lunedì 17 agosto 2026

Il TEMPO, quotidiano, ovvero 'della vergogna' ( da Lapresse). CAPEZZONE, Si occupi piuttosto dei politici, ANCHE DEL SUO EDITORE, CHE PRECEPISCE CONSISTENTI EMOLUMENTTI DA PARLAMNETARE E NON SI VEDE MAI ( p.a.) I8NpARLAMENTO

 

Report, gli ‘stipendi d’oro’ degli inviati: polemica sul programma di Ranucci© LaPresse

Mentre prosegue l’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, una nuova polemica investe gli inviati del programma e la Rai per i presunti ‘stipendi d’oro’. Un’inchiesta del quotidiano Il Tempo mette nero su bianco le cifre e lo stesso Ranucci interviene: “Grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Eai come ‘Report’. Presenteremo denuncia anche al comitato etico su chi in Rai abbia fornito al Tempo tale documentazione sensibile”. Così Ranucci in un post sul proprio account social, dopo che gli inviati del programma di inchiesta di Rai3 hanno annunciato querela al quotidiano ‘Il Tempo’ in riferimento all’articolo comparso oggi dal titolo ‘Stipendi faraonici e spese incredibili: quanto ci costa Report’.

Report, gli ‘stipendi d’oro’ degli inviati: polemica sul programma di Ranucci

Inviati Report annunciano querela a Il Tempo: “Cifre false sugli stipendi”

Gli inviati di Report hanno annunciato, in una nota, querela nei confronti del quotidiano Il Tempo. “La campagna di diffamazione contro i giornalisti e le giornaliste di Report oggi si arricchisce di un nuovo capitolo: i soldi. Stamattina il quotidiano Il Tempo ha pubblicato cifre false e surrettizie spacciandole per stipendi dei giornalisti e delle giornaliste del programma. Le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma comprendono il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi”, si legge nel comunicato.

“I giornalisti e le giornaliste di Report -prosegue la nota- hanno per la maggior parte con la Rai contratti di lavoro autonomo a partita Iva e, in base al modello produttivo della trasmissione, auto producono i propri servizi, pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta. Le somme pagate per i servizi giornalistici vanno, dunque, solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte serve a coprire spese già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti e in questo modo li abbatte, Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio”.

E ancora: “Nel calderone sono stati gettati anche i redattori del desk, che di certo non possono essere accusati di prendere compensi faraonici. Alcuni di loro hanno anche rinunciato a un contratto Rai a tempo indeterminato, pur di continuare a lavorare per il programma. Se qualcuno intende occuparsi davvero di compensi faraonici in Rai, deve indirizzare l’attenzione ad altri giornalisti, graditi alla politica, che negli ultimi anni sono stati messi alla guida di trasmissioni rivelatesi fallimentari. Per tutelare il proprio nome e il proprio lavoro, le inviate e gli inviati di Report annunciano querela nei confronti del quotidiano Il Tempo e di tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate”.

Natale (CdA): “Grave fuga dati su Report”

“I dati sui compensi dei collaboratori di Report pubblicati oggi in prima pagina da ‘Il Tempo’ sono di straordinaria gravità. Non certo per gli importi: le cifre comprendono – come sempre per i freelance – i costi di trasferta, di ripresa e montaggio, e solo per ignoranza della materia o per malafede si può evitare di evidenziarlo. La gravità sta nel fatto che la Rai lasci uscire dati riservati che nemmeno a noi consiglieri di amministrazione viene consentito di conoscere”. Così in una nota Roberto Natale, Consigliere di amministrazione Rai.

Filini (FdI): “A Report stipendi faraonici, azienda faccia chiarezza”

“I dati emersi oggi dall’accurata inchiesta pubblicata da Il Tempo svelano una realtà sconcertante sui costi reali della trasmissione ‘Report’. Altro che produzione interna a ‘costi ridotti’: ci troviamo di fronte a un vero e proprio salasso per le casse del servizio pubblico e, di conseguenza, per le tasche dei cittadini italiani. I numeri, infatti, parlano chiaro: in tre anni i costi per i soli compensi di autori e giornalisti della trasmissione di Sigfrido Ranucci sono lievitati in modo vertiginoso, passando dai 2,2 milioni della stagione 2022-2023 agli oltre 2,9 milioni previsti per il 2024-2025″. Lo dichiara il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, capogruppo del partito in Commissione di Vigilanza Rai. “Una crescita esponenziale che si traduce in stipendi letteralmente faraonici per i collaboratori di punta, con picchi che superano i 300.000 euro all’anno per il giornalista Giorgio Mottola (oltre 27.500 euro a inchiesta) e i 228.000 euro per Giulia Innocenzi. In pratica, il giornalista Mottola guadagna più del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e più del doppio del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. È inaccettabile che chi si erge quotidianamente a paladino della morale e censore dei costumi altrui, peraltro confezionando inchieste a senso unico e quasi esclusivamente orientate a colpire il mondo del centrodestra e l’azione del governo Meloni, pesi in maniera così spropositata sul bilancio della Rai. Fratelli d’Italia chiederà ai vertici Rai di fare piena luce su questi compensi d’oro e sui criteri di spesa di una redazione che non può considerarsi una zona franca svincolata da ogni logica di razionalizzazione economica. Presenteremo un’interrogazione in Commissione di Vigilanza per chiedere conto di questa ‘Reportopoli’ e garantire la totale trasparenza”, conclude Filini.

domenica 16 agosto 2026

Rotko. La sua arte spiegata dal figlio, a margine della retrospettiva che si è chiusa da poco agli Uffizi ( da Il Giornale, di Mimmo Di Marzio)

 

"Il segreto dei quadri di mio padre è... nell’architettura"

"Quando Mark Rothko morì togliendosi la vita avevo soltanto sei anni, e i miei ricordi tangibili, privati, sono ovviamente pochissimi: ma porterò sempre dentro di me l'eredità spirituale di un uomo che per tutta l'esistenza è stato profondamente intrecciato alla sua opera". Tra le sale austere di Palazzo Strozzi, Christopher Rothko osserva in silenzio una delle grandi tele del padre. È lui, insieme alla curatrice Elena Geuna, a firmare la grande retrospettiva che fino al 26 luglio riunisce a Firenze oltre quattro decenni di lavoro di Mark Rothko, il grande filosofo della pittura astratta del Novecento. Una mostra che si estende anche al Museo di San Marco e al vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. "Sono sicuro che lui ci stia guardando da lassù - dice Christopher con un sorriso e penso che sarebbe molto felice".

Qual è stata la visione curatoriale alla base di questo progetto?

"L'idea era mostrare l'arte di Rothko nella sua interezza e, allo stesso tempo, collocarlo in un contesto che per lui era fondamentale, la tradizione artistica europea. Non volevamo soltanto organizzare una retrospettiva cronologica, ma raccontare il dialogo che mio padre ha sempre avuto con l'arte del passato. Quando abbiamo trovato la collaborazione con Palazzo Strozzi abbiamo capito che era il posto ideale: uno spazio storico ma sobrio, silenzioso, che permette ai dipinti di parlare silenziosamente al luogo e allo spettatore".

La mostra ripercorre tutta la carriera, dalle prime opere figurative alle grandi tele astratte. Quale visione emerge?

"Molti pensano che mio padre sia nato come pittore astratto, mentre in realtà il suo percorso fu molto più complesso. Negli anni Trenta dipinse scene urbane, interni, figure umane, ma già in queste opere si vede che l'obiettivo non era il realismo: il suo obbiettivo, il suo fuoco sacro è sempre stato lo spazio, il modo in cui l'esistenza vibra nell'ambiente. Con il passare degli anni le figure scompaiono e la sua pittura diventa sempre più essenziale. Ma l'esigenza rimase la stessa: come creare un'immagine che racconti dell'esperienza umana".

Collocare Rothko a Firenze lo mette in dialogo con la tradizione artistica rinascimentale

"Per mio padre il Rinascimento italiano non era soltanto una fonte di ammirazione storica, sentiva di dialogare con quegli artisti quasi come con fossero colleghi in carne ed ossa. Quando viveva a New York studiava i maestri italiani al Metropolitan a alla Frick Collection; poi, nel 1950, arrivò finalmente in Italia e trascorse settimane intere visitando musei, chiese e conventi tra Roma e Firenze. Le celle dei monaci del convento di San Marco con gli affreschi di Beato Angelico oppure il vestibolo progettato da Michelangelo alla Laurenziana sono luoghi che lo segnarono nell'anima. Solo allora comprese quanto lo spazio architettonico potesse essere emotivamente potente, e fu sempre quella la stella polare della sua pittura: non creare immagini da guardare, ma spazi e architetture mentali in cui entrare. L'architettura lo ossessionava".

Quali aspetti del suo lavoro fa emergere più chiaramente con questa mostra?

"Dall'evoluzione del suo percorso pittorico, ma anche dagli acquerelli e dai numerosi schizzi e studi preparatori presenti in questa mostra, si evidenzia la sua visione spazialista di cui il colore è solo uno degli strumenti, non l'elemento primario come fino a oggi si è sempre detto. Il fine ultimo della sua pittura è sempre stato quello di costruire uno spazio credibile, uno spazio emotivo di cui gli spettatori entrassero a far parte, completando l'opera".

Lei ha appena pubblicato un libro (Dentro l'opera, Marsilio Editore) con cui ha voluto offrire una lettura molto personale del lavoro di suo padre. Scrivere di Rothko come figlio cambia la prospettiva?

"Ho lavorato con le opere di mio padre per quasi trent'anni e nel tempo ho scritto molti saggi per cataloghi e mostre. Il mio libro raccoglie quelle riflessioni e prova a spiegare come funzionano questi dipinti, come ci coinvolgono. Non volevo scrivere un'altra biografia ma riflettere sull'esperienza che si prova davanti alle sue opere".

Rothko aveva un rapporto complesso con il sistema dell'arte: verrebbe da dire un artista anti-establishment

"Sì, ma non lo era per partito preso, semplicemente non era disposto a compromettere la natura del suo lavoro. Quando ad esempio capì che le tele dei murali del Seagram Building sarebbero finite in un ristorante di lusso, decise di ritirarsi dalla commissione. Sentiva che quei dipinti erano pensati per luoghi di contemplazione, quasi come templi, non per uno spazio mondano".

Anche nella corrente dell'Espressionismo astratto newyorkese la sua posizione appare sui generis rispetto ad artisti come Pollock o de Kooning

"L'obiettivo era diverso, a quegli artisti interessava soprattutto l'azione, il gesto pittorico, mentre mio padre cercava invece una forma di esperienza contemplativa".

Quanto influirono nella sua poetica la sua identità ebraica e il vissuto di immigrato negli Stati Uniti?

"Diceva spesso di non sentirsi completamente a casa sua in America, lui era nato nell'Impero russo e una parte della sua identità rimase sempre legata all'Europa. Allo stesso tempo, l'America gli offrì una libertà enorme: poté sviluppare il proprio linguaggio senza sentirsi vincolato dalla tradizione, come forse qui sarebbe accaduto".