Al terzo turno di ballottaggio, ma solo al terzo, il 20 c.m., è entrato a far parte degli Accademici di S. Cecilia, un paio di nomi insolito, ma dei soliti, di quelli che non mollano mai finchè non ottengono ciò per cui tanto si sono spesi nel tempo. Dell'intraprendenza, anzi dell'invadenza di alcuni di loro possiamo recare testimonianza personale, giacché li avemmo come saltuari collaboratori al tempo di Piano Time ( vale per Arcà, come valse per Dall'Ongaro) e di Applausi (nel caso di Cappelletto).
Nel caso di Massimo Quarta, anch'egli neo accademico, invece, trattasi comunque di una riparazione al lungo, ingiusto ostracismo che l'Accademia gli ha fin qui riservato, nonostante che già nel 1991 vinse il Premio Paganini, unico italiano dopo Accardo. Ora c'è da augurarsi che lo invitino regolarmente a suonare all'Accademia, come stanno facendo, giustamente, con Brunello, Dindo, De Maria, Biondi ecc.. tutti valenti accademici ceciliani e strumentisti di alto valore. prorpio come Massimo Quarta.
Il riconoscimento per Fiamma Nicolodi incorona una carriera di studiosa che certamente non ha nulla da spartire con quella di Cappelletto che di mestiere fa il 'bravo comunicatore'- come l'ha definito anche Nicola Sani che l'ha chiamato a collaborare all'Istituto di Studi Verdiani, nel disappunto generale del mondo degli studiosi. E che è, verosimilmente, la medesima ragione per cui Massimo Bray della Treccani gli ha affidato la cura dell'Appendice sulla Musica, mentre - come è giusto - per la seconda Appendice, dedicata alla Letteratura, apparsa contemporaneamente, ha chiesto la consulenza del prof. Ferroni, universitario e studioso della lingua e letteratura italiana. E non un comunicatore.
Pietro De Maria, anch'egli nuovo accademico, vede coronato il suo impegno di docente nei corsi dell'Accademia.
E la massoneria in tutti questi casi non c'entra. Vero?
Perchè insisto che sono stati nominati al Terzo turno di ballottaggio? Perchè per i candidati, dopo che non hanno raggiunto il quorum richiesto nei primi due, dove è più alto, al terzo, con il quorum abbassato, è più facile farsi eleggere con il sostegno decisivo delle cordate. Accadde così anche quando Dall'Ongaro divenne Accademico ( la storia non proprio specchiata l'abbiamo raccontata già, così come ci venne riferita da Irma Ravinale presente allo scrutinio del terzo turno di votazioni; ed anche quando Cagli fu rieletto a dicembre del 2003, solo al terzo turno, di nuovo sovrintendente, spuntandola su Perticaroli. Quando sottolineammo, nella nostra biografia di Pappano, tale particolare, Cagli se la prese e ci disse, senza mezzi termini: "te lo potevi risparmiare, era proprio necessario sottolinearlo?").
Spieghiamo come avvengono le candidature e le votazioni. Le votazioni per l'elezione dei nuovi accademici avvengono ogni qualvolta si rende libero un posto, causa decesso, di uno o più accademici, a distanza ravvicinata.
Quest'anno c'erano da rimpiazzarne più d'uno. Viene allora richiesto agli accademici di proporre dei nomi. Il consiglio Accademico esamina le candidature proposte e ammette quelle che ritiene idonee e secondo il numero di accademici da rimpiazzare. Su questa lista gli accademici vengono chiamati a votare, fino a tre turni, a distanza di più d'un mese l'uno dall'altro. Dopo i tre turni se è rimasto ancora un posto vuoto, ci si ritorna l'anno seguente.
Anche quest'anno al primo turno, quando il quorum era alto ( metà più uno degli accademici) nessuno dei candidati è risultato eletto, al secondo turno (11 gennaio) solo Noseda; solo al terzo ( 20 febbraio) i magnifici cinque, due dei quali (Cappelletto e Arcà) più magnifici degli altri. Al terzo turno erano restati in lizza sei candidati, cinque sono stati eletti, il sesto no. Chi sarà stato mai questo indegno ?
Questo posto verrà colmato, assieme forse ad altri, il prossimo anno.
Naturalmente i giochi si fanno con le candidature, dove le varie cordate si accordano per proporre e far eleggere i propri. Non è un mistero che il sovrintendente regnante cerchi in tutti i modi di assicurarsi la riconferma nell'incarico, spingendo per l'elezione di alcuni nomi. Lo fece Cagli con Dall'Ongaro - come accusò il card. Bartolucci e non solo lui, con durissime lettere aperte - ed anche con Annalisa Bini ; e lo starà facendo anche Dall'Ongaro con Arcà, De Maria, e soprattutto Cappelletto con il quale ha lunghissima consuetudine lavorativa a Radio 3, dove invece fece fuori altri che con lui non erano d'accordo su molte cose. Cappelletto è sempre rimasto al suo posto e con lui l'intesa è sempre stata totale, tanto che continua anche fuori da Radio 3.
Cappelletto, a scanso di equivoci, il suo mestiere di giornalista lo fa ed anche abbastanza bene. Ciò che non fa bene è, invece, quello di musicologo. Semplicemente perché musicologo non è e perché i suoi studi 'accelerati' con il m. Mann, di cui mena vanto nel curriculum, non possono averlo patentato come tale.
E, del resto, l'obbiezione non è solo nostra. Quando Nicola Sani, eletto alla presidenza dell'Istituto di studi verdiani (senza averne i titoli specifici) nominò Cappelletto 'direttore' degli 'studi' pubblicati dall'Istituto, il mondo accademico, specie quello verdiano, gridò allo scandalo, ritirandosi sull'aventino dell'Università di Berna, dove fece nascere un centro di studi verdiani con gli attributi. Sani rassicurò tutti: ho scelto un uomo di 'comunicazione' (e del resto anche per la direzione scientifica dell'Istituto aveva scelto un'altra sua fedelissima, a digiuno totale di Verdi).
E allora quali ragioni hanno spinto alcuni accademici a fare il suo nome ed a votarlo? La principale è che con molti di loro il giornalista ha frequentazioni continue, e dunque, per non essere poi smascherati come traditori nelle urne, si sono ben guardati dal non votarlo, avedonlo qualcuno candidato.
Ora è chiaro che, non alla prossima, ma fra due elezioni del sovrintendente dell'Accademia, Cappelletto potrebbe risultare nuovo Sovrintendente. Senza essere né musicologo né musicista come la storia dell'Accademia richiederebbe, ma come è accaduto già in passato perfino con Cagli che certamente è un fine letterato e storico della musica, ma musicista non è. Cappelletto neanche quello. Gli avessero affidato la 'comunicazione' dell'Accademia, dove hanno chiamato una professionista francese di nazionalità, che certamente non ha nel suo curriculum competenze musicali, niente da dire, ma accademico no!
L'Accademia, dopo tali nomine, dovrebbe spiegare come mai non abbia mai accolto nel suo consesso un musicologo come Petrobelli - la cui assenza qualcuno giustificò con l'antipatia dello studioso. Se questa è una ragione, allora capiamo come uno simpatico possa essere eletto accademico. Petrobelli non è che una delle tante anomalie 'accademiche'.
Qualcuno potrebbe accusarci di invidia nei confronti di Cappelletto. Si sbaglia. Invidia no, forse poca stima, anche per il suo arrivismo smisurato che potrebbe consumarlo. Invidia proprio no, perchè la nostra carriera, nell'ambito che conosciamo, l'abbiamo fatta; ed ora non abbiamo altre mire, oltre quelle dell'osservatore e cronista di cose musicali.
Infine, una annotazione pro Massimo Quarta. Una volta ponemmo a Pappano la questione della regolare - per noi eccessiva - presenza di Uto Ughi nelle stagioni ceciliane, controbilanciata dall'assenza, ad esempio, di Massimo Quarta. La risposta del direttore fu che: 'Ughi faceva il pienone' e una istituzione di concerti - aggiunse - deve fare attenzione anche a questo. Ora che Ughi non viene più invitato regolarmente, l'Accademia che fa, non tiene conto del successo di pubblico del violinista?
Questo solo per dire che a qualunque obbiezione, l' Accademia, al tempo di Cagli come di Dall'Ongaro, ha la risposta pronta, spesso non convincente. Noi ci auguriamo che dopo tanta attesa, anche per Massimo Quarta sia arrivato il momento di suonare nelle stagioni ceciliane. Perché a noi la sua nomina fra gli Accademici suona come risarcimento di così lunga ingiustificata lontananza, che ora deve finire.
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lunedì 26 febbraio 2018
L'Accademia di Santa Cecilia è d'ora in poi una congrega anche di comunicatori. Sull'esempio dell'Istituto di studi verdiani di Parma, gestione Nicola Sani
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domenica 14 giugno 2015
In onore del Verdi massone ricostituita l'antica via dell'osservanza, che unisce tre centri della congrega.
Se Verdi era massone ed anticlericale - ma le due cose non sono congiunte per forza - ormai lo pensano tutti. E prima ancora che un recente studio sul 'Falstaff ' ne offrisse ragioni perfino musicali come si trovano, ad esempio, nel 'Flauto' mozartiano. Ora in omaggio a Verdi si è voluta ricostruire, con una precisa indicazione di percorso e sentieri che attraversando il centro Italia, legano Siena a Bologna a Parma, per intanto. Salvo poi ad includere in detto sentiero, nei mesi a venire, anche Perugia e Roma, capitali della massoneria. Non quella deviata, per carità, ma quella che, più modestamente e disinteressatamente ( !) in nome dell'appartenenza, fa affari, risolve diatribe, distribuisce mansioni di potere. In questo caso nel nome e con la benedizione di Verdi.
Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana e con la direzione di una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta, comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione che ha cadenza annuale.
E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato, nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana - lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule - al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.
Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana e con la direzione di una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta, comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione che ha cadenza annuale.
E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato, nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana - lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule - al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.
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venerdì 13 febbraio 2015
La musica di Ennio Morricone che rilassa Raffaele Fitto ed altre cosucce su Franceschini, Pizzarotti....
Ieri, sul 'Sette' del Corriere della Sera, si leggeva una lunga intervista a Raffaele Fitto - quello che Berlusconi vede ormai come fumo negli occhi - e che invece è solo un parlamentare pugliese, già governatore della regione del su d'Italia, succeduto nell'impegno politico e di amministratore, a suo padre, anch'egli governatore, indaffaratissimo anche nel dire a Berlusconi quel che si merita che gli si dica e che nessun altro dice, il quale - come ha dichiarato - alla fine della giornate, si rilassa con la musica di Ennio Morricone: non c'è altra musica, a suo dire, che lo rilasso altrettanto. Chissà cosa avrà pensato il musicista alla lettura della confessione di Fitto. Sicuramente gli consiglierà, non sentendosi onorato anzi, alla prima occasione, di far più uso di camomilla e di lasciar stare la sua musica per scopi soporiferi. Naturalemnte Fitto si riferiva alla musica per il cinema di Morricone: offesa ancora più grande.
A proposito di musica, da alcune settimane sempre sul 'Sette', viene richiesto a noti personaggi del gran mondo, quali sono le loro 'musiche del cuore'. Ieri toccava all'ineffabile, mezzo disastro Franceschini, il ministro 'nammurato'. naturalmente canzoni su canzoni, per tenere alto il tono ( questo in Italia lo fanno tutti, non conoscendo altra musica!); ma poi, pentito per l'altissimo livello della sua classifica, ci ha messo in mezzo anche il Concerto n.2 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, tanto per giocare sporco.
E sempre 'mezzo disastro' Franceschini, si è fatto sentire, intervenendo in una polemica sulla quale lui non ha argomenti, e cioè se mandare all'Expo, l'Annunciazione di Leonardo, custodita agli Uffizi.
Non sarà il direttore del museo fiorentino a decidere - esautorato da un ministro incompetente - ma lui, 'mezzo disastro' in prima persona. Si capisce ora perchè nei posti di responsabilità in tutti i settori la politica non vuole persone con la schiena dritta che al momento opportuno assumano decisioni richieste e responsabili. Ma non si capisce però perché per venti fra i più importanti musei italiani egli abbia diffuso un bando internazionale per reperire i direttori che avranno ampia autonomia di gestione. A meno che anche nel caso dei direttori dei musei non scelga poi, fottendosene delle professionalità dei candidati, come del resto ha già fatto in altri casi, Vedi commissioni centrali del ministero, fra le quali, per conoscenza diretta, quella che si occupa di musica è tra le peggiori e meno qualificate, per lasciare spazio a 'grande & grosso' Nastasi.
Il caso delle nomine ai vertici del Teatro Regio di Parma ha generato una forte polemica che ha come obiettivo primo il comportamento di Pizzarotti, che ha bandito anch'egli, come Franceschini, un concorso, nominato una commissione per esaminare i curriculum dei candidati e poi se ne è fottuto, nominando di testa sua altre persone, ovviamente di sua conoscenza o che gli hanno suggerito, fuori concorso.
Ma il caso del Teatro Regio ha generato un altro caso, che ha per protagonista uno degli esclusi che , da quel che si dice, figurava fra quelli ritenuti dalla commissione, fra gli idonei. L'escluso in questione ha inviato una lettera a Pizzarotti, e che è stata poi resa pubblica, denunciando il caso e chiedendo attenzione. Il fatto è che ora, quell'escluso, uno dei tanti, con titoli che secondo noi non sono tali da affidargli la direzione di un teatro, sta diventando un eroe nazionale, e per tale ragione, e solo per questo, alla prima poltrona vuota, sarà chiamato a ricoprirla, pur non avendo anche in quel caso, i titoli per sedervisi.
Una delle tante anomalie italiane. Ne volete un esempio. Molti molti anni fa fu nominato direttore artistico della Scala Roman Vlad, che era amico di Muti e presidente o qualcosa di simile della SIAE. Egli accettò, ma volle che la Scala gli nominasse seduta stante un aiutante, perchè ' non aveva tempo per occuparsi come avrebbe dovuto della Scala per i suoi numerosi precedenti impegnai. Chissà se qualcuno, allora come oggi si rende conto della anomalia!) che Vlad scelse nella persona di Paolo Arcà, suo aiutante nella rivista 'Musica & Dossier. Arcà, da quel momento, ha fatto una carriera luminosissima, mettendo sempre nel suo curriculum che egli era il direttore artistico della Scala, come poi è avvenuto dopo l'uscita di Vlad che non si è ripreso il suo aiutante. Risultò evidente che Arcà il direttore artistico proprio non poteva farlo, non sapendo nulla o quasi di voci e melodramma ( come si dice, a ragion veduta, di alcuni altri direttori artistici in attività!). Eppure restò alla Scala. Si disse che per anni si occupava delle tournée istituzionali del teatro - forse conosceva l'inglese. E si scrisse che quando una volta telefonò a Domingo per una scrittura , il tenore gli rispose: fammi parlare con il direttore della Scala, io non conosco nessun Arca alla Scala ( si lesse questo sul Corriere!). Arcà poi, per essere passato dalla Scala, è diventato direttore artistico di tutto quello che si poteva in Italia; e a Milano, sono secoli che lo fa anche per la Società del Quartetto e lo ha fatto anche per gli Arcimboldi, forse con le stesse modalità scaligere. Poi Fontana se l'è tirato appresso anche a Parma ed ora, assai strano, sembra a riposo. Ma c'è da scommettere che non lo sarà per molto, perché anche lui è nella lista nazionale di quelli da ricollocare, anzi in due liste: quella dei partiti e quella dei grembiulini. L'unica stranezza nella sua carriera è che non è stato ancora fatto 'accademico' di santa cecilia. Un vero mistero che si può spiegare, dopo aver letto i nomi degli utlii infornati, solo con faide interne ed odii personali. Che non sarebbero una eccezione in quell'ambiente che nella prossima settimana eleggerà il successore di Cagli. Anche Petrobelli, accademico di mezoz mondo, non lo fu di Santa cecilia. Chissà perchè.
A proposito di musica, da alcune settimane sempre sul 'Sette', viene richiesto a noti personaggi del gran mondo, quali sono le loro 'musiche del cuore'. Ieri toccava all'ineffabile, mezzo disastro Franceschini, il ministro 'nammurato'. naturalmente canzoni su canzoni, per tenere alto il tono ( questo in Italia lo fanno tutti, non conoscendo altra musica!); ma poi, pentito per l'altissimo livello della sua classifica, ci ha messo in mezzo anche il Concerto n.2 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, tanto per giocare sporco.
E sempre 'mezzo disastro' Franceschini, si è fatto sentire, intervenendo in una polemica sulla quale lui non ha argomenti, e cioè se mandare all'Expo, l'Annunciazione di Leonardo, custodita agli Uffizi.
Non sarà il direttore del museo fiorentino a decidere - esautorato da un ministro incompetente - ma lui, 'mezzo disastro' in prima persona. Si capisce ora perchè nei posti di responsabilità in tutti i settori la politica non vuole persone con la schiena dritta che al momento opportuno assumano decisioni richieste e responsabili. Ma non si capisce però perché per venti fra i più importanti musei italiani egli abbia diffuso un bando internazionale per reperire i direttori che avranno ampia autonomia di gestione. A meno che anche nel caso dei direttori dei musei non scelga poi, fottendosene delle professionalità dei candidati, come del resto ha già fatto in altri casi, Vedi commissioni centrali del ministero, fra le quali, per conoscenza diretta, quella che si occupa di musica è tra le peggiori e meno qualificate, per lasciare spazio a 'grande & grosso' Nastasi.
Il caso delle nomine ai vertici del Teatro Regio di Parma ha generato una forte polemica che ha come obiettivo primo il comportamento di Pizzarotti, che ha bandito anch'egli, come Franceschini, un concorso, nominato una commissione per esaminare i curriculum dei candidati e poi se ne è fottuto, nominando di testa sua altre persone, ovviamente di sua conoscenza o che gli hanno suggerito, fuori concorso.
Ma il caso del Teatro Regio ha generato un altro caso, che ha per protagonista uno degli esclusi che , da quel che si dice, figurava fra quelli ritenuti dalla commissione, fra gli idonei. L'escluso in questione ha inviato una lettera a Pizzarotti, e che è stata poi resa pubblica, denunciando il caso e chiedendo attenzione. Il fatto è che ora, quell'escluso, uno dei tanti, con titoli che secondo noi non sono tali da affidargli la direzione di un teatro, sta diventando un eroe nazionale, e per tale ragione, e solo per questo, alla prima poltrona vuota, sarà chiamato a ricoprirla, pur non avendo anche in quel caso, i titoli per sedervisi.
Una delle tante anomalie italiane. Ne volete un esempio. Molti molti anni fa fu nominato direttore artistico della Scala Roman Vlad, che era amico di Muti e presidente o qualcosa di simile della SIAE. Egli accettò, ma volle che la Scala gli nominasse seduta stante un aiutante, perchè ' non aveva tempo per occuparsi come avrebbe dovuto della Scala per i suoi numerosi precedenti impegnai. Chissà se qualcuno, allora come oggi si rende conto della anomalia!) che Vlad scelse nella persona di Paolo Arcà, suo aiutante nella rivista 'Musica & Dossier. Arcà, da quel momento, ha fatto una carriera luminosissima, mettendo sempre nel suo curriculum che egli era il direttore artistico della Scala, come poi è avvenuto dopo l'uscita di Vlad che non si è ripreso il suo aiutante. Risultò evidente che Arcà il direttore artistico proprio non poteva farlo, non sapendo nulla o quasi di voci e melodramma ( come si dice, a ragion veduta, di alcuni altri direttori artistici in attività!). Eppure restò alla Scala. Si disse che per anni si occupava delle tournée istituzionali del teatro - forse conosceva l'inglese. E si scrisse che quando una volta telefonò a Domingo per una scrittura , il tenore gli rispose: fammi parlare con il direttore della Scala, io non conosco nessun Arca alla Scala ( si lesse questo sul Corriere!). Arcà poi, per essere passato dalla Scala, è diventato direttore artistico di tutto quello che si poteva in Italia; e a Milano, sono secoli che lo fa anche per la Società del Quartetto e lo ha fatto anche per gli Arcimboldi, forse con le stesse modalità scaligere. Poi Fontana se l'è tirato appresso anche a Parma ed ora, assai strano, sembra a riposo. Ma c'è da scommettere che non lo sarà per molto, perché anche lui è nella lista nazionale di quelli da ricollocare, anzi in due liste: quella dei partiti e quella dei grembiulini. L'unica stranezza nella sua carriera è che non è stato ancora fatto 'accademico' di santa cecilia. Un vero mistero che si può spiegare, dopo aver letto i nomi degli utlii infornati, solo con faide interne ed odii personali. Che non sarebbero una eccezione in quell'ambiente che nella prossima settimana eleggerà il successore di Cagli. Anche Petrobelli, accademico di mezoz mondo, non lo fu di Santa cecilia. Chissà perchè.
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