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lunedì 10 novembre 2014

Monta la protesta delle fondazioni liriche in Piazza santi Apostoli a roma

Inutile attendersi folle oceaniche, ma rappresentanti di quasi tutte le fondazioni liriche con relativi striscioni sì, questa mattina a Roma c'erano. E c'erano anche in buon numero rappresentanti sindacali, qualche parlamentare ( Vincenzo Vita)  e qualche sovrintendente ( Franceso Ernani, cacciato a malo modo da Roma per insediarvi De Martino artefice primo del disastro poi condotto bellamente a termine da Fuortes). E, infine, il segretario generale della Federazione internazionale dei musicisti,
attori ed artisti di cinema e audiovisivi, venuto personalmente a portare la sua solidarietà ai musicisti dell'Opera di Roma, ai quali "si vuole far pagare, nonostante che i loro compensi siano un buon 20% al di sotto di ciò che mediamente si guadagna in Europa, il malgoverno del teatro della capitale; mettendo in atto un progetto FOLLE - ha detto proprio così. E' impensabile che un teatro con attività regolare possa avvalersi di orchestra e coro esternalizzati. Non accade in nessun altro posto in Europa - come ha sottolineato anche la associazione dei sovrintendenti dei teatri d'Europa.
 Oggi, a pensarla diversamente sono rimasti solo Fuortes, l'assessore Marinelli, oltre naturalmente a Marino, Franceschini ( per il quale 14 teatri in Italia sono troppi - in Europa si sono oltre 400 teatri, in Italia il 3% circa del totale - secondo una ricerca della Bocconi - e per il ministro anche questi 14 sono troppi), e naturalmente l'onnipresente ed onnipotente Nastasi, il quale esprime anche il gradimento su questo o quel sovrintendente e può anche capitare che uno non gli sia simpatico e perciò ne chieda la testa. Ora  ciò che pensiamo di Nastasi non possiamo esprimerlo come vorremmo, correremmo il sicuro rischio di una querela. Ma che un direttore generale siccome protetto, anzi superprotetto, debba fare il buono e cattivo tempo in Italia, al punto da prefiggersi di  voler smantellare il sistema musicale, e ciò che sta accadendo a Roma sotto la sua abile regia, è la prova generale , questo è troppo anche per il 'grande, grosso e...'- bocca mia statti zitta! - direttore generale, che vuole tutti precari, ad eccezione della sua mogliettina che ha messo in pianta stabile a Napoli, al San Carlo, in un museo del teatro che forse ha creato per questo. Non si creda che non possano essere andate così le cose, in Italia avviene anche di molto peggio. Sull'argomento il grande, grosso e... direttore generale non risponde alle reiterate accuse.
 No, abbiamo dimenticato un fiancheggiatore convinto del 'sistema Fuortes': il giornalista del Corriere che pure oggi torna a pontificare: hanno dato la solidarietà ai musicisti del teatro della capitale  solo coloro che non hanno mai lavorato a Roma, come è capitato a lui, Cappelli,  anche nel periodo di De Martino, quando tutto filava liscio! e che perciò non sanno cosa voglia dire lavorare con i sindacati con il fucile spianato pronti a sparare.
 Per fortuna che in Italia oltre Fuortes, a suo dire, c'è ancora qualche altro sovrintendete in gamba, come quello di Firenze, Bianchi, economista come Fuortes, e il non economista Chiarot a Venezia. Gli altri sono tutti espressione della politica e perciò incapaci.
 Cappelli approfitta per dirci che Muti farà comunque 'Ernani' a Salisburgo, ma lo farà con la sua Cherubini. Povera Orchestra dell' Opera!
 Dal palco qualcuno ha anche messo i puntini sulle i delle dichiarazioni che si fanno, senza verificare, questi giorni. Si parla, hanno detto, di 'costi fissi', parlando di noi. Ma come si può parlare dei musicisti, che sono il cardine della produzione, in termini di costi fissi? Forse ai costi fissi appartengono tutti gli amministrativi e gli altri che riempiono gli uffici e che a Roma sono ben oltre le 300 unità, comprendendovi naturalmente anche i tecnici. Parlano mai di costi fissi parlando della biglietteria o di altri servizi strettamente connessi alla produzione? No, dei musicisti sì.
E teniamo anche presente che sul bilancio dell'Opera il costo dei musicisti è di appena il 20%, del bilancio. E, infine , hanno fatto notare che il deficit di  quasi 4 milioni che ora si vorrebbe far pagare ai soli musicisti non riguarda il deficit pregresso ma quello del bilancio preventivo del 2015. Ma chi ha fatto tale bilancio preventivo, se non Fuortes? Dunque il buco era da prevedere, nonostante le capacità dell'economista. perché se è vero che gli scioperi di Caracalla hanno prodotto qualche ammanco,  il ricavato degli sponsor era solo previsto anzi ipotetico, sulla base di quale elemento concreto non si sa, né l'economista Fuortes l'ha mai detto, facendo nomi e cognomi di sponsor che si sarebbero tirati indietro.
 Dunque del buco che ora si vuol colmare facendo pagare il conto ai soli musicisti, il colpevole, l'unico colpevole e responsabile è Fuortes. Ecco perchè quando i sindacati - che naturalmente hanno i loro torti marci, inutile negarlo - chiedono di vedere nel dettaglio il piano industriale di Fuortes, non hanno affatto torto.

venerdì 12 settembre 2014

Carlo Fuortes ha creato l'Opera Card. Escluse dalla convenzione Santa Cecilia e Musica per Roma

Carlo Fuortes,  sovrintendente  del Teatro dell'Opera di Roma Capitale - usiamo la dizione esatta per quanto  troppo lunga e ridondante, senza giustificazione - ha affidato, come allegato, al 'Venerdì' di Repubblica ( un settimanale che i dati di vendita danno in cima  alla classifica settimanale della vendita dei quotidiani italiani) il programma della prossima stagione,  che si apre a novembre con l'Aida diretta da Riccardo Muti, che ad inizio stagione, e poi verso la fine, dà, ogni anno, il  sospirato segno della sua presenza nel teatro come 'direttore onorario a vita' (incarico che, a giudicare dalla presenza effettiva sembra più 'onorario' che 'a vita'; anche se è vero che un impegno così 'onorario' si può  accettare a vita, perché comunque non peserà mai troppo).
 Fuortes ha elencato i punti forti della programmazione, che consistono  nell'aumento della produzione, e nella calata a Roma di registi di fama internazionale, l'unica novità, che comunque prosegue quello che ha fatto al Petruzzelli (dove altro non ci sembra che abbia fatto, oltre che lasciarvi una sua collaboratrice che sovrintende alla formazione dei cast) e che a Roma, fece già Nicola Sani, al tempo della sua direzione artistica, linea che ora persegue anche a Bologna dove si è ricomposto il team romano, Ernani-Sani, scalzato da Alemanno per metterci due autentici fuoriclasse: De Martino e Vlad.
 L'aumento di produzione porta le recite operistiche a 71, da fine novembre ad ottobre ( naturalmente non c'è ancora la programmazione di Caracalla - che l'Opera di Roma capitale annuncia, come è d'uso nei grandi teatri del mondo - alla vigilia della inaugurazione della stagione estiva, per la gioia dei vacanzieri 'dell'ultimo minuto'); e quelle di balletto a 43, per complessive 114 contro le 89 della stagione passata - come scrive Fuortes.
 Probabilmente non ci sarà il cambio del maestro del corpo di ballo, legato strettamente a Muti, che deve averla spuntata - o no?- giacché ancora a febbraio ( il contratto di Misha scade a fine anno) egli firma una coreografia (ma forse è roba vecchia?), e resteranno i  massimi dirigenti nei punti chiave, perchè sostenuti da Muti, Vlad ad esempio; mentre ancora non s'è visto  lo sbarco ufficiale dei 'fuorte's boys'.
 Poi annuncia una novità, la nascita dell'OPERA CARD, un segno tangibile  di fedeltà premiata che  dà sconti a destra e sinistra, in istituzioni culturali come in esercizi commerciali, in hotel e forse anche ristoranti e, perché no, anche night e piano bar della Capitale - la buttiamo lì, anche se non abbiamo controllato.
 Mancano fra le istituzioni convenzionate, con le quali si ha diritto a sconti sul prezzo dei biglietti, sia l'Accademia di Santa Cecilia e che la 'sua' (sua di Fuortes, ancora!) Musica per Roma. Perchè? Teme la concorrenza, dimostrando di aver ristretto la sua visuale d'orizzonte, con un dietrofront inspiegabile rispetto alla politica attuata da un decennio all'Auditorium Parco della Musica? La marcia in più dell'Auditorium, che all'inizio della  sua gestione fece gridare a tanti 'al lupo al lupo!' era proprio la varietà dei generi che,  nei diversi spazi, l'auditorium andava proponendo, favorendo un travaso di pubblico da un settore all'altro. Come poi è accaduto con un grande vantaggio per il pubblico ed anche per l'Auditorium, per il cui successo anche economico non possono non considerarsi i semplici 'affitti' degli spazi che , non comportano spese produttive,  ma forniscono introiti considerevoli, in ragione dei numeri di simili 'ospitate',  e per la ridotta prestazione di semplici servizi.
 In altre città italiane c'è una CARD culturale che associa tutte le realtà 'del tempo libero'- chiamiamole così - alte e basse, come l'Auditorium di Roma ha insegnato, dai ristoranti alla campagna amica alla pista di ghiaccio, ai festival di tango, ma anche di filosofia e della scienza ed alle manifestazioni che rappresentano spaccati di civiltà e culture lontanissime dalla nostra.
Roma dovrebbe ispirarsi a questo tipo di CARD, senza steccati inutili ed esclusioni ingiustificate.
Tornando, per finire, all'Opera di Roma Capitale, speriamo che questa stagione se la cavi, anche con i sindacati e con i conti - e non parliamo di quelli nobiliari.

lunedì 17 marzo 2014

Roma Art Magazine sul Teatro dell'Opera dei sogni, non su quello che è

'Il Teatro dell'Opera di Roma presenta ogni anno un cartellone di spettacoli che dura dodici mesi e spazia su  numerosi palcoscenici. C'è quello storico del Costanzi, c'è il Teatro Nazionale, poi la stagione estiva alle Terme di Caracalla. Ma uno dei nostri obiettivi è allargare il nostro pubblico". Alessio Vlad, al timone dell'Opera, in coppia con De Martino, sempre sotto l'ala protettrice di Riccardo Muti, con queste parole  si prova a  nascondere la disfatta che la gestione appena conclusa ha rappresentato per l'Opera sotto ogni profilo, innanzitutto artistico ed economico. A Vlad i palcoscenici del Teatro dell'Opera , quelli che ha in dotazione, sembrano insufficienti a contenere il pubblico dieci volte superiore, e per questo altri ne vorrebbe. I bilanci passati  che denunciano  chiaramente come le poltrone vuote ad ogni spettacolo siano state sempre tante, specie dopo la sua mania di proporre al chiuso ed a Caracalla  titoli irrappresentabili e di nessun richiamo, sembra averli dimenticati.  'Siamo sempre alla ricerca di spettatori nuovi che si sorprendano e si meraviglino'. La verità è che il Teatro dell'Opera si deve mettere alla ricerca di spettatori, prima che di spettatori nuovi; gliene servono per riempire i posti disponibili.  E poi con il tono, mascherato, del parvenu: 'per questo cerchiamo di andare oltre la semplice tradizione, mantenendo salde le nostre radici ma cercando di innovare'.  Vlad è fuori , non ha capito che compito principale di un grande teatro è innanzitutto preservare la tradizione, il repertorio, quello che, secondo lui, Muti riesce a far rivivere egregiamente, riannodando i legami con la grande tradizione direttoriale italiana e quello che riempie i teatri.  Lui, invece, vuole innovare,  non importa se a teatro vuoto, un lusso che abbiamo pagato con oltre dieci milioni di deficit nel solo 2013.
Una prova dell'innovazione, secondo Vlad, sta in uno spettacolo di  questa primavera dove musiche di Giuseppe Verdi, 'decontestualizzate' servono ad uno spettacolo di balletto confezionato da Mischa van Hoecke. Ci sembra di immaginare bissato quell'orrendo spettacolo  fatto all'Arena di Verona  ghiacciata, dove musiche drammatiche servivano a far piroettare dei ballerini acrobati. Abbiamo seriamente l'impressione che  molti dei responsabili delle nostre istituzioni non si rendano conto delle  cose fuori luogo che dicono ogni volta che aprono bocca. Ma proprio il Teatro dell'Opera di Roma deve fare questi spettacoli? Passi se le fa un circo od un teatrino, ma il Teatro di Riccardo Muti nooooo!
 Infine la balla più grande sparata all'inizio della sua intervista. 'Abbiamo un cartellone su dodici mesi', - afferma improvvido Vlad. Sì, è vero ma con una ottantina di repliche,  a voler essere generosi. E gli altri 280 giorni il suo indaffaratissimo teatro che fa?
 Se ci fosse un tribunale che esamina i casi di bugie, falsità o mezze bugie e mezze falsità, sarebbe  strapieno di cause da giudicare. E Vlad vi potrebbe essere denunciato.
 Resta comunque il fatto che fino a quando i dirigenti di istituzioni pubbliche non avranno responsabilità personale per quello che fanno e non fanno o dicono e non dicono, Vlad potrà dire quello che vuole. Specie poi se  ha la complicità di chi lo intervista che mai gli obietta: ma che sta dicendo?

venerdì 28 febbraio 2014

Guerra anche a Muti

Forte della dichiarazione di Pappano, secondo il quale per mandare avanti un teatro ci vuole un direttore musicale e un lavoro di gruppo, Valerio Cappelli, dopo essere stato bacchettato da Riccardo Muti ritenutosi  strumentalizzato dal giornalista  che aveva riportato dichiarazioni che egli non gli aveva formalmente rilasciato, muove guerra anche al grande direttore, scrivendo che l'Opera di Roma ha bisogno di un 'direttore musicale' presente ogni giorno sul campo, capace anche di creare uno spirito di corpo, che un direttore come Muti, presente per due o tre titoli al massimo per stagione non può assicurare. Solo che fino a qualche mese fa, prima che si facesse vivo Marino - la cui presenza nella Capitale nessuno ha ancora notato salvo che per le buche, le strade dissestate ed il perenne disaccordo con il suo assessore alla cultura, Barca - che deve allentare i cordoni della borsa per finanziare lautamente ed anche immeritatamente, diciamolo con franchezza ! , l'Opera di Roma,  la presenza taumaturgica del grande direttore per sette/otto settimane circa a stagione,bastava. Adesso,  almeno per Cappelli, non basta più e perciò egli reclama la presenza salvatrice - questa più reale - di un direttore musicale.
 In questo ha ragione, ma noi continuiamo a non capire perchè questo non lo scriveva anche prima; come del resto non scriveva di quella pagliacciata festivaliera, che il suo amico Alessio Vlad, d'accordo certamente con Muti, voleva inventarsi per Caracalla, facendo crollare gli incassi da botteghino che sono la ragione preminente per una stagione all'aria aperta, d'estate, ed in un sito archeologico straordinario. Forse perchè l'amico Vlad vi ha fatto rappresentare anche la sua ( di Cappelli, intendiamo) pièce su Carlos Keiber? E su quella sua presenza in cartellone, non era anche d'accordo De Martino che per tanti anni il Cappelli ha lodato e solo quando la realtà lo stava facendo precipitare, ha cominciato a criticare?
 Guardando al futuro. Ora l'Opera di Roma ha un sovrintendente che s'intende della materia - non come De Martino,  debuttante nel ruolo - si chiama Fuortes e potrebbe nei prossimi mesi, a seconda di come si metteranno le cose, lasciare 'Musica per Roma', dopo dieci anni e passa di permanenza, per la nuova esperienza dell'Opera, ben più impegnativa. E probabilmente, lo farà da solo, perché già in queste prime settimane s'è reso conto che l'Opera non è il Petruzzelli e neppure una seconda azienda che può esser gestita assieme all'Auditorium che, ormai, la sua strada  ce l'ha segnata.
 Poi però ci vorrebbe un direttore artistico che affianchi il direttore musicale. La scelta del direttore musicale non è certo facile, forse è la più difficile; certamente più difficile di quella, conseguente, di un direttore artistico, o segretario artistico che dir si voglia. Ma questa è la strada giusta. E Alessio Vlad non può restare al suo posto, deve andar via con tutta la vecchia compagnia. A questo punto andrebbe via anche Muti? E perchè?
Muti allora avrebbe quel ruolo che  il suo incarico di 'direttore onorario a vita' rispecchia, cioè quello di ciliegina sulla torta; mentre ora si ha la ciliegina, ma la torta non c'è ancora.
 Ma forse anche Cappelli voleva dire questo.

giovedì 27 febbraio 2014

Il menestrello ha superato quota 10.000

Con una media  di quasi 1500 visite al mese, il nostro blog ha superato quota diecimila visite., con alcune punte davvero impressionanti per un blog che si occupa di cose musicali, come oggi che, alle 20, ha già avuto 133 visite. un record che forse  aumenterà ancora entro mezzanotte. La cosa ci riempie di soddisfazione e ci fa anche pensare che sempre più navigatori sono interessati a leggere cose che nei giornali non si leggono più da tempo. Se solo pensiamo alle vicende degli ultimi anni  dell'Opera di Roma, ci rendiamo conto - come se ne rendono perfettamente conto i nostri più assidui lettori - che ci sono stati  illeciti di cui i giornali 'fiancheggiatori' hanno taciuto,  decidendo di tacere, per non  disturbare il manovratore incapace che ha portato il teatro sull'orlo del fallimento.
 Comunque noi continuamo ad esser del parere che nella gestione Alemanno(Vespa)De Martino c'è un peccato originale dei tre, quello di aver in fondo fatto di tutto per tenersi Muti, senza badare a ciò che gli succedeva intorno, e che si è rivelato  essere molto grave. E a Muti, pur di averlo, nessuno ha mai rimproverato la sua marcia indietro sulla primitiva decisione di assumere l'incarico di 'direttore musicale'  - come aveva dichiarato anche a noi nel corso di una intervista che abbiamo pubblicato sul mensile CLASS - e dal quale poi s'è sfilato, evidentemente perchè qualcosa non è andato per il suo  (di Muti) verso.  Quella storia non è del tutto chiara e nessuno s'è preso la briga di chiarirla fino in fondo.
 Passando ad altro argomento - come abbiamo fatto  già facendoci prendere la mano, mentre avevamo in mente di segnalare soltanto il traguardo raggiunto -  Repubblica e Corriere , oggi, non avevano nessuno dei due la notizia della revoca dello sciopero, su tutti ha avuto la meglio il Messaggero che, però, lasciandosi andare a briglia sciolte ha tirato in ballo la produttività di due teatri italiani, a mò di esempio e di monito per l'Opera di Roma( una a settimana, considerando che fra una produzione e l'altra passano mediamente tre o quattro settimane di inattività!), che vanta una cinquantina di alzate di sipario l'anno per l'opera: la Scala e il San Carlo, sparando a salve cifre che non stanno  né in cielo né in terra. Vien da ridere se si pensa al San Carlo che in un anno fa 180 alzate di sipario, perchè ne fa al massimo ottanta, contando anche le conferenze stampa e le prove. Come è anche  sopradimensinata la Scala della quale si citano le 260 alzate. Occhio, cara Antonucci. Sono cifre sballate.

martedì 25 febbraio 2014

Famo a' capisse

Letta l'intervista di Cappelli a Muti, apparsa sul Corriere, abbiamo scritto di getto, ma qualche giorno dopo ci siamo dovuti correggere, per aver letto - questa volta sui siti del teatro e del maestro - che lui non aveva fatto nessuna dichiarazione a Cappelli, il quale ne avrebbe riferito, arbitrariamente, virgolettando frasi ed espressioni. Ed avevamo, dall'alto dei nostri anni di professione, stigmatizzato il malcostume di inventarsi le interviste, mettendo insieme frasi tratte da precedenti dichiarazioni, spacciate per l'ennesima volta come nuove, aggiungendovi solo mezza frase nuova davvero. Chi legge i giornali, anche i grandi giornali, sa bene quanto questo malcostume sia diffuso, diffusissimo.
 Oggi, infine, tutti i giornali, in coro e  all'unisono, riportano le medesime frasi che Muti aveva dichiarato di non aver mai detto,  definendole addirittura 'destabilizzanti', attribuendole al Maestro - come aveva fatto Cappelli, da Muti sconfessato. Scrivono che il Maestro, che ha continuato a fare regolarmente le prove della 'Manon', ha detto ad orchestrali e coristi che se continuano con questi scioperi, lui se ne va. Esattamente ciò che aveva scritto Cappelli. 'Famo a'capisse' - si dice a Roma: o le ha dette o non le ha dette; se le ha dette pubblicamente solo l'altro ieri, mentre in privato le aveva dette qualche giorno prima, la sostanza delle dichiarazioni non cambia. Probabilmente quelle rivelazioni mal digerite dai musicisti  sono servite agli stessi per cercare di stanare Muti e farlo venire allo scoperto. Ma lui ha dichiarato di volersi tenere fuori dalla mischia. Il casino dell'Opera è riuscito a stanare anche Alemanno che ha cantato, senza pudore, la sua gestione, dimenticando il piccolo particolare che se il teatro sta andando  a picco e rischia di affondare si deve proprio a lui, che ora si propone come 'salvatore e difensore dell'Opera'.
 Oggi a mezzogiorno, c'è stata la conferenza stampa degli scioperanti - che tutti i giornali sempre all'unisono quantificano in poche decine, su quasi cinquecento unità - a quanto ammontano i dipendenti del teatro. Non ne consociamo l'esito, ma i toni fanno presagire la catastrofe, del resto  annunciata come ormai prossima dal sovrintendente Fuortes che gli scioperanti dicono di non riconoscere.
 Il terremoto che sta squassando il Teatro dell'Opera di Roma ha prodotto già alcuni effetti esterni, uno su tutti balza subito agli occhi. Rita Sala, la nostra invidiatissima collega, 'Mutologa' del Messaggero, dopo aver cantato per qualche anno un eroe di cartapesta, come De Martino, ha rimesso ad altri colleghi la sua esclusiva  di 'Mutologa' . Negli altri giornali le cose sembrano invece andare sempre per lo stesso verso. Repubblica fa il solito panegirico non solo di Muti ma anche della Muti; e il Corriere torna con fosche previsioni a parlare del teatro che, per anni, ha cantato  e dei dirigenti che ha osannato.  Ed aggiunge una ricetta, estorta a Pappano, secondo il quale per mandare avanti un teatro ci vuole un 'direttore musicale' e un 'lavoro d'insieme', che l'Opera non ha; e  ciò vale anche per  il ruolo di Muti che non è direttore musicale, bensì 'direttore onorario a vita', dizione sulla quale solo noi abbiamo più volte scherzato, anzi ironizzato.

lunedì 18 novembre 2013

Ernani Francesco, la vendetta

Mentre Riccardo Muti, sicuramente teso per le acque agitate del Teatro dell'Opera sta spiegandoal pubblico convenuto all'Opera Ernani di Giuseppe Verdi, che fra qualche giorno dirigerà per l'apertura di stagione  a Roma, si consuma la vendetta dell'altro Ernani, Francesco, mandato via dall'Opera di Roma quattro anni fa, con l'accusa di aver 'truccato' i bilanci - erano in rosso e lui li faceva figurare in pareggio al punto che da una organizzazione che riunisce i teatri d'opera europei aveva ricevuto un premio per buona amministrazione - ed ora sovrintendente a Bologna, chiamato dalla Cancellieri all''epoca commissario al Comune di Bologna, la quale lo aveva già voluto come consulente sovrintendete a Catania, dove poco prima era stata commissario.
Approdato al comune Alemanno, volle fare piazza pulita dei dirigenti delle massime istituzioni cittadine, messi lì dai precedenti amministratori. E come si fa, di punto in bianco? Li si accusa di truccare i bilanci, meglio di averli passivi. Ernani si difese, ma a nulla servì. Dovette abbandonare il campo, e al suo posto Alemanno si inventò sovrintendente e direttore artistico senza storia senza passato:De Martino, Colabianchi.. Una vera invenzione. Prima suoi consulenti, di lui commissario, poi amministratori in proprio. l'allora consulente alla direzione artistica aveva un curriculum praticamente nullo; il titolo di maggior pregio era aver diretto in occasione di celebrazioni in onore di Almirante e di essere vicino agli ambienti della destra che, come si sa, in fatto di cultura fanno piangere dalla disperazione. Si vide in quel periodo il palco reale dell'Opera frequentato da gente che si sentiva più a suo agio  negli spettacoli televisivi, nei piano bar e nei salotti romaneschi. Quel consulente alla direzione artistica dovette abbandonare anche lui, quando fu ingaggiato Muti e volle alla direzione artistica Alessio, figlio di Roman Vlad. Niente di speciale, anche perché l'Alessio che aveva fatto il giro di qualche teatro, a Genova ad esempio era dovuto andare via,  perché protestato dalle maestranze del teatro. E allora perché chiamarlo a Roma? Per lasciare mano libera a Muti. E qui il direttore, ci perdonerà ha compiuto il suo più grande errore. Lui non vuole che il teatro nel quale ha un incarico stabile, anche se semplicemente 'onorario benché a vita' - formula assai singolare - sia retto da persone in gamba e competenti.
In tutti questi anni, tre o quattro, il Corriere della Sera, per bocca di Valerio Cappelli, ha inneggiato ai signori del Costanzi, senza distinzione. Ancora oggi ha l'impudenza di scrivere che la direzione artistica, cioè il suo amico Alessio, è il migliore in circolazione- quando non si vuole vedere, si possono tenere anche gli occhi aperti e nulla si vedrà!
 Lui, Cappelli, ha sempre fatto il portavoce dell'Opera , dietro suggerimento di Filippo Arriva, che non è mai arrivato prima di Cappelli - a dispetto del cognome -  dal quale ha ottenuto notizie in anteprima,  in cambio del 'fiancheggiamento' a Muti, al teatro ed ai suoi manager. D'altro canto quest'estate la sua pièce su Carlos Kleiber è andata anche a Caracalla. Una ricompensa per i  tanti servigi resi?
Mai in questi anni che abbia sollevato il Cappelli qualche dubbio sull'amministrazione del teatro, come invece ha cominciato a fare all'improvviso qualche settimana fa, al punto da meritarsi una lettera di smentita di Bruno Vespa, alla quale ha replicato, perchè chiamato in causa, Lissner, e lo stesso Cappelli che ha contestato molte delle affermazioni di Vespa che smentiva le accuse fatte proprie da Cappelli, sulle quali è tornato , sempre sul Corriere, nuovamente e  proprio oggi, chiedendo di vedere quei bilanci che, secondo i revisori, non brillano, e che lui spera di poter vedere, almeno quando il CDA, fra breve, andrà a casa.
 Noi lo abbiamo detto molte volte. La storia è sempre la stessa. I buoni amministratori si valutano in base alla fedeltà al governo di turno. Catello De Martino era al suo debutto da sovrintendente. Corriere e Messaggero lo hanno incoronato come sovrintendente più bravo d'Italia, e poi... e poi spuntano  i buchi di bilancio , appena in Campidoglio cambia il governo che non è disposto a dare tutto quello che gli viene richiesto per tappare i buchi.
Almeno sul fatto che l'Opera di Roma sia il teatro più finanziato dalle amministrazioni comunali, con ben 20 milioni di Euro all'anno; che sia un teatro con un pubblico che  non raggiunge nemmeno le 200.000 unità, che abbia soltanto 3.000 abbonati, che fa poco più cinquanta-sessanta recite d'opera l'anno e infesta la sua programmazione di spettacolini  e concertini davvero imbarazzanti - il direttore artistico sommo, ovviamente in questo non ha nessuna responsabilità secondo Valerio Cappelli - che abbia introiti propri  che superano di poco il milione di Euro, che non si sia procurato soci e sponsor importanti, questo non si può negare, tutto il resto è propaganda. Meglio: è stato propaganda; ed ora non più. Muti avrà fra gli ascoltatori il ministro Bray, ed il suo  maggiordomo Nastasi, legato a  Muti da lunga data, e spera di poter ottenere  ciò che ottenne da Tremonti: allora salvò i teatri, adesso spera di salvare il suo di teatro.  Lui certamente , comunque vadano le cose, si salverà, ma il suo teatro si salverà solo con lui, e con buoni amministratori che lo affiancano nell'impresa ardua di riportarlo agli antichi splendori, come nè Catello De Martino  nè Alessio Vlad saranno mai in grado di fare.

domenica 4 agosto 2013

Valore cultura, finalmente. Renzi, intanto, si è sfilato

E' la prima volta che un governo italiano, da vent'anni a questa parte, mette mano per davvero al settore cultura, dopo averne dichiarato, ma solo a parole,  per anni e anni, il ruolo strategico. In verità, non tutti i governi hanno fatto la difesa della cultura, neanche a parole; perché c'è stato anche chi avrebbe preferito azzerare tutto questo settore, definito di 'sfruttatori di denaro pubblico', 'mangiasoldi a tradimento' si direbbe in gergo- e ci riferiamo a Tremonti, a Brunetta ( che ora è presidente della Fondazione Ravello , ma guarda un pò!), a Pagliarini, detto 'Tagliarini', che stava per mandare gamba all'aria tutto il settore dell'opera in Italia. Tutti i moralizzatori di turno si sono appellati alla necessità di non buttare soldi pubblici - ma sempre e solo di 400 milioni di Euro l'anno, ad oggi , per tutto il settore spettacolo - mentre soldi pubblici a miliardi si buttano in molti altri settori improduttivi, a differenza dello spettacolo che invece è altamente produttivo, come ci siamo stancati di dimostrare dati alla mano. Dalle auto blu ( è notizia di oggi che ci costano ancora, dopo i tagli annunciati, 1 miliardo di Euro l'anno) al taglio dei parlamentari, dei loro privilegi ed emolumenti, all'abolizione delle province,  ed a tutti quegli sprechi che quasi quotidianamente i giornali vanno denunciando nell' indifferenza generale di chi dovrebbe vigilare, mentre si punta il dito contro il finanziamento  pubblico di un settore produttivo ed altamente redditizio, in ogni senso, per l'Italia. Comunque l'altro ieri, il  Consiglio dei ministri, per la prima volta, nella storia repubblicana, si è riunito per mettere a punto e licenziare un decreto interamente dedicato al settore cultura ed intitolato 'Valore Cultura'. Un pacchetto di misure rivolte al cinema, ai teatri,  ai musei, alla archeologia, all'occupazione giovanile nel settore.
Per quel che ci riguarda più direttamente, è stato finanziato un fondo di 75 milioni di Euro, al quale potranno attingere, dietro assicurazione di risanamento economico e  ristrutturazione interna del personale, i grandi teatri oggi in difficoltà, a condizioni naturalmente vantaggiose e  con l'impegno di un piano per la restituzione  abbastanza  diluito nel tempo. Alla faccia di Renzi e del commissario Bianchi per il Teatro del Maggio Fiorentino che prospettavano per quella storica e gloriosa istituzione il fallimento. Soluzione curiosa, prospettata proprio da Renzi il quale, a proposito del casa'Kazako' inveiva contro i politici che scaricano le responsabilità  sui dirigenti dei rispettivi ministeri. E lui che ha fatto   nel caso del 'Maggio'? Ci ha messo a capo  la sig.ra Colombo, per sanare il deficit  della precedente gestione; negli anni in cui la sovrintendente Colombo ha lavorato, sembrava d'amore e d'accordo con la sua linea, poi l'ha affondata, dichiarando che il suo piano era fallito. E lui era il presidente del teatro. Poteva non sapere?
 Il ministro Bray, sulle cui capacità di reggere un dicastero così importante, all'inizio del suo mandato, molti esprimevano dubbi, ha invece sorpreso tutti. Questo decreto reca naturalmente la sua impronta, oltre quella del presidente Letta. Da lui ci si attende ora che prosegua nella linea del risanamento, a cominciare dalle stanze abitate dai suoi maggiori consiglieri, sulla cui utilità molti nutrono invece fondatissimi dubbi.
Fatto il decreto 'Valore cultura',  i papaveri del settore in passerella a dire la loro. Comincia Carlo Fuortes che ha un Teatro Petruzzelli ( del qual è commissario) con un personale fra i più ridotti d'Italia - se non il più ridotto -  il quale ha subito messo le mani avanti:  forse potrei attingere per qualche milione anch'io a quel fondo. Per fare cosa? Non aveva chiuso il bilancio in attivo e non aveva dichiarato che tutti  i soldi che risparmiava per la ristretta struttura ora li poteva impiegare per 'attività artistica, per la produzione degli spettacoli, per intenderci, che aveva portato alla  sublime soglia di una quarantina circa per l'intera stagione? A seguire Catello De Martino, sovrintendente a Roma, il quale ha detto  di sperare di non dover ricorrere a quel fondo - non ha detto di non dover 'mai' ricorrere a quel fondo. Siamo già alla vigilia di una nuova resa dei conti, cambiato il colore del Campidoglio?  C'è chi lo teme, sulla base di quanto è sempre accaduto ogni volta che è cambiata l'amministrazione pubblica della Capitale, quando si sono scoperti - come si dice - gli altarini; mentre tutti si augurano, noi per primi, che in questo caso l'Opera di Roma 'se la cavi'.