E' stato reso noto il calendario dell' edizione 2017 del festival che unisce le due grandi città del nord: Milano e Torino, dove già esisteva 'Settembre Musica', che poi è confluito in MiTo.
Dopo un decennio di reggenza da parte del trio Micheli-Colombo-Restagno, il festival è ora passato al prestigiatore di Nicola Campogrande, compositore, divulgatore ed ora anche operatore culturale, in parola povere direttore artistico del più affollato festival italiano che in meno di una ventina di giorni, nella prima metà di settembre, propone a Milano e Torino quasi 150 concerti - così' è scritto - alcuni dei quali, anzi parecchi ad ingresso gratuito.
E così l'unico periodo in cui le due grandi metropoli facevano godere ai suoi cittadini un pizzico di 'silenzio' - perchè in tutti gli altri mesi le due città sono strapiene di musica, avendo ognuna sia una fondazione lirica che un'orchestra sinfonica e diverse associazioni concertistiche che magari si fanno concorrenza fra loro e che rendono la scelta talvolta difficile - nell'unico mese, dicevamo, in cui anche l'orecchio poteva riposarsi un pò, tiè un festivalone. Durante l'Expo accadde che l'offerta musicale, proprio a Milano, fu enormemente superiore alla domanda.
Naturalmente non siamo contrari ad un festival estivo, settembrino in questo caso. E non lo siamo mai stati, visto che abbiamo spesso rimproverato alla città di Roma di lasciare senza musica, durante l'estate, i tanti turisti che affollano la capitale (questo accadeva soprattutto quando Caracalla era stata sospesa e Santa Cecilia di riposava, mentre un tempo faceva la sua stagione a Massenzio. Oggi Santa Cecilia si riposa e va in tournée, Caracalla è riaperta, ma per buona parte di agosto e forse anche settembre, si lascia mano libera a concertini e rassegnette di dubbia qualità, nonostante siano ospitati in luoghi meravigliosi; quest'anno poi, cancellata ormai definitivamente la cosiddetta 'Estate romana', c'è anche il musical al Palatino: Divo Nerone).
Comunque adesso il festival c'è e milanesi e torinesi ne approfittino. Perchè avranno l'opportunità di ascoltare fra concertoni e concertini musiche che non si ascoltano facilmente, entrate nel cartellone di questa edizione per esigenza tematica: Campogrande ha scelto come tema, o filo conduttore, la natura, ispiratrice di musica.
Ci sono nel programma di Campogrande anche idee nuove, come la giornata dei cori, anche se ristretta all'area milanese lombarda, mentre sarebbe stato ancor più bello ed utile, alleandosi con la Feniarco, far affluire a Milano qualche centinaio fra le migliaia di cori italiani.
Salta all'occhio, scorrendo il programma - ma saltava all'occhio anche in passato - che fra le orchestre, non compare l' Orchestra Verdi, accanto a quella della Scala, del Regio della Rai ed anche della Filarmonica di Torino, oltre a Santa Cecilia che arriverà a Milano diretta dal suo nuovo direttore principale Mikko Frank. Accadeva anche durante la lunga gestione del trio Micheli-Colombo-Restagno, nonostante avesse rubato all'organizzazione della Verdi qualche pezzo importante.
E sorprende ancora di più se si pensa che durante l'EXPO la Verdi ha fatto eseguire di Campogrande un pot pourri sugli inni nazionali, appositamente scritto
Ma un particolare ci ha sorpresi visitando il sito del festival. Proprio nell'edizione che si ispira alla natura, e con essa anche alla 'trasparenza' dell'acqua, manca nel sito la pagina 'AMMINISTRAZIONE TRASPARENTE'. Che fine ha fatto? Forse che l'acqua si è intorbidita, nel frattempo?
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giovedì 1 giugno 2017
domenica 28 agosto 2016
Il Festival MiTo cambia timonieri. Ma anche rotta?
Fra qualche giorno il festival che da una decina d'anni unisce idealmente Torino e Milano - nato dalle ceneri di Settembre Musica e gestito da Micheli/ Restagno/Colombo ( curiosamente il Corriere di oggi, nella presentazione, a pagamento, dimentica di fare il nome di Restagno, artefice della programmazione, mentre la coppia Michel/Colombo provvedevano alla 'questua') si presenta più nuovo di prima, con il vertice cambiato ( Gastel, Campogrande) ed affidato per l'organizzazione non ad una nuova fondazione - come si era pensato al momento del cambio per mettere in sicurezza il festival - ma a due organismi delle rispettive città ( I Pomeriggi musicali per Milano, La Fondazione per la musica e... a Torino, guidata fino all'arrivo dell'Appendino dalla signora Vergnano; ed ora? ).
Nuovo vertice, nuove intenzioni, nuove finalità ma meno soldi - che è stata secondo noi, assieme alla prospettiva di cambi al vertice delle due municipalità, la ragione vera del cambio della guardia, altro che ritorno agli studi, nel caso di Restagno, in compenso, più idee, ed ogni concerto a tema, secondo le dichiarazioni preliminari.
Se è per questo, tolte certe trasmissioni televisive che sarebbero da premiare per manifesta idiozia, a causa dei titoli giornalieri, la stessa idea - quella cioè di studiare un titolo per ogni concerto, un titolo che colpisca più del programma stesso e dei suoi interpreti - si vede spesso far capolino nei programmi di alcune istituzioni che si curano assai meno della qualità sia delle proposte che delle esecuzioni.
Senza voler mischiare fanti a santi, se si scorre la programmazione della Istituzioni sinfonica abruzzese, che da poco ha una nuova direzione artistica, si vedrà come tolti i titoli sempre curatissimi ed estratti dal cilindro magico dalla direzione, l'orchestra viene regolarmente affidata ad una schiera di giovani ( non abbiamo nulla contro i giovani, ma per un'orchestra che è rimasta 'giovane', nonostante vanti decenni di esistenza, si fa presto a farla precipitare in basso, ancora più in baso, molto in basso, lasciando brillare in alto solo quei titoli!).
Non è il caso di Mito, dove a Campogrande, compositore dalle mille trovate ( come quella degli inni delle nazioni che partecipavano all'EXPO), speaker radiofonico, i titoli vengono facili. Come altrettanto facile è venuto ordinare agli interpreti un programma che quei titoli illustri, almeno per non fare la figura di chi dice una cosa ed un'altra ne fa fare.
Vi sono naturalmente delle idee, e del resto avendo assunto come titolo generale, o tema, del festival 'padri e figli', ditemi voi quale autore o periodo o opera sarebbe esclusa a priori. Niente e nessuno può considerarsi fuori, ed è quello che ha pensato Campogrande, allestendo una grande mostra di musica con qualche pezzo forte, o nuovo se vogliamo.
Sulla reale utilità della nascita di MiTo abbiamo sempre nutrito seri dubbi, stando che Torino e Milano sono città che hanno diverse istituzioni musicali e sono servite, per la musica, da gennaio a dicembre, salvo settembre, che si è incaricato di riempire per anni il terzetto di cui all'inizio, ed ora il duo Gastel-Campogrande.
Ci piace, ad esempio, lo spettacolo importato dall'Olanda - se abbiamo letto bene - destinato ai bambini (destinato a porre ancora una volta il problema della educazione e pratica musicale nelle scuole italiane fin dall'infanzia) come anche le giornate in cui si esalta la pratica corale amatoriale in Italia, in collaborazione con la benemertia FENIARCO (alla quale quei delinquenti del Ministero di Franseschini hanno negato anche un finanziamento simbolico!); ci piace la presenza di tanti musicisti italiani (che al terzetto che ha guidato per anni il MiTo non andavano proprio a genio) anche se per chi è addentro alle premiate ditte non sfuggono rapporti e legami (anche pericolosi!), ci piace anche l'assenza delle compagini orchestrali estere che da sole svuotavano le casse del festival; mentre non ci piacciono gli studiosi che pretendono di far rivivere i geni ai quali si sono dedicati (vedi Sardelli con Vivaldi, ma accettiamo lo scherzo), e ci piace anche l'idea di far presentare ogni concerto da competenti, evitando che dicano le solite ovvietà ( Radio 3 ne presenta esempi preclari!), che si sbrodolino nella presentazione degli interpreti, ma che facciano in poche prole capire al pubblico, predisponendolo, quello che stanno per ascoltare e magari non conoscono.
In questa attività, fatta fuori l'onnipresente radiofonico Giovanni Bietti, che assieme a qualche compositore, anch'esso radiofonico, sta riducendo all'osso il pubblico di Radio 3, Campogrande si è affidato a due coppie, una per ogni città ( che magari parleranno tutti contemporaneamente, giacchè ci sono giorni in cui contemporaneamente, ma in luoghi diversi - per fortuna - ci saranno concerti), nelle quali due componenti li conosciamo bene per averli ascoltati assai spesso alla radio. Più che per il 'radiofonico' romano, in trasferta a Milano, temiamo per la milanese ' radiofonica', che sicuramente, come fa da anni ogni settimana, è bravissima a 'menare il can per l'aia'.
Nuovo vertice, nuove intenzioni, nuove finalità ma meno soldi - che è stata secondo noi, assieme alla prospettiva di cambi al vertice delle due municipalità, la ragione vera del cambio della guardia, altro che ritorno agli studi, nel caso di Restagno, in compenso, più idee, ed ogni concerto a tema, secondo le dichiarazioni preliminari.
Se è per questo, tolte certe trasmissioni televisive che sarebbero da premiare per manifesta idiozia, a causa dei titoli giornalieri, la stessa idea - quella cioè di studiare un titolo per ogni concerto, un titolo che colpisca più del programma stesso e dei suoi interpreti - si vede spesso far capolino nei programmi di alcune istituzioni che si curano assai meno della qualità sia delle proposte che delle esecuzioni.
Senza voler mischiare fanti a santi, se si scorre la programmazione della Istituzioni sinfonica abruzzese, che da poco ha una nuova direzione artistica, si vedrà come tolti i titoli sempre curatissimi ed estratti dal cilindro magico dalla direzione, l'orchestra viene regolarmente affidata ad una schiera di giovani ( non abbiamo nulla contro i giovani, ma per un'orchestra che è rimasta 'giovane', nonostante vanti decenni di esistenza, si fa presto a farla precipitare in basso, ancora più in baso, molto in basso, lasciando brillare in alto solo quei titoli!).
Non è il caso di Mito, dove a Campogrande, compositore dalle mille trovate ( come quella degli inni delle nazioni che partecipavano all'EXPO), speaker radiofonico, i titoli vengono facili. Come altrettanto facile è venuto ordinare agli interpreti un programma che quei titoli illustri, almeno per non fare la figura di chi dice una cosa ed un'altra ne fa fare.
Vi sono naturalmente delle idee, e del resto avendo assunto come titolo generale, o tema, del festival 'padri e figli', ditemi voi quale autore o periodo o opera sarebbe esclusa a priori. Niente e nessuno può considerarsi fuori, ed è quello che ha pensato Campogrande, allestendo una grande mostra di musica con qualche pezzo forte, o nuovo se vogliamo.
Sulla reale utilità della nascita di MiTo abbiamo sempre nutrito seri dubbi, stando che Torino e Milano sono città che hanno diverse istituzioni musicali e sono servite, per la musica, da gennaio a dicembre, salvo settembre, che si è incaricato di riempire per anni il terzetto di cui all'inizio, ed ora il duo Gastel-Campogrande.
Ci piace, ad esempio, lo spettacolo importato dall'Olanda - se abbiamo letto bene - destinato ai bambini (destinato a porre ancora una volta il problema della educazione e pratica musicale nelle scuole italiane fin dall'infanzia) come anche le giornate in cui si esalta la pratica corale amatoriale in Italia, in collaborazione con la benemertia FENIARCO (alla quale quei delinquenti del Ministero di Franseschini hanno negato anche un finanziamento simbolico!); ci piace la presenza di tanti musicisti italiani (che al terzetto che ha guidato per anni il MiTo non andavano proprio a genio) anche se per chi è addentro alle premiate ditte non sfuggono rapporti e legami (anche pericolosi!), ci piace anche l'assenza delle compagini orchestrali estere che da sole svuotavano le casse del festival; mentre non ci piacciono gli studiosi che pretendono di far rivivere i geni ai quali si sono dedicati (vedi Sardelli con Vivaldi, ma accettiamo lo scherzo), e ci piace anche l'idea di far presentare ogni concerto da competenti, evitando che dicano le solite ovvietà ( Radio 3 ne presenta esempi preclari!), che si sbrodolino nella presentazione degli interpreti, ma che facciano in poche prole capire al pubblico, predisponendolo, quello che stanno per ascoltare e magari non conoscono.
In questa attività, fatta fuori l'onnipresente radiofonico Giovanni Bietti, che assieme a qualche compositore, anch'esso radiofonico, sta riducendo all'osso il pubblico di Radio 3, Campogrande si è affidato a due coppie, una per ogni città ( che magari parleranno tutti contemporaneamente, giacchè ci sono giorni in cui contemporaneamente, ma in luoghi diversi - per fortuna - ci saranno concerti), nelle quali due componenti li conosciamo bene per averli ascoltati assai spesso alla radio. Più che per il 'radiofonico' romano, in trasferta a Milano, temiamo per la milanese ' radiofonica', che sicuramente, come fa da anni ogni settimana, è bravissima a 'menare il can per l'aia'.
martedì 26 aprile 2016
Grandi rivoluzioni nel villaggio globale. A cominciaire da MiTo, festival lombardopiemontese
Ormai è una costante. Ogni volta che qualcosa di nuovo si intravede all'orizzonte dei desideri, questo qualcosa è preceduto da grandi cambiamenti, sommovimenti veri e propri.
Nel mondo della musica, tanto per cominciare da un settore che un pò meglio degli altri conosciamo, c'è stato il cambio della guardia al Festival milanotorinese, MiTo, acronimo che da solo vale una rivoluzione.
E' andato via il trio Micheli-Colombo-Restagno che aveva resistito per tanti anni;ed è arrivato il duo Campogrande-Gastel. E non si tratta di un gioco di scambio di figurine: te ne do tre, in cambio di due. No, l'arrivo del duo segna davvero una rivoluzione nella storia del ricco festival lombardopiemontese che negli ultimi tempi era a corto di fondi, mai di idee, essendosi resi conto che non tutto quello che gli passava per la testa si poteva poi realizzare, perché c'era sempre qualcuno che metteva il bastone (dell'austerità) fra le ruote della loro macchina organizzativa ed ideativa che non aveva conosciuto ostacoli economici (nei primi anni si parlò di una dotazione di oltre 10 milioni di Euro)
Anche durante l'EXPO, come non bastasse la Scala aperta - della cui apertura, in parte inutile, ci si è poi pentiti - MiTo ha viaggiato a gonfie vele, forte della convinzione che le migliaia di persone che di giorno assediavano Milano, di sera si sarebbero riversati alle porte delle sale da concerto o delle chiese nelle quali MiTo erigeva il suo monumento allo spreco, sempre convinti che Micheli ce l'avrebbe fatto un'altra volta a coinvolgere i suoi amici danarosi a mettere mano al portafogli per finanziare il suo festival, lavoro che ad un certo punto ha cominciato a pesargli, tanto da consigliargli di abbandonare il campo, anche in vista di possibili, probabili cambiamenti (ostili!) nel governo della città.
Il nuovo duo ha forse trovato il modo per farsi finanziare il festival anche con i fondi del FUS,
attribuendone la realizzazione, per Milano, all'orchestra de 'I pomeriggi musicali' , ma, contemporaneamente, ha innestato sull'albero antico un nuovo germoglio, anzi due.
Campogrande ha avuto un'idea rivoluzionaria. L'edizione 2016, la prima affidata alle sue cure, avrà un filo rosso: 'padri e figli'. Cioè a dire siccome non ci sono figli senza padri, anche in musica, mettimaoli a confronto ( musica di ieri e di oggi, banalizzando) ma poi andiamo a mostrare come i figli trattano i padri. Il suo modello è Max Richter, il compositore, allievo di Berio, che ha cannibalizzato Vivaldi - le sue 'stagioni'- e che di recente ha inventato, sperimentandola dal vivo, a Berlino, la musica che fa dormire tranquilli, SLEEP; che non è detto non sbarchi anche a Milano o forse Torino, negli stabilimenti FCA, ex FIAT. Un brano lungo una decina di ore, per pochi strumenti, elettronica, brandine pigiami e pubblico, che qui è protagonista.
Anche Anna Gastel, presidente del festival, nel ruolo che fu di Micheli - ma che non sappiamo ancora se sarà altrettanto produttiva - cogliendo al volo la geniale idea di Campogrande, ha fatto coniare l'espressione per la prossima edizione di Mito: 'musica classica ma non la classica musica'. Come a dire: ne vedrete, ascolterete delle belle. Certo non ci fa venire le vertigini come i titoli di Agorà, però la testa ce la fa girare.
Ma prima ancora un'altra rivoluzione, che potrebbe sembrare terza, ma è la prima: il sito non è più lo stesso. C'era da immaginarselo. Dappertutto si fa così, le grandi rivoluzioni sono annunciate da segnali importanti. Anche in RAI la rivoluzione di Campo dall'Orto si annuncia con la soppressione delle annunciatrici. E, nei telegiornali di tutte le sponde, ogni volta che si cambia direzione, tale cambiamento è annunciato dal cambio di studio, grafica e sigla. Che sono poi gli unici cambiamenti riscontrabili ad ogni cambio di direttore.
Nel mondo della musica, tanto per cominciare da un settore che un pò meglio degli altri conosciamo, c'è stato il cambio della guardia al Festival milanotorinese, MiTo, acronimo che da solo vale una rivoluzione.
E' andato via il trio Micheli-Colombo-Restagno che aveva resistito per tanti anni;ed è arrivato il duo Campogrande-Gastel. E non si tratta di un gioco di scambio di figurine: te ne do tre, in cambio di due. No, l'arrivo del duo segna davvero una rivoluzione nella storia del ricco festival lombardopiemontese che negli ultimi tempi era a corto di fondi, mai di idee, essendosi resi conto che non tutto quello che gli passava per la testa si poteva poi realizzare, perché c'era sempre qualcuno che metteva il bastone (dell'austerità) fra le ruote della loro macchina organizzativa ed ideativa che non aveva conosciuto ostacoli economici (nei primi anni si parlò di una dotazione di oltre 10 milioni di Euro)
Anche durante l'EXPO, come non bastasse la Scala aperta - della cui apertura, in parte inutile, ci si è poi pentiti - MiTo ha viaggiato a gonfie vele, forte della convinzione che le migliaia di persone che di giorno assediavano Milano, di sera si sarebbero riversati alle porte delle sale da concerto o delle chiese nelle quali MiTo erigeva il suo monumento allo spreco, sempre convinti che Micheli ce l'avrebbe fatto un'altra volta a coinvolgere i suoi amici danarosi a mettere mano al portafogli per finanziare il suo festival, lavoro che ad un certo punto ha cominciato a pesargli, tanto da consigliargli di abbandonare il campo, anche in vista di possibili, probabili cambiamenti (ostili!) nel governo della città.
Il nuovo duo ha forse trovato il modo per farsi finanziare il festival anche con i fondi del FUS,
attribuendone la realizzazione, per Milano, all'orchestra de 'I pomeriggi musicali' , ma, contemporaneamente, ha innestato sull'albero antico un nuovo germoglio, anzi due.
Campogrande ha avuto un'idea rivoluzionaria. L'edizione 2016, la prima affidata alle sue cure, avrà un filo rosso: 'padri e figli'. Cioè a dire siccome non ci sono figli senza padri, anche in musica, mettimaoli a confronto ( musica di ieri e di oggi, banalizzando) ma poi andiamo a mostrare come i figli trattano i padri. Il suo modello è Max Richter, il compositore, allievo di Berio, che ha cannibalizzato Vivaldi - le sue 'stagioni'- e che di recente ha inventato, sperimentandola dal vivo, a Berlino, la musica che fa dormire tranquilli, SLEEP; che non è detto non sbarchi anche a Milano o forse Torino, negli stabilimenti FCA, ex FIAT. Un brano lungo una decina di ore, per pochi strumenti, elettronica, brandine pigiami e pubblico, che qui è protagonista.
Anche Anna Gastel, presidente del festival, nel ruolo che fu di Micheli - ma che non sappiamo ancora se sarà altrettanto produttiva - cogliendo al volo la geniale idea di Campogrande, ha fatto coniare l'espressione per la prossima edizione di Mito: 'musica classica ma non la classica musica'. Come a dire: ne vedrete, ascolterete delle belle. Certo non ci fa venire le vertigini come i titoli di Agorà, però la testa ce la fa girare.
Ma prima ancora un'altra rivoluzione, che potrebbe sembrare terza, ma è la prima: il sito non è più lo stesso. C'era da immaginarselo. Dappertutto si fa così, le grandi rivoluzioni sono annunciate da segnali importanti. Anche in RAI la rivoluzione di Campo dall'Orto si annuncia con la soppressione delle annunciatrici. E, nei telegiornali di tutte le sponde, ogni volta che si cambia direzione, tale cambiamento è annunciato dal cambio di studio, grafica e sigla. Che sono poi gli unici cambiamenti riscontrabili ad ogni cambio di direttore.
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domenica 17 gennaio 2016
Mentre in musica, secondo Nicola Campogrande, ci sono 'giochi di lingua melodici', per il Giubileo, a Roma, mancano i cessi
Nicola Campogrande, prima che gli venisse affidata la direzione artistica, alla quale segretamente mirava, del Festival MiTo (un tempo nelle mani di Restagno-Micheli-Colombo), ogni tanto si faceva vivo attraverso i giornali, abbandonato il suo principale impegno di compositore, per regalare al mondo felici e sorprendenti intuizioni. Tale seconda attività, che sembrava essersi attenutata a seguito dell'impegno più recente, non si è esaurita del tutto; ed ora, a commento di tre quadri di Hayez dedicate al bacio ( vedi La Lettura di oggi, 17 gennaio) ed esposti a Milano, ci regala una ulteriore inattesa profondissima sua intuizione. I baci, tutti sappiamo ma Campogrande ce lo ricorda, sono il condimento quasi necessario e continuo della musica; l'amore, ed il bacio che ne è il principale condimento, sono cantati fin dall'antichità e forse lo saranno per l'eternità.
Ma ora c'è dell'altro - rivela Campogrande. C'è di più. Senza fermarci ai ricorrenti 'baci' nei testi di opere e canzoni, il bacio, anche quello erotico, costituisce quasi l'elemento strtturale di molte composizioni musicali, in specie quelle con violino, a causa della voce sinuosa ed appassionata dello strumento. E - infatti- come altro definire il 'dialogo ' fra violino e pianoforte, della 'Sonata n.2' di Prokofiev, se non 'giochi di lingua melodici' ? Campogrande, solo per amor di decenza, non è andato oltre.
Ma ora c'è dell'altro - rivela Campogrande. C'è di più. Senza fermarci ai ricorrenti 'baci' nei testi di opere e canzoni, il bacio, anche quello erotico, costituisce quasi l'elemento strtturale di molte composizioni musicali, in specie quelle con violino, a causa della voce sinuosa ed appassionata dello strumento. E - infatti- come altro definire il 'dialogo ' fra violino e pianoforte, della 'Sonata n.2' di Prokofiev, se non 'giochi di lingua melodici' ? Campogrande, solo per amor di decenza, non è andato oltre.
Se Prokofiev fa giochi anche 'di mani' - perchè gli strumentisti suonano con le mani - oltre che 'di lingua', a Roma si lancia l'allarme per la mancanza di bagni pubblici, non per appartarsi, ma per soddisfare i più elementari bisogni fisici. I quali, più dei giochi di lingua di Campogrande-Prokofiev, hanno bisogno di essere soddisfatti. E così, se non ci ha pensato Tronca - almeno non ci ha pensato ancora - ci hanno pensato alcuni privati romani . Mai intuizione fu più felice e redditizia, molto più felice e redditizia di quella del Campogrande milanese/torinese. Un privato, nei pressi di san Pietro ha inaugurato una ventina di bagni (chimici) in appena 6o metri quadri, per il cui accesso si paga 1 Euro; si soddisfa il bisogno, si scarica e si esce; una semplice invenzione che si è rivelata un vero affare. Sulla scia e sull'esempio dell'accorto improvvisato imprenditore 'del cesso', un altro sta per impiantare in Piazza Rondanini, al piano terra di uno storico palazzo, una fila di bagni.
Chissà che gli affari, se non si riesce a farli con alberghi e ristoranti, all'epoca del Giubileo, non si possano fare con i cessi.
Il Ministero, prontamente informato dello scandalo dei cessi sulle 'terme di Nerone', in Piazza Rondanini, ha chiesto chiarimenti. Franceschini, nessuno lo frega sui tempi delle decisioni, benchè a cose fatte.
Al ministro, purtroppo, è giunta una brutta notizia in queste ore dai vari musei romani ad ingresso gratuito. Le scatole di plexigas poste all'ingresso dei vari musei, per raccogliere OFFERTE dei visitatori, da destinare alla necessità dei musei, sono rimaste praticamente vuote: 50 Euro il bottino di uno, 150 di un altro. Insomma neanche per comprarci la carta igienica per i bagni. E' il frutto del disamore dello Stato nei confronti dei nostri massimi tesori, suibito trasmesso ai cittadini. Perciò se le domeniche dei musei gratis risultano gradite dai cittadini, a giudicare dall'affluenza, non si può che essere contenti, perchè potrebbero significare la rinascita dell'amore e dell'interesse dei cittadini verso i nostri beni storici e culturali.
Il Ministero, prontamente informato dello scandalo dei cessi sulle 'terme di Nerone', in Piazza Rondanini, ha chiesto chiarimenti. Franceschini, nessuno lo frega sui tempi delle decisioni, benchè a cose fatte.
Al ministro, purtroppo, è giunta una brutta notizia in queste ore dai vari musei romani ad ingresso gratuito. Le scatole di plexigas poste all'ingresso dei vari musei, per raccogliere OFFERTE dei visitatori, da destinare alla necessità dei musei, sono rimaste praticamente vuote: 50 Euro il bottino di uno, 150 di un altro. Insomma neanche per comprarci la carta igienica per i bagni. E' il frutto del disamore dello Stato nei confronti dei nostri massimi tesori, suibito trasmesso ai cittadini. Perciò se le domeniche dei musei gratis risultano gradite dai cittadini, a giudicare dall'affluenza, non si può che essere contenti, perchè potrebbero significare la rinascita dell'amore e dell'interesse dei cittadini verso i nostri beni storici e culturali.
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lunedì 14 dicembre 2015
Il buco dell'Opera di Firenze è una voragine
Quando abbiamo letto la relazione del Commissario che amministra e gestisce il fondo per il salvataggio (dai fallimenti) del comparto delle Fondazioni lirico-sinfoniche, ci sono venuti i brividi vedendo che la cifra, in assoluto la più alta, di cui ha bisogno una delle 14 Fondazioni per salvarsi, è quella dell' Opera di Firenze: 34 milioni di Euro. Che devono servire, essendo concessi dallo Stato alle Fondazioni in difficoltà, a coprire il deficit accumulato negli anni, non a pagare nello stesso tempo la cattiva amministrazione che, secondo il Commissario, è da ravvisare in alcuni comportamenti non ancora del tutto in linea con quanto previsto dalla legge, almeno per il periodo del primo semestre 2015, oggetto della sua relazione.
Le fondazione che usufruiscono di tali somme per sanare i debiti pregressi relativi al bilancio ed al patrimonio, se non si mettono in regola entro il 2016, e cioè se non fanno corrispondere attivo e passivo, entrate ed uscite, devono essere dichiarate fallite, chiudere ecc.. con tutte le conseguenze legali di simili situazioni.
Ora l'Opera di Firenze è quella che sembra correre maggiori rischi per il presente ed il futuro.
Adesso a Firenze c'è il commissario, un commissario di fiducia del premier e del suo socio Nardella, e sarebbe davvero il colmo se proprio il teatro toscano - quello nel quale il premier Renzi, s'è allenato a non addormentarsi durante le recite d'opera dei drammoni wagneriani, ai quali l'ha sottoposto Zubin Mehta, negli anni passati,come ha dichiarato pensando di essere spiritoso - risultasse fra i meno virtuosi e fosse costretto a chiudere. Ed a lasciare incompiuto il nuovo teatro, che ha bisogno ancora di una bella manciata di milioni ( 150, se non andiamo errati) per essere terminato, altrimenti si andrebbe ad aggiungere alle già numerose incompiute della storia, nel qual genere il nostro paese vanta un primato mondiale.
E' chiaro che ora il sovrintendente, già commissario di fiducia di Renzi, Bianchi, correrà ai ripari, facendo tesoro anche dei consigli elargiti gratuitamente - non come quella montagna di soldi per ripianare le voragini del debito che comporta il pagamento di interessi seppure agevolati - dal Commissario del Governo attraverso la sua relazione semestrale, pena il fallimento, come abbiamo detto.
Ma come si è giunti a questa situazione? Chi li ha fatti tutti quei debiti? Si può dare la colpa a quella poveretta della Colombo, l'ing. Francesca Colombo, che ha governato il teatro per poco più di un anno, prima di Bianchi, e che appena arrivata fu costretta a dichiarare che non aveva i soldi per pagare gli stipendi, pregando quindi i dipendenti di pazientare per un pò? Certo che no. La colpa è degli amministratori del teatro che si sono succeduti alla gestione commissariale di Nastasi, che a avrebbe messo le cose a posto -altrimenti che commissario del ciufolo è stato? - e che hanno preceduto quella della Colombo, e cioè Francesco Giambrone e Paolo Arcà, sovrintendente il primo, direttore artistico il secondo.
Giambrone, prima e più di Arcà, ha la responsabilità di quel buco madornale, fuori di dubbio. E che ne è stato dopo? Giambrone s'è sfilato appena intravista la possibilità di esser cacciato; Arcà s'è fermato per un po ancora e poi, quando la Colombo stava per abbandonare, in tempo anche lui, è andato a svernare altrove, dicendo che 'aveva altri progetti più interessanti cui dedicarsi'. E poi ?Poi, semplicemente, il sindaco di Palermo, al cui servizio Giambrone ha sempre lavorato, l'ha nominato sovrintendente del Teatro Massimo della capitale dell'isola?
Ora se un amministratore dopo aver male amministrato viene anche premiato ( il caso in Italia è abbastanza frequente, come insegna anche quello recente di Banca Marche, con Bianconi) cosa ci si può attendere in tutta risposta? Che vada a fare buchi o voragini altrove.
Le fondazione che usufruiscono di tali somme per sanare i debiti pregressi relativi al bilancio ed al patrimonio, se non si mettono in regola entro il 2016, e cioè se non fanno corrispondere attivo e passivo, entrate ed uscite, devono essere dichiarate fallite, chiudere ecc.. con tutte le conseguenze legali di simili situazioni.
Ora l'Opera di Firenze è quella che sembra correre maggiori rischi per il presente ed il futuro.
Adesso a Firenze c'è il commissario, un commissario di fiducia del premier e del suo socio Nardella, e sarebbe davvero il colmo se proprio il teatro toscano - quello nel quale il premier Renzi, s'è allenato a non addormentarsi durante le recite d'opera dei drammoni wagneriani, ai quali l'ha sottoposto Zubin Mehta, negli anni passati,come ha dichiarato pensando di essere spiritoso - risultasse fra i meno virtuosi e fosse costretto a chiudere. Ed a lasciare incompiuto il nuovo teatro, che ha bisogno ancora di una bella manciata di milioni ( 150, se non andiamo errati) per essere terminato, altrimenti si andrebbe ad aggiungere alle già numerose incompiute della storia, nel qual genere il nostro paese vanta un primato mondiale.
E' chiaro che ora il sovrintendente, già commissario di fiducia di Renzi, Bianchi, correrà ai ripari, facendo tesoro anche dei consigli elargiti gratuitamente - non come quella montagna di soldi per ripianare le voragini del debito che comporta il pagamento di interessi seppure agevolati - dal Commissario del Governo attraverso la sua relazione semestrale, pena il fallimento, come abbiamo detto.
Ma come si è giunti a questa situazione? Chi li ha fatti tutti quei debiti? Si può dare la colpa a quella poveretta della Colombo, l'ing. Francesca Colombo, che ha governato il teatro per poco più di un anno, prima di Bianchi, e che appena arrivata fu costretta a dichiarare che non aveva i soldi per pagare gli stipendi, pregando quindi i dipendenti di pazientare per un pò? Certo che no. La colpa è degli amministratori del teatro che si sono succeduti alla gestione commissariale di Nastasi, che a avrebbe messo le cose a posto -altrimenti che commissario del ciufolo è stato? - e che hanno preceduto quella della Colombo, e cioè Francesco Giambrone e Paolo Arcà, sovrintendente il primo, direttore artistico il secondo.
Giambrone, prima e più di Arcà, ha la responsabilità di quel buco madornale, fuori di dubbio. E che ne è stato dopo? Giambrone s'è sfilato appena intravista la possibilità di esser cacciato; Arcà s'è fermato per un po ancora e poi, quando la Colombo stava per abbandonare, in tempo anche lui, è andato a svernare altrove, dicendo che 'aveva altri progetti più interessanti cui dedicarsi'. E poi ?Poi, semplicemente, il sindaco di Palermo, al cui servizio Giambrone ha sempre lavorato, l'ha nominato sovrintendente del Teatro Massimo della capitale dell'isola?
Ora se un amministratore dopo aver male amministrato viene anche premiato ( il caso in Italia è abbastanza frequente, come insegna anche quello recente di Banca Marche, con Bianconi) cosa ci si può attendere in tutta risposta? Che vada a fare buchi o voragini altrove.
mercoledì 14 ottobre 2015
NiCa per MiTo: Nicola Campogrande direttore del festival torino-milanese MiTo
A tempo di record, gli assessori alla cultura dei due massimi capoluoghi del nord ( Torino e Milano), e cioè Del Corno e Braccialarghe, hanno nominato il nuovo direttore artistico del Festival Mito per il 2016, che sarà Nicola Campogrande, di primo mestiere compositore, di secondo: commentatore radiofonico ( quello che in questi anni gli ha fruttato di più, anche alla luce di questa ultima nomina, e terzo anche divulgatore, come si deduce dall'ultimo libro (che però non abbiamo ancora letto, ma lo leggeremo).
Campogrande, hanno spiegato, è torinese di nascita e milanese di studi, al Conservatorio di Milano; conosce i media, e lavora molto di fantasia, come ha fatto in occasione dell'Expo, quando ha costruito una serie di variazioni sugli inni nazionali delle nazioni presenti, affidate all'Orchestra Verdi di Milano, che, si spera, dopo l'attenzione riservatagli di derivarne una maggiore presenza nel festival MiTo, dal quale era stata gentilmente tenuta fuori dal trio che l'ha governato in questi anni, e cioè Restagno-Micheli-Colombo, e nel quale sarebbe opportuno che rientri.
I suoi padrini assessori, nel delinearne il cursus honorum, hanno anche ricordato che Campogrande è il direttore artistico della Filarmonica di Torino. Che è? Ah, sì lo sapevamo; in un suo articolo apparso su 'La lettura', a cui collabora, Campogrande aveva parlato di una nuova opera di Azio Corghi commissionata anche dalla sua Filarmonica - lo aveva dichiarato egli stesso, per non attirarsi le critiche sempre pronte quando si vede qualcuno a lavorare troppo 'pro domo sua'.
Comunque Campogrande ora ha la grande occasione di mostrare la sua capacità organizzativa oltre che ideativa, nel programmare un festival che certamente non avrà più a disposizione i fondi di un tempo, nè un raccoglitore di soldi qual era Francesco Micheli, di professione finanziere, con l'hobby di famiglia della musica. E, a detta dei due assessori, il Festival è atteso ad una svolta, perchè non ha più senso che le due città si coalizzino senza travasi di pubblico e senza l'arrivo di pubblico nuovo oltre quello indigeno. E poi, alla luce di quando accaduto nell'estate dell'EXPO, andrebbe anche ripensata l'intera offerta che quest'anno non ha certo usufruito dell'EXPO, come non ne ha usufruito neanche la Scala che, senza pudore ha dichiarato: era meglio se chiudevamo il teatro in agosto. Ora, anche se siamo convinti che i soldi spesi per la musica non siano mai buttati, serve interrogarsi quanto faccia bene una offerta eccessiva in rapporto alla domanda. Crediamo che anche questo sia un problema non da poco che MiTo deve affrontare e risolvere.
L'uscita di scena del terzetto collaudato, era dovuta sicuramente alla nuova situazione economica segnata da finanziamenti ridotti, ed anche agli imprevisti delle prossime elezioni comunali di primavera nei due comuni interessati, specie dopo che il. sindaco di Milano, Pisapia, ha declinato l'invito pressante di tanti, e anche di Renzi, a ripresentarsi.
Tali elementi di incertezza hanno spinto gli assessori ad ancorare immediatamente la prossima edizione del festival. Ora Campogrande può dimostrare se sa fare in un campo per lui totalmente nuovo.
Campogrande, hanno spiegato, è torinese di nascita e milanese di studi, al Conservatorio di Milano; conosce i media, e lavora molto di fantasia, come ha fatto in occasione dell'Expo, quando ha costruito una serie di variazioni sugli inni nazionali delle nazioni presenti, affidate all'Orchestra Verdi di Milano, che, si spera, dopo l'attenzione riservatagli di derivarne una maggiore presenza nel festival MiTo, dal quale era stata gentilmente tenuta fuori dal trio che l'ha governato in questi anni, e cioè Restagno-Micheli-Colombo, e nel quale sarebbe opportuno che rientri.
I suoi padrini assessori, nel delinearne il cursus honorum, hanno anche ricordato che Campogrande è il direttore artistico della Filarmonica di Torino. Che è? Ah, sì lo sapevamo; in un suo articolo apparso su 'La lettura', a cui collabora, Campogrande aveva parlato di una nuova opera di Azio Corghi commissionata anche dalla sua Filarmonica - lo aveva dichiarato egli stesso, per non attirarsi le critiche sempre pronte quando si vede qualcuno a lavorare troppo 'pro domo sua'.
Comunque Campogrande ora ha la grande occasione di mostrare la sua capacità organizzativa oltre che ideativa, nel programmare un festival che certamente non avrà più a disposizione i fondi di un tempo, nè un raccoglitore di soldi qual era Francesco Micheli, di professione finanziere, con l'hobby di famiglia della musica. E, a detta dei due assessori, il Festival è atteso ad una svolta, perchè non ha più senso che le due città si coalizzino senza travasi di pubblico e senza l'arrivo di pubblico nuovo oltre quello indigeno. E poi, alla luce di quando accaduto nell'estate dell'EXPO, andrebbe anche ripensata l'intera offerta che quest'anno non ha certo usufruito dell'EXPO, come non ne ha usufruito neanche la Scala che, senza pudore ha dichiarato: era meglio se chiudevamo il teatro in agosto. Ora, anche se siamo convinti che i soldi spesi per la musica non siano mai buttati, serve interrogarsi quanto faccia bene una offerta eccessiva in rapporto alla domanda. Crediamo che anche questo sia un problema non da poco che MiTo deve affrontare e risolvere.
L'uscita di scena del terzetto collaudato, era dovuta sicuramente alla nuova situazione economica segnata da finanziamenti ridotti, ed anche agli imprevisti delle prossime elezioni comunali di primavera nei due comuni interessati, specie dopo che il. sindaco di Milano, Pisapia, ha declinato l'invito pressante di tanti, e anche di Renzi, a ripresentarsi.
Tali elementi di incertezza hanno spinto gli assessori ad ancorare immediatamente la prossima edizione del festival. Ora Campogrande può dimostrare se sa fare in un campo per lui totalmente nuovo.
venerdì 25 settembre 2015
MiTo distrutto. Il festival Milano-Torino perde le tre teste: MIcheli, Colombo, Restagno. Ma forse non si tratta di 'normale' avvicendamento.
Era ora che qualcosa cambiasse, almeno per la terza, o prima, delle tre teste 'cadute': quella di Enzo Restagno, musicologo, critico musicale, consulennte editoriale, da oltre trent'anni direttore artistico prima del torinese Settembre Musica e poi del fratello gemello milano/torinese MiTo. Il quale Restagno, ha giustificato l' uscita - meditata da tempo (?) - con la sua volontà di dedicarsi agli studi. La Biblioteca nazionale di Parigi l'attende per studiare Debussy. A 74 anni, quanti ne ho - ha dichiarato - val la pena cambiar vita, se la salute ci assiste.
Ed ha ragione. Magari avrebbe dovuto pensarci al cambio di vita anche prima, molto prima, perchè la permanenza alla guida di una istituzione o manifestazione per una trentina d'anni è sinceramente troppo. Torino in fatto di longevità ai vertici delle istituzioni, almeno quelle musicali che conosciamo, non vanta il solo primato di Restagno, c'è Vergnano che farà prossimamente vent'anni da quando sovrintende al Regio, ed anche - si parva licet... - Pugliaro che all'Unione musicale ci sta da prima che noi fossimo nati.
Aggiungere che alcuni di questi direttori artistici a vita, hanno nel frattempo e contemporaneamente fatto anche i giornalisti ed hanno, nel caso di Restagno, lavorato, sempre contemporaneamente, anche per una casa editrice musicale, Ricordi, per nulla interessata alla programmazione del Restagno direttore artistico, sembra particolare di poco conto ma che rappresenta un conflitto grande quanto una casa. Superato e reso innocuo dalla integrità professionale e morale dell' interessato, va da sè. E comunque noi lo diciamo per prevenire le malelingue sempre pronte ad accusare anche persone le più integerrime.
MiTo dunque, per tornare al nostro festival, è stato decapitato, in un sol colpo, del burattinaio amoroso, animatore acutissimo ed elemosiniere ascoltato, qual è stato Micheli; della mente, Restagno, e del braccio operativo, l'ing. Francesca Colombo che, dopo aver terminato ingloriosamente l'esperienza fiorentina, si è accasata a Cremona ed ora sta per sbarcare a Bologna a capo del Mast, porto più sicuro dell'infida Milano dove, cessato l'Expo, comincerà la guerra dei lunghi coltelli.
Che forse è ciò che temevano i tre di MiTo, quando hanno preso la saggia decisione di lasciare 'gloriosamente' e prima che qualcuno metta a fuoco e fiamme la cultura della capitale lombarda. Dove le prossime elezioni già agitano le acque e non solo dei navigli.
La decurtazione, anzi il dimezzamento dei finanziamenti da parte delle due municipalità, potrebbe essere una concausa, dal momento che ha certamente creato nuovi grattacapi all'eccellente elemosiniere che forse fa lo stesso mestiere anche all'interno del CDA della Scala. Va bene che sono un banchiere - avrebbe sbottato Micheli - e so dove sono i soldi, ma non potete tutti venire da me chiedendomi di procurarvene sempre di più. Non sono fra Cristoforo, anche se resto pur sempre uno che sa far soldi e questo fa.
A questo punto i due sindaci sperano di poter trovare dei sostituti all'altezza; e forse senza andare tanto lontani, uno almeno potrebbero trovarlo in casa (il direttore artistico del festival che prima è stato torinese ora potrebbe essere milanese): Filippo Del Corno, assessore a Milano, in scadenza, che potrebbe coronare la sua carriera politica con un incarico artistico. E non sarebbe la prima volta: a Palermo, a Giambrone, mettendosi alle costole del sindaco amico, Leoluca Orlando, è riuscito ben due volte di fare la stesa strada che dal Comune lo ha portato al Teatro Massimo.
Chissà se il fin troppo evidente spreco di denaro pubblico, anche con MiTo, a Milano, dove già la Scala s'è pentita di essere rimasta sempre aperta, per spettatori che non sono arrivati, avendole preferito la fiera dell'EXPO, non abbia giocato un ruolo in questa decisione che, seppure tutti tentano di darla per normale avvicendamento - il che è anche giusto - nasconde sicuramente una frattura traumatica, come tutti hanno supposto, senza che nessuno però si sia spinto ad esaminarne cause ed elementi. E tanto meno siamo in grado di farlo noi che non frequentiamo salotti e sedi di partito dove queste decisioni vengono prese.
Ed ha ragione. Magari avrebbe dovuto pensarci al cambio di vita anche prima, molto prima, perchè la permanenza alla guida di una istituzione o manifestazione per una trentina d'anni è sinceramente troppo. Torino in fatto di longevità ai vertici delle istituzioni, almeno quelle musicali che conosciamo, non vanta il solo primato di Restagno, c'è Vergnano che farà prossimamente vent'anni da quando sovrintende al Regio, ed anche - si parva licet... - Pugliaro che all'Unione musicale ci sta da prima che noi fossimo nati.
Aggiungere che alcuni di questi direttori artistici a vita, hanno nel frattempo e contemporaneamente fatto anche i giornalisti ed hanno, nel caso di Restagno, lavorato, sempre contemporaneamente, anche per una casa editrice musicale, Ricordi, per nulla interessata alla programmazione del Restagno direttore artistico, sembra particolare di poco conto ma che rappresenta un conflitto grande quanto una casa. Superato e reso innocuo dalla integrità professionale e morale dell' interessato, va da sè. E comunque noi lo diciamo per prevenire le malelingue sempre pronte ad accusare anche persone le più integerrime.
MiTo dunque, per tornare al nostro festival, è stato decapitato, in un sol colpo, del burattinaio amoroso, animatore acutissimo ed elemosiniere ascoltato, qual è stato Micheli; della mente, Restagno, e del braccio operativo, l'ing. Francesca Colombo che, dopo aver terminato ingloriosamente l'esperienza fiorentina, si è accasata a Cremona ed ora sta per sbarcare a Bologna a capo del Mast, porto più sicuro dell'infida Milano dove, cessato l'Expo, comincerà la guerra dei lunghi coltelli.
Che forse è ciò che temevano i tre di MiTo, quando hanno preso la saggia decisione di lasciare 'gloriosamente' e prima che qualcuno metta a fuoco e fiamme la cultura della capitale lombarda. Dove le prossime elezioni già agitano le acque e non solo dei navigli.
La decurtazione, anzi il dimezzamento dei finanziamenti da parte delle due municipalità, potrebbe essere una concausa, dal momento che ha certamente creato nuovi grattacapi all'eccellente elemosiniere che forse fa lo stesso mestiere anche all'interno del CDA della Scala. Va bene che sono un banchiere - avrebbe sbottato Micheli - e so dove sono i soldi, ma non potete tutti venire da me chiedendomi di procurarvene sempre di più. Non sono fra Cristoforo, anche se resto pur sempre uno che sa far soldi e questo fa.
A questo punto i due sindaci sperano di poter trovare dei sostituti all'altezza; e forse senza andare tanto lontani, uno almeno potrebbero trovarlo in casa (il direttore artistico del festival che prima è stato torinese ora potrebbe essere milanese): Filippo Del Corno, assessore a Milano, in scadenza, che potrebbe coronare la sua carriera politica con un incarico artistico. E non sarebbe la prima volta: a Palermo, a Giambrone, mettendosi alle costole del sindaco amico, Leoluca Orlando, è riuscito ben due volte di fare la stesa strada che dal Comune lo ha portato al Teatro Massimo.
Chissà se il fin troppo evidente spreco di denaro pubblico, anche con MiTo, a Milano, dove già la Scala s'è pentita di essere rimasta sempre aperta, per spettatori che non sono arrivati, avendole preferito la fiera dell'EXPO, non abbia giocato un ruolo in questa decisione che, seppure tutti tentano di darla per normale avvicendamento - il che è anche giusto - nasconde sicuramente una frattura traumatica, come tutti hanno supposto, senza che nessuno però si sia spinto ad esaminarne cause ed elementi. E tanto meno siamo in grado di farlo noi che non frequentiamo salotti e sedi di partito dove queste decisioni vengono prese.
lunedì 31 agosto 2015
Milano, alla stessa maniera con cui Salvini si rivolta contro i migranti, si rivolta contro la musica che la sta invadendo. Arriva il festival MiTo, si salvi chi può.
A Milano non ce la fanno più.' Pace pace', 'silenzio, silenzio' vanno sussurrando cortei improvvisati di cittadini, in uscita dall'Expo che hanno appena visitato e diretti alla Scala, dove però non intendono entrare, e si fermano a manifestare nel piazzale antistante.
L'aveva capito anche Pereira, dopo le prime settimane dell'Expo, che Milano e la Scala non potevano trarre il beneficio sperato dall'Expo e che la programmazione 'intensiva' musicale ed operistica del teatro, era stato un errore madornale (suo o di Lissner?). La sala del Piermarini non era piena come al solito, anche quando suonavano orchestre blasonate, che da tempo non si ascoltavano a Milano, in tale sequenza fittissima, o si rappresentavano titoli del repertorio operistico amatissimi. Aver voluto tenere aperto il teatro anche tutto agosto costituiva un dispendio economico e di energie umane inutile e infruttuoso. Meglio sarebbe stato chiudere il teatro d'agosto e mandare tutti - come salutare - in vacanza. Questo in sostanza aveva detto Pereria, e non c'è motivo per non credergli; che motivo avrebbe a chiudere gli occhi su una realtà diversa?
Ora, nel mese di settembre, a questa ondata soffocante di musica - la musica non soffoca mai, va da sè, ma quando è troppo è troppo !- se ne aggiunge una seconda, addirittura più invasiva della prima alla quale si aggiunge e sovrappone, una sorta di tsunami sonoro, con la programmazione di MiTo, il festival che intreccia Milano e Torino e intreccia pure Micheli & Colombo a Restagno.
I giornali, a pagamento, si sono sgolati a farci sapere che la programmazione è di quelle che non lasciano scampo: 180 'eventi' - il termine 'concerto' vi è bandito per principio - in un mese circa, con diversi luoghi contemporaneamente coinvolti nella programmazione.
Che motivo c'era di fare una controprogrammazione - perchè di controprogrammazione si tratta, che fa concorrenza aperta anche alla Scala - alla musica, già molto presente, causa Expo, a Milano? Non si poteva limitarla al minimo per quest'anno, finanche saltare una edizione di MiTo per far riposare anche le orecchie dei poveri milanesi e dei turisti che visitano Milano in questo periodo più per l'Expo che per la Scala, e non profittano della presenza della Scala, per assistervi ad una rappresentazione?
MiTo della premiata ditta Micheli & Colombo e C. ha invitato anche le due più importanti orchestre di San Pietroburgo, rappresentate da due diverse agenzie, la Filarmonica con il suo direttore, Temirkanov, e quella del Marijnski con Gergiev, nell'intento di riprodurre anche fuori la città d'origine e residenza, l'antagonismo che le due istituzioni covano ed alimentano a casa.
E' vero, allora, che in Italia ci sono casi ( e sono tanti) dove i soldi, anche quelli necessari mancano, ed altri in cui ve ne sono in abbondanza e perciò ci si può permettere il lusso di sprecarli impegnandoli in operazioni inutili. Che è come gettarli dalla finestra o nel cestino delle cartacce, se a Milano c'è la differenziata.
L'aveva capito anche Pereira, dopo le prime settimane dell'Expo, che Milano e la Scala non potevano trarre il beneficio sperato dall'Expo e che la programmazione 'intensiva' musicale ed operistica del teatro, era stato un errore madornale (suo o di Lissner?). La sala del Piermarini non era piena come al solito, anche quando suonavano orchestre blasonate, che da tempo non si ascoltavano a Milano, in tale sequenza fittissima, o si rappresentavano titoli del repertorio operistico amatissimi. Aver voluto tenere aperto il teatro anche tutto agosto costituiva un dispendio economico e di energie umane inutile e infruttuoso. Meglio sarebbe stato chiudere il teatro d'agosto e mandare tutti - come salutare - in vacanza. Questo in sostanza aveva detto Pereria, e non c'è motivo per non credergli; che motivo avrebbe a chiudere gli occhi su una realtà diversa?
Ora, nel mese di settembre, a questa ondata soffocante di musica - la musica non soffoca mai, va da sè, ma quando è troppo è troppo !- se ne aggiunge una seconda, addirittura più invasiva della prima alla quale si aggiunge e sovrappone, una sorta di tsunami sonoro, con la programmazione di MiTo, il festival che intreccia Milano e Torino e intreccia pure Micheli & Colombo a Restagno.
I giornali, a pagamento, si sono sgolati a farci sapere che la programmazione è di quelle che non lasciano scampo: 180 'eventi' - il termine 'concerto' vi è bandito per principio - in un mese circa, con diversi luoghi contemporaneamente coinvolti nella programmazione.
Che motivo c'era di fare una controprogrammazione - perchè di controprogrammazione si tratta, che fa concorrenza aperta anche alla Scala - alla musica, già molto presente, causa Expo, a Milano? Non si poteva limitarla al minimo per quest'anno, finanche saltare una edizione di MiTo per far riposare anche le orecchie dei poveri milanesi e dei turisti che visitano Milano in questo periodo più per l'Expo che per la Scala, e non profittano della presenza della Scala, per assistervi ad una rappresentazione?
MiTo della premiata ditta Micheli & Colombo e C. ha invitato anche le due più importanti orchestre di San Pietroburgo, rappresentate da due diverse agenzie, la Filarmonica con il suo direttore, Temirkanov, e quella del Marijnski con Gergiev, nell'intento di riprodurre anche fuori la città d'origine e residenza, l'antagonismo che le due istituzioni covano ed alimentano a casa.
E' vero, allora, che in Italia ci sono casi ( e sono tanti) dove i soldi, anche quelli necessari mancano, ed altri in cui ve ne sono in abbondanza e perciò ci si può permettere il lusso di sprecarli impegnandoli in operazioni inutili. Che è come gettarli dalla finestra o nel cestino delle cartacce, se a Milano c'è la differenziata.
martedì 27 gennaio 2015
L'italietta dura a morire
L'altro giorno sul sito di Luigi Boschi ( Parma) un lungo articolo segnalava l'ennesimo imbroglio del ministero di Franceschini, relativamente al FUS, a causa del quale, una quota non irrilevante viene ora elargita dal ministero ( NASTASIIIIIIIIIIII1) secondo criteri qualitativi apparentemente oggettivi, realmente alla mercé del Ministero medesimo che valuta qualità, ma prima ancora schieramenti, amicizie ecc... complice la cosiddetta Commissione centrale Musica (Toniolo, Licalsi, Colasanti) della quale più di una volta abbiamo segnalato, da una parte la non profonda conoscenza della materia, e dall'altra l'assoluta dipendenza da Nastasi che l'ha nominata, chiedendone preventivamente obbedienza gesuitica 'perinde ac cadaver'. Da tali criteri risultano premiati per 'produttività' teatri che stanno chiusi 300 giorni su 365 e via tacendo....
Giunge ora una notizia inquietante da uno dei teatri che si vuole rimesso in riga, quello di Firenze, il 'teatro del principe', affidato ad un suo funzionario, un banchiere dalla cui famiglia il principe ha attinto più d'una forza lavoro. La notizia è che ' a causa di uno sciopero indetto per il giorno... dalle 20 alle 21. la recita di .... prevista per le 20.30, potrà subire qualche ritardo nell'ora di inizio.
Ora da Firenze, dopo l'uscita della Colombo le cose, a detta della corte del principe, sembravano essersi messe a posto, gli stipendi pagati ecc... ( mancano solo un pò di milioni per completare la faraonica nuova sede del teatro). E allora perché lo sciopero? E soprattutto perché a subirne gli effetti deve essere il pubblico che paga il biglietto, con i cui ricavi si pagano anche gli stipendi? Non sembri un discorso superficiale. Occorre cambiare mentalità.
Come mentalità devono cambiare anche quei pochi delegati CGIL che, il prossimo primo maggio, vorrebbero far saltare alla Scala la prima di 'Turandot', in coincidenza con l'apertura dell'EXPO, quando migliaia di altri lavoratori milanesi di ogni settore saranno impegnati per l'apertura della esposizione milanese. e solo quella decina di delegati sente l'imperativo morale di partecipare, invece, alle manifestazioni per la festa dei lavoratori. Sembra una burla ordita dalla Camusso.
E, infine, l'Italietta di sempre che è dura a morire. A Davos, dove si sono riuniti i grandi del mondo, concerto di Andrea Bocelli. All'inaugurazione dell'EXPO di Milano, concerto di Andrea Bocelli. Alla chiusura del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, concerto di Bocelli? No, concerto dei Solisti veneti diretti da Scimone. E non si sa qual è peggio; ma ambedue dipingono alla perfezione l'Italietta, agli occhi del mondo e per colpa di quelli che ci comandano.
Giunge ora una notizia inquietante da uno dei teatri che si vuole rimesso in riga, quello di Firenze, il 'teatro del principe', affidato ad un suo funzionario, un banchiere dalla cui famiglia il principe ha attinto più d'una forza lavoro. La notizia è che ' a causa di uno sciopero indetto per il giorno... dalle 20 alle 21. la recita di .... prevista per le 20.30, potrà subire qualche ritardo nell'ora di inizio.
Ora da Firenze, dopo l'uscita della Colombo le cose, a detta della corte del principe, sembravano essersi messe a posto, gli stipendi pagati ecc... ( mancano solo un pò di milioni per completare la faraonica nuova sede del teatro). E allora perché lo sciopero? E soprattutto perché a subirne gli effetti deve essere il pubblico che paga il biglietto, con i cui ricavi si pagano anche gli stipendi? Non sembri un discorso superficiale. Occorre cambiare mentalità.
Come mentalità devono cambiare anche quei pochi delegati CGIL che, il prossimo primo maggio, vorrebbero far saltare alla Scala la prima di 'Turandot', in coincidenza con l'apertura dell'EXPO, quando migliaia di altri lavoratori milanesi di ogni settore saranno impegnati per l'apertura della esposizione milanese. e solo quella decina di delegati sente l'imperativo morale di partecipare, invece, alle manifestazioni per la festa dei lavoratori. Sembra una burla ordita dalla Camusso.
E, infine, l'Italietta di sempre che è dura a morire. A Davos, dove si sono riuniti i grandi del mondo, concerto di Andrea Bocelli. All'inaugurazione dell'EXPO di Milano, concerto di Andrea Bocelli. Alla chiusura del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, concerto di Bocelli? No, concerto dei Solisti veneti diretti da Scimone. E non si sa qual è peggio; ma ambedue dipingono alla perfezione l'Italietta, agli occhi del mondo e per colpa di quelli che ci comandano.
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giovedì 6 novembre 2014
De minimis non curat musicus, sia egli professionista o critico. Noterella a margine di un articolo del Corriere della Sera
Un articolo del Corriere di ieri, a firma Enrico Girardi, ci ha confermato in una nostra vecchia, vecchissima convinzione e cioè che ai critici o ai musicisti di professione, salvo i casi in cui sono toccati in prima persona, non piace intervenire su questioncine di poco peso del nostro mondo musicale, come ad esempio le storie riguardanti la Scala di Lissner-Pereira o le vicende dell'Opera di Roma. Questa croce la buttano, solitamente, sulle spalle dei cronisti, non addentro alle cose musicali e quindi più soggetti a ripetute cantonate, inesattezze e luoghi comuni come quelli, ripetuti fino alla noia in queste ultime settimane, delle strane indennità di cui gli strumentisti delle fondazioni liriche godrebbero ancora.
Girardi si occupa della 'maxima quaestio' dell'uscita del cofanetto discografico con le Sonate di Beethoven finalmente completate da Pollini, ma poi le dichiarazioni del pianista sull'Opera di Roma e sulle Fondazioni liriche in generale, a lui non interessano neanche per un momento. In questo caso non fa uno sproloquio neanche sulle Sonate di Beethoven, che in altra occasione e con maggior spazio avrebbe fatto - come se quelle sonate fossero una novità e non fossero già arcinote ai lettori dei giornali, ai frequentatori delle sale da concerto ed, infine, anche agli acquirenti di dischi, ai quali tutti Girardi non avrebbe potuto dire nulla di nuovo che non sia stato già detto e scritto da ben più autorevoli esegeti o commentatori.
E Girardi non è il solo a pensarla in questa maniera nella classificazione di 'minima' e 'maxima' cui dedicarsi, perché allineato perfettamente con quanto pensa e fa la totalità dei critici musicali italiani, riuniti in associazione 'silente', presieduta da Angelo Foletto da secoli, come prima anche da Duilio Courir, ma che troppo frequentemente fa affari con le grandi istituzioni musicali italiani, con conferenze, presentazioni, scritti nei programmi di sala e nelle pagine 'eventi' di molti giornali, ed anche con il 'Premio Abbiati' che distribuisce buoni e cattivi voti a questo e quello.
L'ultima volta che ha preso una posizione, la benemerita silente associazione, è stato nella querelle fra Isotta e Lissner, per l'uscita di scena di Susanna Colombo dalla direzione dell'ufficio stampa del Comunale di Firenze e nell'allontanamento di Cognata dalla sovrintendenza del Massimo di Palermo, da parte di Giambrone fratello, cioè Francesco, fratello del politico, per andarci lui. A tal proposito a noi venne all'epoca un cattivo pensiero. Si sapeva della calorosa accoglienza che il teatro siciliano aveva sempre fatto ai critici; con il commissario gli stessi critici forse temettero che quella accoglienza fosse ridimensionata e perciò intervennero?
Nel silenzio generale di musicisti e critici hanno sciolto negli ultimi anni quattro orchestre formate prevalentemente da giovani ( Orchestra giovanile di Santa Cecilia, epoca Berio, Orchestra del Lazio, Orchestra sinfonica di Roma, Orchestra Mozart), ed ora si stava tentando di dare un duro colpo alle orchestre delle fondazioni liriche con il 'caso Roma'. Che altro e di più grave deve accadere perché si sveglino?
Girardi si occupa della 'maxima quaestio' dell'uscita del cofanetto discografico con le Sonate di Beethoven finalmente completate da Pollini, ma poi le dichiarazioni del pianista sull'Opera di Roma e sulle Fondazioni liriche in generale, a lui non interessano neanche per un momento. In questo caso non fa uno sproloquio neanche sulle Sonate di Beethoven, che in altra occasione e con maggior spazio avrebbe fatto - come se quelle sonate fossero una novità e non fossero già arcinote ai lettori dei giornali, ai frequentatori delle sale da concerto ed, infine, anche agli acquirenti di dischi, ai quali tutti Girardi non avrebbe potuto dire nulla di nuovo che non sia stato già detto e scritto da ben più autorevoli esegeti o commentatori.
E Girardi non è il solo a pensarla in questa maniera nella classificazione di 'minima' e 'maxima' cui dedicarsi, perché allineato perfettamente con quanto pensa e fa la totalità dei critici musicali italiani, riuniti in associazione 'silente', presieduta da Angelo Foletto da secoli, come prima anche da Duilio Courir, ma che troppo frequentemente fa affari con le grandi istituzioni musicali italiani, con conferenze, presentazioni, scritti nei programmi di sala e nelle pagine 'eventi' di molti giornali, ed anche con il 'Premio Abbiati' che distribuisce buoni e cattivi voti a questo e quello.
L'ultima volta che ha preso una posizione, la benemerita silente associazione, è stato nella querelle fra Isotta e Lissner, per l'uscita di scena di Susanna Colombo dalla direzione dell'ufficio stampa del Comunale di Firenze e nell'allontanamento di Cognata dalla sovrintendenza del Massimo di Palermo, da parte di Giambrone fratello, cioè Francesco, fratello del politico, per andarci lui. A tal proposito a noi venne all'epoca un cattivo pensiero. Si sapeva della calorosa accoglienza che il teatro siciliano aveva sempre fatto ai critici; con il commissario gli stessi critici forse temettero che quella accoglienza fosse ridimensionata e perciò intervennero?
Nel silenzio generale di musicisti e critici hanno sciolto negli ultimi anni quattro orchestre formate prevalentemente da giovani ( Orchestra giovanile di Santa Cecilia, epoca Berio, Orchestra del Lazio, Orchestra sinfonica di Roma, Orchestra Mozart), ed ora si stava tentando di dare un duro colpo alle orchestre delle fondazioni liriche con il 'caso Roma'. Che altro e di più grave deve accadere perché si sveglino?
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lunedì 21 aprile 2014
Il rito delle multiinaugurazioni, inutile e costoso.
A Firenze come a Roma. Nel dicembre 2011 la prima inaugurazione, con Francesca Colombo sovrintendente. Poi riaperto il cantiere, si tornò al vecchio Teatro Comunale. L'Opera di Firenze non era ancora agibile.
All'inizio del prossimo mese, nuova, seconda inaugurazione dell'Opera di Firenze, con un gala non più solo 'concertistico', ma con un piatto misto di melodramma (Tosca, Otello) e balletto ( torna a danzare, dopo un pentimento durato qualche tempo, Alessandra Ferri). Poi dopo il nuovo bagno di folla di Renzi, e del nuovo commissario del teatro, suo strettissimo sodale, Bianchi, e della seconda inaugurazione de l'Opera di Firenze, si torna al vecchio Comunale , fino al prossimo novembre, quando ci sarà una terza inaugurazione con il Falstaff diretto da Mehta (che sembra agli sgoccioli come direttore musicale dell'orchestra del teatro, alla soglia degli ottant'anni; suo probabile successore Gatti) e con la regia di Ronconi. Sindaco della città non è più Renzi, ma potrebbe essere Nardella e non sappiamo se commissario sarà ancora Bianchi o ne arriverà un altro, oppure si tornerà ad avere un sovrintendente, a teatro 'nuovo nell'edificio' e 'risanato nelle finanze'.
Poi dopo questa terza inaugurazione, l'Opera di Firenze tornerà ad essere cantiere, per la quarta e, si spera, ultima inaugurazione, che dovrebbe avvenire alla fine del 2015. Finora quattro inaugurazioni, ma non è detto che la quarta sia quella definitiva. A che servono tante inaugurazioni, una dopo l'altra, del medesimo edificio? E a chi, eventualmente?
Firenze non insegna nulla di nuovo. Anche Roma seguì la stessa tecnica all'atto di inaugurare l'Auditorium costruito da Renzo Piano. In verità lo fece anche Venezia, per la Fenice ricostruita, ma lì di inaugurazione ve ne furono solo due, la prima con una serie di concerti sinfonici e il primo 'Concerto di Capodanno da Venezia' (contro la cui prosecuzione ha fiatato recentemente anche una pulce, un tempo famosa perché recensiva concerti senza andarci!), poi, a distanza di meno di un anno, la reinaugurazione del teatro, con una Traviata diretta da Maazel e con la regia di Carsen che ancora viene riproposta con identico successo di pubblico.
A Roma, epoca Veltroni l'americano, le inaugurazioni furono tre. Prima la sala Sinopoli, poi la sala grande e poi, ripresi i lavori, Santa Cecilia si trasferì definitivamente , nel giro di un anno e mezzo dalla prima inaugurazione, nel nuovo auditorium. Erano gli anni della (spregiudicata) sovrintendenza di Berio, e la seconda inaugurazione, sancì la rottura definitiva fra il compositore ed il direttore Chung, a causa della inaugurazione della sala grande, battezzata 'Santa Cecilia', del dicembre 2012. Berio, già ammalato in quel periodo, ebbe parecchi contrasti con Roma; ma si sa che a lui non importava nulla del resto del mondo, credeva solo a se stesso.
In tutti i casi, a che servono tante inaugurazioni? Servono, almeno o forse soltanto, a mantenere viva l'attesa e l'attenzione generale sulle nuove sale o sui nuovi teatri. Perchè, si sa, in Italia gli incompiuti architettonici sono molto più numerosi dei manufatti completi ed agibili.
Ma servono soprattutto a chi governa le città o a chi siede al ministero, sebbene in quest'ultimo caso le figure che hanno occupato la poltrona di piazza del Collegio romano, siano state sbiadite ma non dal sole,bensì dalla loro inconsistenza inefficienza ed incapacità; e perciò a nulla sarebbero servite per la loro immagine.
Non sappiamo a Firenze, ma a Roma, ricordiamo bene quelle esaltanti giornate inaugurali, durante le quali Veltroni, ma anche Gianni Letta, sottosegretario di Berlusconi, non mollarono mai neppure per un solo istante la loro poltrona in sala. Sembrarono tutti convertiti alla musica - lo diciamo per Veltroni, perchè Letta segue i concerti ( mai che fosse venuto in mente a Berlusconi di fare un salto all'Auditorium; lui no, si contentava di mandarci Letta, mentre pensava ad altri spettacoli ed in altri luoghi, perchè una sala da concerto o un teatro non è mai stata roba per lui).
Veltroni si prese tutto il merito del lavoro di altri, si trovò cioè l'Auditorium bell'e fatto, si potrebbe dire. Comunque fu all'altezza della situazione. Finite le inaugurazioni, di Veltroni nelle sale da concerto dell'Auditorium, neanche più l'ombra, in questi ultimi dieci anni.
Ma certo quelle inaugurazioni giovarono alla sua carriera politica, anche se poi finì tutto. Veltroni era noto , all'epoca, per il suo impegno giornaliero di sindaco inaugurante. Si raccontava, ironicamente, come ogni mattina giunto al Campidoglio, non domandasse mai l'ordine dei lavori in ufficio, bensì il calendario delle inaugurazioni giornaliere da presenziare.
E Alemanno, che inaugura più volte il cosiddetto 'Ponte della Musica', altra inutile dispendiosa idea veltronianna, al punto che per una ulteriore inaugurazione pensa di intitolarlo ad un musicista romano ( Trovajoli) che nessuno o quasi nel mondo conosce, ma che a Roma aveva amici e seguito e perciò poteva assicurare alla sua traballante poltrona comunale, qualche puntello, dopo i vergognosi flop delle puttane tolte dalla strada (per finta), e dei quattro fiocchi di neve che paralizzarono Roma? Sul ridisegno della toponomastica cittadina ebbe al suo fianco il celebre Mollicone, a capo della Commissione cultura, sul quale anche Riccardo Muti, tirato in ballo, non seppe trattenersi dall'ironizzare ( 'a Roma conosco solo Morricone!)
Perchè sia chiaro, se il nostro paese non ha mai avuto rispetto della sua cultura, del suo passato è semplicemente perchè non ha mai avuto governanti sinceramente convinti che il futuro dell'Italia sta proprio nel rispetto, custodia e valorizzazione del suo passato, che è preludio alla creatività presente e futura.. E Renzi e Franceschini?
All'inizio del prossimo mese, nuova, seconda inaugurazione dell'Opera di Firenze, con un gala non più solo 'concertistico', ma con un piatto misto di melodramma (Tosca, Otello) e balletto ( torna a danzare, dopo un pentimento durato qualche tempo, Alessandra Ferri). Poi dopo il nuovo bagno di folla di Renzi, e del nuovo commissario del teatro, suo strettissimo sodale, Bianchi, e della seconda inaugurazione de l'Opera di Firenze, si torna al vecchio Comunale , fino al prossimo novembre, quando ci sarà una terza inaugurazione con il Falstaff diretto da Mehta (che sembra agli sgoccioli come direttore musicale dell'orchestra del teatro, alla soglia degli ottant'anni; suo probabile successore Gatti) e con la regia di Ronconi. Sindaco della città non è più Renzi, ma potrebbe essere Nardella e non sappiamo se commissario sarà ancora Bianchi o ne arriverà un altro, oppure si tornerà ad avere un sovrintendente, a teatro 'nuovo nell'edificio' e 'risanato nelle finanze'.
Poi dopo questa terza inaugurazione, l'Opera di Firenze tornerà ad essere cantiere, per la quarta e, si spera, ultima inaugurazione, che dovrebbe avvenire alla fine del 2015. Finora quattro inaugurazioni, ma non è detto che la quarta sia quella definitiva. A che servono tante inaugurazioni, una dopo l'altra, del medesimo edificio? E a chi, eventualmente?
Firenze non insegna nulla di nuovo. Anche Roma seguì la stessa tecnica all'atto di inaugurare l'Auditorium costruito da Renzo Piano. In verità lo fece anche Venezia, per la Fenice ricostruita, ma lì di inaugurazione ve ne furono solo due, la prima con una serie di concerti sinfonici e il primo 'Concerto di Capodanno da Venezia' (contro la cui prosecuzione ha fiatato recentemente anche una pulce, un tempo famosa perché recensiva concerti senza andarci!), poi, a distanza di meno di un anno, la reinaugurazione del teatro, con una Traviata diretta da Maazel e con la regia di Carsen che ancora viene riproposta con identico successo di pubblico.
A Roma, epoca Veltroni l'americano, le inaugurazioni furono tre. Prima la sala Sinopoli, poi la sala grande e poi, ripresi i lavori, Santa Cecilia si trasferì definitivamente , nel giro di un anno e mezzo dalla prima inaugurazione, nel nuovo auditorium. Erano gli anni della (spregiudicata) sovrintendenza di Berio, e la seconda inaugurazione, sancì la rottura definitiva fra il compositore ed il direttore Chung, a causa della inaugurazione della sala grande, battezzata 'Santa Cecilia', del dicembre 2012. Berio, già ammalato in quel periodo, ebbe parecchi contrasti con Roma; ma si sa che a lui non importava nulla del resto del mondo, credeva solo a se stesso.
In tutti i casi, a che servono tante inaugurazioni? Servono, almeno o forse soltanto, a mantenere viva l'attesa e l'attenzione generale sulle nuove sale o sui nuovi teatri. Perchè, si sa, in Italia gli incompiuti architettonici sono molto più numerosi dei manufatti completi ed agibili.
Ma servono soprattutto a chi governa le città o a chi siede al ministero, sebbene in quest'ultimo caso le figure che hanno occupato la poltrona di piazza del Collegio romano, siano state sbiadite ma non dal sole,bensì dalla loro inconsistenza inefficienza ed incapacità; e perciò a nulla sarebbero servite per la loro immagine.
Non sappiamo a Firenze, ma a Roma, ricordiamo bene quelle esaltanti giornate inaugurali, durante le quali Veltroni, ma anche Gianni Letta, sottosegretario di Berlusconi, non mollarono mai neppure per un solo istante la loro poltrona in sala. Sembrarono tutti convertiti alla musica - lo diciamo per Veltroni, perchè Letta segue i concerti ( mai che fosse venuto in mente a Berlusconi di fare un salto all'Auditorium; lui no, si contentava di mandarci Letta, mentre pensava ad altri spettacoli ed in altri luoghi, perchè una sala da concerto o un teatro non è mai stata roba per lui).
Veltroni si prese tutto il merito del lavoro di altri, si trovò cioè l'Auditorium bell'e fatto, si potrebbe dire. Comunque fu all'altezza della situazione. Finite le inaugurazioni, di Veltroni nelle sale da concerto dell'Auditorium, neanche più l'ombra, in questi ultimi dieci anni.
Ma certo quelle inaugurazioni giovarono alla sua carriera politica, anche se poi finì tutto. Veltroni era noto , all'epoca, per il suo impegno giornaliero di sindaco inaugurante. Si raccontava, ironicamente, come ogni mattina giunto al Campidoglio, non domandasse mai l'ordine dei lavori in ufficio, bensì il calendario delle inaugurazioni giornaliere da presenziare.
E Alemanno, che inaugura più volte il cosiddetto 'Ponte della Musica', altra inutile dispendiosa idea veltronianna, al punto che per una ulteriore inaugurazione pensa di intitolarlo ad un musicista romano ( Trovajoli) che nessuno o quasi nel mondo conosce, ma che a Roma aveva amici e seguito e perciò poteva assicurare alla sua traballante poltrona comunale, qualche puntello, dopo i vergognosi flop delle puttane tolte dalla strada (per finta), e dei quattro fiocchi di neve che paralizzarono Roma? Sul ridisegno della toponomastica cittadina ebbe al suo fianco il celebre Mollicone, a capo della Commissione cultura, sul quale anche Riccardo Muti, tirato in ballo, non seppe trattenersi dall'ironizzare ( 'a Roma conosco solo Morricone!)
Perchè sia chiaro, se il nostro paese non ha mai avuto rispetto della sua cultura, del suo passato è semplicemente perchè non ha mai avuto governanti sinceramente convinti che il futuro dell'Italia sta proprio nel rispetto, custodia e valorizzazione del suo passato, che è preludio alla creatività presente e futura.. E Renzi e Franceschini?
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sabato 15 marzo 2014
Alberto Triola. Che mestiere fa?
Alberto Triola, per molti anni nello staff artistico del Teatro alla Scala, si capisce che ha studiato da direttore artistico. Gli incarichi ricoperti nel frattempo - visto che l'ambito traguardo non l'ha ancora raggiunto, per lo meno quello desiderato (di recente s'è fatto il suo nome, assieme a quello di Mirabella, anche per la sovrintendenza del Petruzzelli di Bari) - vanno dalla direzione della 'Scuola dell'Opera' al Comunale di Bologna durante la gestione Tutino, sette/otto anni fa, alla consulenza artistica per alcuni teatri lirici, da Cagliari a Genova ( ci sono stati anche Cremona, Festival Pergolesi Spontini di Jesi, Festival di Spoleto); e nello specifico caso dei teatri, si è trattato quasi sempre di istituzioni sull'orlo di una crisi di nervi - leggi: fallimento - fino a quando non approda a Firenze, al Comunale, sotto la gestione Colombo. Nel frattempo mandando a casa Sergio Segalini - dopo 16 anni, sembra in maniera poco elegante - approda a Martina Franca per guidare il 'Festival della valle d'Itria'. Naturalemnte a casa non ce l'ha mandato lui, bensì il grande Punzi, presidente in aeternum del festival pugliese. Quando Arcà, desideroso di inseguire altre esperienze - una formula bricconcella per dire che voleva svignarsela per andare a Parma a lavorare con Fontana al Regio onde evitare le cattive acque in cui navigava a Firenze; decisione, con grande senso del tempo, assunta alla vigilia della estromissione della Colombo - Triola funge da direttore artistico al Comunale di Firenze. Poi arriva il commissario -. l'unico fra gli italiani a ricevere uno stipendio congruo per opera di Renzi - il quale chiama come consulente artistico Gianni Tangucci (Triola aveva lavorato anche al suo fianco) e lui appare nell'organigramma come 'direttore generale'. Funzione per la quale ha ora fatto la selzione dei quasi 3000 aspiranti ai posti di maschere, 26 in tutto, per il Nuovo Teatro Comunale di Firenze, che, stando alle promesse di Renzi, dovrebbe inaugurasi fra qualche mese, in coincidenza con il nuovo Maggio Fiorentino. Insomma Triola ha fatto il casting per scegliere le hostess del teatro, e ci assicura che si tratta di aspiranti altamente qualificati, addirittura taluni anche plurilaureati. Che mestiere faccia Triola, nato per fare il direttore artistico, non l'abbiamo ancora chiaro, almeno nel caso di Firenze.
sabato 15 febbraio 2014
A che serve conoscere i compensi dei manager musicali?
La curiosità di sapere quanto guadagnano coloro che, in Italia, gestiscono la musica, se non porta con sè anche qualche riflessione,seguita da necessaria risoluzione, è assolutamente vana. abbiamo, intanto, appreso che Lissner è il più pagato con oltre 500.000 Euro - più di qualunque altro manager di grande istituzione musicale in Europa - come riporta il sito del teatro milanese - a proposito di siti ve ne sono tanti di istituzioni musicali medie che ancora non si decidono a mettere in rete i dati, come vuole la legge; che aspettano? - mentre il sito del Ministero riporta una cifra quasi doppia : 800.000 Euro (diamo cifre arrotondate per eccesso o difetto, tanto la solfa non cambia). Segue a ruota Bruno Cagli dell'Accademia di Santa Cecilia, con 300.000 Euro - evidentemente seccato di dover rivelare il suo compenso sinceramente enorme, ha fatto sapere che quel compenso è la somma dei compensi per le due cariche che egli riunisce nella sua persona : sovrintendente e direttore artistico. E se fosse stato anche direttore generale, avremmo avuto un'altra aggiunta? Il guaio è che, a detta del Sole 24 Ore, la direzione artistica di santa Cecilia sarebbe fra le più popolate di dirigenti e dunque in assoluto la più costosa, nonostante il direttore artistico/sovrintendente. E se fosse stato un teatro, invece che una istituzione sinfonica, quanto sarebbe costata la nostra amata Santa Cecilia? Dopo La Scala, perciò, Santa Cecilia, almeno ora, perché se le statistiche le avessimo fatte qualche mese fa, vi avremmo messo al secondo posto l'ing. Francesca Colombo, milanese, sovrintendente al Maggio Fiorentino per volontà di Renzi e suggerimento di alcuni salotti milanesi, invisi a qualche frangia della sinistra chic, che aveva un compenso di 300.000 Euro, solo per la fare la sovrintendessa.
Dopo Milano e Roma c'è Verona: Girondini, per grazia di Tosi suo sindaco e benefattore, guadagna 250.000 Euro; subito dopo Vergnano a Torino che in una quindicina d'anni al vertice del Regio, ha raggiunto la bella somma di quasi 190.000 Euro: per anno, s'intende.
E, infine, un gruppo di sovrintendenti, a partire da quello della Fenice, Chiarot, che sta fra i 160.000 e 170.000. Il quale compenso ci sembra adeguato alle responsabilità ed alla mole di lavoro che comporta la reggenza dei teatri - un mondo in continua fibrillazione.
Ve ne sono, ruota di scorta virtuosa, alcuni altri il cui compenso è ancora inferiore, solitamente si tratta di teatri che hanno bilanci disastrati, nonostante il fondo Bray e che quindi sarebbe davvero stonato se avessero al vertice un manager superpagato.
Mancano a quest'appello sommario alcuni casi.
Fuortes che dall'Opera di Roma prende solo 13.000 Euro, ma ne prende ben 230.000 da Musica per Roma; Fontana che al Regio di Parma ha un compenso di 140.000 Euro, nonostante che l'attività del teatro parmense sia inferiore a quella già abbastanza diradata della quasi totalità dei teatri; e ci manca ancora di sapere quale compenso si dà Mauro Meli che ha fatto ritorno a Cagliari, dopo la prima esperienza conclusa su una voragine di debiti; come anche Biscardi, al Petruzzelli da pochi giorni.
Infine ci sono teatri commissariati che presentano ulteriori anomalie. A Napoli, ad esempio, c'è il Commissario (che presta la sua attività gratis) ma resistono sia sovrintendente che direttore artistico; a Palermo il Commissario lavora anch'egli gratis; mentre il Commissario di Firenze, Bianchi, voluto dal sindaco Renzi è l'unico a percepire un emolumento pari a quello dei sovrintendenti.
Ciò detto, il costo di un sovrintendente è quello che ci raccontano i loro compensi? Affatto. Essi godono anche di benefit non irrilevanti (casa, macchina ecc...) che vanno ad aggiungersi ai compensi e che non si fa obbligo di dichiarare, consentendo quindi un bilancio 'falso' dei rispettivi teatri.
I direttore artistici, altra figura apicale delle istituzioni musicali, viaggiano - almeno quelli delle istituzioni più prestigiose - fra i 130.000 e 140.000 Euro, con la sola eccezione della Fenice , il cui direttore artistico, è per lo stipendio, alla pari del sovrintendente. Gli altri un pò meno, salvo alcuni, come Bologna , che non arrivano a guadagnare quella cifra, ma una molto inferiore (sui 70.000 Euro).
Poi ci sono i capi degli Uffici Stampa. Diciamo che la media è di 80.000 Euro; ad eccezione di qualcheduno che guadagna molto di più, e taluni proprio in casi in cui la buona stampa i teatri se la sono assicurata attraverso altre vie. E su questo il sovrintendente della Fenice, in una bella intervista rilasciata a Music@, ha messo in guardia dalle stagioni che si fanno belle 'con le rassegne stampa'- non sempre affidabili , voleva dire il sovrintendente veneziano - piuttosto che con i bilanci in ordine e indici di produttività nella media dei teatri europei.
Al termine di tale fatica ragioneristica, sarebbe opportuno tirare le somme. Ma non spetta a noi farlo, dovrebbe farlo il ministero, allineando i compensi. Non sarebbe compito neanche degli amministratori locali perché - come nel caso di Milano - sono stati loro ad offrire il companatico a Lissner quando l'hanno voluto; e neppure i vari consigli di amministrazione che - alla stregua dei politici nostrani - si aumentano gli stipendi alla faccia del popolo che soffre ( lo fece anche l'integerrimo, venerato Luciano Berio appena insediato a santa Cecilia, ritenendo il suo compenso, e gli annessi benefit, non all'altezza del suo rango, e senza che nessuno protestasse).
DEVE intervenire il ministero che dà i soldi - solo il ministero può farlo - a mettere ordine e ad allineare i compensi a quelli medi, tagliando con decisione le punte, assolutamente INGIUSTIFICATE. Lo farà? Potrà farlo il direttore generale dello Spettacolo, Nastasi, che ha uno stipendio non lontanissimo da quello di Lissner? Il pesce, si dice, puzza dalla testa.
Dopo Milano e Roma c'è Verona: Girondini, per grazia di Tosi suo sindaco e benefattore, guadagna 250.000 Euro; subito dopo Vergnano a Torino che in una quindicina d'anni al vertice del Regio, ha raggiunto la bella somma di quasi 190.000 Euro: per anno, s'intende.
E, infine, un gruppo di sovrintendenti, a partire da quello della Fenice, Chiarot, che sta fra i 160.000 e 170.000. Il quale compenso ci sembra adeguato alle responsabilità ed alla mole di lavoro che comporta la reggenza dei teatri - un mondo in continua fibrillazione.
Ve ne sono, ruota di scorta virtuosa, alcuni altri il cui compenso è ancora inferiore, solitamente si tratta di teatri che hanno bilanci disastrati, nonostante il fondo Bray e che quindi sarebbe davvero stonato se avessero al vertice un manager superpagato.
Mancano a quest'appello sommario alcuni casi.
Fuortes che dall'Opera di Roma prende solo 13.000 Euro, ma ne prende ben 230.000 da Musica per Roma; Fontana che al Regio di Parma ha un compenso di 140.000 Euro, nonostante che l'attività del teatro parmense sia inferiore a quella già abbastanza diradata della quasi totalità dei teatri; e ci manca ancora di sapere quale compenso si dà Mauro Meli che ha fatto ritorno a Cagliari, dopo la prima esperienza conclusa su una voragine di debiti; come anche Biscardi, al Petruzzelli da pochi giorni.
Infine ci sono teatri commissariati che presentano ulteriori anomalie. A Napoli, ad esempio, c'è il Commissario (che presta la sua attività gratis) ma resistono sia sovrintendente che direttore artistico; a Palermo il Commissario lavora anch'egli gratis; mentre il Commissario di Firenze, Bianchi, voluto dal sindaco Renzi è l'unico a percepire un emolumento pari a quello dei sovrintendenti.
Ciò detto, il costo di un sovrintendente è quello che ci raccontano i loro compensi? Affatto. Essi godono anche di benefit non irrilevanti (casa, macchina ecc...) che vanno ad aggiungersi ai compensi e che non si fa obbligo di dichiarare, consentendo quindi un bilancio 'falso' dei rispettivi teatri.
I direttore artistici, altra figura apicale delle istituzioni musicali, viaggiano - almeno quelli delle istituzioni più prestigiose - fra i 130.000 e 140.000 Euro, con la sola eccezione della Fenice , il cui direttore artistico, è per lo stipendio, alla pari del sovrintendente. Gli altri un pò meno, salvo alcuni, come Bologna , che non arrivano a guadagnare quella cifra, ma una molto inferiore (sui 70.000 Euro).
Poi ci sono i capi degli Uffici Stampa. Diciamo che la media è di 80.000 Euro; ad eccezione di qualcheduno che guadagna molto di più, e taluni proprio in casi in cui la buona stampa i teatri se la sono assicurata attraverso altre vie. E su questo il sovrintendente della Fenice, in una bella intervista rilasciata a Music@, ha messo in guardia dalle stagioni che si fanno belle 'con le rassegne stampa'- non sempre affidabili , voleva dire il sovrintendente veneziano - piuttosto che con i bilanci in ordine e indici di produttività nella media dei teatri europei.
Al termine di tale fatica ragioneristica, sarebbe opportuno tirare le somme. Ma non spetta a noi farlo, dovrebbe farlo il ministero, allineando i compensi. Non sarebbe compito neanche degli amministratori locali perché - come nel caso di Milano - sono stati loro ad offrire il companatico a Lissner quando l'hanno voluto; e neppure i vari consigli di amministrazione che - alla stregua dei politici nostrani - si aumentano gli stipendi alla faccia del popolo che soffre ( lo fece anche l'integerrimo, venerato Luciano Berio appena insediato a santa Cecilia, ritenendo il suo compenso, e gli annessi benefit, non all'altezza del suo rango, e senza che nessuno protestasse).
DEVE intervenire il ministero che dà i soldi - solo il ministero può farlo - a mettere ordine e ad allineare i compensi a quelli medi, tagliando con decisione le punte, assolutamente INGIUSTIFICATE. Lo farà? Potrà farlo il direttore generale dello Spettacolo, Nastasi, che ha uno stipendio non lontanissimo da quello di Lissner? Il pesce, si dice, puzza dalla testa.
giovedì 6 febbraio 2014
Il giallo del compenso di Lissner alla Scala. Ed altri gialli
Insomma a fine giornata, ieri, il giallo del compenso di Stéphane Lissner alla Scala non è giunto a soluzione. Il Corriere della Sera riportava la ragguardevole cifra di Euro 507.000; Il Messaggero ( fonte MIBACT), invece, la sbalorditiva cifra di 817.000 Euro. Non serve chiedersi da dove è venuta la cifra pubblicata sul sito del Ministero. Dalla Scala. Perché, allora, dalla Scala - fonte del Corriere - dicono 507.000?
Il problema è che , se anche quella del Ministero fosse esagerata, addirittura errata, quella che avrebbe fornito la Scala al Corriere sarebbe ugualmente errata. Perché, è bene ricordarlo, quando nell'estate del 2012 si parlò del compenso di Lissner, che aveva fatto il beau geste di autoridursi lo stipendio, venne fuori che le due voci del suo stipendio erano 450.000 +150.000 Euro. Dunque 600.000 Euro, centesimo più centesimo meno. Questo s'era venuto a sapere da una intervista della Aspesi - da sempre avvocato d'ufficio di Lissner - al Sovrintendente . Il quale, dicendo ancora qualche inesatteza, dichiarava che 'il suo compenso per le mansioni di sovrintendente e direttore artistico, ammontava a Euro 14.500 Euro netti mensili. E che il 1.000.000 di Euro circa, di cui s'era parlato, lui non l'aveva mai visto. E rispondeva piccato a coloro i quali - tra cui Formigoni, quello delle vacanze pagate, delle ville comprate a saldo e di tutte le altre irregolarità che pian piano sarebbero venute fuori dalle indagini della magistratura - denunciavano che il suo stipendio era troppo alto, che quello stipendio era stato concordato ( proposto? almeno avallato) da Regione (Formigoni), Provincia e Comune ( Moratti) all'atto della sua chiamata a Milano. Dunque avevano tutti, compreso Formigoni, buone ragioni per tacere.
Bando a queste questioni che tuttavia non sono secondarie perché gettano non poche ombre sulla correttezza dei comportamenti e delle dichiarazioni pubbliche, è bene ricordare che il suo predecessore al timone del Piermarini, e cioè Carlo Fontana, aveva uno stipendio annuo di 180.000 Euro. Tre volte meno di Lissner o addirittura cinque. Poi Lissner ha una macchina ( giustificazione: è offerta dalla BMW per farsi pubblicità) ed ha un bell'appartamento in centro a Milano , costo 85.000 Euro ( giustificazione:lo hanno tutti quelli che vengono a lavorare a Milano da fuori. Chi non vorrebbe andare a lavorare alla Scala, a queste condizioni?). Il problema dell'appartamento , o dell'hotel - la cosa non cambia - che non compare nei compensi dei supermanager riguarda tutti coloro i quali sono chiamati a lavorare in una città lontana da quella di residenza).
Va ricordato anche che Lissner è il più pagato sovrintendente fra i più grande teatri d'Europa, ed è secondo solo a Peter Gelb del Metropolitan di New York che guadagna 1.400.000 dollari ( ma il MET è finanziato da privati, che è una differenza sostanziale). Nicolas Joel ( Parigi) guadagna 360.000; Tony Hall (Londra ) 205.000 sterline; Dominique Meyer ( Vienna) 260.000; Gérard Mortier ( Madrid) 250.000 (questi dati vennero raccolti nell'estate del 2012). Da non dimenticare che si tratta dei maggiori e forse unici, grandi teatri europei, quelli delle capitali, e non di uno dei tanti finanziati con soldi pubblici come avviene in Italia, dove non è facile venire a capo delle ragioni per cui c'è enorme disparità fra i compensi da teatro a teatro?
Perchè, si dirà, specie in una situazione di grave crisi proprio dell'intero settore, Lissner, Cagli, ( fino a pochi mesi fa avremmo dovuto metterci la Colombo che, a Firenze, aveva uno stipendio di 300.000 Euro),Girondini, e mettiamoci anche Fuortes ( Auditorium di Roma) devono esser più pagati degli altri? Perchè non si sono autoridotti gli stipendi, crisi perdurando? Non sono interrogativi moralistici, semplicemente frutto di consapevolezza ed anche di civile buon senso.
Quei compensi sono da mettere in relazione all'entità dei bilanci degli enti? No. Delle responsabilità ? Neppure. Dei risultati? Manco a dirlo. Anzi, quando i supermanager vanno via dopo aver fatto danni, si trova sempre qualche paracadute per premiarli (il caso di De Martino all'Opera di Roma GRIDA VENDETTA. Ma si tratta solo del caso più fresco, nel recente passato nessuna azione di responsabilità è stata promossa, ad esempio, contro Lanza Tomasi, Giambrone, Colombo,Tutino - sono quelli che ci vengono in mente - che hanno abbandonato i rispettivi timoni poco prima che le loro navi musicali affondassero.
Insomma non ci sono parametri in base ai quali quantificare i rispettivi compensi; e il Ministero e l'infaticabile ed inaffondabile Nastasi, direttore generale, non sembra vogliano porvi rimedio. Qualche ragione forse c'è. Ad esempio, la giovane moglie del direttore generale Nastasi, da lui messa a guidare il Museo del Teatro San Carlo, pare percepisca uno stipendio di 6.000 Euro ( fonte: Dagospia, sempre informata) che è più o meno lo stipendio che prende Nicola Sani, nelle sue funzioni di direttore artistico al Comunale di Bologna, potrebbe essere una ragione, seppur piccola? Al ministro ed al suo direttore generale sembra normale una cosa simile? Un altro caso. Pensate voi che uno, uno solo dei direttori delle nostre grandi biblioteche nazionali abbia lo stesso stipendio di Annalisa Bini che ha un incarico simile,ma nella più ridotta Accademia di santa Cecilia, e cioè 105.000 Euro annui?
Il principio malsano alla base di questi anomali compensi è il medesimo sul quale hanno basato il loro futuro coloro i quali, anche per breve tempo, occupano cariche politiche. Chi ha avuto quella fortuna, a differenza di tutti i poveri cristi di tutte le categorie, non avrà più problemi economici, perchè quelli lo Stato crede di doverglieli risolvere in partenza. Anzi, se non lo Stato in prima persona, se li risolvono gli stessi amministratori che, con l'avallo dei rispettivi CdA, si danno quei compensi.
Il problema è che , se anche quella del Ministero fosse esagerata, addirittura errata, quella che avrebbe fornito la Scala al Corriere sarebbe ugualmente errata. Perché, è bene ricordarlo, quando nell'estate del 2012 si parlò del compenso di Lissner, che aveva fatto il beau geste di autoridursi lo stipendio, venne fuori che le due voci del suo stipendio erano 450.000 +150.000 Euro. Dunque 600.000 Euro, centesimo più centesimo meno. Questo s'era venuto a sapere da una intervista della Aspesi - da sempre avvocato d'ufficio di Lissner - al Sovrintendente . Il quale, dicendo ancora qualche inesatteza, dichiarava che 'il suo compenso per le mansioni di sovrintendente e direttore artistico, ammontava a Euro 14.500 Euro netti mensili. E che il 1.000.000 di Euro circa, di cui s'era parlato, lui non l'aveva mai visto. E rispondeva piccato a coloro i quali - tra cui Formigoni, quello delle vacanze pagate, delle ville comprate a saldo e di tutte le altre irregolarità che pian piano sarebbero venute fuori dalle indagini della magistratura - denunciavano che il suo stipendio era troppo alto, che quello stipendio era stato concordato ( proposto? almeno avallato) da Regione (Formigoni), Provincia e Comune ( Moratti) all'atto della sua chiamata a Milano. Dunque avevano tutti, compreso Formigoni, buone ragioni per tacere.
Bando a queste questioni che tuttavia non sono secondarie perché gettano non poche ombre sulla correttezza dei comportamenti e delle dichiarazioni pubbliche, è bene ricordare che il suo predecessore al timone del Piermarini, e cioè Carlo Fontana, aveva uno stipendio annuo di 180.000 Euro. Tre volte meno di Lissner o addirittura cinque. Poi Lissner ha una macchina ( giustificazione: è offerta dalla BMW per farsi pubblicità) ed ha un bell'appartamento in centro a Milano , costo 85.000 Euro ( giustificazione:lo hanno tutti quelli che vengono a lavorare a Milano da fuori. Chi non vorrebbe andare a lavorare alla Scala, a queste condizioni?). Il problema dell'appartamento , o dell'hotel - la cosa non cambia - che non compare nei compensi dei supermanager riguarda tutti coloro i quali sono chiamati a lavorare in una città lontana da quella di residenza).
Va ricordato anche che Lissner è il più pagato sovrintendente fra i più grande teatri d'Europa, ed è secondo solo a Peter Gelb del Metropolitan di New York che guadagna 1.400.000 dollari ( ma il MET è finanziato da privati, che è una differenza sostanziale). Nicolas Joel ( Parigi) guadagna 360.000; Tony Hall (Londra ) 205.000 sterline; Dominique Meyer ( Vienna) 260.000; Gérard Mortier ( Madrid) 250.000 (questi dati vennero raccolti nell'estate del 2012). Da non dimenticare che si tratta dei maggiori e forse unici, grandi teatri europei, quelli delle capitali, e non di uno dei tanti finanziati con soldi pubblici come avviene in Italia, dove non è facile venire a capo delle ragioni per cui c'è enorme disparità fra i compensi da teatro a teatro?
Perchè, si dirà, specie in una situazione di grave crisi proprio dell'intero settore, Lissner, Cagli, ( fino a pochi mesi fa avremmo dovuto metterci la Colombo che, a Firenze, aveva uno stipendio di 300.000 Euro),Girondini, e mettiamoci anche Fuortes ( Auditorium di Roma) devono esser più pagati degli altri? Perchè non si sono autoridotti gli stipendi, crisi perdurando? Non sono interrogativi moralistici, semplicemente frutto di consapevolezza ed anche di civile buon senso.
Quei compensi sono da mettere in relazione all'entità dei bilanci degli enti? No. Delle responsabilità ? Neppure. Dei risultati? Manco a dirlo. Anzi, quando i supermanager vanno via dopo aver fatto danni, si trova sempre qualche paracadute per premiarli (il caso di De Martino all'Opera di Roma GRIDA VENDETTA. Ma si tratta solo del caso più fresco, nel recente passato nessuna azione di responsabilità è stata promossa, ad esempio, contro Lanza Tomasi, Giambrone, Colombo,Tutino - sono quelli che ci vengono in mente - che hanno abbandonato i rispettivi timoni poco prima che le loro navi musicali affondassero.
Insomma non ci sono parametri in base ai quali quantificare i rispettivi compensi; e il Ministero e l'infaticabile ed inaffondabile Nastasi, direttore generale, non sembra vogliano porvi rimedio. Qualche ragione forse c'è. Ad esempio, la giovane moglie del direttore generale Nastasi, da lui messa a guidare il Museo del Teatro San Carlo, pare percepisca uno stipendio di 6.000 Euro ( fonte: Dagospia, sempre informata) che è più o meno lo stipendio che prende Nicola Sani, nelle sue funzioni di direttore artistico al Comunale di Bologna, potrebbe essere una ragione, seppur piccola? Al ministro ed al suo direttore generale sembra normale una cosa simile? Un altro caso. Pensate voi che uno, uno solo dei direttori delle nostre grandi biblioteche nazionali abbia lo stesso stipendio di Annalisa Bini che ha un incarico simile,ma nella più ridotta Accademia di santa Cecilia, e cioè 105.000 Euro annui?
Il principio malsano alla base di questi anomali compensi è il medesimo sul quale hanno basato il loro futuro coloro i quali, anche per breve tempo, occupano cariche politiche. Chi ha avuto quella fortuna, a differenza di tutti i poveri cristi di tutte le categorie, non avrà più problemi economici, perchè quelli lo Stato crede di doverglieli risolvere in partenza. Anzi, se non lo Stato in prima persona, se li risolvono gli stessi amministratori che, con l'avallo dei rispettivi CdA, si danno quei compensi.
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sabato 23 novembre 2013
Quando arriva il commissario ministeriale un teatro fallisce
Qualcuno l'ha scritto i giorni scorsi. Un semplice esame delle precedenti esperienze lo attesta inequivocabilmente. Quando un teatro vine commissariato dal ministero, i guai non finiscono, anzi cominciano proprio con il commissariamento. Prendiamo ad esempio Firenze, lì c'era passato Nastasi, sembrava tutto a posto, poi arriva il duo Giambrone-Arcà e rieccoti il deficit di bilancio- Nastasi aveva realmente rimesso le cose a posto? - il sindaco chiama Francesca Colombo che dovrebbe fronteggiare una situazione disastrosa, è chiaro che non ce la fa; se poi ha contro anche il sindaco che l'ha chiamata e il ministero che stringe i cordoni della borsa, a lei di chiede di sacrificarsi per tutti, ministero compreso, mentre Arcà si defila poco prima che scoppi il bubbone, perchè interessato 'ad altre esperienze professionali' - leggi: trasferimento a Parma, di nuovo al fianco di Fontana; esperienza professionale nuovissima - e Giambrone è tornato a fianco del sindaco di Palermo (IDV) e ricomincia la scalata al Massimo, dove era già stato sovrintendente. I due non c'entrano con il deficit che ha trovato la Colombo? e il tribuno fiorentino, Rienzi, che fa? sta alla finestra? perchè neanche una parola in difesa della Colombo che lui aveva messo lì, senza dirle che da lei voleva un miracolo?
Non vogliamo portar sfiga a Napoli, al Teatro San Carlo dove pure c'è passato Nastasi il quale, ha almeno trovato lavoro alla sua mogliettina Giulia Minoli - una vergogna senza pari!. Negli ultimi mesi, al di là dei finanziamenti generosi per le tournée del teatro - più generosi di tutti quelli elargiti agli altri teatri, forse con la sola eccezione della Scala, vivaddio!- anche sul teatro napoletano sembra allungarsi l'ombra di problemi di bilancio.
Non parliamo di Genova, dove il suo - del ministero- ambasciatore/commissario, ha fatto disastri a tutti noti., mandando a casa il ,sovrintendente direttore artistico Ferrari e poi facendosi letteralmente cacciare a calci nel sedere per la voragine nei conti che non era in grado di risanare neanche in parte.
Vogliamo parlare di Cagliari, dove la coppia Nastasi-Letta zio, hanno infilato la Crivellenti, prelevandola dalla biglietteria del teatro e facendola sedere sullo scranno più alto dell'istituzione? anche lì ci sono guai.
Ora a Roma, con tutte le colpe degli attuali amministratori del teatro e dei precedenti, comunali, che sono all'origine di tutti i mali del teatro è chiaro che sono terrorizzati alla semplice idea che arrivi un commissario - fosse anche Fuortes - mandato dal ministero. Fallimento sicuro, dicono. Incuriosisce che nel fronte contrario al commissariamento siano sulla stessa barricata dirigenza e sindacati, in uno dei quali militerebbe anche qualche parente del sovrintendente. Ma di questo non c'è da scandalizzarsi: un solo parente è come rilevare la pagliuzza di evangelica memoria; mentre non si guarda alla trave.
Ora dal teatro fanno sapere che se regione e comune pagassero i rispettivi debiti, il problema della liquidità immediata verrebbe risolto, dimenticando che ci sono ben altri problema, e dimenticando, pure, che - forse giustamente, chissà - il finanziamento del Comune al teatro è sproporzionato,da qualunque parte lo si consideri, se si mette in relazione all'attività del teatro, scandalosamente insufficiente; e all'incapacità dei suoi dirigenti di rispondere alle sfide anche economiche che la crisi pone.
Non c'è Muti che risolva tutti i problemi e che tenga in piedi il teatro, anche se egli ha dalla sua parte Nastasi, innanzitutto, e forse anche il ministro Bray.
Non vogliamo portar sfiga a Napoli, al Teatro San Carlo dove pure c'è passato Nastasi il quale, ha almeno trovato lavoro alla sua mogliettina Giulia Minoli - una vergogna senza pari!. Negli ultimi mesi, al di là dei finanziamenti generosi per le tournée del teatro - più generosi di tutti quelli elargiti agli altri teatri, forse con la sola eccezione della Scala, vivaddio!- anche sul teatro napoletano sembra allungarsi l'ombra di problemi di bilancio.
Non parliamo di Genova, dove il suo - del ministero- ambasciatore/commissario, ha fatto disastri a tutti noti., mandando a casa il ,sovrintendente direttore artistico Ferrari e poi facendosi letteralmente cacciare a calci nel sedere per la voragine nei conti che non era in grado di risanare neanche in parte.
Vogliamo parlare di Cagliari, dove la coppia Nastasi-Letta zio, hanno infilato la Crivellenti, prelevandola dalla biglietteria del teatro e facendola sedere sullo scranno più alto dell'istituzione? anche lì ci sono guai.
Ora a Roma, con tutte le colpe degli attuali amministratori del teatro e dei precedenti, comunali, che sono all'origine di tutti i mali del teatro è chiaro che sono terrorizzati alla semplice idea che arrivi un commissario - fosse anche Fuortes - mandato dal ministero. Fallimento sicuro, dicono. Incuriosisce che nel fronte contrario al commissariamento siano sulla stessa barricata dirigenza e sindacati, in uno dei quali militerebbe anche qualche parente del sovrintendente. Ma di questo non c'è da scandalizzarsi: un solo parente è come rilevare la pagliuzza di evangelica memoria; mentre non si guarda alla trave.
Ora dal teatro fanno sapere che se regione e comune pagassero i rispettivi debiti, il problema della liquidità immediata verrebbe risolto, dimenticando che ci sono ben altri problema, e dimenticando, pure, che - forse giustamente, chissà - il finanziamento del Comune al teatro è sproporzionato,da qualunque parte lo si consideri, se si mette in relazione all'attività del teatro, scandalosamente insufficiente; e all'incapacità dei suoi dirigenti di rispondere alle sfide anche economiche che la crisi pone.
Non c'è Muti che risolva tutti i problemi e che tenga in piedi il teatro, anche se egli ha dalla sua parte Nastasi, innanzitutto, e forse anche il ministro Bray.
venerdì 30 agosto 2013
Federico Colli vince a Leeds.In Italia nessuno lo prende in considerazione
Leggo sul Sette ( Corriere della Sera) di oggi che alla prossima
edizione del Festival Mi.To. (che si svolge fra Milano e Torino e che ha al suo
vertice Francesca Colombo che ha tenuto questo suo incarico anche nei due
anni in cui è stata Sovrintendente a Firenze - quando si è giovani il piede in
più scarpe non infastidisce più di tanto! ) debutterà in Italia il
venticinquenne pianista bresciano Federico Colli che dopo una sua non
recente vittoria ad un 'concorsino' italiano, l'anno scorso ha
vinto il prestigioso concorso inglese di Leeds. Debutterà con il Terzo di
Rachmaninov, sotto la guida di Temirkanov ed accompagnato dalla Filarmonica di
San Pietroburgo. Il nome di Colli, prima di oggi, neanche a noi che
leggiamo regolarmente i giornali diceva nulla, semplicemente perchè nessuno mai
ne ha parlato, al di fuori di una ininfluente rivistina di settore che l'ha
intervistato dopo la vittoria a Leeds. Sul suo sito ufficiale leggiamo
dei suoi debutti internazionali di grande rilievo nei quattro continenti, ma in
Italia no. E' un altro caso di MALAMUSICA, contro cui non smetteremo mai di
gridare il nostro sdegno. Ancora una volta i direttori artistici nostrani,
messi lì in molti casi da politici ignoranti quanto loro o per successione
familiare, sbandiereranno la libertà di programmazione. Se così fosse ne
saremmo lieti ed anche orgogliosi. Ma il guaio è che gli ingaggi si fanno
dietro suggerimento di agenzie o di gruppi e comitati di appartenenza, e
senza le une e gli altri, in Italia si fatica a far carriera. O non è così?
E Colli non è la sola vittima, di
casi come il suo ve ne sono a centinaia e in ogni stagione. Un altro esempio.
Nei primi anni Ottanta ci fu il primo vincitore italiano di un rinomato
quanto difficile concorso, il Ciaikovskij di Mosca, nella sezione :violoncello.
Il vincitore fu Mario Brunello, violoncellista e musicista di grande e
superiore bravura e di non minore fantasia. In Italia quella nomina fu
ignorata. Anche allora noi denunciammo il fatto, esattamente come stiamo
facendo con il giovane Federico Colli.
domenica 4 agosto 2013
Valore cultura, finalmente. Renzi, intanto, si è sfilato
E' la prima volta che un governo italiano, da vent'anni a questa parte, mette mano per davvero al settore cultura, dopo averne dichiarato, ma solo a parole, per anni e anni, il ruolo strategico. In verità, non tutti i governi hanno fatto la difesa della cultura, neanche a parole; perché c'è stato anche chi avrebbe preferito azzerare tutto questo settore, definito di 'sfruttatori di denaro pubblico', 'mangiasoldi a tradimento' si direbbe in gergo- e ci riferiamo a Tremonti, a Brunetta ( che ora è presidente della Fondazione Ravello , ma guarda un pò!), a Pagliarini, detto 'Tagliarini', che stava per mandare gamba all'aria tutto il settore dell'opera in Italia. Tutti i moralizzatori di turno si sono appellati alla necessità di non buttare soldi pubblici - ma sempre e solo di 400 milioni di Euro l'anno, ad oggi , per tutto il settore spettacolo - mentre soldi pubblici a miliardi si buttano in molti altri settori improduttivi, a differenza dello spettacolo che invece è altamente produttivo, come ci siamo stancati di dimostrare dati alla mano. Dalle auto blu ( è notizia di oggi che ci costano ancora, dopo i tagli annunciati, 1 miliardo di Euro l'anno) al taglio dei parlamentari, dei loro privilegi ed emolumenti, all'abolizione delle province, ed a tutti quegli sprechi che quasi quotidianamente i giornali vanno denunciando nell' indifferenza generale di chi dovrebbe vigilare, mentre si punta il dito contro il finanziamento pubblico di un settore produttivo ed altamente redditizio, in ogni senso, per l'Italia. Comunque l'altro ieri, il Consiglio dei ministri, per la prima volta, nella storia repubblicana, si è riunito per mettere a punto e licenziare un decreto interamente dedicato al settore cultura ed intitolato 'Valore Cultura'. Un pacchetto di misure rivolte al cinema, ai teatri, ai musei, alla archeologia, all'occupazione giovanile nel settore.
Per quel che ci riguarda più direttamente, è stato finanziato un fondo di 75 milioni di Euro, al quale potranno attingere, dietro assicurazione di risanamento economico e ristrutturazione interna del personale, i grandi teatri oggi in difficoltà, a condizioni naturalmente vantaggiose e con l'impegno di un piano per la restituzione abbastanza diluito nel tempo. Alla faccia di Renzi e del commissario Bianchi per il Teatro del Maggio Fiorentino che prospettavano per quella storica e gloriosa istituzione il fallimento. Soluzione curiosa, prospettata proprio da Renzi il quale, a proposito del casa'Kazako' inveiva contro i politici che scaricano le responsabilità sui dirigenti dei rispettivi ministeri. E lui che ha fatto nel caso del 'Maggio'? Ci ha messo a capo la sig.ra Colombo, per sanare il deficit della precedente gestione; negli anni in cui la sovrintendente Colombo ha lavorato, sembrava d'amore e d'accordo con la sua linea, poi l'ha affondata, dichiarando che il suo piano era fallito. E lui era il presidente del teatro. Poteva non sapere?
Il ministro Bray, sulle cui capacità di reggere un dicastero così importante, all'inizio del suo mandato, molti esprimevano dubbi, ha invece sorpreso tutti. Questo decreto reca naturalmente la sua impronta, oltre quella del presidente Letta. Da lui ci si attende ora che prosegua nella linea del risanamento, a cominciare dalle stanze abitate dai suoi maggiori consiglieri, sulla cui utilità molti nutrono invece fondatissimi dubbi.
Fatto il decreto 'Valore cultura', i papaveri del settore in passerella a dire la loro. Comincia Carlo Fuortes che ha un Teatro Petruzzelli ( del qual è commissario) con un personale fra i più ridotti d'Italia - se non il più ridotto - il quale ha subito messo le mani avanti: forse potrei attingere per qualche milione anch'io a quel fondo. Per fare cosa? Non aveva chiuso il bilancio in attivo e non aveva dichiarato che tutti i soldi che risparmiava per la ristretta struttura ora li poteva impiegare per 'attività artistica, per la produzione degli spettacoli, per intenderci, che aveva portato alla sublime soglia di una quarantina circa per l'intera stagione? A seguire Catello De Martino, sovrintendente a Roma, il quale ha detto di sperare di non dover ricorrere a quel fondo - non ha detto di non dover 'mai' ricorrere a quel fondo. Siamo già alla vigilia di una nuova resa dei conti, cambiato il colore del Campidoglio? C'è chi lo teme, sulla base di quanto è sempre accaduto ogni volta che è cambiata l'amministrazione pubblica della Capitale, quando si sono scoperti - come si dice - gli altarini; mentre tutti si augurano, noi per primi, che in questo caso l'Opera di Roma 'se la cavi'.
Per quel che ci riguarda più direttamente, è stato finanziato un fondo di 75 milioni di Euro, al quale potranno attingere, dietro assicurazione di risanamento economico e ristrutturazione interna del personale, i grandi teatri oggi in difficoltà, a condizioni naturalmente vantaggiose e con l'impegno di un piano per la restituzione abbastanza diluito nel tempo. Alla faccia di Renzi e del commissario Bianchi per il Teatro del Maggio Fiorentino che prospettavano per quella storica e gloriosa istituzione il fallimento. Soluzione curiosa, prospettata proprio da Renzi il quale, a proposito del casa'Kazako' inveiva contro i politici che scaricano le responsabilità sui dirigenti dei rispettivi ministeri. E lui che ha fatto nel caso del 'Maggio'? Ci ha messo a capo la sig.ra Colombo, per sanare il deficit della precedente gestione; negli anni in cui la sovrintendente Colombo ha lavorato, sembrava d'amore e d'accordo con la sua linea, poi l'ha affondata, dichiarando che il suo piano era fallito. E lui era il presidente del teatro. Poteva non sapere?
Il ministro Bray, sulle cui capacità di reggere un dicastero così importante, all'inizio del suo mandato, molti esprimevano dubbi, ha invece sorpreso tutti. Questo decreto reca naturalmente la sua impronta, oltre quella del presidente Letta. Da lui ci si attende ora che prosegua nella linea del risanamento, a cominciare dalle stanze abitate dai suoi maggiori consiglieri, sulla cui utilità molti nutrono invece fondatissimi dubbi.
Fatto il decreto 'Valore cultura', i papaveri del settore in passerella a dire la loro. Comincia Carlo Fuortes che ha un Teatro Petruzzelli ( del qual è commissario) con un personale fra i più ridotti d'Italia - se non il più ridotto - il quale ha subito messo le mani avanti: forse potrei attingere per qualche milione anch'io a quel fondo. Per fare cosa? Non aveva chiuso il bilancio in attivo e non aveva dichiarato che tutti i soldi che risparmiava per la ristretta struttura ora li poteva impiegare per 'attività artistica, per la produzione degli spettacoli, per intenderci, che aveva portato alla sublime soglia di una quarantina circa per l'intera stagione? A seguire Catello De Martino, sovrintendente a Roma, il quale ha detto di sperare di non dover ricorrere a quel fondo - non ha detto di non dover 'mai' ricorrere a quel fondo. Siamo già alla vigilia di una nuova resa dei conti, cambiato il colore del Campidoglio? C'è chi lo teme, sulla base di quanto è sempre accaduto ogni volta che è cambiata l'amministrazione pubblica della Capitale, quando si sono scoperti - come si dice - gli altarini; mentre tutti si augurano, noi per primi, che in questo caso l'Opera di Roma 'se la cavi'.
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