Al terzo turno di ballottaggio, ma solo al terzo, il 20 c.m., è entrato a far parte degli Accademici di S. Cecilia, un paio di nomi insolito, ma dei soliti, di quelli che non mollano mai finchè non ottengono ciò per cui tanto si sono spesi nel tempo. Dell'intraprendenza, anzi dell'invadenza di alcuni di loro possiamo recare testimonianza personale, giacché li avemmo come saltuari collaboratori al tempo di Piano Time ( vale per Arcà, come valse per Dall'Ongaro) e di Applausi (nel caso di Cappelletto).
Nel caso di Massimo Quarta, anch'egli neo accademico, invece, trattasi comunque di una riparazione al lungo, ingiusto ostracismo che l'Accademia gli ha fin qui riservato, nonostante che già nel 1991 vinse il Premio Paganini, unico italiano dopo Accardo. Ora c'è da augurarsi che lo invitino regolarmente a suonare all'Accademia, come stanno facendo, giustamente, con Brunello, Dindo, De Maria, Biondi ecc.. tutti valenti accademici ceciliani e strumentisti di alto valore. prorpio come Massimo Quarta.
Il riconoscimento per Fiamma Nicolodi incorona una carriera di studiosa che certamente non ha nulla da spartire con quella di Cappelletto che di mestiere fa il 'bravo comunicatore'- come l'ha definito anche Nicola Sani che l'ha chiamato a collaborare all'Istituto di Studi Verdiani, nel disappunto generale del mondo degli studiosi. E che è, verosimilmente, la medesima ragione per cui Massimo Bray della Treccani gli ha affidato la cura dell'Appendice sulla Musica, mentre - come è giusto - per la seconda Appendice, dedicata alla Letteratura, apparsa contemporaneamente, ha chiesto la consulenza del prof. Ferroni, universitario e studioso della lingua e letteratura italiana. E non un comunicatore.
Pietro De Maria, anch'egli nuovo accademico, vede coronato il suo impegno di docente nei corsi dell'Accademia.
E la massoneria in tutti questi casi non c'entra. Vero?
Perchè insisto che sono stati nominati al Terzo turno di ballottaggio? Perchè per i candidati, dopo che non hanno raggiunto il quorum richiesto nei primi due, dove è più alto, al terzo, con il quorum abbassato, è più facile farsi eleggere con il sostegno decisivo delle cordate. Accadde così anche quando Dall'Ongaro divenne Accademico ( la storia non proprio specchiata l'abbiamo raccontata già, così come ci venne riferita da Irma Ravinale presente allo scrutinio del terzo turno di votazioni; ed anche quando Cagli fu rieletto a dicembre del 2003, solo al terzo turno, di nuovo sovrintendente, spuntandola su Perticaroli. Quando sottolineammo, nella nostra biografia di Pappano, tale particolare, Cagli se la prese e ci disse, senza mezzi termini: "te lo potevi risparmiare, era proprio necessario sottolinearlo?").
Spieghiamo come avvengono le candidature e le votazioni. Le votazioni per l'elezione dei nuovi accademici avvengono ogni qualvolta si rende libero un posto, causa decesso, di uno o più accademici, a distanza ravvicinata.
Quest'anno c'erano da rimpiazzarne più d'uno. Viene allora richiesto agli accademici di proporre dei nomi. Il consiglio Accademico esamina le candidature proposte e ammette quelle che ritiene idonee e secondo il numero di accademici da rimpiazzare. Su questa lista gli accademici vengono chiamati a votare, fino a tre turni, a distanza di più d'un mese l'uno dall'altro. Dopo i tre turni se è rimasto ancora un posto vuoto, ci si ritorna l'anno seguente.
Anche quest'anno al primo turno, quando il quorum era alto ( metà più uno degli accademici) nessuno dei candidati è risultato eletto, al secondo turno (11 gennaio) solo Noseda; solo al terzo ( 20 febbraio) i magnifici cinque, due dei quali (Cappelletto e Arcà) più magnifici degli altri. Al terzo turno erano restati in lizza sei candidati, cinque sono stati eletti, il sesto no. Chi sarà stato mai questo indegno ?
Questo posto verrà colmato, assieme forse ad altri, il prossimo anno.
Naturalmente i giochi si fanno con le candidature, dove le varie cordate si accordano per proporre e far eleggere i propri. Non è un mistero che il sovrintendente regnante cerchi in tutti i modi di assicurarsi la riconferma nell'incarico, spingendo per l'elezione di alcuni nomi. Lo fece Cagli con Dall'Ongaro - come accusò il card. Bartolucci e non solo lui, con durissime lettere aperte - ed anche con Annalisa Bini ; e lo starà facendo anche Dall'Ongaro con Arcà, De Maria, e soprattutto Cappelletto con il quale ha lunghissima consuetudine lavorativa a Radio 3, dove invece fece fuori altri che con lui non erano d'accordo su molte cose. Cappelletto è sempre rimasto al suo posto e con lui l'intesa è sempre stata totale, tanto che continua anche fuori da Radio 3.
Cappelletto, a scanso di equivoci, il suo mestiere di giornalista lo fa ed anche abbastanza bene. Ciò che non fa bene è, invece, quello di musicologo. Semplicemente perché musicologo non è e perché i suoi studi 'accelerati' con il m. Mann, di cui mena vanto nel curriculum, non possono averlo patentato come tale.
E, del resto, l'obbiezione non è solo nostra. Quando Nicola Sani, eletto alla presidenza dell'Istituto di studi verdiani (senza averne i titoli specifici) nominò Cappelletto 'direttore' degli 'studi' pubblicati dall'Istituto, il mondo accademico, specie quello verdiano, gridò allo scandalo, ritirandosi sull'aventino dell'Università di Berna, dove fece nascere un centro di studi verdiani con gli attributi. Sani rassicurò tutti: ho scelto un uomo di 'comunicazione' (e del resto anche per la direzione scientifica dell'Istituto aveva scelto un'altra sua fedelissima, a digiuno totale di Verdi).
E allora quali ragioni hanno spinto alcuni accademici a fare il suo nome ed a votarlo? La principale è che con molti di loro il giornalista ha frequentazioni continue, e dunque, per non essere poi smascherati come traditori nelle urne, si sono ben guardati dal non votarlo, avedonlo qualcuno candidato.
Ora è chiaro che, non alla prossima, ma fra due elezioni del sovrintendente dell'Accademia, Cappelletto potrebbe risultare nuovo Sovrintendente. Senza essere né musicologo né musicista come la storia dell'Accademia richiederebbe, ma come è accaduto già in passato perfino con Cagli che certamente è un fine letterato e storico della musica, ma musicista non è. Cappelletto neanche quello. Gli avessero affidato la 'comunicazione' dell'Accademia, dove hanno chiamato una professionista francese di nazionalità, che certamente non ha nel suo curriculum competenze musicali, niente da dire, ma accademico no!
L'Accademia, dopo tali nomine, dovrebbe spiegare come mai non abbia mai accolto nel suo consesso un musicologo come Petrobelli - la cui assenza qualcuno giustificò con l'antipatia dello studioso. Se questa è una ragione, allora capiamo come uno simpatico possa essere eletto accademico. Petrobelli non è che una delle tante anomalie 'accademiche'.
Qualcuno potrebbe accusarci di invidia nei confronti di Cappelletto. Si sbaglia. Invidia no, forse poca stima, anche per il suo arrivismo smisurato che potrebbe consumarlo. Invidia proprio no, perchè la nostra carriera, nell'ambito che conosciamo, l'abbiamo fatta; ed ora non abbiamo altre mire, oltre quelle dell'osservatore e cronista di cose musicali.
Infine, una annotazione pro Massimo Quarta. Una volta ponemmo a Pappano la questione della regolare - per noi eccessiva - presenza di Uto Ughi nelle stagioni ceciliane, controbilanciata dall'assenza, ad esempio, di Massimo Quarta. La risposta del direttore fu che: 'Ughi faceva il pienone' e una istituzione di concerti - aggiunse - deve fare attenzione anche a questo. Ora che Ughi non viene più invitato regolarmente, l'Accademia che fa, non tiene conto del successo di pubblico del violinista?
Questo solo per dire che a qualunque obbiezione, l' Accademia, al tempo di Cagli come di Dall'Ongaro, ha la risposta pronta, spesso non convincente. Noi ci auguriamo che dopo tanta attesa, anche per Massimo Quarta sia arrivato il momento di suonare nelle stagioni ceciliane. Perché a noi la sua nomina fra gli Accademici suona come risarcimento di così lunga ingiustificata lontananza, che ora deve finire.
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lunedì 26 febbraio 2018
L'Accademia di Santa Cecilia è d'ora in poi una congrega anche di comunicatori. Sull'esempio dell'Istituto di studi verdiani di Parma, gestione Nicola Sani
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domenica 1 maggio 2016
Ma come li fanno questi bilanci le nostre Fondazioni liriche?
Chissà se a voi fa lo stesso effetto. A noi sembra di non capire, anzi di capire che le cose non stanno poi tanto bene come alcuni annunci trionfali sui pareggi di bilancio sventolati dalle fondazioni liriche vorrebbero farci credere. Perchè, in tutta sincerità, come non rilevare che tali annunci contrastano in tutta evidenza con dichiarazioni di segno opposto?
L'ultimo esempio ci ha colpiti. Il Teatro San Carlo di Napoli - più precisamente il suo CdI che sta per Consiglio di Indirizzo, l'ammodernamento franceschiniano del vecchio e consunto Consiglio di Amministrazione - ha approvato il suo pareggio di bilancio per il 2015, ottavo di seguito, Anzi, ad essere precisi, ha registrato tale bilancio un attivo di circa 180.000 Euro ( che magari in un teatro non spendaccione potrebbe voler dire un allestimento non faraonico, ma presentabile). Si può non credere a quanto certificato dal CdI del teatro, anche in assenza di un soggetto terzo ed esterno che certifichi il bilancio medesimo, come ormai fanno in molti? Certamente no. Anni addietro quando un consigliere comunale di Roma avanzò il sospetto che il bilancio di 'Musica per Roma', allora guidata da Carlo Fuortes, fosse fintamente attivo, l'amministratore gli disse che il bilancio era stato certificato da una società di revisione esterna e che se avesse continuato ad insistere nella sua accusa lo avrebbe querelato.
Si può dire altrettanto del bilancio del San Carlo? Non non dubitiamo che sia risultato in pareggio, come ci dice il CdI. Però, d'altro canto, come conciliarlo con i commissariamenti del Teatro (Nastasi dal 2007 al 20011, e poi ancora un secondo commissariamento, successivo), e con le dichiarazioni che lo stesso Nastasi rendeva ad un giornale di Napoli, in attesa che giungessero da Roma i soldi del fondo 'salvateatri' che avrebbero portato denaro fresco nelle casse per sanare tutti i debiti pregressi e portare nuova linfa al patrimonio? Nastasi diceva che il San Carlo era un ammalato gravissimo che appena ora stava uscendo dal coma. Questo diceva Nastasi alla fine del 2014. In meno di due anni un miracolo anche pregresso: e cioè otto anni consecutivi di bilancio in pareggio.
Un fenomeno passato, che oggi ci fa essere più guardinghi verso tutti, si verificò all'Opera di Roma, sotto la sovrintendenza De Martino, prima del commissariamento di Carlo Fuortes, quando per anni il CdA ( allora si chiamava ancora con quel nome scassato!) certificava bilanci in pareggio, mentre poi si scoprì che c'era un buco quanto una voragine.
Certo che a Napoli non è così, perché non è vero che tutto il mondo è paese.
Sempre a Napoli ora si pone il problema della nomina del direttore musicale, che il potente governatore De LUCA, renziano, vorrebbe fosse Daniel Oren, che forse non va giù alla Purchia, sovrintendente, e neanche al sindaco De Magistris, anti renziano, che ora si trovano sulla stessa barricata contro De Luca. Purchia ha detto che ci sta pensando, trattandosi di una nomina non di poco conto; e ha aggiunto che la nomina del direttore musicale spetta, sentita l'orchestra, a Lei e solo a lei. Ancora!
Analoghe perplessità ci vengono da altri bilanci in via di approvazione, dopo che l'ing. Pinelli, dimissionario dalla gestione del cosiddetto Fondo 'Bray', aveva segnalato due gravi criticità a Firenze e Bologna. sottolineando che non vedeva come potessero essere superate. No, caro Pinelli, sono state superate bellamente. Come? Boh!
A Bologna hanno licenziato una trentina di persone per aderire alla legge 'salva teatri', i sindacati accusano i dirigenti che si sarebbero aumentati gli stipendi, il direttore amministrativo spinge per trovare nuovi sponsor 'senza i quali chissà dove si va a finire', e aggiunge che è fondamentale ridurre le spese. In ossequio a tale proposito il sovrintendente Sani annuncia per il 2018 - quando dovrebbe assolutamente raggiungere (aver raggiunto) il pareggio di bilancio, il teatro organizzerà un nuovo festival estivo 'Festival dell'Opera italiana'. Con quali soldi? Sani dice che dovrà trovarli nei privati. Quali privati ? Non lo dice perchè non sa.
A Firenze, la riunione per l'approvazione del bilancio 2015 dell'Opera , è stata rinviata perché non erano presenti tutti i consiglieri. I sindacati denunciano che il pareggio annunciato non convince. Ma anche il sovrintendente - nonostante il pareggio di bilancio? - va dicendo che se le cose non cambiano si va tutti a casa. Parlava del teatro ma anche del Maggio - come faceva anche il direttore generale Triola, il quale accusava che il Maggio deve richiamare gente e non i soliti gatti della 'crema' fiorentina. Cioè - voleva dire Triola - il Maggio deve tornare ad essere quello di qualche anno fa? Certo deve tornare ad essere - precisiamo noi - quello di prima della gestione commissariale del solito Nastasi e del regno Giambrone- Arcà. Trotta, trotta!
Ha ragione Triola. Però, il Maggio di quest'anno vi sembra che abbia attuato una svolta di programma? Eccolo, in sintesi: un concerto celebrativo per cominciare in onore di Mehta; un paio di titoli operistici, fuori repertorio; un serie di concertini beethoveniani, con vari fortepiani in collaborazione con l'Accademia del Fortepiano - manco fosse la scuola di Neuhaus! ;la calata di un gruppo di grandi orchestre (che presumiamo costosissime, e perciò difficili da ripagare con i biglietti venduti); infine, la lirica per tutti, d'estate. E' questa la rivoluzione che dovrebbe mettere fine al periodo di crisi dell'Opera di Firenze, segnare la svolta e scongiurare del tutto la chiusura entro un paio di anni al più tardi?
E non finisce qui. I giornali giorni fa, parlando della crisi dell'Arena di Verona, anticipavano la possibilità che nel breve volgere di qualche settimana anche altri teatri avrebbero potuto dichiarare lo stato di crisi. Ci sembra di aver letto i nomi di Bari e Palermo, oltre naturalmente a Firenze e Bologna.
L'ultimo esempio ci ha colpiti. Il Teatro San Carlo di Napoli - più precisamente il suo CdI che sta per Consiglio di Indirizzo, l'ammodernamento franceschiniano del vecchio e consunto Consiglio di Amministrazione - ha approvato il suo pareggio di bilancio per il 2015, ottavo di seguito, Anzi, ad essere precisi, ha registrato tale bilancio un attivo di circa 180.000 Euro ( che magari in un teatro non spendaccione potrebbe voler dire un allestimento non faraonico, ma presentabile). Si può non credere a quanto certificato dal CdI del teatro, anche in assenza di un soggetto terzo ed esterno che certifichi il bilancio medesimo, come ormai fanno in molti? Certamente no. Anni addietro quando un consigliere comunale di Roma avanzò il sospetto che il bilancio di 'Musica per Roma', allora guidata da Carlo Fuortes, fosse fintamente attivo, l'amministratore gli disse che il bilancio era stato certificato da una società di revisione esterna e che se avesse continuato ad insistere nella sua accusa lo avrebbe querelato.
Si può dire altrettanto del bilancio del San Carlo? Non non dubitiamo che sia risultato in pareggio, come ci dice il CdI. Però, d'altro canto, come conciliarlo con i commissariamenti del Teatro (Nastasi dal 2007 al 20011, e poi ancora un secondo commissariamento, successivo), e con le dichiarazioni che lo stesso Nastasi rendeva ad un giornale di Napoli, in attesa che giungessero da Roma i soldi del fondo 'salvateatri' che avrebbero portato denaro fresco nelle casse per sanare tutti i debiti pregressi e portare nuova linfa al patrimonio? Nastasi diceva che il San Carlo era un ammalato gravissimo che appena ora stava uscendo dal coma. Questo diceva Nastasi alla fine del 2014. In meno di due anni un miracolo anche pregresso: e cioè otto anni consecutivi di bilancio in pareggio.
Un fenomeno passato, che oggi ci fa essere più guardinghi verso tutti, si verificò all'Opera di Roma, sotto la sovrintendenza De Martino, prima del commissariamento di Carlo Fuortes, quando per anni il CdA ( allora si chiamava ancora con quel nome scassato!) certificava bilanci in pareggio, mentre poi si scoprì che c'era un buco quanto una voragine.
Certo che a Napoli non è così, perché non è vero che tutto il mondo è paese.
Sempre a Napoli ora si pone il problema della nomina del direttore musicale, che il potente governatore De LUCA, renziano, vorrebbe fosse Daniel Oren, che forse non va giù alla Purchia, sovrintendente, e neanche al sindaco De Magistris, anti renziano, che ora si trovano sulla stessa barricata contro De Luca. Purchia ha detto che ci sta pensando, trattandosi di una nomina non di poco conto; e ha aggiunto che la nomina del direttore musicale spetta, sentita l'orchestra, a Lei e solo a lei. Ancora!
Analoghe perplessità ci vengono da altri bilanci in via di approvazione, dopo che l'ing. Pinelli, dimissionario dalla gestione del cosiddetto Fondo 'Bray', aveva segnalato due gravi criticità a Firenze e Bologna. sottolineando che non vedeva come potessero essere superate. No, caro Pinelli, sono state superate bellamente. Come? Boh!
A Bologna hanno licenziato una trentina di persone per aderire alla legge 'salva teatri', i sindacati accusano i dirigenti che si sarebbero aumentati gli stipendi, il direttore amministrativo spinge per trovare nuovi sponsor 'senza i quali chissà dove si va a finire', e aggiunge che è fondamentale ridurre le spese. In ossequio a tale proposito il sovrintendente Sani annuncia per il 2018 - quando dovrebbe assolutamente raggiungere (aver raggiunto) il pareggio di bilancio, il teatro organizzerà un nuovo festival estivo 'Festival dell'Opera italiana'. Con quali soldi? Sani dice che dovrà trovarli nei privati. Quali privati ? Non lo dice perchè non sa.
A Firenze, la riunione per l'approvazione del bilancio 2015 dell'Opera , è stata rinviata perché non erano presenti tutti i consiglieri. I sindacati denunciano che il pareggio annunciato non convince. Ma anche il sovrintendente - nonostante il pareggio di bilancio? - va dicendo che se le cose non cambiano si va tutti a casa. Parlava del teatro ma anche del Maggio - come faceva anche il direttore generale Triola, il quale accusava che il Maggio deve richiamare gente e non i soliti gatti della 'crema' fiorentina. Cioè - voleva dire Triola - il Maggio deve tornare ad essere quello di qualche anno fa? Certo deve tornare ad essere - precisiamo noi - quello di prima della gestione commissariale del solito Nastasi e del regno Giambrone- Arcà. Trotta, trotta!
Ha ragione Triola. Però, il Maggio di quest'anno vi sembra che abbia attuato una svolta di programma? Eccolo, in sintesi: un concerto celebrativo per cominciare in onore di Mehta; un paio di titoli operistici, fuori repertorio; un serie di concertini beethoveniani, con vari fortepiani in collaborazione con l'Accademia del Fortepiano - manco fosse la scuola di Neuhaus! ;la calata di un gruppo di grandi orchestre (che presumiamo costosissime, e perciò difficili da ripagare con i biglietti venduti); infine, la lirica per tutti, d'estate. E' questa la rivoluzione che dovrebbe mettere fine al periodo di crisi dell'Opera di Firenze, segnare la svolta e scongiurare del tutto la chiusura entro un paio di anni al più tardi?
E non finisce qui. I giornali giorni fa, parlando della crisi dell'Arena di Verona, anticipavano la possibilità che nel breve volgere di qualche settimana anche altri teatri avrebbero potuto dichiarare lo stato di crisi. Ci sembra di aver letto i nomi di Bari e Palermo, oltre naturalmente a Firenze e Bologna.
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lunedì 14 dicembre 2015
Il buco dell'Opera di Firenze è una voragine
Quando abbiamo letto la relazione del Commissario che amministra e gestisce il fondo per il salvataggio (dai fallimenti) del comparto delle Fondazioni lirico-sinfoniche, ci sono venuti i brividi vedendo che la cifra, in assoluto la più alta, di cui ha bisogno una delle 14 Fondazioni per salvarsi, è quella dell' Opera di Firenze: 34 milioni di Euro. Che devono servire, essendo concessi dallo Stato alle Fondazioni in difficoltà, a coprire il deficit accumulato negli anni, non a pagare nello stesso tempo la cattiva amministrazione che, secondo il Commissario, è da ravvisare in alcuni comportamenti non ancora del tutto in linea con quanto previsto dalla legge, almeno per il periodo del primo semestre 2015, oggetto della sua relazione.
Le fondazione che usufruiscono di tali somme per sanare i debiti pregressi relativi al bilancio ed al patrimonio, se non si mettono in regola entro il 2016, e cioè se non fanno corrispondere attivo e passivo, entrate ed uscite, devono essere dichiarate fallite, chiudere ecc.. con tutte le conseguenze legali di simili situazioni.
Ora l'Opera di Firenze è quella che sembra correre maggiori rischi per il presente ed il futuro.
Adesso a Firenze c'è il commissario, un commissario di fiducia del premier e del suo socio Nardella, e sarebbe davvero il colmo se proprio il teatro toscano - quello nel quale il premier Renzi, s'è allenato a non addormentarsi durante le recite d'opera dei drammoni wagneriani, ai quali l'ha sottoposto Zubin Mehta, negli anni passati,come ha dichiarato pensando di essere spiritoso - risultasse fra i meno virtuosi e fosse costretto a chiudere. Ed a lasciare incompiuto il nuovo teatro, che ha bisogno ancora di una bella manciata di milioni ( 150, se non andiamo errati) per essere terminato, altrimenti si andrebbe ad aggiungere alle già numerose incompiute della storia, nel qual genere il nostro paese vanta un primato mondiale.
E' chiaro che ora il sovrintendente, già commissario di fiducia di Renzi, Bianchi, correrà ai ripari, facendo tesoro anche dei consigli elargiti gratuitamente - non come quella montagna di soldi per ripianare le voragini del debito che comporta il pagamento di interessi seppure agevolati - dal Commissario del Governo attraverso la sua relazione semestrale, pena il fallimento, come abbiamo detto.
Ma come si è giunti a questa situazione? Chi li ha fatti tutti quei debiti? Si può dare la colpa a quella poveretta della Colombo, l'ing. Francesca Colombo, che ha governato il teatro per poco più di un anno, prima di Bianchi, e che appena arrivata fu costretta a dichiarare che non aveva i soldi per pagare gli stipendi, pregando quindi i dipendenti di pazientare per un pò? Certo che no. La colpa è degli amministratori del teatro che si sono succeduti alla gestione commissariale di Nastasi, che a avrebbe messo le cose a posto -altrimenti che commissario del ciufolo è stato? - e che hanno preceduto quella della Colombo, e cioè Francesco Giambrone e Paolo Arcà, sovrintendente il primo, direttore artistico il secondo.
Giambrone, prima e più di Arcà, ha la responsabilità di quel buco madornale, fuori di dubbio. E che ne è stato dopo? Giambrone s'è sfilato appena intravista la possibilità di esser cacciato; Arcà s'è fermato per un po ancora e poi, quando la Colombo stava per abbandonare, in tempo anche lui, è andato a svernare altrove, dicendo che 'aveva altri progetti più interessanti cui dedicarsi'. E poi ?Poi, semplicemente, il sindaco di Palermo, al cui servizio Giambrone ha sempre lavorato, l'ha nominato sovrintendente del Teatro Massimo della capitale dell'isola?
Ora se un amministratore dopo aver male amministrato viene anche premiato ( il caso in Italia è abbastanza frequente, come insegna anche quello recente di Banca Marche, con Bianconi) cosa ci si può attendere in tutta risposta? Che vada a fare buchi o voragini altrove.
Le fondazione che usufruiscono di tali somme per sanare i debiti pregressi relativi al bilancio ed al patrimonio, se non si mettono in regola entro il 2016, e cioè se non fanno corrispondere attivo e passivo, entrate ed uscite, devono essere dichiarate fallite, chiudere ecc.. con tutte le conseguenze legali di simili situazioni.
Ora l'Opera di Firenze è quella che sembra correre maggiori rischi per il presente ed il futuro.
Adesso a Firenze c'è il commissario, un commissario di fiducia del premier e del suo socio Nardella, e sarebbe davvero il colmo se proprio il teatro toscano - quello nel quale il premier Renzi, s'è allenato a non addormentarsi durante le recite d'opera dei drammoni wagneriani, ai quali l'ha sottoposto Zubin Mehta, negli anni passati,come ha dichiarato pensando di essere spiritoso - risultasse fra i meno virtuosi e fosse costretto a chiudere. Ed a lasciare incompiuto il nuovo teatro, che ha bisogno ancora di una bella manciata di milioni ( 150, se non andiamo errati) per essere terminato, altrimenti si andrebbe ad aggiungere alle già numerose incompiute della storia, nel qual genere il nostro paese vanta un primato mondiale.
E' chiaro che ora il sovrintendente, già commissario di fiducia di Renzi, Bianchi, correrà ai ripari, facendo tesoro anche dei consigli elargiti gratuitamente - non come quella montagna di soldi per ripianare le voragini del debito che comporta il pagamento di interessi seppure agevolati - dal Commissario del Governo attraverso la sua relazione semestrale, pena il fallimento, come abbiamo detto.
Ma come si è giunti a questa situazione? Chi li ha fatti tutti quei debiti? Si può dare la colpa a quella poveretta della Colombo, l'ing. Francesca Colombo, che ha governato il teatro per poco più di un anno, prima di Bianchi, e che appena arrivata fu costretta a dichiarare che non aveva i soldi per pagare gli stipendi, pregando quindi i dipendenti di pazientare per un pò? Certo che no. La colpa è degli amministratori del teatro che si sono succeduti alla gestione commissariale di Nastasi, che a avrebbe messo le cose a posto -altrimenti che commissario del ciufolo è stato? - e che hanno preceduto quella della Colombo, e cioè Francesco Giambrone e Paolo Arcà, sovrintendente il primo, direttore artistico il secondo.
Giambrone, prima e più di Arcà, ha la responsabilità di quel buco madornale, fuori di dubbio. E che ne è stato dopo? Giambrone s'è sfilato appena intravista la possibilità di esser cacciato; Arcà s'è fermato per un po ancora e poi, quando la Colombo stava per abbandonare, in tempo anche lui, è andato a svernare altrove, dicendo che 'aveva altri progetti più interessanti cui dedicarsi'. E poi ?Poi, semplicemente, il sindaco di Palermo, al cui servizio Giambrone ha sempre lavorato, l'ha nominato sovrintendente del Teatro Massimo della capitale dell'isola?
Ora se un amministratore dopo aver male amministrato viene anche premiato ( il caso in Italia è abbastanza frequente, come insegna anche quello recente di Banca Marche, con Bianconi) cosa ci si può attendere in tutta risposta? Che vada a fare buchi o voragini altrove.
domenica 21 giugno 2015
Quando non fare domande è più grave perfino del non dare risposte
Come è possibile che Ministeri, Asl, la stessa Agenzia delle Entrate, e pure Palazzo Chigi non abbiamo pagato le tasse comunali da anni, accumulando nei confronti del Comune di Roma un debito di quasi 30 milioni di Euro? Chi per anni, e fino ad oggi, sì fino ad oggi perchè il caso non è ancora risolto, non è andato a bussare alle loro porte per riscuotere i crediti vantati dal Comune, mentre a distanza di qualche mese verrebbe improrogabilmente a bussare alla nostra porta per esigere tributi di molto, ma molto minore entità, e, se non paghiamo, precederebbe con il sequestro o l'ipoteca di beni? Dal Comune rispondono che un dirigente dell'ufficio incaricato di tali riscossioni è in permesso sindacale, e perciò assente per lunghi periodi. Tutto regolare. Perchè, invece, il dirigente dell'ufficio preposto alla riscossione delle tasse varie dai comuni cittadini sembra che lavori anche di notte, per l'impressione che si ha di lui nell'opinione pubblica: un vero persecutore?
E il colabrodo del patrimonio immobiliare del Comune di Roma? Chi dovrebbe porsi le domande necessarie, come quella, ad esempio, del perchè quando il Comune affitta un suo appartamento - solitamente a gente che può pagare o che forse non ne avrebbe diritto - lo fa a prezzi calmierati, quando poi lui intende , per sua necessità, affittare un appartamento, lo paga a prezzi di mercato dieci cento volte più alti? Tutti fessi i dirigenti comunali ed i sindaci che li hanno messi in quei posti di responsabilità, oppure in gran parte furbi, profittatori e ladri, diciamolo con chiarezza? E perchè mai nessuno ha chiesto loro di pagare il conto?
Ci sono poi casi davvero impressionanti per la loro illegalità. C'è una immobiliarista, discendente di una famosa famiglia di costruttori che ha, a Roma soltanto, un patrimonio immenso; la quale affitta al Comune di Roma quasi 1500 appartamenti, da anni, destinati alle politiche abitative del Comune medesimo. Il Comune naturalmente le paga gli affitti, ma nessuno del medesimo Comune che paga gli affitti va a chiedere alla signora il pagamento delle tasse comunali sulle proprietà immobiliari. Nessuno, proprio nessuno pone alla sig.ra Armellini - è questo il suo cognome - una simile domanda. Non gliela pone nemmeno un politico di lungo corso, socialista e milanese, gran fustigatore delle malefatte pubbliche, che si chiama Tabacci, legato sentimentalmente alla signora. Possible mai che la signora non abbia mai rivelato al suo compagno una tale abnorme situazione? E possibile anche che il suo compagno non le abbia mai detto: cocca mia, ma lo sai che stai evadendo le tasse? Evidentemente è stato possibile.
Come altrettanto possibile fu, anni fa, che il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, cognato di Roman Vlad, all'epoca direttore artistico della Scala, aiutante al seguito Paolo Arcà, che sicuramente ebbe tante volte ospite della sua casa milanese, non gli domandasse come conciliava il suo insegnamento al Conservatorio dell'Aquila ed il suo lavoro 'subordinato e continuativo' - con timbratura di cartellino - alla Scala di Milano. Quella domanda non gliela fece, ma avrebbe dovuto fargliela, essendo a conoscenza della sua professione anteriore e parallela di insegnante in un pubblico Conservatorio. Non credete? La risposta sarebbe stata la seguente. caro procuratore, ho fatto una richiesta di aspettativa per gravi motivi di famiglia, il direttore del Conservatorio - a conoscenza della reale situazione, anche perchè la Scala non è in Africa - ha fatto finta di crederci, l'ha accettata e concessa, ben sapendo che era falsa; e così io posso essere per gran parte dell'anno qui a Milano a lavorare alla Scala. Borrelli non fece mai ad Arcà quella domanda, perchè? Siamo sicuri che non gliel' abbia fatta altrimenti Arcà avrebbe risolto la sua situazione secondo la legge, e cioè dimettendosi dal Conservatorio. Invece l'insegnamento lo ha sempre mantenuto, anzi se lo è fatto spostare a Milano, per renderselo più agevole e più vicino al secondo lavoro e nessuno gli ha detto mai nulla. Noi lo abbiamo scritto parecchie volte e su diverse riviste. silenzio assoluto. Una volta ci dissero che avremmo dovuto sporgere denuncia in tribunale, ed allora la cosa sarebbe stata presa in esame. Come è accaduto, sempre nel Conservatorio aquilano, che alcuni anni fa un insegnante, nominato direttore artistico di un teatro di provincia, a seguito di denuncia dell'amministrazione comunale, sia stato processato e condannato a restituire all'amministrazione scolastica i compensi degli anni del doppio incarico che, evidentemente , non avrebbe dovuto avere.
Pensate che la cosa non accada più? che non accada tuttora, nei conservatori o tanti altri pubblici uffici? Vi sbagliate. Noi stessi, proprio sulla rivista del Conservatorio aquilano, Music@, che abbiamo inventato e diretto per anni, abbiamo denunciato altri casi. Mai alla denuncia è seguita richiesta di spiegazioni e rimozione delle incompatibilità che tuttora esistono. Perchè? Semplicemente perchè chi doveva porsi simili domande non lo ha mai fatto, lasciando incancrenire tante patenti illegalità, di cui tutti paghiamo il prezzo.
E il colabrodo del patrimonio immobiliare del Comune di Roma? Chi dovrebbe porsi le domande necessarie, come quella, ad esempio, del perchè quando il Comune affitta un suo appartamento - solitamente a gente che può pagare o che forse non ne avrebbe diritto - lo fa a prezzi calmierati, quando poi lui intende , per sua necessità, affittare un appartamento, lo paga a prezzi di mercato dieci cento volte più alti? Tutti fessi i dirigenti comunali ed i sindaci che li hanno messi in quei posti di responsabilità, oppure in gran parte furbi, profittatori e ladri, diciamolo con chiarezza? E perchè mai nessuno ha chiesto loro di pagare il conto?
Ci sono poi casi davvero impressionanti per la loro illegalità. C'è una immobiliarista, discendente di una famosa famiglia di costruttori che ha, a Roma soltanto, un patrimonio immenso; la quale affitta al Comune di Roma quasi 1500 appartamenti, da anni, destinati alle politiche abitative del Comune medesimo. Il Comune naturalmente le paga gli affitti, ma nessuno del medesimo Comune che paga gli affitti va a chiedere alla signora il pagamento delle tasse comunali sulle proprietà immobiliari. Nessuno, proprio nessuno pone alla sig.ra Armellini - è questo il suo cognome - una simile domanda. Non gliela pone nemmeno un politico di lungo corso, socialista e milanese, gran fustigatore delle malefatte pubbliche, che si chiama Tabacci, legato sentimentalmente alla signora. Possible mai che la signora non abbia mai rivelato al suo compagno una tale abnorme situazione? E possibile anche che il suo compagno non le abbia mai detto: cocca mia, ma lo sai che stai evadendo le tasse? Evidentemente è stato possibile.
Come altrettanto possibile fu, anni fa, che il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, cognato di Roman Vlad, all'epoca direttore artistico della Scala, aiutante al seguito Paolo Arcà, che sicuramente ebbe tante volte ospite della sua casa milanese, non gli domandasse come conciliava il suo insegnamento al Conservatorio dell'Aquila ed il suo lavoro 'subordinato e continuativo' - con timbratura di cartellino - alla Scala di Milano. Quella domanda non gliela fece, ma avrebbe dovuto fargliela, essendo a conoscenza della sua professione anteriore e parallela di insegnante in un pubblico Conservatorio. Non credete? La risposta sarebbe stata la seguente. caro procuratore, ho fatto una richiesta di aspettativa per gravi motivi di famiglia, il direttore del Conservatorio - a conoscenza della reale situazione, anche perchè la Scala non è in Africa - ha fatto finta di crederci, l'ha accettata e concessa, ben sapendo che era falsa; e così io posso essere per gran parte dell'anno qui a Milano a lavorare alla Scala. Borrelli non fece mai ad Arcà quella domanda, perchè? Siamo sicuri che non gliel' abbia fatta altrimenti Arcà avrebbe risolto la sua situazione secondo la legge, e cioè dimettendosi dal Conservatorio. Invece l'insegnamento lo ha sempre mantenuto, anzi se lo è fatto spostare a Milano, per renderselo più agevole e più vicino al secondo lavoro e nessuno gli ha detto mai nulla. Noi lo abbiamo scritto parecchie volte e su diverse riviste. silenzio assoluto. Una volta ci dissero che avremmo dovuto sporgere denuncia in tribunale, ed allora la cosa sarebbe stata presa in esame. Come è accaduto, sempre nel Conservatorio aquilano, che alcuni anni fa un insegnante, nominato direttore artistico di un teatro di provincia, a seguito di denuncia dell'amministrazione comunale, sia stato processato e condannato a restituire all'amministrazione scolastica i compensi degli anni del doppio incarico che, evidentemente , non avrebbe dovuto avere.
Pensate che la cosa non accada più? che non accada tuttora, nei conservatori o tanti altri pubblici uffici? Vi sbagliate. Noi stessi, proprio sulla rivista del Conservatorio aquilano, Music@, che abbiamo inventato e diretto per anni, abbiamo denunciato altri casi. Mai alla denuncia è seguita richiesta di spiegazioni e rimozione delle incompatibilità che tuttora esistono. Perchè? Semplicemente perchè chi doveva porsi simili domande non lo ha mai fatto, lasciando incancrenire tante patenti illegalità, di cui tutti paghiamo il prezzo.
venerdì 13 febbraio 2015
La musica di Ennio Morricone che rilassa Raffaele Fitto ed altre cosucce su Franceschini, Pizzarotti....
Ieri, sul 'Sette' del Corriere della Sera, si leggeva una lunga intervista a Raffaele Fitto - quello che Berlusconi vede ormai come fumo negli occhi - e che invece è solo un parlamentare pugliese, già governatore della regione del su d'Italia, succeduto nell'impegno politico e di amministratore, a suo padre, anch'egli governatore, indaffaratissimo anche nel dire a Berlusconi quel che si merita che gli si dica e che nessun altro dice, il quale - come ha dichiarato - alla fine della giornate, si rilassa con la musica di Ennio Morricone: non c'è altra musica, a suo dire, che lo rilasso altrettanto. Chissà cosa avrà pensato il musicista alla lettura della confessione di Fitto. Sicuramente gli consiglierà, non sentendosi onorato anzi, alla prima occasione, di far più uso di camomilla e di lasciar stare la sua musica per scopi soporiferi. Naturalemnte Fitto si riferiva alla musica per il cinema di Morricone: offesa ancora più grande.
A proposito di musica, da alcune settimane sempre sul 'Sette', viene richiesto a noti personaggi del gran mondo, quali sono le loro 'musiche del cuore'. Ieri toccava all'ineffabile, mezzo disastro Franceschini, il ministro 'nammurato'. naturalmente canzoni su canzoni, per tenere alto il tono ( questo in Italia lo fanno tutti, non conoscendo altra musica!); ma poi, pentito per l'altissimo livello della sua classifica, ci ha messo in mezzo anche il Concerto n.2 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, tanto per giocare sporco.
E sempre 'mezzo disastro' Franceschini, si è fatto sentire, intervenendo in una polemica sulla quale lui non ha argomenti, e cioè se mandare all'Expo, l'Annunciazione di Leonardo, custodita agli Uffizi.
Non sarà il direttore del museo fiorentino a decidere - esautorato da un ministro incompetente - ma lui, 'mezzo disastro' in prima persona. Si capisce ora perchè nei posti di responsabilità in tutti i settori la politica non vuole persone con la schiena dritta che al momento opportuno assumano decisioni richieste e responsabili. Ma non si capisce però perché per venti fra i più importanti musei italiani egli abbia diffuso un bando internazionale per reperire i direttori che avranno ampia autonomia di gestione. A meno che anche nel caso dei direttori dei musei non scelga poi, fottendosene delle professionalità dei candidati, come del resto ha già fatto in altri casi, Vedi commissioni centrali del ministero, fra le quali, per conoscenza diretta, quella che si occupa di musica è tra le peggiori e meno qualificate, per lasciare spazio a 'grande & grosso' Nastasi.
Il caso delle nomine ai vertici del Teatro Regio di Parma ha generato una forte polemica che ha come obiettivo primo il comportamento di Pizzarotti, che ha bandito anch'egli, come Franceschini, un concorso, nominato una commissione per esaminare i curriculum dei candidati e poi se ne è fottuto, nominando di testa sua altre persone, ovviamente di sua conoscenza o che gli hanno suggerito, fuori concorso.
Ma il caso del Teatro Regio ha generato un altro caso, che ha per protagonista uno degli esclusi che , da quel che si dice, figurava fra quelli ritenuti dalla commissione, fra gli idonei. L'escluso in questione ha inviato una lettera a Pizzarotti, e che è stata poi resa pubblica, denunciando il caso e chiedendo attenzione. Il fatto è che ora, quell'escluso, uno dei tanti, con titoli che secondo noi non sono tali da affidargli la direzione di un teatro, sta diventando un eroe nazionale, e per tale ragione, e solo per questo, alla prima poltrona vuota, sarà chiamato a ricoprirla, pur non avendo anche in quel caso, i titoli per sedervisi.
Una delle tante anomalie italiane. Ne volete un esempio. Molti molti anni fa fu nominato direttore artistico della Scala Roman Vlad, che era amico di Muti e presidente o qualcosa di simile della SIAE. Egli accettò, ma volle che la Scala gli nominasse seduta stante un aiutante, perchè ' non aveva tempo per occuparsi come avrebbe dovuto della Scala per i suoi numerosi precedenti impegnai. Chissà se qualcuno, allora come oggi si rende conto della anomalia!) che Vlad scelse nella persona di Paolo Arcà, suo aiutante nella rivista 'Musica & Dossier. Arcà, da quel momento, ha fatto una carriera luminosissima, mettendo sempre nel suo curriculum che egli era il direttore artistico della Scala, come poi è avvenuto dopo l'uscita di Vlad che non si è ripreso il suo aiutante. Risultò evidente che Arcà il direttore artistico proprio non poteva farlo, non sapendo nulla o quasi di voci e melodramma ( come si dice, a ragion veduta, di alcuni altri direttori artistici in attività!). Eppure restò alla Scala. Si disse che per anni si occupava delle tournée istituzionali del teatro - forse conosceva l'inglese. E si scrisse che quando una volta telefonò a Domingo per una scrittura , il tenore gli rispose: fammi parlare con il direttore della Scala, io non conosco nessun Arca alla Scala ( si lesse questo sul Corriere!). Arcà poi, per essere passato dalla Scala, è diventato direttore artistico di tutto quello che si poteva in Italia; e a Milano, sono secoli che lo fa anche per la Società del Quartetto e lo ha fatto anche per gli Arcimboldi, forse con le stesse modalità scaligere. Poi Fontana se l'è tirato appresso anche a Parma ed ora, assai strano, sembra a riposo. Ma c'è da scommettere che non lo sarà per molto, perché anche lui è nella lista nazionale di quelli da ricollocare, anzi in due liste: quella dei partiti e quella dei grembiulini. L'unica stranezza nella sua carriera è che non è stato ancora fatto 'accademico' di santa cecilia. Un vero mistero che si può spiegare, dopo aver letto i nomi degli utlii infornati, solo con faide interne ed odii personali. Che non sarebbero una eccezione in quell'ambiente che nella prossima settimana eleggerà il successore di Cagli. Anche Petrobelli, accademico di mezoz mondo, non lo fu di Santa cecilia. Chissà perchè.
A proposito di musica, da alcune settimane sempre sul 'Sette', viene richiesto a noti personaggi del gran mondo, quali sono le loro 'musiche del cuore'. Ieri toccava all'ineffabile, mezzo disastro Franceschini, il ministro 'nammurato'. naturalmente canzoni su canzoni, per tenere alto il tono ( questo in Italia lo fanno tutti, non conoscendo altra musica!); ma poi, pentito per l'altissimo livello della sua classifica, ci ha messo in mezzo anche il Concerto n.2 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, tanto per giocare sporco.
E sempre 'mezzo disastro' Franceschini, si è fatto sentire, intervenendo in una polemica sulla quale lui non ha argomenti, e cioè se mandare all'Expo, l'Annunciazione di Leonardo, custodita agli Uffizi.
Non sarà il direttore del museo fiorentino a decidere - esautorato da un ministro incompetente - ma lui, 'mezzo disastro' in prima persona. Si capisce ora perchè nei posti di responsabilità in tutti i settori la politica non vuole persone con la schiena dritta che al momento opportuno assumano decisioni richieste e responsabili. Ma non si capisce però perché per venti fra i più importanti musei italiani egli abbia diffuso un bando internazionale per reperire i direttori che avranno ampia autonomia di gestione. A meno che anche nel caso dei direttori dei musei non scelga poi, fottendosene delle professionalità dei candidati, come del resto ha già fatto in altri casi, Vedi commissioni centrali del ministero, fra le quali, per conoscenza diretta, quella che si occupa di musica è tra le peggiori e meno qualificate, per lasciare spazio a 'grande & grosso' Nastasi.
Il caso delle nomine ai vertici del Teatro Regio di Parma ha generato una forte polemica che ha come obiettivo primo il comportamento di Pizzarotti, che ha bandito anch'egli, come Franceschini, un concorso, nominato una commissione per esaminare i curriculum dei candidati e poi se ne è fottuto, nominando di testa sua altre persone, ovviamente di sua conoscenza o che gli hanno suggerito, fuori concorso.
Ma il caso del Teatro Regio ha generato un altro caso, che ha per protagonista uno degli esclusi che , da quel che si dice, figurava fra quelli ritenuti dalla commissione, fra gli idonei. L'escluso in questione ha inviato una lettera a Pizzarotti, e che è stata poi resa pubblica, denunciando il caso e chiedendo attenzione. Il fatto è che ora, quell'escluso, uno dei tanti, con titoli che secondo noi non sono tali da affidargli la direzione di un teatro, sta diventando un eroe nazionale, e per tale ragione, e solo per questo, alla prima poltrona vuota, sarà chiamato a ricoprirla, pur non avendo anche in quel caso, i titoli per sedervisi.
Una delle tante anomalie italiane. Ne volete un esempio. Molti molti anni fa fu nominato direttore artistico della Scala Roman Vlad, che era amico di Muti e presidente o qualcosa di simile della SIAE. Egli accettò, ma volle che la Scala gli nominasse seduta stante un aiutante, perchè ' non aveva tempo per occuparsi come avrebbe dovuto della Scala per i suoi numerosi precedenti impegnai. Chissà se qualcuno, allora come oggi si rende conto della anomalia!) che Vlad scelse nella persona di Paolo Arcà, suo aiutante nella rivista 'Musica & Dossier. Arcà, da quel momento, ha fatto una carriera luminosissima, mettendo sempre nel suo curriculum che egli era il direttore artistico della Scala, come poi è avvenuto dopo l'uscita di Vlad che non si è ripreso il suo aiutante. Risultò evidente che Arcà il direttore artistico proprio non poteva farlo, non sapendo nulla o quasi di voci e melodramma ( come si dice, a ragion veduta, di alcuni altri direttori artistici in attività!). Eppure restò alla Scala. Si disse che per anni si occupava delle tournée istituzionali del teatro - forse conosceva l'inglese. E si scrisse che quando una volta telefonò a Domingo per una scrittura , il tenore gli rispose: fammi parlare con il direttore della Scala, io non conosco nessun Arca alla Scala ( si lesse questo sul Corriere!). Arcà poi, per essere passato dalla Scala, è diventato direttore artistico di tutto quello che si poteva in Italia; e a Milano, sono secoli che lo fa anche per la Società del Quartetto e lo ha fatto anche per gli Arcimboldi, forse con le stesse modalità scaligere. Poi Fontana se l'è tirato appresso anche a Parma ed ora, assai strano, sembra a riposo. Ma c'è da scommettere che non lo sarà per molto, perché anche lui è nella lista nazionale di quelli da ricollocare, anzi in due liste: quella dei partiti e quella dei grembiulini. L'unica stranezza nella sua carriera è che non è stato ancora fatto 'accademico' di santa cecilia. Un vero mistero che si può spiegare, dopo aver letto i nomi degli utlii infornati, solo con faide interne ed odii personali. Che non sarebbero una eccezione in quell'ambiente che nella prossima settimana eleggerà il successore di Cagli. Anche Petrobelli, accademico di mezoz mondo, non lo fu di Santa cecilia. Chissà perchè.
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domenica 27 luglio 2014
Una passerella di donne allo Sferisterio di Macerata. Micheli portato in trionfo e confermato per i prossimi dieci anni
Francesco Micheli, per la stagione dello Sferisterio, della quale è gran ciambellano e regista in proprio per uno dei titoli in cartellone, Aida - gli altri sono Tosca e Traviata - non si è accontentato delle tre donne invitate sul podio. Perchè, come leggiamo oggi anche sul Corriere, ha invitato molte altre donne, ingiungendo loro di salire addirittura sul palcoscenico, per fare ombra a quelle che, complice la mezzaluce, dal podio non potranno mai rubare la scena. Per le cose mai viste altrove, ma solo a Macerata oggi, Micheli si trova a fronteggiare una fila interminabile di giornalisti di tutto il mondo che vogliono congratularsi con lui ( molti dei quali fra quelli che lui non chiama a presentare opere o a far altro a pagamento, per cui assolutamente disinteressati, almeno per questa stagione). Micheli, perciò, a distanza di qualche anno appena, è riuscito a superare in popolarità una recente edizione del Maggio Musicale Fiorentino, gestita bellamente da Giambrone-Arcà, nella quale la donna trionfava, anche con il sostegno di un libro di saggi eccellenti ( ve ne scrisse anche la Aspesi) nei quali si andava dimostrando, nero su bianco, che ormai la donna aveva superato l'uomo.
Micheli, costretto a prendere atto della crudele realtà, ha chiamato, oltre le tre donne per il podio, molte altre donne in scena, in ruoli appositamente creati per il grande palcoscenico dello Sferisterio di Macerata; dove ha inserito, nelle opere programmate, le seguenti figure femminili: Violetta, Flora, Annina, Floria Tosca, la marchesa Attavanti, Maria Maddalena, Aida, Amneris; e un codazzo di amiche, serve, zingare, maschere, confidenti e schiave. Diffusasi la notizia dell'esercito femminile che avrebbe marciato su Macerata, molti esponenti dell'altro universo, quello maschile, hanno pagato il biglietto per l'Arena, facendo così aumentare gli incassi, e trasformando il festival maceratese da pozzo senza fondo di un tempo - chi glielo dice a Orazi? - a cassaforte di oggi.
Questa breve noticina scrivevamo ad ottobre scorso:
Accade di leggere in queste ultime settimane, la cui memoria ancora è viva, di donne che inonderanno il palcoscenico all'aperto dello Sferisterio di Macerata, la prossima estate, come annunciato da tempo dal suo direttore artistico, il regista Francesco Micheli. Il quale ha così profondamente ragionato: se il palcoscenico è pieno di donne, di ogni genere dalle sante alle puttane, perchè non lo può essere anche il podio? e perciò ha chiamato tre direttrici che avranno la responsabilità delle tre opere in cartellone. La profondità di pensiero ci sconvolge, letteralmente.
Micheli, costretto a prendere atto della crudele realtà, ha chiamato, oltre le tre donne per il podio, molte altre donne in scena, in ruoli appositamente creati per il grande palcoscenico dello Sferisterio di Macerata; dove ha inserito, nelle opere programmate, le seguenti figure femminili: Violetta, Flora, Annina, Floria Tosca, la marchesa Attavanti, Maria Maddalena, Aida, Amneris; e un codazzo di amiche, serve, zingare, maschere, confidenti e schiave. Diffusasi la notizia dell'esercito femminile che avrebbe marciato su Macerata, molti esponenti dell'altro universo, quello maschile, hanno pagato il biglietto per l'Arena, facendo così aumentare gli incassi, e trasformando il festival maceratese da pozzo senza fondo di un tempo - chi glielo dice a Orazi? - a cassaforte di oggi.
Questa breve noticina scrivevamo ad ottobre scorso:
Accade di leggere in queste ultime settimane, la cui memoria ancora è viva, di donne che inonderanno il palcoscenico all'aperto dello Sferisterio di Macerata, la prossima estate, come annunciato da tempo dal suo direttore artistico, il regista Francesco Micheli. Il quale ha così profondamente ragionato: se il palcoscenico è pieno di donne, di ogni genere dalle sante alle puttane, perchè non lo può essere anche il podio? e perciò ha chiamato tre direttrici che avranno la responsabilità delle tre opere in cartellone. La profondità di pensiero ci sconvolge, letteralmente.
domenica 4 maggio 2014
Si può o non si può? Ministro Giannini, risponda
Da tempo ci siamo fatti carico di un problema che non vediamo prendere in seria considerazione da parte di chi emana le leggi e poi non le fa osservare. Intendiamo gli incarichi esterni di dipendenti pubblici, dei quali ampiamente abbiamo trattato in uno degli ultimi numeri di Music@ ( novembre 2013, n.35), rinfrescando a chi dovrebbe interessarsene, i termini del problema, le prescrizioni legislative ( la cosiddetta legge Brunetta, nota anche come 'contro la corruzione nella pubblica amministrazione'; ma dobbiamo ricordarla noi?), ed anche una lunga lista di professori di conservatorio - noi ci occupiamo di questi, sebbene il problema esista in ogni amministrazione pubblica - che svolgono contemporaneamente incarichi stabili, e dunque non occasionali e saltuari, come permetterebbe la legge, previa autorizzazione del dirigente dell'ente pubblico dal quale si dipende.
Nei conservatori in cui direttori hanno un senso della legalità altissimo - ma forse solo quello - alla voce 'amministrazione trasparente' dei rispettivi siti internet, si possono leggere i nomi dei professori ai quali è stato consentito, previa richiesta, lo svolgimento di alcuni incarichi, per i quali è anche citato espressamente , in osservanza della norma di legge, anche il relativo emolumento percepito.
Quando invece detto incarico esterno si configura come stabile e continuativo, ecco che interviene la magistratura, dietro denuncia, a sancire la incompatibilità di detto incarico, con tutte le prevedibili conseguenze, prima fra tutte quella economica della restituzione degli emolumenti percepiti, e, infine della decadenza dall'incarico medesimo. E alcuni casi ci sono già stati.
Cosa hanno insegnato? Nulla . I direttori dei Conservatori nelle autorizzazioni concesse non citano naturalmente quei casi in aperto conflitto, il Ministero chiude tutti e due gli occhi, il soggetto in aperto contrasto con le leggi non si dimette dagli incarichi non consentiti, e tutto va come se la legge non esistesse.
Chi dovrà rispondere alla magistratura nel caso in cui tali anomale situazioni venissero scopertamente denunciate? Il diretto interessato naturalmente, ma anche il direttore del Conservatorio che, secondo una prassi vecchia ed ora contro legge, fa finta di non sapere, anche quando conosce bene l'incarico incompatibile del suo dipendente, perché si svolge ad un tiro di schioppo dall'istituto pubblico di appartenenza e con il quale il Conservatorio intrattiene anche rapporti di collaborazione. Fuori i nomi, direte voi? Li abbiamo fatti già, e se andate a consultare quel numero di Music@ sul sito del Conservatorio 'Casella' ne troverete una lista che prende in considerazione i casi degli insegnanti/direttori artistici o sovrintendenti, quando non anche critici musicali contemporaneamente, e, per alcuni, anche sovrintendenti o presidenti di consigli di amministrazione.
Perché torniamo ancora oggi sull'argomento dopo averne fatta aperta denuncia con quel lungo servizio che si può leggere su Music@ ?
Perché ieri l'altro, andando sul sito del Teatro Regio di Parma, per verificare la decadenza dal suo incarico di amministratore del dott. Carlo Fontana, secondo lo svarione pubblicato su Repubblica .it, insieme ad una sentenza del TAR non ancora pubblica, abbiamo aperto anche la pagina riguardante il direttore artistico del medesimo Teatro, e cioè il m.Paolo Arcà, del quale si citano gli emolumenti ed i rispettivi incarichi, che sono i seguenti: direttore artistico del Regio di Parma; direttore artistico della 'Società del Quartetto' di Milano, professore di composizione al Conservatorio di Milano. E' un'autodenuncia? Una aperta sfida? Esattamente Che altro si aspetta a provvedere a questo come a molti altri casi di cui i rispettivi direttori di Conservatorio sono a conoscenza ma che dovrebbero esserlo anche del Ministero?
Della questione, ben nota lo ripetiamo per l'ennesima volta- interessammo qualche mese fa anche il nuovo presidente della Conferenza dei direttori di Conservatori italiani, m. Troncon, e lui ci confermò di essere a conoscenza dell'anomalia, aggiungendo che conosceva anche il caso di un professore di Conservatorio - non sappiamo se del suo - che faceva anche il Notaio, e tutti capiscono come un incarico amministrativo per giunta pubblico, sia assolutamente ed ancor più incompatibile, se si può dire, con quello di professore di Conservatorio.
Ma forse al lettore di questo post viene anche una curiosità? Perché ci si occupa di tale argomento con tanta partecipazione da parte dell'autore? Non abbiamo difficoltà a rispondere con chiarezza. Innanzitutto perché ad avere questi doppi, talvolta anche tripli incarichi sono soggetti assolutamente privi di qualunque preparazione specifica per l'incarico di direttore artistico, che gli viene in genere attribuito, perché riconosciuti in possesso di spirito di servilismo; o perché, facendo anche i critici musicali, sperano di ottenere da essi, ad una modica cifra, anche visibilità sui giornali o alla radio ( quanti casi!!!!); e, infine, perché il loro operato non merita nessuna attenzione, se non quella relativa a pura ragioneria. Senza dimenticare che se decadessero da questi incarichi incompatibili, si libererebbero tanti posti, nuove energie potrebbero esservi immesse e forse la vita musicale italiana potrebbe arricchirsi per originalità, e si attuerebbe anche un utile e necessario ricambio generazionale. Vi bastano tutte queste ragioni insieme? No? allora tenetevi quello che abbiamo che è poco, molto poco ed insoddisfacente, assai insoddisfacente.
Nei conservatori in cui direttori hanno un senso della legalità altissimo - ma forse solo quello - alla voce 'amministrazione trasparente' dei rispettivi siti internet, si possono leggere i nomi dei professori ai quali è stato consentito, previa richiesta, lo svolgimento di alcuni incarichi, per i quali è anche citato espressamente , in osservanza della norma di legge, anche il relativo emolumento percepito.
Quando invece detto incarico esterno si configura come stabile e continuativo, ecco che interviene la magistratura, dietro denuncia, a sancire la incompatibilità di detto incarico, con tutte le prevedibili conseguenze, prima fra tutte quella economica della restituzione degli emolumenti percepiti, e, infine della decadenza dall'incarico medesimo. E alcuni casi ci sono già stati.
Cosa hanno insegnato? Nulla . I direttori dei Conservatori nelle autorizzazioni concesse non citano naturalmente quei casi in aperto conflitto, il Ministero chiude tutti e due gli occhi, il soggetto in aperto contrasto con le leggi non si dimette dagli incarichi non consentiti, e tutto va come se la legge non esistesse.
Chi dovrà rispondere alla magistratura nel caso in cui tali anomale situazioni venissero scopertamente denunciate? Il diretto interessato naturalmente, ma anche il direttore del Conservatorio che, secondo una prassi vecchia ed ora contro legge, fa finta di non sapere, anche quando conosce bene l'incarico incompatibile del suo dipendente, perché si svolge ad un tiro di schioppo dall'istituto pubblico di appartenenza e con il quale il Conservatorio intrattiene anche rapporti di collaborazione. Fuori i nomi, direte voi? Li abbiamo fatti già, e se andate a consultare quel numero di Music@ sul sito del Conservatorio 'Casella' ne troverete una lista che prende in considerazione i casi degli insegnanti/direttori artistici o sovrintendenti, quando non anche critici musicali contemporaneamente, e, per alcuni, anche sovrintendenti o presidenti di consigli di amministrazione.
Perché torniamo ancora oggi sull'argomento dopo averne fatta aperta denuncia con quel lungo servizio che si può leggere su Music@ ?
Perché ieri l'altro, andando sul sito del Teatro Regio di Parma, per verificare la decadenza dal suo incarico di amministratore del dott. Carlo Fontana, secondo lo svarione pubblicato su Repubblica .it, insieme ad una sentenza del TAR non ancora pubblica, abbiamo aperto anche la pagina riguardante il direttore artistico del medesimo Teatro, e cioè il m.Paolo Arcà, del quale si citano gli emolumenti ed i rispettivi incarichi, che sono i seguenti: direttore artistico del Regio di Parma; direttore artistico della 'Società del Quartetto' di Milano, professore di composizione al Conservatorio di Milano. E' un'autodenuncia? Una aperta sfida? Esattamente Che altro si aspetta a provvedere a questo come a molti altri casi di cui i rispettivi direttori di Conservatorio sono a conoscenza ma che dovrebbero esserlo anche del Ministero?
Della questione, ben nota lo ripetiamo per l'ennesima volta- interessammo qualche mese fa anche il nuovo presidente della Conferenza dei direttori di Conservatori italiani, m. Troncon, e lui ci confermò di essere a conoscenza dell'anomalia, aggiungendo che conosceva anche il caso di un professore di Conservatorio - non sappiamo se del suo - che faceva anche il Notaio, e tutti capiscono come un incarico amministrativo per giunta pubblico, sia assolutamente ed ancor più incompatibile, se si può dire, con quello di professore di Conservatorio.
Ma forse al lettore di questo post viene anche una curiosità? Perché ci si occupa di tale argomento con tanta partecipazione da parte dell'autore? Non abbiamo difficoltà a rispondere con chiarezza. Innanzitutto perché ad avere questi doppi, talvolta anche tripli incarichi sono soggetti assolutamente privi di qualunque preparazione specifica per l'incarico di direttore artistico, che gli viene in genere attribuito, perché riconosciuti in possesso di spirito di servilismo; o perché, facendo anche i critici musicali, sperano di ottenere da essi, ad una modica cifra, anche visibilità sui giornali o alla radio ( quanti casi!!!!); e, infine, perché il loro operato non merita nessuna attenzione, se non quella relativa a pura ragioneria. Senza dimenticare che se decadessero da questi incarichi incompatibili, si libererebbero tanti posti, nuove energie potrebbero esservi immesse e forse la vita musicale italiana potrebbe arricchirsi per originalità, e si attuerebbe anche un utile e necessario ricambio generazionale. Vi bastano tutte queste ragioni insieme? No? allora tenetevi quello che abbiamo che è poco, molto poco ed insoddisfacente, assai insoddisfacente.
sabato 15 marzo 2014
Alberto Triola. Che mestiere fa?
Alberto Triola, per molti anni nello staff artistico del Teatro alla Scala, si capisce che ha studiato da direttore artistico. Gli incarichi ricoperti nel frattempo - visto che l'ambito traguardo non l'ha ancora raggiunto, per lo meno quello desiderato (di recente s'è fatto il suo nome, assieme a quello di Mirabella, anche per la sovrintendenza del Petruzzelli di Bari) - vanno dalla direzione della 'Scuola dell'Opera' al Comunale di Bologna durante la gestione Tutino, sette/otto anni fa, alla consulenza artistica per alcuni teatri lirici, da Cagliari a Genova ( ci sono stati anche Cremona, Festival Pergolesi Spontini di Jesi, Festival di Spoleto); e nello specifico caso dei teatri, si è trattato quasi sempre di istituzioni sull'orlo di una crisi di nervi - leggi: fallimento - fino a quando non approda a Firenze, al Comunale, sotto la gestione Colombo. Nel frattempo mandando a casa Sergio Segalini - dopo 16 anni, sembra in maniera poco elegante - approda a Martina Franca per guidare il 'Festival della valle d'Itria'. Naturalemnte a casa non ce l'ha mandato lui, bensì il grande Punzi, presidente in aeternum del festival pugliese. Quando Arcà, desideroso di inseguire altre esperienze - una formula bricconcella per dire che voleva svignarsela per andare a Parma a lavorare con Fontana al Regio onde evitare le cattive acque in cui navigava a Firenze; decisione, con grande senso del tempo, assunta alla vigilia della estromissione della Colombo - Triola funge da direttore artistico al Comunale di Firenze. Poi arriva il commissario -. l'unico fra gli italiani a ricevere uno stipendio congruo per opera di Renzi - il quale chiama come consulente artistico Gianni Tangucci (Triola aveva lavorato anche al suo fianco) e lui appare nell'organigramma come 'direttore generale'. Funzione per la quale ha ora fatto la selzione dei quasi 3000 aspiranti ai posti di maschere, 26 in tutto, per il Nuovo Teatro Comunale di Firenze, che, stando alle promesse di Renzi, dovrebbe inaugurasi fra qualche mese, in coincidenza con il nuovo Maggio Fiorentino. Insomma Triola ha fatto il casting per scegliere le hostess del teatro, e ci assicura che si tratta di aspiranti altamente qualificati, addirittura taluni anche plurilaureati. Che mestiere faccia Triola, nato per fare il direttore artistico, non l'abbiamo ancora chiaro, almeno nel caso di Firenze.
sabato 23 novembre 2013
Quando arriva il commissario ministeriale un teatro fallisce
Qualcuno l'ha scritto i giorni scorsi. Un semplice esame delle precedenti esperienze lo attesta inequivocabilmente. Quando un teatro vine commissariato dal ministero, i guai non finiscono, anzi cominciano proprio con il commissariamento. Prendiamo ad esempio Firenze, lì c'era passato Nastasi, sembrava tutto a posto, poi arriva il duo Giambrone-Arcà e rieccoti il deficit di bilancio- Nastasi aveva realmente rimesso le cose a posto? - il sindaco chiama Francesca Colombo che dovrebbe fronteggiare una situazione disastrosa, è chiaro che non ce la fa; se poi ha contro anche il sindaco che l'ha chiamata e il ministero che stringe i cordoni della borsa, a lei di chiede di sacrificarsi per tutti, ministero compreso, mentre Arcà si defila poco prima che scoppi il bubbone, perchè interessato 'ad altre esperienze professionali' - leggi: trasferimento a Parma, di nuovo al fianco di Fontana; esperienza professionale nuovissima - e Giambrone è tornato a fianco del sindaco di Palermo (IDV) e ricomincia la scalata al Massimo, dove era già stato sovrintendente. I due non c'entrano con il deficit che ha trovato la Colombo? e il tribuno fiorentino, Rienzi, che fa? sta alla finestra? perchè neanche una parola in difesa della Colombo che lui aveva messo lì, senza dirle che da lei voleva un miracolo?
Non vogliamo portar sfiga a Napoli, al Teatro San Carlo dove pure c'è passato Nastasi il quale, ha almeno trovato lavoro alla sua mogliettina Giulia Minoli - una vergogna senza pari!. Negli ultimi mesi, al di là dei finanziamenti generosi per le tournée del teatro - più generosi di tutti quelli elargiti agli altri teatri, forse con la sola eccezione della Scala, vivaddio!- anche sul teatro napoletano sembra allungarsi l'ombra di problemi di bilancio.
Non parliamo di Genova, dove il suo - del ministero- ambasciatore/commissario, ha fatto disastri a tutti noti., mandando a casa il ,sovrintendente direttore artistico Ferrari e poi facendosi letteralmente cacciare a calci nel sedere per la voragine nei conti che non era in grado di risanare neanche in parte.
Vogliamo parlare di Cagliari, dove la coppia Nastasi-Letta zio, hanno infilato la Crivellenti, prelevandola dalla biglietteria del teatro e facendola sedere sullo scranno più alto dell'istituzione? anche lì ci sono guai.
Ora a Roma, con tutte le colpe degli attuali amministratori del teatro e dei precedenti, comunali, che sono all'origine di tutti i mali del teatro è chiaro che sono terrorizzati alla semplice idea che arrivi un commissario - fosse anche Fuortes - mandato dal ministero. Fallimento sicuro, dicono. Incuriosisce che nel fronte contrario al commissariamento siano sulla stessa barricata dirigenza e sindacati, in uno dei quali militerebbe anche qualche parente del sovrintendente. Ma di questo non c'è da scandalizzarsi: un solo parente è come rilevare la pagliuzza di evangelica memoria; mentre non si guarda alla trave.
Ora dal teatro fanno sapere che se regione e comune pagassero i rispettivi debiti, il problema della liquidità immediata verrebbe risolto, dimenticando che ci sono ben altri problema, e dimenticando, pure, che - forse giustamente, chissà - il finanziamento del Comune al teatro è sproporzionato,da qualunque parte lo si consideri, se si mette in relazione all'attività del teatro, scandalosamente insufficiente; e all'incapacità dei suoi dirigenti di rispondere alle sfide anche economiche che la crisi pone.
Non c'è Muti che risolva tutti i problemi e che tenga in piedi il teatro, anche se egli ha dalla sua parte Nastasi, innanzitutto, e forse anche il ministro Bray.
Non vogliamo portar sfiga a Napoli, al Teatro San Carlo dove pure c'è passato Nastasi il quale, ha almeno trovato lavoro alla sua mogliettina Giulia Minoli - una vergogna senza pari!. Negli ultimi mesi, al di là dei finanziamenti generosi per le tournée del teatro - più generosi di tutti quelli elargiti agli altri teatri, forse con la sola eccezione della Scala, vivaddio!- anche sul teatro napoletano sembra allungarsi l'ombra di problemi di bilancio.
Non parliamo di Genova, dove il suo - del ministero- ambasciatore/commissario, ha fatto disastri a tutti noti., mandando a casa il ,sovrintendente direttore artistico Ferrari e poi facendosi letteralmente cacciare a calci nel sedere per la voragine nei conti che non era in grado di risanare neanche in parte.
Vogliamo parlare di Cagliari, dove la coppia Nastasi-Letta zio, hanno infilato la Crivellenti, prelevandola dalla biglietteria del teatro e facendola sedere sullo scranno più alto dell'istituzione? anche lì ci sono guai.
Ora a Roma, con tutte le colpe degli attuali amministratori del teatro e dei precedenti, comunali, che sono all'origine di tutti i mali del teatro è chiaro che sono terrorizzati alla semplice idea che arrivi un commissario - fosse anche Fuortes - mandato dal ministero. Fallimento sicuro, dicono. Incuriosisce che nel fronte contrario al commissariamento siano sulla stessa barricata dirigenza e sindacati, in uno dei quali militerebbe anche qualche parente del sovrintendente. Ma di questo non c'è da scandalizzarsi: un solo parente è come rilevare la pagliuzza di evangelica memoria; mentre non si guarda alla trave.
Ora dal teatro fanno sapere che se regione e comune pagassero i rispettivi debiti, il problema della liquidità immediata verrebbe risolto, dimenticando che ci sono ben altri problema, e dimenticando, pure, che - forse giustamente, chissà - il finanziamento del Comune al teatro è sproporzionato,da qualunque parte lo si consideri, se si mette in relazione all'attività del teatro, scandalosamente insufficiente; e all'incapacità dei suoi dirigenti di rispondere alle sfide anche economiche che la crisi pone.
Non c'è Muti che risolva tutti i problemi e che tenga in piedi il teatro, anche se egli ha dalla sua parte Nastasi, innanzitutto, e forse anche il ministro Bray.
giovedì 21 novembre 2013
Mi manda Muti
Ricordo bene di aver letto sul Corriere molti anni fa una intervista a Placido Domingo che si lamentava della sua assenza dalla Scala. Erano i tempi di Fontana, Muti, Roman Vlad, Arcà. o forse Vlad era già venuto via, lasciando nelle mani del suo scudiero Arcà, con l'assenso di Fontana e Muti, le redini artistiche del teatro. Arcà era arrivato con Vlad, anzi Vlad lo aveva portato con sè con la seguente giustificazione: non potendo egli badare alla Scala, a causa dei suoi già numerosi impegni, richiese un aiutante di campo. Perchè proprio Arcà? La ragione era pratica. Vlad lo aveva preso a lavorare alle sue dipendenze, nella redazione del mensile 'Musica & Dossier' dell'editore fiorentino Giunti. Ma che faceva Arcà alla Scala? Secondo un nostro collega ben infornato egli era relegato ad occuparsi delle 'tournée del teatro all'estero'. Dunque in un ruolo assai marginale. Per questo, quando Domingo in quella intervista lamentava il fatto che a telefonargli per una proposta alla Scala era stato un certo Arcà' - come testualmente disse Domingo - egli ribattè che alla Scala conosceva solo Muti, e perciò parlava solo con lui. Mi pare che non citasse Fontana che certamente conosceva essendo egli sovrintendente da tempo.
Cosa vogliamo dire con ciò? Vogliamo dire che le carriere molte volte, forse il più delle volte, si costruiscono con l'appartenenza a consorterie (le logge massoniche vi dicono qualcosa? ma badate bene non sono le uniche!) e società di vario genere ma tutte di mutuo soccorso, e soprattutto con l'ubbidienza e la fedeltà al potente del momento.
Per tornare ad Arcà, dopo la Scala è chiaro che chiunque, non sapendo la cronistoria dei fatti, quando legge nel suo curriculum del passaggio milanese, lo scritturerebbe per sé su due piedi, come appunto è accaduto al compositore romano - mestiere esercitato da Arcà quasi esclusivamente all'inizio di carriera!- che poi è andato in giro a Genova a Parma - già una volta come direttore artistico della Toscanini! - a Firenze ed a Milano, agli Arcimboldi ed alla Società del Quartetto dove tuttora opera, nonostante che faccia il direttore artistico di Fontana al Regio di Parma e che sia anche insegnante al Conservatorio di Milano - cose fra loro incompatibili come abbiamo richiamato nel nostro precedente post: 'Nel Far West della musica italiana!' Tra parentesi, non appena Arcà chiese il trasferimento dal Conservatorio dell'Aquila a Milano, l'ottenne seduta stante. Come poi riusciva, prima, a stare fisicamente e contemporaneamente alla Scala e L'Aquila lo racconteremo un 'altra volta - anzi, lo abbiamo fatto altre volte sia su Suono, che su Music@, più succintamente. Vi fu un imbroglio, alla base del quale c'era il solito ritornello: da noi insegna il direttore artistico della Scala.
L'errore madornale che spesso si compie da parte di chi ha il potere è, alla luce di questi elementi, quello di pensare che in una istituzione sia meglio mantenere stretto lo scettro del comando ed avere tutti gli altri prostrati ai propri piedi, piuttosto che circondarsi di pari grado, a causa delle numerose incombenze che la direzione di un grande teatro comporta.
E' l'errore che Muti continua a fare anche a Roma: lui solo è la stella, tutti gli altri sono al suo servizio. Ma il guaio è che, come accadde con Domingo alla Scala, quando ad un artista telefona qualcuno dell'Opera di Roma, dall'altra parte del telefono si può udire una voce che risponde: io conosco solo Muti. e parlo solo con lui
Ora Muti, nella critica situazione del suo teatro- come va ogni giorno descrivendo Valerio Cappelli, cantore, un tempo! sul Corriere - non dice nulla dei suoi collaboratori, dei quali evidentemente può dire la stessa cosa che Berlusconi ed i suoi schierani vanno dicendo dei parlamentari ex PDL: questo(a) o quello(a) li ho creati io, senza di me non erano nessuno. E' l'errore grossolano nel quale Muti - ce ne dispiace davvero!- casca ogni volta. Mentre sarebbe molto più saggio che al suo fianco pretendesse collaboratori della sua stessa autorevolezza ed indipendenza di pensiero.
Cosa vogliamo dire con ciò? Vogliamo dire che le carriere molte volte, forse il più delle volte, si costruiscono con l'appartenenza a consorterie (le logge massoniche vi dicono qualcosa? ma badate bene non sono le uniche!) e società di vario genere ma tutte di mutuo soccorso, e soprattutto con l'ubbidienza e la fedeltà al potente del momento.
Per tornare ad Arcà, dopo la Scala è chiaro che chiunque, non sapendo la cronistoria dei fatti, quando legge nel suo curriculum del passaggio milanese, lo scritturerebbe per sé su due piedi, come appunto è accaduto al compositore romano - mestiere esercitato da Arcà quasi esclusivamente all'inizio di carriera!- che poi è andato in giro a Genova a Parma - già una volta come direttore artistico della Toscanini! - a Firenze ed a Milano, agli Arcimboldi ed alla Società del Quartetto dove tuttora opera, nonostante che faccia il direttore artistico di Fontana al Regio di Parma e che sia anche insegnante al Conservatorio di Milano - cose fra loro incompatibili come abbiamo richiamato nel nostro precedente post: 'Nel Far West della musica italiana!' Tra parentesi, non appena Arcà chiese il trasferimento dal Conservatorio dell'Aquila a Milano, l'ottenne seduta stante. Come poi riusciva, prima, a stare fisicamente e contemporaneamente alla Scala e L'Aquila lo racconteremo un 'altra volta - anzi, lo abbiamo fatto altre volte sia su Suono, che su Music@, più succintamente. Vi fu un imbroglio, alla base del quale c'era il solito ritornello: da noi insegna il direttore artistico della Scala.
L'errore madornale che spesso si compie da parte di chi ha il potere è, alla luce di questi elementi, quello di pensare che in una istituzione sia meglio mantenere stretto lo scettro del comando ed avere tutti gli altri prostrati ai propri piedi, piuttosto che circondarsi di pari grado, a causa delle numerose incombenze che la direzione di un grande teatro comporta.
E' l'errore che Muti continua a fare anche a Roma: lui solo è la stella, tutti gli altri sono al suo servizio. Ma il guaio è che, come accadde con Domingo alla Scala, quando ad un artista telefona qualcuno dell'Opera di Roma, dall'altra parte del telefono si può udire una voce che risponde: io conosco solo Muti. e parlo solo con lui
Ora Muti, nella critica situazione del suo teatro- come va ogni giorno descrivendo Valerio Cappelli, cantore, un tempo! sul Corriere - non dice nulla dei suoi collaboratori, dei quali evidentemente può dire la stessa cosa che Berlusconi ed i suoi schierani vanno dicendo dei parlamentari ex PDL: questo(a) o quello(a) li ho creati io, senza di me non erano nessuno. E' l'errore grossolano nel quale Muti - ce ne dispiace davvero!- casca ogni volta. Mentre sarebbe molto più saggio che al suo fianco pretendesse collaboratori della sua stessa autorevolezza ed indipendenza di pensiero.
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