Da qualche giorno, in tutta Milano, si festeggiano i settantanni di Salvatore Sciarrino, sia attraverso il festival 'Milano Musicia' che gli è principalmente dedicato, ed è tuttora in svolgimento, che per il debutto alla Scala - che gliel'ha commissionata, in coppia con la Staatsoper di Berlino, della sua nuova opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. Aspettando Stradella, oltre naturalmente alla mostra che illustra anche visivamente il suo ormai lungo percorso compositivo, che dura da quasi mezzo secolo.
Non crediamo però che una città italiana, come Milano e qualunque altra, si entusiasmi e partecipi coralmente a simili festeggiamenti, come ci capitò di vedere a Salisburgo, un pò d'anni fa, quando all'interno del celebre festival , l'allora direttore artistico, Markus Hinterhauser, di recente tornato alla guida dell'istituzione austriaca, gli dedicò una sezione monografica assai ricca che spaziava dalle opere per il teatro, alla musica vocale, sinfonica, cameristica a quella per strumento solista (pianoforte): Kontinent Sciarrino. Un festival nel festival, nel quale tutta la cittadina sembrò coinvolta, come si poteva desumere dagli striscioni per le strade, oltre che sulle facciate dei luoghi deputati, dalle vetrine dei negozi che mostravano foto, partiture, copertine di dischi e poi anche dagli incontri e dalla master class ecc.. per celebrare, facendolo meglio conoscere, il compositore italiano. Milano saprà fare altrettanto?
L'altra sera, alla prima della nuova opera di Salvatore Sciarrino alla Scala, ascoltata a Radio 3, in diretta, si sono potuti ascoltare i lunghi applausi che hanno salutato la fine del primo atto ed anche la fine dell'opera. Così lunghi ed insistenti, da sorprendere il cronista radiofonico da Roma, il quale si è sentito in obbligo a giustificarli con la tipologia di pubblico della serata: principalmente quello del festival contemporaneo 'Milano Musica' , abituato - voleva dire - ad 'autoflagellazioni' e a salutare le stesse, alla fine, con applausi. Il cronista, insomma, non credendo alle sue orecchie - ma a nessuno interessava sapere cosa lui pensasse di quegli applausi - spiegava con un concentrato di idiozie la sua sorpresa. Potremmo aggiungere che il cronista radiofonico romano era il giusto pendant di quello che commentava la serata dalla Scala, con sciatteria e pressapochismo.
Ma con tutti i critici che quella sera erano a Milano - dove si era consumata nel pomeriggio, una riunione plenaria della 'venerabile confraternita' dell'Associazione nazionale di categoria - Radio 3 non si poteva affidare a qualcun'altro in grado di condurre con competenza e senza approssimazione la diretta radiofonica dalla Scala?
Veniamo all'opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. In attesa di Stradella, che la Scala di Lissner (e Berlino in coproduzione) aveva commissionato al musicista qualche anno fa , ma che è andata in scena solo ora, sotto la sovrintendenza Pereira. Lissner avrebbe voluto che il compositore la consegnasse in quattro e quattr'otto, mentre invece Sciarrino voleva pensarci e lavorare con i tempi suoi e comunque con il tempo necessario e sufficiente per elaborare e realizzare un nuovo progetto che, da quel che si è ascoltato, sembra essere molto diverso da quelli suoi, anche recenti, destinati al palcoscenico (La nuova Euridice secondo Rilke, del 2015)
Nel frattempo, oltre a formalizzare il progetto della nuova opera, Sciarrino ha voluto approfondire la conoscenza di Stradella, della sua musica, verso la quale ha sviluppato un vero innamoramento.
Non l'ha affascinato tanto la figura del musicista, intorno alla quale, secondo le sue conoscenze, c'è molta letteratura ed invenzione, al punto che - ha spiegato Sciarrino - non abbiamo neanche un suo ritratto, e che, se avesse avuto la vita movimentata che gli si suole attribuire, non avrebbe avuto materialmente il tempo di scrivere tutta quella musica meravigliosa, studiata con cura e attenta riflessione.
Per la stessa ragione, molti anni fa, cioè per la particolare qualità e modernità della sua musica, Sciarrino, s'era appassionato ad un altro celebre, e dannato, musicista: Gesualdo da Venosa, al quale aveva dedicato una prima opera, la sua più fortunata, Luci mie traditrici; una seconda per la compagnia dei pupi di Cuticchio; ed alcune 'ricreazioni' di suoi celebri madrigali e perfino dell'unica sua musica strumentale. Sicuramente Sciarrino si augura di contribuire, con la sua opera, ad una meritata e approfondita conoscenza della grandezza di Stradella.
Sulla nuova opera, aleggia la figura 'assente' di Stradella, del quale, in un palazzo nobiliare dove sono riuniti una cantante, i musicisti e i signori con i loro servi, si attende per la necessaria prova, la nuova cantata, che arriva sì, ma alla fine dell'opera, e della quale si fa in tempo ad ascoltare l'avvio mesto e struggente. Mentre, proprio all'inizio dell'opera, Sciarrino, con una sua ampia rivisitazione e ricreazione di musica stradelliana, ci ha fatto gustare la ricchezza, novità e modernità della sua musica.
Delle sue capacità 'ricreative' - non semplici rivisitazioni ed ancor meno trascrizioni o strumentazioni - come una volta ha spiegato in un lungo illuminante scritto - Sciarrino ha dato ormai infiniti saggi, ultimo, fra quelli che abbiamo ascoltato, Sposalizio, da Franz Liszt, scritto per l'Orchestra di Padova del suo interprete privilegiato, il direttore d'orchestra Marco Angius, e che Sciarrino ha illustrato in lungo e largo, nel corso delle lezioni di musica trasmesse da Rai 5, solo qualche mese fa. In questi giorni, a Milano, Sciarrino ed Angius hanno presentato i due CD Decca che ripercorrono, a grandi linee s'intende, la carriera compositiva del musicista. I 2 CD Decca, che Angius ha registrato a capo della sua Orchestra padovana, vanno ad aggiungersi alla ottantina e passa già in circolazione e che costituisce ad oggi la ricchissima discografia di Sciarrino.
Sciarrino, invitato ad illustrare alla radio l'opera, durante l'intervallo della 'prima' scaligera, ha messo in risalto come la sua musica riveli un sapore 'arcaico' in quest' opera. Ed è quello che arriva all'orecchio dell'ascoltatore, abituato a ben altri sperimentalismi sonori dal musicista. Con un effetto straniante, studiato e non casuale, che fa apparire Sciarrino l'antico e Stradella il moderno. Un ribaltamento di grande effetto.
Della complessa regia (Flimm) e ricchezza rappresentativa dell'opera, come anche dei diversi piani in cui si articolava il palcoscenico scaligero; dei gruppi, dislocati avanti e in fondo alla scena, e dei costumi ricchissimi e colorati, non possiamo dirvi nulla in prima persona, dovendoci attenere esclusivamente al racconto ed agli osanna, radiofonici, a differenza degli applausi di soddisfazione ed apprezzamento del pubblico del teatro che abbiamo ascoltato con le nostre orecchie.
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giovedì 16 novembre 2017
martedì 15 agosto 2017
Dove vanno i critici musicali italiani d'estate? Snobbano l'Italia, salvo qualche eccezione,retribuita, e scelgono l'estero
Abbiamo atteso qualche giorno, pensando che seppure con un pò di ritardo, qualche nostro collega ci avrebbe informato degli esiti di alcuni festival così importanti che se ne sono accorti gli stranieri che li frequentano di anno in anno, in numero maggiore degli stessi italiani. E invece no, almeno per alcuni. Gli stranieri vengono in Italia per i nostri festival - intendiamo il pubblico oltre i critici - e i nostri critici vanno all'estero a sentire concerti. E l'Italia resta scoperta. I critici spiegano anche perchè.
In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Sia chiaro, i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, o per il debutto di un interprete, specie se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.
E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro o che va a stanarlo, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.
I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna', alla quale trasmette, costringendola a vivere in una sorta di 'comune', il suo fluido mistico.
Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.
Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà? E perché Cappelli non ha verificato?
Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani, innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.
Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, orfana di Abbado e sotto la guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.
E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.
C'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da Fabio Luisi. E basta? No. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione, e non è una novità.
I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.
Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.
In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Sia chiaro, i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, o per il debutto di un interprete, specie se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.
E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro o che va a stanarlo, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.
I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna', alla quale trasmette, costringendola a vivere in una sorta di 'comune', il suo fluido mistico.
Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.
Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà? E perché Cappelli non ha verificato?
Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani, innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.
Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, orfana di Abbado e sotto la guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.
E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.
C'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da Fabio Luisi. E basta? No. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione, e non è una novità.
I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.
Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.
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mercoledì 9 agosto 2017
Maestro Muti, non se la prenda. Il racconto dell'Aida a Salisburgo continua
Il Corriere si sta distinguendo quest'estate per l'attenzione agli eventi musicali di stagione, fra i quali certamente l'Aida a Salisburgo che celebra il ritorno nella buca di orchestra per un 'opera di Riccardo Muti al festival austriaco, dopo il Nabucco di molti anni fa che si vide successivamente anche a Roma, è quello di maggiore attrazione.
Oggi, dopo il reportage di un paio di giorni fa, il quotidiano torna sull'evento, con una dichiarazione, amara, di Riccardo Muti e con tre pezzi, raccolti da Cappelli ma ascrivibili rispettivamente al direttore, alla regista iranaiana, al suo debutto nella lirica, e alla Netrebko, la star dell'opera.
Particolarmente interessante la bella dissertazione di Muti che cancella la pessima tradizione perpetuata intorno all'opera verdiana, per ascriverla fra quelle di maggiore intimità, con le dovute spiegazioni. Molto diverse da tante altre dello stesso tenore, che abbiamo letto in anni passati, anche riguardo ad altre opere oltre che sull'Aida, quando non potendosi fare con le scene, per mancanza di soldi, diventavano opere cameristiche - come nella volontà del compositore, dicevano gli imbroglioni a comando, fra i quali anche direttori notissimi che non nominiamo. Tolta la scena del trionfo, il cui trionfalismo è nella musica e dunque non abbisogna neanche del corteo di elefanti e schiavi e tesori, Aida è opera davvero raffinatissima, intima, introspettiva, e tale deve tornare ad essere. Esattamente come, secondo Muti, l'ha concepita Verdi e come il nostro direttore l'ha riproposta.
Ma non è su questa lezione di musicologia che vogliamo soffermarci, bensì sulla lagnanza del direttore per l'assenza di politici italiani a Salisburgo, dove era presente Angela Merkel, cancelliera tedesca in trasferta a Salisburgo per amore della musica, e dove negli ani passati, prima di Merkel, si vedeva regolarmente anche il cancelliere Koll. Muti avrebbe gradito che anche qualche politico italiano si fosse recato a Salisburgo per l'opera - nostro vanto, come vanno dicendo sempre questi ignoranti analfabeti che ci governano - e per godere del caloroso trionfo riservato ad uno dei nostri più illustri cittadini.
Maestro non se la prenda. Non venivano a Milano, come può pensare che possano, interrompere le vacanze estive, per venire fino a Salisburgo? ( in verità noi che Salisburgo l'abbiamo frequentata per molti anni, abbiamo più d'una volta notato seduto ai tavolini di Tomaselli qualche politico italiano, ma il pubblico di Salisburgo è internazionale, se si escludono gli italiani che invece affollano d'estate le vie della cittadina mozartiana). Si ricorderà della nostra ex ministra Melandri che disertò l'inaugurazione della Scala accampando che avrebbe dovuto allattare il pargoletto, e poi, sprovveduta, fu beccata, povera idiota, ad una cena all'Hilton. Come può pensare che la Melandri come tutti gli altri suoi successori ( Bondi,Galan, Ornaghi, ma mettiamoci anche Franceschini) possano scegliere di andare all'opera o ad un concerto? Non si illuda questo è il nostro paese.
Non rimpianga neppure la visita che ricevette tanti anni fa proprio a Salisburgo, da Alemanno - buono quello! - e Vespa, che vennero a trovarla nel pieno del festival per strapparle la promessa di assumere un incarico all'Opera di Roma. Lei, si ricorderà, per toglierseli di torno, acconsentì, ma poi si rimangiò quella promessa, perché di fatto non assunse nessun incarico di rilievo all'Opera di Roma, ma solo l'impegno a dirigervi per qualche anno di seguito. E poi via prese il fugone quando l'aria divenne cupa, da quel che lei dichiarò; quando, invece, le sue richieste divenute sempre più esose il teatro non potè accogliere, secondo l'altra campana.
Comunque a Roma ha lasciato un buon ricordo. Il suo nome compare ancora nel sito dell'Opera, con il titolo conferitogli: direttore onorario a vita. E qui smettiamo, perchè ci viene da ridere!
Oggi, dopo il reportage di un paio di giorni fa, il quotidiano torna sull'evento, con una dichiarazione, amara, di Riccardo Muti e con tre pezzi, raccolti da Cappelli ma ascrivibili rispettivamente al direttore, alla regista iranaiana, al suo debutto nella lirica, e alla Netrebko, la star dell'opera.
Particolarmente interessante la bella dissertazione di Muti che cancella la pessima tradizione perpetuata intorno all'opera verdiana, per ascriverla fra quelle di maggiore intimità, con le dovute spiegazioni. Molto diverse da tante altre dello stesso tenore, che abbiamo letto in anni passati, anche riguardo ad altre opere oltre che sull'Aida, quando non potendosi fare con le scene, per mancanza di soldi, diventavano opere cameristiche - come nella volontà del compositore, dicevano gli imbroglioni a comando, fra i quali anche direttori notissimi che non nominiamo. Tolta la scena del trionfo, il cui trionfalismo è nella musica e dunque non abbisogna neanche del corteo di elefanti e schiavi e tesori, Aida è opera davvero raffinatissima, intima, introspettiva, e tale deve tornare ad essere. Esattamente come, secondo Muti, l'ha concepita Verdi e come il nostro direttore l'ha riproposta.
Ma non è su questa lezione di musicologia che vogliamo soffermarci, bensì sulla lagnanza del direttore per l'assenza di politici italiani a Salisburgo, dove era presente Angela Merkel, cancelliera tedesca in trasferta a Salisburgo per amore della musica, e dove negli ani passati, prima di Merkel, si vedeva regolarmente anche il cancelliere Koll. Muti avrebbe gradito che anche qualche politico italiano si fosse recato a Salisburgo per l'opera - nostro vanto, come vanno dicendo sempre questi ignoranti analfabeti che ci governano - e per godere del caloroso trionfo riservato ad uno dei nostri più illustri cittadini.
Maestro non se la prenda. Non venivano a Milano, come può pensare che possano, interrompere le vacanze estive, per venire fino a Salisburgo? ( in verità noi che Salisburgo l'abbiamo frequentata per molti anni, abbiamo più d'una volta notato seduto ai tavolini di Tomaselli qualche politico italiano, ma il pubblico di Salisburgo è internazionale, se si escludono gli italiani che invece affollano d'estate le vie della cittadina mozartiana). Si ricorderà della nostra ex ministra Melandri che disertò l'inaugurazione della Scala accampando che avrebbe dovuto allattare il pargoletto, e poi, sprovveduta, fu beccata, povera idiota, ad una cena all'Hilton. Come può pensare che la Melandri come tutti gli altri suoi successori ( Bondi,Galan, Ornaghi, ma mettiamoci anche Franceschini) possano scegliere di andare all'opera o ad un concerto? Non si illuda questo è il nostro paese.
Non rimpianga neppure la visita che ricevette tanti anni fa proprio a Salisburgo, da Alemanno - buono quello! - e Vespa, che vennero a trovarla nel pieno del festival per strapparle la promessa di assumere un incarico all'Opera di Roma. Lei, si ricorderà, per toglierseli di torno, acconsentì, ma poi si rimangiò quella promessa, perché di fatto non assunse nessun incarico di rilievo all'Opera di Roma, ma solo l'impegno a dirigervi per qualche anno di seguito. E poi via prese il fugone quando l'aria divenne cupa, da quel che lei dichiarò; quando, invece, le sue richieste divenute sempre più esose il teatro non potè accogliere, secondo l'altra campana.
Comunque a Roma ha lasciato un buon ricordo. Il suo nome compare ancora nel sito dell'Opera, con il titolo conferitogli: direttore onorario a vita. E qui smettiamo, perchè ci viene da ridere!
martedì 8 agosto 2017
Danno i numeri i giornali. Troppo spesso
Chi è il n.1 fra i direttori quarantenni italiani? Michele Mariotti, secondo Valerio Capelli che ne ha annunciato sul Corriere lo sbarco a Salisburgo con un'opera verdiana in forma di concerto, Domingo protagonista, già diretta alla Scala.
Mariotti è arrivato a Salisburgo preceduto da una gran fama, alla quale forse qualche aiutino l'ha dato anche Nicola Sani, a capo del Teatro di Bologna di cui Mariotti è direttore, caldeggiando la sua causa presso l'attuale direttore del festival austriaco, Markus Hinterhauser ( suo amico, frequentato dai tempi della sua direzione della fondazione Scelsi)? Certamente no, Sani non c'entra, almeno così pensiamo. Mariotti ha critiche sempre positive se non entusiasmanti ovunque egli diriga, e dunque merita, di approdare al festival dei festival. Anche chi volesse vederci anche lo zampino del noto festival rossiniano di Pesaro, in mano alla sua famiglia fin dalla fondazione, o una specie di anticipo delle celebrazioni rossiniane del prossimo anno ( 1868-2018) sbaglia di grosso.
Nell'intervista al giovane direttore c'è un passaggio che un giovane ma bravo giornalista come Cappelli avrebbe dovuto approfondire, oltre che denunciare. Cappelli tira fuori il licenziamento dell'Orchestra del Comunale di Bologna, di cui Mariotti è direttore, dal festival di suo padre, dove è arrivata quella della Rai. Ma non gli chiede la ragione che potrebbe essere solo di carattere economico e potrebbe avere a che fare con rivendicazioni sindacali. Se ne duole e basta. Troppo poco.
Sempre dal Corriere, ma questa volta da Enrico Girardi, altri numeri per un altro direttore. Il giornale gli pubblica la recensione dell'Orlando furioso di Vivaldi che lui ha visto a Martina Franca ( quando? se è andato in scena a metà luglio, ultima replica il 31, e la recensione è uscita ieri 8 agosto? Che tempismo!). Ha visto dirigere un giovane direttore, nel Giorno di regno di Verdi, uscito dal Conservatorio dell'Aquila, e che quindi noi consociamo, anche se non lo abbiamo mai visto ed ascoltato dirigere, negli anni di studio. Si chiama Sesto Quatrini, è stato e forse lo è ancora assistente di Fabio Luisi e, secondo Girardi, dobbiamo fare attenzione perchè di lui si parlerà in futuro. Sembra di rileggere quel che Schumann (Girardi) scrisse di Brahms ( Quatrini) prima che il grande compositore si dedicasse alla sinfonia, mentre era noto soprattutto come pianista e compositore per il suo strumento. E' chiaro che Girardi ha prestato orecchio a ciò che Luisi gli ha detto del giovane direttore, al quale noi auguriamo un futuro radioso.
A proposito di suggerimenti, e sempre restando sulle recenti cronache salisburghesi lette sul Corriere, Cappelli, nel raccontare l'Aida di Muti, con i Wiener in buca, ha modo di annotare, di sfuggita, che l'arrivo di Muti in buca gli fa bene ai noti viennesi, perchè per quanto bravi siano, la routine può fiaccare anche le loro ben note prestazioni. Insomma i Wiener, dice Cappelli, hanno fatto il 'tagliando' con Muti. Vabbè, che routine! E quanto poco costoso sia un tagliando che li faccia nuovamente risplendere.
La considerazione di Cappelli, frutto di suggerimenti venutigli da chi di orchestre se ne intende ed è anche in grado di vedere se le prestazioni sono appannate rispetto al solito, deriva anche dalla considerazione tante volte fatta e rifatta letta e riletta, e cioè che i Wiener, orchestra residente a Salisburgo, viene oberata di lavoro nel mese che dura il festival e che quindi qualche volta può non essere e non figurare al massimo delle sue possibilità. Salvo che non la diriga qualcuno che le suona la sveglia. Come ha sicuramente fatto Muti. E Cappelli, prontamente, riferito.
Mariotti è arrivato a Salisburgo preceduto da una gran fama, alla quale forse qualche aiutino l'ha dato anche Nicola Sani, a capo del Teatro di Bologna di cui Mariotti è direttore, caldeggiando la sua causa presso l'attuale direttore del festival austriaco, Markus Hinterhauser ( suo amico, frequentato dai tempi della sua direzione della fondazione Scelsi)? Certamente no, Sani non c'entra, almeno così pensiamo. Mariotti ha critiche sempre positive se non entusiasmanti ovunque egli diriga, e dunque merita, di approdare al festival dei festival. Anche chi volesse vederci anche lo zampino del noto festival rossiniano di Pesaro, in mano alla sua famiglia fin dalla fondazione, o una specie di anticipo delle celebrazioni rossiniane del prossimo anno ( 1868-2018) sbaglia di grosso.
Nell'intervista al giovane direttore c'è un passaggio che un giovane ma bravo giornalista come Cappelli avrebbe dovuto approfondire, oltre che denunciare. Cappelli tira fuori il licenziamento dell'Orchestra del Comunale di Bologna, di cui Mariotti è direttore, dal festival di suo padre, dove è arrivata quella della Rai. Ma non gli chiede la ragione che potrebbe essere solo di carattere economico e potrebbe avere a che fare con rivendicazioni sindacali. Se ne duole e basta. Troppo poco.
Sempre dal Corriere, ma questa volta da Enrico Girardi, altri numeri per un altro direttore. Il giornale gli pubblica la recensione dell'Orlando furioso di Vivaldi che lui ha visto a Martina Franca ( quando? se è andato in scena a metà luglio, ultima replica il 31, e la recensione è uscita ieri 8 agosto? Che tempismo!). Ha visto dirigere un giovane direttore, nel Giorno di regno di Verdi, uscito dal Conservatorio dell'Aquila, e che quindi noi consociamo, anche se non lo abbiamo mai visto ed ascoltato dirigere, negli anni di studio. Si chiama Sesto Quatrini, è stato e forse lo è ancora assistente di Fabio Luisi e, secondo Girardi, dobbiamo fare attenzione perchè di lui si parlerà in futuro. Sembra di rileggere quel che Schumann (Girardi) scrisse di Brahms ( Quatrini) prima che il grande compositore si dedicasse alla sinfonia, mentre era noto soprattutto come pianista e compositore per il suo strumento. E' chiaro che Girardi ha prestato orecchio a ciò che Luisi gli ha detto del giovane direttore, al quale noi auguriamo un futuro radioso.
A proposito di suggerimenti, e sempre restando sulle recenti cronache salisburghesi lette sul Corriere, Cappelli, nel raccontare l'Aida di Muti, con i Wiener in buca, ha modo di annotare, di sfuggita, che l'arrivo di Muti in buca gli fa bene ai noti viennesi, perchè per quanto bravi siano, la routine può fiaccare anche le loro ben note prestazioni. Insomma i Wiener, dice Cappelli, hanno fatto il 'tagliando' con Muti. Vabbè, che routine! E quanto poco costoso sia un tagliando che li faccia nuovamente risplendere.
La considerazione di Cappelli, frutto di suggerimenti venutigli da chi di orchestre se ne intende ed è anche in grado di vedere se le prestazioni sono appannate rispetto al solito, deriva anche dalla considerazione tante volte fatta e rifatta letta e riletta, e cioè che i Wiener, orchestra residente a Salisburgo, viene oberata di lavoro nel mese che dura il festival e che quindi qualche volta può non essere e non figurare al massimo delle sue possibilità. Salvo che non la diriga qualcuno che le suona la sveglia. Come ha sicuramente fatto Muti. E Cappelli, prontamente, riferito.
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Da Macron a Muti: dalla prémière dame alla prémière fille
La popolarità del nuovo presidente francese, eletto con un inatteso plebiscito, va lentamente, ma non tanto, ed inesorabilmente calando, anche a seguito del 'ruolo' che lui avrebbe voluto ritagliare, in ambito ufficiale, a sua moglie Brigitte - senza la quale, come ha dichiarato, lui non sarebbe quello che è e non sarebbe arrivato dove è arrivato: chissenefrega! - dotandola di ufficio, budget e segreteria, e che ora non potrà più mettere in atto. Perché quegli stessi francesi che l'hanno votato, gli hanno fatto capire e sapere apertamente che loro hanno eletto lui e non lei, e nel caso delle elezioni presidenziali, non vale che voti uno e prendi due. Dunque Brigitte faccia la moglie del Presidente; che già è tanto; meglio se con un pò più di pudore, anzi semplicemente con stile e classe istituzionali, evitando di farsi sempre vedere in pubblico come la piccioncina con il suo piccioncino; lo faccia in privato, in pubblico tenga più contegno! Altrimenti, anche per questo, la sua popolarità calerà ancora. Forse a lui non importa, perché ha al suo fianco la sua Brigitte, ma importa ai francesi che l'hanno votato sperando una svolta; ai quali sarebbe opportuno non creare delusione ed imbarazzo!
La storia della prémière dame francese e la sua responsabilità nel calo della popolarità di suo marito Macron il presidente, evidentemente non ha insegnato nulla al m. Riccardo Muti. Se l'altro ieri, in una corrispondenza/intervista ( Il Messaggero) da Salisburgo, dove sta dirigendo un'Aida 'da sogno' - come la si etichetta nei salotti - ha rivelato, a chi gli domandava quando tornerà a dirigere un'opera in Italia, che lo farà al San Carlo, con un'opera di Mozart, Così fan tutte, dove avrà al suo fianco come regista sua figlia Chiara - che conosce Mozart come nessun altro - parole del maestro! - dopo la sua prima esperienza mozartiana ne Le nozze di Figaro. Nella foga dell'annuncio si è dimenticato di dire che, ancor prima di Mozart, dirigerà, a Firenze, Verdi, nella prossima stagione, a ricordo del suo debutto con il Maggio molti anni fa.
E non è nè la prima ( lo ha fatto anche con Sancta Susanna di Hindemith, nel recinto dorato di sua moglie Cristina, a Ravenna!) e neppure la seconda volta che Muti si porta appresso sua figlia Chiara. Santo Iddio, maestro, è possibile che per avere lei devono prendere anche sua figlia? Che sarà bravissima, anzi lo è, ma allora faccia la sua carriera nei teatri del mondo sia come attrice che come regista, lontana dal papà e dalla mamma, che finora hanno fatto troppo, troppissimo, per lei!
Ma come, ogni giorno lottiamo, denunciandolo, contro il nepotismo e familismo, e Lei, anche Lei dà il cattivo esempio? La conseguenza sarà che, un giorno lontanissimo, nessuno vorrà più nè vedere nè sentir parlare di sua figlia Chiara.
La storia della prémière dame francese e la sua responsabilità nel calo della popolarità di suo marito Macron il presidente, evidentemente non ha insegnato nulla al m. Riccardo Muti. Se l'altro ieri, in una corrispondenza/intervista ( Il Messaggero) da Salisburgo, dove sta dirigendo un'Aida 'da sogno' - come la si etichetta nei salotti - ha rivelato, a chi gli domandava quando tornerà a dirigere un'opera in Italia, che lo farà al San Carlo, con un'opera di Mozart, Così fan tutte, dove avrà al suo fianco come regista sua figlia Chiara - che conosce Mozart come nessun altro - parole del maestro! - dopo la sua prima esperienza mozartiana ne Le nozze di Figaro. Nella foga dell'annuncio si è dimenticato di dire che, ancor prima di Mozart, dirigerà, a Firenze, Verdi, nella prossima stagione, a ricordo del suo debutto con il Maggio molti anni fa.
E non è nè la prima ( lo ha fatto anche con Sancta Susanna di Hindemith, nel recinto dorato di sua moglie Cristina, a Ravenna!) e neppure la seconda volta che Muti si porta appresso sua figlia Chiara. Santo Iddio, maestro, è possibile che per avere lei devono prendere anche sua figlia? Che sarà bravissima, anzi lo è, ma allora faccia la sua carriera nei teatri del mondo sia come attrice che come regista, lontana dal papà e dalla mamma, che finora hanno fatto troppo, troppissimo, per lei!
Ma come, ogni giorno lottiamo, denunciandolo, contro il nepotismo e familismo, e Lei, anche Lei dà il cattivo esempio? La conseguenza sarà che, un giorno lontanissimo, nessuno vorrà più nè vedere nè sentir parlare di sua figlia Chiara.
venerdì 14 luglio 2017
Anche alla Scala vale il detto: L'ABITO NON FA IL MONACO. Però...
Una intera pagina, ieri, su 'Repubblica', per discutere di un tema, in apparenza irrilevante, ma che irrilevante non è.
Come ci si deve vestire per andare a teatro? Esiste una regola? La regola vale per tutti i teatri del mondo? E tolte le 'prime' - come alla Scala per il sant'Ambrogio, quando se si dovesse ragionare sulla base della carne scoperta, in altre occasioni guardata con sospetto, saremmo al massimo dello scoperto, senza distinzione fra carni ben sode e carni flaccide, senza vergogna per queste ultime - c'è un criterio in base al quale giudicare quanto 'di scoperto' si può tollerare, ammesso che a far scandalo ed offesa al galateo sia la carne scoperta (busto, gambe, spalle; canotte, vestiti con spacchi vertiginosi, minigonne inguinali)?
Un criterio unico e valido per tutti ed ovunque non c'è.
In una teatro all'aperto, come a Bregenz, d'estate - ad esempio - si potrebbe arrivare anche in tenuta da spiaggia, ma lì non ci si arriva mai in tenuta da spiaggia, sia perché il pubblico, specie quello austriaco e delle nazioni più vicine, si veste da prima comunione, sia perché la sera tardi, sul lago, c'è umidità ed anche freddo, dunque serve coprirsi e portarsi anche qualche copertina leggera- cosa che fanno anche quelli vestiti da 'prima comunione'.
Se si va al Festival di Salisburgo, è impossibile trovare fra il pubblico chi si presenta con un vestito non acconcio al luogo frequentato dalla grande mondanità internazionale. E, infatti, prima ancora che cominci lo spettacolo d'opera o il concerto, c'è un 'avanti spettacolo', quello delle signore e dei loro accompagnatori che fanno sfoggio delle loro mises, anche tipiche.
Nei teatri italiani come anche presso le grandi istituzioni concertistiche - e in Italia ne abbiamo frequentate molte - il pubblico è generalmente ben vestito; ed in alcuni teatri - Firenze - ci sembrava che ogni sera per qualunque concerto o opera, anche fuori dalle 'prime', ci fosse una passerella di signore eleganti.
Naturalmente non è necessario che ci si vesta da gran sera, si può essere vestiti bene anche vestiti normalmente, che vuol dire pantaloni o gonna, camicia o polo, giacca o giubbottino.
Una decina di anni fa, o forse più, restammo colpiti, una sera a San Pietroburgo, nel Mariinsky - il vecchio teatro, ora sostituito dal lussuoso nuovo teatro ed auditorium. La gente, tutta , senza distinzione, era vestita normalmente, come la si sarebbe potuta incontrare in ufficio o altrove al lavoro: nessun lusso ma neanche nessun disdicevole accessorio: semplicità.
Pensiamo, appunto, che una bella semplicità sia la regola base da osservare quando si va in giro, in ufficio, a teatro ecc...
Evidentemente alla Scala questa regola potrebbe essere stata trasgredita. E noi pensiamo soprattutto dagli stranieri che, pur nutrendo venerazione per il grande storico teatro, non pensano evidentemente che vi sia un abito acconcio per entrarvi.
Ora chi sostiene che alla Sala si debba poter entrare con qualunque abito, vogliamo appena ricordare che, ad esempio, se uno è in spiaggia, in costume da bagno, e vuole recarsi al bar dello stabilimento balneare, dappertutto in Italia, i cartelli avvertono che ci si deve mettere sopra una polo, un pareo, e che in due pezzi o in costume non si può andare al bar. Se allora anche in spiaggia si pretende un vestito adeguato per allontanarsi dall'ombrellone, perché non deve pretendersi anche alla Scala?
Pretenderlo non è mancare di democrazia, semplicemente invitare a tenere in ogni luogo un comportamento - non limitato al solo vestiario - non disdicevole ( i giornali hanno scritto di qualcuno che nel loggione ha aperto uno di quei sacchetti con cena al sacco ed ha cominciato a sgranocchiare patatine, ad addentare panini.
Questo non deve essere consentito, semmai ci sono gli intervalli, quando si può lasciare il proprio posto, di qualunque ordine, e recarsi fuori o nel foyer o al bar per bere o consumare qualcosa.
Quanto poi a coloro che pretendono di recarsi a teatro in pantaloncini, canotta e sandali infradito, noi vorremmo chiedere la cortesia di rinunciarvi, di tornare in albergo o a casa, per cambiarsi d'abito ma anche per darsi una bella lavata, magari con qualche spruzzo di colonia che non guasta, e poi recarsi a teatro, per non creare disturbi anche olfattivi, oltre che visivi, ai vicini- come quella mise balneare potrebbe far temere. Perché va insegnato e preteso da tutti, anche fuori dei teatri, ed anche a quelli normalmente vestiti, che una bella insaponata non fa male. Anzi.
Come ci si deve vestire per andare a teatro? Esiste una regola? La regola vale per tutti i teatri del mondo? E tolte le 'prime' - come alla Scala per il sant'Ambrogio, quando se si dovesse ragionare sulla base della carne scoperta, in altre occasioni guardata con sospetto, saremmo al massimo dello scoperto, senza distinzione fra carni ben sode e carni flaccide, senza vergogna per queste ultime - c'è un criterio in base al quale giudicare quanto 'di scoperto' si può tollerare, ammesso che a far scandalo ed offesa al galateo sia la carne scoperta (busto, gambe, spalle; canotte, vestiti con spacchi vertiginosi, minigonne inguinali)?
Un criterio unico e valido per tutti ed ovunque non c'è.
In una teatro all'aperto, come a Bregenz, d'estate - ad esempio - si potrebbe arrivare anche in tenuta da spiaggia, ma lì non ci si arriva mai in tenuta da spiaggia, sia perché il pubblico, specie quello austriaco e delle nazioni più vicine, si veste da prima comunione, sia perché la sera tardi, sul lago, c'è umidità ed anche freddo, dunque serve coprirsi e portarsi anche qualche copertina leggera- cosa che fanno anche quelli vestiti da 'prima comunione'.
Se si va al Festival di Salisburgo, è impossibile trovare fra il pubblico chi si presenta con un vestito non acconcio al luogo frequentato dalla grande mondanità internazionale. E, infatti, prima ancora che cominci lo spettacolo d'opera o il concerto, c'è un 'avanti spettacolo', quello delle signore e dei loro accompagnatori che fanno sfoggio delle loro mises, anche tipiche.
Nei teatri italiani come anche presso le grandi istituzioni concertistiche - e in Italia ne abbiamo frequentate molte - il pubblico è generalmente ben vestito; ed in alcuni teatri - Firenze - ci sembrava che ogni sera per qualunque concerto o opera, anche fuori dalle 'prime', ci fosse una passerella di signore eleganti.
Naturalmente non è necessario che ci si vesta da gran sera, si può essere vestiti bene anche vestiti normalmente, che vuol dire pantaloni o gonna, camicia o polo, giacca o giubbottino.
Una decina di anni fa, o forse più, restammo colpiti, una sera a San Pietroburgo, nel Mariinsky - il vecchio teatro, ora sostituito dal lussuoso nuovo teatro ed auditorium. La gente, tutta , senza distinzione, era vestita normalmente, come la si sarebbe potuta incontrare in ufficio o altrove al lavoro: nessun lusso ma neanche nessun disdicevole accessorio: semplicità.
Pensiamo, appunto, che una bella semplicità sia la regola base da osservare quando si va in giro, in ufficio, a teatro ecc...
Evidentemente alla Scala questa regola potrebbe essere stata trasgredita. E noi pensiamo soprattutto dagli stranieri che, pur nutrendo venerazione per il grande storico teatro, non pensano evidentemente che vi sia un abito acconcio per entrarvi.
Ora chi sostiene che alla Sala si debba poter entrare con qualunque abito, vogliamo appena ricordare che, ad esempio, se uno è in spiaggia, in costume da bagno, e vuole recarsi al bar dello stabilimento balneare, dappertutto in Italia, i cartelli avvertono che ci si deve mettere sopra una polo, un pareo, e che in due pezzi o in costume non si può andare al bar. Se allora anche in spiaggia si pretende un vestito adeguato per allontanarsi dall'ombrellone, perché non deve pretendersi anche alla Scala?
Pretenderlo non è mancare di democrazia, semplicemente invitare a tenere in ogni luogo un comportamento - non limitato al solo vestiario - non disdicevole ( i giornali hanno scritto di qualcuno che nel loggione ha aperto uno di quei sacchetti con cena al sacco ed ha cominciato a sgranocchiare patatine, ad addentare panini.
Questo non deve essere consentito, semmai ci sono gli intervalli, quando si può lasciare il proprio posto, di qualunque ordine, e recarsi fuori o nel foyer o al bar per bere o consumare qualcosa.
Quanto poi a coloro che pretendono di recarsi a teatro in pantaloncini, canotta e sandali infradito, noi vorremmo chiedere la cortesia di rinunciarvi, di tornare in albergo o a casa, per cambiarsi d'abito ma anche per darsi una bella lavata, magari con qualche spruzzo di colonia che non guasta, e poi recarsi a teatro, per non creare disturbi anche olfattivi, oltre che visivi, ai vicini- come quella mise balneare potrebbe far temere. Perché va insegnato e preteso da tutti, anche fuori dei teatri, ed anche a quelli normalmente vestiti, che una bella insaponata non fa male. Anzi.
lunedì 10 luglio 2017
Lorenzo Viotti debutta alla Scala invitato da Pereira
Due anni, quanti ne sono trascorsi dalla vittoria a Salisburgo alla sua prima scrittura importante in Italia per Lorenzo Viotti, in fondo non sono tanto lunghi da passare. E comunque il giovane direttore, dal cognome familiare ha ora appena 27 anni e solo 25 ne aveva quando al Festival di Salisburgo fu laureato come miglior giovane direttore. Ora a quella vittoria sene è aggiunta una seconda: gli International Opera Awards e, forse, la sua carriera prenderà il volo e proseguirà, se il giovane direttore continuerà a studiare - cosa che dovrà fare sempre fino all'ultima sua lontanissima direzione, se vorrà restare, meritandoselo, sempre sul podio.
Lui forse del suo candore giovanile s'è fatto già i primi nemici in Italia, quando ha dichiarato alla Manin ( Corriere) che in Italia le uniche orchestre con cui si lavora bene, perchè professionali e disciplinate, sono Torino, Firenze e Santa Cecilia, oltre La Scala naturalmente.
Adesso tutte le altre o non lo inviteranno mai o lo inviteranno al più presto per smentire quanto ha detto, oppure non lo inviteranno e basta, come è più probabile. E forse farà così anche La Fenice che ebbe sue padre direttore stabile, magari accampando: 'alla famiglia abbiamo già dato'.
In questi giorni abbiamo letto anche di un altro direttore, del quale non conoscevamo neanche il nome ,italiano, Enrico Calesso, trevigiano, che ha lavorato stabilmente a Bregenz e nel teatro di Wurzburg, invitato a dirigere Traviata a fine anno alla Fenice.
E forse nei mesi ed anni prossimi accadrà ancora, secondo il principio che 'ti devi fare le ossa ed un nome all'estero per essere poi apprezzato in patria', di leggere di artisti sconosciuti da noi che fanno una bella carriera all'estero. Da dove, sempre più spesso, noi importiamo giovani di talento, mentre analoga attenzione non mostriamo verso i talenti nostri che, anche in campo musicale, preferiscono andare all'estero, perchè in Italia, accade molto sovente che se non sei figlio/a o marito/moglie o amante di questo o quel potente, sono c... - per dirla alla romana.
Di giovani italiani, anzi giovanissimi nel caso di uno di essi ( Battistoni) che fanno carriera in Italia ne conosciamo due. Battistoni, appunto, appena nominato a Genova, e Rustioni che fino all'altro ieri era a Firenze (Orchestra della Toscana) ed ora crediamo sia andato a lavorare all'estero.
Forse su Ciampa si sono appuntate molte speranze, mentre su Lanzillotta le speranze si sono dissolte.
Per non dire poi delle direttrici. Se si cerca in rete ce ne è una sfilza. Mai avremmo immaginato di tante di esse, tutte italiane. Però crediamo che su di esse, quelle con più chances, si accenda un fuoco di paglia, un fuoco di 'genere', che poi subito si spegne.
Lui forse del suo candore giovanile s'è fatto già i primi nemici in Italia, quando ha dichiarato alla Manin ( Corriere) che in Italia le uniche orchestre con cui si lavora bene, perchè professionali e disciplinate, sono Torino, Firenze e Santa Cecilia, oltre La Scala naturalmente.
Adesso tutte le altre o non lo inviteranno mai o lo inviteranno al più presto per smentire quanto ha detto, oppure non lo inviteranno e basta, come è più probabile. E forse farà così anche La Fenice che ebbe sue padre direttore stabile, magari accampando: 'alla famiglia abbiamo già dato'.
In questi giorni abbiamo letto anche di un altro direttore, del quale non conoscevamo neanche il nome ,italiano, Enrico Calesso, trevigiano, che ha lavorato stabilmente a Bregenz e nel teatro di Wurzburg, invitato a dirigere Traviata a fine anno alla Fenice.
E forse nei mesi ed anni prossimi accadrà ancora, secondo il principio che 'ti devi fare le ossa ed un nome all'estero per essere poi apprezzato in patria', di leggere di artisti sconosciuti da noi che fanno una bella carriera all'estero. Da dove, sempre più spesso, noi importiamo giovani di talento, mentre analoga attenzione non mostriamo verso i talenti nostri che, anche in campo musicale, preferiscono andare all'estero, perchè in Italia, accade molto sovente che se non sei figlio/a o marito/moglie o amante di questo o quel potente, sono c... - per dirla alla romana.
Di giovani italiani, anzi giovanissimi nel caso di uno di essi ( Battistoni) che fanno carriera in Italia ne conosciamo due. Battistoni, appunto, appena nominato a Genova, e Rustioni che fino all'altro ieri era a Firenze (Orchestra della Toscana) ed ora crediamo sia andato a lavorare all'estero.
Forse su Ciampa si sono appuntate molte speranze, mentre su Lanzillotta le speranze si sono dissolte.
Per non dire poi delle direttrici. Se si cerca in rete ce ne è una sfilza. Mai avremmo immaginato di tante di esse, tutte italiane. Però crediamo che su di esse, quelle con più chances, si accenda un fuoco di paglia, un fuoco di 'genere', che poi subito si spegne.
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sabato 3 settembre 2016
Grandi festival musicali trascurati dalla stampa italiana
Quest'estate, più vistosamente delle precedenti, la musica dei grandi festival internazionali è del tutto scomparsa dai quotidiani nazionali. Ce ne eravamo accorti, ma per farlo notare attendavamo che anche qualcun altro ci precedesse, se non altro a mò di riparazione.
Se la memoria ancora ci sostiene, quest'anno il Corriere (Repubblica non è evidentemente interessata) che un tempo da Salisburgo faceva paginate su paginate , ha scritto due volte appena, all'inizio per far parlare una grande cantante, ben nota, del suo problema familiare, e cioè del suo figlio 'autistico', di cui si sapeva già e sempre 'a mezzo' Corriere - dunque che necessità c'era? - e poi alla fine per segnalarci una giovane bella attrice austriaca che debuttava nella famosa pièce teatrale che ogni anno si dà sul sagrato del Duomo della cittadina mozartiana, e che evitiamo di nominare perché da quando la si rappresenta s'è diffusa la voce che porti sfiga.
Oggi il Corriere, avvedutosi della sbadatezza, ha tentato di rimediare alla bell'e meglio, cogliendo l'occasione per dirci della onorificenza italiana concessa alla Presidente del festival - roba di un paio di settimane fa, comunicataci con un testo che definire solo sgrammaticato è un eufemismo - che ama l'Italia ed apprezza gli artisti italiani, Muti in primis.
E per dirci anche che, sebbene anche il Corriere non abbia ritenuto opportuno riferirne nel corso del festival, l'esercito di italiani alla corte mozartiana è stato anche quest'anno numeroso, da Gatti con buona parte del cast italiano del Don Giovanni, alla Filarmonica della Scala, alle primedonne Bartoli, Agresta, Remigio.
E gli altri giornali? non ci sembra abbiano sentito, neppure lontanamente, il bisogno ( dovere!) di fare il bilancio sia del festival sia della presenza degli italiani.
Di questo passo, proprio mentre vediamo l'attenzione della stampa monopolizzata dal Festival del Cinema di Venezia, dove arriveremo? Si può immaginare un traguardo peggiore del presente?
Se la memoria ancora ci sostiene, quest'anno il Corriere (Repubblica non è evidentemente interessata) che un tempo da Salisburgo faceva paginate su paginate , ha scritto due volte appena, all'inizio per far parlare una grande cantante, ben nota, del suo problema familiare, e cioè del suo figlio 'autistico', di cui si sapeva già e sempre 'a mezzo' Corriere - dunque che necessità c'era? - e poi alla fine per segnalarci una giovane bella attrice austriaca che debuttava nella famosa pièce teatrale che ogni anno si dà sul sagrato del Duomo della cittadina mozartiana, e che evitiamo di nominare perché da quando la si rappresenta s'è diffusa la voce che porti sfiga.
Oggi il Corriere, avvedutosi della sbadatezza, ha tentato di rimediare alla bell'e meglio, cogliendo l'occasione per dirci della onorificenza italiana concessa alla Presidente del festival - roba di un paio di settimane fa, comunicataci con un testo che definire solo sgrammaticato è un eufemismo - che ama l'Italia ed apprezza gli artisti italiani, Muti in primis.
E per dirci anche che, sebbene anche il Corriere non abbia ritenuto opportuno riferirne nel corso del festival, l'esercito di italiani alla corte mozartiana è stato anche quest'anno numeroso, da Gatti con buona parte del cast italiano del Don Giovanni, alla Filarmonica della Scala, alle primedonne Bartoli, Agresta, Remigio.
E gli altri giornali? non ci sembra abbiano sentito, neppure lontanamente, il bisogno ( dovere!) di fare il bilancio sia del festival sia della presenza degli italiani.
Di questo passo, proprio mentre vediamo l'attenzione della stampa monopolizzata dal Festival del Cinema di Venezia, dove arriveremo? Si può immaginare un traguardo peggiore del presente?
giovedì 10 dicembre 2015
Attenti alle mogli... di Muti,Berio,Chailly. Ed anche di Dudamel. Mentre quella di Stockhauen, la terza o quarta, non si impicciava
Ad irritare Leiser, a sua volta, nella preparazione della Giovanna d'Arco alla Scala deve essere stata anche la presenza costante, non muta, di Gabriella, moglie di Chailly. Se il giorno si vede dal mattino, gli scaligeri debbono attendersi una altra decina d'anni di direttore musicale con direttrice consorte al seguito, come ai tempi di Riccardo Muti? Di Muti e di sua moglie Cristina si è saputo soltanto ora, alla fine del rapporto di amicizia fra il noto direttore ed il critico Isotta. La signora Cristina interveniva su tutto, ha accusato il critico. Troppo. Voleva mettere bocca anche sulla scelta dei cantanti, ha insistito Isotta, e i cast della Scala, nelle opere affidate a Muti, non sono mai stati irreprensibili.
Saperlo alla fine di una gestione non giova. Queste cose vanno dette quando ancora si ha il tempo per intervenire e porvi rimedio, ammesso che sia possibile. Diversamente non servono.
Nel caso di Berio, se ricordiamo bene, qualcosa venne fuori, quando il noto musicista preparava un' opera a Firenze ed un'altra a Salisburgo - non chiedeteci i titoli, a quest'ora non ci vengono. In ambedue quei casi, la signora Berio figurava come 'autrice della drammaturgia', e in ambedue i casi le cose non filarono lisce: ci furono liti furibonde fra dirigenza dei rispettivi teatri ed il musicista, il quale mai se la prese con la consorte, la cui presenza in quelle lavorazioni era la vera causa dei problemi, a detta di molti. Berio accusò quei dirigenti di non avergli concesso un numero di prove sufficienti. Ma i dirigenti - a Salisburgo lo fece Mortier attraverso i giornali - replicarono che per nessun'altra opera era stato concesso lo stesso numero di prove, dunque Berio non aveva ragione per lamentarsi, semmai doveva andare a cercare la vera causa di tali disguidi ed eliminarla. Ma tale causa, sebbene l'avesse a portata di mano, non poteva eliminarla. All'epoca ne scrivemmo su 'Suono' - mensile di musica ed alta fedeltà ; ma le accuse dell'allora responsabile di Salisburgo si lessero anche su quotidiani nazionali.
Che le mogli vogliano sempre mettere bocca negli affari dei propri mariti è storia vecchia, ed è anche storia vecchia che, nella maggioranza dei casi, degli affari dei mariti s'intendano poco, il che dovrebbe convincerle a star zitte, se non lo fanno i mariti che, specie se freschi di matrimonio o di relazione, vivono nell'idillio che li rende ciechi e, nel caso specifico, anche sordi - visto che di musica si tratta.
La situazione non cambia con l'avvicendarsi delle generazioni. A noi sembra, infatti, che anche nel caso di Dudamel, la sua giovane moglie, si dia molto da fare. Eppure ce la ricordiamo, ai primi incontri, gentile, carina, sempre al suo posto. Da compagna del giovane direttore, ha vestito i panni della manager, e finirà come in tutti gli altri casi.
La situazione era molto diversa nel caso di Stockhausen, il quale di mogli ne ha avute sempre più di una, due o tre contemporaneamente, e perciò, dovendo tener nascoste tutte le sue numerose relazioni, nessuna di esse si faceva notare in pubblico. Ma forse le istruzioni gliele davano in privato.
Del peso esercitato dalla giovane fascinosa moglie (compagna?) di Pereira su di lui, non abbiamo notizia. Per ora.
Mentre nei rari casi in cui non ci sono mogli od amanti o compagne ufficiali, tale ruolo viene assunto da figli troppo intraprendenti. Come nel caso di Abbado, a fianco del quale, la figlia Alessandra, ha fatto tutto, e non solo negli anni della malattia del direttore.
Saperlo alla fine di una gestione non giova. Queste cose vanno dette quando ancora si ha il tempo per intervenire e porvi rimedio, ammesso che sia possibile. Diversamente non servono.
Nel caso di Berio, se ricordiamo bene, qualcosa venne fuori, quando il noto musicista preparava un' opera a Firenze ed un'altra a Salisburgo - non chiedeteci i titoli, a quest'ora non ci vengono. In ambedue quei casi, la signora Berio figurava come 'autrice della drammaturgia', e in ambedue i casi le cose non filarono lisce: ci furono liti furibonde fra dirigenza dei rispettivi teatri ed il musicista, il quale mai se la prese con la consorte, la cui presenza in quelle lavorazioni era la vera causa dei problemi, a detta di molti. Berio accusò quei dirigenti di non avergli concesso un numero di prove sufficienti. Ma i dirigenti - a Salisburgo lo fece Mortier attraverso i giornali - replicarono che per nessun'altra opera era stato concesso lo stesso numero di prove, dunque Berio non aveva ragione per lamentarsi, semmai doveva andare a cercare la vera causa di tali disguidi ed eliminarla. Ma tale causa, sebbene l'avesse a portata di mano, non poteva eliminarla. All'epoca ne scrivemmo su 'Suono' - mensile di musica ed alta fedeltà ; ma le accuse dell'allora responsabile di Salisburgo si lessero anche su quotidiani nazionali.
Che le mogli vogliano sempre mettere bocca negli affari dei propri mariti è storia vecchia, ed è anche storia vecchia che, nella maggioranza dei casi, degli affari dei mariti s'intendano poco, il che dovrebbe convincerle a star zitte, se non lo fanno i mariti che, specie se freschi di matrimonio o di relazione, vivono nell'idillio che li rende ciechi e, nel caso specifico, anche sordi - visto che di musica si tratta.
La situazione non cambia con l'avvicendarsi delle generazioni. A noi sembra, infatti, che anche nel caso di Dudamel, la sua giovane moglie, si dia molto da fare. Eppure ce la ricordiamo, ai primi incontri, gentile, carina, sempre al suo posto. Da compagna del giovane direttore, ha vestito i panni della manager, e finirà come in tutti gli altri casi.
La situazione era molto diversa nel caso di Stockhausen, il quale di mogli ne ha avute sempre più di una, due o tre contemporaneamente, e perciò, dovendo tener nascoste tutte le sue numerose relazioni, nessuna di esse si faceva notare in pubblico. Ma forse le istruzioni gliele davano in privato.
Del peso esercitato dalla giovane fascinosa moglie (compagna?) di Pereira su di lui, non abbiamo notizia. Per ora.
Mentre nei rari casi in cui non ci sono mogli od amanti o compagne ufficiali, tale ruolo viene assunto da figli troppo intraprendenti. Come nel caso di Abbado, a fianco del quale, la figlia Alessandra, ha fatto tutto, e non solo negli anni della malattia del direttore.
lunedì 17 agosto 2015
il Festival di Salisburgo laurea un giovanissimo direttore d'orchestra di sangue italiano anche se svizzero di nazionalità: Lorenzo Viotti
Da anni il Festival di Salisburgo nella sua politica di promozione dei giovani musicisti ( ha anche ospitato, come residenti, l'orchestra venezuelana Bolivar e quella del 'divano' di Barenboim) ha avviato due iniziative, una destinata a scovare nuovi cantanti ed una seconda, nuovi direttori d'orchestra. Ha trovato sponsor ed è andata avanti.
Qualche anno fa, prima che partisse l'iniziativa destinata ai direttori, seguimmo da vicino quella destinata ai cantanti; in tale occasione segnalammo l'assenza di giovani cantanti italiani, e la presenza deflagrante, per qualità delle voci, di cantanti dell'est europeo, superiori per numero a quelli dell'estremo oriente. L'Accademia salisburghese era importante anche per una seconda ragione, dopo quella della presenza di importanti maestri dell'arte del canto, e cioè quella del debutto dei più meritevoli, scoperti da una giuria di star, nella successiva edizione del festival.
Ora che, seppure di nazionalità svizzera, ha vinto il premio come direttore un giovane, molto giovane con sangue italiano nelle vene, che fa di cognome Viotti e di nome Lorenzo, figlio del compianto Marcello, deceduto a seguito di un ictus alla ancor verde età di cinquant'anni, nel 2005, a Monaco di Baviera, non riusciamo a controllare la nostra più che giustificata felicità.
Ora ci attendiamo che i soloni integerrimi direttori artistici delle nostre istituzioni gli riservano la stessa attenzione che in questi ultimi anni hanno riservato a giovani, giovanissimi direttori, stranieri per lo più,(con le sole eccezioni di Battistoni e Rustioni) principalmente perchè raccomandati e portati in palmo di mano da alcuni ben noti mammasantissima del settore, non sapendo i nostri direttori artistici da soli decidere del valore dei giovani musicisti.
Il giovane Lorenzo Viotti, che ha solo 25 anni, e che quando è morto suo padre era ancora un ragazzino, è stato premiato dalla giuria del concorso salisburghese perché meritava. Diversamente da qual che accade ogni giorno sotto i nostri occhi, senza eccezione, e cioè che alcuni rampolli fanno carriera perchè figli di padri potenti. Lorenzo Viotti ha avuto un premio in denaro, 15.000 Euro, e dirigerà l'anno prossimo a Salisburgo
Ora vogliamo vedere se, come sarebbe opportuno, lo inviteranno a dirigere, ma senza strafare; altrimenti peste li colga, i direttori artistici di casa nostra
Qualche anno fa, prima che partisse l'iniziativa destinata ai direttori, seguimmo da vicino quella destinata ai cantanti; in tale occasione segnalammo l'assenza di giovani cantanti italiani, e la presenza deflagrante, per qualità delle voci, di cantanti dell'est europeo, superiori per numero a quelli dell'estremo oriente. L'Accademia salisburghese era importante anche per una seconda ragione, dopo quella della presenza di importanti maestri dell'arte del canto, e cioè quella del debutto dei più meritevoli, scoperti da una giuria di star, nella successiva edizione del festival.
Ora che, seppure di nazionalità svizzera, ha vinto il premio come direttore un giovane, molto giovane con sangue italiano nelle vene, che fa di cognome Viotti e di nome Lorenzo, figlio del compianto Marcello, deceduto a seguito di un ictus alla ancor verde età di cinquant'anni, nel 2005, a Monaco di Baviera, non riusciamo a controllare la nostra più che giustificata felicità.
Ora ci attendiamo che i soloni integerrimi direttori artistici delle nostre istituzioni gli riservano la stessa attenzione che in questi ultimi anni hanno riservato a giovani, giovanissimi direttori, stranieri per lo più,(con le sole eccezioni di Battistoni e Rustioni) principalmente perchè raccomandati e portati in palmo di mano da alcuni ben noti mammasantissima del settore, non sapendo i nostri direttori artistici da soli decidere del valore dei giovani musicisti.
Il giovane Lorenzo Viotti, che ha solo 25 anni, e che quando è morto suo padre era ancora un ragazzino, è stato premiato dalla giuria del concorso salisburghese perché meritava. Diversamente da qual che accade ogni giorno sotto i nostri occhi, senza eccezione, e cioè che alcuni rampolli fanno carriera perchè figli di padri potenti. Lorenzo Viotti ha avuto un premio in denaro, 15.000 Euro, e dirigerà l'anno prossimo a Salisburgo
Ora vogliamo vedere se, come sarebbe opportuno, lo inviteranno a dirigere, ma senza strafare; altrimenti peste li colga, i direttori artistici di casa nostra
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