Avesse avuto anche lui Alberto Veronesi, uno scopritore all'inizio della sua carriera, non avrebbe fatto tutta la fatica che ha dovuto fare per guadagnarsi la fama, meritata, di cui oggi gode.
Un tempo c'era Menotti che andava in giro a scoprire talenti e li faceva debuttare al suo festival spoletino. Oggi Giorgio Ferrara, suo successore, preferisce sedere nei salotti ed invitare la solite vecchie glorie al festival che fu di Menotti e che per molti anni ancora, dopo i primi dieci sarà, in ogni senso, il Festival di Ferrara'.
Il ruolo di scopritore di talenti se lo è assunto ora in prima persona Veronesi; e dopo averli scoperti - magari anche in tv o nei party e feste di ambasciate e nobili - li fa debuttare sul podio del Festival pucciniano.
Lui non bada all'età, perchè ad esempio, ha scoperto l'anima di regista nel direttore di 'Chi', il giornalista Signorini, e gli ha affidato un'opera ogni anno, con il plauso del sindaco di Viareggio - da poco rimesso in sella dopo le contestazioni elettorali - il quale ha dovuto constatare che Signorini, riconoscendo il merito della scoperta a Veronesi, è un 'fine intellettuale', ma soprattutto è riuscito a riportare al glorioso festival pucciniano, 'la mondanità che da tempo mancava'. Giusta osservazione.
Ma le scoperte maggiori e più eclatanti Veronesi le ha fatte nel campo della direzione d'orchestra.
Ha cominciato l'anno scorso con la giovanissima Beatrice Venezi (televisiva e pubblicitaria, che non guasta) - di bell'aspetto che mai e poi mai rinuncerebbe alla sua femminilità sul podio, e per questo dirige 'con abiti da gran sera' - forte dei successi guadagnati a capo della 'Nuova Orchestra Scarlatti' di Napoli e nelle uscite con orchestre della sua terra, la Lucchesia, e che ora, dopo Torre del Lago è pronta per il lancio internazionale, al quale ancora Veronesi sta lavorando.
E, sempre Veronesi, ha proseguito quest'anno con Jacopo Sipari di Pescasseroli, del quale sul suo sito ufficiale si leggono meraviglie: genio, giovane Muti. Veronesi non poteva farselo sfuggire. Anche lui ha una sua orchestra, intitolata a Marco Dall'Aquila, perché nel capoluogo abruzzese ha studiato e quell'orchestra ha fondato con un suo compagno di studi. Di recente ha deciso di utilizzare lorchestra per 'concerti istituzionali'. Veronesi lo ha pescato nelle feste diplomatiche o di club similrotariani, dove il 'nobile' direttore imperversa. Oltre naturalmente che in teatri di mezzo mondo, dell'Oriente e dell'Asia.
Comunque appuntatevi il suo nome, ne sentirete presto parlare ovunque. Veronesi ha fiuto è esperienza, non può essersi sbagliato.
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mercoledì 11 luglio 2018
venerdì 29 giugno 2018
Oggi si inaugura Spoleto con 'Il Minotauro', opera nuova di Silvia Colasanti che Giorgio Ferrara considera il ' mozart italiano' . Come andò con l'Orlando di Ronconi? Rivelazioni senza possibili contestazioni di Ferrara
Questa sera si inaugura il 61° Festival dei Due Mondi, oggi noto come 'Festival di Ferrara' - che non è la città, ma il nome dell'attuale direttore artistico, che il festival inventato da Menotti, lo ha 'rivoltato come un pedalino', secondo la felice e calzante espressione romana.
Si inaugura con una nuova opera di Silvia Colasanti, che Ferrara - con quale comptenza? - considera il 'Mozart italiano', su libretto di De Ceccatty e dello stesso Giorgio Ferrara, alias 'Da Ponte romano', colpito al cuore dalla compositrice, alla quale già l'anno scorso aveva commissionato un 'requiem' per le vittime del terremoto del centro Italia. Va aggiunto che dell'opera della Colasanti, Ferrara, il direttore del festival e librettista dell'opera, è anche regista e qualunque altra cosa. L'Orchestra Giovanile Italiana sarà diretta da Jonathan Webb.
Ma Giorgio Ferrara, direttore artistico, librettista, regista, anche quest'anno, in una breve ma acidissima intervista al Corriere della Sera, ha tentato - invano, perché senza contraddittorio - di scalfire la memoria in generale, ed in particolare 'il fiuto' di Menotti nello scovare giovani e promettentissimi artisti da portare a Spoleto, che fondò nel 1958 e ha diretto magnificamente per molti anni, facendolo ammirare da tutto il mondo, fino a quando non gli subentrò quello sciagurato del figlio adottivo, Francis, che ha fatto solo guai.
Cosa ha detto Ferrara? E' andato con la memoria flebile di oggi, ma la volontà ferrea di demolire l'immagine del fondatore di Spoleto, all'edizione del 1969 - egli aveva da poco compiuto vent'anni - quando venne presentato l'Orlando furioso (adattato da Sanguineti, musiche del giovanissimo Sciarrino) con la regia di Ronconi che avrebbe riscritto la storia del teatro italiano.
Ferrara ricorda le vicende che precedettero quel debutto spoletino, lui che allora era ai primi passi nel mondo del teatro, già alle costole di Ronconi.
Menotti e De Banfield, che era direttore artistico del festival - ricorda nei minimi dettagli Ferrara - non compresero la novità dello spettacolo di Ronconi e immediatamente non mostrarono interesse alcuno al suo debutto speoltino. Ci volle una successiva abilissima diplomazia per convincere i due a far rappresentare a Spoleto la versione ronconiana dell'Orlando. E chissà se se ne convinsero. Fatto sta che all'esordio il successo dello spettacolo fu travolgente.
Perchè Ferrara ha raccontato quell'episodio, solo ora che sia Menotti che De Banfield come anche Ronconi sono morti e quindi non possono dare la loro versione dei fatti? E perchè lo ha fatto quando non c'era ragione alcuna e nessun appiglio per parlarne?
Noi abbiamo un sospetto, al quale abbiamo già accennato, e cioè che Ferrara - che con il 'suo' festival non ha fatto nessuna scoperta in nessun campo, ad eccezione del 'Mozart italiano' che, comunque, appellativo fuori luogo a parte, non è certo una scoperta di Ferrara, il quale ha voluto sempre giocare sul sicuro sbarcando a Spoleto un vagone di glorie consolidate, in gran parte teatranti, musicisti pochi, quasi sempre le stesse, una specie di 'sua' famiglia artistica - voglia demolire del tutto il mito di Menotti, inventore di Spoleto e scopritore di talenti. Qualità quest'ultima che tutti hanno sempre riconosciuto a Menotti, come ad esempio D'Amico il quale, sin dalla prima edizione sottolineava che a Spoleto non ci si va per sentire o vedere cose che si vedono e sentono anche altrove, ma per constatare la grande fantasia, l'inventiva di Menotti e soprattutto la sua capacità di scoprire talenti che poi si affermeranno in molti campi. La storia del festival, ante Ferrara, sta a dimostrarlo.
Dell'epoca Ferrara, oltre Ferrara, ricorderemo i collaudati Ronconi, Bob Wilson, Adriana Asti e qualche altro ancora, del tipo Paolo Mieli e Corrado Augias, suo assiduo dai tempi di Parigi, all'Istituto culturale italiano. Ed anche le sparate sulla crescita esponenziale del pubblico che lui ha fatto aumentare del 16.000%, comprendendovi ovviamente anche il pubblico che riempiva, senza pagare biglietto, il campo di calcio durante le esibizioni bandistiche a Spoleto, durante la sua reggenza.
Di nuovo, a basso costo e dietro segnalazione dei diretti interessati, e non perchè frutto di una sua scoperta, gli allievi dei Conservatori vicini, e quelli dell'Accademia nazionale drammatica di Roma.
Si inaugura con una nuova opera di Silvia Colasanti, che Ferrara - con quale comptenza? - considera il 'Mozart italiano', su libretto di De Ceccatty e dello stesso Giorgio Ferrara, alias 'Da Ponte romano', colpito al cuore dalla compositrice, alla quale già l'anno scorso aveva commissionato un 'requiem' per le vittime del terremoto del centro Italia. Va aggiunto che dell'opera della Colasanti, Ferrara, il direttore del festival e librettista dell'opera, è anche regista e qualunque altra cosa. L'Orchestra Giovanile Italiana sarà diretta da Jonathan Webb.
Ma Giorgio Ferrara, direttore artistico, librettista, regista, anche quest'anno, in una breve ma acidissima intervista al Corriere della Sera, ha tentato - invano, perché senza contraddittorio - di scalfire la memoria in generale, ed in particolare 'il fiuto' di Menotti nello scovare giovani e promettentissimi artisti da portare a Spoleto, che fondò nel 1958 e ha diretto magnificamente per molti anni, facendolo ammirare da tutto il mondo, fino a quando non gli subentrò quello sciagurato del figlio adottivo, Francis, che ha fatto solo guai.
Cosa ha detto Ferrara? E' andato con la memoria flebile di oggi, ma la volontà ferrea di demolire l'immagine del fondatore di Spoleto, all'edizione del 1969 - egli aveva da poco compiuto vent'anni - quando venne presentato l'Orlando furioso (adattato da Sanguineti, musiche del giovanissimo Sciarrino) con la regia di Ronconi che avrebbe riscritto la storia del teatro italiano.
Ferrara ricorda le vicende che precedettero quel debutto spoletino, lui che allora era ai primi passi nel mondo del teatro, già alle costole di Ronconi.
Menotti e De Banfield, che era direttore artistico del festival - ricorda nei minimi dettagli Ferrara - non compresero la novità dello spettacolo di Ronconi e immediatamente non mostrarono interesse alcuno al suo debutto speoltino. Ci volle una successiva abilissima diplomazia per convincere i due a far rappresentare a Spoleto la versione ronconiana dell'Orlando. E chissà se se ne convinsero. Fatto sta che all'esordio il successo dello spettacolo fu travolgente.
Perchè Ferrara ha raccontato quell'episodio, solo ora che sia Menotti che De Banfield come anche Ronconi sono morti e quindi non possono dare la loro versione dei fatti? E perchè lo ha fatto quando non c'era ragione alcuna e nessun appiglio per parlarne?
Noi abbiamo un sospetto, al quale abbiamo già accennato, e cioè che Ferrara - che con il 'suo' festival non ha fatto nessuna scoperta in nessun campo, ad eccezione del 'Mozart italiano' che, comunque, appellativo fuori luogo a parte, non è certo una scoperta di Ferrara, il quale ha voluto sempre giocare sul sicuro sbarcando a Spoleto un vagone di glorie consolidate, in gran parte teatranti, musicisti pochi, quasi sempre le stesse, una specie di 'sua' famiglia artistica - voglia demolire del tutto il mito di Menotti, inventore di Spoleto e scopritore di talenti. Qualità quest'ultima che tutti hanno sempre riconosciuto a Menotti, come ad esempio D'Amico il quale, sin dalla prima edizione sottolineava che a Spoleto non ci si va per sentire o vedere cose che si vedono e sentono anche altrove, ma per constatare la grande fantasia, l'inventiva di Menotti e soprattutto la sua capacità di scoprire talenti che poi si affermeranno in molti campi. La storia del festival, ante Ferrara, sta a dimostrarlo.
Dell'epoca Ferrara, oltre Ferrara, ricorderemo i collaudati Ronconi, Bob Wilson, Adriana Asti e qualche altro ancora, del tipo Paolo Mieli e Corrado Augias, suo assiduo dai tempi di Parigi, all'Istituto culturale italiano. Ed anche le sparate sulla crescita esponenziale del pubblico che lui ha fatto aumentare del 16.000%, comprendendovi ovviamente anche il pubblico che riempiva, senza pagare biglietto, il campo di calcio durante le esibizioni bandistiche a Spoleto, durante la sua reggenza.
Di nuovo, a basso costo e dietro segnalazione dei diretti interessati, e non perchè frutto di una sua scoperta, gli allievi dei Conservatori vicini, e quelli dell'Accademia nazionale drammatica di Roma.
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giovedì 6 luglio 2017
Giorgio Ferrara alla fine potrebbe sorprendere tutti su Menotti. Meglio non sperarci
Quando diciamo 'alla fine' non intendiamo naturalmente alla fine del suo mandato, perchè quello da poco è stato rinnovato per altri tre anni ancora, come se i dieci compiuti fossero pochi, e con la benedizione del Ministero che, per bocca della sottosegretaria Borletti Buitoni, ha detto che il Festival di Spoleto è risuscitato, dopo la morte 'apparente', della gestione Francis Menotti. Il che sarebbe in parte vero. Ma la ragione per la quale la sottosegretaria ha lodato la gestione Ferrara ci lascia invece abbastanza indifferenti, anzi contrariati: perché - ha detto - si può venire a Spoleto per la musica , danza, teatro, ed anche per molto altro, riferendosi agli incontri ecc... ecc... insomma il mondo, il piccolo mondo moderno ritratto in miniatura a Spoleto.
Per 'fine', perciò, intendiamo quella della presente edizione del festival. E l'argomento per il quale Ferrara potrebbe sorprenderci è il ricordo di Menotti, il fondatore. Tutti ci eravamo lamentati dell'assenza totale di Menotti a Spoleto, nel decimo anniversario della sua morte.
E, invece, come riferisce la gazzetta interna del festival, La Repubblica, Ferrara con altri partner, Rai compresa, ha chiesto ad un conosciuto regista, Benoit Jacquot, regista di famiglia (Ferrara), ma francese, che aveva lavorato con Adriana Asti recentemente per La voix humaine di Poulenc, di confezionare un documentario sul festival, e, senza possibilità di scampo, anche su Menotti. E un piccolo estratto del film, ancora in lavorazione, verrà presentato proprio a Spoleto.
Già il titolo provvisorio del film: 1958-2017. Il mondo in scena. Festival di Spoleto 60, giusto i proclami ferraresi, seconodo i quali a Spoleto non ci sono più 'soltanto' due mondi, bensì tutto il mondo, ci fa temere un pericolo incombente. E cioè che il regista francese non ne faccia che una celebrazione di Ferrara e della sua gestione, dopo aver liquidato, con maniere spicce la fondazione e gestione di Menotti ( per il cui ritratto sono stati ingaggiati Masolino D'Amico e Jacopo Pellegrini: entrambi grandi conoscitori del maestro - secondo la dizione della gazzetta del festival , La Repubblica).
Il pericolo, insomma, è che anche il documentario per Menotti si risolva in una glorificazione, in vita, di Ferrara. Il pericolo è reale. E la preoccupazione resta.
Per 'fine', perciò, intendiamo quella della presente edizione del festival. E l'argomento per il quale Ferrara potrebbe sorprenderci è il ricordo di Menotti, il fondatore. Tutti ci eravamo lamentati dell'assenza totale di Menotti a Spoleto, nel decimo anniversario della sua morte.
E, invece, come riferisce la gazzetta interna del festival, La Repubblica, Ferrara con altri partner, Rai compresa, ha chiesto ad un conosciuto regista, Benoit Jacquot, regista di famiglia (Ferrara), ma francese, che aveva lavorato con Adriana Asti recentemente per La voix humaine di Poulenc, di confezionare un documentario sul festival, e, senza possibilità di scampo, anche su Menotti. E un piccolo estratto del film, ancora in lavorazione, verrà presentato proprio a Spoleto.
Già il titolo provvisorio del film: 1958-2017. Il mondo in scena. Festival di Spoleto 60, giusto i proclami ferraresi, seconodo i quali a Spoleto non ci sono più 'soltanto' due mondi, bensì tutto il mondo, ci fa temere un pericolo incombente. E cioè che il regista francese non ne faccia che una celebrazione di Ferrara e della sua gestione, dopo aver liquidato, con maniere spicce la fondazione e gestione di Menotti ( per il cui ritratto sono stati ingaggiati Masolino D'Amico e Jacopo Pellegrini: entrambi grandi conoscitori del maestro - secondo la dizione della gazzetta del festival , La Repubblica).
Il pericolo, insomma, è che anche il documentario per Menotti si risolva in una glorificazione, in vita, di Ferrara. Il pericolo è reale. E la preoccupazione resta.
venerdì 30 giugno 2017
Il Festival di Spoleto ha trovato il suo Bob Wilson 'de noantri'
Con il Don Giovanni
di Mozart che ieri sera ha inaugurato la sessantesima edizione
dell'ex Festival dei Due Mondi ( che ora si chiama
semplicemente Festival di Spoleto, e di mondi ne abbraccia non
più due, ma tutti, anzi tutto il mondo,' Il Mondo in scena', secondo l' acuta espressione
della sua attuale direzione) si è conclusa la trilogia 'italiana' Da
Ponte -Mozart che, in tre edizioni consecutive, ha impegnato la
stessa compagine orchestrale, la 'Cherubini' di Muti ( alla quale
quest'anno s'è aggiunta l'Orchestra sinfonica dei Conservatori
italiani - e speriamo che sia la resurrezione definitiva!), lo
stesso direttore d'orchestra, James Conlon, gli stessi scenografi e
costumisti, i due famosi premi oscar ( Ferretti- Lo Schiavo), ed anche lo stesso regista,
ribattezzato il Bob Wilson 'de noantri', alias Giorgio Ferrara, che da
dieci anni tiene stretto nelle sua mani lo scettro spoletino, e lo
terrà ancora per almeno altri tre, causa la recente sua riconferma.
Giorgio Ferrara si è attribuita
la regia della trilogia 'italiana' di Mozart, debuttando praticamente
nella regia d'opera. E già questa è di per sé una scelta molto
avventata, perchè certe opere sono il coronamento di una carriera e
non il primo esperimento, il debutto.
Naturalmente le
conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. S'è inventato, in
combutta con il suo drammaturgo di fiducia, De Ceccatty (drammaturgo
e biografo di sua moglie, la celebre Adriana Asti, presenza fissa sul
palcoscenico spoletino nella gestione Ferrara) una visione nuova (
antichissima, secondo la coppia Ferrara- De Ceccatty, perché attinta al famoso testo mozartiano di Kierkeegard, del quale si proiettano per essere letti alcuni lacerti nel corso della Ouverture) che vuole Don
Giovanni non tanto 'dissoluto punito' - come poi avviene - e neppure
'seduttore seriale', che vive per il 'piacere della conquista' ma
colui che lotta, per allontanarla finchè è possibile, contro la
signora con la falce, la morte.
E da questo, il Bob Wilson
'de noantri' fa scaturire la sua idea di regia. Cimiteri, tombe,
donne velate con la falce ad ogni piè sospinto, luci
cupe, oscurità, per dirci: guardate che le conquiste continue di Don
Giovanni sono un espediente per 'passare il tempo', mentre ha
intrapreso una lotta contro la morte che con ogni conquista spera di
allontanare sempre più, sentendosi, conquista dopo conquista, sempre
più - o ancora - vivo.
Ma che fa Il nostro Bob
Wilson 'de noantri' in questa 'città di morti'? Fin dall'inizio
anche nei momenti di coinvolgente seduzione, nei momenti quindi di
maggiore vitalità, ci mostra tombe sulle quali sono seduti tutti i
protagonisti, come morti viventi, cadaveri non ancora putrefatti ed
in attesa di essere rianimati, ma solo per cantare la loro parte.
Anche la esemplare seduzione della giovane Zerlina - quanta ricchezza
di umana fragilità nel suo personaggio – diventa una specie di
'visita al cimitero, per il giorno dei defunti'.
Una noia 'mortale', è il
caso di dire, che per poco non dava il colpo di grazia anche alla
musica di Mozart. Che Ferrara non considera coprotagonista assieme
all'azione, nel capolavoro teatrale. Perchè azione non ve ne è –
e, del resto come poteva immaginarsene fra tanti morti viventi? -
riducendo l'opera allo stesso invariabile schema, dall'inizio alla
fine.
I protagonisti, vengono in
proscenio - quando non sulle passerelle laterali, grande invenzione,
e nuova soprattutto, che fa il paio con la discesa, alla fine, in
platea dei protagonisti come anche del Commendatore in carne ed ossa,
un morto vivente che compare nelle ultime file della platea, mentre
in palcoscenico viene trascinato il suo capoccione - cantano la loro
aria e, nei momenti di più convulso movimento, i loro pezzi
'd'insieme', e poi, senza neanche accelerare il passo, escono.
Questa la regia, e del
resto cosa ci si poteva aspettare, viste le premesse? Ora, non vi
aspettate che qualcuno scriva le stesse nostre cose. Come potrebbe farlo Repubblica, tanto per fare un esempio, media partner del Festival che
qualche giorno fa ne ha fatto il panegirico: che non è più né
quello di una volta e tanto meno quello di Menotti, ma che comunque
Ferrara ha resuscitato portando nella cittadina umbra ogni anno le
stesse vecchie glorie, in una passerella tristissima, funebre; e,
quest'anno, molte firme dei giornali di De Benedetti, anche in
palcoscenico? Il Corriere, per ora, celebra Menotti, a dieci anni dalla scomparsa, visto che non lo fa il suo festival.
Non solo. L'antichissima
canzone che i protagonisti intonano dopo la fine del dissoluto, e
cioè: Questo è il fin di chi fa mal, a Spoleto non vale.
Perché Ferrara, con tutti i suoi demeriti, non viene spedito
altrove, ma riconfermato, per almeno tre anni ancora. E poi si vedrà,
perché lui come Don Giovanni, lotta strenuamente contro la fine
(della sua direzione, s'intende!), con tutti i mezzi, e forse
riuscirà ad allontanarla ancora, almeno finché potrà contare
sull'amministrazione comunale, sul ministro e sui salotti che un
qualche potere l'hanno sempre. Tutti compiacenti.
Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del ministero di Franceschini ha affermato che Ferrara ha salvato il Festival di Spoleto: "Credo che la strada presa da Ferrara sia quella giusta, cioè un’offerta che coniuga altissima qualità, sperimentazione ed eventi di tanti tipi, come i confronti e i dialoghi. Con questa formula ha salvato un grande festival che stava rischiando di morire. Se i prossimi tre anni di Ferrara saranno nel segno della continuità? Sì, ma il teatro è vivo e quindi si rinnova continuamente, così come le idee".
Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del ministero di Franceschini ha affermato che Ferrara ha salvato il Festival di Spoleto: "Credo che la strada presa da Ferrara sia quella giusta, cioè un’offerta che coniuga altissima qualità, sperimentazione ed eventi di tanti tipi, come i confronti e i dialoghi. Con questa formula ha salvato un grande festival che stava rischiando di morire. Se i prossimi tre anni di Ferrara saranno nel segno della continuità? Sì, ma il teatro è vivo e quindi si rinnova continuamente, così come le idee".
P.S. Finalmente la diretta televisiva ha trovato un suo commentatore adeguato. Francesco Antonioni, che sa quel che dice ed anche come dirlo, abituato da anni di radio, a Radio 3. Peccato che la sua partner, Federica Guerzoni (si chiamava così?), apprezzabile per la sua grazia ed il bell'aspetto, dica solo cose ovvie e banali, dette anche in modo trasandato, nel suo ruolo di 'brava presentatrice', inutile e perfino dannosa, forse, per il danno che può fare una trasmissione televisiva.
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venerdì 16 giugno 2017
Giorgio Ferrara vola verso il ventennio della sua direzione a Spoleto
Proprio quando l'edizione 2017 del Festival di Spoleto sta per cominciare arriva la notizia- per noi nefasta - della conferma di Giorgio Ferrara al timone del festival che fu di Menotti fino al 2020, quando gli anni di sua permanenza saranno tredici e nulla impedisce che si protraggano ancora fino a venti.
Perchè agli occhi del Ministero vigilante e pagatore, degli amministratori spoletini e di tutta la società dei salotti chic, la gestione Ferrara sembra la migliore del dopo Menotti ( non ve ne è stata un'altra dopo il tragico passaggio di Francis, cacciato via a pedate nel di dietro) e quella che può assicurare un futuro 'sicuro' alla manifestazione che un tempo era vetrina di scoperta di nuovi talenti ed ora invece è passerella di vecchie glorie o di glorie consolidate che non dovrebbero appartenere al dna di un festival come Spoleto che con Menotti 'guardava al futuro'. Che bisogno abbiamo ogni anno puntualmente di vedere spettacoli di Bob Wilson, tanto per citare un nome solo, e di assistere alla sfilata di un mondo che vediamo anche altrove?
Come si può far capire a Ferrara jr.( quanto a grandezza e notorietà) che durante l'anno più che frequentare i soliti salotti, sempre gli stessi, dovrebbe trottare, in giro per il mondo, per scoprire nuovi talenti e portarli a Spoleto? Se tutti gli dicono che è bravo e che come lui non c'è nessun altro, tanto che gli rinnovano fino al 2020 l'incarico, lui non cambierà mai. Anche se è pur vero che non si può chiedere a Ferrara di essere Menotti senior, se Menotti senior non è ed è solo Ferrara junior.
Lui con il budget che ha, che non è poi così risicato, specie se pensiamo ai tempi di crisi, paga le star e poi appalta il resto del festival a studenti di questa o questa scuola, questa o quella disciplina, che poco gli costano.
L'argomento 'musica' non lo tocchiamo per l'ennesima volta, ma solo per carità cristiana perchè ci costringerebbe a dare 'zero' alla sua direzione, che si è allargata anche alla regia d'opera, andando a 'toccare' la santissima trinità del Mozart-Da Ponte, che di altre mani registiche avrebbe necessità.
Un argomento che non possiamo eludere ed un problema che non possiamo ritenere risolto, solo perchè, su consiglio non disinteressato di Nastasi, l'amico del giaguaro al ministero, Spoleto s'è alleato con il festival ravvenate dei Muti. Una rondine non può far pensare che sta per tornare la primavera nel cielo di Spoleto.
Perchè agli occhi del Ministero vigilante e pagatore, degli amministratori spoletini e di tutta la società dei salotti chic, la gestione Ferrara sembra la migliore del dopo Menotti ( non ve ne è stata un'altra dopo il tragico passaggio di Francis, cacciato via a pedate nel di dietro) e quella che può assicurare un futuro 'sicuro' alla manifestazione che un tempo era vetrina di scoperta di nuovi talenti ed ora invece è passerella di vecchie glorie o di glorie consolidate che non dovrebbero appartenere al dna di un festival come Spoleto che con Menotti 'guardava al futuro'. Che bisogno abbiamo ogni anno puntualmente di vedere spettacoli di Bob Wilson, tanto per citare un nome solo, e di assistere alla sfilata di un mondo che vediamo anche altrove?
Come si può far capire a Ferrara jr.( quanto a grandezza e notorietà) che durante l'anno più che frequentare i soliti salotti, sempre gli stessi, dovrebbe trottare, in giro per il mondo, per scoprire nuovi talenti e portarli a Spoleto? Se tutti gli dicono che è bravo e che come lui non c'è nessun altro, tanto che gli rinnovano fino al 2020 l'incarico, lui non cambierà mai. Anche se è pur vero che non si può chiedere a Ferrara di essere Menotti senior, se Menotti senior non è ed è solo Ferrara junior.
Lui con il budget che ha, che non è poi così risicato, specie se pensiamo ai tempi di crisi, paga le star e poi appalta il resto del festival a studenti di questa o questa scuola, questa o quella disciplina, che poco gli costano.
L'argomento 'musica' non lo tocchiamo per l'ennesima volta, ma solo per carità cristiana perchè ci costringerebbe a dare 'zero' alla sua direzione, che si è allargata anche alla regia d'opera, andando a 'toccare' la santissima trinità del Mozart-Da Ponte, che di altre mani registiche avrebbe necessità.
Un argomento che non possiamo eludere ed un problema che non possiamo ritenere risolto, solo perchè, su consiglio non disinteressato di Nastasi, l'amico del giaguaro al ministero, Spoleto s'è alleato con il festival ravvenate dei Muti. Una rondine non può far pensare che sta per tornare la primavera nel cielo di Spoleto.
lunedì 11 luglio 2016
A Spoleto, da quando c'è Giorgio Ferrara al timone del Festival dei Due Mondi, arrivano ogn i anno milioni di persone
" Mi hanno riferito che abbiamo superato i 60.000 spettatori"- dichiarava Giorgio Ferrara, ormai da parecchi anni al comando del Festival di Spoleto, alla fine fine dell'edizione del 2014.
E quest'anno, ad Emilia Costantini del Corriere della Sera, aggiornava le cifre degli spettatori: " nel 2007, ultimo anno della gestione Menotti, Francis- erano 50.000 ( nei repertori si legge: 5.000, ma crediamo sia un errore: uno zero in meno, altrimenti ogni anno Ferrara avrebbe portato 10.000 persone in più rispetto al precedente: un miracolo riuscito solo a lui sulla terra!) oggi siamo a 70.000 ed oltre". E il Giornale di Spoleto, riportava a consuntivo che 'le presenze registrate sono state 80.000 ( che vuol dire presenze registrate? Spettatori ? Spettatori paganti o che altro?) e chele entrate rispetto allo scorso anno, son o passate da 627.000 Euro a 665.000, che vuol dire che i diecimila spettatori in più, rispetto alla precedente edizione, hanno portato nelle casse del festival, 38.000 Euro di maggior incasso, che diviso per 10.000 fa... fate voi i conti così non ci capirete più nulla, come è anche accaduto a noi. Ma forse in quegli ottantamila sono compresi anche coloro i quali hanno assistito ai concerti delle bande militari nello stadio, concerti gratuiti e forse affollati di spoletini e di abitanti dei paesi intorno. Alla quale circostanza si deve la dizione 'presenze', al posto di 'spettatori paganti', che facendo i conti della serva, potrebbero essere poco più di quelli dello scorso anno. Altro che 5000 spettatori in più ogni anno che vanno ad aggiungersi ai 60.000 dell'edizione del 2014. Presentando dal palco, il concerto di chiusura, in Piazza Duomo, Giorgio Ferrara ha detto:"Non credevo fosse possibile ma con lo spettacolo di questa sera abbiamo superato le 80 mila". Condividiamo lo stupore di Ferrara.
Insomma con le cifre sembra che Ferrara non abbia un buon rapporto, come - del resto- non sembra averlo né con il teatro- come faceva notare nelle passate settimane Franco Cordelli, sempre sul Corriere - e neanche con l'idea di festival che Gian Carlo Menotti aveva voluto fondare e portare a Spoleto.
Stando alle cifre - che non sono mai state il nostro forte ma alle quali ci stiamo appassionando da un pò, dopo che ne sentiamo sparare di veramente assurde - al Festival dei Due Monti che ora si chiama Festival di Spoleto perchè, a detta di Ferrara, il 'suo' festival o quel che è rimasto del festival di Menotti, ha infranto la barriera dei 'due mondi' abbracciandone molti di più, starebbero arrivando frotte di spettatori da ogni parte del mondo, tanto che la biglietteria elettronica è andata fuori uso, come si leggeva sul sito del festival all'inizio della edizione di quest'anno, e, verso la fine, quando si metteva in guardia che i biglietti del 'Concerto in piazza' - l'unico che poteva riunire contemporaneamente - una discreta folla di spettatori, non si potevano acquistare via internet ( questa non l'abbiamo capita, perchè pensavamo che la biglietteria elettronica fosse un mezzo di acquisto più veloce e più facile per grandi raduni!).
Insomma nel 2007, quando Ferrara giunse al comando del festival spoletino, gli spettatori erano 50.000 - secondo le sue dichiarazioni; nel 2014 sarebbero stati 60.000; nel 2016 avrebbero superato i 70.000. tutto possibile, ovvio. Però dal 2008 al 2014, in sette anni, gli spettatori sarebbero aumentati più o meno al ritmo di 1400 unità ad anno; poi all'improvviso un'accelerazione come non si era mai vista, sempre con gli stessi artisti del 2008 divenuti presenza fissa a Spoleto, una sorta di carrozzone di teatranti 'ferrarino' che sbarca ogni anno in Umbria, con un aumento intorno alle 10.000 unità ogni anno negli ultimi due ( un aumento vertiginoso che non trova riscontro in un altrettanto vertiginoso aumento delle entrate al botteghino, dove con un rapido calcolo risulta che il costo medio dei biglietti era di poco più di 8 Euro. Si capisce che i conti non tornano.). Così procedendo, nei prossimissimi anni, a Spoleto si raggiungeranno i 100.000 spettatori, e la cittadina scoppierà. Perchè dovrà allargare teatri e teatrini e piazze e piazzette, e chiese consacrate e sconsacrate, e ogni altro luogo nel quale Ferrara deciderà di bloccare il suo carrozzone. Ma noi non ce lo auguriamo .
Vogliamo invece solamente far notare come la musica sia scomparsa, e l 'opera - un unico titolo - da due anni a questa ed anche il prossimo - abbia sempre gli stessi artefici, uno dei quali è proprio Giorgio Ferrara, e che la memoria storica del Festival di Spoleto non ha alcuna importanza per Ferrara. Tanto è vero che l'archivio storico del festival. alloggiato a 'Casa Menotti', lo si deve alla famiglia Monini, della notissima e benemerita casa olearia spoletina, che ha acquistato la casa del maestro e ne ha fatto lo scrigno della storia del festival - come raccontava l'altro ieri Giuseppe Videtti dalle pagine di Repubblica, senza aggiungere una sola parola per dire che se non ci avessero pensato i Monini, forse nel giro di qualche anno il tesoro della storia del festival di Menotti, forse sarebbe andato distrutto o disperso. Perchè, come hanno riferito anche a noi dal centralino del festival: il festival non ha nessun archivio. Gli bastano le gesta presenti di Giorgio Ferrara.
E quest'anno, ad Emilia Costantini del Corriere della Sera, aggiornava le cifre degli spettatori: " nel 2007, ultimo anno della gestione Menotti, Francis- erano 50.000 ( nei repertori si legge: 5.000, ma crediamo sia un errore: uno zero in meno, altrimenti ogni anno Ferrara avrebbe portato 10.000 persone in più rispetto al precedente: un miracolo riuscito solo a lui sulla terra!) oggi siamo a 70.000 ed oltre". E il Giornale di Spoleto, riportava a consuntivo che 'le presenze registrate sono state 80.000 ( che vuol dire presenze registrate? Spettatori ? Spettatori paganti o che altro?) e chele entrate rispetto allo scorso anno, son o passate da 627.000 Euro a 665.000, che vuol dire che i diecimila spettatori in più, rispetto alla precedente edizione, hanno portato nelle casse del festival, 38.000 Euro di maggior incasso, che diviso per 10.000 fa... fate voi i conti così non ci capirete più nulla, come è anche accaduto a noi. Ma forse in quegli ottantamila sono compresi anche coloro i quali hanno assistito ai concerti delle bande militari nello stadio, concerti gratuiti e forse affollati di spoletini e di abitanti dei paesi intorno. Alla quale circostanza si deve la dizione 'presenze', al posto di 'spettatori paganti', che facendo i conti della serva, potrebbero essere poco più di quelli dello scorso anno. Altro che 5000 spettatori in più ogni anno che vanno ad aggiungersi ai 60.000 dell'edizione del 2014. Presentando dal palco, il concerto di chiusura, in Piazza Duomo, Giorgio Ferrara ha detto:"Non credevo fosse possibile ma con lo spettacolo di questa sera abbiamo superato le 80 mila". Condividiamo lo stupore di Ferrara.
Insomma con le cifre sembra che Ferrara non abbia un buon rapporto, come - del resto- non sembra averlo né con il teatro- come faceva notare nelle passate settimane Franco Cordelli, sempre sul Corriere - e neanche con l'idea di festival che Gian Carlo Menotti aveva voluto fondare e portare a Spoleto.
Stando alle cifre - che non sono mai state il nostro forte ma alle quali ci stiamo appassionando da un pò, dopo che ne sentiamo sparare di veramente assurde - al Festival dei Due Monti che ora si chiama Festival di Spoleto perchè, a detta di Ferrara, il 'suo' festival o quel che è rimasto del festival di Menotti, ha infranto la barriera dei 'due mondi' abbracciandone molti di più, starebbero arrivando frotte di spettatori da ogni parte del mondo, tanto che la biglietteria elettronica è andata fuori uso, come si leggeva sul sito del festival all'inizio della edizione di quest'anno, e, verso la fine, quando si metteva in guardia che i biglietti del 'Concerto in piazza' - l'unico che poteva riunire contemporaneamente - una discreta folla di spettatori, non si potevano acquistare via internet ( questa non l'abbiamo capita, perchè pensavamo che la biglietteria elettronica fosse un mezzo di acquisto più veloce e più facile per grandi raduni!).
Insomma nel 2007, quando Ferrara giunse al comando del festival spoletino, gli spettatori erano 50.000 - secondo le sue dichiarazioni; nel 2014 sarebbero stati 60.000; nel 2016 avrebbero superato i 70.000. tutto possibile, ovvio. Però dal 2008 al 2014, in sette anni, gli spettatori sarebbero aumentati più o meno al ritmo di 1400 unità ad anno; poi all'improvviso un'accelerazione come non si era mai vista, sempre con gli stessi artisti del 2008 divenuti presenza fissa a Spoleto, una sorta di carrozzone di teatranti 'ferrarino' che sbarca ogni anno in Umbria, con un aumento intorno alle 10.000 unità ogni anno negli ultimi due ( un aumento vertiginoso che non trova riscontro in un altrettanto vertiginoso aumento delle entrate al botteghino, dove con un rapido calcolo risulta che il costo medio dei biglietti era di poco più di 8 Euro. Si capisce che i conti non tornano.). Così procedendo, nei prossimissimi anni, a Spoleto si raggiungeranno i 100.000 spettatori, e la cittadina scoppierà. Perchè dovrà allargare teatri e teatrini e piazze e piazzette, e chiese consacrate e sconsacrate, e ogni altro luogo nel quale Ferrara deciderà di bloccare il suo carrozzone. Ma noi non ce lo auguriamo .
Vogliamo invece solamente far notare come la musica sia scomparsa, e l 'opera - un unico titolo - da due anni a questa ed anche il prossimo - abbia sempre gli stessi artefici, uno dei quali è proprio Giorgio Ferrara, e che la memoria storica del Festival di Spoleto non ha alcuna importanza per Ferrara. Tanto è vero che l'archivio storico del festival. alloggiato a 'Casa Menotti', lo si deve alla famiglia Monini, della notissima e benemerita casa olearia spoletina, che ha acquistato la casa del maestro e ne ha fatto lo scrigno della storia del festival - come raccontava l'altro ieri Giuseppe Videtti dalle pagine di Repubblica, senza aggiungere una sola parola per dire che se non ci avessero pensato i Monini, forse nel giro di qualche anno il tesoro della storia del festival di Menotti, forse sarebbe andato distrutto o disperso. Perchè, come hanno riferito anche a noi dal centralino del festival: il festival non ha nessun archivio. Gli bastano le gesta presenti di Giorgio Ferrara.
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lunedì 13 giugno 2016
La musica, come era ai tempi di Menotti, latita al Festival di Spoleto. E quella poca che è rimasta, viene affidata a schiere di studenti dei nostri Conservatori
Un tempo si andava a Spoleto per scoprire ciò che nei vari campi Menotti aveva scoperto per il suo pubblico fra coreografi, ballerini, direttori d'orchestra, cantanti, strumentisti, attori, registi, pittori scultori. Oggi si vanno a vedere o ad ascoltare le glorie dello star system internazionale, invecchiate a Spoleto, sempre le stesse.
Giorgio Ferrara non ha nè voglia e neanche - forse - capacità per girare il mondo e scovare talenti. E perciò si affida - una volta messo a punto con vecchie glorie e amici suoi, il programma di teatro - per la musica, divenuta ormai la 'cenerentola', a Conservatori del circondario, appaltando direttamente a loro la programmazione. E i Conservatori, ben contenti di mettere in vetrina quelli che ritengono i loro più promettenti talenti - troppi in un conservatorio solo e non ancora del tutto formati, - onorati per l'incarico di Ferrara, organizzano tutta l'attività concertistica del festival.
Mentre Ferrara ed il suo consulente musicale ( che non sa più a chi dare i resti e la sua preziosa consulenza, occupato anche all'Opera di Roma, nel circuito lirico marchigiano ed a Ravello) si riserva, apertura e chiusura del festival: Nozze di Figaro per cominciare, e Concerto in piazza con l'Orchestra di santa Cecilia diretta da Pappano, solista Bollani. Il Concerto diretto da Alessandrini, del quale abbiamo appena scritto, è solo una felice ma casuale eccezione.
Di tutto il resto della musica, di quel poco che vi è rimasto, dai 'Concerti di mezzogiorno', un tempo celebri e ricchi di sorprese, agli altri concerti, in varie ore del giorno, come pure di quelli organistici notturni ( che sono poi ridotti ad uno solo, perché allora sparare cannonate!) Ferrara riceve direttamente programma e nomi degli interpreti dalle Scuole di Musica, alle quali ha demandato direzione ed organizzazione, lavandosene completamente le mani e forse non spendendo neanche un Euro, salvo le misere spese di logistica, sulle quali sicuramente farà economia, come ci hanno insegnato tanti altri esperimenti di musica affidati a giovani.
Alla Scuola di Musica di Fiesole, benemerita non c'è che dire, il compito di programmare i Concerti di mezzogiorno; al Conservatorio 'Morlacchiì di Perugia quello gli altri concreti, al chiuso o all'aperto e in vari luoghi.
Spoleto non è più quella di una volta, quando era il festival 'di Menotti', mentre ora è il festival 'di Ferrara'. Vuoi mettere? Meglio quello 'di Ferrara'? Certo che no!
Giorgio Ferrara non ha nè voglia e neanche - forse - capacità per girare il mondo e scovare talenti. E perciò si affida - una volta messo a punto con vecchie glorie e amici suoi, il programma di teatro - per la musica, divenuta ormai la 'cenerentola', a Conservatori del circondario, appaltando direttamente a loro la programmazione. E i Conservatori, ben contenti di mettere in vetrina quelli che ritengono i loro più promettenti talenti - troppi in un conservatorio solo e non ancora del tutto formati, - onorati per l'incarico di Ferrara, organizzano tutta l'attività concertistica del festival.
Mentre Ferrara ed il suo consulente musicale ( che non sa più a chi dare i resti e la sua preziosa consulenza, occupato anche all'Opera di Roma, nel circuito lirico marchigiano ed a Ravello) si riserva, apertura e chiusura del festival: Nozze di Figaro per cominciare, e Concerto in piazza con l'Orchestra di santa Cecilia diretta da Pappano, solista Bollani. Il Concerto diretto da Alessandrini, del quale abbiamo appena scritto, è solo una felice ma casuale eccezione.
Di tutto il resto della musica, di quel poco che vi è rimasto, dai 'Concerti di mezzogiorno', un tempo celebri e ricchi di sorprese, agli altri concerti, in varie ore del giorno, come pure di quelli organistici notturni ( che sono poi ridotti ad uno solo, perché allora sparare cannonate!) Ferrara riceve direttamente programma e nomi degli interpreti dalle Scuole di Musica, alle quali ha demandato direzione ed organizzazione, lavandosene completamente le mani e forse non spendendo neanche un Euro, salvo le misere spese di logistica, sulle quali sicuramente farà economia, come ci hanno insegnato tanti altri esperimenti di musica affidati a giovani.
Alla Scuola di Musica di Fiesole, benemerita non c'è che dire, il compito di programmare i Concerti di mezzogiorno; al Conservatorio 'Morlacchiì di Perugia quello gli altri concreti, al chiuso o all'aperto e in vari luoghi.
Spoleto non è più quella di una volta, quando era il festival 'di Menotti', mentre ora è il festival 'di Ferrara'. Vuoi mettere? Meglio quello 'di Ferrara'? Certo che no!
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mercoledì 27 aprile 2016
Sfogliando RICORDIANA, mensile di Casa Ricordi, anno 1957
L'incontro con questa bella rivista, dove l'editore italiano che le dava il nome non influiva poi così tanto, come accade con tanti 'house organ', è avvenuto a seguito del suo acquisto - la sola annata 1957 ben rilegata - su una bancarella di libri vecchi. L'abbiamo sfogliata attentamente notandone alcune caratteristiche: pochi articoli, qualche saggio in ogni numero, e poi la lunga serie delle corrispondenze italiane ed estere, nelle quali ovviamente autori e pubblicazioni di Casa Ricordi avevano un posto privilegiato; non mancavano le cronache radiofoniche, seguite queste ultime dal catalogo aggiornato delle edizioni milanesi.
Nel numero di dicembre leggiamo di una conferenza stampa che non abbiamo timore a definire storica, quella di Menotti che annuncia per l'estate successiva l'avvio del Festival dei Due mondi, nella Spoleto da poco scoperta e che vantava addirittura due teatri, uno piccolo, il Caio Melisso ( in piazza Duomo, da restaurare, essendo stato adibito a sala cinematografica fino a quel momento) ed il Teatro Nuovo dalla capienza più che soddisfacente, oggi Teatro Menotti. Il festival, in quella prima edizione sarebbe durato ben cinque settimane. Menotti annunciava di voler rappresentare l'Otello di Rossini, anche se qualche perplessità (per ragioni economiche) gliela creava lo stuolo di tenori richiesti. Dunque la cosiddetta 'renaissance rossiniana' attribuita a Pesaro, avrebbe potuto avere un precedente a Spoleto.( L'Otello di Rossini, anche per i cinque tenori non approderà mai a Spoleto). Per l'inaugurazione, il 5 giugno 1958, si optò per il Macbeth di Verdi, direttore Schippers, regista Visconti. In programma altre quattro titoli fra classici e contemporanei, serate di balletto, teatro,concerti e poi mostre ecc...
Menotti, patron e demiurgo del festival, si circondò, per i settori in cui la programmazione si articolava, di personalità di grande rilievo; a loro era demandata la proposta del cartellone. Un'idea abbastanza interessante per venire incontro - spiegò Menotti - ai tanti artisti e critici che assai spesso dicono come avrebbero loro fatto questo o quel festival. Menotti li mise alla prova ( Un esperimento simile si fece anche al Maggio Fiorentino negli anni Ottanta, quando due successive edizioni furono rispettivamente affidate - lo ricordiamo bene- a Berio e D'Amico).
Ma il festival aveva anche altri intenti, primo fra tutti quello di mettere a confronto artisti europei e 'del nuovo mondo' ed anche giovani artisti con artisti ormai collaudati. E la storia del festival sta a dimostrare la validità di tante intuizioni del musicista italo-americano, Menotti. Mentre quella recente, recentissima del festival ha preso un'altra diversa strada - che, finchè piacerà a chi governa il festival e la città, sarà perseguita - sebbene molto distante da quella del fondatore.
Tornando a RICORDIANA, sullo stesso ultimo numero del 1957, appare un saggio di Furtwaengler sui criteri da seguire nella formulazione di un programma da concerto, da tempo tradotto in italiano del quale però noi avevamo perso la memoria. Il grande direttore distingue un programma 'da leggersi' da uno 'da ascoltarsi', sostenendo a ragione che molti programma bellissimi ed interessanti da leggersi sulla carta, risultano poi noiosi all'ascolto; oppone qualche obiezione ai programmi 'a tema' ; suggerisce una sequenza 'tipo' da seguire nella proposta dei vari brani, consiglia di non emarginare la musica contemporanea nei circoli esclusivi di festival e stagioni ad hoc ed altre pillole di saggezza. Fra le quali però non ci pare vi fosse anche quella di non sovraccaricare il pubblico con più opere poderose in una stessa serata, della cui inopportunità noi siamo convinti da sempre.
Nelle stesse pagine di RICORDIANA 1957 vi sono anche interessantissimi scritti di Gavazzeni, uno particolarmente analitico di Luciano Berio sulla 'Musica elettronica', ed anche non poche curiosità, come quella dell'invenzione del cosiddetto 'crescendo rossiniano,' la cui paternità va riconosciuta ad un oscuro musicista di Masserano, Piero Mercandetti, detto il Generali, morto nel 1832, all'età di 59 anni- come ricorda una lapide posta sulla facciata del Municipio della cittadina.
Nel numero di dicembre leggiamo di una conferenza stampa che non abbiamo timore a definire storica, quella di Menotti che annuncia per l'estate successiva l'avvio del Festival dei Due mondi, nella Spoleto da poco scoperta e che vantava addirittura due teatri, uno piccolo, il Caio Melisso ( in piazza Duomo, da restaurare, essendo stato adibito a sala cinematografica fino a quel momento) ed il Teatro Nuovo dalla capienza più che soddisfacente, oggi Teatro Menotti. Il festival, in quella prima edizione sarebbe durato ben cinque settimane. Menotti annunciava di voler rappresentare l'Otello di Rossini, anche se qualche perplessità (per ragioni economiche) gliela creava lo stuolo di tenori richiesti. Dunque la cosiddetta 'renaissance rossiniana' attribuita a Pesaro, avrebbe potuto avere un precedente a Spoleto.( L'Otello di Rossini, anche per i cinque tenori non approderà mai a Spoleto). Per l'inaugurazione, il 5 giugno 1958, si optò per il Macbeth di Verdi, direttore Schippers, regista Visconti. In programma altre quattro titoli fra classici e contemporanei, serate di balletto, teatro,concerti e poi mostre ecc...
Menotti, patron e demiurgo del festival, si circondò, per i settori in cui la programmazione si articolava, di personalità di grande rilievo; a loro era demandata la proposta del cartellone. Un'idea abbastanza interessante per venire incontro - spiegò Menotti - ai tanti artisti e critici che assai spesso dicono come avrebbero loro fatto questo o quel festival. Menotti li mise alla prova ( Un esperimento simile si fece anche al Maggio Fiorentino negli anni Ottanta, quando due successive edizioni furono rispettivamente affidate - lo ricordiamo bene- a Berio e D'Amico).
Ma il festival aveva anche altri intenti, primo fra tutti quello di mettere a confronto artisti europei e 'del nuovo mondo' ed anche giovani artisti con artisti ormai collaudati. E la storia del festival sta a dimostrare la validità di tante intuizioni del musicista italo-americano, Menotti. Mentre quella recente, recentissima del festival ha preso un'altra diversa strada - che, finchè piacerà a chi governa il festival e la città, sarà perseguita - sebbene molto distante da quella del fondatore.
Tornando a RICORDIANA, sullo stesso ultimo numero del 1957, appare un saggio di Furtwaengler sui criteri da seguire nella formulazione di un programma da concerto, da tempo tradotto in italiano del quale però noi avevamo perso la memoria. Il grande direttore distingue un programma 'da leggersi' da uno 'da ascoltarsi', sostenendo a ragione che molti programma bellissimi ed interessanti da leggersi sulla carta, risultano poi noiosi all'ascolto; oppone qualche obiezione ai programmi 'a tema' ; suggerisce una sequenza 'tipo' da seguire nella proposta dei vari brani, consiglia di non emarginare la musica contemporanea nei circoli esclusivi di festival e stagioni ad hoc ed altre pillole di saggezza. Fra le quali però non ci pare vi fosse anche quella di non sovraccaricare il pubblico con più opere poderose in una stessa serata, della cui inopportunità noi siamo convinti da sempre.
Nelle stesse pagine di RICORDIANA 1957 vi sono anche interessantissimi scritti di Gavazzeni, uno particolarmente analitico di Luciano Berio sulla 'Musica elettronica', ed anche non poche curiosità, come quella dell'invenzione del cosiddetto 'crescendo rossiniano,' la cui paternità va riconosciuta ad un oscuro musicista di Masserano, Piero Mercandetti, detto il Generali, morto nel 1832, all'età di 59 anni- come ricorda una lapide posta sulla facciata del Municipio della cittadina.
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lunedì 7 luglio 2014
Spoleto non è più quella di una volta. Ora è la Spoleto di Giorgio Ferrara
Le pecorelle tornano all'ovile. Noi pastorelli eravamo rimasti, tristi, a guardia di un ovile ormai vuoto di pecorelle, perchè una dopo l'altra, chi da una parte chi dall'altra, avevano preso sentieri pericolosi. Fuor di metafora stiamo parlando del Festival di Spoleto che dal 2088 è sotto la direzione, osannata da molti che hanno troppo presto dimenticato quel che era il festival inventato da Menotti - FESTIVAL di INVENZIONE ! - per buttarsi sul carro vincente di Giorgio Ferrara: i 'sentieri pericolosi' della metafora. L'attuale reggitore del festival, per ancora qualche anno - purtroppo ! - il cui cursus honorum, oltre quello di essere marito di Adriana Asti e fratello di Giuliano - consiste in una carriera da regista, non certo luminosissima, e nella sua direzione all'Istituto italiano di cultura a Parigi - per il quale incarico, va da sè che il fratellone non c'entra affatto; via cattivi pensieri! - dove è riuscito a crearsi una corte di teatranti che poi ha trasferito, ampliandola ancora, a Spoleto. Sempre la stessa corte che ogni anno si ritrova a profanare lo 'spirito' di Spoleto, fatta di registi soprattutto che non fanno più nulla di nuovo, benchè ciò che fanno lo facciano bene, e che non riesce a mantener vivo l'intento che aveva guidato Menotti a insediarsi moltissimi anni fa nella meravigliosa cittadina umbra. Creare una cittadella delle arti, mettere in vetrina giovani forze e nuove idee. Col tempo molti altri festival sono sorti, e , fra questi, certamente ve ne sono alcuni che incarnano più di quello guidato da Ferrara, lo spirito di Spoleto di una volta. Ravenna, ad esempio. Anche se pure lì c'è lo zampino troppo evidente di una famiglia, quella di Riccardo e Cristina Muti. Oggi Ferrara commissiona spettacoli, nei quali - ma di questo gli siamo grati - c'è sempre la divina Asti; distribuisce premi; gratifica amici e laudatores ecc.. insomma un festival troppo caro per quel che è ed offre, da dove la musica è poi del tutto scomparsa. Una montagna di soldi per pagare artisti carissimi, che di soldi ne hanno già abbastanza, e che nulla di interessante e nuovo ci faranno mai vedere/ascoltare, e sopratutto che sbarreranno la strada a tutti i nuovi volti della scena italiana ed internazionale. Lì di 'Nuovo', oltre il teatro che porta tale nome beneaugurante, non c'è rimasto altro.
E le pecorelle dell'inizio che fine hanno fatto? Di una, in particolare, che conosciamo molto bene e da tempo, salutiamo con gioia il ritorno all'ovile dell'oggettività di giudizio. Quella pecorella, un nostro collega, ma molto molto più famoso di noi, negli anni aveva lodato senza mezze misure quel festival, dove lavora anche un direttore artistico per la musica suo amico fraterno, come aveva fatto anche con il disastrato Teatro dell'Opera di Roma, nonostante Muti, che solo lui vedeva in cima alla classifica dei migliori teatri al mondo. Naturalmente il fatto che sia il teatro che il festival abbiano rappresentato una sua pièce su Carlos Kleiber, non c'entra con il positivo parere di un tempo sul festival e sul teatro. Perchè allora ha cambiato improvvisamente idea? Una luce abbagliante l'ha risvegliato dal torpore e gli ha insegnato nuovamente la retta via della critica. Ora quella pecorella è felicemente tornata all'ovile e dice senza mezzi termini e senza far più sconti a nessuno che Spoleto è diventato il Festival di Ferrara - ma non alla stessa maniera per cui lo era di Menotti padre - ed un 'acuto non fa primavera' - testualmente - sull'Opera di Roma di Fuortes, nonostante Muti. Bentornata pecorella.
E le pecorelle dell'inizio che fine hanno fatto? Di una, in particolare, che conosciamo molto bene e da tempo, salutiamo con gioia il ritorno all'ovile dell'oggettività di giudizio. Quella pecorella, un nostro collega, ma molto molto più famoso di noi, negli anni aveva lodato senza mezze misure quel festival, dove lavora anche un direttore artistico per la musica suo amico fraterno, come aveva fatto anche con il disastrato Teatro dell'Opera di Roma, nonostante Muti, che solo lui vedeva in cima alla classifica dei migliori teatri al mondo. Naturalmente il fatto che sia il teatro che il festival abbiano rappresentato una sua pièce su Carlos Kleiber, non c'entra con il positivo parere di un tempo sul festival e sul teatro. Perchè allora ha cambiato improvvisamente idea? Una luce abbagliante l'ha risvegliato dal torpore e gli ha insegnato nuovamente la retta via della critica. Ora quella pecorella è felicemente tornata all'ovile e dice senza mezzi termini e senza far più sconti a nessuno che Spoleto è diventato il Festival di Ferrara - ma non alla stessa maniera per cui lo era di Menotti padre - ed un 'acuto non fa primavera' - testualmente - sull'Opera di Roma di Fuortes, nonostante Muti. Bentornata pecorella.
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