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sabato 29 novembre 2014

Rusalka ha fatto boom!

Come sia andata l'altra sera, all'Opera di Roma, con la serata inaugurale di stagione, non ci è dato di sapere, nonostante che abbiamo letto la maggior parte dei quotidiani.
 Di certo si dava Rusalka, approdata all'Opera prima d'ora già otto anni fa (Roma è forse l'unico teatro dove in meno di 10 anni abbiano rappresentato due volte l'opera di Dvorak), il direttore, al suo debutto a Roma, è stato strattonato dalla critica sia di destra che di sinistra ( è importante  segnalarlo perché la critica di destra e quella di sinistra si spartiscono i compiti) il regista era Krief che ha avuto a disposizione appena 50.000 Euro per l'allestimento (forse ne ha presi di più per la regia, dovendosi egli spremere le meningi per pescare nei magazzini del teatro  tutto quello che poteva essere utile per il nuovo /vecchio allestimento) ha inscheletrito il mondo favolistico; e le voci, la principale delle quali, femminile,  è stata sostituita per indisposizione  negli ultimi giorni, non sappiamo di che pasta fossero fatte. Chi dice che erano assolutamente inadatte, chi ne salva la metà chi le promuove in toto, a seconda che fossero di destra o sinistra - i critici s'intende. Fra i quali c'erano i vedovi o le vedove di Muti , che lo rimpiangeranno in eterno (dimenticando di annotare che l'allestimento e il cast dell' Aida andata in fumo costava all'incirca 1.500.000 Euro) e che, inconsolate, vagano per le sabbie egizie; coloro i quali, anzi uno, che raccontava per l'ennesima volta la storia di Rusalka - che palle! - per non sporcarsi le mani, e, nel frattempo, prendeva tempo e spiava le mosse degli altri ( era un pezzo, bello corposo, da pubblicare alla vigilia e che, per mancanza di spazio, è finito all'indomani della prima); e poi c'era il cantore/poeta con il pensiero sempre verso Muti e famiglia ( altrimenti  non gli avrebbero fatto presentare al festival ravennate, una sua opera: beccato, diavoletto di un critico!) ma che ora vuole salvare capra e cavoli, dove i cavoli sono i suoi rapporti anche lavorativi con Fuortes, da Roma a Bari e ritorno.
 L'univo forse che dava conto, in breve, con un pezzo tozzo, era un critico 'da destra': poche annotazioni anche sull'esito della serata. Abbiamo anche letto di applausi di cortesia, ed anche di nove minuti di applausi. Vi meravigliate?  Nove minuti di applausi  possono essere di sola cortesia. Zitti!
 Alla serata inaugrale, per non offendere il compaesano Riccardo,  il presidente Napolitano non aveva partecipato, perchè -  secondo il comunicato ufficiale del Quirinale, non richiesto - stava già preparando le valigie per il prossimo autosfratto;  e neppure Franceschini  il quale aveva prenotato un lungo fine settimana in Marocco con la sua bella, con la quale da quando s'è sposato non gli era riuscito ancora di portarla fuori; Marino era assente perchè ci  aveva da fare (gli si era bucata la ruota della bicicletta sul Raccordo e stava attendendo il 113), e Zingaretti era impicciato con la sagra dell'olio  ai Castelli, e perciò ha girato alla larga da Piazza  Beniamino Gigli.
 In compenso però c'era, al gran completo, il solito generone romano agghindato come la madonna di Pompei; c'era il ministro Padoan, unico caso di forte presenza istituzionale (per mantenere la promessa fatta alla sua signora: domani ti porto all'Opera!) - e c'era l'assessore Marinelli, altro sponsor di Fuortes.
 Poi, scendendo giù giù (non si sono letti i nomi dei consiglieri di amministrazione né del direttore artistico che erano tutti impegnati o in altri teatri o a preparare l'albero di Natale) c'era Piovani e c'era anche Cagli. Non starà mica pensando di accasarsi per l'ennesima volta, al Teatro dell'Opera, ora che ha deciso di lasciare, dopo una ventina d'anni, Santa Cecilia? La santa della musica ci protegga!

mercoledì 22 ottobre 2014

Capitale Europea della Cultura 2019. Candidate in Italia, anche città 'sgarrupate'.

Le candidature italiane erano infinite, come al solito. Un anno fa circa la prima scrematura, ad opera di una commissione che esaminò tutte le candidature; ne eliminò definitivamente dalla corsa alcune, ne mantenne altre, una rosa ristretta.
 La delusione più grande fu per l'eliminazione, dalla rosa ristretta,  della città dell'Aquila, duramente segnata dal terremoto nel 2009, che allora - ma solo allora - poteva pensare che  il 2019 poteva essere una data per la definitiva rinascita della città, davanti al mondo. L'eliminazione sembrò una ingiustizia e frutto di grave insensibilità nei confronti della città martoriata. No, non fu così. Noi, allora direttore di Music@, dalle pagine della rivista lanciammo immediatamente, all'indomani del terremoto, e dunque quasi dieci anni prima del 2019, la candidatura dell'Aquila, che avrebbe potuto essere una spinta a ricostruire non nei tempi classici del malcostume e 'ruba-ruba' italiani. Dieci anni sono un tempo sufficientemente lungo per programmare e  attuare la rinascita di una storica città distrutta.  Lavorando  e rispettando i tempi.Tornammo sull'argomento  all'indomani della bocciatura, quando i politici cittadini se la presero con la cattiva stampa e non con le lungaggini burocratiche, i veti incrociati, gli interessi sporchi e nascosti, le ruberie - come sostennero sia Cialente che la famosa ex assessore Pezzopane, Susanna,   recentemente ancora agli onori della cronaca per il suo amore nei riguardi di un ex tronista  della premiata ditta 'defilippimaria', molto più giovane ed anche  più aitante dell' assessore, ora senatrice.
Ma come si poteva pensare che cinque anni prima dell'appuntamento europeo, venisse presa in considerazione la candidatura di una città che non esisteva ancora, benché dal terremoto fossero passati già cinque anni? E non era ancor accaduto ciò che avrebbe esposto L'Aquila e l'Italia agli insulti del mondo: il progetto Ca.Se, costosissimo, che va a pezzi. con i balconi dichiarati inagibili, perché cascano, e gli abitanti reclusi in casa.
 Non che a Matera le cose siano messe meglio; e comunque Matera è stata scelta come 'Capitale europea della cultura' per il 2019, sull'onda emozionale che  ha spinto alcune produzioni cinematografiche internazionali a girarvi film famosissimi,  ammirate dalla sua  architettura assolutamente unica, i suoi 'sassi'. I quali, da qualche anno, sulla base di un turismo d'élite internazionale, sono stati riqualificati ed oggi, come già i trulli, sono richiestissimi.
 Un lungo reportage di Repubblica, ci ha mostrato quanto altrettanto 'sgarrupata' sia Matera, non servita da nessuna linea ferroviaria nazionale, ma solo da una tradotta che da Bari a Matera copre la distanza di una settantina di km in un paio di ore e più. Una ferrovia, in verità, delle FS, avrebbe dovuto esserci, e nel tempo si sono spesi per viadotti (nel deserto) e gallerie che hanno deturpato il paesaggio,  ed anche per la stazione, oltre 200 miliardi di vecchie lire. Ed altrettanti ne servirebbero per  metterla in funzione, ma nessuno ci pensa a farlo. Una vergogna. Che si potrebbe eliminare almeno  abbattendo quella stazione fantasma e i viadotti che grideranno, altrimenti, vendetta, per i secoli futuri. Perché si fa presto a costruire con il cemento armato, ma quello, una volta impiantato, ha bisogno delle bombe per essere distrutto. Ora sperano, a Matera, sui 600 milioni di Euro che  dovrebbero essere investiti per l'occasione e nei cinque anni che ci separano dall'appuntamento europeo; nel frattempo hanno programmato che i turisti, qualche milione, attesi a Matera, saranno trasferiti dall'aeroporto di Bari a Matera con bus, in numero sufficiente. Rimedi all'italiana per candidature di città 'sgarrupate'.

martedì 7 ottobre 2014

Ministro Franceschini, possiamo spiegarle la differenza tra le Fondazioni liriche e i Teatri di tradizione - che lei non conosce?

Ignorare da parte di un Ministro anche fondamentali differenze fra enti ed istituzioni di diversissimo genere, per giunta ben definite dalla Legge n.800 (famigerata per alcuni e benedetta per altri) è brave, gravissimo. E il ministro Dario Franceschini ignora profondamente la differenza abissale che esiste fra Fondazioni lirico-sinfoniche (14 nel nostro paese) e i Teatri di tradizione ( 28 nel nostro paese- per il Ministro sarebbero 29, stando a quanto si è letto ieri sui giornali, per il suo desiderio di aumentarle di numero, a causa della conclamata buona amministrazione, che è poi la ragione per la quale li cita). Sorvoliamo sulla differenza - basta che il Ministro si faccia portare dal suo grande grosso direttore generale Nastasi la legge per informarsi - per venire al nodo. I 28 ( 29 secondo Franceschini!) spendono molto meno delle 14 Fondazioni lirico-sinfoniche che da sole assorbono il 48% circa dell'intero FUS, che ricevono complessivamente  contributi pubblici ( fra Stato ed Enti locali) per  300 milioni di Euro, e che hanno accumulato, negli ultimi dieci anni un debito colossale, pari all'incirca al contributo che ogni anno  ricevono - e cioè sui 300 milioni di Euro - al quale contributo un altro centinaio di milioni (Legge Bray) si è aggiunto per tirare fuori dai guai i teatri ( 8 su 14) più disastrati che hanno dilapidato anche parte del patrimonio, oltre che dato fuco per cattiva, anzi pessima amministrazione, ai contributi, per alcuni teatri anche cospicui ricevuti ogni anno.
 Le cifre sono quelle a tutti note, il Ministro che prometteva rivelazioni sconvolgenti  non ha detto nulla di nuovo.
 Di nuovo ha detto, anzi fatto sapere, che lui non conosce la differenza fra Teatri di tradizione e Fondazioni lirico-sinfoniche, che è la stessa che corre fra  programmazioni 'stagionali' e 'annuali'( salvo alcuni casi, come il Teatro Bellini di Catania, segnalatosi negli anni per essere un carrozzone costosisssimo  foraggiato, per fini tutt'altro che artistici dalle Regione Sicilia e da altri).
I Teatri di tradizione fanno sì lirica, con  la finalità di distribuirla sul territorio, ma non la fanno per tutto l'anno, bensì per alcuni - pochissimi - mesi l'anno; non hanno un'orchestra stabile, fanno anche prosa ed altro, e per ciascuno di questi capitoli ricevono, sempre dal FUS, appositi specifici finanziamenti. Tutta lì la differenza? Sì, e non è da poco.  all'incirca 150-200  persone fra strumentisti e coro,  i teatri di tradizione non li hanno in organico, e di conseguenza non hanno neanche l'alto numero di impiegati e tecnici ( a Roma, e Franceschini dovrebbe saperlo,  tolta l'orchestra e il coro, il resto dei dipendenti del teatro è quasi il doppio delle cosiddette 'masse artistiche'. Che ci faranno con orchestra e coro esternalizzati. E chi ce li ha messi nei vari uffici se non i sindaci  succedutisi nell'amministrazione della Capitale, tramite i loro servi? Capito, ministro?)
 Il Ministro ha ragione solo quando dice che finanziando i teatri con una somma, abbastanza cospicua ( che poi tanto cospicua non è se si pensa che va distribuita per 14 enti, e che negli ultimi anni è andata sempre più erodendosi, e che la somma complessiva del finanziamento per due terzi ( 180 milioni di Euro circa) è a carico dello Stato, l'altro terzo spetta agli enti locali), ha il diritto di controllare il loro operato e di esigere che si modernizzino. Giusto e sacrosanto. ma se la 'modernizzazione' per Franceschini ( e Nastasi, che la va predicando da anni) vuol dire 'sfascio', allora il nostro invito, rivolto a tutti, è di scendere in piazza, se solo si hanno a cuore le sorti della musica in Italia. Franceschini non ci sarà più al Ministero, ma il suo successore  lo stramaliderà,  e insieme a lui anche Nastasi e Marino e Fuortes, quando il folle piano della cosiddetta esternalizzazione sarà messo in atto, creando più problemi organizzativi e  di qualità, di quanti si sognava di risolverne. Chi risponderà per conto di Fuortes che questi problemi non li ha previsti ( a proposito è vera la notizia che anche Fuortes porti il grembiulino dell'osservanza massonica, che tante porte riesce ad aprire, talvolta immeritatamente?)
Le ricette per modernizzare i nostri teatri non sono tanto difficili da proporre ed attuare, se solo il Ministero lo volesse.
1. I vertici dei teatri sono nominati  scegliendoli fra persone di provata competenza amministrativa, e non fra i servi leccaculi  ed incompetenti di questo o quel sindaco, questo o quel ministro, COME FINO AD OGGI E' SEMPRE ACCADUTO. E lo stesso criterio il ministro dovrebbe adottare anche per i membri delle commissioni del suo dicastero, che fino ad oggi, compresa la recente, sono apparse agli occhi di tutti scandalose.
2. I vertici restano in carica non più di due mandati triennali. Dopo di che via, per non creare incrostazioni di vario genere e malaffare.
3.Chi non amministra bene, se scelto per la sua competenza, deve rispondere concretamente della cattiva amministrazione, altrimenti che stava a fare?
4. Il repertorio dei teatri deve essere improntato  alla diffusione ed al mantenimento   della nostra tradizione operistica, tenendo in cartellone sempre i titoli più importanti  che sono poi quelli che in Italia e nel mondo riempiono i teatri, essendo capolavori riconosciuti ed anche amati.
5. Gli allestimenti non devono essere costosi,si ponga un tetto ai costi per allestimento (in Italia qualche teatro già lo fa) e una volta prodotti in proprio o coprodotti devono essere utilizzati per diverse stagioni.
 6. I cachet dati a direttori, solisti, registi, scenografi e costumisti non possono più essere  i più alti che in Europa si danno a tali artisti, come i diretti interessati vanno spudoratamente dicendo ogni volta senza che essi stessi, data la grave situazioni economica, accettino e propongano di abbassarli.
7. Si formino nei vari teatri le 'compagnie stabili',con contratti triennali, che hanno il duplice compito di formare  sul campo i giovani cantanti, a seguito di  durissime selezioni, e nello stesso tempo abbassare di molto i costi per ogni produzione. All'estero esistono da sempre.
 8. Lo Stato assicuri finanziamenti triennali, mettendo fine alle decurtazioni annunciate ogni anno magari a fine esercizio che mettono nei guai anche i buoni amministratori, ai quali una cifra viene promessa ad inizio d'anno ed un'altra inferiore erogata a fine anno.
9. Le orchestre ed i cori devono restare stabili per una produzione che deve essere assolutamente aumentata e di molto ( non come ha fatto Fuortes a Bari che ha portato la produzione da 35 a 39 alzate di sipario - speriamo di ricordare bene, ma su per giù l'aumento risultava tanto risibile da apparire ingiurioso - lasciando poi il teatro per dieci mesi e passa a spasso, a succhiare soldi dei finanziamenti), ma ogni tre anni  ci devono essere  verifiche per  tastarne l'efficienza. Se un ballerino, poniamo questo caso che è il più chiaro, non può più ballare, non può restare in teatro con quella stessa qualifica, ma lo stesso discorso vale per strumentisti e coristi. Così si assicura la professionalità e garantisce la qualità delle prestazioni, non ESTERNALIZZANDO.
10. Liberare finalmente  il Ministero della presenza di Nastasi che è all'origine di molti mali occorsi alla musica,  dacchè lui  siede sulla sua poltrona.
  Al di fuori di queste regole semplici e chiare, il Ministro cominci a considerare il melodramma e la musica italiana un bene da preservare  e valorizzare per la crescita anche civile del nostro paese e non come un pozzo senza fondo che succhia solo soldi. Chissà che le cose non cambino veramente.
Auguri ministro e  la prossima volta si informi un pò prima di parlare.

mercoledì 24 settembre 2014

Dai grandi romanzi sentimentali al diavolo che va chiamato con il suo vero nome: le corna. I teatri di napoli bari,firenze,genova,torino e ... nella bufera.

Chi non ha avuto la fortuna ed il piacere di leggere il libretto della nuova opera che si rappresenta al san Carlo di Napoli 'Attacchet 'a san Francisc, san Gennaro nun te vole cchiù', firmato dallo Shakespeare re-DiVivo del golfo, non può capire che cosa si è perso. Nicole' mmar si scambia tenere effusioni con la Rosann che non dimenticherà mai e dalla quale ora, solo per necessità costretto ad emigrare a Broccolino, deve separarsi. Diviso ma sempre unito. E intanto a Napoli  la vedova per forza, cerca un nuovo 'scaldaletto', pensando alle freddi notti invernali. E' la storia racontata, con un lungo comunicato che ha lo spesore di un romanzo, il divorzio fra Luisotti e Purchie,  u' Commissar,  e Vincienz. un harem.
 Una lettera d'amore, come quella napoletana, l'Orchestra dell'Opera di Roma pretendeva da Muti, in punto di separarsi, e non l'ha avuta; ma, incredula, s' è attaccato a tutto, anche a dire che la lettera in cui veniva annunciata la separazione, della quale è stato rivelato solo qualche passaggio, a guisa di quella degli amanti napuletani, qualche parola sull' antico grande  amore deve esserci. tenuto però debitamente nascosto dai vertici del teatro che vogliono addossare la colpa della separazione unicamente agli orchestrali, ai quali non è bastato avere in  casa una moglie ed amante così avvenente e spiritosa, come Muti, ma pretendevano anche continuare ad andare  ogni settimana a fare shopping in via dei Condotti.
 Ma... come in tutti i matrimoni che si sfasciano, anche in quello fra  musicisti e orchestre o  fra musicisti e teatri, meglio abbandonare i toni caramellosi e chiamare il diavolo con le corna: soldi. E' la parola che non si vuole pronunciare per non macchiare una passione, benché tutti sanno che  quando due si separano rivogliono indietro i regali di una volta ed esigono una buonuscita per i reciproci servizi rinfacciati.
 I soldi sono finiti. L'hanno capito i protagonisti delle nostre storie, o continuano ancora ad illudersi che gratta gratta se ne possono anche oggi avere di più? Nessuno vuole perdere  i mezzi per la propria sussistenza, anche più che decorosa, ma pretendere di avere anche i soldi per andare una sera sì e l'altra pure al ristorante non è più possibile  nè in Italia nè nel resto del mondo - come fanno sapere le notizie allarmanti che giungono da tanti teatri che un tempo navigavano in acque felici e tranquille. E che oggi, per poter proseguire la navigazione non vogliono  erto togliere l'aria a chi ci lavora, ma ridimensionare accessori di un tempo sì.
Nei tanti teatri dei quali si sente dire che c'è un giro di poltrone fra direttori, più in uscita che in entrata, non hanno pensato in tempo a fare a meno del superfluo ed oggi si trovano nella merda, letteralmente. Solo chi ci ha pensato in tempo resiste e  può tentare di superare il terremoto economico; gli altri  no. Ciò non vuol dire che in quei teatri felicemente in navigazione, non ci siano tensioni: verranno fuori al momento della separazione fra vertici, consensuale o traummatica, ora però possono pensare a proseguire il cammino.
 E del resto che di soldi si tratta, seppur nessuno li nomini apertamente,  è evidente se si considerano i casi dei teatri di Torino, Genova, Bari, Palermo, Bologna, Firenze oltre che Roma e Napoli . Per il momento non si sente parlare di Milano (s'è già detto fin troppo!) di Cagliari - se n'è già parlato tanto in primavera al momento dell'insediamento di Mauro Meli - Trieste, dove anche il sito del teatro, guidato da Orazi, è in costruzione, figurarsi l'attività artistica e la stagione e Verona, dove  tosi governa per bocca del suo commercialista (o geometra?) Girondini, avendo  a proprio  favore le entrate stratosferiche dell'immenso anfiteatro. Le cui fortune qualche illuso, o in malafede, spera di far piovere anche al sud, e precisamente a Pompei, con la nascita, benedetta dal Ministero di Franceschini e Nastasi- assentissimo in tutto e da anni, tranne che nella cura di interessi personali ( la mogliettina di Nastasi  lavora al San Carlo!!!!) di un nuovo improbabile festival affidato ad una delle bacchette internazionali di maggior prestigio,Veronesi, seguito dall'orchestra  del Bellini di Catania che con i Berliner - non per semplice assonanza - condivide prestanza a fama nel mondo, e per i secoli.

domenica 21 settembre 2014

Muti lascia Roma, ed è un addio; mentre Fuortes e Marino non sembrano in fondo tanto dispiaciuti. L'Opera di Roma resta una matassa difficile da sbrogliare

Da qualunque capo si voglia cominciare - da Muti o da Fuortes e Teatro, l'Opera di Roma resta una matassa difficile, se non impossibile, da sbrogliare. E la decisione dell'abbandono, di cui solo ora viene data notizia ufficiale, non è arrivata oggi. Ci aveva colpito, leggendo un inserto dedicato all'incipiente stagione teatrale nella Capitale, allegato sia a Repubblica che al Corriere, il fatto che Fuortes si presentava come amministratore delegato di 'Musica per Roma', mentre la presentazione della stagione dell'Opera veniva  fatta da un narratore impersonale, quando avrebbe dovuto essere il contrario. Muti la sua decisione di abbandonare l'Opera l'aveva già presa. E nella sua lettera, resa nota soltanto oggi, spiega le sue ragioni, tutte plausibili : in teatro non c'è un clima sereno e perciò  gli riesce difficile lavorarvi. Quando  gli animi si saranno rappacificati, e tutto filerà liscio come l'olio, allora si vedrà. Veramente questo è l'auspicio assai freddo di Marino e di Fuortes, ai quali preme soprattutto sottolineare che la nuova gestione ha azzerato l'enorme deficit lasciato da De Martino, sodale di Alemanno, di quasi 12 milioni di Euro, in un solo anno. Fuortes ha fatto il miracolo, ma ora soldi non ce ne sono più e il maestro Muti avrebbe dovuto abbassare le sue pretese in tutti i sensi - è quanto scrivono gli opinionisti della rete - la qual cosa non gli sta proprio bene, e lui decide di andarsene per dedicarsi  interamente - per l'Italia - alla sua amata 'Orchestra Cherubini'.
 Quali sarebbero le pretese del maestro in fatto di cachets, di allestimenti, di voci ecc.. non è dato sapere; e se si tratta soprattutto dei costi degli allestimenti, si sbaglia bersaglio, perchè a quel che sembra l'allestimento di Pier'Alli per 'Aida' sarebbe improntato alle cosiddette 'nozze con i fichi secchi'. Certo Muti a Roma, come altrove, non  lavora 'aggratis' - e , del resto, perchè dovrebbe? - ma con sè a Roma ha portato tutta la sua corte anche quella famigliare che certamente non è compresa nel pacchetto del suo cachet, insomma qualche malumore nei suoi confronti ci potrebbe anche essere. Ben poca cosa comunque in rapporto al prestigio che rende all'Opera la sua presenza, ma solo la sua, non certo quella di  Alessio Vlad,  che lui ha imposto,  come ennesimo atto di riconoscenza verso suo padre che lo portò a Firenze e che egli volle poi alla Scala.  Insomma una corte non pomposa e che non brilla di luce propria, la quale, se il principe rinuncia alla corona, si affloscia in un  minuto secondo. Morto un papa se ne fa un altro - ha scritto qualcuno in rete. Sì, è vero. Ma via Muti c'è qualcun altro nell'orizzonte degli attuali  governanti del teatro capace di sostituirlo senza intaccare il prestigio che la sua presenza recava al teatro? Dubitiamo. C'è chi ha paragonato,sbagliando, questa uscita di scena di Muti alla precedente, di una decina di anni fa, dalla Scala. No, perchè allora Muti aveva contro l'orchestra, che, a Roma, dichiara di non aver mai voluto protestare  contro il direttore e che mai e poi mai avrebbe fatto saltare una recita, neanche una, di Muti. Bugiardi. Perchè tale pericolo l'ha corso anche Muti, con Manon, con la tournée in Giappone e probabilmente l'avrebbe ancora corso  nelle settimane di preparazione di Aida. Basta esaminare il risultato del referendum, interno al teatro, al quale ha partecipato la metà circa dei dipendenti, orchestra e coro compresi, il che vuol dire che l'altra metà non condivideva l'accettazione del piano di salvataggio stilato da Fuortes. I sindacati protestano che loro sciopereranno eventualmente contro Fuortes, ed a scioperare sono soprattutto quelli della Fials e della CGIL- altra pagina del film surreale ' Renzi vince nonostante l'opposizione del PD'.
 A noi  fa più riflettere la risposta, ripetiamo: molto fredda, di Fuortes, Marino e Franceschini che non la lettera di Muti, scritta 'comme il faut', ineccepibile per chi non conosce altri risvolti.
 Ma adesso quali scenari si aprono? Fuortes,  non gradito a metà del personale del teatro come insegna il referendum, trarrà le sue conclusioni dimettendosi?  Oppure resterà mettendo in atto la sua rivoluzione e cioè portando all'Opera di Roma la sua squadretta che già abbiamo visto in azione ma che non ci ha entusiasmati? Già Fuortes in fatto di musica capisce ben poco; lui la squadra l'avrebbe già pronta,  l'ha schierata in campo ed ai bordi già a Bari, ma si tratta di una  squadretta. Non ci frega niente di ciò che scriveranno i giornali alla sua discesa in campo, non nutriamo verso molti gazzettieri  'fiancheggiatori dei vincitori per professione e convenienza 'la benché minima stima. Pensa forse di sostituire Vlad? farebbe bene, ma con chi? Con Gaston Fournier che già voleva imporre a Bari,  e che  oggi è libero, dopo la sua uscita dalla Scala? Cambierà anche il maestro del corpo di ballo, via Micha e dentro Eleonora che scalpita da parecchio per avere quell'incarico, anche se a noi sembra non in grado di sostenerlo, nonostante la sua giovane età ed avvenenza che non è pari alla sua competenza?  Via Muti e ci mette un giovane, magari Rustioni che sta a Bari ed anche a Firenze ( regno del consigliere di amministrazione Battistelli?) Per Fuortes sembra una cosa normale. Ma lui non la capisce, forse, la differenza; nonostante tutti i difetti del grande direttore. O forse la fine dell'anno, quando i consigli di amministrazione con nuovo nome:  consigli di 'indirizzo', dovranno ridisegnare la governance dei nostri teatri, a Roma viene, con l'uscita di Muti,  semplicemente anticipata di qualche mese?
Temiamo che la pubblicità che parla di 'grande opera' a roma, vada cambiata, con la 'piccola opera' nella nuova stagione del  Teatro dell'Opera di Roma Capitale. E che  il sito, dove si legge ancora il nome di Muti per 'Aida' e 'Nozze di Figaro', vada quanto prima aggiornato.

lunedì 21 luglio 2014

Un'inchiesta al mese: Il pubblico del melodramma in Italia. Diamo voce al classico

Abbiamo capito la tecnica. Se dici che presenti un'inchiesta e se anticipi i risultati sui grandi mezzi di comunicazione e regali anche CD,  una rivista qualche copia in più la vende. Perchè sia chiaro a tutti: una rivista di musica seria - pesante, classica o 'musica e basta', l'ultima trovata di qualche associazione con deficit  mentale - in Italia vende qualche migliaio di copie, in parte dovute all'allegato CD.  CD + rivista al prezzo di poco più di 10 Euro, per chi non ha CD, è un affare. E la rivista? Serve solo per non far alzare l'IVA del CD, comprato  dai fondi di magazzino delle multinazionali e venduto senza l'IVA regolamentare, perchè venduto  'come allegato redazionale alla rivista'. La stessa strada tentata anni fa da un'altra rivista che oggi è in affanno - e ce ne dispiace.
Però non si può dire che le inchieste ed i sondaggi, al ritmo di uno al mese, non influiscano sulle vendite, se ogni mese, proprio a causa di quelle inchieste/sondaggi, i lettori hanno qualche sorpresa. Come quella, ad esempio, relativa al più grande cantante del secolo scorso che ha dato un risultato davvero sorprendente che neanche le più acute previsioni avrebbero potuto azzeccare: Maria Callas. Chi lo avrebbe potuto immaginare? E chi è questa signora - si saranno chiesti i lettori della rivista?
Sorprese maggiori dall'inchiesta sulle migliori orchestre, dove  la sorpresa è stata che la migliore è quella del'Accademia di Santa Cecilia di Roma. Ora, anche a noi che all'orchestra romana vogliamo un bene enorme pari alla stima, ci è sembrato un risultato davvero imprevedibile, ma meritato se lo dice la ben nota rivista, forte del parere dei 50 critici interpellati ogni volta, al punto che neanche i Wiener o i Berliner retrocessi, hanno potuto nulla obiettare.
 Sul numero di questo mese l'inchiesta ancora più accattivante riguarda il pubblico delle fondazioni liriche e del melodramma in generale, in Italia. 'Dal 2008 al 2013 l'opera ha perso in Italia 100.000 spettatori' . Con questa agghiacciante rivelazione si apre l'inchiesta in questione. Poi per mitigare ed attutire il colpo, al termine spettatori si sostituisce 'ingressi'. Cioè a dire quando si parla dei centomila non si intende necessariamente spettatori 'paganti', perchè le cifre aggiornatissime della SIAE, date in esclusiva alla nota rivista,  riguarderebbero paganti e 'portoghesi', i quali ultimi, nel teatro che abbiamo più frequentato negli ultimi anni, popolavano platea e palco 'reale' - una  vergogna  tutte quelle quelle facce note in ben altri ambienti prendere posto nel palco di rappresentanza a Roma.
 Ma anche perchè non si capirebbe il grandissimo divario fra le entrate di botteghino di due teatri che hanno un pubblico non  differente quanto sarebbe, proporzionalmente, logico attendersi.
Insomma fra tutti i teatri si sarebbero persi, nel giro di cinque stagioni, 100.000 posti fra ingressi e pubblico pagante; ma nel 2013 la tendenza a perdere pubblico si sarebbe invertita, essendoci stati quasi 50.000 spettatori in più - che, naturalmente, si spera paganti. Una piccola svista della rivista che non ci dice se , a causa di tale aumento, nei cinque anni presi in esame, la diminuzione del pubblico sarebbe di 50.000 circa.
In cima alla classifica dei teatri virtuosi per produzione e pubblico la Fenice di Venezia,  altra rivelazione.
Naturalmente ci sono delle eccezioni. Bari, ad esempio, fa sapere la acutissima inchiesta, nel 2008 aveva un teatrino dove era ospitata la stagione lirica, pochi posti e pochissimi spettacoli; nel 2013 si è svolta invece al Petruzzelli, teatro grandissimo e qualche titolo in più che portano l'aumento al 250% in più. Questo miracolo davvero era inimmaginabile.
La Scala avrebbe avuto, secondo l'inchiesta, il maggior calo di presenze nel quinquennio?. E' così oppure i calcoli sono stati fatti sulla presunzione di presenze?
 Alla crisi economica che alla fine non poteva non toccare anche i teatri, nell'inchiesta si fa un rapido accenno.
 E, poi, rivela  l'inchiesta: i teatri chiedono finanziamenti triennali, riduzione dell'IVA su biglietti, accesso al 'fondo salvateatri' anche da parte di teatri che intendono investire senza che abbiamo buchi di bilancio; cancellazione dell'IRAP... argomenti questi di cui per la prima volta sentiamo parlare.
 Insomma senza l'inchiesta mensile, che ci porta 'chiara e forte' la voce della classica, non possiamo  più vivere.
 Stiamo pensando, per emulare il successo delle inchieste della nota rivista, di proporvene una anche noi, ma dovete concederci del tempo, per riflettere,  per non fare un buco nell'acqua. Perchè emulare la nota rivista non è  impresa semplice.

lunedì 3 febbraio 2014

Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi' chi conta e chi no. Quanto guadagnano i dirigenti delle fondazioni liriche italiane

Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi', Marchionne è un 'figo'  e la Cattaneo è una 'sfigata', in ragione di quanto l'uno e l'altra guadagnano, anche se onestamente. Marchionne guadagna tantissimo  dunque è al vertice della considerazione di tutti i cittadini della suddetta società; la 'Cattaneo', che uno stipendio decente l'ha visto solo da quando è stata nominata da Napolitano 'senatrice a vita',  di considerazione nella suddetta società non ne riceveva affatto in tutti gli anni passati fra vetrini e microscopi a  fare ricerca medica e biologica. Nulla conta il fatto che le sue ricerche siano importanti e più produttive,  anche in prospettiva storica, di ciò che produce Marchionne. Conta il fatto che Lei agli occhi di tutti valeva poco. E perchè, direte? Perchè nella suddetta società se guadagni molto sei qualcuno; se guadagni poco o pochissimo sei come una merda, ci si perdoni il paragone.
 Ragionando secondo questa logica perversa, secondo la quale - permetteteci ancora un esempio - non c'è insegnante che valga qualcosa, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nella società, superiore a quello di Marchionne - ne siamo profondamente convinti -  siamo andati a spulciare le classifiche dei compensi dei dirigenti delle fondazioni liriche e delle più importanti istituzioni musicali le quali tutte, secondo una recente legge, devono esporre nei propri siti, curriculum e compenso dei loro vertici, come anche dei collaboratori a vario titolo. Esulano da tale obbligo i compensi artistici. Per spiegarci meglio, prendendo un caso a tutti noto, quello di Pappano, direttore musicale dell'Accademia di Santa Cecilia. Pappano riceve un compenso complessivo per tale sua prestazione, a tale compenso vanno poi aggiunti i compensi per i singoli concerti diretti in sede e nelle tournée.
Premettiamo che a tale obbligo di legge non hanno ancora ottemperato parecchie fondazioni liriche delle 14 italiane, e devono farlo quanto prima perché da tale obbligo dipende la concessioni dei finanziamenti pubblici. Mancano all'appello: Milano (Scala), Roma ( Opera), Cagliari (Comunale), Trieste (Verdi)  e Genova ( Carlo Felice). Ancora una premessa:  esulano dai compensi menzionati i vari benefit che molti dei sovrintendenti e direttori artistici ricevono a vario titolo, quali macchina con autista, appartamento, rimborso spese di vario genere - queste ultime in linea di massima riguardano la quasi generalità dei nostri dirigenti. Nel caso della Scala ad esempio, Lissner aveva dichiarato alla Aspesi, a seguito di polemiche roventi, che lui guadagnava 400.000 Euro, ma non aveva citato i vari benefit che portano, così sembra e non è stato mai smentito, il suo costo per il teatro milanese a quasi 1 milione di Euro. Nell'elenco citeremo i compensi dei sovrintendenti e direttori artisti, ove non diversamente specificato.
 Cominciamo dall'Accademia di S.Cecilia, il cui vertice 'artistico' è affollatissimo, ed ha anche un'altra anomalia, quella che il sovrintendente è, per statuto, anche direttore artistico e che perciò- così si specifica sul sito - ha due compensi che naturalmente si sommano: Cagli, 300.000 ( 200.000+100.000); Pappano, 150.000; Bucarelli, 134.000; Dall'Ongaro, 30.000; Nicoletti, 69.000; Cupolillo, 166.000. A Santa Cecilia insomma c'è un sovrintendente-direttore artistico, un direttore musicale, un segretario artistico, un consulente della direzione artistica, un vicepresidente con incarichi nella direzione artistica, un dirigente per la produzione artistica. Basta così? A proposito dello stipendio di Cagli, sembra che l'ultimo aumento se lo sia fatto Luciano Berio e che Cagli lo abbia mantenuto, beneficiandone suo malgrado.
Nella considerazione generale, relativamente ai guadagni, dopo Cagli viene Girondini, all'Arena di Verona. Girondini, 250.000; Gavazzeni, 98.000. A seguire dobbiamo mettere Musica per Roma , dove il suo amministratore delegato Fuortes guadagna 230.000 cui  sono da aggiungere per i  mesi in cui è stato al Petruzzelli altri 48.000. Poi c'è Pimpinella, 135.000; Severini, 100.000; Pizzo, 48.000
Procediamo con ordine, decrescente. Teatro Regio di Torino. Vergnano, 187.150; Noseda 53.140.
Vergnano è fra i sovrintendenti quello che vanta la più lunga permanenza 'consecutiva' al vertice di un teatro - altrimenti lo supererebbe Cagli; e per Noseda, a quel compenso vanno aggiunti i guadagni per i singoli concerti ed opere che dirige nel corso dell'anno e nelle tournée, come per Pappano. Segue La Fenice di Venezia, l'unico teatro con bilanci solidi e programmazione davvero innovativa. Chiarot, 167.658; Ortombina, 165.000, Conte, 80.000. 
Napoli, commissariata perchè in bancarotta,  al vertice del San Carlo compensa così : Purchia, 151.678; De Vivo, 80.000. Al Comunale di Bologna: Ernani,112.246,Sani 68.640. 
Al Teatro del Maggio fiorentino, commissariato, il commissario Bianchi,103.000,Tangucci 100.000.
Petruzzelli di Bari: di Fuortes abbiamo già detto ( 48.000); Donnini 46.800;Pizzo, 10.000. Per il teatro barese sarebbero necessarie alcune spiegazioni, perchè i contratti riguardano periodi brevissimi. insomma c'è un pò di confusione sotto il cielo; e nella speranza che ci si accorga delle incongruenze, si continui a gridare nel frattempo al miracolo di aver imbandito una tavola  con  due pani e due pesci, giacchè siamo in città marina.
Per il Massimo di Palermo, commissariato, a fronte dei compensi qui di seguito riportati, va esteso il discorso già fatto per il petruzzelli di Bari. Iozzia, 60.000; Amato, 20.000.
 Citiamo , per curiosità un teatro che non è fondazione lirica, il Teatro Regio di Parma: Fontana 140.000; Arcà, 100.000, i cui compensi nonostante la più ridotta attività sono agli stessi livelli delle fondazioni liriche, anche le più attive.
C'è da aggiungere che ad eccezione del commissario messo da Renzi a Firenze, gli altri commissari lavorano gratuitamente (Palermo, Napoli).
 E per i direttori musicali, principali o stabili a seconda dei casi, Rustioni, a Bari, lo è a titolo gratuito;  stesso discorso per Matheuz a Venezia, che non è neanche citato; e forse anche per Muti , direttore 'onorario a vita', a Roma, come anche per Zubin Mehta a Firenze. Non sappiamo di Barenboim alla Scala, come anche di Luisotti a Napoli.
 Al termine di questa sufficientemente  eloquente  sequenza di cifre, si può concordare con coloro i quali sosterrebbero che chi guadagna di più vale e rende di più, oltre ad avere una responsabilità più grande? Certamente no. Perchè i vari compensi non sono mai messi in rapporto ad una buona amministrazione, perchè se così fosse, ogni volta  che un teatro viene commissariato - e i casi sono molti e ricorrenti - i resposnabili del disastro dovrebbero rispondere della loro cattiva amministrazione. Nè si può dire che i compensi vanno messi in relazione alle maggiori o minori responsabilità amministrative, se, nel caso di Cagli, abbiamo il compenso più alto per il bilancio più piccolo. E allora? Allora continua ad esserci  troppo disordine sotto il cielo della musica in Italia;  anche perchè nessuno si decide a mettere ordine.
ULTIM'ORA. Anche l'Opera di Roma ha reso noti i compensi dei suoi masismi dirigenti: Fuortes 13.000 Euro, Vlad 95.000; De Martino , mandato via da sovrintendente, ma paracadutato nell'incairico di direttore generale e del personale, ha un compneso di Euro 180.000. UNA VERGOGNA. Doivrebbe pagare aòl tetaro i dieci milioni di buco fattoi in un solo anno.

venerdì 29 novembre 2013

Torna Borgna. Fuortes raddoppia. Lissner attacca

Le ultime notizie sono le seguenti. Borgna torna in campo, assumendo la presidenza del Teatro di Roma, dopo essere restato fuori dell'agone amministrativo dal momento in cui uscì  da Musica per Roma, con l'avvento di Alemanno  sindaco.  Si torna all'antico, come si predicava un tempo, forzatamente, perché è da generazioni che non si allevano  nuovi possibili manager delle istituzioni pubbliche.
 Cambio della guardia anche all'Opera di Roma, dove ai primi di dicembre, contemporaneamente con il Teatro di Roma, scade il consiglio di amministrazione, ricomposto con nuovi nomi, e sostituito il sovrintendente: al posto di Catello De Martino arriva Carlo Fuortes, il salvatore. strano che non venga mai incluso, nel cambio della guardia, anche Alessio Vlad, il grande direttore artistico apprezzato internazionalmente. Direttamente da Bari. E lui ha già messo le mani avanti: non lascia l'Auditorium. Poniamo che, invece dell'Auditorium, Fuortes fosse a capo dell'Accademia ceciliana, avremmo il primo caso in cui un solo sovrintendente, contro la legge, regge due fondazioni. Ora fra l'Accademia e Musica per Roma, fra l'altro coinquilini, c'è poca differenza: la seconda non prende soldi dallo Stato; è l'unica grande differenza. Perchè, allora, accettare questo doppio ruolo? Forse che né Musica per Roma né l'Opera comportano un impegno costante? O non è che Fuortes si sente più sicuro a guidare una macchina che già conosce e dalla quale difficilmente gli verrà intimato di scendere, almeno per tutti gli anni di Marino e soprattutto ora che è tornato in campo di nuovo Bettini, suo compagno d'armi agli albori di Musica per Roma, mentre all'Opera  soffiano venti di tempesta, ci sono milioni di debiti e Fuortes, per quanto bravo non avrà vita facile e soprattutto non può fare miracoli? Quando un manager molto impegnato si impegna in un nuovo secondo parallelo incarico, a noi ci fa venire qualche sospetto, per lo meno quello che i diversi lavori ormai si fanno con la mano sinistra, dal che viene la disastrosa situazione diffusa dell'Italia.
Staremo a vedere. Lissner oggi, sull'Espresso dà una bella strigliata al mondo musicale italiano, e fa bene, benissimo. Comincia per ricordare al nuovo ministro Bray che forse era il caso che avesse fatto una visitina o si fosse fatto sentire dal teatro più importante del mondo. Ed ha ragione. Prosegue ironizzando sul  manager messo dal governo ad amministrare il nuovo fondo per i teatri in difficoltà. E' un ingegnere idraulico, se non ci sbagliamo. Lissner chiosa: se restassi in Italia potrebbero anche nominarmi ministro dell'Economia.
 Bolla le incongruenze del decreto governativo 'valore cultura' subito bisognoso di  grandi correzioni: siamo un paese di pagliacci incompetenti. Ed infine se la prende con un critico che avrebbe ironizzato sull'alta qualità dell'Orchestra di Santa Cecilia. Se un critico ha detto questo, Lissner ha ragione a bollarlo.
 Purtroppo anche a noi da un noto direttore d'orchestra, assai inavvedutamente, venne fatto lo stesso apprezzamento sull'orchestra di Pappano. Ci disse, nel corso di un'intervista, ma a registratore spento:  quella è un'orchestra? E' chiaro che voleva scherzare, anche perchè il suo metro di paragone, in funzione dell'eccellenza, era un'altra orchestra che, per decenza, non nominiamo ma che non è difficile immaginare.