nulla di così feroce neanche quando sul podio scaligero sfilavano ragazzini alla prima esperienza di teatro, affossati coralmente e all'unanimità dalla critica?E, infine, neanche quando a Lissner e al sindaco Pisapia gli artisti della Scala scrissero una lettera feroce, in merito alle manchevolezze della tournée in Giappone ( poche prove e altro)? Quella lettera solo noi l'abbiamo pubblicata integralmente su Music@, accompagnandola con qualche riflessione certamente non fuori luogo.
E mai scritto qualcosa sul compenso esorbitante di Lissner, percepito per dieci lunghi anni senza che nessuno dicesse nulla, compresa la Bentivoglio, e il cui ammontare, che Lei conosceva da sempre, si aggirava, tutto compreso, intorno al 1.000.000 di Euro, cifra che nessun' altra istituzione al mondo gli avrebbe potuto mai garantire, compresa l'Opéra dove ora lavora?
In nessuna occasione, Leonetta Bentivoglio ha mai scritto nulla di simile a ciò che oggi s'è letto su Repubblica, SEMPLICEMENTE VERGOGNOSO, sulla gestione della Scala, sotto Pereira, appena iniziata. Mentre per Lissner ha avuto tutto il tempo, OLTRE DIECI ANNI, senza che le sia passato mai per la testa qualcosa di simile.
Una vigliaccata bell'e buona alla vigilia dell'inaugurazione di stagione.
mercoledì 14 ottobre 2015
La musica italiana d'oggi. Il punto, dopo la Biennale che i giornali hanno ignorato.
Noi forniremmo una nostra personalissima lettura dell'appello, lanciato dalle pagine del Corriere, a firma Giuseppina Manin, in favore dei compositori italiani che lavorano all'estero piuttosto che a casa, dove la situazione della musica d'oggi italiana non è certo rosea; ma neanche disastrosa, in un paese come il nostro, dove della musica non importa a nessuno, figuriamoci della musica d'oggi, sinceramene assai ostica, salvo i casi - e sono numerosi - in cui a tutti i costi, con una operazione di grande furbizia, si tenta un riavvicinamento alle pigre orecchie, anche disabituate, dei nostri ascoltatori.
Senza saper leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta, presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un articoletto sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi', per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
In Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi delle massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre in troppi su un osso solo.
Oggi, il Corriere, torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia, dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che la situazione non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato - si tratta di Bologna che ha come sovrintendente Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.
Senza saper leggere il futuro che non consociamo, nè il passato di cui non siamo stati testimoni, sia chiaro, crediamo di immaginare come sono andate le cose.
Paolo Baratta, presidente dell'istituzione veneziana, dopo che la Biennale Musica non ha avuto neanche un articoletto sui giornali, passando nel più totale silenzio stampa, ha chiamato la Giuseppina e, mettendo la faccenda sui 'principi', per non rasentare la banalità del lamento, ha voluto lanciare un allarme sulla grave situazione in cui si trovano i compositori italiani in Italia, quei pochi, pochissimi che ancora non sono espatriarti e sopravvivono alla moria generale, per fame.
Baratta avrebbe chiamato anche una fedelissima, come la Aspesi, ma deve avergli risposto che la faccenda, riguardando pochissimi oltre i diretti interessati, non era interessante.
Che ha scritto la Manin? Ha scritto, sotto fedele dettatura, che molti compositori della generazione dei quaranta-cinquantenni lavorano per la maggior parte all'estero, e che quei pochi che ancora sono rimasti in Italia fanno fatica a vivere del loro lavoro di compositori e, perciò, stanno pensando anch'essi di andarsene. Perchè in Italia nessuna istituzione musicale si preoccupa di dare spazio alla creatività contemporanea. Dunque non ci si chiede come trattenerli, se addirittura chiedere a Renzi, ammesso che ci senta da quell'orecchio, di fare un bando analogo a quello lanciato in favore del ritorno dei 500 professori universitari.
In Italia, in effetti, gli spazi per la nuova musica, che pur esistono, sono circoscritti ed esclusivi, salvo rarissime eccezioni, e nessuno di essi può assicurare al compositore di guadagnarsi da vivere.
Questa però non è una novità. In molti paesi, salvo i compositori sulla cresta dell'onda, che stanno tutti nelle dita di due mani al massimo per l'intera Europa, possono vivere del loro lavoro ed infatti fanno altro per ricavarne i mezzi di sostentamento. Ricordo di un nostro antico viaggio in Canadà dove i compositori quasi tutti erano dipendenti di radio e televisione, o lavoravano in studi di registrazione, insomma non si guadagnavano da vivere con il loro lavoro di compositori, salo nei casi in cui scrivevano per le necessità di radio e televisione.
Anche Boulez s'è guadagnato da vivere, oltre che con i soldi del governo francese per l'IRCAM, facendo il direttore d'orchestra, lavoro con il quale, se si trova da lavorare, si guadagna bene, e benissimo per un musicista del suo rango.
In Italia, dicevamo, le occasioni, seppure ridotte e circoscritte, per i compositori di farsi ascoltare, esistono. Ma si dà pure il caso che dopo il primo ascolto quelle loro opere restano lettera morta e non producono altro. Mentre il compositore avrebbe bisogno di trovare editori, mecenati, mezzi di comunicazione ( radio e tv innanzitutto, sebbene l'entità dei diritti d'autore per esecuzione o trasmissione si sia ridotta all'osso) interessati fattivamente al suo lavoro. Se nessuno 'commissiona' ai compositori italiani nuove opere, magari più d'una l'anno, e il compositore non può pretendere somme di un certo rilievo, la vita del compositore diventa fra le più dure; sempre meglio naturalmente che andare in miniera, ma dura lo stesso.
Sia la Biennale di Venezia, che Rai Nuova Musica della RAI a Torino, o Play It a Firenze, come anche Milano Musica a Milano, o Nuova Consonanza a Roma, solitamente in mano a compositori od editori, restano dei circoli per iscritti, che servono piuttosto a marcare territori e definire appartenenze che nulla possono cambiare in meglio, e che servono ai rispettivi organizzatori a mostrare la mercanzia dei propri soci od affiliati. Niente più, mentre invece servirebbe altro, molto altro. Un tempo esisteva anche la figura del compositore 'residente' assai diffusa all'estero, in Italia quasi del tutto assente, salvo i casi delle massoniche mafiette ben note. E, comunque, sempre in troppi su un osso solo.
Oggi, il Corriere, torna sull'argomento, ospitando una lettera del sovrintendente della Fenice di Venezia, dott. Chiarot, anche nella veste di presidente della associazione delle Fondazioni liriche italiane, per ribattere che la situazione non è poi così nera, se il suo teatro ogni anno presenta nuove opere, ( lo fa anche Santa Cecilia e la Scala, che comunque si sono sfilate dall'associazione presieduta da Chiarot, essendosi guadagnate, di recente, anche l'autonomia che le pone al di sopra e al di fuori della altre), se Roma addirittura ha un secondo direttore artistico ad hoc, per l'opera contemporanea e se addirittura un teatro che presenta regolarmente opere nuove commissionate a compositori italiani, ha al suo vertice un compositore, che Chiarot gratifica con l'aggettivo 'illustre', non proprio meritato - si tratta di Bologna che ha come sovrintendente Nicola Sani, più bravo ed efficiente come organizzatore musicale, come ha dimostrato, anche a suo favore, durante la sua permanenza a capo della Fondazione Scelsi.
Chiarot voleva dire che i teatri - lui parlava per quelli - nonostante la situazione, si fanno onore anche sul fronte della musica contemporanea. Non ha citato l'ultima notizia che riguarda la musica contemporanea italiana e cioè la nomina del compositore Nicola Campogrande a direttore artistico del Festival MiTo in sostituzione di Restagno, dimissionario, che torna finalmente, dopo molti decenni, ai suoi studi.
Nell'articolo della Manin si cita anche il caso di due compositori stimatissimi ed eseguitissimi all'estero, il notissimo Salvatore Sciarrino - che comunque è fra i più eseguiti in assoluto anche in Italia, ma che riceve commissioni importanti soprattutto da teatri e festival stranieri, e che l'anno scorso ha presentato una sua nuova opera a Santa Cecilia, commissionatagli dall'Accademia, diretta da Pappano - alla giovane Lucia Ronchetti, che pratica soprattutto il teatro musicale da camera, e che è eseguita ( rappresentata) praticamente in esclusiva all'estero, da dove le giungono le commissioni più importanti e più di frequente.
Comunque il problema suscitato della Manin, che pur esiste, è più generale. In Italia, da Santa Cecilia alla Rai di Torino , tanto per citare due soli esempi, nei rispettivi cartelloni sono presenti esclusivamente artisti stranieri. E perciò il problema si pone per tutta la musica italiana che, caso assai strano, è finanziata con soldi pubblici italiani, seppure malamente, che però vanno a finire per la maggior parte nelle tasche di musicisti stranieri. Da tempo lo denunciamo, inascoltati. E non veniteci a dire che la musica non conosce confini. Qui c'è dell'altro, ed è sicuramente del marcio.
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mercoledì 10 giugno 2015
Il ROF - Rossini Opera Festival - quasi 'proprietà' dei Mariotti, affidato dal 2016 ad Ernesto Palacio di 'In Art' :agente a capo di un festival. Una rara normalità.
In principio fu Gianfranco Mariotti,sovrintendente del Rossini Opera Festival, benemerito sia il sovrintendente che il festival.
Poi arrivò Alexia Mariotti, segretaria del Sovrintendente e figlia di Gianfranco Mariotti.
Da molto tempo lavora nella segreteria dell'Ufficio stampa e si occupa anche di social media Giacomo Mariotti, figlio del Sovrintendente Granfranco, e fratello di Alexia.
E c'è pure Michele Mariotti, direttore d'orchestra, figlio di Gianfranco e fratello di Giacomo ed Alexia, stabile al Teatro Comunale di Bologna, la cui orchestra è al Festival di Gianfranco orchestra 'quasi' residente che affianca orchestre neonate come quella sinfonica intitolata al nume di Pesaro e quella che, sempre sotto il nome del 'cigno' pesarese, si fregia del nome di Filarmonica.
Quest'anno, fra i recital di canto, tre in tutto, ve ne sarà uno di una vera star, la russa Olga Peretyatko, sposata nel 2012 a Michele Mariotti - figlio di Gianfranco e fratello di Giacomo ed Alexia - e perciò nuora di Granfranco, e cognata di Giacomo ed Alexia.
La quale Peretyatko che ha già cantato in mezzo mondo, ha cantato sotto la direzione di suo marito, anche a Pesaro o a Bologna, e un mese fa, al Regio di Torino, ha interpretato Elvira ne 'I Puritani', diretti da suo marito Michele Mariotti.
Ora - è notizia di questi giorni - dal 2016 la direzione artistica del ROF - Rossini Opera Festival - sarà affidata al tenore peruviano Ernesto Palacio, più noto negli ultimi tempi come contitolare con Saverio Clemente, Andrea De Amici e Luca Targetto, della agenzia di rappresentanza artistica, 'In Art', che lanciò il giovane Michele Mariotti, figlio di Gianfranco, sovrintendente del ROF, e che tuttora, direttore di gran nome, continua ad esser rappresentato dalla 'In Art' che è anche di Ernesto Palacio che dal prossimo anno sarà direttore artistico del ROF del sovrintendente Gianfranco Marioti.
P.S. nellepagine 'amministrazione trasparente' del ROF, Giacomo mariotti e Alexia Mariotti, gfigli del sovrintendente Gianfranco non figurano affatto, mentre i loro nomi sono inseriti nell'organigramma al capitolo 'chi siamo'.
Solo Gianfranco figura tra coloro che hanno un compenso, che ammonta ad Euro 161.000 circa, simile se non superiore a quello di tanti sovrintendenti che hanno un'attività lunga un anno.
Dunque della prossima vita del ROF sappiamo ormai tutto. Ad eccezione di quel che scriverà la Aspesi in vacanza a Pesaro. Che, come al solito, scriverà malissimo del ROF e della famiglia Mariotti che ne è la proprietaria. Di fatto.
Poi arrivò Alexia Mariotti, segretaria del Sovrintendente e figlia di Gianfranco Mariotti.
Da molto tempo lavora nella segreteria dell'Ufficio stampa e si occupa anche di social media Giacomo Mariotti, figlio del Sovrintendente Granfranco, e fratello di Alexia.
E c'è pure Michele Mariotti, direttore d'orchestra, figlio di Gianfranco e fratello di Giacomo ed Alexia, stabile al Teatro Comunale di Bologna, la cui orchestra è al Festival di Gianfranco orchestra 'quasi' residente che affianca orchestre neonate come quella sinfonica intitolata al nume di Pesaro e quella che, sempre sotto il nome del 'cigno' pesarese, si fregia del nome di Filarmonica.
Quest'anno, fra i recital di canto, tre in tutto, ve ne sarà uno di una vera star, la russa Olga Peretyatko, sposata nel 2012 a Michele Mariotti - figlio di Gianfranco e fratello di Giacomo ed Alexia - e perciò nuora di Granfranco, e cognata di Giacomo ed Alexia.
La quale Peretyatko che ha già cantato in mezzo mondo, ha cantato sotto la direzione di suo marito, anche a Pesaro o a Bologna, e un mese fa, al Regio di Torino, ha interpretato Elvira ne 'I Puritani', diretti da suo marito Michele Mariotti.
Ora - è notizia di questi giorni - dal 2016 la direzione artistica del ROF - Rossini Opera Festival - sarà affidata al tenore peruviano Ernesto Palacio, più noto negli ultimi tempi come contitolare con Saverio Clemente, Andrea De Amici e Luca Targetto, della agenzia di rappresentanza artistica, 'In Art', che lanciò il giovane Michele Mariotti, figlio di Gianfranco, sovrintendente del ROF, e che tuttora, direttore di gran nome, continua ad esser rappresentato dalla 'In Art' che è anche di Ernesto Palacio che dal prossimo anno sarà direttore artistico del ROF del sovrintendente Gianfranco Marioti.
P.S. nellepagine 'amministrazione trasparente' del ROF, Giacomo mariotti e Alexia Mariotti, gfigli del sovrintendente Gianfranco non figurano affatto, mentre i loro nomi sono inseriti nell'organigramma al capitolo 'chi siamo'.
Solo Gianfranco figura tra coloro che hanno un compenso, che ammonta ad Euro 161.000 circa, simile se non superiore a quello di tanti sovrintendenti che hanno un'attività lunga un anno.
Dunque della prossima vita del ROF sappiamo ormai tutto. Ad eccezione di quel che scriverà la Aspesi in vacanza a Pesaro. Che, come al solito, scriverà malissimo del ROF e della famiglia Mariotti che ne è la proprietaria. Di fatto.
domenica 24 maggio 2015
CO2 di Battistelli alla Scala. Qualche sospetto e una mascalzonata bella e buona
Non occorre avere la palla di vetro per farsi un'idea di come siano andate le cose alla Scala, in occasione della 'prima' della nuova opera di Battistelli. E che alcune nostre considerazioni, affidate a caldo a questo blog, fossero abbastanza veritiere ce lo conferma l'atteggiamento di molta stampa italiana.
Strombazzata alla vigilia, la nuova opera 'made in Expo', con interviste al compositore dal 'ricciolo ribelle che fa innamorare le signore milanesi'- come ha sottolineato a proposito dell'opera, l'acuta Aspesi - all'indomani della prima dell'opera su tutti i giornali silenzio assoluto, come a spiarsi l'un l'altro: 'scrivi prima tu, che poi scrivo anch'io', che denota disparità di vedute se non addirittura imbarazzo. Alla fine non ha scritto praticamente nessuno.
Poi - proviamo ad immaginare, senza l'aiuto della palla di vetro che non abbiamo - una telefonata ai giornali per una tiratina d'orecchi: se neanche voi 'giornali amici' ci difendete...
Non possiamo giurarci, ma le cose sono andate proprio così, per quel tanto che consociamo i giornali, visto che facciamo questo mestiere da oltre trent'anni. E così l'amica 'Repubblica' parla di CO2, a firma del suo critico il quale allunga anche la durata degli applausi finali che le agenzie avevano calcolato in 10 minuti ed il giornale 'amico', a firma del critico 'amico' (che aveva anche intervistato il compositore, altra intervista dopo quella della Aspesi), aveva portato addirittura a 15 minuti, roba da non credere, neanche ai Filarmonici di Berlino sono toccati tanti applausi e neppure alla trionfale Turandot. Al giornale amico è piaciuta così tanto la novità di Battistelli, per il principio che il nuovo è sempre da preferire ( incoraggiare?) al vecchio (già noto; quand'anche fosse migliore!), al punto che, contravvenendo alla regola che le recensioni della musica appaiono solo di domenica, quella di CO2 è stata infrasettimanale.
Nessuno, a maggior ragione il giornale 'amico' ha scritto del pubblico. Tutto esaurito? esaurito a metà? 'Sold out', avrebbero potuto scrivere i giornali 'amici' che amano l'inglese, in linea con la lingua del libretto di Burton. Invece no, perchè troppo falsa. Insomma , inutile cercare sui giornali un resoconto dell'opera di Battistelli.
Neanche sul dotto 'domenicale' del Sole 24 Ore, il quale domenica 17 ha preferito illustrare il prossimo 'Ravenna Festival' della famiglia Muti, allo spreco di quattro righe sull'opera di Battistelli ( e del resto perchè scrivere di un'opera che ha interessato pochi, gratuitamente, quando si possono scrivere paginate, pagate?).
La sorpresa , nel 'Domenicale del Sole', arriva domenica 24. L'apertura della pagina della musica, è sulla 'Norma' veneziana, con regia 'biennalina', cui si aggiunge un trafiletto, dal titolo 'alla scala'. una ventina di righe cattivissime nella sostanza, anche se all'apparenza elogiative, ma che non dicono quasi nulla - e perciò inutili!- che terminano così:' da tagliare il retorico predicozzo finale, a luci accese, che oltretutto svelano il poco pubblico in sala'. In cauda venenum, come non fosse bastato il veleno sputato lungo quelle acide restanti 18 righe.
Del pubblico non avevamo letto neanche una riga, i numeri erano coperti dalla valanga di applausi, che a questo punto c'è da chiedersi se non provenissero da una fidatissima claque.
La palma d'oro dell'opera va certamente al regista che ha fatto uno spettacolo di quelli indimenticabili, per bilanciare la musica che indimenticabile non era, salvo forse quel 'poema sinfonico' della 'danza dei tifoni', incastonata in un 'melologo' lungo e noioso, come l'opera è apparsa ad orecchie accorte, e che Battistelli aveva già pronta, per infilarla in qualunque opera, un pò come si racconta abbia fatto con la famosissima 'una furtiva lagrima' dell'Elisir, Donizetti. Il solito Battistelli, insomma, ancora alla ricerca di una sua strada, che non rinuncia ancora una volta ad attaccarsi ad 'altro'( una scomoda verità di Al Gore) della cui notorietà intende giovarsi.
Ma anche tutto ciò non giustifica affatto il silenzio generale dei giornali; e non giustifica a maggior ragione la 'mascalzonata' del Sole 24 Ore'. Meglio allora il silenzio.
Strombazzata alla vigilia, la nuova opera 'made in Expo', con interviste al compositore dal 'ricciolo ribelle che fa innamorare le signore milanesi'- come ha sottolineato a proposito dell'opera, l'acuta Aspesi - all'indomani della prima dell'opera su tutti i giornali silenzio assoluto, come a spiarsi l'un l'altro: 'scrivi prima tu, che poi scrivo anch'io', che denota disparità di vedute se non addirittura imbarazzo. Alla fine non ha scritto praticamente nessuno.
Poi - proviamo ad immaginare, senza l'aiuto della palla di vetro che non abbiamo - una telefonata ai giornali per una tiratina d'orecchi: se neanche voi 'giornali amici' ci difendete...
Non possiamo giurarci, ma le cose sono andate proprio così, per quel tanto che consociamo i giornali, visto che facciamo questo mestiere da oltre trent'anni. E così l'amica 'Repubblica' parla di CO2, a firma del suo critico il quale allunga anche la durata degli applausi finali che le agenzie avevano calcolato in 10 minuti ed il giornale 'amico', a firma del critico 'amico' (che aveva anche intervistato il compositore, altra intervista dopo quella della Aspesi), aveva portato addirittura a 15 minuti, roba da non credere, neanche ai Filarmonici di Berlino sono toccati tanti applausi e neppure alla trionfale Turandot. Al giornale amico è piaciuta così tanto la novità di Battistelli, per il principio che il nuovo è sempre da preferire ( incoraggiare?) al vecchio (già noto; quand'anche fosse migliore!), al punto che, contravvenendo alla regola che le recensioni della musica appaiono solo di domenica, quella di CO2 è stata infrasettimanale.
Nessuno, a maggior ragione il giornale 'amico' ha scritto del pubblico. Tutto esaurito? esaurito a metà? 'Sold out', avrebbero potuto scrivere i giornali 'amici' che amano l'inglese, in linea con la lingua del libretto di Burton. Invece no, perchè troppo falsa. Insomma , inutile cercare sui giornali un resoconto dell'opera di Battistelli.
Neanche sul dotto 'domenicale' del Sole 24 Ore, il quale domenica 17 ha preferito illustrare il prossimo 'Ravenna Festival' della famiglia Muti, allo spreco di quattro righe sull'opera di Battistelli ( e del resto perchè scrivere di un'opera che ha interessato pochi, gratuitamente, quando si possono scrivere paginate, pagate?).
La sorpresa , nel 'Domenicale del Sole', arriva domenica 24. L'apertura della pagina della musica, è sulla 'Norma' veneziana, con regia 'biennalina', cui si aggiunge un trafiletto, dal titolo 'alla scala'. una ventina di righe cattivissime nella sostanza, anche se all'apparenza elogiative, ma che non dicono quasi nulla - e perciò inutili!- che terminano così:' da tagliare il retorico predicozzo finale, a luci accese, che oltretutto svelano il poco pubblico in sala'. In cauda venenum, come non fosse bastato il veleno sputato lungo quelle acide restanti 18 righe.
Del pubblico non avevamo letto neanche una riga, i numeri erano coperti dalla valanga di applausi, che a questo punto c'è da chiedersi se non provenissero da una fidatissima claque.
La palma d'oro dell'opera va certamente al regista che ha fatto uno spettacolo di quelli indimenticabili, per bilanciare la musica che indimenticabile non era, salvo forse quel 'poema sinfonico' della 'danza dei tifoni', incastonata in un 'melologo' lungo e noioso, come l'opera è apparsa ad orecchie accorte, e che Battistelli aveva già pronta, per infilarla in qualunque opera, un pò come si racconta abbia fatto con la famosissima 'una furtiva lagrima' dell'Elisir, Donizetti. Il solito Battistelli, insomma, ancora alla ricerca di una sua strada, che non rinuncia ancora una volta ad attaccarsi ad 'altro'( una scomoda verità di Al Gore) della cui notorietà intende giovarsi.
Ma anche tutto ciò non giustifica affatto il silenzio generale dei giornali; e non giustifica a maggior ragione la 'mascalzonata' del Sole 24 Ore'. Meglio allora il silenzio.
domenica 3 maggio 2015
Turandot diretta da Chailly è stata un successo. Anche a Rai 5. Perchè non rimandare in onda 'All'Opera!' ?
Senza dubbio quella dell'altro ieri, anche a causa del successo ottenuto, poteva a ragione considerarsi la serata inaugurale di stagione della Scala, mentre era soltanto la serata che inaugurava in teatro l'Expo milanese, con la Turandot diretta da Chailly; e la serata inaugurale di stagione è stata, come sempre il 7 dicembre, con il Fidelio, discusso, diretto da Barenboim.
L'opera pucciniana, con il finale scritto da Berio una decina di anni fa, che ha sostituito a Milano quello di Alfano in uso da sempre nei teatri, ha avuto successo anche nella versione televisiva, trasmessa in diretta da Rai5, finalmente anche con una bella regia, affidata a Patrizia Carmine. Ha fatto nientemeno che il 2,52 % di share - un record per la rete - con 593.000 telespettatori, e, come ricorda nel suol articolo la Aspesi, con un picco, alle ore 22, di 733,235 spettatori e quasi il 3% di share. Davvero un successo che dovrebbe far tornare i dirigenti Rai sui loro passi, e convincerli a rimettere in palinsesto quella fortunata trasmissione andata in onda fra il 1999 e 2004, dal titolo 'All'Opera!', in seconda serata, su Rai 1, che di telespettatori ne faceva anche il doppio e, in taluni casi anche di più, di quelli fatti da Rai 5, nella riuscita formula che alternava il racconto della trama, ad opera del suadente Antonio Lubrano - un successo personale che si aggiungeva a quello degli anni di 'Mi manda Lubrano' - all'ascolto dei brani più belli del nostro melodramma. In tutto, in una durata, un'ora circa, compatibile con i tempi televisivi.
Quella trasmissione, nonostante il successo, le proteste seguite alla sua cancellazione e le rassicurazioni dei dirigenti Rai di un tempo per un suo quasi immediato ritorno, sono trascorsi oltre dieci anni e nessuno si prende la responsabilità di rimetterla in onda. La si potrebbe ritrasmettere già così come è andata in onda allora, per sei estati conescutive, avendo in archivio quasi 60 titoli, fra i più popolari del melodramma e nelle realizzazioni registiche e scenografiche le più riuscite. Senza nessun costo aggiuntivo, magari in cicli di dieci titoli per volta, come si faceva all'epoca.
Forse a sottolineare negativamente che la Rai non lo fa, nonostante i proclami, viene ora il progetto sul melodramma che reca la firma di Emanuela Giordano, regista e responsabile della 'Casa dei teatri' a Roma, la quale, nel rinato Teatro Torlonia della omonima villa, ha organizzato due mostre ed alcuni concerti sull'opera, intitolando il suo progetto 'All'Opera!', con il punto esclamativo - e non è detto che la Giordano non si sia ricordata, in questa occasione, di quella bella nostra trasmissione ( già, perchè noi ne eravamo l'autore, e ne andiamo ancora fieri!).
L'opera pucciniana, con il finale scritto da Berio una decina di anni fa, che ha sostituito a Milano quello di Alfano in uso da sempre nei teatri, ha avuto successo anche nella versione televisiva, trasmessa in diretta da Rai5, finalmente anche con una bella regia, affidata a Patrizia Carmine. Ha fatto nientemeno che il 2,52 % di share - un record per la rete - con 593.000 telespettatori, e, come ricorda nel suol articolo la Aspesi, con un picco, alle ore 22, di 733,235 spettatori e quasi il 3% di share. Davvero un successo che dovrebbe far tornare i dirigenti Rai sui loro passi, e convincerli a rimettere in palinsesto quella fortunata trasmissione andata in onda fra il 1999 e 2004, dal titolo 'All'Opera!', in seconda serata, su Rai 1, che di telespettatori ne faceva anche il doppio e, in taluni casi anche di più, di quelli fatti da Rai 5, nella riuscita formula che alternava il racconto della trama, ad opera del suadente Antonio Lubrano - un successo personale che si aggiungeva a quello degli anni di 'Mi manda Lubrano' - all'ascolto dei brani più belli del nostro melodramma. In tutto, in una durata, un'ora circa, compatibile con i tempi televisivi.
Quella trasmissione, nonostante il successo, le proteste seguite alla sua cancellazione e le rassicurazioni dei dirigenti Rai di un tempo per un suo quasi immediato ritorno, sono trascorsi oltre dieci anni e nessuno si prende la responsabilità di rimetterla in onda. La si potrebbe ritrasmettere già così come è andata in onda allora, per sei estati conescutive, avendo in archivio quasi 60 titoli, fra i più popolari del melodramma e nelle realizzazioni registiche e scenografiche le più riuscite. Senza nessun costo aggiuntivo, magari in cicli di dieci titoli per volta, come si faceva all'epoca.
Forse a sottolineare negativamente che la Rai non lo fa, nonostante i proclami, viene ora il progetto sul melodramma che reca la firma di Emanuela Giordano, regista e responsabile della 'Casa dei teatri' a Roma, la quale, nel rinato Teatro Torlonia della omonima villa, ha organizzato due mostre ed alcuni concerti sull'opera, intitolando il suo progetto 'All'Opera!', con il punto esclamativo - e non è detto che la Giordano non si sia ricordata, in questa occasione, di quella bella nostra trasmissione ( già, perchè noi ne eravamo l'autore, e ne andiamo ancora fieri!).
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martedì 21 aprile 2015
Giorgio Battistelli, il compositore sessantenne che, secondo la Aspesi, fa sognare le signore, intervistato su CO2, la sua 'asfissiante' opera per l'Expo, alla Scala il 16 maggio
La profonda Natalia Aspesi che interroga il compositore laziale, alla viglia della sua 'soffocante ' opera alla Scala, dal titolo CO2, non si esime dal sottolineare lo sguardo accattivante ed il ricciolo ribelle del musicista che abita i sogni delle signore, e al quale la Scala commissionò secoli fa un'opera da destinare all'Expo, in linea con le finalità della esposizione milanese, che sono principalmente quelle di trovare il modo per non far morire il pianeta. E lui, buono buono, il modo l' ha trovato: l' ennesimo film cui aggrapparsi - la Aspesi precisa: sceneggiatura, non film - che è poi quello scaturito da un noto libro denuncia di Al Gore.
In questa nuova opera, da film, di Battistelli, non manca proprio nulla; sembra una di quelle saghe che partono da Dio creatore ed arrivano ai prodotti OGM ed alle piogge acide. Dentro c'è di tutto, da Adamo che si fuma il cervello, ad Eva che si accoda e via dicendo. E per farlo sembrare il più possibile mondiale, come mondiale è il problema, ed anche in previsione di possibili ed auspicabili sbarchi esteri, Battistelli ha fatto parlare tutte le lingue del mondo, ha chiamato cantanti di colore ( Adamo ed Eva sono cantanti africani) e direttore regista e scenografo e costumista, li ha cercati, d'intesa con la Scala, sui mercati esteri. L'Italia li ospita.
Poi la Aspesi , come solitamente fa un giornalista che non è del settore - che altro si vuole da Lei - al primo incontro di una personalità, si dilunga sulla grande carriera, cita direttori e registi che hanno lavorato con lui e per lui - ci sono inesattezze, ma non rilevanti - per approdare infine ad 'Experimentum mundi', frutto di invenzione sublime, anche musicale, che Battistelli non ha più ritrovato nelle sue ormai numerosissime escursioni teatrali, per le quali preferisce battere la solita facile strada dell'appoggio a film famosi, e del teatro accompagnato da musica: il melologo, trito e ritrito, assai frequentato da compositori in cerca di identità.
La presentazione fra i clamori della Scala della sua nuova opera servirà a consolare Battistelli delle recenti sconfitte, dalla non elezione a sovrintendente di santa Cecilia, alla direzione artistica, con badante, all'Opera di Roma, ed a quella sconfitta che più gli duole oggi, e cioè la mancata registrazione della sua opera da parte di Rai 5, dove un tempo spadroneggiava il suo amico-nemico dall'Ongaro.
Ciò che invece l'intervista fornisce come notizia, l'unica, è che Battistelli non ha rinunciato a presentarsi come candidato sindaco alle prossime elezioni comunali del suo borgo natio, Albano laziale.
A questo punto cominciamo a temere per lui: direttore artistico dell'Opera di Roma, seppure con badante; consigliere di Santa Cecilia, direttore artistico dell'Orchestra Toscana di Firenze, presidente della Società Barattelli dell'Aquila ecc... ce la farà il nostro eroe? L'elezione a sindaco di Albano laziale, ben venga, se gli consiglierà di mollare qualche poltrona.
In questa nuova opera, da film, di Battistelli, non manca proprio nulla; sembra una di quelle saghe che partono da Dio creatore ed arrivano ai prodotti OGM ed alle piogge acide. Dentro c'è di tutto, da Adamo che si fuma il cervello, ad Eva che si accoda e via dicendo. E per farlo sembrare il più possibile mondiale, come mondiale è il problema, ed anche in previsione di possibili ed auspicabili sbarchi esteri, Battistelli ha fatto parlare tutte le lingue del mondo, ha chiamato cantanti di colore ( Adamo ed Eva sono cantanti africani) e direttore regista e scenografo e costumista, li ha cercati, d'intesa con la Scala, sui mercati esteri. L'Italia li ospita.
Poi la Aspesi , come solitamente fa un giornalista che non è del settore - che altro si vuole da Lei - al primo incontro di una personalità, si dilunga sulla grande carriera, cita direttori e registi che hanno lavorato con lui e per lui - ci sono inesattezze, ma non rilevanti - per approdare infine ad 'Experimentum mundi', frutto di invenzione sublime, anche musicale, che Battistelli non ha più ritrovato nelle sue ormai numerosissime escursioni teatrali, per le quali preferisce battere la solita facile strada dell'appoggio a film famosi, e del teatro accompagnato da musica: il melologo, trito e ritrito, assai frequentato da compositori in cerca di identità.
La presentazione fra i clamori della Scala della sua nuova opera servirà a consolare Battistelli delle recenti sconfitte, dalla non elezione a sovrintendente di santa Cecilia, alla direzione artistica, con badante, all'Opera di Roma, ed a quella sconfitta che più gli duole oggi, e cioè la mancata registrazione della sua opera da parte di Rai 5, dove un tempo spadroneggiava il suo amico-nemico dall'Ongaro.
Ciò che invece l'intervista fornisce come notizia, l'unica, è che Battistelli non ha rinunciato a presentarsi come candidato sindaco alle prossime elezioni comunali del suo borgo natio, Albano laziale.
A questo punto cominciamo a temere per lui: direttore artistico dell'Opera di Roma, seppure con badante; consigliere di Santa Cecilia, direttore artistico dell'Orchestra Toscana di Firenze, presidente della Società Barattelli dell'Aquila ecc... ce la farà il nostro eroe? L'elezione a sindaco di Albano laziale, ben venga, se gli consiglierà di mollare qualche poltrona.
mercoledì 28 gennaio 2015
Politica e tv. Versione aggiornata di 'donne e motori'
Moretti con Giletti, Isoardi con Salvini. Due coppie, una delle quali congiunta dalla medesima finale del cognome, da ascrivere al capitolo 'c'è del tenero fra i due' che appartengono rispettivamente alla politica ed alla tv, più a quella dell'intratteni,mento che a quella dell'informazione, con buona pace di Giletti/Moretti che certamente ce ne vorrà. E la seconda delle coppie tiene banco in queste settimane sui giornali, facendo sapere che la bella presentatrice di Cuneo e 'calda e possessiva' come una 'guagliona' napoletana.
Ma ci sono molti altri esempi in cui c'è interesse, non necessariamente 'tenero', fra politici e volti noti della televisione, come nel caso di Alemanno e Eleonora Daniele, per la quale, stando alle telefonate intercettate a suo tempo, l'ex sindaco di Roma si spese molto con i dirigenti televisivi, esclusivamente perchè apprezzava le qualità di intrattenitrice della bionda Eleonora. La quale poi, anche dopo la caduta di Alemanno, ha continuato la sua ascesa in tv, segno evidente che degli interventi di Alemanno, Ella poteva anche fare a meno. E infatti oggi conduce una rubrica dove se non si è capaci si capisce subito - e per lei non si capisce - e va a fare l'opinionista anche in altre, perchè la sua bravura esonda. E resta legata alla tv, solo perchè ancora nessuna testata giornalistica della carta stampata ha preso in seria considerazione il suo talento come aveva visto giusto Alemanno, altrimenti le affiderebbero qualche rubrica di quelle che oggi sono della Natalia Aspesi o di Michele Serra. E sicuramente non sfigurerebbe per acutezza negli interventi, eloquio semplice efficace ed appropriato, tutte qualità che spesso anche i suoi esperti di 'storie vere' non hanno neanche in modica quantità.
Qualche altra volta sono i mezzi busti televisivi, di ambo i sessi, ad essere affascinati dalla politica, e a correre in suo aiuto, come quando giornalisti, starlette e cantanti vengono proposti nelle liste elettorali di qualunque partito come specchietti per le allodole, ben sapendo i diretti interessati e i loro padrini che fuori del loro lavoro, dove già non sono delle aquile, però sanno mettersi di tre quarti - una posizione che piace molto - non combineranno un granchè. E, infatti poi ritornano, avendo compiuto la loro missione impossibile di 'onesti professionisti', al loro nido dove mamma tv ha tenuto loro il posto in caldo, anche quando il posto caldo se lo sono cercato in ambienti equivoci., vedi il caso M....
Dove si è cominciato a capire che le cose si stavano evolvendo al punto che non era più chiaro chi attraeva e chi si faceva attrarre è con lo sbarco di Berlusconi nell'arena politica, quando lui ha travasato in politica molti dei suoi più stretti collaboratori in tv, da Romani alla Bergamini, a Dell'Utri; e non bastandogli quelli ed altri, è ricorso anche a volti televisivi noti da spendere nel suo partito, dove però ha innestato una bella giovane progenie, togliendola dal piccolo schermo e non solo da quello, bensì anche dalle strade del grande mondo.
Con Berlusconi il mondo s'è capovolto e noi non sappiamo più quale emisfero ci sia toccato: politica o tv?
Ma ci sono molti altri esempi in cui c'è interesse, non necessariamente 'tenero', fra politici e volti noti della televisione, come nel caso di Alemanno e Eleonora Daniele, per la quale, stando alle telefonate intercettate a suo tempo, l'ex sindaco di Roma si spese molto con i dirigenti televisivi, esclusivamente perchè apprezzava le qualità di intrattenitrice della bionda Eleonora. La quale poi, anche dopo la caduta di Alemanno, ha continuato la sua ascesa in tv, segno evidente che degli interventi di Alemanno, Ella poteva anche fare a meno. E infatti oggi conduce una rubrica dove se non si è capaci si capisce subito - e per lei non si capisce - e va a fare l'opinionista anche in altre, perchè la sua bravura esonda. E resta legata alla tv, solo perchè ancora nessuna testata giornalistica della carta stampata ha preso in seria considerazione il suo talento come aveva visto giusto Alemanno, altrimenti le affiderebbero qualche rubrica di quelle che oggi sono della Natalia Aspesi o di Michele Serra. E sicuramente non sfigurerebbe per acutezza negli interventi, eloquio semplice efficace ed appropriato, tutte qualità che spesso anche i suoi esperti di 'storie vere' non hanno neanche in modica quantità.
Qualche altra volta sono i mezzi busti televisivi, di ambo i sessi, ad essere affascinati dalla politica, e a correre in suo aiuto, come quando giornalisti, starlette e cantanti vengono proposti nelle liste elettorali di qualunque partito come specchietti per le allodole, ben sapendo i diretti interessati e i loro padrini che fuori del loro lavoro, dove già non sono delle aquile, però sanno mettersi di tre quarti - una posizione che piace molto - non combineranno un granchè. E, infatti poi ritornano, avendo compiuto la loro missione impossibile di 'onesti professionisti', al loro nido dove mamma tv ha tenuto loro il posto in caldo, anche quando il posto caldo se lo sono cercato in ambienti equivoci., vedi il caso M....
Dove si è cominciato a capire che le cose si stavano evolvendo al punto che non era più chiaro chi attraeva e chi si faceva attrarre è con lo sbarco di Berlusconi nell'arena politica, quando lui ha travasato in politica molti dei suoi più stretti collaboratori in tv, da Romani alla Bergamini, a Dell'Utri; e non bastandogli quelli ed altri, è ricorso anche a volti televisivi noti da spendere nel suo partito, dove però ha innestato una bella giovane progenie, togliendola dal piccolo schermo e non solo da quello, bensì anche dalle strade del grande mondo.
Con Berlusconi il mondo s'è capovolto e noi non sappiamo più quale emisfero ci sia toccato: politica o tv?
lunedì 8 dicembre 2014
La prima della Scala. La diretta su RAI 5 non è filata liscia come l'olio. Da Firenze Muti si lamenta, e non dovrebbe
Certamente meglio dello scorso anno, quando - se ricordiamo bene - c'erano state interruzioni, interviste mozzicate ed altro.
Quest'anno, salvo ciò che abbiamo scritto ieri a proposito dell'introduzione, dell'intervallo e dei disordini nella piazza antistante il teatro dei quali neppure una eco lontana era giunto alle orecchie degli 'addobatissimi' presentatori, le cose più indecenti si sono avute negli ultimi minuti dell'opera. Più di una volta sono saltate le immagini, ed è apparso il 'salvatore' schermo nero, qualche altra volta è andato via l'audio e le ultimissime pagine dell' opera sono state funestate da un audio indecente.
Perchè? Forse perché si stava in una fabbrica dismessa -dove la regia aveva ambientato l'opera - con le forniture elettriche che ogni tanto saltano; o dove, forse, aveva fatto saltare veramente la corrente quella scapestratella di Marcellina, con quel suo dannato ferro da stiro, quando ha capito che con Fidelio con c'era 'trippa per gatti', perchè non era un uomo ma una donna - nell'intervallo, tuttavia, il duo Mattei-Aspesi non s'è lasciato sfuggire l'accenno al bacio 'saffico' fra le due, che palle. E la sottolineatura all'inferno delle fabbriche che chiudono è tornato anche nella sigla finale della diretta, più curata della diretta medesima, quando si sono visti complessi industriali d'altri tempi.
Orchestra, voci e direzione come si convengono ad un grande teatro. Che certamente ora con il maggior peso che gli verrà dalla presenza del repertorio italiano - fra i più grandi di tutti i tempi - non rischia di 'provincializzarsi' , caro Panza, dopo la sua 'europeizzazione' nell'epoca Lissner, dovuta principalmente alla presenza di registi della grande scena internazionale. Il giornalista del Corriere, intervistato dalla Mattei, ha dimenticatoi di dire che l'Opera è innanzitutto musica e canto, e in secondo luogo spettacolo, e che, perciò, di spettacolo aggiunto si tratta. E, qualche volta, anche inutile e dannoso, perchè il primo e più grande elemento di spettacolo all'opera, deriva dalla musica e dalla voce umana; in misura minore perfino dalla vicenda.
Comunque in tutti questi anni la presenza di Barenboim che con il 'Fidelio' si cessa a Milano, è stata salutare per il teatro, non perchè egli non abbia mai voluto fare Verdi o gli altri italianucci che rispondono ai nomi di Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini Mascagni, Leoncavallo ecc... ma solo perché ha tenuto fermo il timone in un momento in cui la nave scaligera rischiava di sbattere sugli scogli, a seguito del divorzio traumatico di Muti dal teatro.
A proposito di Muti. Corre voce che si stiano intessendo nuovamente i rapporti con il Teatro dell'Opera di Firenze, dove egli aveva mosso i primi passa da direttore stabile. Un consiglio: non c'è due senza tre, di uscite intendiamo. Attenzione maestro, ancor prima di entrarvi. Il quale maestro ha trovato il tempo di lamentarsi della stampa italiana che presta più attenzione ad orchestre giovanili straniere quando scorazzano su è giù per l'Italia che alla sua 'Cherubin'i. No, maestro, è fuori strada. Lei non può lamentarsi, non si dimentichi che nei giornali ha addirittura dei giornalisti 'personali', i quali basta che lei alzi il telefono e nel giro di qualche or se li ritrova proni, dietro la porta di casa.
Quest'anno, salvo ciò che abbiamo scritto ieri a proposito dell'introduzione, dell'intervallo e dei disordini nella piazza antistante il teatro dei quali neppure una eco lontana era giunto alle orecchie degli 'addobatissimi' presentatori, le cose più indecenti si sono avute negli ultimi minuti dell'opera. Più di una volta sono saltate le immagini, ed è apparso il 'salvatore' schermo nero, qualche altra volta è andato via l'audio e le ultimissime pagine dell' opera sono state funestate da un audio indecente.
Perchè? Forse perché si stava in una fabbrica dismessa -dove la regia aveva ambientato l'opera - con le forniture elettriche che ogni tanto saltano; o dove, forse, aveva fatto saltare veramente la corrente quella scapestratella di Marcellina, con quel suo dannato ferro da stiro, quando ha capito che con Fidelio con c'era 'trippa per gatti', perchè non era un uomo ma una donna - nell'intervallo, tuttavia, il duo Mattei-Aspesi non s'è lasciato sfuggire l'accenno al bacio 'saffico' fra le due, che palle. E la sottolineatura all'inferno delle fabbriche che chiudono è tornato anche nella sigla finale della diretta, più curata della diretta medesima, quando si sono visti complessi industriali d'altri tempi.
Orchestra, voci e direzione come si convengono ad un grande teatro. Che certamente ora con il maggior peso che gli verrà dalla presenza del repertorio italiano - fra i più grandi di tutti i tempi - non rischia di 'provincializzarsi' , caro Panza, dopo la sua 'europeizzazione' nell'epoca Lissner, dovuta principalmente alla presenza di registi della grande scena internazionale. Il giornalista del Corriere, intervistato dalla Mattei, ha dimenticatoi di dire che l'Opera è innanzitutto musica e canto, e in secondo luogo spettacolo, e che, perciò, di spettacolo aggiunto si tratta. E, qualche volta, anche inutile e dannoso, perchè il primo e più grande elemento di spettacolo all'opera, deriva dalla musica e dalla voce umana; in misura minore perfino dalla vicenda.
Comunque in tutti questi anni la presenza di Barenboim che con il 'Fidelio' si cessa a Milano, è stata salutare per il teatro, non perchè egli non abbia mai voluto fare Verdi o gli altri italianucci che rispondono ai nomi di Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini Mascagni, Leoncavallo ecc... ma solo perché ha tenuto fermo il timone in un momento in cui la nave scaligera rischiava di sbattere sugli scogli, a seguito del divorzio traumatico di Muti dal teatro.
A proposito di Muti. Corre voce che si stiano intessendo nuovamente i rapporti con il Teatro dell'Opera di Firenze, dove egli aveva mosso i primi passa da direttore stabile. Un consiglio: non c'è due senza tre, di uscite intendiamo. Attenzione maestro, ancor prima di entrarvi. Il quale maestro ha trovato il tempo di lamentarsi della stampa italiana che presta più attenzione ad orchestre giovanili straniere quando scorazzano su è giù per l'Italia che alla sua 'Cherubin'i. No, maestro, è fuori strada. Lei non può lamentarsi, non si dimentichi che nei giornali ha addirittura dei giornalisti 'personali', i quali basta che lei alzi il telefono e nel giro di qualche or se li ritrova proni, dietro la porta di casa.
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domenica 7 dicembre 2014
Fidelio alla Scala. Intervalli inutili e disastrosi nella diretta di RAI 5. Degli scontri nella piazza antistante neanche un accenno
La Scala, innanzitutto non è a Milano, dove, nella piazza antistante prima dell'inizio dell'opera si sono verificati disordini e scontri fra i giovani cosiddetti dei centri sociali e le forze dell'ordine, dei quali non è filtrato nel foyer neanche un accenno, e neanche, a dire la verità. nel breve TG di RAI News 24. Né lo ha fatto la pubblicità che mostrava una piazza in bianco e nero, nella quale da una carrozza scendeva Edison e signora, che prometteva al mondo che di lì a poco avrebbe inventato la luce elettrica, con la quale volano gli aerei e si fa il gelato che due giovani gustavano con grande piacere.
Come se niente fosse nel corso della diretta di RAI 5; ne hanno dato notizia solo i TG. Eppure la diretta dell'opera vera e propria era stata preceduta da una lunga IMPROVVISATA ed INUTILE introduzione e inframezzata da un altrettanto lungo intervallo, nel corso del quale si è ascoltata anche la signora dei salotti milanesi Natalia Aspesi, quella cui andava a genio Lissner e non altrettanto Pereira.
Interrogata dalla divina - ce lo consenta - Mattei, 'banaluccia' e sempre ovvia, in nome della volgarizzazione - ha dichiarato testualmente che Lei dall'inaugurazione della Scala si aspetta sempre qualcosa di più accattivante(e invece quest'anno le hanno dato Fidelio, aggiunta del redattore) però mi hanno detto che Fidelio è un'opera importante. Ecco uno di quei casi in cui la finta intellettuale farebbe bene a non svelare i buchi neri della sua personalità. Maria Concetta Mattei, per vendicarsi dell'idiozia della giornalista, ha sbagliato anche il titolo della sua rubrica di posta del cuore sul Venerdì di Repubblica.
Dalle carceri ad una fabbrica dismessa, qualche perplessità. L'inferno di oggi - meglio che 'gli inferi' su cui hanno voluto puntare i divulgatori da strapazzo - verrebbe meglio rappresentato da una fabbrica. Perchè, invece, nella carceri è come stare alle Seychelles?
Infine i giovani dei Centri sociali che se la prendono con Beethoven. Può esser la musica, la musica del più grande genio dell'umanità che lotta contro l'ingiustizia, per la libertà ed inneggia all'amore che non conosce ostacoli, il nemico da combattere? Poverini. forse scambiano Beethoven per il marito della Merkel alla base di tanti nostri problemi. Il loro nemico sta altrove, lo combattano lì dove si annida e fa danni enormi.
La coppia divulgatrice di RAI 5 potrebbe a breve perdere uno dei componenti, causa impegni di forza e potere maggiori. La notizia sarà accolta, almeno da noi, con non celata soddisfazione. Perché anche questa diretta va archiviata nel capitolo della inutilità e sciatteria, del 'facciamo presto', degli improbabili ed inutili interlocutori 'scappa e fuggi', del 'troppa carne al fuoco', del 'parlare di giovani e carcerati fa chic', del 'parla tu che io non mi ricordo'; seguito dal 'basta a parlare tu che ora tocca a me'. Per dire cosa?
Come se niente fosse nel corso della diretta di RAI 5; ne hanno dato notizia solo i TG. Eppure la diretta dell'opera vera e propria era stata preceduta da una lunga IMPROVVISATA ed INUTILE introduzione e inframezzata da un altrettanto lungo intervallo, nel corso del quale si è ascoltata anche la signora dei salotti milanesi Natalia Aspesi, quella cui andava a genio Lissner e non altrettanto Pereira.
Interrogata dalla divina - ce lo consenta - Mattei, 'banaluccia' e sempre ovvia, in nome della volgarizzazione - ha dichiarato testualmente che Lei dall'inaugurazione della Scala si aspetta sempre qualcosa di più accattivante(e invece quest'anno le hanno dato Fidelio, aggiunta del redattore) però mi hanno detto che Fidelio è un'opera importante. Ecco uno di quei casi in cui la finta intellettuale farebbe bene a non svelare i buchi neri della sua personalità. Maria Concetta Mattei, per vendicarsi dell'idiozia della giornalista, ha sbagliato anche il titolo della sua rubrica di posta del cuore sul Venerdì di Repubblica.
Dalle carceri ad una fabbrica dismessa, qualche perplessità. L'inferno di oggi - meglio che 'gli inferi' su cui hanno voluto puntare i divulgatori da strapazzo - verrebbe meglio rappresentato da una fabbrica. Perchè, invece, nella carceri è come stare alle Seychelles?
Infine i giovani dei Centri sociali che se la prendono con Beethoven. Può esser la musica, la musica del più grande genio dell'umanità che lotta contro l'ingiustizia, per la libertà ed inneggia all'amore che non conosce ostacoli, il nemico da combattere? Poverini. forse scambiano Beethoven per il marito della Merkel alla base di tanti nostri problemi. Il loro nemico sta altrove, lo combattano lì dove si annida e fa danni enormi.
La coppia divulgatrice di RAI 5 potrebbe a breve perdere uno dei componenti, causa impegni di forza e potere maggiori. La notizia sarà accolta, almeno da noi, con non celata soddisfazione. Perché anche questa diretta va archiviata nel capitolo della inutilità e sciatteria, del 'facciamo presto', degli improbabili ed inutili interlocutori 'scappa e fuggi', del 'troppa carne al fuoco', del 'parlare di giovani e carcerati fa chic', del 'parla tu che io non mi ricordo'; seguito dal 'basta a parlare tu che ora tocca a me'. Per dire cosa?
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sabato 15 novembre 2014
Fondazioni liriche rinnovabili. Grandi manovre a fine 2014
Fra un mese e mezzo circa, la legge chiede che i consigli di amministrazione delle fondazioni liriche vengano sciolti, al loro posto nominati i membri dei nuovi cosiddetti 'consigli di indirizzo' -' la più grande riforma dai tempi di Marconi', come è stata definita questa riforma epocale di un settore delle istituzioni culturali italiane - i quali indicheranno al Ministro per i beni e le attività culturali il nome del sovrintendente che il ministro suggellerà con la nomina ministeriale. Per evitare l'ingorgo di fine anno, molte fondazioni si sono già organizzate, hanno cambiato nome ai loro consigli di amministrazione, hanno nominato i nuovi membri secondo i nuovi criteri ( più o meno snelli tali consigli dei precedenti?) i quali a loro volta hanno segnalato al ministro - ed al suo direttore generale, non scordiamocelo mai - il nome del sovrintendente , il ministro gli ha fatto la nomina e buonanotte ai suonatori. In questa situazione sono ad esempio già Firenze, Torino, Palermo ed altri teatri, mentre i rimanenti della lista dei 14 si stanno preparando alla rivoluzione epocale.
Il ministro Franceschini, il primo con la barba dopo anni, ed il solito direttore generale, Nastasi, quello grande e grosso, dai tempi di Urbani al dicastero - chi era costui? - naturalmente controllano e si spartiscono le nomine, già preventivamente filtrate con i loro occhi - con gli occhi di Franceschini e Nastasi - dai solerti membri dei consigli di indirizzo e dai loro presidenti, che sono poi i sindaci delle città che ospitano i teatri. Con la qual cosa si chiude il cerchio che ricongiunge le istituzioni, anche culturali del nostro paese, alla politica.
Che c'entrerà mai la politica con le suddette istituzioni? C'entra moltissimo. Dai buoni rapporti con il potere dipendono l'ammontare dei finanziamenti, seppur soggetti a regole apparentemente ferree; i vari premi congiunti a tali finanziamenti; i finanziamenti extra relativi alla promozione di questo o quel teatro, e,infine, quelli relativi alle tournée ecc...insomma teatri e politica non sono indifferenti. E qui per politica si intende, quando si parla di grosse cifre, esclusivamente il Direttore generale ed il Ministro, contando pressoché nulla le varie commissioni consultive nominate dal ministro ( precisiamo: dal direttore generale che ha sempre le mani in pasta mentre i ministri vanno ad inaugurare musei e monumenti ma si occupano meno della cucina del ministero dove si preparano spesso anche piatti avvelenati) nell'ottica che preferisce persone dal 'sissignore' facile, cioè ubbidientissime. Si vedano i componenti della commissione Musica, da poco rinnovata, per convincersi.
Da questo giro di valzer, l'ennesimo, restano fuori due fondazioni. La Scala, che ormai ha dato mandato, come sovrintendente, a Pereira, ma 'a termine', e cioè fino alla fine del 2015 - poi si vedrà. Nel frattempo, il ministero, d'accordo con Pisapia, se regge all'EXPO, già si prepara alle grandi manovre. Anche per la Scala s'era fatto il nome, nelle more della nomina di Pereira, dopo l'annuncio della partenza anticipata di Lissner, indovinate di chi? di Salvo Nastasi. E, cioè, del 'grande e grosso ' direttore generale, il 'convitato di pietra' della cultura italiana, l'ingombrante 'commendatore' che su tutto vigila ed a cui fanno capo tutte le decisioni - ed è ormai noto che nei suoi lunghi anni di permanenza a via del 'Collegio romano' (sede del Ministero) di cappellate ne abbia prese più d'una. Ma occorre tenerselo, perchè non si riesce a disarcionarlo. I suoi protettori sono troppo forti e non lo mollano, sapendo di quale grande potere egli sia, indirettamente, punto di riferimento. In Italia il solo ministero dà alle Fondazioni liriche un paio di centinaia di milioni di Euro, ogni anno , e con la legge Bray 'salva fondazioni' altri sono lì pronti per essere dispensati alle fondazioni inguaiate, per debiti, ma desiderose - almeno sulla carta e nel segno dei buoni propositi - di sistemare le cose.
Resta fuori anche Santa Cecilia che ha uno statuto a sè al quale ora si aggiunge anche alla riconosciuta autonomia, che prevede che il presidente dell'Accademia, che poi il Ministero nominerà Sovrintendente, venga eletto dai musicisti. Un privilegio difeso a denti stretti da sempre con la scusa che i musicisti sappiano far meglio dei politici e, forti di tale convinzione, non vogliono che nella loro storica confraternita, estranei ci mettano il naso.
Mentre tutti sappiamo quali grandi manovre si stiano preparando e da tempo all'Accademia, esattamente da quando si sa dello scioglimento dell'attuale consiglio di amministrazione, dove sono presenti parecchi 'accademici' ceciliani, che se poi si va a vedere sono gli stessi che siedono nel consiglio di amministrazione della consorella Accademia Filarmonica Romana, sorella minore di quella ceciliana ma con una storia, più recente sì, ma nello stesso tempo altrettanto gloriosa che ora ha come presidente Paolo Baratta. (NON MANCA CHI VEDE ALL'OMBRA DELLA MUSICA QUALCHE ALTRA CONSORTERIA SEGRETA, MA NON TANTO). Vi dice qualcosa Il nome di Baratta? Se no, vi diciamo che è l'attuale presidente della Biennale veneziana, già al secondo o terzo mandato, in scadenza, che però chiede di esser confermato per fare le nomine dei responsabili dei vari settori che saranno in carica per i prossimi anni. Avete capito? Sì, è proprio ciò che state pensando. Baratta è uno di quei boiardi di Stato, anche bravo, che però non molla mai l'osso; di estrazione politica dichiarata di sinistra, molto amato dalla Natalia Aspesi, allo stesso modo in cui ci ha fatto capire di amare Lissner, ma non altrettanto Pereira.
Santa Cecilia, che piange da tempo l'uscita di scena, per ora solo minacciata, di Cagli - e chi l'ha detto che uscirà veramente di scena, passando il testimone ad un giovane aitante che in questi ultimi anni s'è cresciuto, istruendolo in ogni cosa - si prepara alla seconda tornata di elezioni, dalla quale potrebbe uscire il nome del nuovo presidente/sovrintendente, che a santa Cecilia, trattandosi di musicista (ma non è sempre così, come nel caso di... indovinate!) assomma anche la carica di direttore artistico (cosa che andrebbe rivista, perchè troppi gli incarichi per un sol uomo - forse non sarebbe male che il sovrintendente cedesse ad altri la direzione artistica, come già aveva fatto intravedere uno dei candidati delle passate elezioni interne, Giorgio Battistelli - come accade ora, essendo quella direzione artistica affollatissima di segretari artistici e coordinatori e consulenti, tutti ovviamente ben pagati, otre il sovrintendente/direttore artistico ed il direttore musicale).
La seconda tornata è fissata per il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, augurandoci tutti noi che la santa aiuti tanti ciechi, o semplicemente 'presbiti', accademici i quali nella prima tornata del 13 ottobre avevano dato 18 voti a Dall'Ongaro - il 'Commendatore' dell'Accademia, con la benedizione di Cagli, 10 voti a Battistelli e 10 a Cagli, il quale ultimo non si è ritirato dall'agone, nonostante gli annunci strazianti della vigilia e l'assenza di pressioni da parte degli accademici a restare.
Insomma mentre si attende il 13 dicembre traffici inimmaginabili stanno accadendo sotto la sguardo tenero e compassionevole della Santa della musica.
Fin d'ora, prima che si giunga alla fatidica data, ci impegniamo a tracciare un profilo dei candidati, accennando anche alle chances rispettive, ma anche a qualche irregolarità verificatasi al momento dell' ingresso fra gli accademici. Si tratta di cose che gli addetti ai lavori conoscono, seppure non tutti, ma il grande pubblico, che deve capire come vanno queste cose al mondo, non sa e neppure immagina. Le cose, si converrà, non sono così tranquillizzanti, e non vanno poi tanto bene neppure nelle storica 'Congregazione dei musici in Roma, sotto la protezione di Santa Cecilia', come si chiamava dapprincipio la gloriosa Accademia di Santa Cecilia.
Il ministro Franceschini, il primo con la barba dopo anni, ed il solito direttore generale, Nastasi, quello grande e grosso, dai tempi di Urbani al dicastero - chi era costui? - naturalmente controllano e si spartiscono le nomine, già preventivamente filtrate con i loro occhi - con gli occhi di Franceschini e Nastasi - dai solerti membri dei consigli di indirizzo e dai loro presidenti, che sono poi i sindaci delle città che ospitano i teatri. Con la qual cosa si chiude il cerchio che ricongiunge le istituzioni, anche culturali del nostro paese, alla politica.
Che c'entrerà mai la politica con le suddette istituzioni? C'entra moltissimo. Dai buoni rapporti con il potere dipendono l'ammontare dei finanziamenti, seppur soggetti a regole apparentemente ferree; i vari premi congiunti a tali finanziamenti; i finanziamenti extra relativi alla promozione di questo o quel teatro, e,infine, quelli relativi alle tournée ecc...insomma teatri e politica non sono indifferenti. E qui per politica si intende, quando si parla di grosse cifre, esclusivamente il Direttore generale ed il Ministro, contando pressoché nulla le varie commissioni consultive nominate dal ministro ( precisiamo: dal direttore generale che ha sempre le mani in pasta mentre i ministri vanno ad inaugurare musei e monumenti ma si occupano meno della cucina del ministero dove si preparano spesso anche piatti avvelenati) nell'ottica che preferisce persone dal 'sissignore' facile, cioè ubbidientissime. Si vedano i componenti della commissione Musica, da poco rinnovata, per convincersi.
Da questo giro di valzer, l'ennesimo, restano fuori due fondazioni. La Scala, che ormai ha dato mandato, come sovrintendente, a Pereira, ma 'a termine', e cioè fino alla fine del 2015 - poi si vedrà. Nel frattempo, il ministero, d'accordo con Pisapia, se regge all'EXPO, già si prepara alle grandi manovre. Anche per la Scala s'era fatto il nome, nelle more della nomina di Pereira, dopo l'annuncio della partenza anticipata di Lissner, indovinate di chi? di Salvo Nastasi. E, cioè, del 'grande e grosso ' direttore generale, il 'convitato di pietra' della cultura italiana, l'ingombrante 'commendatore' che su tutto vigila ed a cui fanno capo tutte le decisioni - ed è ormai noto che nei suoi lunghi anni di permanenza a via del 'Collegio romano' (sede del Ministero) di cappellate ne abbia prese più d'una. Ma occorre tenerselo, perchè non si riesce a disarcionarlo. I suoi protettori sono troppo forti e non lo mollano, sapendo di quale grande potere egli sia, indirettamente, punto di riferimento. In Italia il solo ministero dà alle Fondazioni liriche un paio di centinaia di milioni di Euro, ogni anno , e con la legge Bray 'salva fondazioni' altri sono lì pronti per essere dispensati alle fondazioni inguaiate, per debiti, ma desiderose - almeno sulla carta e nel segno dei buoni propositi - di sistemare le cose.
Resta fuori anche Santa Cecilia che ha uno statuto a sè al quale ora si aggiunge anche alla riconosciuta autonomia, che prevede che il presidente dell'Accademia, che poi il Ministero nominerà Sovrintendente, venga eletto dai musicisti. Un privilegio difeso a denti stretti da sempre con la scusa che i musicisti sappiano far meglio dei politici e, forti di tale convinzione, non vogliono che nella loro storica confraternita, estranei ci mettano il naso.
Mentre tutti sappiamo quali grandi manovre si stiano preparando e da tempo all'Accademia, esattamente da quando si sa dello scioglimento dell'attuale consiglio di amministrazione, dove sono presenti parecchi 'accademici' ceciliani, che se poi si va a vedere sono gli stessi che siedono nel consiglio di amministrazione della consorella Accademia Filarmonica Romana, sorella minore di quella ceciliana ma con una storia, più recente sì, ma nello stesso tempo altrettanto gloriosa che ora ha come presidente Paolo Baratta. (NON MANCA CHI VEDE ALL'OMBRA DELLA MUSICA QUALCHE ALTRA CONSORTERIA SEGRETA, MA NON TANTO). Vi dice qualcosa Il nome di Baratta? Se no, vi diciamo che è l'attuale presidente della Biennale veneziana, già al secondo o terzo mandato, in scadenza, che però chiede di esser confermato per fare le nomine dei responsabili dei vari settori che saranno in carica per i prossimi anni. Avete capito? Sì, è proprio ciò che state pensando. Baratta è uno di quei boiardi di Stato, anche bravo, che però non molla mai l'osso; di estrazione politica dichiarata di sinistra, molto amato dalla Natalia Aspesi, allo stesso modo in cui ci ha fatto capire di amare Lissner, ma non altrettanto Pereira.
Santa Cecilia, che piange da tempo l'uscita di scena, per ora solo minacciata, di Cagli - e chi l'ha detto che uscirà veramente di scena, passando il testimone ad un giovane aitante che in questi ultimi anni s'è cresciuto, istruendolo in ogni cosa - si prepara alla seconda tornata di elezioni, dalla quale potrebbe uscire il nome del nuovo presidente/sovrintendente, che a santa Cecilia, trattandosi di musicista (ma non è sempre così, come nel caso di... indovinate!) assomma anche la carica di direttore artistico (cosa che andrebbe rivista, perchè troppi gli incarichi per un sol uomo - forse non sarebbe male che il sovrintendente cedesse ad altri la direzione artistica, come già aveva fatto intravedere uno dei candidati delle passate elezioni interne, Giorgio Battistelli - come accade ora, essendo quella direzione artistica affollatissima di segretari artistici e coordinatori e consulenti, tutti ovviamente ben pagati, otre il sovrintendente/direttore artistico ed il direttore musicale).
La seconda tornata è fissata per il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, augurandoci tutti noi che la santa aiuti tanti ciechi, o semplicemente 'presbiti', accademici i quali nella prima tornata del 13 ottobre avevano dato 18 voti a Dall'Ongaro - il 'Commendatore' dell'Accademia, con la benedizione di Cagli, 10 voti a Battistelli e 10 a Cagli, il quale ultimo non si è ritirato dall'agone, nonostante gli annunci strazianti della vigilia e l'assenza di pressioni da parte degli accademici a restare.
Insomma mentre si attende il 13 dicembre traffici inimmaginabili stanno accadendo sotto la sguardo tenero e compassionevole della Santa della musica.
Fin d'ora, prima che si giunga alla fatidica data, ci impegniamo a tracciare un profilo dei candidati, accennando anche alle chances rispettive, ma anche a qualche irregolarità verificatasi al momento dell' ingresso fra gli accademici. Si tratta di cose che gli addetti ai lavori conoscono, seppure non tutti, ma il grande pubblico, che deve capire come vanno queste cose al mondo, non sa e neppure immagina. Le cose, si converrà, non sono così tranquillizzanti, e non vanno poi tanto bene neppure nelle storica 'Congregazione dei musici in Roma, sotto la protezione di Santa Cecilia', come si chiamava dapprincipio la gloriosa Accademia di Santa Cecilia.
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giovedì 14 agosto 2014
Spigolature agostane. Bentornata Aspesi; Salisburgo suona, dirige a canta italiano. Dal Canada ha già cantato Paolo Cervone per Romaeuropa Festival
Se non arrivava Ferragosto e non si riapriva il ROF - gli intenditori sanno di cosa parliamo - non avremmo avuto il cadeau della Aspesi, in vacanza, come ogni anno, in quel di Pesaro. Teniamocelo buono il ROF, senza il ROF, ora che anche Lissner se ne va e Pereira sembra non goda delle sue attenzioni, senza il ROF la Aspesi non ci delizierebbe con i suoi reportage musicali. Senonchè la lettura del reportage da Pesaro prima che il ROF tiri su il sipario, deve aver fatto infuriare qualche critico musicale della Repubblica - la Aspesi sì e io no?- che ha preteso, senza attendere i francobolli delle pagine domenicali, che nel corso della settimana, si parlasse anche di un altro festival, benchè in uno spazio più ridotto per rispetto delle gerarchie, di quello di Martina Franca che, zitto zitto, continua l'avanzata.
La Aspesi, una volta partita da Pesaro, nelle more autunnali, dia qualche consiglio alla sua amica Sonia, consorte di Kaiser Franz, che qualche giorno fa , sul concorrente Corriere, s'è sbracata in maniera indecente, al punto da costringere noi poveretti a parlarne su questo blog, e addirittura Tullio Gregory, ad intervenire per censurare quelle parole 'veramente sceme' in libertà, riguardanti i pacchi della Enciclopedia Treccani, che lei non sapeva dove mettere e che ha utilizzato, consigliata dalla figlioletta intelligente, a farne un bel tavolone da salotto, sul quale appoggiare le bevande fredde - era specificato. Non diceva la Sonia perchè solo quelle fredde, contava sull'intelligenza, almeno pari alla sua, dei lettori del Corriere. Natalia consigli, per favore, alla sua amica Sonia, il silenzio, seconod il saggio biblico: tarda ad loquendum, prompta ad audiendum.
Abbiamo ricevuto il catalogo generale di Romaeuropa Festival che avrà luogo da fine settembre e fine novembre, a Roma. C'è molta danza, anzi soprattutto danza, il più ricco festival italiano di danza, che surclassa bellamente e senza fatica quello di Rovereto. Solo che di molti di quegli spettacoli avevamo già avuto notizia dai sempre più frequenti reportages, soprattutto dal Canada, del nostro bravissimo collega Paolo Cervone. Che, a questo punto, non si capisce se è consigliere della direzione artistica del festival, oppure inviato del festival, o reporter in proprio che indovina sempre ciò che andrà al Festival Romaeuropa.
E, infine, l'ennesima scoperta: quest'anno Salisburgo canta, suona e dirige italiano. Ma non era la stessa cosa anche l'anno scorso, anzi soprattutto l'anno scorso e quello prima, pure? Certo. Come le televisioni, ad ogni inizio estate, dedicano trasmissioni su trasmissioni alla dieta, alla prova costume, alle cure anticellulite, chiamando qualche dottore che esibisce ragazze che sarebbero davvero sfigate se avessero anche la cellulite, tanto sono magre e malnutrite, i giornali parlano delle nostre eccellenze musicali, presenze costanti nei migliori festival del mondo, come Salisburgo.
La Aspesi, una volta partita da Pesaro, nelle more autunnali, dia qualche consiglio alla sua amica Sonia, consorte di Kaiser Franz, che qualche giorno fa , sul concorrente Corriere, s'è sbracata in maniera indecente, al punto da costringere noi poveretti a parlarne su questo blog, e addirittura Tullio Gregory, ad intervenire per censurare quelle parole 'veramente sceme' in libertà, riguardanti i pacchi della Enciclopedia Treccani, che lei non sapeva dove mettere e che ha utilizzato, consigliata dalla figlioletta intelligente, a farne un bel tavolone da salotto, sul quale appoggiare le bevande fredde - era specificato. Non diceva la Sonia perchè solo quelle fredde, contava sull'intelligenza, almeno pari alla sua, dei lettori del Corriere. Natalia consigli, per favore, alla sua amica Sonia, il silenzio, seconod il saggio biblico: tarda ad loquendum, prompta ad audiendum.
Abbiamo ricevuto il catalogo generale di Romaeuropa Festival che avrà luogo da fine settembre e fine novembre, a Roma. C'è molta danza, anzi soprattutto danza, il più ricco festival italiano di danza, che surclassa bellamente e senza fatica quello di Rovereto. Solo che di molti di quegli spettacoli avevamo già avuto notizia dai sempre più frequenti reportages, soprattutto dal Canada, del nostro bravissimo collega Paolo Cervone. Che, a questo punto, non si capisce se è consigliere della direzione artistica del festival, oppure inviato del festival, o reporter in proprio che indovina sempre ciò che andrà al Festival Romaeuropa.
E, infine, l'ennesima scoperta: quest'anno Salisburgo canta, suona e dirige italiano. Ma non era la stessa cosa anche l'anno scorso, anzi soprattutto l'anno scorso e quello prima, pure? Certo. Come le televisioni, ad ogni inizio estate, dedicano trasmissioni su trasmissioni alla dieta, alla prova costume, alle cure anticellulite, chiamando qualche dottore che esibisce ragazze che sarebbero davvero sfigate se avessero anche la cellulite, tanto sono magre e malnutrite, i giornali parlano delle nostre eccellenze musicali, presenze costanti nei migliori festival del mondo, come Salisburgo.
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domenica 27 luglio 2014
Una passerella di donne allo Sferisterio di Macerata. Micheli portato in trionfo e confermato per i prossimi dieci anni
Francesco Micheli, per la stagione dello Sferisterio, della quale è gran ciambellano e regista in proprio per uno dei titoli in cartellone, Aida - gli altri sono Tosca e Traviata - non si è accontentato delle tre donne invitate sul podio. Perchè, come leggiamo oggi anche sul Corriere, ha invitato molte altre donne, ingiungendo loro di salire addirittura sul palcoscenico, per fare ombra a quelle che, complice la mezzaluce, dal podio non potranno mai rubare la scena. Per le cose mai viste altrove, ma solo a Macerata oggi, Micheli si trova a fronteggiare una fila interminabile di giornalisti di tutto il mondo che vogliono congratularsi con lui ( molti dei quali fra quelli che lui non chiama a presentare opere o a far altro a pagamento, per cui assolutamente disinteressati, almeno per questa stagione). Micheli, perciò, a distanza di qualche anno appena, è riuscito a superare in popolarità una recente edizione del Maggio Musicale Fiorentino, gestita bellamente da Giambrone-Arcà, nella quale la donna trionfava, anche con il sostegno di un libro di saggi eccellenti ( ve ne scrisse anche la Aspesi) nei quali si andava dimostrando, nero su bianco, che ormai la donna aveva superato l'uomo.
Micheli, costretto a prendere atto della crudele realtà, ha chiamato, oltre le tre donne per il podio, molte altre donne in scena, in ruoli appositamente creati per il grande palcoscenico dello Sferisterio di Macerata; dove ha inserito, nelle opere programmate, le seguenti figure femminili: Violetta, Flora, Annina, Floria Tosca, la marchesa Attavanti, Maria Maddalena, Aida, Amneris; e un codazzo di amiche, serve, zingare, maschere, confidenti e schiave. Diffusasi la notizia dell'esercito femminile che avrebbe marciato su Macerata, molti esponenti dell'altro universo, quello maschile, hanno pagato il biglietto per l'Arena, facendo così aumentare gli incassi, e trasformando il festival maceratese da pozzo senza fondo di un tempo - chi glielo dice a Orazi? - a cassaforte di oggi.
Questa breve noticina scrivevamo ad ottobre scorso:
Accade di leggere in queste ultime settimane, la cui memoria ancora è viva, di donne che inonderanno il palcoscenico all'aperto dello Sferisterio di Macerata, la prossima estate, come annunciato da tempo dal suo direttore artistico, il regista Francesco Micheli. Il quale ha così profondamente ragionato: se il palcoscenico è pieno di donne, di ogni genere dalle sante alle puttane, perchè non lo può essere anche il podio? e perciò ha chiamato tre direttrici che avranno la responsabilità delle tre opere in cartellone. La profondità di pensiero ci sconvolge, letteralmente.
Micheli, costretto a prendere atto della crudele realtà, ha chiamato, oltre le tre donne per il podio, molte altre donne in scena, in ruoli appositamente creati per il grande palcoscenico dello Sferisterio di Macerata; dove ha inserito, nelle opere programmate, le seguenti figure femminili: Violetta, Flora, Annina, Floria Tosca, la marchesa Attavanti, Maria Maddalena, Aida, Amneris; e un codazzo di amiche, serve, zingare, maschere, confidenti e schiave. Diffusasi la notizia dell'esercito femminile che avrebbe marciato su Macerata, molti esponenti dell'altro universo, quello maschile, hanno pagato il biglietto per l'Arena, facendo così aumentare gli incassi, e trasformando il festival maceratese da pozzo senza fondo di un tempo - chi glielo dice a Orazi? - a cassaforte di oggi.
Questa breve noticina scrivevamo ad ottobre scorso:
Accade di leggere in queste ultime settimane, la cui memoria ancora è viva, di donne che inonderanno il palcoscenico all'aperto dello Sferisterio di Macerata, la prossima estate, come annunciato da tempo dal suo direttore artistico, il regista Francesco Micheli. Il quale ha così profondamente ragionato: se il palcoscenico è pieno di donne, di ogni genere dalle sante alle puttane, perchè non lo può essere anche il podio? e perciò ha chiamato tre direttrici che avranno la responsabilità delle tre opere in cartellone. La profondità di pensiero ci sconvolge, letteralmente.
giovedì 19 giugno 2014
Pereira la smetta con i 'buu' e gli 'imbrogli'
La figura forse più meschina l'ha fatta il sindaco Pisapia che dopo aver dato ad intendere che Pereira l'aveva fatta grossa - e non era vero; ma riprendere la storia dall'inizio sarebbe troppo lungo - ha dovuto dare il caloroso benvenuto al prossimo sovrintendente della Scala, che addirittura si insedia un mese prima della data prevista, in occasione della presentazione della stagione per l'anno dell'EXPO, e cioè 2014-2015. Pereira, prendendo la parola, e non essendo molto addentro ancora alla lingua oltre che alle cose milanesi e italiane, ha usato la parola 'imbroglio', subito corretto da Pisapia che anche in questo caso, ha parlato di qualche equivoco o giù di lì. Ora tutti chiariti, ovviamente.
E poi la stagione, ma prima i prezzi dei biglietti e qualche annotazione. Innanzitutto i biglietti costano molto, davvero molto, nonostante le facilitazioni. Noi, ad esempio, che apparteniamo alla fascia di coloro che non muoiono di fame e possono vivere dignitosamente, i soldi per andare alla Scala non li avremmo, e, quindi, non ci andremmo mai e poi mai. Per fortuna, il nostro mestiere di critico ce lo consente.
Altra anomalia, ha abbassato il costo dei biglietti delle opere 'ostiche' ( leggi: contemporanee e non di repertorio) ed alzato quelli per i grandi titoli di repertorio. Ma se questo si può fare con qualche titolo perchè non farlo per tutti, onde vedere traboccare il teatro di pubblico? Domanda. Che ne pena Pereira? Il quale poi ha detto di aver riportato, la prossima stagione, a Milano, direttori importanti che non venivano da tempo. Abbiamo letto i nomi, per le opere, e IMPORTANTI non ne abbiamo trovato, e quelli davvero importanti, ma pochissimi, non è ancora certo che vengano a Milano, da Pretre, novantenne, a Maazel che proprio in questi giorni ha annunciato di dover rinunciare alla sua carica monacense per problemi di salute. E dunque tutti gli altri previsti in cartellone, salvo Barenboinm, Chailly- che però ha un incarico stabile e dunque va da sè che si dovrebbe vedere sempre più spesso al Piermarini - Gatti sono di seconda o forse terza fila.
Di nomi importanti, e facce nuove, ve ne saranno ma nella stagione sinfonica e in quella specifica per l'EXPO che vedrà sfilare anche importanti orchestre, ed anche alcune venezuelane: una AUTENTICA PASSIONE di Pereira, ma anche nostra e di moltissimi altri. Ma forse una 'Bohème' con Dudamel non ha senso, dopo le prove non proprio entusiasmanti del giovane direttore in buca al Piermarini; a meno che Pereira non abbia riposto tutte le sue speranze nella compagnia di canto ed ancor più nello storico spettacolo, firmato da Zeffirelli.
E veniamo ai 'buu' che, secondo Pereira - e non è la prima volta che se ne esce con questa affermazione - terrebbero lontane dalla Scala una nutrita schiera di belle ed importanti voci, specie nel nel repertorio italiano. I cantanti temerebbero il feroce loggione della Scala. Verrebbe da dire 'chissenefrega!'.
Il vero problema è un altro ed ha a che fare con le agenzie internazionali che fanno il buono e cattivo tempo nella formazione dei cast, non solo alla Scala. Solitamente un grande teatro o una grande istituzione sinfonica hanno un direttore stabile o musicale che certamente non può essere insensibile ai richiami della sua stessa agenzia, nella scelta di cantanti e solisti strumentali.
Più che le reazioni rumorose dei loggionisti, sono le agenzie a spiegare l'assenza di certi interpreti, come la presenza di altri. E perciò Pereira dimostri di saperci fare, come è accaduto a Zurigo durante la sua gestione, se lo farà cesseranno i 'buu' e le star verranno alla Scala, anzi chiederanno di venirci. In un articolo apparso oggi su Le Repubblica' a firma Aspesi - forse la prima volta che condividiamo quanto scrive la matriarca del giornalismo italiano - si legge di un basso, forse il più in vista oggi che alla Scala non va. Certo che non va se glielo 'vieta'- diciamo così - un direttore che lo ha praticamente scritturato in esclusiva, pena la sua esclusione dal suo cerchio canoro.
E poi la stagione, ma prima i prezzi dei biglietti e qualche annotazione. Innanzitutto i biglietti costano molto, davvero molto, nonostante le facilitazioni. Noi, ad esempio, che apparteniamo alla fascia di coloro che non muoiono di fame e possono vivere dignitosamente, i soldi per andare alla Scala non li avremmo, e, quindi, non ci andremmo mai e poi mai. Per fortuna, il nostro mestiere di critico ce lo consente.
Altra anomalia, ha abbassato il costo dei biglietti delle opere 'ostiche' ( leggi: contemporanee e non di repertorio) ed alzato quelli per i grandi titoli di repertorio. Ma se questo si può fare con qualche titolo perchè non farlo per tutti, onde vedere traboccare il teatro di pubblico? Domanda. Che ne pena Pereira? Il quale poi ha detto di aver riportato, la prossima stagione, a Milano, direttori importanti che non venivano da tempo. Abbiamo letto i nomi, per le opere, e IMPORTANTI non ne abbiamo trovato, e quelli davvero importanti, ma pochissimi, non è ancora certo che vengano a Milano, da Pretre, novantenne, a Maazel che proprio in questi giorni ha annunciato di dover rinunciare alla sua carica monacense per problemi di salute. E dunque tutti gli altri previsti in cartellone, salvo Barenboinm, Chailly- che però ha un incarico stabile e dunque va da sè che si dovrebbe vedere sempre più spesso al Piermarini - Gatti sono di seconda o forse terza fila.
Di nomi importanti, e facce nuove, ve ne saranno ma nella stagione sinfonica e in quella specifica per l'EXPO che vedrà sfilare anche importanti orchestre, ed anche alcune venezuelane: una AUTENTICA PASSIONE di Pereira, ma anche nostra e di moltissimi altri. Ma forse una 'Bohème' con Dudamel non ha senso, dopo le prove non proprio entusiasmanti del giovane direttore in buca al Piermarini; a meno che Pereira non abbia riposto tutte le sue speranze nella compagnia di canto ed ancor più nello storico spettacolo, firmato da Zeffirelli.
E veniamo ai 'buu' che, secondo Pereira - e non è la prima volta che se ne esce con questa affermazione - terrebbero lontane dalla Scala una nutrita schiera di belle ed importanti voci, specie nel nel repertorio italiano. I cantanti temerebbero il feroce loggione della Scala. Verrebbe da dire 'chissenefrega!'.
Il vero problema è un altro ed ha a che fare con le agenzie internazionali che fanno il buono e cattivo tempo nella formazione dei cast, non solo alla Scala. Solitamente un grande teatro o una grande istituzione sinfonica hanno un direttore stabile o musicale che certamente non può essere insensibile ai richiami della sua stessa agenzia, nella scelta di cantanti e solisti strumentali.
Più che le reazioni rumorose dei loggionisti, sono le agenzie a spiegare l'assenza di certi interpreti, come la presenza di altri. E perciò Pereira dimostri di saperci fare, come è accaduto a Zurigo durante la sua gestione, se lo farà cesseranno i 'buu' e le star verranno alla Scala, anzi chiederanno di venirci. In un articolo apparso oggi su Le Repubblica' a firma Aspesi - forse la prima volta che condividiamo quanto scrive la matriarca del giornalismo italiano - si legge di un basso, forse il più in vista oggi che alla Scala non va. Certo che non va se glielo 'vieta'- diciamo così - un direttore che lo ha praticamente scritturato in esclusiva, pena la sua esclusione dal suo cerchio canoro.
venerdì 16 maggio 2014
E' tosto questo Pereira
Contrariamente a certe apparenze, il Pereira frequentatore di salotti, fidanzato con la giovane stilista orientale, dimostra di essere tosto, tostissimo. Ha già risposto alla richiesta della Scala, uscita solo in serata, almeno stando alle rivelazioni del Corriere, l'unico ad essere informato: restare fino alla fine del 2015, firmando fin d'ora la sua decadenza a tale data, e da ora al 30 settembre affidamento alla balia del CDA scaligero, nel quale siede anche l'irremovibile, irreprensibile Tagliabue, in rappresentanza della Regione Lombardia, presidente di SEC. Per lui ciò che ha fatto Pereira è un 'vulnus alla reputazione del teatro'; peccato che Tagliabue non si sia mai informato e mai reagito altrettanto duramente ai 'vulnera' che la regione Lombardia ha inferto al buon nome dell'Italia ed alla moralità pubblica, con gli scandali della Sanità, delle mazzette prima e dopo l'EXPO. Ma certo non si può chiedere ad un solo uomo di prestare attenzione a tutto.
Fatto sta che Pereira non ha inferto vulnus alcuno alla reputazione del teatro, semmai - secondo la sua linea di difesa - avrebbe acquistato a prezzi calmierati alcune produzioni del più importante festival estivo, quando non aveva ancora titolo per farlo. Poi comunque qualcuno dovrebbe spiegarci la ragione della sua nomina prima ancora di prendere possesso della stessa. Se qualcosa di illegale c'è stato questo non è stato nè un furto nè una mazzetta. Sia detto a futura memoria della Regione Lombardia.
Ora Pereira dimostra di avere carattere, accetta le condizioni della Scala, ripromettendosi di dimostrare che lui il mestiere di Sovrintendente lo sa fare egregiamente, nella speranza di essere riconfermato a fine 2015, dai fatti, che gli faranno riguadagnare la fiducia del Cda scaligero e forse anche dell'integerrimo Tagliabue. Noi, se proprio volete sapere, al posto suo, avremmo sbattuto la porta e lasciato tutti nella merda. La solista merda italiana. Nel mondo delle istituzioni musicali dove Pereira è conosciuto da tempo, la stima non l'ha persa. Perciò si metta l'anima in pace la Aspesi che oggi scrive su Repubblica: con quale faccia si presenterà nel mondo Pereira, come potrà ottenere fiducia? Gentile Aspesi con la faccia sua, perchè Pereira non l'ha persa la faccia e la fiducia. E' stato, ribadiamolo, solo 'inavveduto', e forse è andato un pò oltre i suoi compiti. Ciò detto, la questione è chiusa con una figuraccia non tanto di Pereira, quanto della Scala che ancora una volta si dimostra incapace di assumere una decisione ragionevole, preferendone una pasticciata, che certamente non fa bene al nome della Scala.
Fatto sta che Pereira non ha inferto vulnus alcuno alla reputazione del teatro, semmai - secondo la sua linea di difesa - avrebbe acquistato a prezzi calmierati alcune produzioni del più importante festival estivo, quando non aveva ancora titolo per farlo. Poi comunque qualcuno dovrebbe spiegarci la ragione della sua nomina prima ancora di prendere possesso della stessa. Se qualcosa di illegale c'è stato questo non è stato nè un furto nè una mazzetta. Sia detto a futura memoria della Regione Lombardia.
Ora Pereira dimostra di avere carattere, accetta le condizioni della Scala, ripromettendosi di dimostrare che lui il mestiere di Sovrintendente lo sa fare egregiamente, nella speranza di essere riconfermato a fine 2015, dai fatti, che gli faranno riguadagnare la fiducia del Cda scaligero e forse anche dell'integerrimo Tagliabue. Noi, se proprio volete sapere, al posto suo, avremmo sbattuto la porta e lasciato tutti nella merda. La solista merda italiana. Nel mondo delle istituzioni musicali dove Pereira è conosciuto da tempo, la stima non l'ha persa. Perciò si metta l'anima in pace la Aspesi che oggi scrive su Repubblica: con quale faccia si presenterà nel mondo Pereira, come potrà ottenere fiducia? Gentile Aspesi con la faccia sua, perchè Pereira non l'ha persa la faccia e la fiducia. E' stato, ribadiamolo, solo 'inavveduto', e forse è andato un pò oltre i suoi compiti. Ciò detto, la questione è chiusa con una figuraccia non tanto di Pereira, quanto della Scala che ancora una volta si dimostra incapace di assumere una decisione ragionevole, preferendone una pasticciata, che certamente non fa bene al nome della Scala.
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martedì 29 aprile 2014
Pereira in croce
Nell'articolo intervista di qualche tempo fa della Aspesi - da sempre sfacciata fiancheggiatrice di Lissner - si coglieva, se ricordiamo bene, l'interesse della giornalista a capire le ragioni del prossimo sovrintendente della Scala (lei che ha sempre sostenuto candidature straniere per non far cadere, suo dire, il nostro maggior teatro nel 'provincialismo' : dei salotti milanesi, diciamo noi) ed a far trapelare che dietro la montatura italiana di questo caso potevano esserci le aspirazioni dei perenni candidati in pectore alla poltrona della alla Scala. In verità, ora che ci pensiamo, crediamo di non aver letto mai un suo articolo sull'altra eccellenza milanese che è il Piccolo... chi ha orecchie da intendere intenda. Ma potremmo sbagliarci, sebbene ricordiamo perfettamente di aver letto regolarmente suoi scritti su Milano -Scala, Pesaro-Mariotti ed anche su altre situazioni e personaggi, questi ultimi vergognosi artisticamente, che ci hanno fatto indignare, ma mai uno sul Piccolo e sul suo reggitore, da tempo.
Il caso Pereira ha anche punti non chiari, mentre chiaro è il fatto che assai inopportunamente Pereira s'è mosso con Salsibrugo dove egli è tuttora in carica. Diciamo che è stata più che inopportuna questa sua mossa e finiamola qui.
Però Pererira, è stato nominato (ora ci viene il dubbio che non sia stato ancora nominato ufficialmente: i soliti casini italiani) da tempo per provvedere alle prossisme stagioni di Milan, con l'EXPO alle porte, visto che Lissner continua a lavorarvi ma a mezzo servizio con Parigi, dove sta organizzando anzitempo le prossime stagioni, come è giusto fare. Dunque si riteneva importante che Pereira ben prima di prendere ufficialmente il posto di Lissner lavorasse, pare a costo zero, a programmare il futuro della Scala. Se questa, dunque , è stata l'intenzione di chi gli ha chiesto da gennaio di darsi da fare a Milano, perchè ora lo si rimprovera per l'accordo con Salisburgo? Sarebbe stata la stessa cosa se l'accordo l'avesse fatto con il Covent Garden? E Lissner, l'unico autorizzato fino ad ottobre a firmare contratti per le prossime stagioni - perchè non si può attendere fino ad ottobre- è mai possibile che lui si chiami fuori dal caso? Perchè sicuramente avrà firmato e continuerà a firmare i contratti per le opere che necessariamente Pereira deve programmare per le prossime stagioni. Allora? Ecco dove le cose non sono chiare. Pereira s'è difeso, Pisapia non gli crede fino in fondo e vuole consultare Salisburgo, per capire con esattezza quale tipo di accordo sia stato preso.
A questo punto della storia ci viene il sospetto che il caso sia stato suscitato ad arte - premesso che Pereira ha agito con leggerezza ed anche eccessiva spregiudicatezza formale - perchè si vuole rimettere in discussione la sua sovrintendenza da parte di chi, alla fine dello scorso anno, non era d'accordo con la sua venuta a Milano. Dunque punto e da capo, come nei peggiori esempi delle faccende italiche. E la Scala potrebbe pagare il prezzo più alto, ma non in termini economici.
Il caso Pereira ha anche punti non chiari, mentre chiaro è il fatto che assai inopportunamente Pereira s'è mosso con Salsibrugo dove egli è tuttora in carica. Diciamo che è stata più che inopportuna questa sua mossa e finiamola qui.
Però Pererira, è stato nominato (ora ci viene il dubbio che non sia stato ancora nominato ufficialmente: i soliti casini italiani) da tempo per provvedere alle prossisme stagioni di Milan, con l'EXPO alle porte, visto che Lissner continua a lavorarvi ma a mezzo servizio con Parigi, dove sta organizzando anzitempo le prossime stagioni, come è giusto fare. Dunque si riteneva importante che Pereira ben prima di prendere ufficialmente il posto di Lissner lavorasse, pare a costo zero, a programmare il futuro della Scala. Se questa, dunque , è stata l'intenzione di chi gli ha chiesto da gennaio di darsi da fare a Milano, perchè ora lo si rimprovera per l'accordo con Salisburgo? Sarebbe stata la stessa cosa se l'accordo l'avesse fatto con il Covent Garden? E Lissner, l'unico autorizzato fino ad ottobre a firmare contratti per le prossime stagioni - perchè non si può attendere fino ad ottobre- è mai possibile che lui si chiami fuori dal caso? Perchè sicuramente avrà firmato e continuerà a firmare i contratti per le opere che necessariamente Pereira deve programmare per le prossime stagioni. Allora? Ecco dove le cose non sono chiare. Pereira s'è difeso, Pisapia non gli crede fino in fondo e vuole consultare Salisburgo, per capire con esattezza quale tipo di accordo sia stato preso.
A questo punto della storia ci viene il sospetto che il caso sia stato suscitato ad arte - premesso che Pereira ha agito con leggerezza ed anche eccessiva spregiudicatezza formale - perchè si vuole rimettere in discussione la sua sovrintendenza da parte di chi, alla fine dello scorso anno, non era d'accordo con la sua venuta a Milano. Dunque punto e da capo, come nei peggiori esempi delle faccende italiche. E la Scala potrebbe pagare il prezzo più alto, ma non in termini economici.
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