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lunedì 26 febbraio 2018

L'Accademia di Santa Cecilia è d'ora in poi una congrega anche di comunicatori. Sull'esempio dell'Istituto di studi verdiani di Parma, gestione Nicola Sani

Al terzo turno di ballottaggio, ma solo al terzo,  il 20 c.m., è entrato a far parte degli Accademici di S. Cecilia, un paio di nomi insolito, ma dei soliti, di quelli che non mollano mai finchè non ottengono ciò per cui tanto si sono spesi nel tempo. Dell'intraprendenza, anzi dell'invadenza di alcuni di loro possiamo recare testimonianza personale, giacché li avemmo come saltuari collaboratori al tempo di Piano Time ( vale per Arcà, come valse per Dall'Ongaro) e di Applausi (nel caso di Cappelletto).

Nel caso di Massimo Quarta, anch'egli neo accademico, invece, trattasi comunque di una riparazione al lungo, ingiusto  ostracismo che l'Accademia gli ha fin qui riservato, nonostante che già  nel 1991 vinse il Premio Paganini, unico italiano dopo Accardo. Ora c'è da augurarsi che lo invitino  regolarmente  a suonare all'Accademia, come stanno facendo, giustamente, con Brunello, Dindo, De Maria, Biondi ecc.. tutti valenti accademici ceciliani e strumentisti di alto valore. prorpio come Massimo Quarta.

Il riconoscimento per Fiamma Nicolodi incorona una carriera di studiosa che certamente non ha nulla da spartire con quella di Cappelletto che di mestiere fa il 'bravo comunicatore'- come l'ha definito anche Nicola Sani che l'ha chiamato a collaborare all'Istituto di Studi Verdiani, nel disappunto generale del mondo degli studiosi. E che è, verosimilmente, la medesima ragione per cui Massimo Bray della Treccani gli ha affidato la cura dell'Appendice sulla Musica, mentre - come è  giusto - per la seconda Appendice, dedicata alla Letteratura, apparsa contemporaneamente, ha chiesto la consulenza del prof. Ferroni, universitario e studioso della lingua e letteratura italiana. E non un comunicatore.

Pietro De Maria, anch'egli nuovo accademico, vede coronato il suo impegno di docente nei corsi dell'Accademia.

 E la massoneria in tutti questi casi non c'entra. Vero?

Perchè insisto che sono stati nominati al Terzo turno di ballottaggio? Perchè  per i candidati, dopo che non hanno raggiunto il quorum richiesto nei primi due, dove è più alto, al terzo, con il quorum abbassato, è più facile farsi eleggere con il sostegno decisivo delle cordate. Accadde così anche quando Dall'Ongaro divenne Accademico ( la storia non proprio specchiata l'abbiamo raccontata già, così come ci venne riferita da Irma Ravinale presente allo scrutinio del terzo turno di votazioni; ed anche quando Cagli fu rieletto a dicembre del 2003, solo al terzo turno, di nuovo sovrintendente, spuntandola su Perticaroli. Quando sottolineammo, nella nostra biografia di Pappano, tale particolare, Cagli  se la prese e ci disse, senza mezzi termini: "te lo potevi risparmiare, era proprio necessario sottolinearlo?").

 Spieghiamo come avvengono le candidature e le votazioni. Le votazioni per l'elezione dei nuovi accademici avvengono ogni qualvolta si rende libero un posto, causa decesso, di uno o più accademici, a distanza ravvicinata.
 Quest'anno c'erano da rimpiazzarne più d'uno. Viene allora richiesto agli accademici di proporre dei nomi. Il consiglio Accademico esamina le candidature proposte e  ammette quelle che ritiene idonee e secondo il numero di accademici da rimpiazzare. Su questa lista gli accademici vengono chiamati a votare, fino a tre turni, a distanza di più d'un mese l'uno dall'altro. Dopo i tre turni se è rimasto ancora un posto vuoto, ci si ritorna l'anno seguente.

Anche quest'anno al primo turno, quando il quorum era alto ( metà più uno degli accademici) nessuno dei candidati è risultato eletto, al secondo turno (11 gennaio) solo Noseda;  solo al terzo ( 20 febbraio) i magnifici cinque, due dei quali (Cappelletto e Arcà) più magnifici degli altri. Al terzo turno erano restati in lizza sei candidati, cinque sono stati eletti, il sesto no. Chi sarà stato mai  questo indegno ?
Questo posto verrà colmato, assieme forse ad altri, il prossimo anno.

 Naturalmente i giochi si fanno con le candidature, dove le varie cordate si accordano per proporre e far eleggere i propri. Non è un mistero che il sovrintendente regnante cerchi in tutti i modi di assicurarsi la riconferma nell'incarico, spingendo per l'elezione di alcuni nomi. Lo fece Cagli con Dall'Ongaro - come  accusò il card. Bartolucci e non solo lui, con durissime lettere aperte - ed anche con Annalisa Bini ; e lo starà facendo anche Dall'Ongaro con Arcà, De Maria, e soprattutto Cappelletto con il quale ha lunghissima consuetudine lavorativa a Radio 3, dove invece fece fuori altri che con lui non erano d'accordo su molte cose. Cappelletto è sempre rimasto al suo posto e con lui l'intesa è sempre stata totale, tanto che continua anche fuori da Radio 3.

Cappelletto, a scanso di equivoci, il suo mestiere di giornalista lo fa ed anche abbastanza bene. Ciò che non fa bene è, invece, quello di musicologo. Semplicemente perché  musicologo non è e perché i suoi studi 'accelerati' con il m. Mann, di cui mena vanto nel curriculum,  non possono averlo patentato come tale.

E, del resto, l'obbiezione non è solo nostra. Quando Nicola Sani, eletto alla presidenza dell'Istituto di studi verdiani (senza averne i titoli specifici) nominò Cappelletto 'direttore' degli 'studi' pubblicati dall'Istituto, il mondo accademico, specie quello verdiano, gridò allo scandalo, ritirandosi sull'aventino dell'Università di Berna, dove fece nascere un centro di studi verdiani  con gli attributi. Sani rassicurò tutti: ho scelto un uomo di 'comunicazione' (e del resto anche per la direzione scientifica dell'Istituto aveva scelto un'altra sua fedelissima, a digiuno totale di Verdi).

E allora quali ragioni hanno spinto alcuni accademici a fare il suo nome ed a votarlo? La principale è che con molti di loro il giornalista ha frequentazioni continue, e dunque,  per non essere poi smascherati come traditori nelle urne, si sono ben guardati dal non votarlo, avedonlo qualcuno candidato.

Ora è chiaro che, non alla prossima,  ma fra due  elezioni del sovrintendente dell'Accademia, Cappelletto potrebbe risultare nuovo Sovrintendente. Senza essere né musicologo né musicista come la storia dell'Accademia richiederebbe, ma come è accaduto già in passato perfino con Cagli che certamente è un fine letterato e storico della musica, ma musicista non è. Cappelletto  neanche quello. Gli avessero affidato la 'comunicazione' dell'Accademia, dove hanno chiamato una professionista francese di nazionalità, che certamente non ha nel suo curriculum competenze musicali,  niente da dire, ma accademico no!

 L'Accademia, dopo tali nomine, dovrebbe spiegare come mai non abbia mai accolto nel suo consesso un musicologo come Petrobelli - la cui assenza qualcuno giustificò con  l'antipatia dello studioso. Se questa è una ragione, allora capiamo come uno simpatico possa essere  eletto accademico. Petrobelli non è che una delle tante anomalie 'accademiche'.

Qualcuno potrebbe accusarci di invidia nei confronti di Cappelletto. Si sbaglia. Invidia no, forse poca stima, anche per il suo arrivismo smisurato che potrebbe consumarlo. Invidia proprio no, perchè la nostra carriera, nell'ambito che conosciamo, l'abbiamo fatta; ed ora non abbiamo altre mire, oltre quelle dell'osservatore e cronista di cose musicali.

Infine, una annotazione pro Massimo Quarta. Una volta  ponemmo a Pappano la questione della regolare - per noi eccessiva - presenza di Uto Ughi nelle stagioni ceciliane, controbilanciata dall'assenza, ad esempio, di Massimo Quarta. La risposta del direttore fu che: 'Ughi faceva il pienone' e una istituzione di concerti - aggiunse - deve fare attenzione anche a questo. Ora che Ughi non viene più invitato regolarmente, l'Accademia che fa, non tiene conto  del successo di pubblico del violinista?

Questo solo per dire che a qualunque obbiezione, l' Accademia, al tempo di Cagli come di Dall'Ongaro,  ha la risposta pronta, spesso non convincente. Noi ci auguriamo che dopo tanta attesa, anche per Massimo Quarta sia arrivato il momento di  suonare nelle stagioni ceciliane. Perché a noi la sua nomina fra gli Accademici suona come risarcimento  di così lunga ingiustificata lontananza, che ora deve finire.

martedì 20 settembre 2016

Salone del LIbro Milano -Torino o Torino - Milano, addio. Ognuno a suo modo farà guerra al libro

Noi avevamo scommesso, osando e contro ogni nostra fondatissima convinzione, che, per una volta,  Franceschini, il 'mezzodisastro' del governo italiano, l'avrebbe avuta vinta con la sua proposta riappacificatrice ai due fronti, milanese e torinese, sul futuro della mostra del libro in Italia.
 Ieri la  rappresentante dell'AIE - gli editori con i soldi che vogliono fare la 'loro' festa del ( al ) Libro a Rho,  nella Fiera di Milano - ha voluto smentire le voci di una rottura delle trattative  fra i due fronti; e sembrava convincente, quando negava ogni credibilità alle rivelazioni giornalistiche.
 Il gruppo di lavoro (tavolo, si direbbe nel gergo sindacal politico) istituito per trattare la faccenda era costituito da Gorgani ( per l'AIE, i milanesi per essere chiari), da Bray (presidente in pectore della Fondazione del libro torinese), e dai due emissari/rappresentanti dei ministeri  interessati ( MIBAC e MIUR) rispettivamente Rummo e Colasanti. Insomma tre contro una e i tre si son fatto fregare. Almeno a leggere i soli titoli dei giornali di questa mattina dagli schermi televisivi.
 E se decisione c'è stata, contro la proposta del ministro,  questa ci fa capire ancora una volta quanto Franceschini, oltre che a sparare  successi su successi non suoi, ed a presenziare a inaugurazioni e convegni, non conti un tubo proprio nei settori che riguardano direttamente il suo dicastero, e non abbia alcun peso politico - ce l'ha più sua moglie nell'aula consigliare del Comune di Roma, nella fossa dei feroci pentastellati che non le mettono paura, e, nonostante i denti affilati lei continui a sbraitare.
 Stesso discorso si può fare anche per la Giannini che, nel bel mezzo delle polemiche sui trasferimenti degli insegnanti immessi in ruolo, e sugli inizi disastrosi del nuovo anno scolastico ( dal costo dei libri, alle polemiche su alcuni casi particolari, alle sedi scolastiche non a norma o inagibili e bisognosi di lavori urgenti di messa in sicurezza, alle cattedre ancora scoperte) mette a tacere tutto, riportando l'attenzione su questioni irrilevanti alle quali ricorrono tutti i ministri nel suo dicastero ogni volta che desiderano alzare polveroni: riforma dell'esame di maturità,  giudizi espressi con lettere e non più con i voti nella scuola dell'obbligo ( si dovrebbe scrivere: italiano A, matematica C, Scienze B, Giannini D, che equivale a 'insufficiente') modifica dei criteri di formazione delle commissioni d'esame ecc.... Anche la Giannini, che con il mondo dell'editoria dovrebbe avere a che fare, se non altro per il vasto mercato dei libri scolastici, conta nulla e si vede.
 Insomma in questa partita a quattro, si è arrivati al paradosso che  i tre dell'ala torinese perdono contro l'unica rappresentante di quella milanese, quantomeno non riescono a convincerla su nulla. E fu rottura.
 In questo bailamme di confusioni ed impotenze evidenti,  su una altro tavolo la Lorenzin gioca alle 'figurine' sulla faccenda della 'fertilità' sulla quale, dopo le polemiche della sua insulsa campagna, ha cambiato linea, anzi figurina.

mercoledì 14 settembre 2016

Cassa Depositi e Prestiti sostiene la Scala, per progetti nel settore 'educational'. E gli altri teatri?

 "Le Fondazioni lirico-sinfoniche italiane accolgono con soddisfazione la partnership annunciata tra la Cassa Depositi e Prestiti e la Fondazione Teatro alla Scala di Milano, per il finanziamento di una produzione lirica inserita in un contesto educational. "Consideriamo questa una positiva apertura dell'istituto finanziario, che da tempo deve dar vita ad un tavolo tecnico con le fondazioni virtuose previsto da una legge dello Stato", commenta il presidente dell'Anfols (Associazione Nazionale Fondazioni Lirico-Sinfoniche), Cristiano Chiarot. "Confidiamo - aggiunge - che dopo le autorevoli parole del presidente Claudio Costamagna, questo tavolo trovi compiuta attuazione". Chiarot ricorda che l'Anfols, nel rispetto e nello spirito della legge Bray-Franceschini, si era detta da subito disponibile "a favorire il consolidamento delle iniziative, per valorizzare il brand internazionale rappresentato dalla produzione lirica e sinfonica italiana della Fondazioni italiane". "Sarà nostra premura - conclude Chiarot - avviare quanto prima nuovi contatti con Cassa Depositi e prestiti, per identificare assieme le migliori opportunità di sviluppo per questo comparto che rappresenta il più alto patrimonio culturale identitario italiano e il più seguito nel mondo".

domenica 1 maggio 2016

Ma come li fanno questi bilanci le nostre Fondazioni liriche?

Chissà se a voi fa lo stesso effetto. A noi sembra di non capire, anzi di capire che le cose non stanno poi tanto bene come alcuni annunci trionfali sui pareggi di bilancio sventolati dalle fondazioni liriche vorrebbero farci credere.  Perchè, in tutta sincerità,  come non rilevare che tali annunci contrastano in tutta evidenza con dichiarazioni di segno opposto?
 L'ultimo esempio ci ha colpiti. Il Teatro  San Carlo di Napoli - più precisamente il suo CdI che sta per Consiglio di Indirizzo, l'ammodernamento franceschiniano del vecchio e consunto Consiglio di Amministrazione - ha approvato il suo pareggio di bilancio per il 2015, ottavo di seguito, Anzi, ad essere precisi, ha registrato tale bilancio un attivo di circa 180.000 Euro ( che magari in un teatro non spendaccione potrebbe voler dire un allestimento non faraonico, ma presentabile). Si può non credere a quanto certificato dal CdI del teatro, anche in assenza di un soggetto terzo ed esterno che certifichi il bilancio medesimo, come ormai fanno in molti? Certamente no. Anni addietro quando un consigliere comunale di Roma avanzò il sospetto che il bilancio di 'Musica per Roma', allora guidata da Carlo Fuortes, fosse fintamente attivo, l'amministratore gli disse che il bilancio era stato certificato da una società di revisione esterna e che  se avesse continuato ad insistere nella sua accusa lo avrebbe querelato.
  Si può dire altrettanto del bilancio del San Carlo? Non non dubitiamo che sia risultato in pareggio, come ci dice il CdI. Però, d'altro canto, come conciliarlo con i commissariamenti del Teatro (Nastasi dal 2007 al 20011, e poi ancora  un secondo commissariamento, successivo), e con le dichiarazioni che lo stesso Nastasi rendeva ad un giornale di Napoli, in attesa che giungessero da Roma i soldi del fondo 'salvateatri' che avrebbero portato denaro fresco nelle casse per sanare tutti  i debiti pregressi e portare nuova linfa al patrimonio? Nastasi diceva che il San Carlo era un ammalato gravissimo che appena ora stava uscendo dal coma. Questo diceva Nastasi alla fine del 2014. In meno di due anni un miracolo anche pregresso: e cioè otto anni consecutivi di bilancio in pareggio.

Un fenomeno passato, che oggi ci fa essere più guardinghi verso tutti, si verificò all'Opera di Roma,  sotto la sovrintendenza De Martino, prima del commissariamento di Carlo Fuortes, quando per anni il CdA ( allora si chiamava ancora con quel nome scassato!) certificava bilanci in pareggio, mentre poi si scoprì che c'era un buco quanto una voragine.
Certo che a Napoli non è così, perché non è vero che  tutto il mondo è paese.

Sempre a Napoli ora si pone il problema della nomina del direttore musicale, che il potente governatore De LUCA, renziano, vorrebbe fosse Daniel Oren, che forse non va giù alla Purchia, sovrintendente, e neanche al sindaco De Magistris, anti renziano, che ora si trovano sulla stessa barricata contro De Luca. Purchia ha detto che ci sta pensando, trattandosi di una nomina non di poco conto; e ha aggiunto che la nomina del direttore musicale spetta, sentita l'orchestra, a Lei e solo a lei. Ancora!

Analoghe perplessità ci vengono da altri bilanci in via di approvazione, dopo che l'ing. Pinelli, dimissionario dalla gestione del cosiddetto Fondo 'Bray', aveva segnalato due gravi criticità a Firenze e Bologna. sottolineando che non vedeva come potessero essere superate. No, caro Pinelli, sono state superate bellamente. Come? Boh!

A Bologna hanno licenziato una trentina di persone per aderire alla legge 'salva teatri', i sindacati accusano  i dirigenti  che si sarebbero aumentati gli stipendi, il direttore amministrativo spinge per trovare nuovi sponsor 'senza i quali chissà dove si va a finire', e  aggiunge che è fondamentale ridurre le spese. In ossequio a tale proposito il sovrintendente Sani annuncia per il 2018 - quando dovrebbe assolutamente raggiungere (aver raggiunto) il pareggio di bilancio, il teatro organizzerà un nuovo festival estivo 'Festival dell'Opera italiana'. Con quali soldi? Sani dice che dovrà trovarli nei privati. Quali privati ? Non lo dice perchè non sa.

A Firenze, la riunione per l'approvazione del bilancio 2015 dell'Opera , è stata rinviata perché non erano presenti tutti i consiglieri. I sindacati denunciano che  il pareggio annunciato non convince. Ma anche il sovrintendente - nonostante il pareggio  di bilancio? - va dicendo che se le cose non cambiano si va tutti a casa. Parlava del teatro ma anche del Maggio - come faceva anche il direttore generale Triola, il quale accusava che il Maggio deve richiamare gente e non i soliti gatti della 'crema' fiorentina. Cioè - voleva dire Triola - il Maggio deve tornare ad essere quello di qualche anno fa? Certo deve tornare ad essere - precisiamo noi -   quello di prima della gestione commissariale del solito Nastasi e del regno  Giambrone- Arcà. Trotta, trotta!

Ha ragione Triola. Però, il Maggio di quest'anno   vi sembra  che abbia attuato una svolta di programma? Eccolo, in sintesi:  un concerto celebrativo per cominciare in onore di Mehta; un paio di titoli operistici, fuori repertorio; un serie di concertini beethoveniani, con vari fortepiani in collaborazione con l'Accademia del Fortepiano  - manco fosse la scuola di Neuhaus! ;la calata di un gruppo di grandi orchestre (che presumiamo costosissime, e perciò difficili da ripagare con i biglietti venduti); infine, la lirica per tutti, d'estate. E' questa la rivoluzione che dovrebbe mettere fine al periodo di crisi dell'Opera di Firenze, segnare la svolta e scongiurare del tutto la chiusura  entro un paio di anni al più tardi?

E non finisce qui. I giornali giorni fa, parlando della crisi dell'Arena di Verona, anticipavano la possibilità che nel breve volgere di qualche settimana anche altri teatri avrebbero potuto dichiarare lo stato di crisi. Ci sembra di aver letto i nomi di Bari e Palermo, oltre naturalmente a Firenze e Bologna.

mercoledì 8 luglio 2015

Presentato a Roma l'11° Rapporto annuale di Federculture. Roberto Grossi denuncia: 'non abbiamo', 'manca'; Dario Franceschini risponde: 'abbiamo', 'c'è'.

La gazzella contro l'elefante. Federculture di Roberto Grossi -  alla quale si è iscritta ( 'meglio tardi che mai'), come ha annunciato il direttore generale Gubitosi, la Rai, con la promessa che dal prossimo autunno Rai 1 trasmetterà ogni sera, sul tardi, un programma di 'Rai Cultura', la nuova struttura affidata alla Calandrelli -  contro il Ministero di Dario Franceschini e Salvo Nastasi (il nome di Nastasi non dimentichiamolo mai, lui conta  quanto un ministro ed anche più di un ministro, a causa dell'inesperienza dei responsabili del dicastero e del loro avvicendarsi a ritmo continuo). Il primo, a forza di leggere dati e riflettere sul presente, guarda avanti, ipotizzando obiettivi per il futuro ed i piani per raggiungerli,  veloce come una gazzella; il secondo, lento, pachidermico come un elefante con tutta la sua mole, non riesce che a spiattellare  quel poco che ha fatto, mentre ogni giorno, accanto a qualche piccola vittoria, che pure c'è ma sul campo della 'normalità', registra sconfitte  clamorose.
 Insomma il Franceschini che all'indomani del suo insediamento a Via del Collegio romano, dichiarava che  era consapevole di avere ricevuto il dicastero più importante in un paese con l'Italia, fa orecchi  da mercante a quanto per un'oretta circa gli ha sbattuto in faccia Roberto Grossi, e ripiega sull'elenco delle piccole vittorie, di parecchie delle quali però l'esito decisivo si avrà in futuro.
Quelle poche vittorie occorre assegnargliele, per sottolineare a dovere poi tutte le sconfitte passate presenti e purtroppo anche future, sapendo come va questo mondo; e sarebbero:
- la fermata della discesa del FUS - ma è stato lui o il ministro di Letta, Bray o addirittura Ornaghi  e Galan( i due sotto il cui ministero s'è avuto il latrocinio autorizzato alla Biblioteca dei Girolamini, attraverso il grande bibliofilo De Caro, mentre Nastasi era distratto perchè occupato a sistemare la cugina di sua moglie,  Giovanna Melandri, al Maxxi e suo suocero,Giovanni Minoli, a Torino, in un museo; oltre che sua moglie, Giulia Minoli, al Museo del Teatro San Carlo:scandaloso!)?
 - la detrazione del 65% sui soldi destinati da singoli e società alla cultura;
 - la nuova fisionomia giuridica di una ventina di musei per i cui dirigenti ha fatto un concorso internazionale che deve ancora concludersi ( speriamo senza pasticci); e poi ... e poi per cosa altro vorrà che lo si ricordi come ministro? Per la copertura dei sotterranei del Colosseo? Per le colonne antiche sostenute con cemento armato all'interno del Foro? Per il consiglio di inserire nei libri di testo accanto a Leopardi, e Manzoni ( Alessandro, da non confondere con Giacomo, il compositore milanese) e Carducci e Dante naturalmente - che secondo lui hanno fatto il loro tempo - Guccini, De Andrè e gli altri poeti cantautori?
 Qualche vittoria, alcune di Pirro, Franceschini può rivendicarle; ma il paese descritto da Roberto Grossi è un paese non diciamo alla deriva, ma senz'altro bisognoso di una sterzata che Franceschini non è in grado di dare.
 Se Grossi dice che due dei nostri siti più visitati, Pompei e il Colosseo, non compaiono nei social network, Franceschini risponde: perchè non hai citato - i due si danno del tu, anche in pubblico; una delle novità di questo  11° Rapporto di Federculture - i siti che sono presenti sui social; e se si dice che il Louvre ha visitatori più di qualunque museo italiano, Franceschini, velocissimo, risponde che i 400 musei italiani, quelli statali, dei 4000 in totale, fanno ogni anno 40 milioni di visitatori, più di tutti i grandi musei europei messi insieme ( perchè poi, occorre dirlo, Franceschini a furia di essere  giornalmente accusato per le manchevolezze sue e del suo ministero, ha imparato a rispondere colpo su colpo ad ogni accusa, rivoltando - come si dice - la frittata), e quando gli si fa notare di musei ed altre strutture culturali prive di personale per l'apertura necessaria e la custodia, risponde che sta predisponendo, per l'autunno, un bando per l'affidamento a istituzioni no profit.
Insomma ad ogni accusa lui sa rispondere, salvo poi a riscontrare - siamo in estate, basta aspettare qualche giorno per annotare altri casi di disservizio - che le cose da noi vanno sempre allo stesso modo: file davanti ai musei, siti chiusi per riunioni sindacali, scioperi selvaggi senza preavviso, mancanza di strutture di accoglienza come i grandi musei stranieri hanno a fottere.
 E i giovani? E quelli che studiano nei campi artistici, specializzandosi pure, che poi non hanno nessuna prospettiva di lavoro? che risponde Franceschini? Sta zitto? No, una risposta pronta ce l'ha . Se fosse veloce ed efficace nell'azione come lo è nel fornire risposte soddisfacenti o no, avremmo il ministro migliore del mondo.
Che ha risposto? Che nel decreto sulla 'buona scuola' che si sta approvando in queste ore in Parlamento  c'è una norma che provvede a  considerare 'lauree' a tutti gli effetti i diplomi conseguiti presso scuole di eccellenza in Italia nel campo artistico. Questo avverrà dopo l'approvazione delle legge  sulla scuola e dopo che il suo ministero ed il MIUR concorderanno i termini dell'accordo per tale cambiamento epocale che da tempo viene promesso - lo promise perfino la Gelmini, signora delle lettere e delle arti_ ma non è cosa di domani, come sembrava far intendere Franceschini.
 Non è stata toccata nè la situazione 'romana' di Palaexpo, nè del  Teatro Valle, tanto per fare due esempi. Perchè Grossi non l'ha fatto, visto che era intervenuto nei giorni scorsi per criticare aspramente Marino e Marinelli sul Palaexpo? Non c'entra nulla il fatto che Michela Di Biase, felice e fresca mamma, presidente della Commissione Cultura del Comune di Roma, è la moglie del ministro Franceschini, che l'ha sposata la scorsa estate?
 La risposta al prossimo rapporto di Federculture, il 12°. E nulla o quasi cambierà.

mercoledì 8 aprile 2015

Lo Stato non ha più soldi per niente e nessuno, salvo che per i suoi inutili e spesso anche indegni rappresentanti

Alcuni fatti, recenti, ci hanno riempito di gioia, ma nello stesso di tempo di rabbia nei confronti di uno Stato che quando si tratta di spendere per il decoro e l'immagine del paese oltre che per  preservare il suo patrimonio storico e artistico dichiara di non avere un  solo Euro da destinarvi.
A Sansepolcro, urgeva il restauro di una delle più belle, osannate ed ammirate opere d'arte, l'affresco della 'Resurrezione' di Piero della Francesca, conservato nel Museo cittadino. Occorrevano 125.000 Euro. Non ci sbagliamo, avete capito bene. Appena 125.000 Euro, che evidentemente il Comune non aveva. Per fortuna è intervenuto un  finanziatore privato, tale dott. Osti, ex dirigente della Buitoni ed ora cittadino svizzero - il quale  quando ha saputo della cosa, si è ricordato del celebre affresco che conosceva bene, dai tempi in cui lavorava alla Buitoni  nella cittadina toscana, decidendo di legare il suo nome, di ammiratore di Piero, alla celebre opera, alla sua conservazione - che ha dato 100.000 Euro, ai quali il Comune ha aggiunto i 25.000 mancanti, per il restauro. E così l'affresco nel giro di un anno circa tornerà a risplendere.
 A Milano, altri due restauri importanti riguardanti due nostri sommi artisti, De Chirico e Burri, graziati (?) dall'EXPO.
 Verrà ricostruito il 'Teatro continuo' progettato da Burri, e costruito nel Parco Sempione, successivamente abbandonato e  distrutto dai barbari amministratori milanesi dell'epoca, nella ricorrenza del centenario della nascita dell'artista, forse per iniziativa del comitato nazionale per le celebrazioni - del quale finora si ricorda l'uscita del francobollo commemorativo e forse poco altro - per la gioia degli ammiratori di Burri e dei visitatori dell'EXPO.
Come pure il restauro di una celebre fontana, 'I bagni misteriosi', uscita dalla fantasia del De Chirico 'metafisico' e destinata alla Triennale, ridotta male ed ora finalmente restaurata e tornata alla sua primitiva singolarità di forme e colori.
 Ogni volta che si va a bussare alle casse dello Stato per queste necessità, la risposta è sempre che ci sono altre priorità, come quella di continuare a foraggiare tutti i suoi rappresentanti, molti dei quali inutili ed alcuni anche dannosi ed indegni, i cui emolumenti non si possono toccare e nessuno tocca, nonostante promesse e rassicurazioni continue. Da quei soldi, in molti casi, letteralmente buttati, non si possono attingere risorse per cose più utili e redditizie anche agli occhi del mondo.
Evidentemente alla nostra storia chi ci governa, non tiene molto. Come dimostrano piccoli importanti fatti: Renzi, dacchè è premier, non ha trovato un attimo di tempo per andare a rendersi conto di persona dello stato  miserevole in cui versa ancora oggi, sei anni dopo il tragico terremoto, la  bellissima monumentale città dell'Aquila.
E del resto anche Ornaghi, crediamo fosse lui, all'indomani del terremoto in Emilia, saputo dei problemi recati al Palazzo Ducale di Mantova,  non ritenne ovvio e naturale oltre che doveroso, recarsi a visitare quell'unicum rappresentato dal Palazzo mantovano.  Infine, Bray, è il ministro al quale la dirigenza della Scala, Lissner, rimproverò di non essersi mai recato in visita ad una delle massime glorie del paese, qual è il teatro milanese.
Come si può pretendere,  di conseguenza, da tali  politici analfabeti ed insensibili, che poi trovino somme, anche esigue, per provvedere al mantenimento di memorie straordinarie di cui essi stessi non ne riconoscono l'importanza?

mercoledì 25 marzo 2015

Su Nastasi, l'amico di Nardella, quanto siamo ingenui

E noi che invochiamo quasi ogni giorno Renzi perchè metta a posto, spedendolo da un'altra parte, Salvo Nastasi, potentissimo, oltre che grande&grosso direttore generale dello Spettacolo che da mille anni è lì al Collegio Romano, portatovi da Urbani, restato sotto Buttiglione, Rutelli, Bondi, Ornaghi, Galan, Bray, e resistente anche con Franceschini.
Come e perchè Renzi dovrebbe metterlo in riga se lui è amico intimo di Nardella, a sua volta amico intimo ed anzi suo uomo ombra -  mentre ombra di Nardella Nastasi non può esserlo, per le ben note caratteristiche somatiche.
Nardella lo ha conosciuto dai tempi in cui si edificava a Firenze il Nuovo Teatro dell'Opera, i due sono diventati amici e Nardella, diploma da violinista a Firenze (forse negli stessi anni in cui noi vi abbiamo insegnato Storia della Musica) non avendo nessuna dimestichezza con leggi e circolari del ministero, si è messo nella manone di Nastasi che della macchina ministeriale, che guida senza patente e con spericolatezza, conosce tutto e manovra tutto.
Nardella come Franceschini, come Bray e andando all'indietro fino a Urbani, quando forse Nastasi il mestiere di gran manovratore non lo conosceva ancora bene - Urbani ha fatto largo ai giovani - e l'ha dovuto imparare  in fretta, data la totale ignoranza dei ministri che sono sfilati in via del Collegio romano.
 Cosa dovrà accadere ancora al Ministero perchè il premier ed il sindaco amico si accorgano  che di Incalza, il gran manovratore, nei nostri ministeri ve ne è almeno uno per ciascun dicastero? E quello della cultura si chiama Salvo Nastasi?
Anche Nardella, di scuola renziana, riferiscono i giornali ben informati, è spesso ospite di casa Nastasi-Minoli, casa romana ospitalissima; dunque oltre che della competenza di Nastasi, Nardella gode anche della sua amicizia, allo stesso modo di  Renzi  che dormiva a casa del suo ricco amico a Firenze, per non tornare a Pontassieve, quando  faceva tardi in Comune.
 Renzi perciò ha chiuso gli occhi e s'è foderato le orecchie, per non vedere e non sentire le accuse che anche dal suo stesso partito - Orfini, ad esempio, l'ha fatto chiaramente in una pubblica assemblea, ma non è l'unico a sottolineare che la presenza di Nastasi al Ministero è mortale per la cultura italiana - sono rivolte al grande &grosso direttore generale.
 Il quale da controllore diventa, di volta in volta, anche manovratore. Prendiamo l'ultimo caso del san Carlo. Lui dovrebbe controllare insieme a 'mezzo disastro' Franceschini che nelle fondazioni, che vivono di soldi statali,  le cose si svolgano sempre nella più completa regolarità. E invece Nastasi che fa? Fa il manovratore, mette al vertice chi vuole lui (Purchia), e manda via chi non gli sta a genio, e non controlla, perchè dovrebbe controllare se stesso.
 Un direttore generale che sopravvive, aumentando ogni volta il suo potere, ad una schiera di ministri, una qualche arma segreta deve necessariamente averla per difendersi. E non può essere la competenza l'unica sua arma. E' sufficiente guardare come tratta alcune questioni: da incompetente ed elargendo favori ai suoi amici , il potere dei quali forse conta molto per la sua permanenza  al Ministero.  Renzi e Nardella forse aspettano un suo passo falso prima di muovergli qualche sommesso appunto? Passi falsi, o che possano apparire tali agli occhi di Renzi e Nardella, Nastasi non ne farà mai. Come, in oltre mezzo secolo, non l'hanno mai fatto i suoi protettori, nonostante che i loro nomi compaiano in ogni pentola che si va a scoperchiare nel nostro paese. Di chi parliamo? non c'è bisogno che lo diciamo per l'ennesima volta. Sempre gli stessi.
 L'unica nostra consolazione, in prospettiva, è che quando Nastasi,  se scivolerà su una buccia di banana - e una volta o l'altra potrebbe accadergli - potremo dire: ve lo avevamo detto.

martedì 17 marzo 2015

L'Incalza della Cultura si chiama Salvo Natasi. Ogni Ministero ha il suo Incalza.

Ieri hanno arrestato Incalza, il dominus dei Lavori Pubblici ( oggi: Infrastrutture) da una ventina d'anni. Hanno arrestato l'uomo al centro  di tutti gli affari delle grandi opere per le quali due anni fa hanno già indagato ed arrestato la cricca.
 Ma tutti i Ministeri hanno un Incalza, al vertice, od anche più d'uno negli incarichi di vertice. Perchè c'è bisogno degli Incalza, anche quando non emergessero responsabilità penali? Risponde Galan, che è tutto dire. Per fare a meno degli Incalza, un ministro 'dovrebbe saperla, dovrebbe saperla in tempo e dovrebbe avere una persona con cui sostituirlo'. E, come intendeva dire Galan - perfino lui ha avuto qualche pillola di saggezza, come questa - i ministri non sanno, non sanno in tempo e non sanno con chi sostituire gli Incalza di turno e perciò se li tengono. E il potere degli  Incalza aumenta di ministro in ministro. Il suo è aumentato sempre più negli anni, come è aumentato il potere di tutti gli Incalza italiani.
 Al Ministero della cultura l'Incalza si chiama Salvo Nastasi, il 'grande&grosso' direttore generale, sposato Minoli, pupillo di Gianni Letta, suo testimone di nozze ad attestare, coram populo, un legame forte,  chiamato a via del Collegio romano dal ministro Urbani, buonanima - nel senso che è sparito dalla circolazione.
Nastasi, baldanzoso giovanotto - è nato nel '73 - chiamato al Ministero al tempo in cui si voleva svecchiare, da Urbani - di cui impresa culturale non si ricorda e  che cadde rovinosamente al tempo della sua love story con un'attrice - figlio di una ben nota giudice. che di cognome fa Laterza, della Corte dei Conti che, per un lungo periodo, ha avuto  l'incarico di controllare  un settore assai contiguo a quello di cui si occupa il figlio, nel tempo ha mostrato di saperla cantare ai ministri, uno dopo l'altro, che con  i beni culturali e la cultura in generale nulla avevano avuto mai da spartire, ad eccezione forse di Bondi che, a tempo perso, tra una leccata e l'altra pure al Cavaliere, faceva il poeta, e la cui vena pare oggi esauritasi, al ministro innamorato. Da Capo di gabinetto ottenne  una promozione balzando al vertice del Ministero, direttore generale, 'grande& grosso' per lo spettacolo, ancora sotto Franceschini 'mezzodisastro'.
I ministri che si sono succeduti, dopo Urbani, Buttiglione, Rutelli, Bondi, Galan, Ornaghi, Bray ed ora Franceschini non solo non l'hanno rimosso ma hanno accresciuto sempre più il suo potere, non sapendo essi nulla del ministero che presiedevano, venendo a sapere le cose sempre da Nastasi e non avendo uno di eguale capacità - a loro avviso e inconsiderazione dei suoi padrini eccellenti - e prontezza di riflessi con cui sostituirlo. Ed anche perchè , nonostante tutte le critiche anche pubbliche, e qualche chiamata in causa per affari non specchiati (  restauro Teatro grande di Pompei, ad esempio) non hanno potuto mai sostituirlo, perchè  Nastasi -  come è ormai risaputo, e s'è scritto e riscritto - ha padrini eccellenti, il più grande dei quali  è Gianni Letta, l'Incalza padre di tutti gli Incalza d'Italia,  non perchè egli sia un grande burocrate, bensì perchè nulla sembra essersi mosso e muoversi in Italia,  da quando è salito al potere berlusca, senza lo zampino del 'cardinale' - come tutti lo chiamano - penalmente vergine.
 Dunque il potere degli Incalza è figlio della ignoranza dei Ministri. E quando un Incalza non c'è al Ministero, se ne sente la mancanza. Come in queste ultime settimane s'è letto spesso sui giornali a proposito di alcune decisioni del governo, prima  ventilate, poi ritirate, a causa di incompetenza legislativa,  per l'assenza nello staff del governo di superburocrati capaci e svelti, quale l'ex capa dei vigili di Firenze, oggi a palazzo Chigi, certamente non è.
 E allora che si fa? Occorre stabilire per legge che negli incarichi di vertice di tutti i dicasteri ci sia una rotazione delle persone, tanto per cominciare. Per evitare che si creino sacche di potere incontrollate. Non più di cinque anni di permanenza nello steso incarico. Speriamo che 'madonna' Madia se ne accorga ed invece di infierire sui poveri statali, cominci a togliere il marcio dove c'è.

martedì 4 novembre 2014

Ora basta licenziare Fuortes per risolvere il problema dei 180 musicisti dell'Opera di Roma

Perchè dobbiamo salvargli la faccia? Chi ha sbagliato di grosso, pensando di fare il grande manager che alla fine vince, è stato lui, Carlo Fuortes. Ora che tutti glielo hanno fatto capire apertamente, non deve restare un minuto in più all'Opera. La sua permanenza oggi è dannosa, è di ostacolo ad una trattativa che  si vuole avviare per evitare il disastro della cosiddetta 'esternalizzazione'. Dopo che i sindacati, tutte le sigle presenti in teatro, hanno fatto una proposta più che ragionevole al teatro, per ritirare i licenziamenti e venire ad un accordo convincente, l'unica cosa da fare è mandare a casa Fuortes ed affidare la trattativa ad un nuovo sovrintendente. Non si può mandare tutto all'aria solo perchè non si vuol far fare la figura di merda a Fuortes. Lui ha sbagliato e deve pagare. I sindacati pure hanno sbagliato ed infatti la proposta che è stata loro richiesta è di fatto un 'mea culpa' pubblico, giacché tale proposta parte proprio da un patto di moratoria sugli scioperi per i prossimi due anni, che vuol dire tanto.
 Ieri, a dare nuovamente man forte ai licenziati è stato  Daniel Barenboim, definendo i licenziamenti 'inammissibili' ed aggiungendo che si  è trattati di 'decisioni catastrofiche che dimostrano la mancanza di cultura di chi le prende'.e, pur ammettendo che ci sono stati  errori d anche 'abusi' dei musicisti, ribadisce che 'quando ci sono difficoltà, chi ha potere ha la responsabilità di aprire un dialogo'. che altro deve dire Barenboim. Manca solo che dica: Fuortes a casa, esattamente come lo stiamo dicendo noi, mentre lui non può.
Nelle trattative ed incontri delle passate settimane, in occasione delle quali Fuortes non si era mai fatto vedere, avendo mandato a trattare il capo del personale del teatro, Stefano Bottaro, dal teatro e dal consiglio di amministrazione - anch'esso in grande imbarazzo anche se non lo ha dichiarato apertamente, ad eccezione della Marchini - si era detto ai sindacati che chiedevano di ritirare i licenziamenti, di presentare un piano per rientrare  della somma di 4 milioni circa di Euro, che l'esternalizzazione avrebbe fatto risparmiare al teatro e fatto chiudere il bilancio in pareggio. Ora i sindacati tale piano l'hanno presentato: due anni di moratoria sugli scioperi, e discussione sull'aumento della produttività, sull'ottimizzazione delle risorse, abbattimento dei costi... insomma la ricerca di un accordo sul piano industriale ' di rientro chiesto dalla legge Bray.
 Di fronte a questa che sembra una resa di ragionevolezza - bisogna ammetterlo - l'Opera di Roma non può continuare nella linea dura, e solo per salvare la faccia di Fuortes che ha  fallito la sua missione.
 Forse finalmente l'ha capito anche Marino che in questi ultimi giorni non si è mai schierato al fianco del suo sovrintendente.
I giornali, invece,  non l'hanno  capito. Non tutti. Ieri solo Repubblica dava ampia notizia della proposta dei sindacati e del durissimo giudizio di Barenboim. Il Corriere aveva altro da pensare, e il Messaggero, da sempre al fianco di Fuortes - esattamente come per anni è stato al fianco di De Martino,  l'artefice primo di tale disastro - ha relegato la notizi, quattro righe appena, a fondo pagina, non citando ovviamente l'intervento di Barenboim, come del resto  aveva fatto qualche giorno fa censurando dell'intervista al direttore, proprio il passaggio in cui accusava i vertici del teatro di incapacità e di decisione folle.

mercoledì 13 agosto 2014

Ancora sul Teatro Valle dis-occupato

Nella guerra aperta ai Valliani - così chiamati da noi gli occupanti del Teatro Valle - s'è distinto il Corriere: Paolo Fallai ha accusato gli occupanti anche di ciò che non hanno fatto. Il sopralluogo , infatti, dei tecnici della sovrintendenza e dell'assessore Marinelli, ha messo in chiaro che il teatro è stato tenuto bene dagli occupanti, nonostante che  la sala e gli uffici fungessero anche da dormitorio ecc.. Dunque sconfessati tutti quelli che  avevano scritto, senza averne le prove, che il teatro era stato devastato da quei barbari. L'accusa, infondata, ci ha fatto venire alla mente una altra accusa fondatissima, riguardante un caso del mio paese d'origine, Trinitapoli, nel Tavoliere pugliese.
Appena fuori del paese era stato costruito un villaggio  di alloggi popolari, abitati, dati in uso, a persone bisognose, non proprio a modo; quel villaggio era detto 'l'isola delle donne maledette', con chiaro riferimento ad alcune signore che praticavano la più antica arte del mondo. Appena abitati  quegli alloggi popolari dotati anche di bagno con vasca, coloro i quali penetrarono per primi  in quella 'zona franca' cittadina' raccontarono di vasche da bagno trasformate in orticelli, perchè tanto loro di lavarsi non avevano intenzione; di finestre con vetri rotti al cui posto erano stati fissati con chiodi indumenti di vario genere. Insomma un vero disastro.
 Quando al Valle questo disastro s'è verificato che non c'era stato, allora  i giornali accusatori hanno chiamato in causa attori mammut - senza offesa, lo diciamo solo per gli anni sulle spalle - che, simpatizzanti della prima ora, accusavano, alla fine dell'esperienza, i 'teatranti' cosiddetti', che non avevano nessun  reale progetto.
 Anche questi sono stati messi fuori gioco dalla Marinelli che,  non sappiamo se convinta o per opportunità politica e furba strategia, ha dichiarato che il Teatro Valle deve riaprire il prima possibile e che al progetto 'Valle Bene Comune' si deve prestare attenzione e dare seguito.  Il primo prossimo appuntamento di dialogo è fissato al 2 settembre, dunque domani. E' chiaro?
 Ma perchè in tre anni nessuno ha voluto risolvere  politicamente, compreso il loquace Bray che da ministro se ne disinteressò della faccenda, il problema dell'occuapzione del teatro, risolto invece in venti giorni dalla madonna Marinelli? E Marino alla sua gemella al femminile, Marinelli, non poteva pensare prima di mettersi in una Barca che ha fatto acqua assieme a lui trasformandosi in un sottoMarino'?

sabato 9 agosto 2014

Come ti rovino la pargoletta. Da Tatò a Bray

Franco Tatò, manager fra i più stimati in Italia con esperienza di grandissimo peso in aziende ed istituzioni, sta zitto. Chissà cosa pensa mentre, nella quiete della sua bellissima masseria pugliese,  la sua gentile consorte, Sonia Raule, anche  scrittrice, produttrice, e infine frequentatrice di salotti, spara uno dopo l'altra idiozie ad educazione della sua pargoletta dodicenne, come apprendiamo da un lungo articolo del Corriere,  firmato Maria Luisa Agnese, nel quale i due Tatò, anzi tre contando la figlioletta, aprono le porte della loro incantevole casa  all'ombra degli ulivi. Ohibò, che scopriamo in salotto? Due divanoni grandissimi e bianchi, l'uno di fronte all'altro e in mezzo un singolare tavolino ( tavolinone) d'appoggio per bevande fredde (!) e pop corn. Un obbrobrio, che l'intellettualissima, artistissima signora Tatò, coinvolgendo la piccola - buon sangue non mente ! - spiega così. Franco, venendo via dalla Treccani, ha portato con sè molti libri. Non sapevamo dove metterli. Ecco l'idea:  mettiamoli in pile da sette ciascuno, le une accanto alle altre, fino a formare un parallelepipedo; li impacchettiamo - suggerisce acutamente Carolina, facciamo come fa quel vostro amico, Cristo!'. Meglio se fosse una salutare imprecazione, di fronte alla celebrazione più alta della idiozia, all'ombra della quale, poverina, sta educandosi  Carolina,  coinvolta  anche in un altro acuto progetto di mamma Sonia.
Arriva  un tavolo per il giardino, è di pietra di Trani, è un blocco pesante, ma troppo nuovo, dice l'intellettualona Sonia, che, chiama allora  Carolina, un martello ciascuno, e cominciano a picchiar duro sulla pietra,  per renderla 'antica'. Non ci hanno detto se nell'operazione qualche martellata ha rovinato le dita di Carolina o le unghie smaltate della signora. La quale però ha tenuto a precisare che in quella casa, il 'nuovo storpia'. Nuovo come lei?  Franco tace.
 Da Tatò che non ha mandato ancora giù l'uscita dalla Treccani - ed è forse anche per questo che tace, oltre che per non dire ciò che gli passa per la mente ascoltando quel che va dicendo in sua presenza la moglie -  a Bray, decaduto da ministro, per colpa di D'Alema resta sempre in sella. Il quale Bray, non avendo saputo né lui né i sindaci di Roma tirar fuori dall'illegalità il Teatro Valle, quando era a capo del dicastero culturale, si lancia in una sottoscrizione che arriva tardi - come accadeva anche quando era ministro - rispetto all'ultimatum ed alla proposta ' che i Valliani non possono rifiutare, e cioè lo sgombero del Teatro.  Chiede anche  con la sua autorevole ( penosa!) firma che tale sgombero sia ancora rimandato a settembre.
P.S. Per fortuna che oggi sullo stesso Corriere, che ieri ha pubblicato la penosa intervista alla Tatò che fa scempio della Treccani,  è intervenuto Tullio Gregory a stigmatizzare l'idiozia della intervistata.

sabato 15 febbraio 2014

Un nuovo governo di fighette ed anche fighetti. Quando la rinuncia è una buona notizia

Che nel nuovo governo presieduto da Matteo Renzi ci fossero delle fighette ma di sinistra, era noto a quanti seguendo le cronache di queste ultime convulse giornate, hanno potuto ammirare, ad esempio, la Boschi, 'Carfagna' di sinistra ma di colore castano, il cui nome si appunta su parecchi ministeri; alcuni troppo impegnativi per un giovane avvocato (Giustizia), o altri, più calibrati per Lei, come quello delle Riforme o dei Rapporti con il Parlamento. Naturalmente la differenza  tra fighette di destra e sinistra non sta solo nella parte dell'emiciclo di Montecitorio dove  siedono. Ancora della Boschi, oltre la sua aristocratica disinvolta avvenenza, non sappiamo molto, mentre invece delle fighette di destra sappiamo quasi tutto.   Si riconoscono perchè griffate dalla testa ai piedi, disposte a lanciarsi in azioni spericolate per salvare il loro salvatore; ma anche le griffes che si sono guadagnate impegnandosi  nella lotta. Preferiscono discoteche e pub a sale da concerto e teatri, dicono di  aver visitato mostre che , invece , si sono guardate, facendole scorrere sull'iPAD. Ed, infine, che  a causa del loro dichiarato impegno in qualunque attività le venisse assegnata dal salvatore, sono state impiegate in settori di cui non conoscevano forse neanche l'esistenza, e, comunque,  quasi sempre al di là di ogni loro seppur minima competenza. Si spera, anche se  non è possibile per ora averne certezza, che il Renzi furioso le impieghi le sue fighette in ambiti in cui possono da subito ben figurare, come non sarà nel caso della povera Madia, spaesata, non timida, come qualcuno va difendendola.  Poi c'è anche da sistemare la Moretti, che dall'essere l'ombra di Bersani, neanche  un anno fa, s'è votata 'anema e core' a san Matteo fiorentino.
 Dunque per quanto nutriamo seri timori,  speriamo nel meglio.
 Dove invece non speriamo affatto nel meglio è nel settore fighetti, dati per certi nella nuova compagine governativa. I fighetti di sinistra si riconoscono perchè aborriscono le griffes e preferiscono lo stramiciamento e per questo riconoscibilissimi. E poi perchè sono sinceramente detestabili, e snob.
Da giorni  corrono sulle bocche cucite di tutti, sottovoce, alcuni nomi, per un ministero al quale siamo direttamente interessati, quello dal quale va subito  a casa Bray: il dicastero della cultura e turismo. S'erano fatti i nomi di Farinetti che sicuramente amerebbe la cultura italiana e la difenderebbe come ama e difende il Bel Paese , od anche quello di Orfini, già responsabile della cultura per  il PD che noi abbiamo ascoltato qualche mese fa in una pubblica manifestazione delle istituzioni musicali dire parole chiare, anche sulla svolta decisiva da imprimere al Ministero ( fuori Nastasi! lo disse chiaramente).
 E, invece, viene fuori il nome di Alessandro Baricco, il fighetto più snob della sinistra lontana dal potere. Non possiamo dimenticare quello che negli ultimi tempi ha scritto su 'Repubblica', a proposito delle istituzioni musicali, per le quali vanta una certa competenza,  già espressa in qualche saggio e in quelle sue trasmissioni, per superintelligenti , a Rai Tre, ' L'amore è un dardo'.
Baricco scriveva che i teatri, case del melodramma che il mondo ci invidia e per il quale soprattutto ci conosce e che, ancora oggi, ama, forse più di quanto l'amiamo noi stessi, andrebbero chiusi, perché sanno di vecchio, e quei soldi a loro destinati, tanti in  termini assoluti, girati alla televisione,  unica vera espressione di cultura popolare di oggi, come esattamente due o tre secoli fa lo fu il melodramma.
 Capito  quali chiari di luna ci attendono con il  fighetto di sinistra Baricco ministro? Noi tifiamo per Farinetti e Orfini.
 Alla fine Baricco, interpellato direttamente da Renzi, sì è chiamato fuori, rinunciando definitivamente alla sua candidatura a Ministro della cultura. Per noi è una buona notizia.

A che serve conoscere i compensi dei manager musicali?

La curiosità di sapere quanto guadagnano coloro che, in Italia, gestiscono la musica, se non porta con sè anche qualche riflessione,seguita da necessaria risoluzione, è assolutamente vana.  abbiamo, intanto, appreso che Lissner è il più pagato con oltre 500.000 Euro - più di qualunque altro manager di grande istituzione musicale in Europa - come riporta il sito del teatro milanese - a proposito di siti ve ne sono tanti di istituzioni musicali medie che ancora non si decidono  a mettere in rete i dati, come vuole la legge; che aspettano? - mentre il sito del Ministero riporta una cifra quasi doppia : 800.000 Euro  (diamo cifre arrotondate per eccesso o difetto, tanto la  solfa non cambia). Segue a ruota Bruno Cagli dell'Accademia di Santa Cecilia, con 300.000 Euro - evidentemente seccato di dover rivelare il suo compenso sinceramente enorme, ha fatto sapere che quel compenso è la somma dei compensi per le due cariche che egli riunisce nella sua persona : sovrintendente e direttore artistico. E se fosse stato anche direttore generale, avremmo avuto un'altra aggiunta? Il guaio è che, a detta del Sole 24 Ore, la direzione artistica di santa Cecilia sarebbe fra le più popolate di dirigenti e dunque in assoluto la più costosa, nonostante il direttore artistico/sovrintendente. E se fosse stato un teatro, invece che una istituzione sinfonica, quanto sarebbe costata  la nostra amata Santa Cecilia? Dopo La Scala, perciò, Santa Cecilia, almeno ora, perché se le statistiche le avessimo fatte qualche mese fa, vi avremmo messo al secondo posto l'ing. Francesca Colombo, milanese, sovrintendente al Maggio Fiorentino per volontà di Renzi e suggerimento di alcuni salotti milanesi, invisi a qualche frangia della sinistra chic, che aveva un compenso di 300.000 Euro, solo per la fare la sovrintendessa.
Dopo Milano e Roma c'è Verona: Girondini, per grazia di Tosi suo sindaco e benefattore, guadagna 250.000 Euro; subito dopo Vergnano a Torino che in una quindicina d'anni al vertice del Regio, ha raggiunto la bella somma di quasi 190.000 Euro: per anno, s'intende.
E, infine, un gruppo di sovrintendenti, a partire da quello della Fenice, Chiarot, che sta fra i 160.000 e 170.000. Il quale compenso ci sembra  adeguato alle responsabilità ed alla mole di lavoro che comporta la reggenza dei teatri - un mondo in continua fibrillazione.
Ve ne sono, ruota di scorta  virtuosa, alcuni altri il cui compenso  è ancora inferiore, solitamente si tratta di teatri che hanno bilanci disastrati, nonostante il fondo Bray e che quindi sarebbe davvero stonato se avessero al vertice un manager superpagato.
Mancano a quest'appello sommario alcuni casi.
Fuortes che dall'Opera di Roma prende solo 13.000 Euro, ma ne prende ben 230.000 da Musica per Roma;  Fontana che  al Regio di Parma ha un compenso di 140.000 Euro, nonostante che l'attività del teatro parmense sia inferiore a quella già abbastanza diradata della quasi totalità dei teatri;  e  ci manca ancora di sapere quale compenso si dà Mauro Meli che ha fatto ritorno a Cagliari,  dopo la prima esperienza conclusa su una voragine di debiti; come anche Biscardi, al Petruzzelli da pochi giorni.
Infine ci sono teatri commissariati che presentano ulteriori anomalie. A Napoli, ad esempio, c'è il Commissario (che presta la sua attività gratis) ma resistono sia sovrintendente che direttore artistico; a Palermo il Commissario lavora anch'egli gratis; mentre il Commissario di Firenze, Bianchi, voluto dal sindaco Renzi è l'unico a percepire un emolumento  pari a quello dei sovrintendenti.
Ciò detto, il costo di un sovrintendente  è quello che ci raccontano i loro compensi? Affatto. Essi godono anche di benefit non irrilevanti (casa, macchina ecc...) che vanno ad aggiungersi ai compensi e che  non si fa obbligo di dichiarare, consentendo quindi un bilancio 'falso' dei rispettivi teatri.
 I direttore artistici, altra figura apicale delle istituzioni musicali, viaggiano - almeno quelli delle istituzioni più prestigiose - fra i 130.000 e 140.000 Euro, con la sola eccezione della Fenice , il cui direttore artistico, è per lo stipendio, alla pari del sovrintendente. Gli altri un pò meno, salvo alcuni, come Bologna ,  che non arrivano  a guadagnare quella cifra, ma una molto inferiore (sui 70.000 Euro).
 Poi ci sono i capi degli  Uffici Stampa.  Diciamo che la media è di 80.000 Euro; ad eccezione di qualcheduno che guadagna molto di più,  e taluni proprio in casi in cui la buona stampa i teatri se la sono assicurata attraverso altre vie. E su questo il sovrintendente della Fenice, in una bella intervista rilasciata a Music@, ha messo in guardia dalle stagioni che si fanno belle  'con le rassegne stampa'- non sempre affidabili , voleva dire il sovrintendente veneziano - piuttosto che  con i bilanci in ordine e indici di produttività nella media dei teatri europei.
Al termine di tale fatica ragioneristica, sarebbe opportuno tirare le somme. Ma non spetta  a noi farlo, dovrebbe farlo il ministero, allineando i compensi. Non sarebbe compito neanche degli amministratori locali perché - come nel caso di Milano - sono stati loro ad offrire  il companatico a Lissner quando l'hanno voluto; e neppure i vari consigli di amministrazione che - alla stregua dei politici nostrani - si aumentano gli stipendi alla faccia del popolo che soffre ( lo fece anche l'integerrimo, venerato Luciano Berio appena insediato a santa  Cecilia, ritenendo il suo compenso, e gli annessi benefit, non all'altezza del suo rango, e senza che nessuno protestasse).
 DEVE intervenire il ministero che dà i soldi - solo il ministero può farlo -  a mettere ordine e ad allineare i compensi a quelli medi, tagliando con decisione le punte, assolutamente INGIUSTIFICATE. Lo farà? Potrà farlo il direttore generale dello Spettacolo, Nastasi, che  ha uno stipendio non lontanissimo da quello di Lissner? Il pesce, si dice, puzza dalla testa.

venerdì 24 gennaio 2014

A napoli, al teatro san carlo, arriva il commissario

Questa è una assoluta novità che nessuno avrebbe potuto immaginare. Un commissario governativo al teatro San Carlo. Il quale, da due anni, ha il bilancio in ordine - nonostante l'attività artistica frenetica ( neanche un centinaio di alzate di sipario l'anno!!!!!) - ma ha uno sbilanciamento patrimoniale enorme, di oltre venti milioni di Euro. Dunque per la prima volta arriva al San Carlo un commissario per vigilare che  l'accesso al fondo della legge Bray avvenga secondo le regole.
 Ma è proprio la prima volta che Napoli, in anni recenti, ha un commissario al San Carlo? No, ed il ministero dovrebbe ricordarlo, prima di inviare nuovamente un commissario, perchè fino a due o tre anni fa c'era già stato un commissario, nella persona del direttore generale dello spettacolo, Salvo Nastasi, l'enfant prodige messo lì da Urbani e mai più rimosso nonostante  le  numerose scivolate ed i madornali errori - ma dietro c'è la longa manus di Letta, lo zio naturalmente che è dietro ogni cosa dello spettacolo e non e che, come ha giustamente fatto notare Berlusconi, tutti gli schieramenti politici gli invidiano; e forse anche l'altrettanto longa, sebbene anche amorevole, della madre di Nastasi, giudice della Corte dei Conti preposta alla vigilanza sugli enti pubblici (che coincidenza!  che conflitto familiare!). Nastasi è stato al San Carlo per qualche anno, ha salvato il teatro - come del resto ha fatto anche altrove, vedi Firenze, ma anche Genova dove ha mandato suoi emissari, teatri questi precipitati nei vortici del debito, come anche a Cagliari dove è arrivata la bella Crivellenti, tranese, sempre con l'appoggio di Nastasi e Letta,  un altro casino davvero sorprendente.
Insomma dove Nastasi mette le mani accade il miracolo del risanamento, salvo poi - di nome e di fatto - che il teatro non si ritrovi da lì a poco tempo, nuovamente nei guai. Ma allora Nastasi non ha fatto nessun miracolo? No, un miracolo l'ha fatto, anche nel disastrato San Carlo, dove i lavoratori chiedono le dimissioni dei vertici, dalla Purchia a De Vivo, due campioni dell'organizzazione musicale internazionale. Ha messo sua moglie a dirigere il neonato - Nastasi levatrice -  Museo del Teatro, nonostante che la Giulia lo supplicasse in tutti i modi a non metterla lì.
I mezzi er trovare lavoro, o soldi anche senza lavoro, li ha dalla famiglia d'origine. Anche perchè la mossa di Nastasi getta ombra di impotenza sulla potente famiglia Minoli-Bernabei.

mercoledì 18 dicembre 2013

Battistelli all'Opera : nomina di alto profilo e bassa dedizione

Il ministro Bray è orgoglioso di aver nominato nel consiglio di amministrazione del Teatro dell'Opera di Roma il compositore Giorgio Battistelli e un rampollo di Fabiano Fabiani, che viene da Banca Intesa - come ti sbagli, parlando del rampollo? - perchè si tratta, secondo Bray, di nomina di 'alto profilo'.
A noi interessa ovviamente Battistelli, compositore d'opera 'da film' o da' romanzi celebri' o 'cause verdi' ( vedi la prossima CO2 attesa alla Scala per l'Expo 2015, da un testo di Al Gore - se ricordiamo bene).
Giorgio Battistelli, è  accademico di Santa Cecilia, è stato antagonista sconfitto da Cagli nelle ultime elezioni a presidente; di lui - come  si legge in alcune lettere indirizzate all'Accademia di Santa Cecilia, Cagli avrebbe detto  incapace 'di organizzare neanche un concerto'. Giudizio durissimo, perchè forse neanche Cagli, di formazione letteraria, sarebbe in grado di fare ciò che rimprovera a Battistelli,  come di valutarne la riuscita. Comunque noi riferiamo il giudizio di  Cagli che, quand'anche disistimassimo del tutto Battistelli, non condividiamo; perchè, almeno, Battistelli la musica sa dove è di casa. In verità anche Battistelli aveva espresso analogo giudizio su un direttore artistico dell'Opera di qualche anno fa, all'oscuro del grande repertorio - e in ciò aveva ragione.
Ora,  ci spiace dirlo, tutto l'entusiasmo di Bray noi non lo condividiamo per la nomina  di Battistelli, l'ennesima. Sì, è vero: Battistelli è musicista, la sua produzione riguarda prevalentemente il teatro musicale, sebbene  abbia cannibalizzato il più delle volte  invenzioni altrui, in prevalenza film di successo ( Germi, De Sica, Fellini, Pasolini), e, perciò, ha titolo e diritto a sedere nel CDA dell'Opera, con molto più onore di Cisnetto  o di Maite Bulgari, per esemplificare, e di quella pletora di burocrati capitolini (staremo a vedere chi ci metterà la Regione ed il Comune, Zingaretti e Marino per intenderci) infilati da Alemanno. Non condividiamo però  il fatto che queste nomine  vengano desunte da un carnet di papabili - uno per ogni partito - al quale attingere, scegliere, quando arriva il turno di questo o quello.   Da un certo punto di vista, sia chiaro che, date le enormi competenze di Nastasi , consigliere di Bray,  è meglio Battistelli a Roma che la Crivellenti  sovrintendente a Cagliari, incinta e quasi subito in maternità (almeno ha limitato i danni, per godersi la maternità!) suggerita al sindaco da Nastasi, al quale l'aveva suggerita Letta zio.
 Però si vede che Bray è completamente estraneo al mondo musicale o del teatro, per il quale deve ricorrere al consiglio, non disinteressato, della volpe Nastasi che immancabilmente toppa, ogni volta che propone qualcuno o qualcosa. Perchè Bray non impone determinate regole, come, ad esempio, quella che chi dirige un teatro non può presentarsi anche in cartellone, e, cosa ancora più importante,  non può collezionare incarichi su incarichi, perchè non ne fa bene nessuno, e, nel migliore dei casi, lui fa il capobastone che dispensa regali e favori ai servi, che fa lavorare.
Ora Battistelli non è nè il sovrintendente, nè, soprattutto, il direttore artistico dell'Opera, nè lo sarà finchè c'è Muti. Il quale vuole al suo fianco l'Alessio Vlad, figlio di Roman, mentre non si oppone all'affogamento di Catello De Martino,  come racconta  la cronaca di queste ultime settimane.
Battistelli é un semplice consigliere d'amministrazione. Se fosse sovrintendente o direttore artistico avremmo da temere, in quanto Battistelli ha già dato una brutta prova della sua direzione artistica, quando all'Arena di Verona, voleva trasformare il palcoscenico più popolare del mondo  nella 'Biennale teatro'. Non ci riuscì  soltanto perchè abbandonò prima il campo, ma fece in tempo a dare il regalino a tanti suoi amici compositori - ed anche a qualche nemico da tenere buono - con delle variazioni sui temi dell'opera italiana del grande repertorio verdiano.
 La cosa, perciò, che più rimproveriamo a Bray è il non aver considerato che Battistelli, che vuol tenere comunque un piede a Roma, nonostante l'amara sconfitta a Santa Cecilia,  prima ancora di essere nominato consigliere, era già... prendere nota:
- Direttore artistico Orchestra Toscana
-Presidente Società di Concerti 'Barattelli' - L'Aquila, che ha dato in dote, per la direzione artistica, al fido Guido Barbieri, direttore artistico e critico musicale
- Compositore abbastanza attivo in campo operistico  o pseudo operistico.
 -Compositore residente al San Carlo di Napoli (almeno fino a quando non lo abbiamo perso di vista)
 -membro di  ancor altri comitati artistici od altro (ci sembra anche della Scuola di Musica di Fiesole).
- ed ora Consigliere di amministrazione dell'Opera di Roma. La massoneria in questo non c'entra.
Ci vuole spiegare il ministro, quando Battistelli troverà il tempo per fare anche l'amore?

venerdì 29 novembre 2013

Torna Borgna. Fuortes raddoppia. Lissner attacca

Le ultime notizie sono le seguenti. Borgna torna in campo, assumendo la presidenza del Teatro di Roma, dopo essere restato fuori dell'agone amministrativo dal momento in cui uscì  da Musica per Roma, con l'avvento di Alemanno  sindaco.  Si torna all'antico, come si predicava un tempo, forzatamente, perché è da generazioni che non si allevano  nuovi possibili manager delle istituzioni pubbliche.
 Cambio della guardia anche all'Opera di Roma, dove ai primi di dicembre, contemporaneamente con il Teatro di Roma, scade il consiglio di amministrazione, ricomposto con nuovi nomi, e sostituito il sovrintendente: al posto di Catello De Martino arriva Carlo Fuortes, il salvatore. strano che non venga mai incluso, nel cambio della guardia, anche Alessio Vlad, il grande direttore artistico apprezzato internazionalmente. Direttamente da Bari. E lui ha già messo le mani avanti: non lascia l'Auditorium. Poniamo che, invece dell'Auditorium, Fuortes fosse a capo dell'Accademia ceciliana, avremmo il primo caso in cui un solo sovrintendente, contro la legge, regge due fondazioni. Ora fra l'Accademia e Musica per Roma, fra l'altro coinquilini, c'è poca differenza: la seconda non prende soldi dallo Stato; è l'unica grande differenza. Perchè, allora, accettare questo doppio ruolo? Forse che né Musica per Roma né l'Opera comportano un impegno costante? O non è che Fuortes si sente più sicuro a guidare una macchina che già conosce e dalla quale difficilmente gli verrà intimato di scendere, almeno per tutti gli anni di Marino e soprattutto ora che è tornato in campo di nuovo Bettini, suo compagno d'armi agli albori di Musica per Roma, mentre all'Opera  soffiano venti di tempesta, ci sono milioni di debiti e Fuortes, per quanto bravo non avrà vita facile e soprattutto non può fare miracoli? Quando un manager molto impegnato si impegna in un nuovo secondo parallelo incarico, a noi ci fa venire qualche sospetto, per lo meno quello che i diversi lavori ormai si fanno con la mano sinistra, dal che viene la disastrosa situazione diffusa dell'Italia.
Staremo a vedere. Lissner oggi, sull'Espresso dà una bella strigliata al mondo musicale italiano, e fa bene, benissimo. Comincia per ricordare al nuovo ministro Bray che forse era il caso che avesse fatto una visitina o si fosse fatto sentire dal teatro più importante del mondo. Ed ha ragione. Prosegue ironizzando sul  manager messo dal governo ad amministrare il nuovo fondo per i teatri in difficoltà. E' un ingegnere idraulico, se non ci sbagliamo. Lissner chiosa: se restassi in Italia potrebbero anche nominarmi ministro dell'Economia.
 Bolla le incongruenze del decreto governativo 'valore cultura' subito bisognoso di  grandi correzioni: siamo un paese di pagliacci incompetenti. Ed infine se la prende con un critico che avrebbe ironizzato sull'alta qualità dell'Orchestra di Santa Cecilia. Se un critico ha detto questo, Lissner ha ragione a bollarlo.
 Purtroppo anche a noi da un noto direttore d'orchestra, assai inavvedutamente, venne fatto lo stesso apprezzamento sull'orchestra di Pappano. Ci disse, nel corso di un'intervista, ma a registratore spento:  quella è un'orchestra? E' chiaro che voleva scherzare, anche perchè il suo metro di paragone, in funzione dell'eccellenza, era un'altra orchestra che, per decenza, non nominiamo ma che non è difficile immaginare.

sabato 23 novembre 2013

Quando arriva il commissario ministeriale un teatro fallisce

Qualcuno l'ha scritto i giorni scorsi. Un semplice  esame delle  precedenti esperienze lo attesta inequivocabilmente. Quando un  teatro vine commissariato dal ministero, i guai non finiscono, anzi cominciano proprio con il commissariamento. Prendiamo ad esempio Firenze, lì c'era passato Nastasi, sembrava tutto a posto, poi arriva il duo Giambrone-Arcà e rieccoti il deficit di bilancio- Nastasi aveva realmente rimesso le cose a posto? - il sindaco chiama Francesca Colombo che dovrebbe fronteggiare una situazione disastrosa, è chiaro che non ce la fa; se poi ha contro anche il sindaco che l'ha chiamata e il ministero che stringe i cordoni della borsa, a lei di chiede di sacrificarsi per tutti, ministero compreso, mentre Arcà si defila poco  prima che scoppi il bubbone, perchè interessato 'ad altre esperienze professionali' - leggi: trasferimento a Parma, di nuovo al fianco di Fontana; esperienza professionale nuovissima - e Giambrone è  tornato a fianco del sindaco di Palermo (IDV) e ricomincia la scalata al Massimo, dove era già stato sovrintendente. I due non c'entrano con il deficit che ha trovato la Colombo? e il tribuno fiorentino, Rienzi,  che fa?  sta alla finestra?  perchè neanche una parola in difesa della Colombo che lui aveva messo lì, senza dirle che da lei voleva un miracolo?
Non vogliamo portar sfiga a Napoli, al Teatro San Carlo dove pure c'è passato Nastasi il quale,  ha almeno trovato lavoro alla sua mogliettina Giulia Minoli - una vergogna senza pari!. Negli ultimi mesi, al di là  dei finanziamenti generosi per le tournée del teatro - più generosi di tutti quelli elargiti agli altri teatri, forse con la sola eccezione della Scala,  vivaddio!- anche sul teatro napoletano sembra allungarsi l'ombra di problemi di bilancio.
 Non parliamo di Genova, dove il suo - del ministero- ambasciatore/commissario, ha fatto disastri a tutti noti., mandando a casa il ,sovrintendente direttore artistico Ferrari e poi facendosi letteralmente cacciare a calci nel sedere per la voragine  nei conti che non era in grado di risanare neanche in parte.
 Vogliamo parlare  di Cagliari, dove  la coppia Nastasi-Letta zio, hanno infilato la Crivellenti,  prelevandola dalla biglietteria del teatro e facendola sedere sullo scranno più alto dell'istituzione? anche lì ci sono guai.
Ora a Roma,  con tutte le colpe degli attuali amministratori del teatro e dei precedenti, comunali, che sono all'origine di tutti i mali del teatro è chiaro che  sono terrorizzati alla semplice idea che arrivi un commissario - fosse  anche Fuortes - mandato dal ministero. Fallimento sicuro, dicono.  Incuriosisce che nel fronte contrario al commissariamento siano sulla stessa barricata dirigenza e sindacati, in uno dei quali militerebbe anche  qualche parente del sovrintendente. Ma di questo non c'è da scandalizzarsi: un solo parente è come rilevare la pagliuzza di evangelica memoria; mentre non si guarda alla trave.
Ora dal teatro fanno sapere che se regione e comune pagassero i rispettivi debiti, il problema della liquidità immediata  verrebbe risolto, dimenticando che ci sono ben altri problema, e dimenticando, pure, che - forse giustamente, chissà - il finanziamento del Comune al teatro è sproporzionato,da qualunque parte lo si consideri, se si mette in relazione all'attività del teatro, scandalosamente insufficiente; e all'incapacità dei suoi dirigenti  di rispondere alle sfide anche economiche che la crisi pone.
 Non c'è Muti che risolva tutti i problemi e che tenga in piedi il teatro, anche se egli ha dalla sua parte Nastasi, innanzitutto, e forse anche il ministro Bray.

lunedì 18 novembre 2013

Ernani Francesco, la vendetta

Mentre Riccardo Muti, sicuramente teso per le acque agitate del Teatro dell'Opera sta spiegandoal pubblico convenuto all'Opera Ernani di Giuseppe Verdi, che fra qualche giorno dirigerà per l'apertura di stagione  a Roma, si consuma la vendetta dell'altro Ernani, Francesco, mandato via dall'Opera di Roma quattro anni fa, con l'accusa di aver 'truccato' i bilanci - erano in rosso e lui li faceva figurare in pareggio al punto che da una organizzazione che riunisce i teatri d'opera europei aveva ricevuto un premio per buona amministrazione - ed ora sovrintendente a Bologna, chiamato dalla Cancellieri all''epoca commissario al Comune di Bologna, la quale lo aveva già voluto come consulente sovrintendete a Catania, dove poco prima era stata commissario.
Approdato al comune Alemanno, volle fare piazza pulita dei dirigenti delle massime istituzioni cittadine, messi lì dai precedenti amministratori. E come si fa, di punto in bianco? Li si accusa di truccare i bilanci, meglio di averli passivi. Ernani si difese, ma a nulla servì. Dovette abbandonare il campo, e al suo posto Alemanno si inventò sovrintendente e direttore artistico senza storia senza passato:De Martino, Colabianchi.. Una vera invenzione. Prima suoi consulenti, di lui commissario, poi amministratori in proprio. l'allora consulente alla direzione artistica aveva un curriculum praticamente nullo; il titolo di maggior pregio era aver diretto in occasione di celebrazioni in onore di Almirante e di essere vicino agli ambienti della destra che, come si sa, in fatto di cultura fanno piangere dalla disperazione. Si vide in quel periodo il palco reale dell'Opera frequentato da gente che si sentiva più a suo agio  negli spettacoli televisivi, nei piano bar e nei salotti romaneschi. Quel consulente alla direzione artistica dovette abbandonare anche lui, quando fu ingaggiato Muti e volle alla direzione artistica Alessio, figlio di Roman Vlad. Niente di speciale, anche perché l'Alessio che aveva fatto il giro di qualche teatro, a Genova ad esempio era dovuto andare via,  perché protestato dalle maestranze del teatro. E allora perché chiamarlo a Roma? Per lasciare mano libera a Muti. E qui il direttore, ci perdonerà ha compiuto il suo più grande errore. Lui non vuole che il teatro nel quale ha un incarico stabile, anche se semplicemente 'onorario benché a vita' - formula assai singolare - sia retto da persone in gamba e competenti.
In tutti questi anni, tre o quattro, il Corriere della Sera, per bocca di Valerio Cappelli, ha inneggiato ai signori del Costanzi, senza distinzione. Ancora oggi ha l'impudenza di scrivere che la direzione artistica, cioè il suo amico Alessio, è il migliore in circolazione- quando non si vuole vedere, si possono tenere anche gli occhi aperti e nulla si vedrà!
 Lui, Cappelli, ha sempre fatto il portavoce dell'Opera , dietro suggerimento di Filippo Arriva, che non è mai arrivato prima di Cappelli - a dispetto del cognome -  dal quale ha ottenuto notizie in anteprima,  in cambio del 'fiancheggiamento' a Muti, al teatro ed ai suoi manager. D'altro canto quest'estate la sua pièce su Carlos Kleiber è andata anche a Caracalla. Una ricompensa per i  tanti servigi resi?
Mai in questi anni che abbia sollevato il Cappelli qualche dubbio sull'amministrazione del teatro, come invece ha cominciato a fare all'improvviso qualche settimana fa, al punto da meritarsi una lettera di smentita di Bruno Vespa, alla quale ha replicato, perchè chiamato in causa, Lissner, e lo stesso Cappelli che ha contestato molte delle affermazioni di Vespa che smentiva le accuse fatte proprie da Cappelli, sulle quali è tornato , sempre sul Corriere, nuovamente e  proprio oggi, chiedendo di vedere quei bilanci che, secondo i revisori, non brillano, e che lui spera di poter vedere, almeno quando il CDA, fra breve, andrà a casa.
 Noi lo abbiamo detto molte volte. La storia è sempre la stessa. I buoni amministratori si valutano in base alla fedeltà al governo di turno. Catello De Martino era al suo debutto da sovrintendente. Corriere e Messaggero lo hanno incoronato come sovrintendente più bravo d'Italia, e poi... e poi spuntano  i buchi di bilancio , appena in Campidoglio cambia il governo che non è disposto a dare tutto quello che gli viene richiesto per tappare i buchi.
Almeno sul fatto che l'Opera di Roma sia il teatro più finanziato dalle amministrazioni comunali, con ben 20 milioni di Euro all'anno; che sia un teatro con un pubblico che  non raggiunge nemmeno le 200.000 unità, che abbia soltanto 3.000 abbonati, che fa poco più cinquanta-sessanta recite d'opera l'anno e infesta la sua programmazione di spettacolini  e concertini davvero imbarazzanti - il direttore artistico sommo, ovviamente in questo non ha nessuna responsabilità secondo Valerio Cappelli - che abbia introiti propri  che superano di poco il milione di Euro, che non si sia procurato soci e sponsor importanti, questo non si può negare, tutto il resto è propaganda. Meglio: è stato propaganda; ed ora non più. Muti avrà fra gli ascoltatori il ministro Bray, ed il suo  maggiordomo Nastasi, legato a  Muti da lunga data, e spera di poter ottenere  ciò che ottenne da Tremonti: allora salvò i teatri, adesso spera di salvare il suo di teatro.  Lui certamente , comunque vadano le cose, si salverà, ma il suo teatro si salverà solo con lui, e con buoni amministratori che lo affiancano nell'impresa ardua di riportarlo agli antichi splendori, come nè Catello De Martino  nè Alessio Vlad saranno mai in grado di fare.

domenica 27 ottobre 2013

Il ciclone Marino sta per abbattersi sulle istituzioni culturali della Capitale

C'era una volta Ignazio Marino, chirurgo di fama imprestatosi alla politica. L'ex chirurgo, non simpaticissimo in verità - ma si spera che sia almeno bravo a fare i compiti assegnatigli - aveva una assessore, la Barca, fratella ovviamente dell'altro Barca, ex ministro, figlio a sua volta del più famoso di tutti i Barca, quello comunista,Luciano di nome. Fra il chirurgo e la sua 'assistente' culturale i rapporti sono tesi, lo dicono tutti, hanno diversa visione sui manager da mettere a capo delle istituzioni culturali cittadine finanziate con soldi pubblici, e non solo su questo. Al Teatro di Roma, da dove sta per andar via Lavia, Marino vuole mettere Gassmann, il giovane attore, tanto in voga di questi tempi e Barca ( e con lei il ministro Bray) non vuole. Lei preferisce Cutaia, ex ETI, perchè gli attori non hanno mai dato buoni esiti quando vengono messi a comandare una istituzione- ha detto. Così la pensa ministero e Barca. Sulla presidenza tutti d'accordo, sembra: si cambia, anzi no, resta Scaglia - come scoglio immoto! - secondo la vulgata dapontiano/mozartiana. Ma le istituzioni dove bisogna smobilitare  gli ex di Alemanno sono anche altre. C'è il palazzo delle Esposizioni che al Comune costa 11.000.000 di Euro. Ha passivi, scrivono i giornali;  no, ha attivi da molti anni, ribadisce l'attuale  responsabile Simoni; al Macro c'è Pietromarchi che va cambiato. chi ci mettono, non si sa. E all'Opera, che al Comune costa ben 20.000.000 di Euro l'anno - forse il più alto contributo in assoluto di una municipalità alla sua Fondazione lirica - che si fa? Vogliono azzerare il consiglio di amministrazione e metterci un commissario, perché secondo quanto va dicendo nei corridoi Marino, in quel teatro si spende molto a fronte di una produzione abbastanza  esigua. All'Opera via Vespa, vice presidente, e i consiglieri di nomina Alemanno per l'arrivo del Commissario Siciliano, figlio di Enzo, attore di professione. Con quali competenze, ammesso che giusto sia il commissariamento? Ha lavorato molto nella campagna elettorale di Marino. E di opera ed amministrazione di una grande azienda culturale? ne sa quasi nulla, anzi nulla. Imparerà sul campo. Bravo, Marino ex chirurgo. Onore al merito. Attento, però, a non farsi scappare Riccardo Muti.

martedì 8 ottobre 2013

Valore cultura. Altri imbrogli dallo Stato con la faccia tosta

Il decreto legge del governo Letta, 'Valore Cultura' pubblicato sulla Gazzetta ufficiale l'8 agosto - ne abbiamo parlato a suo tempo - e, di recente, approvato dal Parlamento, accanto ad alcune misure senza dubbio positive e che fanno immaginare un governo attento ai problemi del settore, che al governo Berlusconi non ha mai interessato, in alcuni articoli contiene norme che fanno tornare  indietro di anni tutta l'organizzazione culturale in Italia. Nell'art.11, criticatissimo, si riducono i componenti dei consigli di amministrazione,  riduzione che toccherà soprattutto la presenza dei membri privati,  ai quali si domanda una 'fidelizzazione' consistente e di durata quinquennale. Insomma un privato, per avere un posto in consiglio di amministrazione della Scala, per esemplificare, deve assicurare per un periodo di cinque anni  un consistente apporto finanziario.  Bray, l'attuale ministro, quando gli hanno fatto notare che, evidentemente, i suoi consiglieri andrebbero cambiati perché tentano con ogni mezzo, e ogni volta ritentano, di  riportare indietro tutto il settore, dopo quei pochi  passi avanti che sembrano essersi fatti - Nastasi c'entra? Eccome! - ha promesso di rimediarvi,  a questo come ad altre incongruenze che riguardano il Piccolo e la Scala di Milano, in riferimento alla loro autonomia che sembrava raggiunta. Insomma lo Stato vorrebbe che i privati abbiano nei confronti delle nostre fondazioni culturali quella affezione che esso Stato non ha mai avuto e tuttora sembra continuare a non avere, perché non ha mai assicurato  il finanziamento necessario , e perché , nonostante le promesse,  ogni anno - e non ogni cinque- cambia idea, e sempre in peggio, cosa che i privati, naturalmente, secondo l'integerrimo Stato, non possono fare. Che faccia tosta!
 E tutto questo accade quando il pachiderma Stato,  mostro sempre  affamato, non c'è verso che  tagli tutti i privilegi che nel corso degli anni s'è assicurato per sè e per i suoi devoti servitori. Oggi, il quotidiano 'Il tempo' riportava alcuni dati allarmanti sui profeti, di destra e sinistra,  che sputano sentenze a suon di pensioni non meritate e laute, sulle quali poggiano tranquilli i loro orrendi culi, da Veltroni a D'Alema a  tutti gli altri. Evidentemente chi ci governa non si è ancora accorto che il paese non può tenersi ancora per molto e che, se non corrono in tempo ai ripari, chissà cosa può succedere. Ogni giorno tagliano qualcosa a tutti, persino ... mentre mai nulla si taglia e si può tagliare a loro, neanche le mani con le quali  fanno, ogni giorno che passa, razzia dei beni del paese.