Ci eravamo detti, ricordando i tre anni di esistenza del nostro blog, di passare sopra le ritorsioni contro di noi, per via di quel che scriviamo nel nostro blog. Poi ci abbiamo ripensato ed abbiamo deciso di accennare anche a queste, senza pudore, per svergognarne i responsabili. Perchè ritorsioni ve ne sono state da parte dei vertici di alcune importanti istituzioni musicali di Roma - città che conosciamo meglio e sulla quale maggiormente e con più cognizione di causa scriviamo.
Cominciò alcuni anni fa il Teatro dell'Opera di Roma, sotto la gestione di quel galantuomo di De Martino e del suo portavoce Filippo Arriva, i quali non gradivano quel che scrivevamo negli anni in cui quasi tutti li sostenevano e noi no, avendo previsto in anticipo lo scoppio del bubbone.
Filippo Arriva, per punirci, cominciò a negarci il biglietto/ stampa per l'opera, con la scusa che il critico 'milanese' del 'Giornale' (con il quale collaboravamo da Roma, e lo avevamo fatto per una decina d'anni) aveva chiesto l'accredito per questo o quello spettacolo. All'inizio lasciammo correre. Filippo Arriva, il collega galantuomo, non si fermò; qualche tempo dopo ci cancellò dalla lista dei destinatari dei comunicati stampa, fino ad ignorarci del tutto ed a negarci il biglietto che ci sarebbe spettato, per il nostro lavoro di critico musicale - allora, oltre che collaborare al 'Giornale', eravamo ancora direttore di 'Music@' e collaboratore di 'Suono'.
Poi Catello De Martino fu giustamente cacciato dal teatro ed arrivò il commissario Fuortes, una nostra vecchia conoscenza dai tempi della nostra direzione di 'Piano Time', quando collaborava con noi come fotografo, e dal quale, anche per questo, ci attendevamo un cambio di comportamento che invece non ci fu, specie dopo che cominciammo a criticare quella sua pazza idea di 'esternalizzare' orchestra e coro - che non fummo soli a criticare, perché ci fu un coro in tutta Europa. La ritorsione continuò, né si è interrotta con l'uscita di scena di Arriva e l'insediamento del pensionato Renato Bossa all'ufficio stampa.
Insomma anche l'economista della cultura Fuortes, se viene criticato, reagisce malamente, mettendo in atto azioni di ritorsione indegne e inimmaginabili in una istituzione pubblica che, a questo punto, viene gestita come fosse istituzione privata, di proprietà dello stesso Fuortes.
Non migliore destino ci è toccato dall'Accademia di Santa Cecilia, specie dopo l'insediamento di Michele Dall'Ongaro alla sovrintendenza, ma per una diversa ragione.
Michele Dall'Ongaro, anni fa ci denunciò per un nostro articolo uscito su Music@ - ne abbiamo scritto altre volte su questo blog. Il giudice del Tribunale dell'Aquila, al quale egli si era rivolto, gli ha dato torto, sottolineando che noi avevamo esercitato il diritto di critica. nè più e nè meno.
Anche dall'Accademia, in conseguenza di una vendetta vera e propria, non riceviamo da tempo notizie e neppure biglietti per i concerti ai quali abbiamo chiesto di assistere. Ad ogni nostra richiesta - che negli ultimi tempi abbiamo anche smesso di avanzare - ci viene risposto immancabilmente dall' ubbidientissima (al sovrintendente) responsabile addetta stampa, che i posti riservati alla stampa sono terminati. Sempre terminati, anche se poi ci capita di notare che non un solo giornale, dei tanti che hanno ricevuto biglietti stampa, ha scritto di questo o quel concerto.
Dall'Accademia dunque la stessa mascalzonata dell'Opera di Roma.
E noi? Sull'una come sull'altra continueremo a scrivere con chiarezza e decisione sulle rispettive attività artistiche; se poi non ci faranno mettere più piede nelle rispettive sedi, ce ne faremo una ragione, in attesa che qualcosa accada ai rispettivi vertici, sperando che successivamente ne arrivino di meno vendicativi o quantomeno un pò più corretti degli attuali, nella gestione di istituzioni pubbliche.
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venerdì 24 giugno 2016
Contro Il Menestrello mascalzonate e ritorsioni
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domenica 22 maggio 2016
L'Opera di Roma omaggia il cinema e la moda. Serata Valentino per 'Traviata'
Dopo le notizie sullo spropositato costo (1.800.000 Euro) della Traviata che domani sera debutterà sul palcoscenico dell'Opera di Roma, i dirigenti del teatro si sono affannati a precisare, a proposito della 'Serata Valentino', che quella di ieri sera non era una recita, bensì un'anteprima.
Perchè una simile precisazione? Per chiarire subito che al costo spropositato di questa inutile Traviata non vanno aggiunte altre spese per la serata speciale che è da considerarsi, a tutti gli effetti - ovvero ai soli effetti del pagamento del cachet agli artisti scritturati ! - una prova, ulteriore, prima del debutto ufficiale, con il quale le recite sono pagate ( in Italia le prove non sono retribuite!)
Assistiamo perplessi a tutto il clamore attorno a questa nuova produzione - costosissima, non ci stancheremo di ripeterlo - che dovrebbe, dopo tanti anni, tornare a far splendere la stella dell'Opera di Roma, retta da Carlo Fuortes. E sarebbe questa la grande serata all'Opera?
A noi che per tanti anni abbiamo frequentato le 'prime' dell'Opera romana tanto clamore ci fa venire in mente lo spettacolo, quasi sempre indecente, al quale ad ogni prima abbiamo assistito, leggendo sulle loro facce, segnate dal tempo ed anche dal ridicolo nello stesso tempo, i segni della indifferenza all'opera. A cominciare dal palco cosiddetto 'reale' dal quale si affacciavano creature indegne di starci, ringalluzzite dalla reggenza Alemanno- De Martino.
Non sappiamo se anche nell'era Tronca-Fuortes questo indecente spettacolo continui. Certo è che la 'Serata Valentino' da ciò che raccontano le foto al solo guardarle, ci dicono di tanti volti noti del bel mondo trascinati al Costanzi dal doppio invito degli autori dello spettacolo, e cioè dalla solidale amicizia con Valentino, che per fasciarne alcune dirompenti ha dovuto rinforzare con fil di ferro i suoi abiti, e con Sofia Coppola.
Ovvio che in questa cronaca semitragica, non ci sia spazio per dirci dell'esecuzione musicale - non si trattava di un'opera? - dei cantanti, del direttore, dell'orchestra oltre che della regia. Senza capire che dopo averci detto che gli abiti disegnati dal grande stilista - che poi ha disegnato solo quelli di Violetta, gli altri recano la firma degli stilisti della maison - erano 'rosso valentino', o 'più valentino del valentino stesso' che altro aggiungere? Che Maria elena Boschi, giunta a braccio con Giachetti, era la peggio vestita ( a Firenze in rosso al nuovo Teatro dell'Opera, il rosso fuoco del suo abito lungo era meno 'mortaccino' ).
Nelle scarne cronache di ieri sera, affidate per lo più alle immagini delle belle che si sono fiondate da Cannes a Roma, senza neppure cambiarsi d'abito, per far da corona al loro stilista preferito, non c'era spazio per nient'altro, neanche per la cena, nel caso avesse avuto luogo, alla fine della rappresentazione.
Per la prima di domani, sappiamo solo che è d'obbligo l'abito lungo per le signore e lo smoking per i signori. Insomma una serata di gala.
Che Verdi li perdoni.
Perchè una simile precisazione? Per chiarire subito che al costo spropositato di questa inutile Traviata non vanno aggiunte altre spese per la serata speciale che è da considerarsi, a tutti gli effetti - ovvero ai soli effetti del pagamento del cachet agli artisti scritturati ! - una prova, ulteriore, prima del debutto ufficiale, con il quale le recite sono pagate ( in Italia le prove non sono retribuite!)
Assistiamo perplessi a tutto il clamore attorno a questa nuova produzione - costosissima, non ci stancheremo di ripeterlo - che dovrebbe, dopo tanti anni, tornare a far splendere la stella dell'Opera di Roma, retta da Carlo Fuortes. E sarebbe questa la grande serata all'Opera?
A noi che per tanti anni abbiamo frequentato le 'prime' dell'Opera romana tanto clamore ci fa venire in mente lo spettacolo, quasi sempre indecente, al quale ad ogni prima abbiamo assistito, leggendo sulle loro facce, segnate dal tempo ed anche dal ridicolo nello stesso tempo, i segni della indifferenza all'opera. A cominciare dal palco cosiddetto 'reale' dal quale si affacciavano creature indegne di starci, ringalluzzite dalla reggenza Alemanno- De Martino.
Non sappiamo se anche nell'era Tronca-Fuortes questo indecente spettacolo continui. Certo è che la 'Serata Valentino' da ciò che raccontano le foto al solo guardarle, ci dicono di tanti volti noti del bel mondo trascinati al Costanzi dal doppio invito degli autori dello spettacolo, e cioè dalla solidale amicizia con Valentino, che per fasciarne alcune dirompenti ha dovuto rinforzare con fil di ferro i suoi abiti, e con Sofia Coppola.
Ovvio che in questa cronaca semitragica, non ci sia spazio per dirci dell'esecuzione musicale - non si trattava di un'opera? - dei cantanti, del direttore, dell'orchestra oltre che della regia. Senza capire che dopo averci detto che gli abiti disegnati dal grande stilista - che poi ha disegnato solo quelli di Violetta, gli altri recano la firma degli stilisti della maison - erano 'rosso valentino', o 'più valentino del valentino stesso' che altro aggiungere? Che Maria elena Boschi, giunta a braccio con Giachetti, era la peggio vestita ( a Firenze in rosso al nuovo Teatro dell'Opera, il rosso fuoco del suo abito lungo era meno 'mortaccino' ).
Nelle scarne cronache di ieri sera, affidate per lo più alle immagini delle belle che si sono fiondate da Cannes a Roma, senza neppure cambiarsi d'abito, per far da corona al loro stilista preferito, non c'era spazio per nient'altro, neanche per la cena, nel caso avesse avuto luogo, alla fine della rappresentazione.
Per la prima di domani, sappiamo solo che è d'obbligo l'abito lungo per le signore e lo smoking per i signori. Insomma una serata di gala.
Che Verdi li perdoni.
domenica 1 maggio 2016
Ma come li fanno questi bilanci le nostre Fondazioni liriche?
Chissà se a voi fa lo stesso effetto. A noi sembra di non capire, anzi di capire che le cose non stanno poi tanto bene come alcuni annunci trionfali sui pareggi di bilancio sventolati dalle fondazioni liriche vorrebbero farci credere. Perchè, in tutta sincerità, come non rilevare che tali annunci contrastano in tutta evidenza con dichiarazioni di segno opposto?
L'ultimo esempio ci ha colpiti. Il Teatro San Carlo di Napoli - più precisamente il suo CdI che sta per Consiglio di Indirizzo, l'ammodernamento franceschiniano del vecchio e consunto Consiglio di Amministrazione - ha approvato il suo pareggio di bilancio per il 2015, ottavo di seguito, Anzi, ad essere precisi, ha registrato tale bilancio un attivo di circa 180.000 Euro ( che magari in un teatro non spendaccione potrebbe voler dire un allestimento non faraonico, ma presentabile). Si può non credere a quanto certificato dal CdI del teatro, anche in assenza di un soggetto terzo ed esterno che certifichi il bilancio medesimo, come ormai fanno in molti? Certamente no. Anni addietro quando un consigliere comunale di Roma avanzò il sospetto che il bilancio di 'Musica per Roma', allora guidata da Carlo Fuortes, fosse fintamente attivo, l'amministratore gli disse che il bilancio era stato certificato da una società di revisione esterna e che se avesse continuato ad insistere nella sua accusa lo avrebbe querelato.
Si può dire altrettanto del bilancio del San Carlo? Non non dubitiamo che sia risultato in pareggio, come ci dice il CdI. Però, d'altro canto, come conciliarlo con i commissariamenti del Teatro (Nastasi dal 2007 al 20011, e poi ancora un secondo commissariamento, successivo), e con le dichiarazioni che lo stesso Nastasi rendeva ad un giornale di Napoli, in attesa che giungessero da Roma i soldi del fondo 'salvateatri' che avrebbero portato denaro fresco nelle casse per sanare tutti i debiti pregressi e portare nuova linfa al patrimonio? Nastasi diceva che il San Carlo era un ammalato gravissimo che appena ora stava uscendo dal coma. Questo diceva Nastasi alla fine del 2014. In meno di due anni un miracolo anche pregresso: e cioè otto anni consecutivi di bilancio in pareggio.
Un fenomeno passato, che oggi ci fa essere più guardinghi verso tutti, si verificò all'Opera di Roma, sotto la sovrintendenza De Martino, prima del commissariamento di Carlo Fuortes, quando per anni il CdA ( allora si chiamava ancora con quel nome scassato!) certificava bilanci in pareggio, mentre poi si scoprì che c'era un buco quanto una voragine.
Certo che a Napoli non è così, perché non è vero che tutto il mondo è paese.
Sempre a Napoli ora si pone il problema della nomina del direttore musicale, che il potente governatore De LUCA, renziano, vorrebbe fosse Daniel Oren, che forse non va giù alla Purchia, sovrintendente, e neanche al sindaco De Magistris, anti renziano, che ora si trovano sulla stessa barricata contro De Luca. Purchia ha detto che ci sta pensando, trattandosi di una nomina non di poco conto; e ha aggiunto che la nomina del direttore musicale spetta, sentita l'orchestra, a Lei e solo a lei. Ancora!
Analoghe perplessità ci vengono da altri bilanci in via di approvazione, dopo che l'ing. Pinelli, dimissionario dalla gestione del cosiddetto Fondo 'Bray', aveva segnalato due gravi criticità a Firenze e Bologna. sottolineando che non vedeva come potessero essere superate. No, caro Pinelli, sono state superate bellamente. Come? Boh!
A Bologna hanno licenziato una trentina di persone per aderire alla legge 'salva teatri', i sindacati accusano i dirigenti che si sarebbero aumentati gli stipendi, il direttore amministrativo spinge per trovare nuovi sponsor 'senza i quali chissà dove si va a finire', e aggiunge che è fondamentale ridurre le spese. In ossequio a tale proposito il sovrintendente Sani annuncia per il 2018 - quando dovrebbe assolutamente raggiungere (aver raggiunto) il pareggio di bilancio, il teatro organizzerà un nuovo festival estivo 'Festival dell'Opera italiana'. Con quali soldi? Sani dice che dovrà trovarli nei privati. Quali privati ? Non lo dice perchè non sa.
A Firenze, la riunione per l'approvazione del bilancio 2015 dell'Opera , è stata rinviata perché non erano presenti tutti i consiglieri. I sindacati denunciano che il pareggio annunciato non convince. Ma anche il sovrintendente - nonostante il pareggio di bilancio? - va dicendo che se le cose non cambiano si va tutti a casa. Parlava del teatro ma anche del Maggio - come faceva anche il direttore generale Triola, il quale accusava che il Maggio deve richiamare gente e non i soliti gatti della 'crema' fiorentina. Cioè - voleva dire Triola - il Maggio deve tornare ad essere quello di qualche anno fa? Certo deve tornare ad essere - precisiamo noi - quello di prima della gestione commissariale del solito Nastasi e del regno Giambrone- Arcà. Trotta, trotta!
Ha ragione Triola. Però, il Maggio di quest'anno vi sembra che abbia attuato una svolta di programma? Eccolo, in sintesi: un concerto celebrativo per cominciare in onore di Mehta; un paio di titoli operistici, fuori repertorio; un serie di concertini beethoveniani, con vari fortepiani in collaborazione con l'Accademia del Fortepiano - manco fosse la scuola di Neuhaus! ;la calata di un gruppo di grandi orchestre (che presumiamo costosissime, e perciò difficili da ripagare con i biglietti venduti); infine, la lirica per tutti, d'estate. E' questa la rivoluzione che dovrebbe mettere fine al periodo di crisi dell'Opera di Firenze, segnare la svolta e scongiurare del tutto la chiusura entro un paio di anni al più tardi?
E non finisce qui. I giornali giorni fa, parlando della crisi dell'Arena di Verona, anticipavano la possibilità che nel breve volgere di qualche settimana anche altri teatri avrebbero potuto dichiarare lo stato di crisi. Ci sembra di aver letto i nomi di Bari e Palermo, oltre naturalmente a Firenze e Bologna.
L'ultimo esempio ci ha colpiti. Il Teatro San Carlo di Napoli - più precisamente il suo CdI che sta per Consiglio di Indirizzo, l'ammodernamento franceschiniano del vecchio e consunto Consiglio di Amministrazione - ha approvato il suo pareggio di bilancio per il 2015, ottavo di seguito, Anzi, ad essere precisi, ha registrato tale bilancio un attivo di circa 180.000 Euro ( che magari in un teatro non spendaccione potrebbe voler dire un allestimento non faraonico, ma presentabile). Si può non credere a quanto certificato dal CdI del teatro, anche in assenza di un soggetto terzo ed esterno che certifichi il bilancio medesimo, come ormai fanno in molti? Certamente no. Anni addietro quando un consigliere comunale di Roma avanzò il sospetto che il bilancio di 'Musica per Roma', allora guidata da Carlo Fuortes, fosse fintamente attivo, l'amministratore gli disse che il bilancio era stato certificato da una società di revisione esterna e che se avesse continuato ad insistere nella sua accusa lo avrebbe querelato.
Si può dire altrettanto del bilancio del San Carlo? Non non dubitiamo che sia risultato in pareggio, come ci dice il CdI. Però, d'altro canto, come conciliarlo con i commissariamenti del Teatro (Nastasi dal 2007 al 20011, e poi ancora un secondo commissariamento, successivo), e con le dichiarazioni che lo stesso Nastasi rendeva ad un giornale di Napoli, in attesa che giungessero da Roma i soldi del fondo 'salvateatri' che avrebbero portato denaro fresco nelle casse per sanare tutti i debiti pregressi e portare nuova linfa al patrimonio? Nastasi diceva che il San Carlo era un ammalato gravissimo che appena ora stava uscendo dal coma. Questo diceva Nastasi alla fine del 2014. In meno di due anni un miracolo anche pregresso: e cioè otto anni consecutivi di bilancio in pareggio.
Un fenomeno passato, che oggi ci fa essere più guardinghi verso tutti, si verificò all'Opera di Roma, sotto la sovrintendenza De Martino, prima del commissariamento di Carlo Fuortes, quando per anni il CdA ( allora si chiamava ancora con quel nome scassato!) certificava bilanci in pareggio, mentre poi si scoprì che c'era un buco quanto una voragine.
Certo che a Napoli non è così, perché non è vero che tutto il mondo è paese.
Sempre a Napoli ora si pone il problema della nomina del direttore musicale, che il potente governatore De LUCA, renziano, vorrebbe fosse Daniel Oren, che forse non va giù alla Purchia, sovrintendente, e neanche al sindaco De Magistris, anti renziano, che ora si trovano sulla stessa barricata contro De Luca. Purchia ha detto che ci sta pensando, trattandosi di una nomina non di poco conto; e ha aggiunto che la nomina del direttore musicale spetta, sentita l'orchestra, a Lei e solo a lei. Ancora!
Analoghe perplessità ci vengono da altri bilanci in via di approvazione, dopo che l'ing. Pinelli, dimissionario dalla gestione del cosiddetto Fondo 'Bray', aveva segnalato due gravi criticità a Firenze e Bologna. sottolineando che non vedeva come potessero essere superate. No, caro Pinelli, sono state superate bellamente. Come? Boh!
A Bologna hanno licenziato una trentina di persone per aderire alla legge 'salva teatri', i sindacati accusano i dirigenti che si sarebbero aumentati gli stipendi, il direttore amministrativo spinge per trovare nuovi sponsor 'senza i quali chissà dove si va a finire', e aggiunge che è fondamentale ridurre le spese. In ossequio a tale proposito il sovrintendente Sani annuncia per il 2018 - quando dovrebbe assolutamente raggiungere (aver raggiunto) il pareggio di bilancio, il teatro organizzerà un nuovo festival estivo 'Festival dell'Opera italiana'. Con quali soldi? Sani dice che dovrà trovarli nei privati. Quali privati ? Non lo dice perchè non sa.
A Firenze, la riunione per l'approvazione del bilancio 2015 dell'Opera , è stata rinviata perché non erano presenti tutti i consiglieri. I sindacati denunciano che il pareggio annunciato non convince. Ma anche il sovrintendente - nonostante il pareggio di bilancio? - va dicendo che se le cose non cambiano si va tutti a casa. Parlava del teatro ma anche del Maggio - come faceva anche il direttore generale Triola, il quale accusava che il Maggio deve richiamare gente e non i soliti gatti della 'crema' fiorentina. Cioè - voleva dire Triola - il Maggio deve tornare ad essere quello di qualche anno fa? Certo deve tornare ad essere - precisiamo noi - quello di prima della gestione commissariale del solito Nastasi e del regno Giambrone- Arcà. Trotta, trotta!
Ha ragione Triola. Però, il Maggio di quest'anno vi sembra che abbia attuato una svolta di programma? Eccolo, in sintesi: un concerto celebrativo per cominciare in onore di Mehta; un paio di titoli operistici, fuori repertorio; un serie di concertini beethoveniani, con vari fortepiani in collaborazione con l'Accademia del Fortepiano - manco fosse la scuola di Neuhaus! ;la calata di un gruppo di grandi orchestre (che presumiamo costosissime, e perciò difficili da ripagare con i biglietti venduti); infine, la lirica per tutti, d'estate. E' questa la rivoluzione che dovrebbe mettere fine al periodo di crisi dell'Opera di Firenze, segnare la svolta e scongiurare del tutto la chiusura entro un paio di anni al più tardi?
E non finisce qui. I giornali giorni fa, parlando della crisi dell'Arena di Verona, anticipavano la possibilità che nel breve volgere di qualche settimana anche altri teatri avrebbero potuto dichiarare lo stato di crisi. Ci sembra di aver letto i nomi di Bari e Palermo, oltre naturalmente a Firenze e Bologna.
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sabato 13 giugno 2015
Se li paghi scrivono qualunque cosa. I giornalisti
Quella del giornalista è una professione che va verso la sua rovina definitiva e non per l'avvento dei moderni mezzi di comunicazione che hanno di fatto ammesso all'antica professione dell'informatore una massa di cretini - come li ha definiti, senza mezzi termini, Umberto Eco nella sua recente 'lectio doctoralis', in occasione dell'ennesima laurea concessagli dall'Università di Torino - che, promossi a moderni pensatori dalla televisione imbecille, si sentono autorizzati ad aprire le cataratte delle loro teste vuote e rovesciare nella rete qualunque cosa.
No, la professione giornalistica sta rovinando precipitosamente perché, salvo rarissimi casi - che proprio per questo sono indicati come disturbatori della quiete pubblica - il giornalista, anche quello insignito con i galloni di capo qui e capo là, lavora a cottimo, dietro pagamento e con l'indicazione precisa del da farsi.
Le pagine 'EVENTI' o 'GUIDE' che da tempo andiamo indicando al pubblico ludibrio, così come appaiono nei giornali più diffusi, pagate profumatamente ( in rapporto ai tempi ed alle disponibilità) in occasione di appuntamenti importanti, nel campo dell'arte della cultura od anche dell'intrattenimento 'alto' , sono nè più e nè meno che l'atto di morte del giornalismo, quello vero di una volta.
L'esempio di alcuni giorni fa, offerto dal 'Corriere', in relazione alla prossima stagione d'opera estiva dell'Opera di Roma alle Terme di Caracalla rappresenta l'ultimo caso, solo in termini di tempo.
Quelle pagine non si fermano a presentare la stagione. No, non basta, altrimenti - ne sono convinti gli amministratori - perchè dovrebbero pagare il giornale che poi, quando si va in scena, a malapena riserva agli spettacoli qualche riga di cronaca? Loro, pagando, scelgono anche i contenuti di quelle pagine, non fidandosi dei giornalisti che sanno essere corruttibili.
Non basta, scende in campo anche Paolo Fallai per cantare, prima ancora che la guerra finisca - visto che non è neppure cominciata - la vittoria dell'armata Fuortes che finalmente mette fine al 'Passato da cartapesta' delle stagioni a Caracalla, attraverso la creazione di un 'festival', dal quale sono banditi elefanti e cammelli, mentre fa salire sul palco proiezioni e finte scenografie proiettate sulle monumentali rovine.
Sostiene lo storico Fallai che a quelle terme l'inventore della stagione estiva ha recato oltraggio, oltraggio 'popolare'. E chi ne sarebbe stato l'inventore responsabile dell'oltraggio? Il Duce, il quale si inventò la lirica 'popolare' offerta in pasto ad una sterminata platea che faceva concorrenza all'Arena di Verona. Il Duce, secondo lo storico del costume in forza al Corriere, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, avrebbe dovuto avere una sensibilità che forse non hanno ancora del tutto oggi i fautori di un nuovo modo di intendere la conservazione ed il riuso dei nostri beni architettonici. Fallai dimentica di citare, ad onor del Duce - senza che questo corregga di una virgola il giudizio negativissimo sulla sua linea politica - che fu lui a creare anche la Biennale e il Festival del Maggio Musicale Fiorentino. Insomma, benché biasimevole dittatore e razzista, ebbe la sensibilità e chiaroveggenza di dar vita ad imprese di cultura che ancora oggi risplendono. Ci faccia Fallai, che pretenderebbe tanta sensibilità moderna dal Duce, un solo nome di politico o governante 'democratico' di un paese che sulla cultura dovrebbe fondare buona parte della sua azione politica, degli ultimi cinquant'anni, al quale legare l'avvio di una impresa culturale di tale spessore. Per quanto Fallai conosca bene la storia del nostro recente passato faticherebbe a trovarne anche uno solo.
Ed allora perché prendersela con il Regime, anche quando fece qualcosa di non riprovevole, passi se lo abbia fatto per coprire o farsi perdonare le sue malefatte?
Per tornare infine ai nostri giorni, perché Fallai od altri suoi colleghi, meno titolati di lui, fanno tutto questo credito a Fuortes, prima ancora che si vedano i frutti della sua azione? Solo perché arriva all'Opera, carico di gloria, dalla sua direzione di Musica per Roma, il cui modello - pur esso lodato, a comando (pagamento) da Fallai - Fuortes importa e riproduce nel teatro della Capitale? O perché ha risanato i conti, come scrive Fallai? Ad oggi quei conti risultano diciamo risanati solo perché Fuortes ha preso soldi dal fondo speciale salva teatri, ne ha presi quanti gliene servivano per tappare i buchi di bilancio. E l'ignobile passato - a detta di Fallai - della storia delle terme in musica sarebbe cancellato dall'avvio di un 'Festival' di Caracalla? No, perché un festival è stato già proposto un paio di anni fa, senza considerevoli risultati artistici ed economici, contribuendo a creare quel buco di bilancio che sappiamo, dalla precedente gestione dell'Opera, quella con Muti, De Martino ed Alessio Vlad che si vantavano di aver creato un festival che avrebbe dato una mano di vernice 'chic' alla facciata popolare di Caracalla.
No, la professione giornalistica sta rovinando precipitosamente perché, salvo rarissimi casi - che proprio per questo sono indicati come disturbatori della quiete pubblica - il giornalista, anche quello insignito con i galloni di capo qui e capo là, lavora a cottimo, dietro pagamento e con l'indicazione precisa del da farsi.
Le pagine 'EVENTI' o 'GUIDE' che da tempo andiamo indicando al pubblico ludibrio, così come appaiono nei giornali più diffusi, pagate profumatamente ( in rapporto ai tempi ed alle disponibilità) in occasione di appuntamenti importanti, nel campo dell'arte della cultura od anche dell'intrattenimento 'alto' , sono nè più e nè meno che l'atto di morte del giornalismo, quello vero di una volta.
L'esempio di alcuni giorni fa, offerto dal 'Corriere', in relazione alla prossima stagione d'opera estiva dell'Opera di Roma alle Terme di Caracalla rappresenta l'ultimo caso, solo in termini di tempo.
Quelle pagine non si fermano a presentare la stagione. No, non basta, altrimenti - ne sono convinti gli amministratori - perchè dovrebbero pagare il giornale che poi, quando si va in scena, a malapena riserva agli spettacoli qualche riga di cronaca? Loro, pagando, scelgono anche i contenuti di quelle pagine, non fidandosi dei giornalisti che sanno essere corruttibili.
Non basta, scende in campo anche Paolo Fallai per cantare, prima ancora che la guerra finisca - visto che non è neppure cominciata - la vittoria dell'armata Fuortes che finalmente mette fine al 'Passato da cartapesta' delle stagioni a Caracalla, attraverso la creazione di un 'festival', dal quale sono banditi elefanti e cammelli, mentre fa salire sul palco proiezioni e finte scenografie proiettate sulle monumentali rovine.
Sostiene lo storico Fallai che a quelle terme l'inventore della stagione estiva ha recato oltraggio, oltraggio 'popolare'. E chi ne sarebbe stato l'inventore responsabile dell'oltraggio? Il Duce, il quale si inventò la lirica 'popolare' offerta in pasto ad una sterminata platea che faceva concorrenza all'Arena di Verona. Il Duce, secondo lo storico del costume in forza al Corriere, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, avrebbe dovuto avere una sensibilità che forse non hanno ancora del tutto oggi i fautori di un nuovo modo di intendere la conservazione ed il riuso dei nostri beni architettonici. Fallai dimentica di citare, ad onor del Duce - senza che questo corregga di una virgola il giudizio negativissimo sulla sua linea politica - che fu lui a creare anche la Biennale e il Festival del Maggio Musicale Fiorentino. Insomma, benché biasimevole dittatore e razzista, ebbe la sensibilità e chiaroveggenza di dar vita ad imprese di cultura che ancora oggi risplendono. Ci faccia Fallai, che pretenderebbe tanta sensibilità moderna dal Duce, un solo nome di politico o governante 'democratico' di un paese che sulla cultura dovrebbe fondare buona parte della sua azione politica, degli ultimi cinquant'anni, al quale legare l'avvio di una impresa culturale di tale spessore. Per quanto Fallai conosca bene la storia del nostro recente passato faticherebbe a trovarne anche uno solo.
Ed allora perché prendersela con il Regime, anche quando fece qualcosa di non riprovevole, passi se lo abbia fatto per coprire o farsi perdonare le sue malefatte?
Per tornare infine ai nostri giorni, perché Fallai od altri suoi colleghi, meno titolati di lui, fanno tutto questo credito a Fuortes, prima ancora che si vedano i frutti della sua azione? Solo perché arriva all'Opera, carico di gloria, dalla sua direzione di Musica per Roma, il cui modello - pur esso lodato, a comando (pagamento) da Fallai - Fuortes importa e riproduce nel teatro della Capitale? O perché ha risanato i conti, come scrive Fallai? Ad oggi quei conti risultano diciamo risanati solo perché Fuortes ha preso soldi dal fondo speciale salva teatri, ne ha presi quanti gliene servivano per tappare i buchi di bilancio. E l'ignobile passato - a detta di Fallai - della storia delle terme in musica sarebbe cancellato dall'avvio di un 'Festival' di Caracalla? No, perché un festival è stato già proposto un paio di anni fa, senza considerevoli risultati artistici ed economici, contribuendo a creare quel buco di bilancio che sappiamo, dalla precedente gestione dell'Opera, quella con Muti, De Martino ed Alessio Vlad che si vantavano di aver creato un festival che avrebbe dato una mano di vernice 'chic' alla facciata popolare di Caracalla.
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martedì 21 aprile 2015
Fondazioni liriche. A proposito di rinnovo dei vertici gestionali ed artistici, dal Teatro San Carlo all'Opera di Roma.
"A detta di molti - scriveva non più tardi di un mese fa, l'autorevole 'Corriere del mezzogiorno' - fra i favoriti per la successione a Rosanna Purchia, come sovrintendente del Teatro San Carlo, ci sarebbe Catello De Martino". Ma no? Ma sì! Questo nostro paese non manca mai di meravigliarci. Catello sarebbe dovuto finire ai domiciliari, già ora è indagato per il buco colossale al Teatro dell'Opera di Roma - sanzionato di recente anche dal TAR dove lui aveva presentato ricorso contro il suo licenziamento - ed invece... lui si candida a Verona, a Cagliari ed in qualunque altro teatro si debbano rinnovare i vertici, perfino a Napoli, dove a detta di molti - che non osiamo definire - sarebbe fra i favoriti. Quegli stessi che lo riterrebbero fra i favoriti non ci hanno spiegato con quale curriculum ed anche con quale faccia Catello si presenti ancora in giro a bussare alle porte delle sovrintendenze dei teatri.
In questo momento non sappiamo se la Purchia sia stata confermata dal Ministero, meglio: sia stata confermata dal suo amico e protettore Nastasi che ha procurato un impiego a sua moglie, Giulietta Minoli, nel neonato MeMus del Teatro ( pare che la Signora sia stata fatta licenziare dal medesimo Nastasi, per il timore di denunce di irregolarità riguardo a quella nomina), ma della Purchia ancora non si sa; telefoneremo più tardi per vere notizie fresche ( nel sito del teatro napoletano non compaiono né sovrintendente né direttore artistico e dunque la barca del teatro, da due mesi almeno o forse più, naviga senza timonieri.
Chissà che avrà fatto il sindaco di Catania, dopo lo schiaffo della Purchia che prima s'è fatta nominare e poi ha rinunciato per restare a Napoli, dietro evidente assicurazione di Nastasi, il 'gran manovratore' del Ministero del povero Franceschini,' mezzo disastro'.
E a Roma cosa è successo nel frattempo? Carlo Fuortes ha proceduto alla nomina della direzione artistica che oggi è duplice: Battistelli, Vlad; triplice se ci si mette anche la direttrice del ballo, Abbagnato.
Ma allora nulla è cambiato: Fuortes si tiene Vlad, la manina corta di Muti. No, a leggerle con attenzione, le cose stanno diversamente. Fuortes voleva cambiare Alessio Vald con Giorgio Battistelli, ma quando il nuovo direttore artistico 'in pectore' gli ha rivelato in privato, che il repertorio del melodramma non è il suo forte, Fuortes per non fare un altro buco nell'acqua, gli ha messo al fianco Vlad, riconfermandolo, e dando a Giorgio quel che potrebbe essere di Giorgio. e cioè il teatro contemporaneo e il repertorio sinfonico.
In verità avrebbe anche potuto tenere solo Battistelli, perchè in teatro, il lavoro più difficile, quello della confezione dei cast, lo fa altra persona, a Roma ( Nicoletta Finzi) come a Milano ( ora l'austriaco Toni Gradsack, fino a poco tempo fa 'el greco', potentissimo ).
Allora, nel caso dei teatri d'opera la cui attività si fonda prevalentemente sul grande repertorio cosa fanno i direttori artistici? Scelgono i titoli del cartellone.
P.S. Ha vinto Nastasi, Rosanna Purchia confermata sovrintendente, come si evince dall'annuncio della prossima tournée del San Carlo in Ungheria, le cui spese le sosterrà sicuramente il Ministero di Nastasi, come già fece con la costosissima trasferta a San Francisco.
In questo momento non sappiamo se la Purchia sia stata confermata dal Ministero, meglio: sia stata confermata dal suo amico e protettore Nastasi che ha procurato un impiego a sua moglie, Giulietta Minoli, nel neonato MeMus del Teatro ( pare che la Signora sia stata fatta licenziare dal medesimo Nastasi, per il timore di denunce di irregolarità riguardo a quella nomina), ma della Purchia ancora non si sa; telefoneremo più tardi per vere notizie fresche ( nel sito del teatro napoletano non compaiono né sovrintendente né direttore artistico e dunque la barca del teatro, da due mesi almeno o forse più, naviga senza timonieri.
Chissà che avrà fatto il sindaco di Catania, dopo lo schiaffo della Purchia che prima s'è fatta nominare e poi ha rinunciato per restare a Napoli, dietro evidente assicurazione di Nastasi, il 'gran manovratore' del Ministero del povero Franceschini,' mezzo disastro'.
E a Roma cosa è successo nel frattempo? Carlo Fuortes ha proceduto alla nomina della direzione artistica che oggi è duplice: Battistelli, Vlad; triplice se ci si mette anche la direttrice del ballo, Abbagnato.
Ma allora nulla è cambiato: Fuortes si tiene Vlad, la manina corta di Muti. No, a leggerle con attenzione, le cose stanno diversamente. Fuortes voleva cambiare Alessio Vald con Giorgio Battistelli, ma quando il nuovo direttore artistico 'in pectore' gli ha rivelato in privato, che il repertorio del melodramma non è il suo forte, Fuortes per non fare un altro buco nell'acqua, gli ha messo al fianco Vlad, riconfermandolo, e dando a Giorgio quel che potrebbe essere di Giorgio. e cioè il teatro contemporaneo e il repertorio sinfonico.
In verità avrebbe anche potuto tenere solo Battistelli, perchè in teatro, il lavoro più difficile, quello della confezione dei cast, lo fa altra persona, a Roma ( Nicoletta Finzi) come a Milano ( ora l'austriaco Toni Gradsack, fino a poco tempo fa 'el greco', potentissimo ).
Allora, nel caso dei teatri d'opera la cui attività si fonda prevalentemente sul grande repertorio cosa fanno i direttori artistici? Scelgono i titoli del cartellone.
P.S. Ha vinto Nastasi, Rosanna Purchia confermata sovrintendente, come si evince dall'annuncio della prossima tournée del San Carlo in Ungheria, le cui spese le sosterrà sicuramente il Ministero di Nastasi, come già fece con la costosissima trasferta a San Francisco.
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mercoledì 15 aprile 2015
Il TAR rigetta il ricorso di De Martino, ex sovrintendente e direttore generale dell'Opera di Roma, contro il suo licenziamento
Il TAR ha dato ragione all'Opera di Roma per il licenziamento di De Martino. Fuortes come commissario dell'Opera - ora sovrintendente - aveva licenziato il direttore generale del teatro, sempre De Martino che tale l'incarico si era attribuito, per generosità di Alemanno, assieme a quello di Sovrintendente. Forse anche perchè questo secondo incarico, se pure per un breve periodo, era disgiunto da quello di Sovrintendente e De Martino avrebbe potuto tenerlo, se avesse ben amministrato. I giudici del tribunale amministrativo dicono anche di più. De Martino non solo non ha ben amministrato, ma non SAPEVA amministrare, perché altrimenti avrebbe... e citano la serie lunga di sue inadempienze di direttore generale, non dissimili da quelle di sovrintendente che hanno portato il teatro sull'orlo del fallimento.
In calce a tale condanna ve ne è una seconda che riguarda alcune spesucce fatte con la carta di credito del teatro, ma questa è roba da mariuoli, di cui è zeppa la pubblica amministrazione come i rappresentanti eletti al Parlamento alle Regioni fino ai consigli di circoscrizione.Gente che alla prima occasione di spendere soldi di altri, non ci pensano due volte, neppure quando gli altri in questione sono i cittadini, trattandosi di soldi pubblici. Una vergogna. Che non finisce mai e non si arresta certo qui. Si veda il caso dei parlamentari e consiglieri regionali condannati che percepiscono ancora vitalizi dallo Stato.Oggi un ex presidente della Consulta, Zagrebelsky, accusa i giuristi, dei quali si fanno scudo i parlamentari per sostenere che è contro la legge togliere il vitalizio ai condannati. Per fare un altro caso di segno simile, Galan, condannato per furto allo Stato, non si dimette dalla presidenza della Commissione cultura del Senato. Che è l'emblema della generazione indegna che compone la nostra classe politica.
Ma per tornare al caso De Martino l'odierna sentenza del TAR afferma indirettamente un'altra cosa che a noi conferma la colpevolezza della classe politica che quando sceglie gli amministratori, molto spesso non va a verificarne le competenze, ma si basa unicamente sul loro 'stato di servizio' al politico di turno. Insomma il TAR ha anche condannato la scelta di Alemanno, dichiarando che De Martino, che di suo ha fatto anche un buco enorme nel bilancio, NON SAPEVA FARE Il SUO MESTIERE.
A noi, in via confidenziale, un dirigente dell'Accademia di Santa Cecilia, quando De Martino lasciò il suo incarico di 'direttore del personale' per assumere - per grazia di Alemanno - quello di Sovrintendente dell'Opera, ci disse: finalmente ce ne siamo liberati. Resterebbe da indagare su chi lo aveva fatto approdare a Santa Cecilia e perchè. Ma questo ora non ci interessa.
In calce a tale condanna ve ne è una seconda che riguarda alcune spesucce fatte con la carta di credito del teatro, ma questa è roba da mariuoli, di cui è zeppa la pubblica amministrazione come i rappresentanti eletti al Parlamento alle Regioni fino ai consigli di circoscrizione.Gente che alla prima occasione di spendere soldi di altri, non ci pensano due volte, neppure quando gli altri in questione sono i cittadini, trattandosi di soldi pubblici. Una vergogna. Che non finisce mai e non si arresta certo qui. Si veda il caso dei parlamentari e consiglieri regionali condannati che percepiscono ancora vitalizi dallo Stato.Oggi un ex presidente della Consulta, Zagrebelsky, accusa i giuristi, dei quali si fanno scudo i parlamentari per sostenere che è contro la legge togliere il vitalizio ai condannati. Per fare un altro caso di segno simile, Galan, condannato per furto allo Stato, non si dimette dalla presidenza della Commissione cultura del Senato. Che è l'emblema della generazione indegna che compone la nostra classe politica.
Ma per tornare al caso De Martino l'odierna sentenza del TAR afferma indirettamente un'altra cosa che a noi conferma la colpevolezza della classe politica che quando sceglie gli amministratori, molto spesso non va a verificarne le competenze, ma si basa unicamente sul loro 'stato di servizio' al politico di turno. Insomma il TAR ha anche condannato la scelta di Alemanno, dichiarando che De Martino, che di suo ha fatto anche un buco enorme nel bilancio, NON SAPEVA FARE Il SUO MESTIERE.
A noi, in via confidenziale, un dirigente dell'Accademia di Santa Cecilia, quando De Martino lasciò il suo incarico di 'direttore del personale' per assumere - per grazia di Alemanno - quello di Sovrintendente dell'Opera, ci disse: finalmente ce ne siamo liberati. Resterebbe da indagare su chi lo aveva fatto approdare a Santa Cecilia e perchè. Ma questo ora non ci interessa.
giovedì 9 aprile 2015
Opera di Roma modello Auditorium. Fuortes in preda ad una crisi di identità. Abbagnato direttrice del ballo. Confermato Vlad. Arriva Battistelli.
Non era poi così difficile immaginare, conoscendo l'orizzonte culturale del neo sovrintendente Carlo Fuortes, che, sbarcato all'Opera di Roma, con l'unica esperienza di 'affittacamere di lusso' all'Auditorium, trasferisse tale modello nel teatro d'opera della capitale. L'abbiamo scritto un mese fa e puntualmente s'è verificato, allorchè, d'accordo con la sua 'spalla' Marino, e anche con il consiglio di indirizzo di vacanzieri in gita premio nel mondo dell'opera, ha fatto sbarcare la ballerina 'della Roma', Abbagnato, a dirigere il corpo di ballo, lei che è certamente una notissima ballerina, che ha partecipato ad 'Amici' della De Filippi nel 2013, ma non ha mai diretto un corpo di ballo, ma che ha promesso che farà di tutto per onorare il nuovo prestigioso incarico, compatibilmente con gli impegni già sottoscritti, compresi quelli familiari - è mamma di due bambini piccoli - come ha letteralmente dichiarato. Nessun commento ulteriore, le perplessità, non solo nostre, sono state da tempo espresse.
Le altre nomine, ancor più di quella della Abbagnato, fanno capire con chiarezza in quale confusione sia il sovrintendente, il quale conferma alla direzione artistica Alessio Vlad, 'compositore' scrive l'Opera di Roma, esagerando nel credito, perchè si occupi della programmazione operistica (come a dire che gli errori della precedente gestione vanno tutti imputati a De Martino e Muti; nessuno, mai, a Vlad che ha bene operato e va riconfermato) - e mettendogli al fianco Giorgio Battistelli, che in veste di consigliere dell'Opera nei mesi scorsi non ha certo brillato, il quale avrà come incarico quello dei 'progetti relativi ai linguaggi contemporanei e alla musica sinfonica' che nel comunicato ufficiale, del quale non v'è traccia nel sito del teatro, così è definito " coordinerà i programmi sul teatro e i linguaggi contemporanei e sulla musica sinfonica".
Forse occorreva mandare a casa Vlad - ma non si poteva fare con uno che ha spalle tanto forti da resistere a tutte i risultati negativi delle sue direzioni artistiche, a dispetto degli appoggi mediatici eccessivi ed immeritati - e metterci Battistelli, il quale NOTORIAMENTE di melodramma capisce assai poco, sebbene si dedichi prevalentemente al teatro musicale nella sua attività di compositore, qual egli è, a differenza di Vlad - compositore della domenica, e da film, per gli amici - per consolarlo della sconfitta a Santa Cecilia. La volontà di consolarlo, premiandolo da parte del sindaco e di Fuortes l'ha legato all'Opera di Roma, affidandogli la programmazione relativa al teatro musicale contemporaneo ed la programmazione sinfonica.
Perchè, come ha spiegato Fuortes, gongolante di incompetenza, l'opera non può essere solo la grande tradizione ma deve pensare al futuro ed anche all'oggi. Ed a tutto questo dovrà pensare Battistelli, che ora ha da risolvere alcuni altri problemi connessi al nuovo incarico.
A tale proposito, Battistelli ha subito dichiarato che la sua presenza nel consiglio di amministrazione dell'Accademia di Santa Cecilia è compatibilissima con il suo nuovo incarico. Come lo sarà anche, se tanto mi dà tanto, anche con quello di Presidente della Società di concerti Barattelli dell'Aquila e con la direzione artistica dell'Orchestra della Toscana.
Un compositore ancora in cerca di identità che si distrae volutamente dall'unico mestiere che gli riesce ancora bene di fare, il compositore, per correre dietro ad incarichi che affermeranno il suo potere ma lo distoglieranno da quel suo mestiere e forse gli procureranno anche noie. Che, in questo caso, s'è cercato. Non più tardi della fine dell'anno scorso, un brano di qualche minuto appena, dal significativo titolo 'EXPO', promesso alla Fenice per il Concerto di Capodanno non l'ha consegnato,' per mancanza di tempo' - se le nostre informazioni sono esatte. E adesso che ha anche nuovi incarichi che farà?
Anche la precedente esperienza di direttore artistico all'Arena di Verona, che egli voleva far diventare una sorta di 'biennale musica del teatro musicale', brevissima, avrebbe dovuto insegnargli qualcosa, che invece non gli ha insegnato.
E, infine un voltafaccia che certamente non gli fa onore. Ha promesso, nell'agosto scorso, ai suoi concittadini di Albano di candidarsi a sindaco della cittadina, perchè- dichiarò- è giunto il momento di impegnarsi socialmente'. Impegno neppure cominciato e promessa che ora si rimangerà, beccandosi gli insulti che si merita.
Le altre nomine, ancor più di quella della Abbagnato, fanno capire con chiarezza in quale confusione sia il sovrintendente, il quale conferma alla direzione artistica Alessio Vlad, 'compositore' scrive l'Opera di Roma, esagerando nel credito, perchè si occupi della programmazione operistica (come a dire che gli errori della precedente gestione vanno tutti imputati a De Martino e Muti; nessuno, mai, a Vlad che ha bene operato e va riconfermato) - e mettendogli al fianco Giorgio Battistelli, che in veste di consigliere dell'Opera nei mesi scorsi non ha certo brillato, il quale avrà come incarico quello dei 'progetti relativi ai linguaggi contemporanei e alla musica sinfonica' che nel comunicato ufficiale, del quale non v'è traccia nel sito del teatro, così è definito " coordinerà i programmi sul teatro e i linguaggi contemporanei e sulla musica sinfonica".
Forse occorreva mandare a casa Vlad - ma non si poteva fare con uno che ha spalle tanto forti da resistere a tutte i risultati negativi delle sue direzioni artistiche, a dispetto degli appoggi mediatici eccessivi ed immeritati - e metterci Battistelli, il quale NOTORIAMENTE di melodramma capisce assai poco, sebbene si dedichi prevalentemente al teatro musicale nella sua attività di compositore, qual egli è, a differenza di Vlad - compositore della domenica, e da film, per gli amici - per consolarlo della sconfitta a Santa Cecilia. La volontà di consolarlo, premiandolo da parte del sindaco e di Fuortes l'ha legato all'Opera di Roma, affidandogli la programmazione relativa al teatro musicale contemporaneo ed la programmazione sinfonica.
Perchè, come ha spiegato Fuortes, gongolante di incompetenza, l'opera non può essere solo la grande tradizione ma deve pensare al futuro ed anche all'oggi. Ed a tutto questo dovrà pensare Battistelli, che ora ha da risolvere alcuni altri problemi connessi al nuovo incarico.
A tale proposito, Battistelli ha subito dichiarato che la sua presenza nel consiglio di amministrazione dell'Accademia di Santa Cecilia è compatibilissima con il suo nuovo incarico. Come lo sarà anche, se tanto mi dà tanto, anche con quello di Presidente della Società di concerti Barattelli dell'Aquila e con la direzione artistica dell'Orchestra della Toscana.
Un compositore ancora in cerca di identità che si distrae volutamente dall'unico mestiere che gli riesce ancora bene di fare, il compositore, per correre dietro ad incarichi che affermeranno il suo potere ma lo distoglieranno da quel suo mestiere e forse gli procureranno anche noie. Che, in questo caso, s'è cercato. Non più tardi della fine dell'anno scorso, un brano di qualche minuto appena, dal significativo titolo 'EXPO', promesso alla Fenice per il Concerto di Capodanno non l'ha consegnato,' per mancanza di tempo' - se le nostre informazioni sono esatte. E adesso che ha anche nuovi incarichi che farà?
Anche la precedente esperienza di direttore artistico all'Arena di Verona, che egli voleva far diventare una sorta di 'biennale musica del teatro musicale', brevissima, avrebbe dovuto insegnargli qualcosa, che invece non gli ha insegnato.
E, infine un voltafaccia che certamente non gli fa onore. Ha promesso, nell'agosto scorso, ai suoi concittadini di Albano di candidarsi a sindaco della cittadina, perchè- dichiarò- è giunto il momento di impegnarsi socialmente'. Impegno neppure cominciato e promessa che ora si rimangerà, beccandosi gli insulti che si merita.
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lunedì 16 marzo 2015
Esegeti di Riccardo Muti - troppi, al Corriere della Sera - per l'intervista del celebre direttore sul Teatro San Carlo.
Riccardo Muti ha concesso un' intervista al 'Mattino', quotidiano di Napoli, nella quale s'è espresso a proposito della successione alla sovrintendenza del Teatro San Carlo, affermando che vorrebbe prossimo sovrintendente una personalità di livello e competenza internazionali - come dargli torto?- mentre assecondando il sindaco De Magistris che non vuole la riconferma della sovrintendente uscente, Rosanna Purchia, alla chiamata si sarebbe presentata una schiera di signori 'nessuno', perfino l'ex sovrintendente dell'Opera di Roma, Catello De Martino, artefice del disastro del Teatro della Capitale. Che lui naturalmente nega anche in faccia ai rilievi della Corte dei Conti e forse anche della magistratura ordinari. De Martino, detto per inciso, non si è candidato solo a Napoli, anche a Verona. quando si dice la faccia...
Nastasi che ce l'ha messa, preme per farvi restare la Purchia, De Magistris non la vuole, il Consiglio di indirizzo chi indicherà fra gli oltre 40 che si sono candidati?
Ma Muti a chi si riferiva parlando delle caratteristiche del prossimo sovrintendente? Secondo Valerio Cappelli, sul Corriere di oggi, un tempo esegeta fidato del direttore e cantor dell'ex sovrintendente De Martino, quando era in sella, e del suo scudiero Alessio Vlad, suo carissimo amico, il nome è pronto lì: Rosanna Purchia che ha sanato i bilanci... Ma non c'era un commissario al Teatro san Carlo,negli ultimi mesi? E perchè un commissario se la Purchia amministrava bene il teatro? C'era arrivato solo perchè s'erano dimessi un pò di consiglieri del CdA? O forse la Purchia il ministero di Nastasi ce l'ha tenuta comunque là, perchè era una sua diretta emanazione?
Paolo Isotta, sempre sul medesimo Corriere e sempre oggi, spiega l'internazionalità espressa ed auspicata da Muti. Il Maestro non intendeva dire 'uno straniero', ma una personalità di 'livello internazionale'. E precisa, ad usum del maestro Muti, che fra i candidati, di personalità di livello internazionale ve ne sono almeno tre: il grandissimo direttore d'orchestra, Elio Boncompagni, anni 82, già sovrintendente in altri capitali europee; il pianista Nazzareno Carusi, anni 45, responsabile per la musica di Forza Italia e per Isotta uno dei più grandi pianisti viventi, e c'è anche una signora, Elsa Evangelista, direttrice del Conservatorio di Napoli, ma di lei che è una signora niente anni. Ci venga un colpo se abbiamo mai sentito parlare di Carusi e della Evangelista. Si vede che siamo ormai fuori del giro e perciò disinformati.
Poi Muti rivela la vera ragione della sua fuga da Roma. L'ambiente poco tranquillo e perciò insicuro per il lavoro, emerso, ancor prima degli scioperi estivi, al tempo della tournée in Giappone. Cappelli precisa un pò di cose che nell'intervista precise non sono e poi contraddice apertamente il maestro quando parla della acustica del san Carlo, ritenuta ottima da Muti e che Valerio Cappelli, riportando un'opinione di De Simone, ritiene deteriorata dopo i lavori di restauro, curati da Elisabetta Fabbri, alla quale i restauri furono affidati da Nastasi, che la volle anche a Bari per il Petruzzelli ed altrove, ovunque ci fosse da restaurare un teatro, Scala e Fenice compresa e pure a Firenze, dove proprio oggi , ma per la celebre caserma, è intervenuta la magistratura, anche con arresti.
Insomma mentre sembra da una parte che Cappelli fiancheggi le scelte del Ministero e di Nastasi, che nelle sue preferenze ha preso il posto che un tempo era di De Martino; nel caso dell'acustica del san Carlo, forse ignora che la longa manus che ha affidato all'architetto Elisabetta Fabbri, era proprio quella di Nastasi, commissario del teatro durante i lavori e dopo, quando trovò il tempo ed il modo di piazzarvi anche la sua mogliettina in un museo del teatro ( MeMus) che a qualcuno sembrò creato apposta. E non si meravigli nessuno di questa malignità. troppe se ne sono viste nel nostro paese sotto il sole, per non dar credito anche a quest'ultima.
Ora ai due esegeti del pensiero mutiano, autorevolissimi, un altro umilmente osa aggiungersi. Noi. Per dire al maestro Muti che stimiamo perfino quando non condividiamo alcune sue scelte, che la stessa internazionalità del sovrintendente del san Carlo, avrebbe dovuto pretenderla anche a Roma, quando all'Opera accettò che la dirigessero, negli anni di sua permanenza, De Martino e Vlad che certamente questo profilo internazionale non avevano.
Nastasi che ce l'ha messa, preme per farvi restare la Purchia, De Magistris non la vuole, il Consiglio di indirizzo chi indicherà fra gli oltre 40 che si sono candidati?
Ma Muti a chi si riferiva parlando delle caratteristiche del prossimo sovrintendente? Secondo Valerio Cappelli, sul Corriere di oggi, un tempo esegeta fidato del direttore e cantor dell'ex sovrintendente De Martino, quando era in sella, e del suo scudiero Alessio Vlad, suo carissimo amico, il nome è pronto lì: Rosanna Purchia che ha sanato i bilanci... Ma non c'era un commissario al Teatro san Carlo,negli ultimi mesi? E perchè un commissario se la Purchia amministrava bene il teatro? C'era arrivato solo perchè s'erano dimessi un pò di consiglieri del CdA? O forse la Purchia il ministero di Nastasi ce l'ha tenuta comunque là, perchè era una sua diretta emanazione?
Paolo Isotta, sempre sul medesimo Corriere e sempre oggi, spiega l'internazionalità espressa ed auspicata da Muti. Il Maestro non intendeva dire 'uno straniero', ma una personalità di 'livello internazionale'. E precisa, ad usum del maestro Muti, che fra i candidati, di personalità di livello internazionale ve ne sono almeno tre: il grandissimo direttore d'orchestra, Elio Boncompagni, anni 82, già sovrintendente in altri capitali europee; il pianista Nazzareno Carusi, anni 45, responsabile per la musica di Forza Italia e per Isotta uno dei più grandi pianisti viventi, e c'è anche una signora, Elsa Evangelista, direttrice del Conservatorio di Napoli, ma di lei che è una signora niente anni. Ci venga un colpo se abbiamo mai sentito parlare di Carusi e della Evangelista. Si vede che siamo ormai fuori del giro e perciò disinformati.
Poi Muti rivela la vera ragione della sua fuga da Roma. L'ambiente poco tranquillo e perciò insicuro per il lavoro, emerso, ancor prima degli scioperi estivi, al tempo della tournée in Giappone. Cappelli precisa un pò di cose che nell'intervista precise non sono e poi contraddice apertamente il maestro quando parla della acustica del san Carlo, ritenuta ottima da Muti e che Valerio Cappelli, riportando un'opinione di De Simone, ritiene deteriorata dopo i lavori di restauro, curati da Elisabetta Fabbri, alla quale i restauri furono affidati da Nastasi, che la volle anche a Bari per il Petruzzelli ed altrove, ovunque ci fosse da restaurare un teatro, Scala e Fenice compresa e pure a Firenze, dove proprio oggi , ma per la celebre caserma, è intervenuta la magistratura, anche con arresti.
Insomma mentre sembra da una parte che Cappelli fiancheggi le scelte del Ministero e di Nastasi, che nelle sue preferenze ha preso il posto che un tempo era di De Martino; nel caso dell'acustica del san Carlo, forse ignora che la longa manus che ha affidato all'architetto Elisabetta Fabbri, era proprio quella di Nastasi, commissario del teatro durante i lavori e dopo, quando trovò il tempo ed il modo di piazzarvi anche la sua mogliettina in un museo del teatro ( MeMus) che a qualcuno sembrò creato apposta. E non si meravigli nessuno di questa malignità. troppe se ne sono viste nel nostro paese sotto il sole, per non dar credito anche a quest'ultima.
Ora ai due esegeti del pensiero mutiano, autorevolissimi, un altro umilmente osa aggiungersi. Noi. Per dire al maestro Muti che stimiamo perfino quando non condividiamo alcune sue scelte, che la stessa internazionalità del sovrintendente del san Carlo, avrebbe dovuto pretenderla anche a Roma, quando all'Opera accettò che la dirigessero, negli anni di sua permanenza, De Martino e Vlad che certamente questo profilo internazionale non avevano.
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giovedì 5 marzo 2015
Finto bando pubblico per manifestazione di interesse alla nomina di sovrintendente delle fondazioni liriche.Napoli,verona,cagliari, parma...
Da qualche mese la democrazia s'è impiantata prepotentemente nella gestione delle nostre istituzioni culturali, prime fra tutte le fondazioni liriche che rappresentano una rete ben distribuita sul territorio, produttiva se viene ben amministrata, e di enorme interesse per lo sviluppo.
D'ora in avanti, viene da pensare che episodi come quelli del Teatro Massimo di Palermo dove il sindaco Orlando ha messo a capo, per sua insindacabile volontà e disposizione, il suo assessore Giambrone - già al secondo giro, essendo passato anni fa dall'assessorato comunale al teatro - non si verificheranno più in Italia.
Quando si deve scegliere il vertice di una fondazione lirica che ha una notevole responsabilità in fatto di gestione e di promozione culturale, i sindaci - che restano, nonostante la loro palese ignoranza in materia, a capo delle fondazioni liriche, del loro consiglio di indirizzo intendiamo - si stanno a bituando ad utilizzare lo strumento del bando pubblico. Chi intende essere valutato per la sovrintendenza di una fondazione lirica, ritenendo di avere titoli ed esperienza necessari ed adeguiati, segnali il suo nome all'ente, accludendo il suo curriculum di studi e professionale. Chi averà più titoli ed esperienza sarà prescelto. Tutto bene, sì. Salvo che per una postilla del bando. I sindaci non sono tenuti a scegliere necessariamente dall'elenco dei candidati, possono insomma fottersene e fare di testa propria.
E' quanto è accaduto, ad esempio, a Parma, al Teatro Regio - che non è fondazione lirica, sebbene abbia un passato ed una storia assolutamente grandiosi. Pizzarotti ha fatto anche lui un bando, ha creato una commissione esaminatrice e poi ha scelto due persone che non si erano neppure candidate. Non vogliamo difendere i candidati ritenuti idonei dalla commissione presieduta da Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice. Anche il candidato segnalato dalla Commissione non aveva i requisiti di esperienze neppure di preparazione per ottenere quell'incarico. E, perciò, in quel caso ci sentiamo di dire, per le nostre modeste conoscenze, che quella Commissione aveva toppato, oppure aveva scelto il meno peggio in fatto di preparazione ed esperienza.
Anche il Teatro di Cagliari, dopo l'uscita di Meli, era ricorso al medesimo bando. Fra i candidati ci sembra abbia fatto una scelta giusta, nominando Angela Spocci, che non apparterrà alla crema della crema del mondo musicale, però il mestiere di sovrintendente lo ha già fatto e pure a Cagliari, da commissario, anni fa.
Ora ci prova anche Napoli per sostituire la Purchia, il cui mandato è terminato. E anche nel bando del San Carlo, firmato da De Magistris, c'è la solita clausola di salvaguardia del conosciuto vizio della politica di impicciarsi di cose che non conosce e non capisce. E siamo certi che la scelta anche a Napoli avverrà per insindacabile decisione di De Magistris che presiede il cosiddetto Consiglio di indirizzo.
Come del resto è accaduto a Roma, dove la riconferma di Fuortes - che ancora non molla 'Musica per Roma', per la quale il sindaco ha promesso anche lì un bando internazionale, che ancora non si è visto - è stata fatta da un Consiglio di indirizzo nel quale siede la crocerossina Maria Pia Garavaglia, la scrittrice e televisiva Maria Pia Ammirati, una signora addetta alle pubbliche relazioni - della quale non ricordiamo il nome, ci perdoni - ed un economista. Dunque ha scelto Marino, incurante della figuraccia che lui e Fuortes hanno fatto agli occhi del mondo con la cosiddetta minacciata 'esternalizzazione'. Vedremo cosa saprà fare Fuortes. Per ora il bilancio l'ha sanato il governo ( Legge Bray) e non lui, e gli sponsor ancora non li ha nè trovati nè portati, solo minacciati. Staremo a vedere.
A Genova ha scelto il sindaco Doria, chiamando da Parma Maurizio Roi ( a Parma Genova era già ricorsa in un'altra occasione. Speriamo vada tutto bene, visto che quello genovese è uno dei teatri nella grande tormenta). Ed anche Bologna, spodestato Ernani, ha messo in trono Sani, per volontà esclusiva, divina addirittura, nonostante la matrice politica del sindaco.
Trieste, sembra fuori dei confini italiani, facciamo fatica a capire che cosa succede lì.
Ora c'è anche il Caso Arena di Verona, il cui sovrintendente uscente, Girondini, imposto già una volta dal democratico Tosi, senza averne competenza ed esperienza, ma solo fedeltà al sindaco, era stato contestato anche pubblicamente, da alcuni esponenti del mondo musicale che ne chiedevano la destituzione. E invece no, dopo il bando, e le infinite candidature, come i sovrintendenti appartenenti alla 'compagnia di giro per le sovrintendenze' fra cui anche Catello De Martino, Francesco Ernani, Angela Spocci, Mauro Meli, e pure Ferdinando Pinto, il quale si sarà detto. ma se partecipano tutti quei... perchè non posso partecipare io, in considerazione del glorioso passato della sua gestione al Petruzzelli, ante incendio; ed altri trentacinque candidati, quell'elenco è stato stracciato dal sindaco.Tosi se ne è fregato di tutto e tutti ed ha fatto candidare dal Consiglio di indirizzo nuovamente Girondini che, ovviamente non compare in quell'elenco. A Lui pensa Tosi.
Ci dite, di grazia, perchè dovremmo credere alle riforme ed alla volontà del ministero di Franceschini e Nastasi di voltar pagina.
D'ora in avanti, viene da pensare che episodi come quelli del Teatro Massimo di Palermo dove il sindaco Orlando ha messo a capo, per sua insindacabile volontà e disposizione, il suo assessore Giambrone - già al secondo giro, essendo passato anni fa dall'assessorato comunale al teatro - non si verificheranno più in Italia.
Quando si deve scegliere il vertice di una fondazione lirica che ha una notevole responsabilità in fatto di gestione e di promozione culturale, i sindaci - che restano, nonostante la loro palese ignoranza in materia, a capo delle fondazioni liriche, del loro consiglio di indirizzo intendiamo - si stanno a bituando ad utilizzare lo strumento del bando pubblico. Chi intende essere valutato per la sovrintendenza di una fondazione lirica, ritenendo di avere titoli ed esperienza necessari ed adeguiati, segnali il suo nome all'ente, accludendo il suo curriculum di studi e professionale. Chi averà più titoli ed esperienza sarà prescelto. Tutto bene, sì. Salvo che per una postilla del bando. I sindaci non sono tenuti a scegliere necessariamente dall'elenco dei candidati, possono insomma fottersene e fare di testa propria.
E' quanto è accaduto, ad esempio, a Parma, al Teatro Regio - che non è fondazione lirica, sebbene abbia un passato ed una storia assolutamente grandiosi. Pizzarotti ha fatto anche lui un bando, ha creato una commissione esaminatrice e poi ha scelto due persone che non si erano neppure candidate. Non vogliamo difendere i candidati ritenuti idonei dalla commissione presieduta da Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice. Anche il candidato segnalato dalla Commissione non aveva i requisiti di esperienze neppure di preparazione per ottenere quell'incarico. E, perciò, in quel caso ci sentiamo di dire, per le nostre modeste conoscenze, che quella Commissione aveva toppato, oppure aveva scelto il meno peggio in fatto di preparazione ed esperienza.
Anche il Teatro di Cagliari, dopo l'uscita di Meli, era ricorso al medesimo bando. Fra i candidati ci sembra abbia fatto una scelta giusta, nominando Angela Spocci, che non apparterrà alla crema della crema del mondo musicale, però il mestiere di sovrintendente lo ha già fatto e pure a Cagliari, da commissario, anni fa.
Ora ci prova anche Napoli per sostituire la Purchia, il cui mandato è terminato. E anche nel bando del San Carlo, firmato da De Magistris, c'è la solita clausola di salvaguardia del conosciuto vizio della politica di impicciarsi di cose che non conosce e non capisce. E siamo certi che la scelta anche a Napoli avverrà per insindacabile decisione di De Magistris che presiede il cosiddetto Consiglio di indirizzo.
Come del resto è accaduto a Roma, dove la riconferma di Fuortes - che ancora non molla 'Musica per Roma', per la quale il sindaco ha promesso anche lì un bando internazionale, che ancora non si è visto - è stata fatta da un Consiglio di indirizzo nel quale siede la crocerossina Maria Pia Garavaglia, la scrittrice e televisiva Maria Pia Ammirati, una signora addetta alle pubbliche relazioni - della quale non ricordiamo il nome, ci perdoni - ed un economista. Dunque ha scelto Marino, incurante della figuraccia che lui e Fuortes hanno fatto agli occhi del mondo con la cosiddetta minacciata 'esternalizzazione'. Vedremo cosa saprà fare Fuortes. Per ora il bilancio l'ha sanato il governo ( Legge Bray) e non lui, e gli sponsor ancora non li ha nè trovati nè portati, solo minacciati. Staremo a vedere.
A Genova ha scelto il sindaco Doria, chiamando da Parma Maurizio Roi ( a Parma Genova era già ricorsa in un'altra occasione. Speriamo vada tutto bene, visto che quello genovese è uno dei teatri nella grande tormenta). Ed anche Bologna, spodestato Ernani, ha messo in trono Sani, per volontà esclusiva, divina addirittura, nonostante la matrice politica del sindaco.
Trieste, sembra fuori dei confini italiani, facciamo fatica a capire che cosa succede lì.
Ora c'è anche il Caso Arena di Verona, il cui sovrintendente uscente, Girondini, imposto già una volta dal democratico Tosi, senza averne competenza ed esperienza, ma solo fedeltà al sindaco, era stato contestato anche pubblicamente, da alcuni esponenti del mondo musicale che ne chiedevano la destituzione. E invece no, dopo il bando, e le infinite candidature, come i sovrintendenti appartenenti alla 'compagnia di giro per le sovrintendenze' fra cui anche Catello De Martino, Francesco Ernani, Angela Spocci, Mauro Meli, e pure Ferdinando Pinto, il quale si sarà detto. ma se partecipano tutti quei... perchè non posso partecipare io, in considerazione del glorioso passato della sua gestione al Petruzzelli, ante incendio; ed altri trentacinque candidati, quell'elenco è stato stracciato dal sindaco.Tosi se ne è fregato di tutto e tutti ed ha fatto candidare dal Consiglio di indirizzo nuovamente Girondini che, ovviamente non compare in quell'elenco. A Lui pensa Tosi.
Ci dite, di grazia, perchè dovremmo credere alle riforme ed alla volontà del ministero di Franceschini e Nastasi di voltar pagina.
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venerdì 7 novembre 2014
Riccardo Muti sente il bisogno di smentire l'amico giornalista Bruno Vespa. Perchè non ha lasciato correre?
Perchè l'ha fatto? Solo perchè non gli va di comparire in un libro intitolato ai voltagabbana, quale il direttore non si considera e non consente a nessuno di considerarlo tale, neanche ad un amico?
Fatto sta che dopo la pubblicazione, in anteprima, del capitolo che lo riguarda su Il messaggero, Riccardo Muti ha chiamato Rita Sala per correggere punto per punto quanto dichiarato dall'amico giornalista Bruno Vespa.
Innanzitutto precisa che lui la promessa di venire a Roma la fece addirittura nel 2006 a Veltroni che lo supplicava perchè venisse a risollevare le sorti del teatro romano - però poi l'assunzione dell'incarico è venuta anni dopo - almeno tre , se non quattro - e quando Veltroni non era più sindaco, sostituito da Alemanno. Forse Muti non vuole essere associato alla cattiva gestione del teatro, retto da Catello De Martino, espressione di Alemanno? E noi aggiungiamo: retto anche da Vlad che lui ha voluto.
E' possibile che Muti non sapesse nulla di ciò che accadeva in Sovrintendenza negli anni in cui è stato direttore onorario a vita del teatro? Che non si sia mai posto il problema di domandare al sovrintendente come stavano a soldi? E che si sia trovato all'improvviso nel mezzo della tempesta, anche se non l'ha toccato formalmente?Certo avrebbe potuto fregarsene, del resto lui dirigeva non amministrava. però..però...
Vogliamo poi parlare della esatta dicitura del suo incarico, che rasenta la barzelletta? 'direttore onorario a vita', ancor prima di arrivarci, quando tale incarico onorifico si dà a direttori che hanno trascorso una vita in una istituzione, al momento di lasciare l'incarico stabile? Una premonizione che non poteva durare?
Noi non vogliamo difendere Vespa dalle accuse di Muti, perché siamo amici di Vespa, nè gettare la croce addosso a Muti, al quale ci lega una grande stima ed una qualche frequentazione e simpatia. Però ci teniamo a precisare.
1. La mattina del 18 agosto 2009, noi incontrammo in una piazza di Salisburgo Bruno Vespa, che tra breve si sarebbe recato a casa di Muti, ad Anif, con Alemanno, e la sera prima aveva assistito, assieme ad Alemanno, ad un'opera (o concerto) da lui diretta. Lo salutammo, ci confermò l'appuntamento. Ma a quel momento nulla era stato ancora definito, neanche il suo approdo definitivo all'Opera di Roma, figurarsi la modalità. Dunque quel suo incarico di direttore onorario a vita era ancora di là da venire. E questo lo ricordiamo perfettamente. Vespa ed Alemanno lo incontravano per ottenere da lui il sì definitivo: Vespa ha raccontato, in altra occasione, quell'incontro, e Muti allora non ebbe nulla da contestare.
2. Il settembre di quello stesso anno, a pochi mesi dal terremoto, Muti, finita la sua trasferta a Salisburgo, venne all'Aquila per restarci una settimana allo scopo di incoraggiare i musicisti colpiti dalla grave sciagura. Lo seguimmo nel corso di tutte le prove e ne apprezzammo il gesto e la dedizione, come poi scrivemmo e gli riconosciamo tuttora. Lo intervistammo per Capital e quella stessa intervista, in versione più lunga, pubblicammo poi su Music@, il bimestrale che dirigevamo.
Nel corso di quell'intervista venne, ovviamente, fuori il discorso riguardante la sua presenza al Teatro dell'Opera - chi non si fida vada a leggere quell'intervista o su Capital o su Music@. Ricordiamo parola per parola ciò che ci disse, senza bisogno di andare a rileggere le interviste pubblicate. Muti contava, a quell'epoca, di assumere un incarico all'Opera di Roma, ma un incarico di peso, non certo 'onorario a vita'. E ci espose sommariamente la sua strategia: avrebbe coinvolto i più grandi musicisti e registi, suoi amici, come aveva già fatto con il festival di sua moglie, Cristina, 'Ravenna Festival' per sollevare le sorti dell'Opera di Roma - queste testualmente le sue parole. La formalizzazione dell'incarico è senz'altro successiva; e su di essa non parlammo affatto, ma ne scrivemmo al momento opportuno,cioè a decisione avvenuta, successivamente, ridendoci sopra; e la pensiamo ancora così.
3. Naturalmente delle affermazioni che Vespa mette in bocca a Muti non possiamo dire nulla perché non eravamo mai presenti agli incontri di cui riferisce, però è davvero sorprendente che Muti abbia deciso di contraddire su tutta la linea il racconto del suo amico Vespa, nel periodo in cui era all'Opera, anche in qualità di vice presidente del teatro.
Per questo ed anche altro, la sua rettifica ampia e dettagliata non riusciamo a giustificarla del tutto, come non capiamo perché abbia deciso di rompere con Bruno Vespa. Quale grave torto può avergli fatto Vespa, per indurlo ad una reazione così forte, senza attendere neanche un minuto?
P.S. Sul n.21 di Music@( gennaio-febbraio 2011) in un nostro 'foglio d'album' intitolato Muti: il gran rifiuto' tornavamo sull'incarico di Muti a Roma, sulla sua 'marcia indietro', come esattamenete la definì in occasione di una conferenza stampa ad inizio di stagione. Vale la pena di leggerlo, sul sito : www.consaq.it.
Fatto sta che dopo la pubblicazione, in anteprima, del capitolo che lo riguarda su Il messaggero, Riccardo Muti ha chiamato Rita Sala per correggere punto per punto quanto dichiarato dall'amico giornalista Bruno Vespa.
Innanzitutto precisa che lui la promessa di venire a Roma la fece addirittura nel 2006 a Veltroni che lo supplicava perchè venisse a risollevare le sorti del teatro romano - però poi l'assunzione dell'incarico è venuta anni dopo - almeno tre , se non quattro - e quando Veltroni non era più sindaco, sostituito da Alemanno. Forse Muti non vuole essere associato alla cattiva gestione del teatro, retto da Catello De Martino, espressione di Alemanno? E noi aggiungiamo: retto anche da Vlad che lui ha voluto.
E' possibile che Muti non sapesse nulla di ciò che accadeva in Sovrintendenza negli anni in cui è stato direttore onorario a vita del teatro? Che non si sia mai posto il problema di domandare al sovrintendente come stavano a soldi? E che si sia trovato all'improvviso nel mezzo della tempesta, anche se non l'ha toccato formalmente?Certo avrebbe potuto fregarsene, del resto lui dirigeva non amministrava. però..però...
Vogliamo poi parlare della esatta dicitura del suo incarico, che rasenta la barzelletta? 'direttore onorario a vita', ancor prima di arrivarci, quando tale incarico onorifico si dà a direttori che hanno trascorso una vita in una istituzione, al momento di lasciare l'incarico stabile? Una premonizione che non poteva durare?
Noi non vogliamo difendere Vespa dalle accuse di Muti, perché siamo amici di Vespa, nè gettare la croce addosso a Muti, al quale ci lega una grande stima ed una qualche frequentazione e simpatia. Però ci teniamo a precisare.
1. La mattina del 18 agosto 2009, noi incontrammo in una piazza di Salisburgo Bruno Vespa, che tra breve si sarebbe recato a casa di Muti, ad Anif, con Alemanno, e la sera prima aveva assistito, assieme ad Alemanno, ad un'opera (o concerto) da lui diretta. Lo salutammo, ci confermò l'appuntamento. Ma a quel momento nulla era stato ancora definito, neanche il suo approdo definitivo all'Opera di Roma, figurarsi la modalità. Dunque quel suo incarico di direttore onorario a vita era ancora di là da venire. E questo lo ricordiamo perfettamente. Vespa ed Alemanno lo incontravano per ottenere da lui il sì definitivo: Vespa ha raccontato, in altra occasione, quell'incontro, e Muti allora non ebbe nulla da contestare.
2. Il settembre di quello stesso anno, a pochi mesi dal terremoto, Muti, finita la sua trasferta a Salisburgo, venne all'Aquila per restarci una settimana allo scopo di incoraggiare i musicisti colpiti dalla grave sciagura. Lo seguimmo nel corso di tutte le prove e ne apprezzammo il gesto e la dedizione, come poi scrivemmo e gli riconosciamo tuttora. Lo intervistammo per Capital e quella stessa intervista, in versione più lunga, pubblicammo poi su Music@, il bimestrale che dirigevamo.
Nel corso di quell'intervista venne, ovviamente, fuori il discorso riguardante la sua presenza al Teatro dell'Opera - chi non si fida vada a leggere quell'intervista o su Capital o su Music@. Ricordiamo parola per parola ciò che ci disse, senza bisogno di andare a rileggere le interviste pubblicate. Muti contava, a quell'epoca, di assumere un incarico all'Opera di Roma, ma un incarico di peso, non certo 'onorario a vita'. E ci espose sommariamente la sua strategia: avrebbe coinvolto i più grandi musicisti e registi, suoi amici, come aveva già fatto con il festival di sua moglie, Cristina, 'Ravenna Festival' per sollevare le sorti dell'Opera di Roma - queste testualmente le sue parole. La formalizzazione dell'incarico è senz'altro successiva; e su di essa non parlammo affatto, ma ne scrivemmo al momento opportuno,cioè a decisione avvenuta, successivamente, ridendoci sopra; e la pensiamo ancora così.
3. Naturalmente delle affermazioni che Vespa mette in bocca a Muti non possiamo dire nulla perché non eravamo mai presenti agli incontri di cui riferisce, però è davvero sorprendente che Muti abbia deciso di contraddire su tutta la linea il racconto del suo amico Vespa, nel periodo in cui era all'Opera, anche in qualità di vice presidente del teatro.
Per questo ed anche altro, la sua rettifica ampia e dettagliata non riusciamo a giustificarla del tutto, come non capiamo perché abbia deciso di rompere con Bruno Vespa. Quale grave torto può avergli fatto Vespa, per indurlo ad una reazione così forte, senza attendere neanche un minuto?
P.S. Sul n.21 di Music@( gennaio-febbraio 2011) in un nostro 'foglio d'album' intitolato Muti: il gran rifiuto' tornavamo sull'incarico di Muti a Roma, sulla sua 'marcia indietro', come esattamenete la definì in occasione di una conferenza stampa ad inizio di stagione. Vale la pena di leggerlo, sul sito : www.consaq.it.
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sabato 25 ottobre 2014
L'Opera di Roma chiede ai sindacati di risolvere i problemi che dovrebbe, invece, risolvere il sovrintendente
Una riunione dopo l'altra sia del CDA che dei sindacati con il rappresentante del teatro, che in questi ultimi tempi non è più il sovrintendente, codardo, ma il direttore del personale. Insomma il sovrintendente che , per la sua parte, ha creato problemi, ora quei problemi li dà da risolvere al direttore del personale, perché lui ha deciso di non farsi vedere. Naturalmente, resta inteso che i sindacati di problemi ne hanno creato anche loro. Ed anche tanti, ma non tutti quelli che ora si vorrebbe loro attribuire, come quello della scappata degli sponsor. Argomento davvero specioso.
Di sponsor importanti il teatro non ne ha avuti nel periodo in cui al Campidoglio ha regnato Alemanno, a Piazza Gigli il suo 'inviato speciale' De Martino, con il compito di 'mettere ordine nei conti lasciati in rosso da Ernani', la qual cosa lui ha poi fatto con il buco da 13 milioni, e al Costanzi regnava Muti - almeno per un triennio. Sponsor zero, nonostante che per un periodo nel CDA dell'Opera Alemanno avesse cooptato (costretto) personalità del mondo delle istituzioni e della finanza che poi si sono una dopo l'altra defilate. Ora all'improvviso c'era, a detta del teatro, una fila di sponsor che premevano per entrare a donare i loro soldi ad un teatro in profonda crisi e con un sindaco che adesso, ma non solo adesso, viene bocciato anche dal suo partito, dopo la solenne bocciatura dei suoi cittadini che hanno valutato zero la sua gestione.
I sindacati - non si capisce però se tutti o buona parte di essi, ma si vorrebbe che fossero tutti, ovviamente - si sono dichiarati disponibili a trattare per aumentare, e di molto, la produttività ( si dice del 40%, che a noi sembra troppo e dettato quasi esclusivamente dalla buona volontà, e non da convinzione e da calcoli sicuri), mentre invece nulla si dice degli altri punti importanti ( l'integrativo, ed i vari capitoli poco chiari, come quello dei permessi artistici).
A proposito di questi ultimi, il teatro ha fatto sapere, attraverso il direttore del personale che, d'ora in avanti, secondo la legge, tali permessi devono essere richiesti con almeno venti giorni di anticipo e non è detto che saranno sempre accordati, perchè il teatro valuterà la qualità delle prestazioni esterne dei vari artisti. Ma se esisteva questa legge, perchè Fuortes non spiega come mai nell'anno circa di sua gestione abbia concesso tali permessi - ha specificato quasi 1000 in un anno, una enormità! - richiesti non secondo le disposizioni di legge e per prestazioni esterne anche disonorevoli (si dovrebbe dire: IGNOBILI, anche di alcune delle prestazioni interne al teatro, come le Toccate e Fuga); perchè Fuortes ha lasciato andare le cose per il verso sbagliato e solo ora tira fuori le irregolarità che non ha saputo stroncare subito, all'indomani del suo arrivo in teatro?
E perchè non ha messo subito fine ai contratti di esterni chiamati per raggiungere gli organici di volta in volta richiesti da questo o quel titolo, ma mancanti a causa dell'assenteismo di vario genere dei titolari?
Ai sindacati il CDA chiede ora una ricetta per risparmiare i 4 milioni di Euro che mancherebbero al bilancio, per le minori entrate a seguito degli scioperi e per la fuga dei sponsor. La quale somma verrebbe trovata attraverso la esternalizzazione bocciata dal mondo intero fuorchè da Fuortes e Marino e Franceschini (e non dimentichiamoci di Nastasi, che questa sua miracolosa ricetta va predicando da tempo: si ricordi la sua relazione, inviata e non letta di persona, per la vergogna ed il timore dei fischi, al convegno di Firenze di un paio di anni fa!).
Il teatro - cioè Fuortes e non il direttore del personale, insieme a Marino - incontri i sindacati e stabilisca con loro un patto su cui ricocostruire sulle rovine del teatro una nuova pace, più giusta e produttiva, con meno privilegi.
Questo deve saper fare Fuortes.E non andare a fare le conferenza stampa dell'Auditorium o sfilare sul carpet che per lui è rosso, ma per la vergogna.
Di sponsor importanti il teatro non ne ha avuti nel periodo in cui al Campidoglio ha regnato Alemanno, a Piazza Gigli il suo 'inviato speciale' De Martino, con il compito di 'mettere ordine nei conti lasciati in rosso da Ernani', la qual cosa lui ha poi fatto con il buco da 13 milioni, e al Costanzi regnava Muti - almeno per un triennio. Sponsor zero, nonostante che per un periodo nel CDA dell'Opera Alemanno avesse cooptato (costretto) personalità del mondo delle istituzioni e della finanza che poi si sono una dopo l'altra defilate. Ora all'improvviso c'era, a detta del teatro, una fila di sponsor che premevano per entrare a donare i loro soldi ad un teatro in profonda crisi e con un sindaco che adesso, ma non solo adesso, viene bocciato anche dal suo partito, dopo la solenne bocciatura dei suoi cittadini che hanno valutato zero la sua gestione.
I sindacati - non si capisce però se tutti o buona parte di essi, ma si vorrebbe che fossero tutti, ovviamente - si sono dichiarati disponibili a trattare per aumentare, e di molto, la produttività ( si dice del 40%, che a noi sembra troppo e dettato quasi esclusivamente dalla buona volontà, e non da convinzione e da calcoli sicuri), mentre invece nulla si dice degli altri punti importanti ( l'integrativo, ed i vari capitoli poco chiari, come quello dei permessi artistici).
A proposito di questi ultimi, il teatro ha fatto sapere, attraverso il direttore del personale che, d'ora in avanti, secondo la legge, tali permessi devono essere richiesti con almeno venti giorni di anticipo e non è detto che saranno sempre accordati, perchè il teatro valuterà la qualità delle prestazioni esterne dei vari artisti. Ma se esisteva questa legge, perchè Fuortes non spiega come mai nell'anno circa di sua gestione abbia concesso tali permessi - ha specificato quasi 1000 in un anno, una enormità! - richiesti non secondo le disposizioni di legge e per prestazioni esterne anche disonorevoli (si dovrebbe dire: IGNOBILI, anche di alcune delle prestazioni interne al teatro, come le Toccate e Fuga); perchè Fuortes ha lasciato andare le cose per il verso sbagliato e solo ora tira fuori le irregolarità che non ha saputo stroncare subito, all'indomani del suo arrivo in teatro?
E perchè non ha messo subito fine ai contratti di esterni chiamati per raggiungere gli organici di volta in volta richiesti da questo o quel titolo, ma mancanti a causa dell'assenteismo di vario genere dei titolari?
Ai sindacati il CDA chiede ora una ricetta per risparmiare i 4 milioni di Euro che mancherebbero al bilancio, per le minori entrate a seguito degli scioperi e per la fuga dei sponsor. La quale somma verrebbe trovata attraverso la esternalizzazione bocciata dal mondo intero fuorchè da Fuortes e Marino e Franceschini (e non dimentichiamoci di Nastasi, che questa sua miracolosa ricetta va predicando da tempo: si ricordi la sua relazione, inviata e non letta di persona, per la vergogna ed il timore dei fischi, al convegno di Firenze di un paio di anni fa!).
Il teatro - cioè Fuortes e non il direttore del personale, insieme a Marino - incontri i sindacati e stabilisca con loro un patto su cui ricocostruire sulle rovine del teatro una nuova pace, più giusta e produttiva, con meno privilegi.
Questo deve saper fare Fuortes.E non andare a fare le conferenza stampa dell'Auditorium o sfilare sul carpet che per lui è rosso, ma per la vergogna.
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martedì 21 ottobre 2014
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, ovvero Carlo Fuortes
Sordo ed anche pusillanime. Gliele hanno cantate in tutti i modi e tutte le tonalità, ma lui fa finta di non sentire. Gli hanno detto che la sua esternalizzazione-pilota - addirittura un modello da imitare - non è che l'inizio della fine; aveva detto che fanno già così perfino i Filarmonici di Berlino, e i Filarmonici di Berlino gli hanno risposto che lui sta cercando di distruggere l'Opera di Roma e che non sa quello che dice, perché solo il 'tempo indeterminato e l'internalizzazione di un organico musicale' garantisce qualità alle prestazioni artistiche. E lui ha risposto che i singoli potranno farsi fare un contratto a tempo indeterminato dalla cooperativa o associazione o fondazione nelle quali vorranno costituirsi gli strumentisti ed i coristi dell'Opera di Roma.
E poi al momento di incontrare i sindacati, il giorno di Rigoletto, come d'accordo, lui non va all'incontro, e manda il direttore del personale, lo manda a dire che i licenziamenti sono confermati e che non si torna indietro, questa è la strada che il teatro intende seguire per sanare l'indebitamento e correre più veloce verso la rinascita. Una débacle, con Fuortes che se ne fotte, e non si ritira in buon ordine, almeno per salvare la faccia e il sindaco coperto di vergogna da tutti sta a guardare, mentre convoca un nuovo consiglio di amministrazione, per esaminare il da farsi. Ogni giorno, ogni nuova mossa segna la definitiva morte dell'Opera di Roma, e se non avverrà in tempi ristretti, basterà che parta la nuova stagione 'della grande opera' - come si vergognano a mandare in giro questa pubblicità menzognera! - per dimostrare nei fatti che la soluzione miracolosa del Fuortes, l'ignorante, era una 'bufala', o 'sola' come si dice a Roma.
E ieri tanto per riaccendere le tensioni, il direttore del personale ha annunciato il licenziamento in tronco, dunque senza attendere il 31 dicembre, del rappresentante della CGIL Faillaci, perché avrebbe 'timbrato il cartellino di presenza della moglie' - sorella di Catello De Martino, non dimentichiamolo! a Caracalla, mentre la signora, corista anche Lei era assente. Dunque avendo truffato il teatro è stato licenziato immediatamente. La reazione dell'interessato è stata: hanno punito la mia azione di contrasto ai licenziamenti. E del resto, nei giorni scorsi già un'altra corista aveva denunciato la proibizione di Fuortes per tutti i dipendenti del teatro di manifestare pubblicamente opinioni contrarie alla linea del teatro stesso, meglio di parlare pubblicamente del teatro. Una censura messa in atto dal democraticissimo Fuortes.
Sembra che stando così le cose la recita del Rigoletto di ieri sera, prima di una serie di repliche, potrebbe restare 'prima ed ultima'. E si va allo scontro duro. Volevano questo Fuortes e Marino? Che altro di peggio può accadere ad un teatro, per colpa di un incapace, FUORTES, sostenuto da un incapace più incapace di lui, MARINO? Ci sarà occasione di rimediare al disastro una volta che anche loro, buon ultimi ( non aiutati affatto dal Consiglio di amministrazione che è composto da belle statuine mute ed imbellettate) si renderanno conto di come si fa presto a distruggere qualcosa che si è costruito in anni ed anni ?
Avrebbe mai il sindaco con la barba, licenziato in blocco 190 lavoratori di uno qualunque dei settori nei quali il Comune esprime il suo patto di servizio con la cittadinanza? Perché è stato così tollerante con gli autisti dei mezzi pubblici che marcavano visita regolarmente, non presentandosi al lavoro? E perché non lo ha fatto neanche con gli operatori ecologici che ogni giorno, il 20% per cento degli addetti al servizio, restavano a casa? Se lo avesse fatto gli avrebbero fatto un c... così - ci si passi l'espressione, volgare. Con la musica invece sì, e la cosa più grave è che ha come spalla uno che si autodefinisce esperto di 'economia della cultura'. Alla faccia dell'esperto.
E' evidente a tutti che Fuortes non può restare un giorno di più. Per salvare la sua faccia di amministratore incapace ogni giorno ne combina qualcuna, aggiungendo disastri a disastri( perché ieri non è andato lui all'incontro con i sindacati? Pusillanime! Era occupato sul 'black carpet', black per lui, dell'Auditorium cinematografaro, nel quale tiene ancora un piede e che non intende mollare, augurandosi, dopo il disastro all'Opera, di restare ancor come amministratore delegato? Perchè il teatro tutto intero non si decide a 'protestare' il sovrintendente anche davanti alla magistratura - come qualche volta fa un'orchestra nei confronti di un direttore ospite rivelatosi incapace per il compito cui è chiamato: dirigere un'orchestra - per evidente incapacità?
E poi al momento di incontrare i sindacati, il giorno di Rigoletto, come d'accordo, lui non va all'incontro, e manda il direttore del personale, lo manda a dire che i licenziamenti sono confermati e che non si torna indietro, questa è la strada che il teatro intende seguire per sanare l'indebitamento e correre più veloce verso la rinascita. Una débacle, con Fuortes che se ne fotte, e non si ritira in buon ordine, almeno per salvare la faccia e il sindaco coperto di vergogna da tutti sta a guardare, mentre convoca un nuovo consiglio di amministrazione, per esaminare il da farsi. Ogni giorno, ogni nuova mossa segna la definitiva morte dell'Opera di Roma, e se non avverrà in tempi ristretti, basterà che parta la nuova stagione 'della grande opera' - come si vergognano a mandare in giro questa pubblicità menzognera! - per dimostrare nei fatti che la soluzione miracolosa del Fuortes, l'ignorante, era una 'bufala', o 'sola' come si dice a Roma.
E ieri tanto per riaccendere le tensioni, il direttore del personale ha annunciato il licenziamento in tronco, dunque senza attendere il 31 dicembre, del rappresentante della CGIL Faillaci, perché avrebbe 'timbrato il cartellino di presenza della moglie' - sorella di Catello De Martino, non dimentichiamolo! a Caracalla, mentre la signora, corista anche Lei era assente. Dunque avendo truffato il teatro è stato licenziato immediatamente. La reazione dell'interessato è stata: hanno punito la mia azione di contrasto ai licenziamenti. E del resto, nei giorni scorsi già un'altra corista aveva denunciato la proibizione di Fuortes per tutti i dipendenti del teatro di manifestare pubblicamente opinioni contrarie alla linea del teatro stesso, meglio di parlare pubblicamente del teatro. Una censura messa in atto dal democraticissimo Fuortes.
Sembra che stando così le cose la recita del Rigoletto di ieri sera, prima di una serie di repliche, potrebbe restare 'prima ed ultima'. E si va allo scontro duro. Volevano questo Fuortes e Marino? Che altro di peggio può accadere ad un teatro, per colpa di un incapace, FUORTES, sostenuto da un incapace più incapace di lui, MARINO? Ci sarà occasione di rimediare al disastro una volta che anche loro, buon ultimi ( non aiutati affatto dal Consiglio di amministrazione che è composto da belle statuine mute ed imbellettate) si renderanno conto di come si fa presto a distruggere qualcosa che si è costruito in anni ed anni ?
Avrebbe mai il sindaco con la barba, licenziato in blocco 190 lavoratori di uno qualunque dei settori nei quali il Comune esprime il suo patto di servizio con la cittadinanza? Perché è stato così tollerante con gli autisti dei mezzi pubblici che marcavano visita regolarmente, non presentandosi al lavoro? E perché non lo ha fatto neanche con gli operatori ecologici che ogni giorno, il 20% per cento degli addetti al servizio, restavano a casa? Se lo avesse fatto gli avrebbero fatto un c... così - ci si passi l'espressione, volgare. Con la musica invece sì, e la cosa più grave è che ha come spalla uno che si autodefinisce esperto di 'economia della cultura'. Alla faccia dell'esperto.
E' evidente a tutti che Fuortes non può restare un giorno di più. Per salvare la sua faccia di amministratore incapace ogni giorno ne combina qualcuna, aggiungendo disastri a disastri( perché ieri non è andato lui all'incontro con i sindacati? Pusillanime! Era occupato sul 'black carpet', black per lui, dell'Auditorium cinematografaro, nel quale tiene ancora un piede e che non intende mollare, augurandosi, dopo il disastro all'Opera, di restare ancor come amministratore delegato? Perchè il teatro tutto intero non si decide a 'protestare' il sovrintendente anche davanti alla magistratura - come qualche volta fa un'orchestra nei confronti di un direttore ospite rivelatosi incapace per il compito cui è chiamato: dirigere un'orchestra - per evidente incapacità?
mercoledì 8 ottobre 2014
Teatro dell'Opera di Roma: nessuno sarà licenziato e tutti saranno riassunti.
Ma allora che bisogno c'era di fare tutto questo casino che, per fortun, ha avuto anche qualche merito, come quello di compattare il comparto delle Fondazioni liriche italiane, deciso a denunciare che questo soluzione è pericolosssima. E non perchè si tema la precarizzazione delle cosiddette masse artistiche dei teatri, bensì per la semplice ragione che l'esternalizzazione cosiddetta porterà guai e complicazioni e sarà l'inizio della fine dell'intero comparto, così come vuole e da tempo prospetta il direttore generale dello Spettacolo; Nastasi, che del comparto dovrebbe sostenere e favorire invece la valorizzazione, e che, invece, sta pian piano e zitto zitto tentando di distruggere.
La denuncia di tale schifosa manovra è stata fatta dalle fondazioni liriche, che non credono alle rassicurazioni di qualche giorno fa , secondo le quali la soluzione romana, traumatica, risponde ad una situazione altrettanto traumatica, e che non può essere esportata ed impiantata anche in altri teatri. Vagli a credere a Nastasi ed ai suoi compari, i quali nei giorni scorsi avevano detto esattamente il contrario e cioè che la soluzione romana poteva rappresentare una soluzione pilota da adottare anche altrove.
Ieri sono ricorsi tutti, a cominciare da Fuortes - che dovrebbe andar via ed abbandonare il campo visti i disastri già procurati - a rassicurare sul fatto che nessuno sarà licenziato. Il contratto di dipendenza va avanti fino al 31 dicembre e dal 1 gennaio parte quello da esterni, triennale o quadriennale rinnovabile, Forse per non dire chiaramente: abbiamo commesso una str... dalla quale non sappiamo come uscire, e perciò assicuriamo tutti che il casino è solo apparente e che a seguito di una finta trattativa, tutti torneranno, sebbene da esterni al teatro, anche se devono mettersi in testa che per avere lo stesso stipendio o quasi dovranno lavorare per un 20% in più rispetto ad oggi. In fondo, ben poca cosa, oltretutto logica.
Questa la magnifica soluzione al danno prodotto, ma non è detto che tutto fili liscio secondo i piani di Fuores/Marino/Francechini e di Nastasi - non ce lo dimentichiamo mai, dietro tutto c'è lui il grande grosso direttore generale.
Per non fare la figura degli incompetenti ed incapaci a reggere le sorti del teatro, hanno tirato in ballo il solito discorso strappalacrime: il Comune dà all'Opera più di quanto ogni anno destina alle scuole ed altre storie di varia umanità. Il discorso ha certamente senso, sebbene sia difficile capire come mai non venga tirato in ballo per condannare gli sprechi miliardari del Comune con le cosiddette municipalizzate che altro non sono che centri di malaffare. Ciò che si deve non solo capire ma mettere in pratica sempre è che le istituzioni che si reggono con denaro pubblico devono essere gestite con onestà e competenza, mentre per troppi anni sono state affidate a incompetenti e mariuoli.
Anche la storia che il teatro costa ad ogni famiglia romana la bellezza di 30 Euro, tirata fuori dal sovrintendente, messo ormai con le spalle al muto delle sue responsabilità ( irresposnabilità) lascia il tempo che trova, perchè questo stesso argomento con relativi e più dannosi calcoli, non viene mai fatto quando si parla di autostrade e metropolitane infinite, ed anche incompiute in molti casi, divenute costosissime ecc... ed invece non si fa mai.
Insomma anche dopo l'audizione di Fuortes, ieri, alla presenza di Alemanno che avrebbe dovuto nascondersi visti i danni che ha fatto negli anni passati con il suo emissario De Martino - e la Corte dei Conti sta calcolando il danno da lui procurato - sappiamo come è iniziata la storia , e cioè male, ma non sappiamo ancoro come potrebbe finire, e cioè anche malissimo, speriamo non per il teatro ed i suoi musicisti, ma solo per gli incapaci amministratori.
La denuncia di tale schifosa manovra è stata fatta dalle fondazioni liriche, che non credono alle rassicurazioni di qualche giorno fa , secondo le quali la soluzione romana, traumatica, risponde ad una situazione altrettanto traumatica, e che non può essere esportata ed impiantata anche in altri teatri. Vagli a credere a Nastasi ed ai suoi compari, i quali nei giorni scorsi avevano detto esattamente il contrario e cioè che la soluzione romana poteva rappresentare una soluzione pilota da adottare anche altrove.
Ieri sono ricorsi tutti, a cominciare da Fuortes - che dovrebbe andar via ed abbandonare il campo visti i disastri già procurati - a rassicurare sul fatto che nessuno sarà licenziato. Il contratto di dipendenza va avanti fino al 31 dicembre e dal 1 gennaio parte quello da esterni, triennale o quadriennale rinnovabile, Forse per non dire chiaramente: abbiamo commesso una str... dalla quale non sappiamo come uscire, e perciò assicuriamo tutti che il casino è solo apparente e che a seguito di una finta trattativa, tutti torneranno, sebbene da esterni al teatro, anche se devono mettersi in testa che per avere lo stesso stipendio o quasi dovranno lavorare per un 20% in più rispetto ad oggi. In fondo, ben poca cosa, oltretutto logica.
Questa la magnifica soluzione al danno prodotto, ma non è detto che tutto fili liscio secondo i piani di Fuores/Marino/Francechini e di Nastasi - non ce lo dimentichiamo mai, dietro tutto c'è lui il grande grosso direttore generale.
Per non fare la figura degli incompetenti ed incapaci a reggere le sorti del teatro, hanno tirato in ballo il solito discorso strappalacrime: il Comune dà all'Opera più di quanto ogni anno destina alle scuole ed altre storie di varia umanità. Il discorso ha certamente senso, sebbene sia difficile capire come mai non venga tirato in ballo per condannare gli sprechi miliardari del Comune con le cosiddette municipalizzate che altro non sono che centri di malaffare. Ciò che si deve non solo capire ma mettere in pratica sempre è che le istituzioni che si reggono con denaro pubblico devono essere gestite con onestà e competenza, mentre per troppi anni sono state affidate a incompetenti e mariuoli.
Anche la storia che il teatro costa ad ogni famiglia romana la bellezza di 30 Euro, tirata fuori dal sovrintendente, messo ormai con le spalle al muto delle sue responsabilità ( irresposnabilità) lascia il tempo che trova, perchè questo stesso argomento con relativi e più dannosi calcoli, non viene mai fatto quando si parla di autostrade e metropolitane infinite, ed anche incompiute in molti casi, divenute costosissime ecc... ed invece non si fa mai.
Insomma anche dopo l'audizione di Fuortes, ieri, alla presenza di Alemanno che avrebbe dovuto nascondersi visti i danni che ha fatto negli anni passati con il suo emissario De Martino - e la Corte dei Conti sta calcolando il danno da lui procurato - sappiamo come è iniziata la storia , e cioè male, ma non sappiamo ancoro come potrebbe finire, e cioè anche malissimo, speriamo non per il teatro ed i suoi musicisti, ma solo per gli incapaci amministratori.
sabato 4 ottobre 2014
Fuortes e Marino danno i numeri sull'Opera di Roma con Orchestra esternalizzata
Il PD è un curioso partito. Da Franceschini a Zingaretti a Marino ed alla federazione romana con Cosentino sono tutti dalla parte di Fuortes, nonostante l'evidente incapacità sua a gestire l'emergenza e l'impotenza, ancora sua, a prospettare una soluzione che sia una soluzione. L'unico che gliele canta a Fuortes è il presidente del partito, del PD intendiamo, Matteo Orfini che ha detto chiaramente che Fuortes deve andare a casa, per evidente incapacità, e Cofferati conferma tale giudizio.
Gli scioperi e la continua belligeranza armata di fronde sindacali hanno messo nei guai il teatro, fanno sapere, ridimensionato gli abbonamenti ( ma allora perchè Marco Lodoli scrive oggi, su Repubblica, di aver visto con i suoi occhi file di persone al botteghino, ieri proprio ieri, per abbonarsi, e fra essi anche giovani? Ma allora che vanno raccontando?) e allontanato gli sponsor, che sarebbero arrivati - guarda caso - nonostante Fuortes avesse prospettato la sua infame decisione. Non si può credere a queste bugie su bugie 'pro domo sua', di Fuortes, che non è la stessa domus del Teatro dell'Opera. Nemmeno Muti avrebbe avuto tanti sponsor in fila a spingere per entrare.
Poi l'ennesima bugia e falsità riguardante i grandi teatri europei. Oggi il sovrintendente dell'Opera di Vienna ha mandato a dire all'ignorante Fuortes che i grandi teatri del mondo hanno un'orchestra stabile, interna, e non potrebbe essere altrimenti, se vogliono svolgere attività continua. Se poi intendono fare tre recite al mese, beh allora è un'altra storia. Ma Fuortes ha già detto che aumenterà di molto le recite del teatro, portandole ad oltre cento ( diciamo che in queste cento sono compresi melodramma, balletto e qualche altra cosa) altrimenti i finti risparmi ( quasi 4 milioni) con l'orchestra esternalizzata sfumerebbero. Anche su questo particolare il sovrintendente di Vienna precisa: se un teatro fa sulle cento recite l'anno non può non avere un'orchestra stabile ed interna. Non potrebbe avere questo ritmo di programmazione con una orchestra esterna. E il sovrintendente dell'Opera di Vienna che fa 300 alzate di sipario l'anno e che condivide con il Musikverein i Wiener queste cose immaginiamo che le sappia e parli con cognizione di causa, la stessa che Fuortes non ha e non sa neanche dove è di casa, venendo lui dall'esperienza di Musica per Roma che è un residence, affittato ora a questo ora a quello. Non è un caso che Santa Cecilia che, nel residence di Fuortes ha affittato due sale, ed ha una programmazione concertistica settimanale, tre concerti a settimana, tre di prove ed uno di riposo, non potrebbe fare a meno dell'orchestra stabile. Fuortes non riesce ad immaginare che con un andirivieni di orchestre, anche s è sempre la stessa , che esce ed entra, avrà più guai che risparmi. Proverà, in caso di inefficienza a protestare l'orchestra? Ma come può protestare l'orchestra che Muti dice essere la migliore di Italia?
Le incognite sulla miracolosa soluzione di Fuortes e Marino sono infinite, e potrebbero anche portare ad una fine ancor più disastrosa del teatro che dicono di voler salvare.
Infine, il capitolo stagione, a cominciare dall'Aida inaugurale orfana di Muti. Si farà, non si farà? C'è discordanza di pareri al vertice: secondo Fuortes e Marino: se si troverà un direttore per sostituire Muti, si farà. Ma lo stanno cercando o vogliono dar la colpa anche di questo agli scioperanti, quando invece rivela altre crepe nella dirigenza, questa volta soprattutto nella direzione artistica che privata del suo protettore Riccardo, mostra la sua incapacità a fronteggiare situazioni di emergenza che un teatro deve mettere in conto? Oggi, però Battistelli ha dichiarato che l'Aida salterà perché non ci sarà un direttore che voglia sostituire Muti. Che baggianate. Ma allora la Scala avrebbe dovuto chiudere dopo l'uscita di Muti. Ed invece non ha chiuso ed è andata avanti come un treno, con tutte le critiche che uno può muovere alla gestione Lissner. La differenza vera con la Scala è che Lissner è un manager che sa il fatto suo, e Fuortes dei fatti relativi alla gestione di un teatro sa poco. Anzi a voler giudicare dagli sfracelli di questa sua gestione, ci tocca dire che non sa proprio nulla.
E i sindacati? Anime nobili? No, la politica dei farabutti li aveva abituati a pensare che anche tirando e tirando, la corda comunque non si sarebbe mai rotta, perchè poco prima della rottura sarebbe giunto Zorro, il salvatore mascherato ora da Alemanno ora da... non ci vengono in mente in nomi degli inutili reggitori del teatro. E, invece, questa volta la corda , tira e tira, si è rotta. Adesso si pentono di averla fatta rompere, ma ormai il danno è fatto, anche perchè sulla loro strada non hanno trovato un abile amministratore che li facesse ragionare dicendo loro che il paese di bengodi di un tempo, anche recente, come quello di De Martino - che non ebbe alcuna opposizione in teatro dal capo della CGIL, che con De Martino aveva sottoscritto un patto di pace, avendone sposata la sorella - quel paese non c'è più. E se non si dimostra intelligenza si rischia di fare disastri peggiori di quelli dai quali ogni volta si finge di volersi tirar fuori. Che Dio gliela mandi buona al teatro ed alla sua orchestra.
Comunque a fine anno i consigli di amministrazione delle cosiddette fondazioni lirico sinfoniche che per la legge - altra famigerata decisione!- Veltroni sono diventati enti di diritto privato, decadranno , al loro posto verranno nominati i consigli di 'indirizzo'- una rivoluzione epocale - il sovrintendente dovrà esser nominato dal Ministero e al Ministero rendere conto della sua amministrazione. Ma il Ministero non diceva che era sua volontà liberarsi dei 'carrozzoni' teatrali?
Allora, tutto ritornerà nella mani di Nastasi, altro irremovibile, nonostante i disastri che recano la sua firma distruttrice, il quale nel ministero è il vero burattinaio che muove tutti i ministri incompetenti, che sono la totalità.
Gli scioperi e la continua belligeranza armata di fronde sindacali hanno messo nei guai il teatro, fanno sapere, ridimensionato gli abbonamenti ( ma allora perchè Marco Lodoli scrive oggi, su Repubblica, di aver visto con i suoi occhi file di persone al botteghino, ieri proprio ieri, per abbonarsi, e fra essi anche giovani? Ma allora che vanno raccontando?) e allontanato gli sponsor, che sarebbero arrivati - guarda caso - nonostante Fuortes avesse prospettato la sua infame decisione. Non si può credere a queste bugie su bugie 'pro domo sua', di Fuortes, che non è la stessa domus del Teatro dell'Opera. Nemmeno Muti avrebbe avuto tanti sponsor in fila a spingere per entrare.
Poi l'ennesima bugia e falsità riguardante i grandi teatri europei. Oggi il sovrintendente dell'Opera di Vienna ha mandato a dire all'ignorante Fuortes che i grandi teatri del mondo hanno un'orchestra stabile, interna, e non potrebbe essere altrimenti, se vogliono svolgere attività continua. Se poi intendono fare tre recite al mese, beh allora è un'altra storia. Ma Fuortes ha già detto che aumenterà di molto le recite del teatro, portandole ad oltre cento ( diciamo che in queste cento sono compresi melodramma, balletto e qualche altra cosa) altrimenti i finti risparmi ( quasi 4 milioni) con l'orchestra esternalizzata sfumerebbero. Anche su questo particolare il sovrintendente di Vienna precisa: se un teatro fa sulle cento recite l'anno non può non avere un'orchestra stabile ed interna. Non potrebbe avere questo ritmo di programmazione con una orchestra esterna. E il sovrintendente dell'Opera di Vienna che fa 300 alzate di sipario l'anno e che condivide con il Musikverein i Wiener queste cose immaginiamo che le sappia e parli con cognizione di causa, la stessa che Fuortes non ha e non sa neanche dove è di casa, venendo lui dall'esperienza di Musica per Roma che è un residence, affittato ora a questo ora a quello. Non è un caso che Santa Cecilia che, nel residence di Fuortes ha affittato due sale, ed ha una programmazione concertistica settimanale, tre concerti a settimana, tre di prove ed uno di riposo, non potrebbe fare a meno dell'orchestra stabile. Fuortes non riesce ad immaginare che con un andirivieni di orchestre, anche s è sempre la stessa , che esce ed entra, avrà più guai che risparmi. Proverà, in caso di inefficienza a protestare l'orchestra? Ma come può protestare l'orchestra che Muti dice essere la migliore di Italia?
Le incognite sulla miracolosa soluzione di Fuortes e Marino sono infinite, e potrebbero anche portare ad una fine ancor più disastrosa del teatro che dicono di voler salvare.
Infine, il capitolo stagione, a cominciare dall'Aida inaugurale orfana di Muti. Si farà, non si farà? C'è discordanza di pareri al vertice: secondo Fuortes e Marino: se si troverà un direttore per sostituire Muti, si farà. Ma lo stanno cercando o vogliono dar la colpa anche di questo agli scioperanti, quando invece rivela altre crepe nella dirigenza, questa volta soprattutto nella direzione artistica che privata del suo protettore Riccardo, mostra la sua incapacità a fronteggiare situazioni di emergenza che un teatro deve mettere in conto? Oggi, però Battistelli ha dichiarato che l'Aida salterà perché non ci sarà un direttore che voglia sostituire Muti. Che baggianate. Ma allora la Scala avrebbe dovuto chiudere dopo l'uscita di Muti. Ed invece non ha chiuso ed è andata avanti come un treno, con tutte le critiche che uno può muovere alla gestione Lissner. La differenza vera con la Scala è che Lissner è un manager che sa il fatto suo, e Fuortes dei fatti relativi alla gestione di un teatro sa poco. Anzi a voler giudicare dagli sfracelli di questa sua gestione, ci tocca dire che non sa proprio nulla.
E i sindacati? Anime nobili? No, la politica dei farabutti li aveva abituati a pensare che anche tirando e tirando, la corda comunque non si sarebbe mai rotta, perchè poco prima della rottura sarebbe giunto Zorro, il salvatore mascherato ora da Alemanno ora da... non ci vengono in mente in nomi degli inutili reggitori del teatro. E, invece, questa volta la corda , tira e tira, si è rotta. Adesso si pentono di averla fatta rompere, ma ormai il danno è fatto, anche perchè sulla loro strada non hanno trovato un abile amministratore che li facesse ragionare dicendo loro che il paese di bengodi di un tempo, anche recente, come quello di De Martino - che non ebbe alcuna opposizione in teatro dal capo della CGIL, che con De Martino aveva sottoscritto un patto di pace, avendone sposata la sorella - quel paese non c'è più. E se non si dimostra intelligenza si rischia di fare disastri peggiori di quelli dai quali ogni volta si finge di volersi tirar fuori. Che Dio gliela mandi buona al teatro ed alla sua orchestra.
Comunque a fine anno i consigli di amministrazione delle cosiddette fondazioni lirico sinfoniche che per la legge - altra famigerata decisione!- Veltroni sono diventati enti di diritto privato, decadranno , al loro posto verranno nominati i consigli di 'indirizzo'- una rivoluzione epocale - il sovrintendente dovrà esser nominato dal Ministero e al Ministero rendere conto della sua amministrazione. Ma il Ministero non diceva che era sua volontà liberarsi dei 'carrozzoni' teatrali?
Allora, tutto ritornerà nella mani di Nastasi, altro irremovibile, nonostante i disastri che recano la sua firma distruttrice, il quale nel ministero è il vero burattinaio che muove tutti i ministri incompetenti, che sono la totalità.
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sabato 27 settembre 2014
Quale futuro per i nostri teatri d'opera? Il vuoto di Muti difficile da colmare
In questi giorni, come accade ormai periodicamente, allo scoppiare di un nuovo caso che riguarda il mondo italiano del melodramma, ed ora il nuovo caso è l'addio di Muti all'Opera di Roma, si torna a discutere sul futuro dei nostri teatri lirici. Si dice: fra quelli importanti, le cosiddette Fondazioni liriche ( ed anche sinfoniche, per via dell'esistenza dell'Accademia di Santa Cecilia nell'elenco), in Italia ne abbiamo tredici + una. Troppi. L'Italia, che neanche prima poteva permetterseli, ancor meno può permetterseli in un periodo di crisi nera. Occorre ridurne il numero, tenerne solo pochi. Qualcuno, fra i più temerari, arriva anche ad ipotizzare un paese come l'Italia con un solo teatro lirico nazionale ( Scala) ed una grande istituzione sinfonica nazionale ( Santa Cecilia) e gli altri teatri trasformati in sedi di distribuzione, non più di produzione; via perciò orchestre, tecnici ed amministrativi.
Cioè a dire in un paese come il nostro nel quale si hanno due camere parlamentari, ed una è di troppo e nonostante ciò non si riesce a chiudere, benchè costosa ed inconcludente; regioni tante quante sono, e sono tante, ed alcune a statuto speciale divoratrici di montagne di soldi; province oltre cento e tutte insieme un esercito di dipendenti ed eletti, ben pagati che oltre tutto rubano - e l'accusa non è nostra bensì delle magistratura - e ancora 'authority' in ogni campo, anche inutili, e poi enti inutili chiusi ma ancora aperti ecc... ecc... insomma un paese come il nostro che presenta sprechi come un colabrodo, dominato da 'ladroni di Stato', non può mantenere in vita una decina di teatri che rappresentano il nostro vanto agli occhi del mondo, come invece non rappresentano tutte le altre sanguisughe inutili, alcune delle quali soltanto abbiamo ora elencate?
In questa crociata anti teatri - nella quale in passato si sono esercitate anche illustri personalità dello stesso mondo musicale, ma solo fino a prima di mettere piede in tale mondo, dal quale poi hanno tratto benefici artistici e non solo - si esercitano anche alcuni volti noti del panorama culturale italiano, come Corrado Augias, giornalista scrittore che negli ultimi tempi va facendo conferenze su Chopin e Beethoven e Verdi e Traviate, mostrando un dilettantismo che, nel caso dei teatri, dovrebbe consigliargli il silenzio. No, lui interviene e afferma perentorio che 13 +1 sono troppi e che andrebbe ro chiusi parecchi, assumendosi lui il ruolo di memoria storica vivente e mobile della musica e del melodramma.
Il caso dell'Opera di Roma è aggravato dal fatto che il deficit - creato dalla gestione disastrosa sotto Alemanno che ora accusa il sindaco Marino di voler distruggere l'Opera di Roma - che ora è stato 'miracolosamente' sanato da Fuortes, si accompagna all'uscita di Muti che fa perdere al teatro qualunque appeal, se non si trova subito una soluzione adeguata, sia artistica che finanziaria.
Dalle parole, in verità poche, uscite in questi giorni dalla bocca amareggiata di Fuortes, sembrerebbe che a fine anno voglia abbandonare a se stessa la nave e tornarsene al timone più tranquillo di Musica per Roma - che comunque non ha mai abbandonato - dichiarando 'missione fallita'. La congiuntura non l'ha certo aiutato ma lui, sant'iddio, come pensava di andare avanti mettendosi di traverso con i sindacati ed il teatro intero? Lui pensava che tenendo duro avrebbe risolto tutto, ed invece si ritrova di fronte alla prima durissima sconfitta professionale , a seguito della quale ben pochi gli daranno credito per nuove avventure. Per questo non ha mai voluto mollare l'Auditorium, quando avrebbe dovuto farlo e da tempo, per non stare contemporaneamente qui e là, senza far bene né qui e né là.
I sindacati dicono che l'uscita di Muti è un'accusa per il manager e non per loro che a Muti non hanno mai fatto mancare il sostegno. Si vocifera che le richieste, alcune sacrosante del direttore,ma non tutte, in questo momento non sarebbe stato più possibile soddisfare ed altro ancora, frutto magari di malumori e semplici congetture, frutto del classico gioco allo scaricabarile.
Ora entro la fine dell'anno scadono alcuni contratti, oltre quello di Fuortes, come quello del direttore artistico Vlad - attenti colleghi: lui non è il direttore musicale, già fatica a fare il direttore artistico... - quello del direttore del corpo di ballo, Micha van Hoecke; ambedue voluti da Muti e dunque fuori appresso a Muti; per il corpo di ballo, Marino verrebbe assecondato nel suo progetto di riempire di donne il teatro: ci è pronta la Abbagnato (sarà in grado di fare il direttore del corpo di ballo? Non importa, secondo Marin, basta che sia donna e giovane, ed anche bella). Anche con queste sostituzioni, resta il problema principe: a chi dare in mano le sorti del teatro? Serve un nuovo sovrintendente - nonostante Fuortes sia fortemente sostenuto da Marino e dalla Marinelli e forse anche da Franceschini - ed un direttore musicale, e poi un direttore artistico e via dicendo. E, per il caso del direttore musicale non si può cascare dalle stelle alle stalle, come le idee pazze di Marino fanno temere. Si tornerà a parlare di Cristiano Chiarot, già in corsa al tempo di De Martino, quando Alemanno, il ministro e forse anche lo stesso Muti lo preferirono all'ottimo sovrintendente della Fenice?
Ieri avevamo consigliato ai più stretti collaboratori di Marino di internarlo, oggi ci accontenteremmo se riuscissero almeno ad interdirlo, prima che possa nuocere anche all'Opera. Non sappiamo se ci riusciranno. Noi intanto preghiamo e facciamo fioretti per tale causa.
Cioè a dire in un paese come il nostro nel quale si hanno due camere parlamentari, ed una è di troppo e nonostante ciò non si riesce a chiudere, benchè costosa ed inconcludente; regioni tante quante sono, e sono tante, ed alcune a statuto speciale divoratrici di montagne di soldi; province oltre cento e tutte insieme un esercito di dipendenti ed eletti, ben pagati che oltre tutto rubano - e l'accusa non è nostra bensì delle magistratura - e ancora 'authority' in ogni campo, anche inutili, e poi enti inutili chiusi ma ancora aperti ecc... ecc... insomma un paese come il nostro che presenta sprechi come un colabrodo, dominato da 'ladroni di Stato', non può mantenere in vita una decina di teatri che rappresentano il nostro vanto agli occhi del mondo, come invece non rappresentano tutte le altre sanguisughe inutili, alcune delle quali soltanto abbiamo ora elencate?
In questa crociata anti teatri - nella quale in passato si sono esercitate anche illustri personalità dello stesso mondo musicale, ma solo fino a prima di mettere piede in tale mondo, dal quale poi hanno tratto benefici artistici e non solo - si esercitano anche alcuni volti noti del panorama culturale italiano, come Corrado Augias, giornalista scrittore che negli ultimi tempi va facendo conferenze su Chopin e Beethoven e Verdi e Traviate, mostrando un dilettantismo che, nel caso dei teatri, dovrebbe consigliargli il silenzio. No, lui interviene e afferma perentorio che 13 +1 sono troppi e che andrebbe ro chiusi parecchi, assumendosi lui il ruolo di memoria storica vivente e mobile della musica e del melodramma.
Il caso dell'Opera di Roma è aggravato dal fatto che il deficit - creato dalla gestione disastrosa sotto Alemanno che ora accusa il sindaco Marino di voler distruggere l'Opera di Roma - che ora è stato 'miracolosamente' sanato da Fuortes, si accompagna all'uscita di Muti che fa perdere al teatro qualunque appeal, se non si trova subito una soluzione adeguata, sia artistica che finanziaria.
Dalle parole, in verità poche, uscite in questi giorni dalla bocca amareggiata di Fuortes, sembrerebbe che a fine anno voglia abbandonare a se stessa la nave e tornarsene al timone più tranquillo di Musica per Roma - che comunque non ha mai abbandonato - dichiarando 'missione fallita'. La congiuntura non l'ha certo aiutato ma lui, sant'iddio, come pensava di andare avanti mettendosi di traverso con i sindacati ed il teatro intero? Lui pensava che tenendo duro avrebbe risolto tutto, ed invece si ritrova di fronte alla prima durissima sconfitta professionale , a seguito della quale ben pochi gli daranno credito per nuove avventure. Per questo non ha mai voluto mollare l'Auditorium, quando avrebbe dovuto farlo e da tempo, per non stare contemporaneamente qui e là, senza far bene né qui e né là.
I sindacati dicono che l'uscita di Muti è un'accusa per il manager e non per loro che a Muti non hanno mai fatto mancare il sostegno. Si vocifera che le richieste, alcune sacrosante del direttore,ma non tutte, in questo momento non sarebbe stato più possibile soddisfare ed altro ancora, frutto magari di malumori e semplici congetture, frutto del classico gioco allo scaricabarile.
Ora entro la fine dell'anno scadono alcuni contratti, oltre quello di Fuortes, come quello del direttore artistico Vlad - attenti colleghi: lui non è il direttore musicale, già fatica a fare il direttore artistico... - quello del direttore del corpo di ballo, Micha van Hoecke; ambedue voluti da Muti e dunque fuori appresso a Muti; per il corpo di ballo, Marino verrebbe assecondato nel suo progetto di riempire di donne il teatro: ci è pronta la Abbagnato (sarà in grado di fare il direttore del corpo di ballo? Non importa, secondo Marin, basta che sia donna e giovane, ed anche bella). Anche con queste sostituzioni, resta il problema principe: a chi dare in mano le sorti del teatro? Serve un nuovo sovrintendente - nonostante Fuortes sia fortemente sostenuto da Marino e dalla Marinelli e forse anche da Franceschini - ed un direttore musicale, e poi un direttore artistico e via dicendo. E, per il caso del direttore musicale non si può cascare dalle stelle alle stalle, come le idee pazze di Marino fanno temere. Si tornerà a parlare di Cristiano Chiarot, già in corsa al tempo di De Martino, quando Alemanno, il ministro e forse anche lo stesso Muti lo preferirono all'ottimo sovrintendente della Fenice?
Ieri avevamo consigliato ai più stretti collaboratori di Marino di internarlo, oggi ci accontenteremmo se riuscissero almeno ad interdirlo, prima che possa nuocere anche all'Opera. Non sappiamo se ci riusciranno. Noi intanto preghiamo e facciamo fioretti per tale causa.
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martedì 23 settembre 2014
Troppo tardi per tutto e tutti. Dopo l'addio di Muti a Roma
Tutti piangono, o fingono di piangere, ad eccezione di alcuni irriducibili che si dicono votati alla difesa delle ragioni della musica, mentre sono i veri barbari che proprio la musica stanno mettendo a fuoco e fiamme. Piange perfino Alemanno per la grave ferita inferta a Roma con l'uscita di scena di Muti. Parla proprio lui che di questa disfatta è artefice primo con la nomina di quell'incapace De Martino- perchè Muti non si oppose all'epoca, con la stessa forza con cui, al contrario, sostenne la candidatura di Vlad e di Micha? perchè non caldeggiò la discesa a Roma di Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice che si è rivelato oltre che competente, il miglior sovrintendente delle fondazioni liriche italiane, tanto che ora viene candidato a tutti i posti disponibili, come fanno con Pappano pensando al suo futuro lontano da Santa Cecilia - a reggere le sorti del teatro ed a fabbricare una voragine di debiti, con il suo avallo, meglio: consenso, pur di tenere Muti all'Opera e i dipendenti del teatro allegri.
Anche in questo caso le colpe maggiori sono della politica, la cattiva politica che in Italia ha più potere della buona, in ogni cosa. Se da sempre ai teatri avessero detto: questi sono i soldi, fateveli bastare e chi sgarra paga di tasca sua, la drammatica situazione economica nella quale versano anche i teatri lirici non sarebbe mai arrivata. Invece, i politici mettono ai vertici persone di loro fiducia, finchè stanno al potere li foraggiano oltre misura salvo poi a venire scoperti in questo sporco gioco al cambio di poltrone. Cambia il sindaco, cambia il sovrintendente e per cambiarlo lo accusano di aver truccato i conti, vero o falso che sia, lo cacciano con tale accusa che poi si rivela magari esagerata. Se invece arriva un nuovo politico amico, allora si allargano nuovamente i cordoni della borsa fino al successivo trasloco di reggitori dei Comuni. Si fanno disastrosamente voragini nei bilanci, e poi miracolosamente, quelle voragini vengono riempite.
Abbiamo letto oggi che Muti era stato tenuto all'oscuro della voragine nei conti del teatro. L'articolista non dice cosa avrebbe fatto se ne fosse venuto a conoscenza. Se ne sarebbe andato prima? Non sappiamo, ma certo è che quando Muti chiedeva al sovrintendente Catello una spesa in più, piccola o grande che fosse, mai s'è sentito rispondere: maestro non ci sono soldi. E così nel paese di bengodi sono andati avanti per anni. Poi il disastro emerso che ha messo in crisi l'intero sistema, e il piano per risalire la china: niente più straordinari, niente più premi assurdi e si lavora di più.
Cosa ci sarebbe di così strano in tale piano di risanamento? Nulla perché gli orchestrali godono di privilegi infiniti, basta un colpo di tosse, non hanno stipendi da fame, e lavorano poco. Sì, poco. perché nel tempo libero che resta, tanto, loro lavorano da liberi professionisti, anche all'interno del teatro con concertini davvero scandalosi, come le ben note 'toccate e fughe' proprio dell'Opera in piazze e strade. Uno schifo. Il caso di Vincenzo Bolognese, spalla dell'orchestra che abbiamo segnalato in un post di ieri, è emblematico.
Ora il tempo a disposizione è finito, ed è finito per sempre. O le rivendicazioni - ignobili, anche se sindacali - cessano una volta per tutte per ricominciare, anche senza Muti - sebbene tutti sappiamo che sarà ancora più dura senza di lui! - oppure il destino del teatro è segnato: la chiusura.
Anche in questo caso le colpe maggiori sono della politica, la cattiva politica che in Italia ha più potere della buona, in ogni cosa. Se da sempre ai teatri avessero detto: questi sono i soldi, fateveli bastare e chi sgarra paga di tasca sua, la drammatica situazione economica nella quale versano anche i teatri lirici non sarebbe mai arrivata. Invece, i politici mettono ai vertici persone di loro fiducia, finchè stanno al potere li foraggiano oltre misura salvo poi a venire scoperti in questo sporco gioco al cambio di poltrone. Cambia il sindaco, cambia il sovrintendente e per cambiarlo lo accusano di aver truccato i conti, vero o falso che sia, lo cacciano con tale accusa che poi si rivela magari esagerata. Se invece arriva un nuovo politico amico, allora si allargano nuovamente i cordoni della borsa fino al successivo trasloco di reggitori dei Comuni. Si fanno disastrosamente voragini nei bilanci, e poi miracolosamente, quelle voragini vengono riempite.
Abbiamo letto oggi che Muti era stato tenuto all'oscuro della voragine nei conti del teatro. L'articolista non dice cosa avrebbe fatto se ne fosse venuto a conoscenza. Se ne sarebbe andato prima? Non sappiamo, ma certo è che quando Muti chiedeva al sovrintendente Catello una spesa in più, piccola o grande che fosse, mai s'è sentito rispondere: maestro non ci sono soldi. E così nel paese di bengodi sono andati avanti per anni. Poi il disastro emerso che ha messo in crisi l'intero sistema, e il piano per risalire la china: niente più straordinari, niente più premi assurdi e si lavora di più.
Cosa ci sarebbe di così strano in tale piano di risanamento? Nulla perché gli orchestrali godono di privilegi infiniti, basta un colpo di tosse, non hanno stipendi da fame, e lavorano poco. Sì, poco. perché nel tempo libero che resta, tanto, loro lavorano da liberi professionisti, anche all'interno del teatro con concertini davvero scandalosi, come le ben note 'toccate e fughe' proprio dell'Opera in piazze e strade. Uno schifo. Il caso di Vincenzo Bolognese, spalla dell'orchestra che abbiamo segnalato in un post di ieri, è emblematico.
Ora il tempo a disposizione è finito, ed è finito per sempre. O le rivendicazioni - ignobili, anche se sindacali - cessano una volta per tutte per ricominciare, anche senza Muti - sebbene tutti sappiamo che sarà ancora più dura senza di lui! - oppure il destino del teatro è segnato: la chiusura.
domenica 21 settembre 2014
Muti lascia Roma, ed è un addio; mentre Fuortes e Marino non sembrano in fondo tanto dispiaciuti. L'Opera di Roma resta una matassa difficile da sbrogliare
Da qualunque capo si voglia cominciare - da Muti o da Fuortes e Teatro, l'Opera di Roma resta una matassa difficile, se non impossibile, da sbrogliare. E la decisione dell'abbandono, di cui solo ora viene data notizia ufficiale, non è arrivata oggi. Ci aveva colpito, leggendo un inserto dedicato all'incipiente stagione teatrale nella Capitale, allegato sia a Repubblica che al Corriere, il fatto che Fuortes si presentava come amministratore delegato di 'Musica per Roma', mentre la presentazione della stagione dell'Opera veniva fatta da un narratore impersonale, quando avrebbe dovuto essere il contrario. Muti la sua decisione di abbandonare l'Opera l'aveva già presa. E nella sua lettera, resa nota soltanto oggi, spiega le sue ragioni, tutte plausibili : in teatro non c'è un clima sereno e perciò gli riesce difficile lavorarvi. Quando gli animi si saranno rappacificati, e tutto filerà liscio come l'olio, allora si vedrà. Veramente questo è l'auspicio assai freddo di Marino e di Fuortes, ai quali preme soprattutto sottolineare che la nuova gestione ha azzerato l'enorme deficit lasciato da De Martino, sodale di Alemanno, di quasi 12 milioni di Euro, in un solo anno. Fuortes ha fatto il miracolo, ma ora soldi non ce ne sono più e il maestro Muti avrebbe dovuto abbassare le sue pretese in tutti i sensi - è quanto scrivono gli opinionisti della rete - la qual cosa non gli sta proprio bene, e lui decide di andarsene per dedicarsi interamente - per l'Italia - alla sua amata 'Orchestra Cherubini'.
Quali sarebbero le pretese del maestro in fatto di cachets, di allestimenti, di voci ecc.. non è dato sapere; e se si tratta soprattutto dei costi degli allestimenti, si sbaglia bersaglio, perchè a quel che sembra l'allestimento di Pier'Alli per 'Aida' sarebbe improntato alle cosiddette 'nozze con i fichi secchi'. Certo Muti a Roma, come altrove, non lavora 'aggratis' - e , del resto, perchè dovrebbe? - ma con sè a Roma ha portato tutta la sua corte anche quella famigliare che certamente non è compresa nel pacchetto del suo cachet, insomma qualche malumore nei suoi confronti ci potrebbe anche essere. Ben poca cosa comunque in rapporto al prestigio che rende all'Opera la sua presenza, ma solo la sua, non certo quella di Alessio Vlad, che lui ha imposto, come ennesimo atto di riconoscenza verso suo padre che lo portò a Firenze e che egli volle poi alla Scala. Insomma una corte non pomposa e che non brilla di luce propria, la quale, se il principe rinuncia alla corona, si affloscia in un minuto secondo. Morto un papa se ne fa un altro - ha scritto qualcuno in rete. Sì, è vero. Ma via Muti c'è qualcun altro nell'orizzonte degli attuali governanti del teatro capace di sostituirlo senza intaccare il prestigio che la sua presenza recava al teatro? Dubitiamo. C'è chi ha paragonato,sbagliando, questa uscita di scena di Muti alla precedente, di una decina di anni fa, dalla Scala. No, perchè allora Muti aveva contro l'orchestra, che, a Roma, dichiara di non aver mai voluto protestare contro il direttore e che mai e poi mai avrebbe fatto saltare una recita, neanche una, di Muti. Bugiardi. Perchè tale pericolo l'ha corso anche Muti, con Manon, con la tournée in Giappone e probabilmente l'avrebbe ancora corso nelle settimane di preparazione di Aida. Basta esaminare il risultato del referendum, interno al teatro, al quale ha partecipato la metà circa dei dipendenti, orchestra e coro compresi, il che vuol dire che l'altra metà non condivideva l'accettazione del piano di salvataggio stilato da Fuortes. I sindacati protestano che loro sciopereranno eventualmente contro Fuortes, ed a scioperare sono soprattutto quelli della Fials e della CGIL- altra pagina del film surreale ' Renzi vince nonostante l'opposizione del PD'.
A noi fa più riflettere la risposta, ripetiamo: molto fredda, di Fuortes, Marino e Franceschini che non la lettera di Muti, scritta 'comme il faut', ineccepibile per chi non conosce altri risvolti.
Ma adesso quali scenari si aprono? Fuortes, non gradito a metà del personale del teatro come insegna il referendum, trarrà le sue conclusioni dimettendosi? Oppure resterà mettendo in atto la sua rivoluzione e cioè portando all'Opera di Roma la sua squadretta che già abbiamo visto in azione ma che non ci ha entusiasmati? Già Fuortes in fatto di musica capisce ben poco; lui la squadra l'avrebbe già pronta, l'ha schierata in campo ed ai bordi già a Bari, ma si tratta di una squadretta. Non ci frega niente di ciò che scriveranno i giornali alla sua discesa in campo, non nutriamo verso molti gazzettieri 'fiancheggiatori dei vincitori per professione e convenienza 'la benché minima stima. Pensa forse di sostituire Vlad? farebbe bene, ma con chi? Con Gaston Fournier che già voleva imporre a Bari, e che oggi è libero, dopo la sua uscita dalla Scala? Cambierà anche il maestro del corpo di ballo, via Micha e dentro Eleonora che scalpita da parecchio per avere quell'incarico, anche se a noi sembra non in grado di sostenerlo, nonostante la sua giovane età ed avvenenza che non è pari alla sua competenza? Via Muti e ci mette un giovane, magari Rustioni che sta a Bari ed anche a Firenze ( regno del consigliere di amministrazione Battistelli?) Per Fuortes sembra una cosa normale. Ma lui non la capisce, forse, la differenza; nonostante tutti i difetti del grande direttore. O forse la fine dell'anno, quando i consigli di amministrazione con nuovo nome: consigli di 'indirizzo', dovranno ridisegnare la governance dei nostri teatri, a Roma viene, con l'uscita di Muti, semplicemente anticipata di qualche mese?
Temiamo che la pubblicità che parla di 'grande opera' a roma, vada cambiata, con la 'piccola opera' nella nuova stagione del Teatro dell'Opera di Roma Capitale. E che il sito, dove si legge ancora il nome di Muti per 'Aida' e 'Nozze di Figaro', vada quanto prima aggiornato.
Quali sarebbero le pretese del maestro in fatto di cachets, di allestimenti, di voci ecc.. non è dato sapere; e se si tratta soprattutto dei costi degli allestimenti, si sbaglia bersaglio, perchè a quel che sembra l'allestimento di Pier'Alli per 'Aida' sarebbe improntato alle cosiddette 'nozze con i fichi secchi'. Certo Muti a Roma, come altrove, non lavora 'aggratis' - e , del resto, perchè dovrebbe? - ma con sè a Roma ha portato tutta la sua corte anche quella famigliare che certamente non è compresa nel pacchetto del suo cachet, insomma qualche malumore nei suoi confronti ci potrebbe anche essere. Ben poca cosa comunque in rapporto al prestigio che rende all'Opera la sua presenza, ma solo la sua, non certo quella di Alessio Vlad, che lui ha imposto, come ennesimo atto di riconoscenza verso suo padre che lo portò a Firenze e che egli volle poi alla Scala. Insomma una corte non pomposa e che non brilla di luce propria, la quale, se il principe rinuncia alla corona, si affloscia in un minuto secondo. Morto un papa se ne fa un altro - ha scritto qualcuno in rete. Sì, è vero. Ma via Muti c'è qualcun altro nell'orizzonte degli attuali governanti del teatro capace di sostituirlo senza intaccare il prestigio che la sua presenza recava al teatro? Dubitiamo. C'è chi ha paragonato,sbagliando, questa uscita di scena di Muti alla precedente, di una decina di anni fa, dalla Scala. No, perchè allora Muti aveva contro l'orchestra, che, a Roma, dichiara di non aver mai voluto protestare contro il direttore e che mai e poi mai avrebbe fatto saltare una recita, neanche una, di Muti. Bugiardi. Perchè tale pericolo l'ha corso anche Muti, con Manon, con la tournée in Giappone e probabilmente l'avrebbe ancora corso nelle settimane di preparazione di Aida. Basta esaminare il risultato del referendum, interno al teatro, al quale ha partecipato la metà circa dei dipendenti, orchestra e coro compresi, il che vuol dire che l'altra metà non condivideva l'accettazione del piano di salvataggio stilato da Fuortes. I sindacati protestano che loro sciopereranno eventualmente contro Fuortes, ed a scioperare sono soprattutto quelli della Fials e della CGIL- altra pagina del film surreale ' Renzi vince nonostante l'opposizione del PD'.
A noi fa più riflettere la risposta, ripetiamo: molto fredda, di Fuortes, Marino e Franceschini che non la lettera di Muti, scritta 'comme il faut', ineccepibile per chi non conosce altri risvolti.
Ma adesso quali scenari si aprono? Fuortes, non gradito a metà del personale del teatro come insegna il referendum, trarrà le sue conclusioni dimettendosi? Oppure resterà mettendo in atto la sua rivoluzione e cioè portando all'Opera di Roma la sua squadretta che già abbiamo visto in azione ma che non ci ha entusiasmati? Già Fuortes in fatto di musica capisce ben poco; lui la squadra l'avrebbe già pronta, l'ha schierata in campo ed ai bordi già a Bari, ma si tratta di una squadretta. Non ci frega niente di ciò che scriveranno i giornali alla sua discesa in campo, non nutriamo verso molti gazzettieri 'fiancheggiatori dei vincitori per professione e convenienza 'la benché minima stima. Pensa forse di sostituire Vlad? farebbe bene, ma con chi? Con Gaston Fournier che già voleva imporre a Bari, e che oggi è libero, dopo la sua uscita dalla Scala? Cambierà anche il maestro del corpo di ballo, via Micha e dentro Eleonora che scalpita da parecchio per avere quell'incarico, anche se a noi sembra non in grado di sostenerlo, nonostante la sua giovane età ed avvenenza che non è pari alla sua competenza? Via Muti e ci mette un giovane, magari Rustioni che sta a Bari ed anche a Firenze ( regno del consigliere di amministrazione Battistelli?) Per Fuortes sembra una cosa normale. Ma lui non la capisce, forse, la differenza; nonostante tutti i difetti del grande direttore. O forse la fine dell'anno, quando i consigli di amministrazione con nuovo nome: consigli di 'indirizzo', dovranno ridisegnare la governance dei nostri teatri, a Roma viene, con l'uscita di Muti, semplicemente anticipata di qualche mese?
Temiamo che la pubblicità che parla di 'grande opera' a roma, vada cambiata, con la 'piccola opera' nella nuova stagione del Teatro dell'Opera di Roma Capitale. E che il sito, dove si legge ancora il nome di Muti per 'Aida' e 'Nozze di Figaro', vada quanto prima aggiornato.
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martedì 22 luglio 2014
La cura di Fuortes, il rianimatore, non è dura. Ma se l'Opera di Roma Capitale non la assume, rischia...
La minaccia di Marino di mettere in liquidazione l'Opera di Roma Capitale, è semplicemente uno spauracchio, agitato tanto per mettere paura. Figurati se quei navigati sindacalisti, più bravi come sindacalisti che nel resto, si fanno mettere in ginocchio. Si sa che è assai difficile, anzi impossibile, che si possano portare in tribunale i libri contabili dell'Opera di Roma per chiederne il fallimento. Le si è cambiato anche il nome, in 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', per renderla imperitura, quando si sa che di capitale in quel teatro non c'è molto altro, oltre Muti ed il volenteroso Fuortes. Resta il fatto che i sindacati stanno tirando troppo la corda, manifestando contro un piano industriale definito dal Sovrintendente, nel quale grandi traumi sono evitati.
Che dovrebbero dire i lavoratori di intere fabbriche che sono da mesi in cassa integrazione e senza speranze di trovare un lavoro futuro? Perché è questa la situazione, quei pochi scioperanti irresponsabili non possono far finta di non sapere. Dall'Opera andranno via una sessantina di dipendenti - l'Opera ne ha quasi 500 - a nessuno sarà tolto un soldo dallo stipendio, però tutti si devono mettere in testa che devono LAVORARE, più di quanto lavorano oggi. E' la condizione indispensabile per accedere al fondo 'salva teatri' del Ministero e ricominciare il cammino virtuoso del risanamento economico e della riscossa artistica, che ancora non è garantita, a dispetto della presenza di Muti, che va gridando ai quattro venti che la sua orchestra è oggi una delle migliori del mondo: bum!
Il piano Fuortes, che i sindacati conoscono bene anche se fanno finta del contrario, non è un piano 'lacrime & sangue', quale forse in teatro meriterebbero i molti che non hanno mai protestato per la finanza allegra della gestione De Martino. E se quel piano non accettano immediatamente, riprendendo a lavorare subito a Caracalla anche per la prossima replica di 'Bohème', e continuano invece a tirare la corda, può anche accadere che quella corda si spezzi.
E' inutile continuare a fare la 'faccia feroce', tanto torneranno a fare la 'faccia fessa' come hanno già fatto quando hanno minacciato lo sciopero della prima di Muti e poi l'hanno ritirato.
Meglio non esagerare. E che stiano esagerando lo deduciamo dal fatto che le loro condizioni contrattuali sono più che onorevoli - di questi tempi si può stare anche peggio.
Tornino, perciò, a lavorare, anzi a lavorare di più e poi, in seguito, chiedano di essere compensati per la mole e la qualità del lavoro raggiunte. Adesso rischiano di brutto, i sindacati CGIL e FIALS. Mentre i rispettivi capibastone hanno fatto il voto del silenzio.
Che dovrebbero dire i lavoratori di intere fabbriche che sono da mesi in cassa integrazione e senza speranze di trovare un lavoro futuro? Perché è questa la situazione, quei pochi scioperanti irresponsabili non possono far finta di non sapere. Dall'Opera andranno via una sessantina di dipendenti - l'Opera ne ha quasi 500 - a nessuno sarà tolto un soldo dallo stipendio, però tutti si devono mettere in testa che devono LAVORARE, più di quanto lavorano oggi. E' la condizione indispensabile per accedere al fondo 'salva teatri' del Ministero e ricominciare il cammino virtuoso del risanamento economico e della riscossa artistica, che ancora non è garantita, a dispetto della presenza di Muti, che va gridando ai quattro venti che la sua orchestra è oggi una delle migliori del mondo: bum!
Il piano Fuortes, che i sindacati conoscono bene anche se fanno finta del contrario, non è un piano 'lacrime & sangue', quale forse in teatro meriterebbero i molti che non hanno mai protestato per la finanza allegra della gestione De Martino. E se quel piano non accettano immediatamente, riprendendo a lavorare subito a Caracalla anche per la prossima replica di 'Bohème', e continuano invece a tirare la corda, può anche accadere che quella corda si spezzi.
E' inutile continuare a fare la 'faccia feroce', tanto torneranno a fare la 'faccia fessa' come hanno già fatto quando hanno minacciato lo sciopero della prima di Muti e poi l'hanno ritirato.
Meglio non esagerare. E che stiano esagerando lo deduciamo dal fatto che le loro condizioni contrattuali sono più che onorevoli - di questi tempi si può stare anche peggio.
Tornino, perciò, a lavorare, anzi a lavorare di più e poi, in seguito, chiedano di essere compensati per la mole e la qualità del lavoro raggiunte. Adesso rischiano di brutto, i sindacati CGIL e FIALS. Mentre i rispettivi capibastone hanno fatto il voto del silenzio.
Giambrone sovrintendente a Palermo. Il suo destino è segnato; sarà come quello di De Martino a Roma
Non è un caso che ambedue, Francesco Giambrone e Catello De Martino, il primo neo sovrintendente al Teatro Massimo di Palermo - ma si tratta di un ritorno. Giambrone dovrebbe tenere in considerazione come andò la prima volta, sia l'entrata che l'uscita, perchè potrebbe nuovamente ripetersi, come l'entrata anche l'uscita - e l'ex sovrintendente del Teatro dell'Opera di Roma (che adesso si chiama Teatro dell'Opera di Roma Capitale, che è tutta un'altra musica) siano nati nel 1957. Involontariamente anche l'anagrafe li accomuna. Giambrone ha studiato medicina che si sa essere assai prossima per diversi trascorsi storici alla musica; De Martino scienze politiche per ritrovarsi a capo ambedue, senza arte nè parte, di due importanti teatri. Per grazia ricevuta.
Per arrivarci la strada di ambedue si è un pò, ma neppure tanto, diversificata. De Martino stata all'Eni, da dove è finito a Santa Cecilia - chissà per quali strani percorsi - e quindi all'Opera, con gran sollievo dei vertici ceciliani, come qualcuno ci confidò all'indomani del suo trasloco, prima come direttore del personale nel teatro commissariato da Alemanno, e poi sovrintendente, senza alcun merito nè esperienza, sol perchè il sindaco lo promuove.
Giambrone non ha bisogno di cercare un sindaco amico per la sua promozione, la prima come la seconda volta, perchè lui ha fatto la campagna per Orlando a Palermo, allora come oggi, e il sindaco riconoscente, lo prese come assessore alla cultura e poi lo premiò affidandogli il Teatro Massimo. Esattamente ciò che è accaduto anche la seconda volta, cioè oggi.
Giambrone sarebbe stato un buon medico? chi lo sa? Da subito il giovane medico comprende di aver sbagliato mestiere e vuole sfondare nella critica musicale. Chiese anche a noi- ma noi non potemmo allora aiutarlo - di scrivere su 'Piano Time' che allora dirigevamo. Lui capisce che per far carriera non servono competenze ed esperienza, basta buttarsi in politica o servire un politico.
Che è poi quello che ha fatto, la prima e la seconda volta, quando ha dovuto screditare il sovrintendente in carica. Un regista? diceva Giambrone, e Orlando annuiva, come può un regista guidare un teatro, se è a digiuno di musica? E come può, invece, guidare un teatro un medico? A proposito ha mai fratto il medico? magari sarebbe stato capace, non lo sapremo mai. Via il sovrintendente precedente, insediamento del Commissario ( Guttuso Carapezza), secchiate di merda gettate addosso all'ex sovrintendente, per finalmente realizzare per la seconda volta il sogno di dirigere il Massimo.
De Martino si insedia a Roma, è così bravo che solo per la sua presenza - si legge nel suo curriculum farsa - Muti accetta l'incarico all'Opera. De Martino , come accadde ed accadrà nuovamente a Giambrone, trova i conti in disordine, in un battibaleno li risana - non si dice apertamente che per risanarli, a Roma come a Palermo, c'è un sindaco amico, che sborsa i soldi necessari - e tutti lo acclamano salvatore del Teatro.
Negli anni di permanenza all'Opera ha insegnato in Università e Conservatori: anche in questo il curriculum dei due si somiglia, perchè pure Giambrone ha insegnato in infinite università, e forse anche in Conservatorio, ambedue hanno insegnato la gestione di istituzioni culturali. E ambedue hanno messo piede nelle stanze delle commissioni ministeriali, che rappresentano spesso il premio per sovrintendenti e direttori artistici trombati perché incapaci.
Giambrone, a differenza di De Martino, dopo la prima traumatica uscita dal Massimo agli inizi degli anni Duemila, è rimasto per qualche anno a spasso, poi ha assunto l'incarico di sovrintendente a Firenze, in coppia con Paolo Arcà direttore artistico, altra grande personalità sempre sulla cresta dell'onda, nonostante i numerosi fiaschi( Milano, Genova, Firenze, Parma), per la protezione mai smentita dei 'grembiulini associati'.
Giambrone arriva a Firenze - suo fratello parlamentare, nel partito di Di Pietro ed Orlando non c'entra naturalmente. Perchè le due carriere, benchè parallele, hanno sempre viaggiato su due binari distinti e differenti: i binari del merito per ambedue, anche quando il Giambrone parlamentare era a capo del partito in Sicilia. L'uscita da Firenze avviene qualche settimana prima che emerga il buco di bilancio prodotto e tenuto nascosto dal sovrintendente, esperto nella gestione di istituzioni culturali.
Giambrone torna a casa, diventa presidente del Conservatorio palermitano, dove forse insegna musicologia, materia nella quale si è addottorato sul campo, e attende la crisi della giunta palermitana e la rentrée di Orlando, al fianco del quale diventa nuovamente assessore alla cultura, ed oggi finalmente, coronando la faticosa scalata, di nuovo sovrintendente.
Non sappiamo, dal curriculum, se anche Giambrone, come De Martino , sia stato insignito di croci al merito e onorificenze della repubblica, ma immaginiamo di sì.
Ciò che Giambrone ancora non sa - anzi, sa bene - è che la sua esperienza si concluderà esattamente come si è conclusa, quella del suo gemello all'Opera di Roma. Traumaticamente. Cambierà colore l'amministrazione, i flussi di denaro dal Comune al teatro cesseranno o diminuiranno, emergerà la realtà dei buchi - quegli stessi buchi ed altro che ha rimproverato al suo predecessore - e Giambrone ,per la seconda volta, tornerà a casa. A fare finalmente il medico? Ma se non l'ha mai fatto? E' andata così anche le altre due volte. Quale altra traccia ha lasciato Giambrione dei suoi passaggi? Appena insediato ha detto che vorrebbe riportare a Palermo Pina Bausch. Certo, è morta! Dunque almeno per questo nessuno lo incolperà.
Se vuole, chieda consigli a De Martino, che da Roma è stato cacciato letteralmente a pedate.
Per arrivarci la strada di ambedue si è un pò, ma neppure tanto, diversificata. De Martino stata all'Eni, da dove è finito a Santa Cecilia - chissà per quali strani percorsi - e quindi all'Opera, con gran sollievo dei vertici ceciliani, come qualcuno ci confidò all'indomani del suo trasloco, prima come direttore del personale nel teatro commissariato da Alemanno, e poi sovrintendente, senza alcun merito nè esperienza, sol perchè il sindaco lo promuove.
Giambrone non ha bisogno di cercare un sindaco amico per la sua promozione, la prima come la seconda volta, perchè lui ha fatto la campagna per Orlando a Palermo, allora come oggi, e il sindaco riconoscente, lo prese come assessore alla cultura e poi lo premiò affidandogli il Teatro Massimo. Esattamente ciò che è accaduto anche la seconda volta, cioè oggi.
Giambrone sarebbe stato un buon medico? chi lo sa? Da subito il giovane medico comprende di aver sbagliato mestiere e vuole sfondare nella critica musicale. Chiese anche a noi- ma noi non potemmo allora aiutarlo - di scrivere su 'Piano Time' che allora dirigevamo. Lui capisce che per far carriera non servono competenze ed esperienza, basta buttarsi in politica o servire un politico.
Che è poi quello che ha fatto, la prima e la seconda volta, quando ha dovuto screditare il sovrintendente in carica. Un regista? diceva Giambrone, e Orlando annuiva, come può un regista guidare un teatro, se è a digiuno di musica? E come può, invece, guidare un teatro un medico? A proposito ha mai fratto il medico? magari sarebbe stato capace, non lo sapremo mai. Via il sovrintendente precedente, insediamento del Commissario ( Guttuso Carapezza), secchiate di merda gettate addosso all'ex sovrintendente, per finalmente realizzare per la seconda volta il sogno di dirigere il Massimo.
De Martino si insedia a Roma, è così bravo che solo per la sua presenza - si legge nel suo curriculum farsa - Muti accetta l'incarico all'Opera. De Martino , come accadde ed accadrà nuovamente a Giambrone, trova i conti in disordine, in un battibaleno li risana - non si dice apertamente che per risanarli, a Roma come a Palermo, c'è un sindaco amico, che sborsa i soldi necessari - e tutti lo acclamano salvatore del Teatro.
Negli anni di permanenza all'Opera ha insegnato in Università e Conservatori: anche in questo il curriculum dei due si somiglia, perchè pure Giambrone ha insegnato in infinite università, e forse anche in Conservatorio, ambedue hanno insegnato la gestione di istituzioni culturali. E ambedue hanno messo piede nelle stanze delle commissioni ministeriali, che rappresentano spesso il premio per sovrintendenti e direttori artistici trombati perché incapaci.
Giambrone, a differenza di De Martino, dopo la prima traumatica uscita dal Massimo agli inizi degli anni Duemila, è rimasto per qualche anno a spasso, poi ha assunto l'incarico di sovrintendente a Firenze, in coppia con Paolo Arcà direttore artistico, altra grande personalità sempre sulla cresta dell'onda, nonostante i numerosi fiaschi( Milano, Genova, Firenze, Parma), per la protezione mai smentita dei 'grembiulini associati'.
Giambrone arriva a Firenze - suo fratello parlamentare, nel partito di Di Pietro ed Orlando non c'entra naturalmente. Perchè le due carriere, benchè parallele, hanno sempre viaggiato su due binari distinti e differenti: i binari del merito per ambedue, anche quando il Giambrone parlamentare era a capo del partito in Sicilia. L'uscita da Firenze avviene qualche settimana prima che emerga il buco di bilancio prodotto e tenuto nascosto dal sovrintendente, esperto nella gestione di istituzioni culturali.
Giambrone torna a casa, diventa presidente del Conservatorio palermitano, dove forse insegna musicologia, materia nella quale si è addottorato sul campo, e attende la crisi della giunta palermitana e la rentrée di Orlando, al fianco del quale diventa nuovamente assessore alla cultura, ed oggi finalmente, coronando la faticosa scalata, di nuovo sovrintendente.
Non sappiamo, dal curriculum, se anche Giambrone, come De Martino , sia stato insignito di croci al merito e onorificenze della repubblica, ma immaginiamo di sì.
Ciò che Giambrone ancora non sa - anzi, sa bene - è che la sua esperienza si concluderà esattamente come si è conclusa, quella del suo gemello all'Opera di Roma. Traumaticamente. Cambierà colore l'amministrazione, i flussi di denaro dal Comune al teatro cesseranno o diminuiranno, emergerà la realtà dei buchi - quegli stessi buchi ed altro che ha rimproverato al suo predecessore - e Giambrone ,per la seconda volta, tornerà a casa. A fare finalmente il medico? Ma se non l'ha mai fatto? E' andata così anche le altre due volte. Quale altra traccia ha lasciato Giambrione dei suoi passaggi? Appena insediato ha detto che vorrebbe riportare a Palermo Pina Bausch. Certo, è morta! Dunque almeno per questo nessuno lo incolperà.
Se vuole, chieda consigli a De Martino, che da Roma è stato cacciato letteralmente a pedate.
venerdì 21 marzo 2014
Amministrazione trasparente velata. Tagliate all'Opera di Roma le consulenze passate, eccetto una.
Superati i mille ostacoli escogitati per rendere
l’amministrazione il meno trasparente possibile, in barba alla legge che la
prescrive tassativamente, e in spregio delle sanzioni anche pesanti che
evidentemente ad alcune istituzioni non fanno paura, finalmente si arriva
all’agognato traguardo. Cliccando su ‘Amministrazione trasparente’ si
materializza l’elenco dei vertici delle istituzioni musicali, con nome,
cognome, incarico e curriculum. I dati di cui si è soprattutto in cerca, quelli
economici, non sono immediatamente visibili. Immediatamente lo sono sempre nei
casi in cui tali vertici svolgono la loro opera gratuitamente o al costo di
quattro soldi, semplicemente perché questo fa onore all’istituzione che ha
tanti devoti servitori, ed agli stakanovisti della musica, la dea amata e
venerata da lorsignori senza alcun interesse diretto o secondi fini. Ed è la
ragione per cui vengono sbattuti in faccia al giornalista ficcanaso. Sembra un miracolo
in una Italia di profittatori, ladri, farabutti sempre alla ricerca di un osso
da spolpare.
Poi vengono i collaboratori ai quali, ad esempio, all’Opera
di Roma, hanno imputato parte del forte
deficit dello scorso anno. Bene, ad una
lettura attenta del loro elenco per il 2014, qualche sorpresa scappa fuori. Saranno una ventina scarsi, e i loro compensi
per un anno o frazione di anno sono davvero ragionevoli, in taluni casi anche
modesti, con una sola eccezione, che Fuortes non ha ‘potuto’ azzerare,
nonostante che vada avanti da un triennio. E’ quella di una collaboratrice che
risulta la più pagata ed il cui contratto è triennale, con scadenza alla fine del
2014, ma partito nel 2011. Il nuovo sovrintendente, a differenza di quanto ha
fatto perfino con il suo predecessore e
con le altre consulenze che, a suo dire, hanno contribuito a far sprofondare il teatro nel baratro del deficit, non l’ha
toccata, mandandola alla sua naturale scadenza. Il settore nel quale la
collaboratrice lavora da tre anni è così specificato: ‘Collaboratore per
attività artistiche della didattica’. Compenso Euro 32.000,00 per anno. Una
bella cifra per un incarico non tanto chiaro, e comunque di gran lunga il più
alto compenso fra tutti i collaboratori, attribuitole da De Martino, in
obbedienza ad un suggeritore eccellente; come altrimenti?
Perché sulla collaboratrice non s’è abbattuta la
mannaia del Fuortes tagliatutto. Troppo preziosa per poterne fare a meno?
Sostenuta da protettore eccellentissimo? La seconda. Se Fuortes prova a chiederlo a qualcuno del
consiglio di amministrazione di ‘Musica per Roma', forse otterrà la spiegazione,
se già non l’ha fatto, sua sponte. Quell’attività artistica si materializza nella trasferta dell’Orchestra giovanile e Coro di voci bianche
dell’Opera in un paio di festivalini estivi, uno dei quali ha al suo vertice un
mammasantissima - e dove la collaboratrice ha mansioni
dirigenziali di un certo peso:
sovrintendente? Due più due fa quattro.
Il festival
in oggetto, due anni fa, fu presentato addirittura in parlamento, con Ornaghi e Nastasi a far da
contorno, come si trattasse di Salisburgo ed invece era solo il Festival di
Rieti – meglio: ‘Reate Festival’, nella lingua internazionale - dove il
direttore artistico uscente, Cagli - si lesse in un comunicato ufficiale - ha
ceduto lo scettro ai suoi più stretti collaboratori: Lucia Bonifaci,
sovrintendente, e Cesare Scarton direttore artistico; mentre alla presidenza
della fondazione svetta, dall’inizio, Gianni Letta che, citando in pubblico la sua sovrintendente, l'accredita come una delle 'più note musicologhe' (e noi non abbiamo ragione per dubitarne; altrimenti perchè appoggiarla, nel caso in cui l'abbia fatto?). Mistero svelato, Fuortes avvisato.
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