Chiarot è andato a Firenze, all'Opera del capoluogo toscano, a salvare la barca lasciata in balia del mare grosso dei debiti da Bianchi ( il quale ha mollato il timone 'per motivi personali o professionali', la versione ufficiale- ci pare di ricordare) in effetti perchè all'Opera di Firenze durante la sua gestione, prima da commissario e poi da sovrintendente, non ha raddrizzato il timone della nave in pericolo di affondamento.
A Chiarot, che ormai gode della fama di bravo amministratore per il settennato trascorso alla Fenice, il gravoso compito di mettere una pezza al buco dei conti che ormai si vede ad un miglio di distanza, perchè non è un buco ma una voragine, come denunciato anche dal commissario governativo, ing. Sole.
Senonchè, nonostante si sia trasferito definitivamente a Firenze, per un triennio, il suo nome compare ancora, sul sito del teatro veneziano, come Sovrintendente. E rappresenta perciò l'unico caso di un sovrintendente che tiene il piede, contemporaneamente, in due scarpe - che la legge non consente e neppure prevede. Perchè?
Nonostante si sia fatto il nome di Ortombina, come suo successore, fin dai giorni ancora precedenti l'uscita di Chiarot, tale nomina non viene ancora ratificata da chi dovrebbe: prima dal sindaco Brugnaro e poi da Franceschini. E pure, nonostante vi sia chi consideri la soluzione Ortombina quella più in linea con la precedente gestione ed anche la più economica, la nomina di Ortombina a sovrintendente, affiancato dal direttore amministrativo, mantenendo anche quella di direttore artistico - che è il mestiere che ha sempre fatto, bene o male non importa - non è la soluzione ottimale nè in via di principio nè di fatto.
In via di principio perchè starebbe a dimostrare che i due incarichi, diversissimi, non hanno bisogno di due persone; e in via di fatto perchè il direttore artistico di un teatro svolge un impegnativo, e perciò non cumulabile, lavoro che nulla ha a che fare con la sovrintendenza. Insomma sarebbe una soluzione, interna ed anche economica, ma un pasticcio.
Però Brugnaro rimanda la decisione alle cosiddette calende greche. Perché non si sbriga? Forse spera che Chiarot alzi bandiera bianca in poco tempo e torni a Venezia?
Mentre sì è sbrigato Chiarot, appena sbarcato a Firenze, a mettere un pò d'ordine nella dirigenza - e ne dà conto sul sito dell'istituzione fiorentina, alla voce 'DIRIGENTI CESSATI'.
Intorno ad alcuni dirigenti giravano molte voci, relative alla loro inutilità, in quanto doppioni, e ai loro generosi compensi. Come nel caso di Alberto Triola che è stato licenziato dal suo incarico di direttore generale ( o direttore operativo. che animale è questo?) alla viglia della sua impresa annuale estiva a Martina Franca, un festival che ha preso, senza consenso, dalle mani del precedente direttore, Segalini, e che, onestamente, coltiva con cura.
Triola era arrivato a Firenze con la Colombo sovrintendente, e dopo le dimissioni del fuggitivo Paolo Arcà. Arrivato Bianchi come commissario, a digiuno di teatro lirico, ma forte dell'amicizia sua e di suo fratello con il premier Renzi, Triola dovette darsi da fare in un ruolo mai chiarito. Quando Bianchi divenne sovrintendente ed arrivò anche un segretario artistico, Pierangelo Conte, ed era previsto ed esisteva un direttore amministrativo, Giuseppe Bargiacchi, venne confermato il contratto di Triola come direttore generale. Chiarot ha giustamente licenziato il Triola, non per incompatibilità con Martina Franca che con il teatro fiorentino condivide anche il direttore musicale Fabio Luisi, ma perchè a Firenze era ormai in sovrappiù, inutile ed anche costoso. Via uno.
Stessa sorte è toccata ad un altro dirigente, Fabio Fassone, che aveva l'incarico di 'Direttore Marketing, Comunicazione e Corporate', salito agli onori degli altari dell'amministrazione della cultura con Berio ed il suo giro. Se si legge il suo curriculum ancora visibile sul sito fiorentino, ma come 'dirigente cessato' si resta a bocca aperta per molte delle sue qualifiche - senza che se ne comprenda bene lo specifico. Sembra che auditorium, teatri, sale da concerto costruite da Renzo Piano, sia stato in effetti Fassone a fare il progetto in vece dell'architetto, che ne fu semplice esecutore, aiutato dal suo studio.
E questo lavoro veniva ben compensato. Per il 2016, si legge la specifica di lavoro e i relativi compensi. Il compenso base è di 80.000 Euro annui; ai quali se ne aggiungono 12.500 se si raggiungono determinati obiettivi di biglietteria; ed ulteriori 12.500, se si raggiungono determinati risultati nel campo delle sponsorizzazioni private. Dunque svelato l'arcano, Fabio Fassone doveva lavorare per la biglietteria e le sponsorizzazioni. E il 'corporate', nel suo incarico, che voleva dire?
Chiarot che alla Fenice ha sommato nelle sue mani anche l'incarico del marketing che aveva già prima di diventare sovrintendente, di Fassone poteva fare a meno. Anche perché si trattava di uno di quegli incarichi un pò fumosi, con i quali si premiano, solitamente, servitori - di chi non importa - fedeli.
Nessuno ha protestato per i due licenziamenti, che anzi in moltissimi ne saranno stati soddisfatti, perchè da tempo negli uffici dell'Opera di Firenze si mormorava degli eccessivi dirigenti e dei loro compensi, anch'essi eccessivi. Non risolvono i problemi di Firenze, ma in tanto fanno a risparmiare al teatro quasi 250.000 Euro all'anno, che non è poco, perchè rappresenta la spesa con cui Chiarot si impegnava per la voce 'allestimenti', a Venezia. .
Certo Triola e Fassone dovranno trovarsi un altro lavoro, ma la cosa non ci riguarda, Fassone potrebbe tornare anche ai suoi giovanili amori per la gastronomia, come abbiamo visto esibirsi, disinvolto, accanto a Licia Colò, un una puntata di 'Geo' di anni fa.
Visualizzazione post con etichetta Bianchi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bianchi. Mostra tutti i post
giovedì 10 agosto 2017
mercoledì 24 maggio 2017
I 'signori' di Firenze ed il Vicerè della Campania vendono fumo.
Se si va indietro nel tempo, anzi nei secoli, la storia di Firenze e della sua Signoria, racconta di feste sontuose in varie circostanze, specie in occasione di matrimoni fra dinastie, a molte delle quali sono legati brandelli importantissimi anche della storia della musica.
E c'è da pensare, a proposito di alcune di esse, che svuotassero le casse della Signoria, ma che le stesse venissero subito dopo nuovamente riempite con l'imposizione di nuove tasse ad hoc - le nostre 'accise'. Con la differenza che delle accise si conosce lo scopo iniziale, come delle tasse della Signoria, ma non se ne vede mai la fine. E non è che a Napoli le cose andassero diversamente, nei secoli.
Ora quei fasti, senza avere il potere e la ricchezza di vicerè e signori di una volta, ma credendosi signori o vicerè, alcuni governanti di oggi vogliono rinverdire spendendo e spandendo soldi pubblici.
Lo ha fatto l'anno scorso, l'ineffabile vicerè De Luca, governatore della CAMPANIA, quando ha invitato l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia con Antonio Pappano, per due concerti nel cortile della reggia di Caserta. Costo due milioni di Euro circa. Un costo esorbitante per raccontare all'Italia che 'De Luca c'è', senza che ce ne fosse bisogno, visto che le numerose uscite del governatore campano sono divenute pubblico argomento di conversazione ed anche di ironia e satira esilaranti, in tutto il paese. E senza che egli avesse soldi da buttare, in una regione che ha bisogno di moltissime cose ed è in continua emeregenza.
Anche a Firenze, dove l'Opera è la peggiore delle 14 fondazioni liriche italiane, per condizione economica - c'è una voragine nei suoi conti, una montagna di passivo - il sindaco della città Nardella, che è anche presidente dell'Opera, d'accordo con il sovrintendente Francesco Bianchi, fratello del più noto avvocato che appartiene al 'giglio magico' più esclusivo dell'ex premier, Renzi, sia l'anno scorso che quest'anno, a chiusura dello storico 'Maggio fiorentino' - che di storico oggi conserva ben poco - ha invitato l'orchestra più blasonata del continente europeo, e cioè i Berliner Philharmoniker , diretti da Gustavo Dudamel quest'anno, che altri soldi farà uscire da quelle casse già dissanguate. E non c'è altro scopo per tale invito che quello di mostrare, nonostante i problemi, che occorre far comunque festa.
Tale iniziativa, all'indomani delle dimissioni di Bianchi - che se ne è andato per non essere riuscito a far entrare un Euro in più in quelle casse, le altre ragioni sono solo di facciata - ci fa pensare ad un modo di pensare che avvicina, curiosamente, Napoli a Firenze. Ci raccontano alcuni amici napoletani che molte signore, anche quando erano ridotte in miseria, invitate a serate importanti si vestivano dei pochi stracci che ancora avevano, ma sopra si mettevano la pelliccia per nascondere lo stato pietoso nel quale la miseria l'aveva ridotte. Firenze sta facendo la stessa cosa. Mentre se non si ha più una lira in cassa, ci si dovrebbe astenere dal partecipare a certe feste, che servono solo a vendere fumo, industriandosi invece nel cercare qualunque modo per tornare a guadagnare. Che è ciò che il nuovo sovrintendente fiorentino Cristiano Chiarot dovrebbe pensare a fare, senza che possiamo ancora sapere se ci riuscirà.
P.S. Se volete sapere come Francesco Bianchi ha mantenuto, ansi aumentato il buco di bilancio non dovete che partecipare alla sua conferenza, in programma proprio questi giorni al Maggio fiorentino. Spiegherà quanto non sia facile amministrare le fondazioni liriche, specie per mantenere inalterato il passivo di bilancio. Dirà come lui l'ha ben amministrata la sua. Con quale faccia?
E c'è da pensare, a proposito di alcune di esse, che svuotassero le casse della Signoria, ma che le stesse venissero subito dopo nuovamente riempite con l'imposizione di nuove tasse ad hoc - le nostre 'accise'. Con la differenza che delle accise si conosce lo scopo iniziale, come delle tasse della Signoria, ma non se ne vede mai la fine. E non è che a Napoli le cose andassero diversamente, nei secoli.
Ora quei fasti, senza avere il potere e la ricchezza di vicerè e signori di una volta, ma credendosi signori o vicerè, alcuni governanti di oggi vogliono rinverdire spendendo e spandendo soldi pubblici.
Lo ha fatto l'anno scorso, l'ineffabile vicerè De Luca, governatore della CAMPANIA, quando ha invitato l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia con Antonio Pappano, per due concerti nel cortile della reggia di Caserta. Costo due milioni di Euro circa. Un costo esorbitante per raccontare all'Italia che 'De Luca c'è', senza che ce ne fosse bisogno, visto che le numerose uscite del governatore campano sono divenute pubblico argomento di conversazione ed anche di ironia e satira esilaranti, in tutto il paese. E senza che egli avesse soldi da buttare, in una regione che ha bisogno di moltissime cose ed è in continua emeregenza.
Anche a Firenze, dove l'Opera è la peggiore delle 14 fondazioni liriche italiane, per condizione economica - c'è una voragine nei suoi conti, una montagna di passivo - il sindaco della città Nardella, che è anche presidente dell'Opera, d'accordo con il sovrintendente Francesco Bianchi, fratello del più noto avvocato che appartiene al 'giglio magico' più esclusivo dell'ex premier, Renzi, sia l'anno scorso che quest'anno, a chiusura dello storico 'Maggio fiorentino' - che di storico oggi conserva ben poco - ha invitato l'orchestra più blasonata del continente europeo, e cioè i Berliner Philharmoniker , diretti da Gustavo Dudamel quest'anno, che altri soldi farà uscire da quelle casse già dissanguate. E non c'è altro scopo per tale invito che quello di mostrare, nonostante i problemi, che occorre far comunque festa.
Tale iniziativa, all'indomani delle dimissioni di Bianchi - che se ne è andato per non essere riuscito a far entrare un Euro in più in quelle casse, le altre ragioni sono solo di facciata - ci fa pensare ad un modo di pensare che avvicina, curiosamente, Napoli a Firenze. Ci raccontano alcuni amici napoletani che molte signore, anche quando erano ridotte in miseria, invitate a serate importanti si vestivano dei pochi stracci che ancora avevano, ma sopra si mettevano la pelliccia per nascondere lo stato pietoso nel quale la miseria l'aveva ridotte. Firenze sta facendo la stessa cosa. Mentre se non si ha più una lira in cassa, ci si dovrebbe astenere dal partecipare a certe feste, che servono solo a vendere fumo, industriandosi invece nel cercare qualunque modo per tornare a guadagnare. Che è ciò che il nuovo sovrintendente fiorentino Cristiano Chiarot dovrebbe pensare a fare, senza che possiamo ancora sapere se ci riuscirà.
P.S. Se volete sapere come Francesco Bianchi ha mantenuto, ansi aumentato il buco di bilancio non dovete che partecipare alla sua conferenza, in programma proprio questi giorni al Maggio fiorentino. Spiegherà quanto non sia facile amministrare le fondazioni liriche, specie per mantenere inalterato il passivo di bilancio. Dirà come lui l'ha ben amministrata la sua. Con quale faccia?
martedì 21 marzo 2017
Opera di Firenze. Arriva Cristiano Chiarot come sovrintendente..Lascerà La Fenice
Il consiglio di indirizzo, organo amministrativo dell'Opera di Firenze, presieduto dal sindaco Dario Nardella, ha deciso per il dopo Bianchi, il sovrintendente che ha rassegnato anzitempo le dimissioni, per tornare al suo lavoro di avvocato 'più remurato e più soddisfacente'.
Ha proposto al ministro Franceschini, per la ratifica della nomina, il nome di Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice, e presidente dell'An.Fo.Ls.
Chiarot ha ottenuto all'interno del Consiglio, maggiori consensi degli altri due contendenti/ candidati. Alberto Triola, direttore generale dell'Opera di Firenze (lui era il candidato proposto nel caso si fosse adottata una 'soluzione interna' , ma che ora resta al suo posto, nonostante si sia sbracciato da sempre per la prima carica del teatro) e Nicola Sani, che sarebbe stato tolto al Teatro Comunale di Bologna che attraversa da mesi un guado pericoloso. Lo si voleva rimuovere per premiarlo, ma di cosa non si sa, o per toglierlo dai guai che non è riuscito a risolvere, tenendolo ancora a galla, brazie ai suoi non tanto occulti sponsor.
Perchè Chiarot? Perchè arriva dalla fondazione veneziana carico di onori e con la fama di buono, anzi ottimo, amministratore, da cinque/sei anni circa. In effetti La Fenice ha i conti in ordine da tempo e, nella sua programmazione, ha saputo mettere insieme il repertorio con le novità. Ma c'è un però. Venezia è un porto di mare ed ha un teatro abbastanza piccolo, 1000 posti. Firenze, pur meta di tanti turisti, non ha lo stesso appeal di Venezia, ed ha un teatro grande quasi il doppio, che non è facile riempire quasi ogni sera in cui c'è spettacolo, se si vuole risanare il bilancio. Ed ha, da non sottovalutare, un teatro ancora da terminare.
Chiarot, già candidato dopo Lissner alla Scala, ed anche all'Opera di Roma prima di Fuortes, nonostante a fine mandato a Firenze sia in età di pensione, potrebbe coronare, se dovesse continuare la sua fama di buon amministratore, proprio alla Scala, dopo Pereira. Ma Firenze , anche sotto questo profilo, non è Venezia. Bianchi esce di scena perchè il suo teatro ha grossi guai che lui non è riuscito evidentemente a risolvere e che ora Chiarot si troverà davanti non appena si trasferirà.
Si trasferirà da solo? Negli altri casi sopra citati era certo che non si sarebbe trasferito da solo. Questo non è dato sapere. A Firenze, intanto, troverà il suo ex segretario artistico, Pierangelo Conte, ora nell'incarico, di fatto, di direttore artistico e pure il direttore musicale, Fabio Luisi, che a Capodanno scorso ha diretto l'ormai celebre Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta da Rai 1, un concerto ormai famoso e consolidato nel favore del pubblico che, però, negli ultimi anni, per scelte sbagliate della direzione artistica, ha visto diminuire sensibilmente il pubblico televisivo, arrivato poco sopra i 4 milioni, mentre fino a tre anni fa toccava i 4.500.000. E il Concerto di Capodanno dovrà lasciarlo in dotazione a venezia, anche se- è noto- non è stato lui a inventarlo, o portarcelo, e curarne il successo.
Forse Chiarot vorrà portarsi con sè Ortombina, il direttore artistico, con il quale, da quel che si sa, i rapporti non sono mai stati idilliaci ma che, nonostante tutto, ha fatto sempre da spalla al sovrin tendente. Così forse Conte potrebbe tornare, anche se dopo appena qualche anno, e se lo volesse, nella sua Venezia.
Ma potrebbe anche essere, ulteriore ipotesi, che Firenze si trasformi da trono di gloria in tomba per Chiarot, incapace in un teatro assai complicato di rimettere ordine, al punto da fargli lasciare Firenze per tornarsene a casa, prima ancora della fine del suo incarico... e addio sogni di gloria.
Intanto la prima visita a Firenze di Chiarot coinciderebbe con lo sciopero nazionale e relativa manifestazione delle fondazioni liriche italiane proprio a Firenze. Una bella accoglienza che dovrebbe far riflettere il nuovo aitante sovrintendente.
Ha proposto al ministro Franceschini, per la ratifica della nomina, il nome di Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice, e presidente dell'An.Fo.Ls.
Chiarot ha ottenuto all'interno del Consiglio, maggiori consensi degli altri due contendenti/ candidati. Alberto Triola, direttore generale dell'Opera di Firenze (lui era il candidato proposto nel caso si fosse adottata una 'soluzione interna' , ma che ora resta al suo posto, nonostante si sia sbracciato da sempre per la prima carica del teatro) e Nicola Sani, che sarebbe stato tolto al Teatro Comunale di Bologna che attraversa da mesi un guado pericoloso. Lo si voleva rimuovere per premiarlo, ma di cosa non si sa, o per toglierlo dai guai che non è riuscito a risolvere, tenendolo ancora a galla, brazie ai suoi non tanto occulti sponsor.
Perchè Chiarot? Perchè arriva dalla fondazione veneziana carico di onori e con la fama di buono, anzi ottimo, amministratore, da cinque/sei anni circa. In effetti La Fenice ha i conti in ordine da tempo e, nella sua programmazione, ha saputo mettere insieme il repertorio con le novità. Ma c'è un però. Venezia è un porto di mare ed ha un teatro abbastanza piccolo, 1000 posti. Firenze, pur meta di tanti turisti, non ha lo stesso appeal di Venezia, ed ha un teatro grande quasi il doppio, che non è facile riempire quasi ogni sera in cui c'è spettacolo, se si vuole risanare il bilancio. Ed ha, da non sottovalutare, un teatro ancora da terminare.
Chiarot, già candidato dopo Lissner alla Scala, ed anche all'Opera di Roma prima di Fuortes, nonostante a fine mandato a Firenze sia in età di pensione, potrebbe coronare, se dovesse continuare la sua fama di buon amministratore, proprio alla Scala, dopo Pereira. Ma Firenze , anche sotto questo profilo, non è Venezia. Bianchi esce di scena perchè il suo teatro ha grossi guai che lui non è riuscito evidentemente a risolvere e che ora Chiarot si troverà davanti non appena si trasferirà.
Si trasferirà da solo? Negli altri casi sopra citati era certo che non si sarebbe trasferito da solo. Questo non è dato sapere. A Firenze, intanto, troverà il suo ex segretario artistico, Pierangelo Conte, ora nell'incarico, di fatto, di direttore artistico e pure il direttore musicale, Fabio Luisi, che a Capodanno scorso ha diretto l'ormai celebre Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta da Rai 1, un concerto ormai famoso e consolidato nel favore del pubblico che, però, negli ultimi anni, per scelte sbagliate della direzione artistica, ha visto diminuire sensibilmente il pubblico televisivo, arrivato poco sopra i 4 milioni, mentre fino a tre anni fa toccava i 4.500.000. E il Concerto di Capodanno dovrà lasciarlo in dotazione a venezia, anche se- è noto- non è stato lui a inventarlo, o portarcelo, e curarne il successo.
Forse Chiarot vorrà portarsi con sè Ortombina, il direttore artistico, con il quale, da quel che si sa, i rapporti non sono mai stati idilliaci ma che, nonostante tutto, ha fatto sempre da spalla al sovrin tendente. Così forse Conte potrebbe tornare, anche se dopo appena qualche anno, e se lo volesse, nella sua Venezia.
Ma potrebbe anche essere, ulteriore ipotesi, che Firenze si trasformi da trono di gloria in tomba per Chiarot, incapace in un teatro assai complicato di rimettere ordine, al punto da fargli lasciare Firenze per tornarsene a casa, prima ancora della fine del suo incarico... e addio sogni di gloria.
Intanto la prima visita a Firenze di Chiarot coinciderebbe con lo sciopero nazionale e relativa manifestazione delle fondazioni liriche italiane proprio a Firenze. Una bella accoglienza che dovrebbe far riflettere il nuovo aitante sovrintendente.
giovedì 15 settembre 2016
Vergnano, secolare sovrintendente del Teatro Regio di Torino, si rivolge alla commissione Musica del MIBAC, presieduta da Toniolo.Toniolo chi? Ancora lui!
Alla vigilia della riunione della Commissione centrale Musica del Mibac che dovrà valutare a chi dare il restantel 25 per cento del FUS ( che per il 50 % viene assegnato in base alla produzione, e per un altro 25% in base alla capacità dell'istituzione di procacciarsi sponsor e soldi, autonomamente) valutando la qualità della programmazione, Walter Vergnano, sovrintendente già diciassettenne - ora basta! - del Teatro Regio di Torino, si rivolge ai membri di detta commissione e chiede giustizia.
Chi sono i componenti? Presidente Valerio Toniolo - del quale raccontiamo di seguito vita e miracoli - poi due onesti professionisti, ma forse a digiuno della materia sulla quale consigliare il ministro e permeabili a qualunque decisione altra - al ministro i consigli che contano li dà qualcun altro, un tempo era Nastasi - come Angelo Licalsi e Anna Menichetti ( di cui gesta da raccontare non ne abbiamo); e poi il direttore di Musica Jazz, Filippo Bianchi (che forse di teatri e di opera lirica poco sa) e Antonio Princigalli (del clan dei pugliesi, portato al ministero da Bray, occupato in Puglia Sound, che non sappiamo cosa sia, ma sappiamo che con teatri, festival - che non sia la taranta- e istituzioni concertistiche niente ha a che fare).
A questi illustri incompetenti (non per loro colpa) ma soprattutto ubbidienti, Vergnano si rivolge perchè esaminino bene le carte e decidano in base ad una valutazione accurata e nient'altro. Come non sapesse che Franceschini ed il suo clan le decisioni che contano le hanno già prese e che la riunione della commissione è solo una foglia di fico - in balia dei venti che spirano di volta in volta al Ministero - che copre le vergogne che sono abituati a praticare.
Vergano si fa sentire dopo che è rimasto scottato dagli stanziamenti dell'anno scorso che, a suo modo di vedere, non hanno valutato a dovere la qualità della programmazione del Teatro Regio, con conseguenti riflessi negativi sull'attribuzione del FUS. La qual cosa preoccupa oggi più di ieri Vergano, dopo che la nuova sindaca di Torino ha dichiarato di voler smantellare la 'Fondazione per la cultura ecc.'. di Torino di cui era domina la signora Larotella, moglie di Vergnano, che aveva come compito precipuo quello di procurare soldi alle istituzione culturali torinesi, compresa quella al cui vertice, da troppi anni, è suo marito: il Teatro Regio di Torino. Ora che i protettori del Sovrintendente non comandano più - Fassino - Vergnano teme che la sua poltrona, come già quella di sua moglie non si regga più in piedi.
E, comunque, Vergnano come tutti gli altri sovrintendenti delle Fondazioni liriche, hanno di che preoccuparsi. Della commissione abbiamo scritto, abbastanza male, già su questo blog, come anche sul presidente Toniolo. Altrimenti non si spiegherebbe come mai Silvia Colasanti , membro di quella commissione, si sia dimessa, rimpiazzata da Anna Menichetti. Su Toniolo e sulla Commissione, a seguire, riproponiamo quanto abbiamo scritto nei mesi scorsi in questo blog. Abbastanza esauriente per capire l'aria che tira al Ministero, con tutti i ministri.
*************
Qualche anno fa su Music@ ( n. 7, marzo-aprile 2008) in un articolo intitolato ‘ una vera schifezza’ raccontavamo l’orrore dell’ultimo regalo fatto dal ministro Rutelli al mondo della cultura italiano, prima di abbandonare definitivamente il Ministero: nelle commissioni consultive per musica e danza aveva nominato persone senza competenza in materia, oppure vecchi mammasantissima ai quali erano addebitabili disastri nei bilanci delle istituzioni che avevano in precedenza presieduto. Nella commissione musica, all’epoca, sedeva Valerio Toniolo, e non era la prima volta che Rutelli lo sceglieva come suo ‘aiutante di campo’: prima era stato anche nella commissione cinema. Evidentemente non poteva farne a meno. Toniolo ci contattò, promettendoci che ci avrebbe mostrato le sue credenziali in fatto di musica. Non lo incontrammo allora.
************ Commis
+++++ sione Musica. Cercansi candidati
Il criticatissimo ministro Franceschini, che al 'Salone del libro' di Torino, forse per dire ' io esisto', se ne è uscito con una boutade sul contrasto libri/tv, che gli ha meritato i fischi dei presenti e, all'indomani, di tutta la stampa, se ne è inventata un'altra che potrebbe mettere a soqquadro l'addormentato ed inattivo suo ministero, non sappiamo se in accordo con Nastasi, indicato da tutti come fonte e causa di molti casini nel settore dello spettacolo dal vivo.
Chi sono i componenti? Presidente Valerio Toniolo - del quale raccontiamo di seguito vita e miracoli - poi due onesti professionisti, ma forse a digiuno della materia sulla quale consigliare il ministro e permeabili a qualunque decisione altra - al ministro i consigli che contano li dà qualcun altro, un tempo era Nastasi - come Angelo Licalsi e Anna Menichetti ( di cui gesta da raccontare non ne abbiamo); e poi il direttore di Musica Jazz, Filippo Bianchi (che forse di teatri e di opera lirica poco sa) e Antonio Princigalli (del clan dei pugliesi, portato al ministero da Bray, occupato in Puglia Sound, che non sappiamo cosa sia, ma sappiamo che con teatri, festival - che non sia la taranta- e istituzioni concertistiche niente ha a che fare).
A questi illustri incompetenti (non per loro colpa) ma soprattutto ubbidienti, Vergnano si rivolge perchè esaminino bene le carte e decidano in base ad una valutazione accurata e nient'altro. Come non sapesse che Franceschini ed il suo clan le decisioni che contano le hanno già prese e che la riunione della commissione è solo una foglia di fico - in balia dei venti che spirano di volta in volta al Ministero - che copre le vergogne che sono abituati a praticare.
Vergano si fa sentire dopo che è rimasto scottato dagli stanziamenti dell'anno scorso che, a suo modo di vedere, non hanno valutato a dovere la qualità della programmazione del Teatro Regio, con conseguenti riflessi negativi sull'attribuzione del FUS. La qual cosa preoccupa oggi più di ieri Vergano, dopo che la nuova sindaca di Torino ha dichiarato di voler smantellare la 'Fondazione per la cultura ecc.'. di Torino di cui era domina la signora Larotella, moglie di Vergnano, che aveva come compito precipuo quello di procurare soldi alle istituzione culturali torinesi, compresa quella al cui vertice, da troppi anni, è suo marito: il Teatro Regio di Torino. Ora che i protettori del Sovrintendente non comandano più - Fassino - Vergnano teme che la sua poltrona, come già quella di sua moglie non si regga più in piedi.
E, comunque, Vergnano come tutti gli altri sovrintendenti delle Fondazioni liriche, hanno di che preoccuparsi. Della commissione abbiamo scritto, abbastanza male, già su questo blog, come anche sul presidente Toniolo. Altrimenti non si spiegherebbe come mai Silvia Colasanti , membro di quella commissione, si sia dimessa, rimpiazzata da Anna Menichetti. Su Toniolo e sulla Commissione, a seguire, riproponiamo quanto abbiamo scritto nei mesi scorsi in questo blog. Abbastanza esauriente per capire l'aria che tira al Ministero, con tutti i ministri.
Ne
' I Borghi' si gioca ai tre ladroni
Un
nostro assiduo lettore ci invia un articolo di ieri ( Il Tempo)
assicurandoci che 'ci interesserà'. Ha ragione. Che dice l'articolo?
Dice
di un triplo finanziamento fatto dalla Regione, guidata dalla
Polverini, per lo stesso avvenimento musicale che riguardava i
giovani - nel cui nome troppi misfatti ed imbrogli si compiono - e al
quale partecipava anche Ennio Morricone, che naturalmente è del
tutto estraneo alla storia, e semmai ne sarebbe vittima.
L'avvenimento
cui si fa riferimento ebbe luogo all'Auditorium Conciliazione (siamo
nel 2014) che è gestito dalla società ' I Borghi srl' di proprietà
dei Cesa - sì, loro che dicono di essere scesi in politica per il
bene della 'ggente, della quale fa parte anche la loro famiglia -
passata poi di mano e finita in quelle di tale Carducci, il quale a
sua volta, divenuto presidente del Consiglio regionale , sotto
Polverini, cede l'impresa a Valerio Toniolo, altro Rutelli boy's,
come il Carducci, Dal che si deduce che il Rutelli con la sua
'margherita' ne ha allevati di procacciatori di affari per sè...
A
Valerio Toniolo, Rutelli e poi i Cesa non si sono accontentati
di fargli amministrare la società che gestisce l'Auditorium,
ristrutturato con i soldi Arcus, e finanziato negli anni dalla
Polverini( in tre anni gli ha destinato quasi 1.500.000 Euro) ed
anche , prima, da Marrazzo ( quasi 500.000 Euro in due anni - i quali
volevano un auditorium ' nella disponibilità della Regione' per le
loro manifestazioni - ma lo hanno infilato in organi di gestione
della cosa pubblica. Toniolo è passato , dai tempi di Rutelli
ministro, in tutte le Commissioni del Ministero della Cultura,
commissioni di teatro, musica, danza, circhi: le commissioni che
consigliano al ministro chi finanziare con il FUS ed anche di quanto
finanziare gli idonei.
Non
bastasse, nella stessa società ed anche in alcune delle tre
associazioni destinatarie del finanziamento di cui scrive 'Il tempo',
c'è anche una signora Toniolo, evidentemente moglie o sorella o
figlia... o qualcosa che ha a che fare con il Toniolo, Valerio,
che siede anche nel consiglio di Presidenza dell'AGIS - non si
capisce se a titolo personale, come esperto di musica, danza teatro e
circhi - come lo avrebbe laureato Rutelli - come rappresentante
del ministero nelle cui commissioni egli siede da subito dopo
l'esame di maturità, o come amministratore de 'I Borghi srl' ,
rappresentando anche sua sorella o moglie o figlia, con il che si
vede che si occupa anche di trovare lavoro a chi non ne ha, ed in
tempi come i nostri è una sacrosanto compito che va comunque
compensato.
Di
Valerio Toniolo e dell'affaire ' I Borghi srl' abbiamo scritto altre
volte, ed una volta ricevemmo una risposta da parte dell'interessato
che voleva spiegarci come era tutto regolare. Sì, ha ragione, tutto
regolare, come conferma anche quest'ultima storia.
*************
Qualche anno fa su Music@ ( n. 7, marzo-aprile 2008) in un articolo intitolato ‘ una vera schifezza’ raccontavamo l’orrore dell’ultimo regalo fatto dal ministro Rutelli al mondo della cultura italiano, prima di abbandonare definitivamente il Ministero: nelle commissioni consultive per musica e danza aveva nominato persone senza competenza in materia, oppure vecchi mammasantissima ai quali erano addebitabili disastri nei bilanci delle istituzioni che avevano in precedenza presieduto. Nella commissione musica, all’epoca, sedeva Valerio Toniolo, e non era la prima volta che Rutelli lo sceglieva come suo ‘aiutante di campo’: prima era stato anche nella commissione cinema. Evidentemente non poteva farne a meno. Toniolo ci contattò, promettendoci che ci avrebbe mostrato le sue credenziali in fatto di musica. Non lo incontrammo allora.
I
giornali ( La Repubblica, con una dettagliata ricostruzione) a
seguito dello scandalo alla regione Lazio, hanno tirato fuori
anche il nome di Toniolo, in relazione all’Auditorium
Conciliazione, concesso in gestione dal Vaticano alla
società ‘I Borghi’( di Lorenzo Cesa e Matteo, suo figlio)
ristrutturato con i soldi di ARCUS ( vi dice qualcosa?), con la
quale la Regione ha stipulato un contratto milionario
(1.300.000 Euro circa) per tre anni, a partire dal 2010, per
avere un luogo di ‘rappresentanza’. Il 2010 è l’anno in
cui la Polverini arriva alla Regione e con Lei anche Francesco
Artemisio Carducci, già assessore del sindaco Rutelli, che
alla Regione è capogruppo UDC. Naturalmente Carducci, nonostante il
cognome illustre, deve lasciare al momento dell’incarico in
Regione, quello di amministratore de ‘I Borghi’ che gli era
stato passato da Cesa, quando anche la sua presenza come
amministratore si era resa incompatibile con le sue cariche
politiche. Da Cesa a Carducci, e da Carducci a Toniolo,
suo fedelissimo, che ancora oggi siede in una di quelle Commissioni
ministeriali ( Danza. Dal cinema alla musica, alla danza!) ed
amministra, attraverso la società ‘ I borghi’ dei Cesa,
l’Auditorium Conciliazione che fra breve ospiterà l'ennesima
edizione del 'Concerto di Natale' e che non è stato concesso al
Nobel Dario Fo.
+++++ sione Musica. Cercansi candidati
Il criticatissimo ministro Franceschini, che al 'Salone del libro' di Torino, forse per dire ' io esisto', se ne è uscito con una boutade sul contrasto libri/tv, che gli ha meritato i fischi dei presenti e, all'indomani, di tutta la stampa, se ne è inventata un'altra che potrebbe mettere a soqquadro l'addormentato ed inattivo suo ministero, non sappiamo se in accordo con Nastasi, indicato da tutti come fonte e causa di molti casini nel settore dello spettacolo dal vivo.
Franceschini
ha fatto un bando, leggibile sul sito del Ministero, con il quale
mette a concorso, per titoli, i posti di membri delle varie
commissioni consultive del Ministero, quelle che danno pareri al
Ministro per l'assegnazione dei fondi alle varie istituzioni. Un
ruolo niente affatto ininfluente: nella nostra lunga carriera di
giornalista abbiamo visto tanta gente inutile e squalificata,
emergere dalla palude, solo perchè componente di una di quelle
commissioni.
La
cosa non ci sembra malvagia, a patto che a presiedere la commissione
che esaminerà le candidature non ci sia Nastasi che,
sebbene conosca l'ambiente dello spettacolo dal vivo, ama
circondarsi - come è sempre accaduto per le
commissioni passate - di servi fedelissimi; e che se raggiunto
da una raccomandazione per tizio o caia, mettiamo da parte di Letta
suo sponsor ed anche testimone di nozze, non può certo dirgli di no.
Nastasi,
in passato, ha messo di tutto e di più nella commissione
musica, che naturalemente conosciamo meglio delle altre. Ci ha messo
persone vicino a Rutelli, come quel Toniolo, del quale sembrava non
potersi fare a meno, al punto che gli ha fatto fare il giro di tutte
le commissioni, senza che per nessuna fosse un esperto; oppure ci ha
infilato amministratori che avevano lasciato istituzioni rinomate in
una voragine di debiti chiamati poi come esperti a valutare l'operato
di altre consimili istituzioni ed a suggerirne l'ammontare del
contributo statale, vedi il caso di Tutino; o raccomandati di varia
natura ed incompetenza. Nastasi, tanta è la sua spocchia, che
s'è spinto in qualche occasione a lodare pubblicamente
amministratori che per cattiva amministrazione lui avrebbe dovuto
pubblicamente accusare; lo ha fatto - vergogna!- con Gioacchino
Lanza Tomasi, definendolo uno dei migliori amministratori che le
fondazioni liriche abbiano mai avuto. E il buco nero del San carlo,
per citare solo l'ultimo fatto sotto la gestione del principe?
Perché
Nastasi, da quello che qualche volta è filtrato dalle stanze segrete
delle commissioni, avrebbe fatto fare il lavoro ai commissari, ma poi
avrebbe deciso lui, costringendoli a firmare decisioni non
condivise, senza che mai nessuno - che servi sarebbero altrimenti -
avesse denunciato apertamente l'accaduto o si fosse dimesso per
protesta. In quelle commissioni , insomma , sarebbe accaduto
tutto il peggio che si possa pensare. E perciò Nastasi, deve
essere tenuto fuori dalla commissione giudicatrice.
La
formi il Ministro, con persone di sicura autonomia e comprovata
professionalità - valli a trovare - senza che il grande, grosso
direttore generale si impicci. Se Nastasi invece la presiederà, vuol
dire che quel concorso è una FARSA.
Lo
sapremo presto se è una farsa, semplicemente leggendo i nomi dei
soli componenti, anche se riteniamo opportuno che
venissero rese note anche le candidature. Noi stessi abbiamo deciso
di inviare la nostra candidatura. Ma temiamo che il grande grosso
direttore generale, difficilmente farà scegliere i membri delle
commissioni, nell'elenco ristrettissimo dei giornalisti che lo hanno
criticato, quando non si sono trovati d'accordo con le sue
decisioni. E noi siamo fra quei pochissimi.
Etichette:
Bianchi,
carducci,
cesa,
commissione centrale musica MIBAC,
fracneschini,
i borghi srl,
licalsi,
menichetti,
nastasi,
princigalli,
rutelli,
teatro regio di torino,
toniolo,
vergnano
giovedì 26 maggio 2016
Un branco di iene pronte a finire il melodramma in Italia. Prove generali a verona e firenze. Ma Il capobranco va cercato a Roma, al ministero
La situazione delle Fondazioni liriche italiane è grave, anzi gravissima. Non solo perché da qualche mese nuove criticità si sono manifestate a Verona, Firenze, ed anche Bologna, ma perché attaccandosi ad esse, mal gestite dalla politica - non lo si dimentichi in nessuna circostanza - si sente dire in giro che al Ministero di Franceschini stanno pensando ad un riassetto legislativo e giuridico delle fondazioni liriche italiane. Non si vuole chiudere nessuno dei 14 teatri, ma molte delle fondazioni sì, riducendole, secondo alcune voci, a tre o quattro: Scala, Opera e Santa Cecilia a Roma, San Carlo a Napoli. Alle quali si potrebbero aggiungere, ma solo in veste di festival storici, con personalità giuridica e gestionale 'a tempo:' Verona ( Festival areniano estivo) e Maggio musicale a Firenze. Portando tutte le altre fuori dal comparto ridottissimo delle Fondazioni, secondo quel che Franceschini sta meditando; e per i due festival per comprenderli nell'apposito comparto, magari con qualche prerogativa maggiore degli altri, essendo fra i festival storici italiani ( chissà cosa diranno a Spoleto, alla Sagra umbra, ma anche i più giovani sebbene non più giovanissimi Ravenna festival, Rossini Opera Festival, Romaeuropa Festival.... ma cosa volete che importi a Franceschini, che quei festival li chiama, per non perdere tempo, con i rispettivi acronimi: RAF, ROF, REF, e che vuol far piazza pulita del tessuto musicale italiano, come del resto da tempo gli andava suggerendo il salvatore di Bagnoli, Nastasi, già affossatore della musica, dandone la responsabilità a quell'infame algoritmo che da solo ha bussato al ministero ed ha detto di voler ridurre spesa e pretendenti della musica in Italia e gli hanno risposto: venga avanti!
In attesa di questo nerissimo futuro sul quale si sono concentrate le attenzione delle fameliche iene ministeriali, il cui capobranco ha il cognome che comincia con la F - e il seguito nol dico! - si stanno facendo le prove generali della distruzione, cominciando da Verona e Firenze.
A Verona, per la cui fondazione lirica, il gran governatore Zaia, per metterla in quel posto al dissidente Tosi, propone di fondere le due fondazioni venete, Verona e Venezia in un'unica istituzione, seppure con programmi che non posso essere uguali, e neppure somigliarsi lontanamente per la diversa vocazione, storia e missione delle due entità - ma allora che balzana idea è quella di Zaia?
Nel frattempo ci pensa il Commissario a far piazza pulita di ciò che lui reputa zavorra. Il commissario Fuortes chiude il corpo di ballo (che è di sole 8 unità e di infiniti aggiunti stagionali, e perciò non così grave, ma comunque grave è lo stesso!) e vuole fermare l'attività per due mesi, ma anche l'apertura e funzionalità della Fondazione Arena, ogni stagione, fra ottobre e novembre, risparmiando naturalmente stipendi e spese) E Tosi non sembra sgradire. Cosa gliene fotte a lui dell'Arena se non può metterci più la copia perfetta di Girondini che in quasi dieci anni alla guida dell'Arena con la benedizione e protezione di Tosi, oggi viene a dare la colpa del buco nei conti e nel patrimonio a chi ha gestito l'Arena fino al 2007 ( Orazi, ndr.). Lui, bravo amministratore, in questi dieci anni, che ha fatto? Non poteva pian piano riportare i conti dell'Arena sulla giusta strada? No, s'è dato lo stipendio più alto di tutti i sovrintendente italiani, e crediamo anche un premio di produzione aggiuntivo - causa produzione maggior debito - si è nominato anche un vice direttore artistico - solo per restare nelle cose che traspaiono all'esterno, mentre gettiamo un velo pietoso sulla pessima amministrazione della fondazione, già stigmatizzata da mezzo mondo musicale al momento, lo scorso anno, della sua riconferma quinquennale, strenuamente voluta da Tosi, e contro la quale Zaia, il fiero leone veneto, non ha mosso un dito se non per benedirla. Poi la scissione nella Lega, gli ha fatto cambiare idea e quella benedizione si è trasformata nel 'pollice verso' contro Tosi, Girondini, ed ora contro la stessa Fondazione Arena, a favore di Venezia. E Chiarot, a capo della Fenice, che replica sommessamente, un incomprensibile 'vediamo, ma prima salviamo Verona dalla bancarotta'.
Anche a Firenze le acque sono agitatissime, e gli argini del suo fiume non reggono all'urto e sprofondano. Nardella, che dal suo compagno Renzi ha avuto in premio svariati milioni per completare il nuovo teatro dell'opera, è in rotta di collisione con il sovrintendente Bianchi, messo lì da lui e da Renzi ed ora sul gozzo sia a lui che a Renzi- ma nessuno dei due vuol darlo a vedere - ed al teatro tutto intero. Bianchi ha un teatro divorato dai debiti e dal deficit, e che ti fa? alla chetichella, aumenta gli stipendi ai manager - all'insaputa di Nardella, come ha dichiarato l'interessato - sebbene egli presieda il Consiglio di indirizzo. Insomma nella merda fin sopra i capelli.
Nardella dice di voler attendere l'incontro già fissato ai primi di giugno con Francechini, il famelico ministro, quando forse verrà messo a parte del manifesto funebre già pronto in tipografia per gran parte delle Fondazioni liriche. Ed allora, almeno in quel caso, non così improbabile, vogliamo vedere se il mondo musicale italiano marcerà compatto contro Franceschini, magari portandolo in ceppi nel Colosseo restaurato e liberando dalle gabbie qualche leone tenuto a stecchetto perchè si avventi, famelico, sulla preda ministeriale.
In attesa di questo nerissimo futuro sul quale si sono concentrate le attenzione delle fameliche iene ministeriali, il cui capobranco ha il cognome che comincia con la F - e il seguito nol dico! - si stanno facendo le prove generali della distruzione, cominciando da Verona e Firenze.
A Verona, per la cui fondazione lirica, il gran governatore Zaia, per metterla in quel posto al dissidente Tosi, propone di fondere le due fondazioni venete, Verona e Venezia in un'unica istituzione, seppure con programmi che non posso essere uguali, e neppure somigliarsi lontanamente per la diversa vocazione, storia e missione delle due entità - ma allora che balzana idea è quella di Zaia?
Nel frattempo ci pensa il Commissario a far piazza pulita di ciò che lui reputa zavorra. Il commissario Fuortes chiude il corpo di ballo (che è di sole 8 unità e di infiniti aggiunti stagionali, e perciò non così grave, ma comunque grave è lo stesso!) e vuole fermare l'attività per due mesi, ma anche l'apertura e funzionalità della Fondazione Arena, ogni stagione, fra ottobre e novembre, risparmiando naturalmente stipendi e spese) E Tosi non sembra sgradire. Cosa gliene fotte a lui dell'Arena se non può metterci più la copia perfetta di Girondini che in quasi dieci anni alla guida dell'Arena con la benedizione e protezione di Tosi, oggi viene a dare la colpa del buco nei conti e nel patrimonio a chi ha gestito l'Arena fino al 2007 ( Orazi, ndr.). Lui, bravo amministratore, in questi dieci anni, che ha fatto? Non poteva pian piano riportare i conti dell'Arena sulla giusta strada? No, s'è dato lo stipendio più alto di tutti i sovrintendente italiani, e crediamo anche un premio di produzione aggiuntivo - causa produzione maggior debito - si è nominato anche un vice direttore artistico - solo per restare nelle cose che traspaiono all'esterno, mentre gettiamo un velo pietoso sulla pessima amministrazione della fondazione, già stigmatizzata da mezzo mondo musicale al momento, lo scorso anno, della sua riconferma quinquennale, strenuamente voluta da Tosi, e contro la quale Zaia, il fiero leone veneto, non ha mosso un dito se non per benedirla. Poi la scissione nella Lega, gli ha fatto cambiare idea e quella benedizione si è trasformata nel 'pollice verso' contro Tosi, Girondini, ed ora contro la stessa Fondazione Arena, a favore di Venezia. E Chiarot, a capo della Fenice, che replica sommessamente, un incomprensibile 'vediamo, ma prima salviamo Verona dalla bancarotta'.
Anche a Firenze le acque sono agitatissime, e gli argini del suo fiume non reggono all'urto e sprofondano. Nardella, che dal suo compagno Renzi ha avuto in premio svariati milioni per completare il nuovo teatro dell'opera, è in rotta di collisione con il sovrintendente Bianchi, messo lì da lui e da Renzi ed ora sul gozzo sia a lui che a Renzi- ma nessuno dei due vuol darlo a vedere - ed al teatro tutto intero. Bianchi ha un teatro divorato dai debiti e dal deficit, e che ti fa? alla chetichella, aumenta gli stipendi ai manager - all'insaputa di Nardella, come ha dichiarato l'interessato - sebbene egli presieda il Consiglio di indirizzo. Insomma nella merda fin sopra i capelli.
Nardella dice di voler attendere l'incontro già fissato ai primi di giugno con Francechini, il famelico ministro, quando forse verrà messo a parte del manifesto funebre già pronto in tipografia per gran parte delle Fondazioni liriche. Ed allora, almeno in quel caso, non così improbabile, vogliamo vedere se il mondo musicale italiano marcerà compatto contro Franceschini, magari portandolo in ceppi nel Colosseo restaurato e liberando dalle gabbie qualche leone tenuto a stecchetto perchè si avventi, famelico, sulla preda ministeriale.
Etichette:
arena di verona,
Bianchi,
Chiarot,
fenice di venezia,
francchini,
Fuortes,
nardella,
nastasi,
Opera di Roma,
Renzi,
san carlo,
santa cecilia,
scala,
tosi,
zaia
domenica 1 maggio 2016
Ma come li fanno questi bilanci le nostre Fondazioni liriche?
Chissà se a voi fa lo stesso effetto. A noi sembra di non capire, anzi di capire che le cose non stanno poi tanto bene come alcuni annunci trionfali sui pareggi di bilancio sventolati dalle fondazioni liriche vorrebbero farci credere. Perchè, in tutta sincerità, come non rilevare che tali annunci contrastano in tutta evidenza con dichiarazioni di segno opposto?
L'ultimo esempio ci ha colpiti. Il Teatro San Carlo di Napoli - più precisamente il suo CdI che sta per Consiglio di Indirizzo, l'ammodernamento franceschiniano del vecchio e consunto Consiglio di Amministrazione - ha approvato il suo pareggio di bilancio per il 2015, ottavo di seguito, Anzi, ad essere precisi, ha registrato tale bilancio un attivo di circa 180.000 Euro ( che magari in un teatro non spendaccione potrebbe voler dire un allestimento non faraonico, ma presentabile). Si può non credere a quanto certificato dal CdI del teatro, anche in assenza di un soggetto terzo ed esterno che certifichi il bilancio medesimo, come ormai fanno in molti? Certamente no. Anni addietro quando un consigliere comunale di Roma avanzò il sospetto che il bilancio di 'Musica per Roma', allora guidata da Carlo Fuortes, fosse fintamente attivo, l'amministratore gli disse che il bilancio era stato certificato da una società di revisione esterna e che se avesse continuato ad insistere nella sua accusa lo avrebbe querelato.
Si può dire altrettanto del bilancio del San Carlo? Non non dubitiamo che sia risultato in pareggio, come ci dice il CdI. Però, d'altro canto, come conciliarlo con i commissariamenti del Teatro (Nastasi dal 2007 al 20011, e poi ancora un secondo commissariamento, successivo), e con le dichiarazioni che lo stesso Nastasi rendeva ad un giornale di Napoli, in attesa che giungessero da Roma i soldi del fondo 'salvateatri' che avrebbero portato denaro fresco nelle casse per sanare tutti i debiti pregressi e portare nuova linfa al patrimonio? Nastasi diceva che il San Carlo era un ammalato gravissimo che appena ora stava uscendo dal coma. Questo diceva Nastasi alla fine del 2014. In meno di due anni un miracolo anche pregresso: e cioè otto anni consecutivi di bilancio in pareggio.
Un fenomeno passato, che oggi ci fa essere più guardinghi verso tutti, si verificò all'Opera di Roma, sotto la sovrintendenza De Martino, prima del commissariamento di Carlo Fuortes, quando per anni il CdA ( allora si chiamava ancora con quel nome scassato!) certificava bilanci in pareggio, mentre poi si scoprì che c'era un buco quanto una voragine.
Certo che a Napoli non è così, perché non è vero che tutto il mondo è paese.
Sempre a Napoli ora si pone il problema della nomina del direttore musicale, che il potente governatore De LUCA, renziano, vorrebbe fosse Daniel Oren, che forse non va giù alla Purchia, sovrintendente, e neanche al sindaco De Magistris, anti renziano, che ora si trovano sulla stessa barricata contro De Luca. Purchia ha detto che ci sta pensando, trattandosi di una nomina non di poco conto; e ha aggiunto che la nomina del direttore musicale spetta, sentita l'orchestra, a Lei e solo a lei. Ancora!
Analoghe perplessità ci vengono da altri bilanci in via di approvazione, dopo che l'ing. Pinelli, dimissionario dalla gestione del cosiddetto Fondo 'Bray', aveva segnalato due gravi criticità a Firenze e Bologna. sottolineando che non vedeva come potessero essere superate. No, caro Pinelli, sono state superate bellamente. Come? Boh!
A Bologna hanno licenziato una trentina di persone per aderire alla legge 'salva teatri', i sindacati accusano i dirigenti che si sarebbero aumentati gli stipendi, il direttore amministrativo spinge per trovare nuovi sponsor 'senza i quali chissà dove si va a finire', e aggiunge che è fondamentale ridurre le spese. In ossequio a tale proposito il sovrintendente Sani annuncia per il 2018 - quando dovrebbe assolutamente raggiungere (aver raggiunto) il pareggio di bilancio, il teatro organizzerà un nuovo festival estivo 'Festival dell'Opera italiana'. Con quali soldi? Sani dice che dovrà trovarli nei privati. Quali privati ? Non lo dice perchè non sa.
A Firenze, la riunione per l'approvazione del bilancio 2015 dell'Opera , è stata rinviata perché non erano presenti tutti i consiglieri. I sindacati denunciano che il pareggio annunciato non convince. Ma anche il sovrintendente - nonostante il pareggio di bilancio? - va dicendo che se le cose non cambiano si va tutti a casa. Parlava del teatro ma anche del Maggio - come faceva anche il direttore generale Triola, il quale accusava che il Maggio deve richiamare gente e non i soliti gatti della 'crema' fiorentina. Cioè - voleva dire Triola - il Maggio deve tornare ad essere quello di qualche anno fa? Certo deve tornare ad essere - precisiamo noi - quello di prima della gestione commissariale del solito Nastasi e del regno Giambrone- Arcà. Trotta, trotta!
Ha ragione Triola. Però, il Maggio di quest'anno vi sembra che abbia attuato una svolta di programma? Eccolo, in sintesi: un concerto celebrativo per cominciare in onore di Mehta; un paio di titoli operistici, fuori repertorio; un serie di concertini beethoveniani, con vari fortepiani in collaborazione con l'Accademia del Fortepiano - manco fosse la scuola di Neuhaus! ;la calata di un gruppo di grandi orchestre (che presumiamo costosissime, e perciò difficili da ripagare con i biglietti venduti); infine, la lirica per tutti, d'estate. E' questa la rivoluzione che dovrebbe mettere fine al periodo di crisi dell'Opera di Firenze, segnare la svolta e scongiurare del tutto la chiusura entro un paio di anni al più tardi?
E non finisce qui. I giornali giorni fa, parlando della crisi dell'Arena di Verona, anticipavano la possibilità che nel breve volgere di qualche settimana anche altri teatri avrebbero potuto dichiarare lo stato di crisi. Ci sembra di aver letto i nomi di Bari e Palermo, oltre naturalmente a Firenze e Bologna.
L'ultimo esempio ci ha colpiti. Il Teatro San Carlo di Napoli - più precisamente il suo CdI che sta per Consiglio di Indirizzo, l'ammodernamento franceschiniano del vecchio e consunto Consiglio di Amministrazione - ha approvato il suo pareggio di bilancio per il 2015, ottavo di seguito, Anzi, ad essere precisi, ha registrato tale bilancio un attivo di circa 180.000 Euro ( che magari in un teatro non spendaccione potrebbe voler dire un allestimento non faraonico, ma presentabile). Si può non credere a quanto certificato dal CdI del teatro, anche in assenza di un soggetto terzo ed esterno che certifichi il bilancio medesimo, come ormai fanno in molti? Certamente no. Anni addietro quando un consigliere comunale di Roma avanzò il sospetto che il bilancio di 'Musica per Roma', allora guidata da Carlo Fuortes, fosse fintamente attivo, l'amministratore gli disse che il bilancio era stato certificato da una società di revisione esterna e che se avesse continuato ad insistere nella sua accusa lo avrebbe querelato.
Si può dire altrettanto del bilancio del San Carlo? Non non dubitiamo che sia risultato in pareggio, come ci dice il CdI. Però, d'altro canto, come conciliarlo con i commissariamenti del Teatro (Nastasi dal 2007 al 20011, e poi ancora un secondo commissariamento, successivo), e con le dichiarazioni che lo stesso Nastasi rendeva ad un giornale di Napoli, in attesa che giungessero da Roma i soldi del fondo 'salvateatri' che avrebbero portato denaro fresco nelle casse per sanare tutti i debiti pregressi e portare nuova linfa al patrimonio? Nastasi diceva che il San Carlo era un ammalato gravissimo che appena ora stava uscendo dal coma. Questo diceva Nastasi alla fine del 2014. In meno di due anni un miracolo anche pregresso: e cioè otto anni consecutivi di bilancio in pareggio.
Un fenomeno passato, che oggi ci fa essere più guardinghi verso tutti, si verificò all'Opera di Roma, sotto la sovrintendenza De Martino, prima del commissariamento di Carlo Fuortes, quando per anni il CdA ( allora si chiamava ancora con quel nome scassato!) certificava bilanci in pareggio, mentre poi si scoprì che c'era un buco quanto una voragine.
Certo che a Napoli non è così, perché non è vero che tutto il mondo è paese.
Sempre a Napoli ora si pone il problema della nomina del direttore musicale, che il potente governatore De LUCA, renziano, vorrebbe fosse Daniel Oren, che forse non va giù alla Purchia, sovrintendente, e neanche al sindaco De Magistris, anti renziano, che ora si trovano sulla stessa barricata contro De Luca. Purchia ha detto che ci sta pensando, trattandosi di una nomina non di poco conto; e ha aggiunto che la nomina del direttore musicale spetta, sentita l'orchestra, a Lei e solo a lei. Ancora!
Analoghe perplessità ci vengono da altri bilanci in via di approvazione, dopo che l'ing. Pinelli, dimissionario dalla gestione del cosiddetto Fondo 'Bray', aveva segnalato due gravi criticità a Firenze e Bologna. sottolineando che non vedeva come potessero essere superate. No, caro Pinelli, sono state superate bellamente. Come? Boh!
A Bologna hanno licenziato una trentina di persone per aderire alla legge 'salva teatri', i sindacati accusano i dirigenti che si sarebbero aumentati gli stipendi, il direttore amministrativo spinge per trovare nuovi sponsor 'senza i quali chissà dove si va a finire', e aggiunge che è fondamentale ridurre le spese. In ossequio a tale proposito il sovrintendente Sani annuncia per il 2018 - quando dovrebbe assolutamente raggiungere (aver raggiunto) il pareggio di bilancio, il teatro organizzerà un nuovo festival estivo 'Festival dell'Opera italiana'. Con quali soldi? Sani dice che dovrà trovarli nei privati. Quali privati ? Non lo dice perchè non sa.
A Firenze, la riunione per l'approvazione del bilancio 2015 dell'Opera , è stata rinviata perché non erano presenti tutti i consiglieri. I sindacati denunciano che il pareggio annunciato non convince. Ma anche il sovrintendente - nonostante il pareggio di bilancio? - va dicendo che se le cose non cambiano si va tutti a casa. Parlava del teatro ma anche del Maggio - come faceva anche il direttore generale Triola, il quale accusava che il Maggio deve richiamare gente e non i soliti gatti della 'crema' fiorentina. Cioè - voleva dire Triola - il Maggio deve tornare ad essere quello di qualche anno fa? Certo deve tornare ad essere - precisiamo noi - quello di prima della gestione commissariale del solito Nastasi e del regno Giambrone- Arcà. Trotta, trotta!
Ha ragione Triola. Però, il Maggio di quest'anno vi sembra che abbia attuato una svolta di programma? Eccolo, in sintesi: un concerto celebrativo per cominciare in onore di Mehta; un paio di titoli operistici, fuori repertorio; un serie di concertini beethoveniani, con vari fortepiani in collaborazione con l'Accademia del Fortepiano - manco fosse la scuola di Neuhaus! ;la calata di un gruppo di grandi orchestre (che presumiamo costosissime, e perciò difficili da ripagare con i biglietti venduti); infine, la lirica per tutti, d'estate. E' questa la rivoluzione che dovrebbe mettere fine al periodo di crisi dell'Opera di Firenze, segnare la svolta e scongiurare del tutto la chiusura entro un paio di anni al più tardi?
E non finisce qui. I giornali giorni fa, parlando della crisi dell'Arena di Verona, anticipavano la possibilità che nel breve volgere di qualche settimana anche altri teatri avrebbero potuto dichiarare lo stato di crisi. Ci sembra di aver letto i nomi di Bari e Palermo, oltre naturalmente a Firenze e Bologna.
Etichette:
arcà,
Bianchi,
bray,
de luca,
de magistris,
de martino,
giambione,
nastasi,
opera di fiernze,
Opera di Roma,
oren,
purchia,
sani,
teatro comunale di bologna,
teatro san carlo,
triola
venerdì 1 gennaio 2016
La legge di stabilità ha graziato le fondazioni liriche italiane
Nella sua relazione al Parlamento, relazione semestrale, resa nota a fine novembre, il commissario Pinelli preposto dal Governo a gestire il fondo 'salva teatri lirici' ( che la legge di stabilità 2016 ha arricchito di 10 milioni di Euro), ha segnalato le criticità dei nostri teatri. indicando dapprima quelli che hanno difficoltà nel mettersi in regola con il pareggio di bilancio, da effettuarsi entro il 2016, e gli altri che hanno chiesto di accedere al fondo che può salvarli dal fallimento e per per questo - come previsto dalla legge - hanno presentato piani per ridurre i costi ed aumentare le entrate, oltre che risanare il passivo pregresso.
In quella relazione, guarda caso, i teatri maggiormente pericolanti erano quelli di Firenze - che ha attinto dal fondo , la somma più alta: 35 milioni di Euro - e quello di Bologna che presentava criticità nel raggiungimento del pareggio di bilancio. Per Firenze, si è subito fatto avanti il sovrintendente Bianchi, annunciando che il passivo di 6 milioni, segnalato da Pinelli era rientrato e nel secondo semestre dell'anno i conti stavano andando a gonfie vele, e che, dunque, alla fine del 2105 Firenze avrebbe avuto il pareggio di bilancio. Ma con quale miracolosa operazione Bianchi non l'ha spiegato.
A Bologna, il teatro retto da Nicola Sani, il ricercato del momento nel campo degli operatori musicali, Pinelli sul pareggio di bilancio metteva una pietra tombale, riscontrando come le spese fossero aumentate mentre non in altrettanta misura anche le entrate. Ma Sani sicuramente farà il miracolo ed anche più grosso di Firenze, e Pinelli sarà scornato nelle sue previsioni catastrofiche. Altrimenti che Sani sarebbe? Lo vogliono tutti e già in molti se lo sono assicurati da Siena a Venezia a Parma a Roma a Bologna, e chissà quanti altri ancora lo faranno nel corso del 2016, quando si troveranno dinanzi al miracolo della moltiplicazione delle entrate e dimezzamento delle spese.
Gli altri teatri, a detta di Pinelli, hanno presentato piani credibili e si sarebbero incamminati sulla strada del risanamento.
Insomma le pecore nere, che nere dimostreranno con essere quando saranno resi noti i consuntivi del 2015, sono i teatri della città del premier e quello del manager più ricercato in Italia ed Europa.
Ma anche Pinelli crede ai miracoli? E il premier? Almeno il premier no, se ha graziato le fondazioni allungando i tempi entro i quali dovranno mettersi in regola, spostando il termine ultimo dal 2016 al 2018.
Nella legge di stabilità appena approvata, chiamata anche 'milleproroghe', Renzi temendo di doversi rassegnare al fallimento del teatro della sua città al quale ha appena fatto avere i fondi necessari per completare i lavori del nuovo teatro - a lui del Teatro di Bologna non frega nulla, semmai interessa il sindaco PD della città - ha concesso ancora due anni ai teatri perchè raggiungano una volta per tutte il 'pareggio di bilancio'.
E Cagliari? Dove mancava la programmazione per la stagione in corso, e dove è appena giunto il duo formato da Orazi e Meli? E' un teatro che veleggia tranquillo? Non si sa. Ceto è che non ha fatto ricorso al fondo di Pinelli? E forse evita il fallimento, non avendo programmato quasi nulla nella stagione appena trascorsa, ed avendo utilizzati i fondi statali quasi esclusivamente per pagare i dipendenti, non spendendo una lira in più per la programmazione e chiudendo quindi il bilancio in pareggio. Salvo poi a ricominciare. Perché non fanno così tutti gli altri teatri? Auguri per il 2018!
In quella relazione, guarda caso, i teatri maggiormente pericolanti erano quelli di Firenze - che ha attinto dal fondo , la somma più alta: 35 milioni di Euro - e quello di Bologna che presentava criticità nel raggiungimento del pareggio di bilancio. Per Firenze, si è subito fatto avanti il sovrintendente Bianchi, annunciando che il passivo di 6 milioni, segnalato da Pinelli era rientrato e nel secondo semestre dell'anno i conti stavano andando a gonfie vele, e che, dunque, alla fine del 2105 Firenze avrebbe avuto il pareggio di bilancio. Ma con quale miracolosa operazione Bianchi non l'ha spiegato.
A Bologna, il teatro retto da Nicola Sani, il ricercato del momento nel campo degli operatori musicali, Pinelli sul pareggio di bilancio metteva una pietra tombale, riscontrando come le spese fossero aumentate mentre non in altrettanta misura anche le entrate. Ma Sani sicuramente farà il miracolo ed anche più grosso di Firenze, e Pinelli sarà scornato nelle sue previsioni catastrofiche. Altrimenti che Sani sarebbe? Lo vogliono tutti e già in molti se lo sono assicurati da Siena a Venezia a Parma a Roma a Bologna, e chissà quanti altri ancora lo faranno nel corso del 2016, quando si troveranno dinanzi al miracolo della moltiplicazione delle entrate e dimezzamento delle spese.
Gli altri teatri, a detta di Pinelli, hanno presentato piani credibili e si sarebbero incamminati sulla strada del risanamento.
Insomma le pecore nere, che nere dimostreranno con essere quando saranno resi noti i consuntivi del 2015, sono i teatri della città del premier e quello del manager più ricercato in Italia ed Europa.
Ma anche Pinelli crede ai miracoli? E il premier? Almeno il premier no, se ha graziato le fondazioni allungando i tempi entro i quali dovranno mettersi in regola, spostando il termine ultimo dal 2016 al 2018.
Nella legge di stabilità appena approvata, chiamata anche 'milleproroghe', Renzi temendo di doversi rassegnare al fallimento del teatro della sua città al quale ha appena fatto avere i fondi necessari per completare i lavori del nuovo teatro - a lui del Teatro di Bologna non frega nulla, semmai interessa il sindaco PD della città - ha concesso ancora due anni ai teatri perchè raggiungano una volta per tutte il 'pareggio di bilancio'.
E Cagliari? Dove mancava la programmazione per la stagione in corso, e dove è appena giunto il duo formato da Orazi e Meli? E' un teatro che veleggia tranquillo? Non si sa. Ceto è che non ha fatto ricorso al fondo di Pinelli? E forse evita il fallimento, non avendo programmato quasi nulla nella stagione appena trascorsa, ed avendo utilizzati i fondi statali quasi esclusivamente per pagare i dipendenti, non spendendo una lira in più per la programmazione e chiudendo quindi il bilancio in pareggio. Salvo poi a ricominciare. Perché non fanno così tutti gli altri teatri? Auguri per il 2018!
martedì 22 dicembre 2015
Zubin Mehta's story. Sul 'Corriere della Sera', in tre atti.
La storia del direttore Zubin Mehta si arricchisce di un nuovo atto, il terzo, sempre ad opera del 'Corriere della Sera'.
Nel primo atto veniva rappresentato il disappunto del direttore cacciato - la verità è proprio questa - dopo trent'anni di onorato servizio all'Opera di Firenze, contro la sua volontà. Nulla poteva contro il sindachetto di Firenze ed il sovrintendente del teatro che avevano preso tale decisione chiamandovi a sostituirlo Fabio Luisi. E questo accadeva una settimana dopo che Mehta aveva aperto la stagione al San Carlo di Napoli che lo reclamava come direttore principale, mentre Nardella, nel caso vedovo inconsolabile di Mehta, fingeva di tenere molto alla sua presenza a Firenze. Questo primo atto della 'Zubin Mehta's story' recava la firma di Valerio Cappelli, il primo a raccogliere il pianto amaro, disperato del direttore .
Il secondo atto della storia, sempre ad opera del 'Corriere', veniva inscenato da Marco Gasperetti, il quale capovolgeva la situazione. Mehta sapeva già della sua uscita, e lo sapeva già a Napoli, ha finto solo di cadere dalle nuvole, quando è stato dato l'annuncio dell'arrivo di Fabio Luisi a Firenze.
Perchè allora tacere, anche quando Nardella rivendicava la 'fiorentinità' di Mehta, e non gridargli pubblicamente: 'ipocrita e bugiardo d'un sindachetto!'? Per proprio tornaconto. Messo a conoscenza di tale avvicendamento, ormai deciso, stava trattando con Nardella e Bianchi, il sovrintendente, un'uscita 'onorevole', diciamo così. Che avrebbe ottenuto con quell'incarico da direttore 'emerito onorario a vita' - una vera idiozia per la prima volta utilizzata - che gli sarebbe servito per continuare a dirigere a Firenze, e, nello stesso tempo, permesso di girare il mondo e magari di fermarsi sempre più spesso a Napoli. E tutto questo mentre non pochi critici non erano entusiasti della inaugurazione del San Carlo. E noi, fra questi, che abbiamo spento la tv dopo il primo atto, quando abbiamo capito che la regia faceva acqua e il direttore tirava a campare non potendo dare (o ottenere) di più, e con la protagonista assolutamente fuori ruolo, la quale, proprio perchè ha fatto centinaia di volte Carmen, sarebbe ora che si metta a riposo ( ma questo nessuno glielo ha detto). Dunque, alla fine del secondo atto, Zubin Mehta faceva la figura non del condottiero pugnalato alle spalle, ma del perdente opportunista che tratta la sua resa, cercando di trarne il vantaggio maggiore.
Terzo atto, ancora sul 'Corriere', che si è distinto fra tutti i giornali nel seguire questa vicenda. Autore Enrico Girardi. che ha difeso l'operato di Mehta a Napoli: il direttore a Napoli ha fatto bene, con le forze che aveva a disposizione. In sostanza, l'orchestra è quella che è, e di più non poteva ottenere, la regia era scialba ed inconsistente, e il cast di basso profilo, salva solo la Buratto ( Micaela). Fine.
A questo punto, a sipario calato, entra in scena il teatro sempre attivissimo a cantar vittoria: la 'Carmen' è stata seguitissima sui social, ed anche il pubblico al San Carlo è stato numeroso ( non importa se poi i giornali hanno scritto che gli applausi sono stati assai tiepidi); anche la cena di gala è stata molto apprezzata - Mattarella l'ha gradita ed ha promesso di tornare a cenare al San Carlo - al punto che una seconda cena viene allestita questa volta per i poveri, rivelando anche il volto 'solidale' del teatro napoletano.
La storia finisce con il classico 'e vissero tutti abbastanza felici e contenti', compreso Mehta.
Nel primo atto veniva rappresentato il disappunto del direttore cacciato - la verità è proprio questa - dopo trent'anni di onorato servizio all'Opera di Firenze, contro la sua volontà. Nulla poteva contro il sindachetto di Firenze ed il sovrintendente del teatro che avevano preso tale decisione chiamandovi a sostituirlo Fabio Luisi. E questo accadeva una settimana dopo che Mehta aveva aperto la stagione al San Carlo di Napoli che lo reclamava come direttore principale, mentre Nardella, nel caso vedovo inconsolabile di Mehta, fingeva di tenere molto alla sua presenza a Firenze. Questo primo atto della 'Zubin Mehta's story' recava la firma di Valerio Cappelli, il primo a raccogliere il pianto amaro, disperato del direttore .
Il secondo atto della storia, sempre ad opera del 'Corriere', veniva inscenato da Marco Gasperetti, il quale capovolgeva la situazione. Mehta sapeva già della sua uscita, e lo sapeva già a Napoli, ha finto solo di cadere dalle nuvole, quando è stato dato l'annuncio dell'arrivo di Fabio Luisi a Firenze.
Perchè allora tacere, anche quando Nardella rivendicava la 'fiorentinità' di Mehta, e non gridargli pubblicamente: 'ipocrita e bugiardo d'un sindachetto!'? Per proprio tornaconto. Messo a conoscenza di tale avvicendamento, ormai deciso, stava trattando con Nardella e Bianchi, il sovrintendente, un'uscita 'onorevole', diciamo così. Che avrebbe ottenuto con quell'incarico da direttore 'emerito onorario a vita' - una vera idiozia per la prima volta utilizzata - che gli sarebbe servito per continuare a dirigere a Firenze, e, nello stesso tempo, permesso di girare il mondo e magari di fermarsi sempre più spesso a Napoli. E tutto questo mentre non pochi critici non erano entusiasti della inaugurazione del San Carlo. E noi, fra questi, che abbiamo spento la tv dopo il primo atto, quando abbiamo capito che la regia faceva acqua e il direttore tirava a campare non potendo dare (o ottenere) di più, e con la protagonista assolutamente fuori ruolo, la quale, proprio perchè ha fatto centinaia di volte Carmen, sarebbe ora che si metta a riposo ( ma questo nessuno glielo ha detto). Dunque, alla fine del secondo atto, Zubin Mehta faceva la figura non del condottiero pugnalato alle spalle, ma del perdente opportunista che tratta la sua resa, cercando di trarne il vantaggio maggiore.
Terzo atto, ancora sul 'Corriere', che si è distinto fra tutti i giornali nel seguire questa vicenda. Autore Enrico Girardi. che ha difeso l'operato di Mehta a Napoli: il direttore a Napoli ha fatto bene, con le forze che aveva a disposizione. In sostanza, l'orchestra è quella che è, e di più non poteva ottenere, la regia era scialba ed inconsistente, e il cast di basso profilo, salva solo la Buratto ( Micaela). Fine.
A questo punto, a sipario calato, entra in scena il teatro sempre attivissimo a cantar vittoria: la 'Carmen' è stata seguitissima sui social, ed anche il pubblico al San Carlo è stato numeroso ( non importa se poi i giornali hanno scritto che gli applausi sono stati assai tiepidi); anche la cena di gala è stata molto apprezzata - Mattarella l'ha gradita ed ha promesso di tornare a cenare al San Carlo - al punto che una seconda cena viene allestita questa volta per i poveri, rivelando anche il volto 'solidale' del teatro napoletano.
La storia finisce con il classico 'e vissero tutti abbastanza felici e contenti', compreso Mehta.
domenica 20 dicembre 2015
Zubin Mehta s'è salvato dalle 'Idi' del Maggio.
Zubin Mehta, volevano farlo fuori senza un briciolo di galateo, e di rispetto per il suo passato ( forse solo per quello, se il suo presente, a detta di molti, non è molto lusinghiero per lui, la critica lo bistratta, come ha fatto per la sua recente 'Carmen' a Napoli) Nardella il 'sindachetto' ( senza offesa per il grande sindaco, solo perchè l'appellativo 'alla De Luca' è divertente) e il sovrintendente dell'Opera di Firenze ( ex Maggio Fiorentino), Francesco Bianchi.
Ma il noto direttore ha sventato la congiura che mirava a colpirlo alle spalle per fargli fare la fine di Cesare, benché egli godesse di un salvavita fino a tutto il 2017, quando scade il suo contratto con l'Orchestra.
Sia chiaro, i vertici bene hanno fatto a cercare ed individuare il suo successore anzitempo - così si deve fare in maniera che il passaggio da uno all'altro, venga programmato e previsto in ogni particolare, senza scossoni per l'istituzione. E, infatti, da mesi si parlava della successione a Mehta, e sulla bocca di molti era corso il nome di Gatti, il quale ha atteso invano la nomina - come è accaduto anche per la Scala, dove l'ha spuntata Chailly, nonostante la sua lunga collaborazione con Pereira a Zurigo; alla fine il direttore milanese è volato ad Amsterdam per assumere l'incarico di direttore al Concertgebow ( chissà che non ripercorra in futuro lo stesso tragitto di Chailly: dopo Amsterdam, Lispia e poi, succedendo a Chailly, la Scala).
Mehta perciò sapeva che al 2017 sarebbe terminato il suo incarico, ma in questi giorni, quando secondo una ricostruzione fatta oggi dal 'Corriere', a firma Marco Gasperetti, di segno opposto a quella di ieri di Valerio Cappelli, avrebbe fatto l'offeso solo per ottenere una migliore uscita, con un titolo ( strombazzatto dall'ufficio stampa del teatro, come fosse una grande cosa, mentre non lo è affatto, e se viene adottato ora per la prima volta è solo perché è apparso una farsa a tutti quelli che hanno finora governato l'orchestra fiorentina), che suona : direttore 'onorario a vita', e che gli permetterebbe di dirigere ancora a Firenze e nello stesso tempo anche altrove, come ha sempre fatto, principalmente in Israele; e forse d'ora in vanti a Napoli, magari con un incarico ufficiale.
Insomma tutta quella manfrina Mehta l'avrebbe fatta per ottenere una più vantaggiosa - anche meritata - indennità di fine servizio, dopo trent'anni alla guida dell'orchestra fiorentina, che a lui deve molto. Nonostante la manfrina del direttore, il comportamento dei dirigenti fiorentini è, secondo noi, da censurare.
Sul fronte economico, risulta abbastanza inspiegabile l'uscita di Bianchi che ha voluto smentire, a pochi giorni di distanza, la relazione del commissario Pinelli, quello che gestisce il Fondo salvafondazioni liriche. Il quale non più tardi di una decina di giorni fa, parlando dell'Opera di Firenze, nella sua relazione semestrale ( relativa al primo semestre 2015), rilevava un deficit di 4,5 milioni di Euro nei primi sei mesi, e metteva in guardia il teatro fiorentino che, andando avanti così avrebbe chiuso il bilancio in netto passivo. Bianchi ha detto che prevede di chiudere il bilancio annuale in pareggio, e perciò nonostante le perplessità espresse dal Commissario sul possibile pareggio di bilancio dell'Opera di Firenze, Bianchi avrebbe dichiarato che quel passivo è stato colmato ed altro non ve ne sarà per il secondo semestre. Speriamo. Altrimenti, nel 2016, proprio l'Opera di Firenze che al Fondo governativo ha chiesto 34 milioni di Euro, per mettere una pietra sopra i suoi debiti pregressi di gestione e di patrimonio, dovrà portare i libri contabili in tribunale e dichiarare fallimento. Che avverrebbe proprio quando il governo dell'ex sindaco Renzi- ne approfitti, questo è l'ultimo treno per Firenze - ha dato il via libera ai fondi per il completamento dei lavori nel nuovo teatro.
Ma il noto direttore ha sventato la congiura che mirava a colpirlo alle spalle per fargli fare la fine di Cesare, benché egli godesse di un salvavita fino a tutto il 2017, quando scade il suo contratto con l'Orchestra.
Sia chiaro, i vertici bene hanno fatto a cercare ed individuare il suo successore anzitempo - così si deve fare in maniera che il passaggio da uno all'altro, venga programmato e previsto in ogni particolare, senza scossoni per l'istituzione. E, infatti, da mesi si parlava della successione a Mehta, e sulla bocca di molti era corso il nome di Gatti, il quale ha atteso invano la nomina - come è accaduto anche per la Scala, dove l'ha spuntata Chailly, nonostante la sua lunga collaborazione con Pereira a Zurigo; alla fine il direttore milanese è volato ad Amsterdam per assumere l'incarico di direttore al Concertgebow ( chissà che non ripercorra in futuro lo stesso tragitto di Chailly: dopo Amsterdam, Lispia e poi, succedendo a Chailly, la Scala).
Mehta perciò sapeva che al 2017 sarebbe terminato il suo incarico, ma in questi giorni, quando secondo una ricostruzione fatta oggi dal 'Corriere', a firma Marco Gasperetti, di segno opposto a quella di ieri di Valerio Cappelli, avrebbe fatto l'offeso solo per ottenere una migliore uscita, con un titolo ( strombazzatto dall'ufficio stampa del teatro, come fosse una grande cosa, mentre non lo è affatto, e se viene adottato ora per la prima volta è solo perché è apparso una farsa a tutti quelli che hanno finora governato l'orchestra fiorentina), che suona : direttore 'onorario a vita', e che gli permetterebbe di dirigere ancora a Firenze e nello stesso tempo anche altrove, come ha sempre fatto, principalmente in Israele; e forse d'ora in vanti a Napoli, magari con un incarico ufficiale.
Insomma tutta quella manfrina Mehta l'avrebbe fatta per ottenere una più vantaggiosa - anche meritata - indennità di fine servizio, dopo trent'anni alla guida dell'orchestra fiorentina, che a lui deve molto. Nonostante la manfrina del direttore, il comportamento dei dirigenti fiorentini è, secondo noi, da censurare.
Sul fronte economico, risulta abbastanza inspiegabile l'uscita di Bianchi che ha voluto smentire, a pochi giorni di distanza, la relazione del commissario Pinelli, quello che gestisce il Fondo salvafondazioni liriche. Il quale non più tardi di una decina di giorni fa, parlando dell'Opera di Firenze, nella sua relazione semestrale ( relativa al primo semestre 2015), rilevava un deficit di 4,5 milioni di Euro nei primi sei mesi, e metteva in guardia il teatro fiorentino che, andando avanti così avrebbe chiuso il bilancio in netto passivo. Bianchi ha detto che prevede di chiudere il bilancio annuale in pareggio, e perciò nonostante le perplessità espresse dal Commissario sul possibile pareggio di bilancio dell'Opera di Firenze, Bianchi avrebbe dichiarato che quel passivo è stato colmato ed altro non ve ne sarà per il secondo semestre. Speriamo. Altrimenti, nel 2016, proprio l'Opera di Firenze che al Fondo governativo ha chiesto 34 milioni di Euro, per mettere una pietra sopra i suoi debiti pregressi di gestione e di patrimonio, dovrà portare i libri contabili in tribunale e dichiarare fallimento. Che avverrebbe proprio quando il governo dell'ex sindaco Renzi- ne approfitti, questo è l'ultimo treno per Firenze - ha dato il via libera ai fondi per il completamento dei lavori nel nuovo teatro.
sabato 19 dicembre 2015
Opera di Firenze. Zubin Mehta # stai sereno
Nardella, come del resto il suo capo Renzi, il galateo l'ha appeso nell'educandato dei padri salesiani, oltre che al Conservatorio di Firenze dove il diploma in violino gli avrebbe dovuto consigliare un pizzico di rispetto verso una delle glorie della direzione d'orchestra che da trent'anni ha scelto di lavorare e vivere a Firenze: Zubin Mehta. Trent'anni sono una vita. Certamente. E, dopo trent'anni si può anche dare una svolta alla vita. Meglio se lo decide il diretto interessato e non altri per lui. E poi ricevere il 'benservito' in maniera così incivile da un 'sindachetto' - come direbbe il governatore De Luca - è troppo.
Il 'sindachetto' fiorentino ha accompagnato Mehta a Napoli per l'Inaugurazione del Teatro San Carlo, alla presenza di Mattarella. Come fa un sindaco normale che, esportando un prodotto comunale all'estero - da Firenze a Napoli- lo scorta. E, infatti, quando De Magistris ha fatto balenare l'idea che sarebbe stato felice di avere a Napoli Zubin Mehta con un incarico syabile, Nardella sembra gli abbia detto: " tu sei scemo, Mehta è di Firenze, il suo incarico finirà nel 2017, poi si vedrà". Insomma in trasferta il sindachetto è sembrato volersi tenere stretto Mehta a Firenze, difendendolo dall'assalto di De Magistris; una volta tornato a Firenze, ha usato con Mehta lo stesso trucco che Renzi usò con Letta.
Non sono trascorsi neppure otto giorni e il sindachetto lo licenzia, contro la volontà dell'interessato, e d'accordo con il sovrintendente dell'Opera di Firenze, Francesco Bianchi, anch'egli della corte renziana, il quale ha dichiarato - da quanto è dato leggere oggi sul 'Corriere della Sera', a firma Valerio Cappelli - che si è chiusa un'epoca ed ora c'è bisogno di sangue giovane, non ricordiamo se abbia deto testualmente ha detto 'carne giovane, con una espressione più tipica dello 'slang' renziano. Al suo posto è stato già nominato Fabio Luisi che comunque arriverà stabilmente a Firenze, dopo che avrà concluso il suo contratto con il Metropolitan, nel 2017. Dunque dal 2018 - solo i tempi delle scelte sono giusti, in questo fattaccio fiorentino - Firenze perde definitivamente Mehta, se non lo perderà quasi subito il direttore che ha ragione a sentirsi offeso e trattato nel peggiore dei modi.
Nulla contro Fabio Luisi, mentre molto ci sarebbe da dire sia di Bianchi che di Nardella, soprattutto per il loro comportamento inqualificabile.
Perchè non si può costringere un direttore come Mehta a dichiarare: io non voglio andare via da Firenze, perché devo? Nardella, il sindachetto, avrebbe fatto notare che ancora nel 2017 Zubin Mehta ha in contratto la direzione di un'opera ( forse l'inaugurazione del Maggio) aggiungendo che Mehta può dirigere quando vuole a Firenze e che potrebbe formularsi per lui un incarico come 'direttore principale emerito a vita', della stessa fatta di quello inventato a Roma per Muti: 'direttore onorario a vita'- l'uno e l'altro che che hanno il sapore della beffa, ma forse anche dell' insulto.
Se a loro discolpa Bianchi - che è a capo di uno dei teatri economicamente più disastrati d'Italia, assieme a quello di Bologna - e Nardella - al quale si rimprovera l'ipocrisia di quella manfrina napoletana- hanno qualcosa da dire lo dicano per non essere giudicati in base al loro gesto inqualificabile ed incivile. Ci dicano se Mehta costava troppo per un teatro disastrato; se non andava più d'accordo con l'Orchestra; se non partecipava alle scelte artistiche del teatro; e stava poco tempo a Firenze, in rapporto ai suoi compensi. Questi ragioni vorremmo sentire, e non quelle anagrafiche; pur convenendo che trent'anni, o giù di lì, in uno stesso incarico sono tanti anche per un direttore. Perchè allora non lo sono per un sovrintendente, o per un politico?
Si può infine impedire a Mehta di essere presente con il sindachetto ed il sovrintendente nel momento in cui viene data comunicazione ufficiale all'orchetsra?
Si precisa che Luisi sarà da gennaio già al lavoro a Firenze perchè assumerà l'incarico di 'direttore musicale' e di direttore artistico consigliere del sovrintendete.
E Napoli spera nell'arrivo di Mahta.
Il 'sindachetto' fiorentino ha accompagnato Mehta a Napoli per l'Inaugurazione del Teatro San Carlo, alla presenza di Mattarella. Come fa un sindaco normale che, esportando un prodotto comunale all'estero - da Firenze a Napoli- lo scorta. E, infatti, quando De Magistris ha fatto balenare l'idea che sarebbe stato felice di avere a Napoli Zubin Mehta con un incarico syabile, Nardella sembra gli abbia detto: " tu sei scemo, Mehta è di Firenze, il suo incarico finirà nel 2017, poi si vedrà". Insomma in trasferta il sindachetto è sembrato volersi tenere stretto Mehta a Firenze, difendendolo dall'assalto di De Magistris; una volta tornato a Firenze, ha usato con Mehta lo stesso trucco che Renzi usò con Letta.
Non sono trascorsi neppure otto giorni e il sindachetto lo licenzia, contro la volontà dell'interessato, e d'accordo con il sovrintendente dell'Opera di Firenze, Francesco Bianchi, anch'egli della corte renziana, il quale ha dichiarato - da quanto è dato leggere oggi sul 'Corriere della Sera', a firma Valerio Cappelli - che si è chiusa un'epoca ed ora c'è bisogno di sangue giovane, non ricordiamo se abbia deto testualmente ha detto 'carne giovane, con una espressione più tipica dello 'slang' renziano. Al suo posto è stato già nominato Fabio Luisi che comunque arriverà stabilmente a Firenze, dopo che avrà concluso il suo contratto con il Metropolitan, nel 2017. Dunque dal 2018 - solo i tempi delle scelte sono giusti, in questo fattaccio fiorentino - Firenze perde definitivamente Mehta, se non lo perderà quasi subito il direttore che ha ragione a sentirsi offeso e trattato nel peggiore dei modi.
Nulla contro Fabio Luisi, mentre molto ci sarebbe da dire sia di Bianchi che di Nardella, soprattutto per il loro comportamento inqualificabile.
Perchè non si può costringere un direttore come Mehta a dichiarare: io non voglio andare via da Firenze, perché devo? Nardella, il sindachetto, avrebbe fatto notare che ancora nel 2017 Zubin Mehta ha in contratto la direzione di un'opera ( forse l'inaugurazione del Maggio) aggiungendo che Mehta può dirigere quando vuole a Firenze e che potrebbe formularsi per lui un incarico come 'direttore principale emerito a vita', della stessa fatta di quello inventato a Roma per Muti: 'direttore onorario a vita'- l'uno e l'altro che che hanno il sapore della beffa, ma forse anche dell' insulto.
Se a loro discolpa Bianchi - che è a capo di uno dei teatri economicamente più disastrati d'Italia, assieme a quello di Bologna - e Nardella - al quale si rimprovera l'ipocrisia di quella manfrina napoletana- hanno qualcosa da dire lo dicano per non essere giudicati in base al loro gesto inqualificabile ed incivile. Ci dicano se Mehta costava troppo per un teatro disastrato; se non andava più d'accordo con l'Orchestra; se non partecipava alle scelte artistiche del teatro; e stava poco tempo a Firenze, in rapporto ai suoi compensi. Questi ragioni vorremmo sentire, e non quelle anagrafiche; pur convenendo che trent'anni, o giù di lì, in uno stesso incarico sono tanti anche per un direttore. Perchè allora non lo sono per un sovrintendente, o per un politico?
Si può infine impedire a Mehta di essere presente con il sindachetto ed il sovrintendente nel momento in cui viene data comunicazione ufficiale all'orchetsra?
Si precisa che Luisi sarà da gennaio già al lavoro a Firenze perchè assumerà l'incarico di 'direttore musicale' e di direttore artistico consigliere del sovrintendete.
E Napoli spera nell'arrivo di Mahta.
lunedì 14 dicembre 2015
Il buco dell'Opera di Firenze è una voragine
Quando abbiamo letto la relazione del Commissario che amministra e gestisce il fondo per il salvataggio (dai fallimenti) del comparto delle Fondazioni lirico-sinfoniche, ci sono venuti i brividi vedendo che la cifra, in assoluto la più alta, di cui ha bisogno una delle 14 Fondazioni per salvarsi, è quella dell' Opera di Firenze: 34 milioni di Euro. Che devono servire, essendo concessi dallo Stato alle Fondazioni in difficoltà, a coprire il deficit accumulato negli anni, non a pagare nello stesso tempo la cattiva amministrazione che, secondo il Commissario, è da ravvisare in alcuni comportamenti non ancora del tutto in linea con quanto previsto dalla legge, almeno per il periodo del primo semestre 2015, oggetto della sua relazione.
Le fondazione che usufruiscono di tali somme per sanare i debiti pregressi relativi al bilancio ed al patrimonio, se non si mettono in regola entro il 2016, e cioè se non fanno corrispondere attivo e passivo, entrate ed uscite, devono essere dichiarate fallite, chiudere ecc.. con tutte le conseguenze legali di simili situazioni.
Ora l'Opera di Firenze è quella che sembra correre maggiori rischi per il presente ed il futuro.
Adesso a Firenze c'è il commissario, un commissario di fiducia del premier e del suo socio Nardella, e sarebbe davvero il colmo se proprio il teatro toscano - quello nel quale il premier Renzi, s'è allenato a non addormentarsi durante le recite d'opera dei drammoni wagneriani, ai quali l'ha sottoposto Zubin Mehta, negli anni passati,come ha dichiarato pensando di essere spiritoso - risultasse fra i meno virtuosi e fosse costretto a chiudere. Ed a lasciare incompiuto il nuovo teatro, che ha bisogno ancora di una bella manciata di milioni ( 150, se non andiamo errati) per essere terminato, altrimenti si andrebbe ad aggiungere alle già numerose incompiute della storia, nel qual genere il nostro paese vanta un primato mondiale.
E' chiaro che ora il sovrintendente, già commissario di fiducia di Renzi, Bianchi, correrà ai ripari, facendo tesoro anche dei consigli elargiti gratuitamente - non come quella montagna di soldi per ripianare le voragini del debito che comporta il pagamento di interessi seppure agevolati - dal Commissario del Governo attraverso la sua relazione semestrale, pena il fallimento, come abbiamo detto.
Ma come si è giunti a questa situazione? Chi li ha fatti tutti quei debiti? Si può dare la colpa a quella poveretta della Colombo, l'ing. Francesca Colombo, che ha governato il teatro per poco più di un anno, prima di Bianchi, e che appena arrivata fu costretta a dichiarare che non aveva i soldi per pagare gli stipendi, pregando quindi i dipendenti di pazientare per un pò? Certo che no. La colpa è degli amministratori del teatro che si sono succeduti alla gestione commissariale di Nastasi, che a avrebbe messo le cose a posto -altrimenti che commissario del ciufolo è stato? - e che hanno preceduto quella della Colombo, e cioè Francesco Giambrone e Paolo Arcà, sovrintendente il primo, direttore artistico il secondo.
Giambrone, prima e più di Arcà, ha la responsabilità di quel buco madornale, fuori di dubbio. E che ne è stato dopo? Giambrone s'è sfilato appena intravista la possibilità di esser cacciato; Arcà s'è fermato per un po ancora e poi, quando la Colombo stava per abbandonare, in tempo anche lui, è andato a svernare altrove, dicendo che 'aveva altri progetti più interessanti cui dedicarsi'. E poi ?Poi, semplicemente, il sindaco di Palermo, al cui servizio Giambrone ha sempre lavorato, l'ha nominato sovrintendente del Teatro Massimo della capitale dell'isola?
Ora se un amministratore dopo aver male amministrato viene anche premiato ( il caso in Italia è abbastanza frequente, come insegna anche quello recente di Banca Marche, con Bianconi) cosa ci si può attendere in tutta risposta? Che vada a fare buchi o voragini altrove.
Le fondazione che usufruiscono di tali somme per sanare i debiti pregressi relativi al bilancio ed al patrimonio, se non si mettono in regola entro il 2016, e cioè se non fanno corrispondere attivo e passivo, entrate ed uscite, devono essere dichiarate fallite, chiudere ecc.. con tutte le conseguenze legali di simili situazioni.
Ora l'Opera di Firenze è quella che sembra correre maggiori rischi per il presente ed il futuro.
Adesso a Firenze c'è il commissario, un commissario di fiducia del premier e del suo socio Nardella, e sarebbe davvero il colmo se proprio il teatro toscano - quello nel quale il premier Renzi, s'è allenato a non addormentarsi durante le recite d'opera dei drammoni wagneriani, ai quali l'ha sottoposto Zubin Mehta, negli anni passati,come ha dichiarato pensando di essere spiritoso - risultasse fra i meno virtuosi e fosse costretto a chiudere. Ed a lasciare incompiuto il nuovo teatro, che ha bisogno ancora di una bella manciata di milioni ( 150, se non andiamo errati) per essere terminato, altrimenti si andrebbe ad aggiungere alle già numerose incompiute della storia, nel qual genere il nostro paese vanta un primato mondiale.
E' chiaro che ora il sovrintendente, già commissario di fiducia di Renzi, Bianchi, correrà ai ripari, facendo tesoro anche dei consigli elargiti gratuitamente - non come quella montagna di soldi per ripianare le voragini del debito che comporta il pagamento di interessi seppure agevolati - dal Commissario del Governo attraverso la sua relazione semestrale, pena il fallimento, come abbiamo detto.
Ma come si è giunti a questa situazione? Chi li ha fatti tutti quei debiti? Si può dare la colpa a quella poveretta della Colombo, l'ing. Francesca Colombo, che ha governato il teatro per poco più di un anno, prima di Bianchi, e che appena arrivata fu costretta a dichiarare che non aveva i soldi per pagare gli stipendi, pregando quindi i dipendenti di pazientare per un pò? Certo che no. La colpa è degli amministratori del teatro che si sono succeduti alla gestione commissariale di Nastasi, che a avrebbe messo le cose a posto -altrimenti che commissario del ciufolo è stato? - e che hanno preceduto quella della Colombo, e cioè Francesco Giambrone e Paolo Arcà, sovrintendente il primo, direttore artistico il secondo.
Giambrone, prima e più di Arcà, ha la responsabilità di quel buco madornale, fuori di dubbio. E che ne è stato dopo? Giambrone s'è sfilato appena intravista la possibilità di esser cacciato; Arcà s'è fermato per un po ancora e poi, quando la Colombo stava per abbandonare, in tempo anche lui, è andato a svernare altrove, dicendo che 'aveva altri progetti più interessanti cui dedicarsi'. E poi ?Poi, semplicemente, il sindaco di Palermo, al cui servizio Giambrone ha sempre lavorato, l'ha nominato sovrintendente del Teatro Massimo della capitale dell'isola?
Ora se un amministratore dopo aver male amministrato viene anche premiato ( il caso in Italia è abbastanza frequente, come insegna anche quello recente di Banca Marche, con Bianconi) cosa ci si può attendere in tutta risposta? Che vada a fare buchi o voragini altrove.
domenica 20 settembre 2015
Qualche aggiunta all'inchiesta dell'Espresso sui RENZOMANDATI. Bianchi 2 ,Barracciu, Orchestra della Toscana
Già son tanti, ma non sono tutti i 'Renzomandati' elencati dall'Espresso. Il nome di una 'Renzomandata' sfuggita al settimanale, è balzato fuori proprio oggi, mentre pensavamo a lei, non avendola vista inserita nell'elenco.
Si tratta della bella sottosegretaria sarda alla Cultura, Barracciu, che Renzi ha portato a Roma per toglierla dalle grinfie del suo stesso partito sardo, e attutire il clamore inchieste della magistratura per alcune sue spese con soldi pubblici che, da quel che si è letto sui giornali, sono apparse troppo eccessive. Di lei, da quando è a Roma, non si è mai sentito parlare, e per questo ci eravamo preoccupati, lavorando ella in un ministero che ci è particolarmente caro.
Detto fatto, anche Lei in capo ad un tweet s'è fatta viva e con un secondo s'è rimangiata quello che aveva scritto nel primo. Aveva detto che l'assemblea al Colosseo era un 'reato'. E subito dopo, quando le hanno detto che i reati sono altri - ad esempio, spese non motivate e comunque eccessive che fanno ipotizzare un furto - precisare che lei aveva usato una iperbole e che la comunicazione per tweet la mette in difficoltà, essendo lei abituata a spiegare per filo e per segno il suo pensiero e non con quattro parole. Chissà cos'altro avrebbe potuto aggiungere alla prima panzana se le fosse stato concesso uno spazio maggiore.
Comunque, per usare una iperbole anche noi, siamo felici di sapere che anche Lei al ministero di Franceschini, per volontà di Renzi, C'E', anche se non riusciamo a capire cosa faccia.
Fra i Renzomandati c'è anche da scrivere il nome dell'altro Bianchi, oltre quello del legale di Renzi messo a capo dell'ENEL, e si tratta del sovrintendente dell'Opera di Firenze.
E, infine, anche tutta Firenze è 'Renzomanata'; lo è anche l'Orchestra della Toscana, formazione orchestrale ridotta rispetto, ad esempio, alla Orchestra Verdi di Milano, ridotta nel numero, nella produttività e nella qualità rispetto all'orchestra milanese, ma ai vertici del finanziamento del FUS, per decisione di Nastasi, amico fraterno di Renzi, dai tempi della sua permanenza a Firenze. Ci avevano detto che Nastasi era amico di Nardella che lo aveva presentato e raccomandato a Renzi; dobbiamo correggerci. Fu Rutelli, altro campione passato dal Collegio romano come ministro, a presentare Nastasi a Renzi.
Ma l'elenco non finisce qui.
Si tratta della bella sottosegretaria sarda alla Cultura, Barracciu, che Renzi ha portato a Roma per toglierla dalle grinfie del suo stesso partito sardo, e attutire il clamore inchieste della magistratura per alcune sue spese con soldi pubblici che, da quel che si è letto sui giornali, sono apparse troppo eccessive. Di lei, da quando è a Roma, non si è mai sentito parlare, e per questo ci eravamo preoccupati, lavorando ella in un ministero che ci è particolarmente caro.
Detto fatto, anche Lei in capo ad un tweet s'è fatta viva e con un secondo s'è rimangiata quello che aveva scritto nel primo. Aveva detto che l'assemblea al Colosseo era un 'reato'. E subito dopo, quando le hanno detto che i reati sono altri - ad esempio, spese non motivate e comunque eccessive che fanno ipotizzare un furto - precisare che lei aveva usato una iperbole e che la comunicazione per tweet la mette in difficoltà, essendo lei abituata a spiegare per filo e per segno il suo pensiero e non con quattro parole. Chissà cos'altro avrebbe potuto aggiungere alla prima panzana se le fosse stato concesso uno spazio maggiore.
Comunque, per usare una iperbole anche noi, siamo felici di sapere che anche Lei al ministero di Franceschini, per volontà di Renzi, C'E', anche se non riusciamo a capire cosa faccia.
Fra i Renzomandati c'è anche da scrivere il nome dell'altro Bianchi, oltre quello del legale di Renzi messo a capo dell'ENEL, e si tratta del sovrintendente dell'Opera di Firenze.
E, infine, anche tutta Firenze è 'Renzomanata'; lo è anche l'Orchestra della Toscana, formazione orchestrale ridotta rispetto, ad esempio, alla Orchestra Verdi di Milano, ridotta nel numero, nella produttività e nella qualità rispetto all'orchestra milanese, ma ai vertici del finanziamento del FUS, per decisione di Nastasi, amico fraterno di Renzi, dai tempi della sua permanenza a Firenze. Ci avevano detto che Nastasi era amico di Nardella che lo aveva presentato e raccomandato a Renzi; dobbiamo correggerci. Fu Rutelli, altro campione passato dal Collegio romano come ministro, a presentare Nastasi a Renzi.
Ma l'elenco non finisce qui.
Etichette:
barracciu,
Bianchi,
enel,
FUS,
l'espresso settimanale,
narella,
nastasi,
opera di firenze,
orchestra della Toscana,
orchestra verdi di milano,
Renzi,
renzomandati,
rutelli
martedì 12 maggio 2015
La commedia infinita del teatro d'opera in Italia. Professionisti e dilettanti.Protagonisti e comparse
Per effetto della legge
'Valore cultura' i vertici delle nostre fondazioni liriche alla fine
del 2014 sono decaduti, e subito dopo tutti ricomposti, in gran parte
all'insegna del dilettantismo, con molti debutti, ed altrettante
riconferme. Tutto come prima, come sempre.E qualche volta anche peggio.
“ Si è generata una
nebulosa per cui fare cose lontane da quelle che si sanno veramente
fare è sexy ed attraente. E i risultati, purtroppo, si vedono”-
ha scritto Roberto Cotroneo sul settimanale del 'Corriere'. E ciò,
in Italia vale dappertutto; ad eccezione di quei pochissimi settori
nei quali se sei una schiappa si vede subito e ti buttano fuori, come
nel campo della ricerca, bistrattata in Italia, anche perchè i
fondi per gli studi in quel caso non te li dà nessuno.
Nelle fondazioni liriche,
un settore nel quale il nostro paese dovrebbe eccellere, i vertici
sono stati alla fine dello scorso anno, rinnovati in gran parte, ed
alcuni riconfermati, gli elementi per una svolta decisiva non si
vedono. La legge che imponeva il rinnovo dei consigli di gestione,
che un tempo si chiamavano CdA ( Consigli di Amministrazione) ed
oggi Consigli di Indirizzo (CdI), ha ridotto il numero dei loro
componenti, e li ha privati di alcune loro mansioni importanti;
nello stesso tempo maggiore autonomia ha riconosciuto al
sovrintendente, una sorta di amministratore delegato; senza però
stabilire se ai cattivi amministratori si debba richiedere conto
dei buchi di bilancio, come necessario e salutare.
Ha stabilito, invece, che
le Fondazioni liriche che navigano in cattive acque, possono chiedere
il 'salvagente' del fondo speciale, a patto che osservino alcune
disposizioni, alla stregua di ciò che l'Europa e il FMI pretendono
dalla Grecia, per scongiurarne il fallimento.
Ma quella stessa legge
che impone alle fondazioni che la scelta dei suoi amministratori
debba spettare al Ministero risulta fra le più disattese, specie da
quelle fondazioni i cui amministratori locali sono in grado di fare
la voce grossa con 'mezzodisastro' Franceschini e 'grande&grosso'
Nastasi, e che in alcuni casi, hanno fatto bene ad alzare la voce nei
riguardi del Ministero che invece di amministrare il settore, passa
il suo tempo a mettere il potere in mani amiche, anche se incapaci.
Sta qui il punto. E del resto è questo un gioco che la politica
conosce bene. Ministri e sottosegretari girano come trottole da un
ministero all'altro, senza avere competetnza in nessuno, lasciando
perciò grande spazio di manovra ai superburocrati che fanno il buono
e cattivo tempo. A causa di ministri incompteneti, essi pure
dilettanti.
Nel braccio di ferro fra
Ministero ( leggi: Nastasi) e sindaci che vogliono farsi valere, in
alcuni casi vincono i sindaci ( come per il Teatro Petruzzelli a
Bari, dove il sindaco, Decaro, ha imposto Biscardi, che il Ministero
non voleva; ed a Verona dove Girondini, imposto da Tosi, è stato
confermato dal Ministero); in altri la spunta il Ministero,
fottendosene delle tensioni che possono sorgere far sovrintendente e
sindaco ( presidente del teatro) al quale il sovrintendente è
inviso, come nel caso di Napoli, dove il Ministero starebbe per
riconfermare la Purchia, sostenuta da 'grande&grosso', Nastasi.
In ogni caso, a dispetto dei disastrati conti delle fondazioni, a
Verona come a Napoli, ed anche a Bari che comunque è un caso a
parte, perchè la più giovane fondazioni lirica d'Italia.
Per questo, coloro i
quali nutrono tanti sospetti nei riguardi di Nastasi, potentissimo e
protettissimo, a causa dell'incompetenza dei vari ministri, e in forza
dei suoi padrini eccellenti, vedi Gianni Letta, hanno tutte le
ragioni possibili dalla loro parte. Ci si può fidare di un direttore
generale, commissario di un teatro, nel quale crea un Museo per
mettervi come coordinatrice sua moglie, come nel caso del MeMus del
Teatro san Carlo, dove fino all'altro ieri figurava in pianta
stabile, come coordinatrice, Giulia Minoli, sua moglie? E non è che
un esempio della tracotanza del potere.
Un altro capitolo che
meriterebbe maggiore attenzione da parte del ministero è quello dei
compensi sia ai vertici delle Fondazioni che agli artisti
scritturati, dove vige la più totale anarchia. Alla Scala, ad
esempio, Lissner aveva un compenso da manager di azienda privata,
intorno al 1.000.000 di Euro, tutto compreso, mentre ora a Pereira è
stato riconosciuto un compenso nella norma, e cioè di 240.000 Euro;
e Santa Cecilia l'unica 'sinfonica' fra le fondazioni, riconosceva a
Bruno Cagli un compenso di oltre 300.000 Euro, nonostante che avesse
egli una affollata direzione artistica, con dirigenti e consulenti.
E comunque il presidente/sovrintendente dell'Accademia prenderebbe lo
stesso stipendio del direttore generale della Rai, che ha ben altre
responsabilità.
Recentemente una rivista
ha fatto i conti, su dati forniti dallo stesso Ministero, in tasca
ad ogni fondazione, rilevandovi anomalie e disparità che il
Ministero ben conosce ma che si guarda dall'eliminare. E così il
sovrintendente dell'Arena guadagna 240.000 Euro; Vergnano del Regio
di Torino, quasi 190.000 di Euro; Giambrone, a Palermo, 170.000;
Chiarot a Venezia 165.000, mentre il suo direttore artistico,
Ortombina, 167.000; Ernani a Bologna ne prendeva fino a febbraio,
quad'era in carica, soltanto 120.000, e non sappiamo ancora quanti ne
daranno a Nicola Sani, suo successore.
A queste ed altre
anomalie, un'altra se ne è aggiunta negli ultimi anni. I ritardati
pagamenti agli artisti, specie se giovani. Ritardi di mesi quando non
addirittura di anni (Cagliari - si dice - è in cima alla lista
delle fondazioni che non pagano), con richieste di riduzione di
cachet, nonostante il ritardo; e ritardi negli stipendi dei
dipendenti delle Fondazioni. Insomma un settore in grave crisi - una
decina di fondazioni su quattordici sono con l'acqua alla gola e
obbligate a ricorrere al fondo speciale di salvaguardia - mentre il
Ministero continua a gestire le poltrone, sulle quali ha la faccia
tosta di rimettervi amministratori, mesi prima commissariati.
Anche il Governo sembra
disinteressato al settore, salvo che per il completamento del teatro
della città del premier, tant'è che non ha ancora dato la sveglia a
Franceschini e non si è ancora posto il problema
dell'allontanamento di Nastasi dalla sua poltronissima, nonostante le
numerose critiche che gli sono piovute e gli piovono ogni giorno
addosso, anche dal suo stesso partito ( Orfini lo ha fatto in più di
una occasione pubblica); mentre lui, Nastasi, ora vanta anche
l'amicizia di Nardella.
Ed ora un rapido giro fra
tutte le fondazioni, cominciando da Torino.
Al Regio
di Torino regna incontrastato, da troppi
anni, Walter Vergnano, cresciuto
alla scuola del barone Francesco Agnello, nel CIDIM. Il dissidio che
lo opponeva al suo direttore musicale, Noseda, sembra essere
ufficialmente ricomposto, con l'arrivo di Gaston Fournier, costretto
a sloggiare dalla Scala di Pereira, come direttore artistico. Torino
si conferma come una delle fondazioni con i conti in ordine - così
si dice, salvo poi a chiedere soccorso al Comune per la
ricostituzione del patrimonio – e con la trinità di vertice in
ordine: sovrintendente, direttore artistico, direttore
musicale: 'unicuique suum', che tradotto vuol dire a ciascuno il suo
mestiere. Ed ha anche annunciato la prossima stagione, come usa fare
da qualche anno.
All'Arena
di Verona il
sindaco Tosi, che ha la maggioranza nel neo Consiglio di Indirizzo
della Fondazione, è riuscito a far digerire al ministero la
riconferma del sovrintendente Girondini,
raro
esempio di geometra sovrintendente, contro il quale s'era addirittura
pronunciata una accolta di musicologi e musicisti, e nonostante che
la platea più grande d'Europa presenti una voragine nei conti
altrettanto grande. Al suo posto di direttore artistico resta Paolo
Gavazzeni, della ben nota famiglia ( alla quale appartiene anche il
critico musicale del 'Giornale', che ha rapporti di consulenza con il
Teatro Comunale di Bologna, come fosse la cosa più normale del
mondo). A Verona, Nastasi non ha potuto o voluto far nulla, forse
perchè Girondini, per lungo tempo a capo dell'associazione che
riunisce le fondazioni liriche italiane, s'era guadagnato, a dispetto
di tutti, il lasciapassare per la riconferma, proprio dal Ministero.
Tosi aveva fatto un bando per la ricerca del nuovo sovrintendente. Si
sono presentati una quarantina di candidati, fra i quali non c'era
Girondini. Fatto sta che, fottendosene sia del bando che delle
candidature farsa, alla fine è rimasto Girondini.
Al
Teatro Giuseppe Verdi di Trieste, c'è
stata una svolta nella gestione, con l'arrivo di Francesco
Pace, il
quale, pur fuori dal giro, ha sbaragliato la lunga lista di
concorrenti, compreso il sovrintendente uscente, Orazi, al quale
sembrava essere stato promesso( da chi?) il Teatro San Carlo di
Napoli; dove Nastasi riuscirà ad imporre la Purchia commissariata,
nonostante il commissariamento e l'aperta opposizione di De
Magistris.
La
Fondazione triestina sembra oltre i confini italiani, di essa poco
si sa ed ancor meno si scrive sui giornali, è come situata in una
zona franca. L'arrivo di un manager, che sembra competente, forse
la farà svoltare e rientrare nel gioco delle fondazioni italiane e
magari farle aumentare la produzione e la qualità.
Al
Teatro La Fenice di Venezia le
cose sono rimaste come erano prima del grande (finto) cambiamento. Al
vertice Cristiano Chiarot; direttore
artistico Ortombina; è andato via solo il direttore principale,
Matheuz, il venezuelano, che con i vertici non andava più d'accordo,
dopo i primi mesi di idillio lavorativo, e le cui direzioni sono
state troppe volte aspramente criticate; ma anche il prezioso
coordinatore della direzione artistica, Piearangelo Conte, ha preso la
strada di Firenze. Fra breve, al posto di Matheuz, arriverà un
altro giovane, straniero, raccomandatissimo, e forse sarà quello
venuto via da Valencia. La fondazione veneziana ha da qualche anno i
conti in ordine, così dicono tutti oltre i vertici medesimi, ( a
fine aprile è stato presentato il bilancio del 2014, certificato da
società esterna, dal quale risulta anche un leggero attivo!) e un
indice di produttività fra i massimi, al punto da essere portata a
modello in Italia; ha una programmazione di diverse annualità, molto
varia, un pò stagione e un pò festival, ed una calendarizzazione
a metà strada fra quella di un teatro 'italiano'(teatro di regia) ed
uno 'tedesco' ( (teatro di repertorio) e sul podio esibisce
regolarmente anche grandi bacchette, come ad esempio Chung. Non c'è
che da augurarle che duri. Perchè ciò potrebbe, tra breve, farle
ottenere anche l'autonomia di gestione, da poco riconosciuta alla
Scala e a Santa Cecilia.
Il
Teatro alla Scala,
dopo l'uscita anzitempo di Lissner e di tutta la sua corte (
direzione artistica, ufficio stampa) si è messo nelle mani di
Alexander Pereira per
i prossimi cinque anni, dimenticando il passo falso con cui aveva
iniziato la sua collaborazione - gli spettacoli acquistati dal 'suo'
festival di Salisburgo - e rinunciando al periodo di prova
contemplato nel suo primo contratto. Ora gli è stato riconosciuto un
buon stipendio ( 240.000 Euro, con un netto risparmio su Lissner, un
quarto appena), sta gestendo il teatro nel periodo dell'Expo, ha già
presentato la prossima stagione, annunciando una quindicina di titoli
d'opera e cinque o sei di balletto, e sembra ormai accettato dal CdI
del teatro, dal sindaco (che non si ricandiderà ) ed anche dal
Ministero, da dove Nastasi aveva fatto capire che per quel posto di
sovrintendente, o magari di Commissario ( prima della definitiva
assunzione di Pereira) era lui ancora una volta interessato. Pensare
che come commissario, pur restando sempre direttore generale del
Ministero, s'era già fatto, senza grandi risultati, il giro di molti
teatri italiani, da Firenze a Napoli, a Bari; e anche in altri
avrebbe voluto mettere piede, come Milano, appunto, Roma, e Genova
(dove aveva mandato un suo fedelissimo, un vero disastro) lasciando
in tutti i casi, dopo il suo ritorno al Ministero, un equilibrio così
instabile che, dopo pochi mesi, dava luogo a nuovi buchi di bilancio.
Ora la Scala avrà nuovamente anche un direttore musicale, Riccardo
Chailly, che ha promesso, d'accordo con Pereira, di far tornare il
teatro milanese a risplendere soprattutto nella tradizione del
melodramma italiano che Lissner-Barenboim avevano deliberatamente
tentato in tutti i modi di oscurare, togliendogli la sua più
preziosa identità storico musicale.
Scendendo
verso ovest, la prima tappa è al Teatro
Carlo Felice di Genova,
dove da poco è approdato il nuovo sovrintendente nella persona di
Maurizio
Roi,
proveniente dalla Toscanini di Parma. Il teatro ha vissuto e forse
vive ancora momenti drammatici: senza vertici e senza soldi; e Roi ha
il compito di portare nel teatro più moderno d'Italia, un po' di
pace e serenità e di avviarlo a navigazione sicura.
Asnche
al Teatro Comunale di Bologna
c'è stato ultimamente un cambio al vertice; mandato a casa (perchè?
per limiti di età?) Francesco Ernani, ha preso il suo posto Nicola
Sani che di
Ermani era consulente per la direzione artistica, e che forse vorrà
tenere per sé il doppio incarico, avvalendosi della collaborazione
del direttore musicale, il giovane Mariotti, pesarese/rossiniano di
origine, formazione ed ascendenza, gratificato da frequenti successi.
Ernani aveva dichiarato di aver trovato un bilancio disastrato,
ereditato dalla gestione Tutino; non sappiamo se tale buco sia stato
nel frattempo risanato; certo è che in un teatro che non ha i conti
in ordine, metterci come sovrintendente un debuttante in tale ruolo,
qual è da considerarsi Nicola Sani, è un rischio serio, affatto
calcolato. La programmazione del teatro bolognese si segnala per la
novità delle proposte e per la calata in Italia di regie 'di
sorpresa' come è nello stile e d 'abitudine per Nicola Sani che
altrettanto aveva fatto anche a Roma, dove pure vi era stato
chiamato da Ernani.
L'Opera di Firenze che
sembrava navigare in acque tranquille dopo l'arrivo di Francesco
Bianchi, banchiere,
alla sovrintendenza, ha scioperato nella serata inaugurale del
Maggio. E' stato fra i primi dei nostri teatri a rinnovare il
Consiglio di Indirizzo e ad indicare Bianchi sovrintendente, subito
nominato da Nastasi, amico di Nardella, in ossequio al volere del
premier. Come coordinatore artistico è arrivato dalla Fenice
Pierangelo Conte, che il suo apprendistato l'ha fatto per molti anni
in laguna e che ora ha la possibilità di gestire in prima persona la
programmazione di un grande storico teatro. A Firenze c'è anche la
figura del direttore generale:Alberto Triola, che a Bologna era
l'ombra di Tutino, e che ha lavorato alla Scala e dirige il Festival
di Martina Franca, e che perciò mette il naso anche nella
programmazione artistica ( sua l'idea dell'opera nuova di Tutino a
Firenze).
Ma
la calma in teatro è solo apparente. Per l'ennesima volta il
pagamento degli stipendi è stato ritardato e ritardi ci sono pure
nel pagamento degli artisti ospiti, Mehta, direttore a vita
dell'orchestra, sembra da tempo in procinto di lasciare, e così,
nelle more, Firenze s'è lasciata sfuggire Daniele Gatti, accolto
trionfalmente ad Amsterdam, al Concertgebow; Maggiodanza, il corpo di
ballo del teatro, è stato sciolto e licenziato, e il nuovo teatro ha
bisogno di altre consistenti risorse economiche per essere
completato. Dove li troverà ora che l'occasione dell'anniversario
150° dell'Unità d'Italia è passato e la cricca è finita dietro le
sbarre? Ma forse Renzi li troverà in un modo o nell'altro, per darli
al teatro d'opera della sua città ed agli amici Nardella e Bianchi.
Al
Teatro Lirico di Cagliari
è andata in scena l'ennesima tragicommedia per la succesione a Mauro
Meli , tornato per la seconda volta in Sardegna, e per la seconda
volta fatto fuori dal rinnovato CdI. Meli era tornato a Cagliari dopo
l'uscita di scena della Crivellenti, nominata sovrintendente per
volontà e virtù di Gianni Letta e Salvo Nastasi. Per la
successione a Meli, richiamato per evitare che la nave affondasse, il
sindaco Zedda aveva bandito il solito concorso farsa, al quale s'era
naturalmente presentato anche Meli, inviso al sindaco,ma gradito e
sostenuto dalla Barracciu, ora sottosegretario ai beni Culturali, per
volontà di Renzi, il quale per proteggerla dal fuoco amico del suo
stesso PD, a seguito delle spese pazze di carburante delle quali non
aveva saputo dare convincenti giustificazioni, l'ha chiamata sul
continente.
A
Cagliari è
approdata Angela Spocci, anzi
riapprodata. Conosce l'amministrazione a causa di precedenti
importanti incarichi, ma deve ricostruire il teatro, formulare in
breve una programmazione, che ora manca, e fare ogni cosa perchè i
buchi di bilancio vengano coperti e mai più prodotti. Impresa non
facile. E poi avrà bisogno anche di un direttore artistico che
l'affianchi e, perchè no, anche di un direttore musicale, perchè
un'orchestra, che spesso è stata osannata da giornalisti
prezzolati, ma che è passata attraverso tempeste di ogni genere e
di lunga durata è chiaro che ha bisogno di essere rifondata. Avrà
la Spocci la forza ed anche i mezzi per permettersi un direttore
stabile dell'orchestra, a questo punto molto utile, anzi
indispensabile? Apprendiamo , mentre scriviamo, che i sindacati
chiedono le dimissioni della Spocci, per incapacità, calo vistoso di
pubblico e di abbonamenti. Ci risiamo.
E
Roma? Sempre meno ladrona di quanto i ladri della Lega di Bossi e
Salvini farebbero intendere. Mandati a casa gli incapaci di
professione che hanno avuto all'Opera per un triennio il loro
quartier generale, il Teatro
dell'Opera
sembra navigare in acque più tranquille pur ricorrendo alla legge
Bray, il
cui sovrintendente da poco è stato ufficialmente nominato,
Carlo Fuortes. Il
quale, nei mesi del casino generale,
aveva
persino carezzato l'insane progetto di 'esternalizzare' orchestra e
coro, facendo la figura dell'ignorante agli occhi dell'Europa
musicale. Non agli occhi dell' ignorante Marino e della sua
collaboratrice Marinelli che, anche per amor di partito, ne hanno
elogiato le doti di amministratore, nelle quali erano compresi anche
i modi spicci e i passi falsi. Il quale, per una ennesima decisione
di non scegliere, ha lasciato i suoi più stretti collaboartori al
loro posto ( da Alessio Vlad a Roberto Gabbiani) ha annunciato
l'arrivo come direttrice del corpo di ballo della debuttante nel
ruolo Eleonora Abbagnato, la bravisima ed avvenente ballerina, moglie
di un calciatore di una squadra cittadina e perciò accasata a Roma,
la cui nomina è un'ulteriore dimostrazione della incapacità ed
inadeguatezza di Fuortes e Marino a governare una istituzione come il
teatro dell'Opera. Anche Caracalla nelle loro mani finirà per
diventare un circo equestre o una 'disneyland' dello spettacolo, con
rovine originali. Il tempo lo dirà. Ed ora temiamo anche per
l'annunciata prossima nomina del direttore musicale, purtroppo
minacciata. Mentre Fuortes ha annunciato che il suo tetaro varà non
uno ma due direttori artistici, il secondo ( o primo?) è
Battistelli, relegato al ruolo di programmare il 'moderno' in teatro
e la la stagione sinfonica.
Dall'altra
parte del Tevere viaggia tranquilla l'Accademia
di Santa Cecilia, dove
da poco è cambiato il timoniere, che ora è Michele
dall'Ongaro,
gran manovratore, mentre tutto lo staff creato da Cagli e ben oleato
e foraggiato economicamente, resta lo stesso, come pure al suo posto
resta Antonio Pappano, vera gloria dell'Accademia, per i prossimi
cinque anni. Dall'Ongaro viene alla scuola di Cagli e perciò è
assai difficile, a dispetto delle dichiazioni di inizo mandato, come
quella di una maggiore attenzione agli artisti italiani, che qualcosa
possa cambiare. E del resto Dall'Ongaro agli italiani non ha mai
prestato attenzione, anche nel suo precedente incarico all'Orchestra
sinfonica nazionale della Rai di Torino; perchè dovrà fare a Roma
ciò che non ha mai fatto a Torino? Comunque a Santa Cecilia, finchè
c'è Pappano c'è speranza, andato via lui, i Cagli, un tempo, o i
Dall'Ongaro ora, poco o nulla possono fare.
Il
Teatro
San Carlo di Napoli
nella tempesta, con il braccio di ferro tra il sindaco De Magistris,
in minoranza nel CdI, e il ministero di Nastasi, per la nomina del
nuovo sovrintendente, che Nastasi vorrebbe ancora Purchia e De
Magistris assolutamente no, ha vinto proprio il Ministero.
Riconfermata, la Purchia, la signora ragioniera, richiamerà il
direttore artistico De Vivo, geometra (come assicurano i bene
informati napoletani)? Solo con la riconferma della Purchia il teatro
potrà godere di tanti benefici ministeriali, come, in passato,
quell'enorme dispendio di denaro pubblico che è stata la inutile
trasferta americana, a San Francisco, dei complessi del teatro,
interamente finanziata da Nastasi che voleva dar lustro al teatro di
cui era stato fino a poco prima commissario. Una vergogna. Per la
quale, solo per questa, dovrebbero indagarlo e metterlo fuori gioco.
Il posto lasciato vuoto dalla Purchia a Catania,
dove si era impegnata con il sindaco Bianco a trasferirsi, è stato
felicemente occupato da Roberto
Grossi,
presidente di Federculture, già direttore generale di Santa
cecilia, persona per bene e competente e con molte idee.
Il
Teatro
Petruzzelli di Bari,
la più giovane tra le Fondazioni liriche italiane, con qualche
vantaggio che tale gioventà presenta, sembra messo in sicurezza dal
sindaco Decaro, che ha voluto al vertice come presidente- unico caso
in Italia dove le Fondazioni sono presiedute dai sindaci - lo
scrittore-magistrato Carofiglio, che ha sostenuto la riconferma di
Massimo
Biscardi
alla sovrintendenza (ruolo nel quale anche lui è un vero debuttante,
avendo sempre svolto mansioni di direttore artistico), benchè
osteggiato - come riferiscono i bene informati - da Nastasi, sempre
lui. Basta! Ora il teatro barese ha bisogno di tutto: di una
programmazione vera, degna di una fondazione lirica almeno come
produttività; dopo l'uscita di scena di Daniele Rustioni, finito
al Teatro di Lione in Francia, di un direttore musicale senza il
quale una orchestra giovane rischia di restare sempre giovane e non
maturare mai, ed ha bisogno anche di idee oltre che di soldi che
comunque Decaro non gli farà mancare.
Infine
il Teatro
Massimo di Palermo dove
è tornato, come il postino del celebre film, per la seocnda volta,
Franceco Giambrone, attendente
del sindaco palermitano. Lui il Massimo l'aveva già governato una
volta, ne era uscito fra polemiche e anche debiti(?), era rimasto
per qualche tempo a spasso - insegnando in varie università come in
Italia è accaduto a vari amministratori che avrebbero dovuto essere
titolari di diritto delle cattedre di 'disastro economico' - per poi
approdare a Firenze da dove era dovuto andar via, sempre per i suoi
meriti di cattivo amministratore. A Palermo ha chiamato un
debuttante nella direzione artistica, Oscar Pizzo, che le ossa se le è
fatte con 'Contemporanea', all'Auditorium di Roma, fedelissimo di
Fuortes, ma assolutamente a digiuno di teatro d'opera e di vocalità;
per l'una e l'altra mancanza supplisce Giambrone, il quale s'è
voluto circondare di un altro siciliano per la direzione stabile
dell'orchestra: Gabriele Ferro che, in questa stagione, visto il suo
importante ruolo, dirige un titolo appena.
(SUONO, mensile. per gentile concessione)
Etichette:
Bianchi,
biscardi,
Chiarot,
dall'ongaro,
Fuortes,
giambrone,
girondini,
grossi,
meli,
pace,
pereira,
purchia,
roi,
sani,
spocci,
teatri d'opera,
vergnano
martedì 14 aprile 2015
Zubin Mehta lascerà l'Opera di Firenze dopo il 2017
Della successione al noto direttore indiano, fedelissimo alla sua orchestra fiorentina, al punto di scegliere di vivere in una bella dimora sulle colline, si parla da tempo, e negli ultimi mesi s'é perfino detto che stava lì lì per lasciare il suo posto a Daniele Gatti. Nelle more dell'indecisione, Gatti è stato nominato ad Amsterdam, al Concertgebouw, e perciò addio Firenze. Vuoi mettere Amsterdam con Firenze? Ora il sovrintendente Bianchi, a margine della presentazione dell'opera inaugurale del prossimo Maggio ( settantottesimo), ha annunciato che si sta pensando al successore di Mehta, che comunque resterà legato all'Opera di Firenze anche dopo il 2017, e che lo sarà per l'eternità, direttore a vita', che è poi la sorte dei direttori che lasciano, da karajan (Berliner) a Muti (Opera di Roma).
L'unica cosa che Bianchi deve fare e presto è pensare ad un nome di prestigio, per ridare, qualora lo abbia perso anche solo in parte o corra il pericolo di perderlo in futuro, smalto all'orchestra. E perciò bando ai giovanotti che in questi ultimi tempi, sull'esempio, da non imitare, della Scala gestione Lissner, hanno scorazzato in Italia, e scelta di una bacchetta sicura, anche non italiana, come nella tradizione fiorentina, dopo Muti.
Le orchestre italiane, tutte senza eccezione, hanno bisogno di direttori autorevoli e preparati, senza dei quali, in un batter d'occhio le orchestre si adagiano e finiscono agli ultimi posti della classifica di eccellenza. I grandi teatri, quelli che vantano storica tradizione, devono assicurarsi grandi direttori. Questa regola di buon senso non conosce eccezioni. Ogni volta che si è voluto disattenderla, la catastrofe si è puntualmente presentata. E i giovani, i giovani, per i quali quasi ogni giorno ci battiamo? I giovani, specie nella direzione d'orchestra - che è cosa molto diversa da uno strumento - devono fare il loro apprendistato non alla Scala o in altri prestigiose istituzioni; queste devono sempre rappresentare un traguardo ed un punto di arrivo, mai di partenza, anche in presenza di particolari doti. Mentre oggi accade che un qualunque giovane, dotato, basta che goda dell' appoggio di un direttore celebre, e debutta alla Scala, anche se non sa tenere ancora la bacchetta in mano. Non deve generare qualche sospetto, il fatto che queste improvvise fortune tocchino quasi sempre direttorini stranieri, mai un giovane italiano al quale si domanda di fare la gavetta fuori Italia o in Italia, prima di accedere ai grandi palcoscenici del suo e nostro paese?
Perciò Bianchi scelga sulla base della bravura, dell'esperienza ed anche del carisma ( un pò non guasta), il suo prossimo direttore stabile. E non chieda consigli a Nardella, o peggio a Renzi o addirittura a Nastasi - che negli ultimi tempi sì è distinto soprattutto per pasticci e casini e che nulla sa della materia - si fidi di chi della materia ne capisce e non ha nessun figlio di... da proporre .
L'unica cosa che Bianchi deve fare e presto è pensare ad un nome di prestigio, per ridare, qualora lo abbia perso anche solo in parte o corra il pericolo di perderlo in futuro, smalto all'orchestra. E perciò bando ai giovanotti che in questi ultimi tempi, sull'esempio, da non imitare, della Scala gestione Lissner, hanno scorazzato in Italia, e scelta di una bacchetta sicura, anche non italiana, come nella tradizione fiorentina, dopo Muti.
Le orchestre italiane, tutte senza eccezione, hanno bisogno di direttori autorevoli e preparati, senza dei quali, in un batter d'occhio le orchestre si adagiano e finiscono agli ultimi posti della classifica di eccellenza. I grandi teatri, quelli che vantano storica tradizione, devono assicurarsi grandi direttori. Questa regola di buon senso non conosce eccezioni. Ogni volta che si è voluto disattenderla, la catastrofe si è puntualmente presentata. E i giovani, i giovani, per i quali quasi ogni giorno ci battiamo? I giovani, specie nella direzione d'orchestra - che è cosa molto diversa da uno strumento - devono fare il loro apprendistato non alla Scala o in altri prestigiose istituzioni; queste devono sempre rappresentare un traguardo ed un punto di arrivo, mai di partenza, anche in presenza di particolari doti. Mentre oggi accade che un qualunque giovane, dotato, basta che goda dell' appoggio di un direttore celebre, e debutta alla Scala, anche se non sa tenere ancora la bacchetta in mano. Non deve generare qualche sospetto, il fatto che queste improvvise fortune tocchino quasi sempre direttorini stranieri, mai un giovane italiano al quale si domanda di fare la gavetta fuori Italia o in Italia, prima di accedere ai grandi palcoscenici del suo e nostro paese?
Perciò Bianchi scelga sulla base della bravura, dell'esperienza ed anche del carisma ( un pò non guasta), il suo prossimo direttore stabile. E non chieda consigli a Nardella, o peggio a Renzi o addirittura a Nastasi - che negli ultimi tempi sì è distinto soprattutto per pasticci e casini e che nulla sa della materia - si fidi di chi della materia ne capisce e non ha nessun figlio di... da proporre .
venerdì 20 febbraio 2015
Maggio fiorentino 2015. Se questo può essere il festival di un grande teatro
Leggendo
il programma del prossimo Maggio Fiorentino, 78° della storia, si
resta un pò perplessi dalle opere in cartellone. Certo si tratta di
un festival, ma è un festival ospitato in una grande città ed in
uno dei grandi teatri, nuovissimo - sempre che venga completato - e
con una capienza di tutto rispetto, il che rende tale festival, alle
origini con funzioni diverse da oggi,un festival sui generis.
L'eventuale paragone con Ravenna o Spoleto non può essere fatto.
Sono festival che sperimentano ma in luoghi e spazi piccoli ecc...
Si
programma il Fidelio,
poi un'opera di Britten, Il
giro di vite,
(che, se ricordiamo, era in cartellone l'anno scorso e poi venne
cancellata), Candide
di Bernstein e il Pelléas
di Debussy. Insomma nessuna opera di repertorio. Un festival con tale
fisionomia può andar bene a Martina Franca( dove lavora Triola,
direttore generale del Maggio), può funzionare a Jesi (da dove
veniva il consulente artistico che ora non figura più
nell'organigramma del Maggio, ma che certo ha lavorato a questo
programma; mentre oggi ricopre la carica di coordinatore artistico,
Pierangelo Conte) ma meno a Firenze.
Allora
vien da chiedersi se un festival così particolare non debba tener
presente, nella programmazione, esigenze che riguardano l'interesse
del pubblico; senza fissarsi prevalentemente sugli specialisti e sui
riscontri che opere non molto frequentate esercitano sui critici che,
come è noto, non riempiono i teatri e non pagano neppure il
biglietto.
Bianchi
deve pensare anche e soprattutto a riempire il teatro, non
dimenticando il suo obbligo a presentare spettacoli sempre di
altissima qualità.
Con
queste tecniche negli anni passati, e forse ancora oggi, si
imbarcavano carovane di critici per Palermo e Cagliari, accolti
sempre in pompa magna e ben ospitati, i quali tutti, indistintamente,
scrivevano bene e 'facevano aria' ai nomi degli amministratori,
proprio mentre chiudevano orecchie e occhi su quel che ascoltavano e
che si vedeva in palcoscenico.
Bianchi,
che chiude il corpo di ballo, non può consentire che la
programmazione del suo teatro sia troppo anomala rispetto agli
standard di un grande teatro pubblico, finanziato con i nostri soldi
e che, salvo le specifiche tradizioni storiche, deve anche pensare a
conservare e tener viva la grande tradizione del melodramma,
soprattutto italiana.
Le
collaborazioni poi con Valencia, dove il sovrintendente è in galera
per spese pazze ed altro, per via della compresenza di Mehta, e
quella con Jesi ( ma non c'era di meglio?); e, per un'altra opera,
anche con Tutino, un tempo padrone di Triola, sono cose che gettano
sospetti di congreghe e scambi di favori per riconoscenza,
che al pubblico che paga non interessano, e che sono ancora duri a
morire.
Su
tutto questo sarebbe opportuno che il sovrintendente Bianchi e, con
lui, il sindaco violinista Nardella, facessero qualche riflessione.
Per il resto, buon Maggio!
Iscriviti a:
Post (Atom)