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giovedì 31 maggio 2018

Babbo Natale arriverà alla Scala con una slitta carica di... Muti ( Riccardo)?

L'altro ieri è stato annunciato il programma della prossima stagione del Teatro alla Scala. E da quel che si legge, sommariamente (perchè il dettaglio, oltre che sul Corrierone anche sugli altri giornali, si potrà leggere solo a ridosso  dell'inizio della stagione, a pagamento, nelle cosiddette, Pagine 'Eventi') si elogia il teatro milanese per una  stagione ricca di titoli ed anche di nuovi allestimenti. Insomma una stagione come si conviene al Teatro d'Opera più famoso al mondo.

 Sono finalmente tornati, dopo la quarantena decretata da Lissner e Barenboim, Verdi e Puccini, mentre Wagner per ora è in castigo, fuori del cartellone. C'è anche Strauss, che vedrà a Milano, nel suo teatro, il debutto attoriale di Pereira.  E l'Attila verdiano, inaugurale, verrà anche quest'anno trasmesso in diretta tv, e si spera che abbia lo stesso successo di pubblico dell'anno passato, quando ha superato i due milioni di telespettatori - non dodici milioni, come ha scritto, con errore volontario, il giornalista del Corriere troppo benevolo con il teatro milanese, al punto da fargli superare,  nello share, sia Sanremo che le grandi partite di calcio internazionali.

Babbo Natale con la sua slitta, quando si fermerà a Milano, a ridosso di Sant'Ambrogio,  potrebbe recare in dono un graditissimo pacco. Non è stato detto espressamente, ma lo si è lasciato intendere.  Occorre ora vedere se Babbo Natale non cambia idea. E cioè un pacco pieno di Riccardo Muti  che potrebbe dirigere, ma non con la sua 'Cherubini', il Concerto cosiddetto di Natale - uno dei tanti che la tv regala durante le feste - che Rai 1 trasmette, registrato, alla vigilia di Natale ( da non confondere con il concerto che il giorno di Natale viene trasmesso da  Assisi, e che fa sempre buoni ascolti).

Sarebbe questo il primo passo di riavvicinamento di Muti alla Scala, preludio ad un ritorno in buca con un titolo operistico: sono trascorsi quindici anni dalla sua uscita dal teatro milanese, e forse sarebbe ora di mostrare come quella ferita si sia rimarginata del tutto.

Ma Muti, e i dirigenti scaligeri, devono fare attenzione al programma di quel concerto che, trasmesso in tv, non ha mai avuto ascolti lusinghieri, vuoi per la fascia oraria di trasmissione, vuoi, soprattutto, per il programma  non adatto anche alla trasmissione televisiva, vuoi, infine, per gli improbabili  ed improponibili direttori  del medesimo, qualche anno addirittura ragazzini, ancora con i pantaloni corti

 Se quello di Muti sarà il primo passo del ritorno del noto direttore in quello che fu il suo teatro per una ventina d'anni, e quel suo ritorno verrà amplificato dalla trasmissione tv, alla Scala studino un programma adeguato all'occasione ed alle esigenze di un programma tv. Non facciano, come hanno fatto sinora, i superiori, perchè quando non si considerano anche le circostanze di certi concerti, quella superiorità discende soltanto da stupidità e cecità.

Questi problemi  li conosciamo bene, essendoci occupati  per oltre dieci anni del Concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia, in qualità di consulente artistico con la responsabilità del programma, che ha avuto esiti televisivi  sempre molto positivi - oltre 4 milioni di telespettatori - fino a quando siamo riusciti faticosamente a far accettare ai recalcitranti, gelosi direttori artistici del teatro veneziano, programmi adatti alla tv, in un giorno di festa e per un orario particolare. Andati via noi il Concerto di Capodanno ha registrato una débacle pesantissima negli ascolti tv, salvo riprendersi nell'ultima  edizione, quando il programma, noi assenti, è tornato ragionevolmente  a ricalcare le orme che noi avevamo stabilito e seguito, compresa la presenza dei due pezzi obbligati in chiusura, anche quella una nostra idea.

Perciò alla Scala pensino bene al programma per non far trovare Muti con gli stessi miserabili - per numero, s'intende - telespettatori che hanno avuto negli anni passati sia Barenboim che altri.

mercoledì 18 aprile 2018

Salvo Nastasi, un tempo 'enfant prodige' della politica culturale italiana, ma avarissimo, è diventato ora 'homme prodigue', ma solo con chi vuole, principalmente amici ed ora anche parenti (acquisiti)

Di Salvo Nastasi il mondo musicale italiano ricorda lo sciagurato 'algoritmo' ammazzacristiani che ha lasciato come regalo di saluto quando, andando via dal Collegio romano, è approdato alla Presidenza del Consiglio, chiamatovi da Renzi. Con quell'algoritmo, in un colpo solo, fece centinaia di vittime  nelle istituzioni musicali italiane che evidentemente considerava mendicanti  immeritevoli.

Dell'abilità di Nastasi non c'era nessuno che non fosse al corrente, dopo che la 'buonanima' - solo perchè ne abbiamo perso le tracce nelle nebbie della politica italiana - del ministro Urbani lo presentò al mondo della cultura italiana come l'enfant prodige degli affari giuridici del suo ministero - quand'era ancora giovanissimo.

 I ministri che si sono succeduti al Collegio Romano dopo Urbani, da Galan a Bondi a Ornaghi a Franceschini, forti della loro abissale ignoranza in materia di  legislazione culturale, hanno dato a Nastasi  un peso sempre maggiore, tanto che Renzi - su suggerimento di Nardella, amico di entrambi - se lo prese a Palazzo Chigi, da dove fargli tentare di bonificare Bagnoli - ad ora non sappiamo come proceda la bonifica.

I padrini e protettori di Nastasi - senza i quali non sarebbe stato possibile una carriera così fulminante e gloriosa - sono ben noti a tutti, in cima alla lista c'è naturalmente Gianni Letta, sempre ed ancora lui, che addirittura, coram populo, gli fece da testimone di nozze con Giulia Minoli, figlia di Giovanni e di Matilde Bernabei, nipote del mammasantissima  patriarca, che dopo essere stato al vertice della tv di Stato,  si mise messo a fare il produttore televisivo con la Lux Vide - è il destino ( redditizio) non solo di Bernabei ma anche di altri direttori generali della Rai, salvo qualcuno che si è dedicato a coltivare la terra.

 Per un momento abbiamo anche rischiato che sua madre, nata  Laterza, giudice della Corte dei Conti, incaricata di 'controllare' le pubbliche istituzioni (ma quale conflitto di interesse? quando c'era da controllare le spese dei ministeri al cui vertice c'era suo figlio, lei usciva  dalla stanza!) diventasse presidente della Corte. Se ne sono accorti in tempo e, per non correre rischi, hanno puntato su un altro candidato.

Tornando al nostro  ex enfant prodige della cultura ministeriale, ieri 'Il Fatto Quotidiano' ha rivelato come  la società di produzione  Lux Vide, di proprietà di sua (di Nastasi) suocera e del  fratello di lei, che produce  tra l'altro anche 'Don Matteo', ha ricevuto da Palazzo Chigi il contributo di 4 milioni di Euro per la produzione de 'I medici', i grandi di Firenze, una fiction che ha avuto ottimi ascolti ed è stata venduta in molti paese. Dunque andava anche finanziata nella logica di Nastasi.  Non dice il Vangelo che chi ha molto  avrà ancora dell'altro, ma a chi ha poco sarà tolto anche quel poco?

 Insomma, con la presenza di Nastasi a Palazzo Chigi, dopo il Collegio Romano, quella regalia reca anche la  sua firma. Lui che un tempo era avaro con tutti, al punto da strozzare per fame chiunque  gli si rivolgesse per chiedere un contributo, in nome della cultura,  e che ora è diventato l'uomo che prodiga contributi a tutti. A tutti veramente no, Mai, ma ai suoi amici sì, da sempre. Alla lista degli amici, nella quale Muti, meritevolissimo,figura in testa -  e nella quale, ad esempio, non sono mai stati inclusi l'Orchestra Verdi di Milano e l'Orchestra Mozart di Abbado, tanto per fare due esempi - ora si è aggiunto anche qualche parente. Certo acquisito, per via di sua moglie, ma sempre parente.

Senza contare che, da qualche tempo, anche sua moglie - quella che ha sempre sostenuto che le crisi  sono delle opportunità basta saperle cogliere, come ha fatto Lei, con l'aiutino del suo maritone - scorazza per i teatri italiani con un progetto dedicato alla 'legalità'.  E se lo dice lei come non crederle?

martedì 3 aprile 2018

Orchestra Mozart. A Radio 3 giornalismo all'acqua di rosa: ignorate le reali difficoltà dell'Orchestra che fu di Abbado

Perchè abbiamo ripubblicato i due post precedenti riguardanti la rinascita (?) dell'Orchestra Mozart, fondata da Claudio Abbado nel 2004, e  attiva fino al 2014, quando alla morte del direttore, dovette sospendere l'attività, con la promessa  di questo e quello che l'Orchestra sarebbe rinata. Perchè non si poteva restare indifferenti  al cospetto della distruzione di un gioiello che nei giovani musicisti aveva acceso infinite speranze.

 I due post li abbiamo pubblicati ieri, in tarda serata, perchè ascoltando, in macchina, 'Radio 3 suite' , abbiamo per l'ennesima volta avuto la conferma di quel giornalismo 'all'acqua di rosa', che l'Associazione critici  musicali dovrebbe bollare, se mai ne fosse cosciente, applicato  alle vicende recentissime dell'Orchestra Mozart che in questi giorni è a Lugano, con alcuni concerti diretti da Bernard Haitink - dei quali oggi scrive Girardi sul 'Corriere' - e che nei prosismi giorni verranno replicati a Bologna, residenza (?) della rinata (?) Orchestra.

A 'Radio 3 suite' ne parlava un giornalista perfettamente integrato nel comandamento  del 'non vedo non sento' che sembra essere alla base del decalogo del bravo critico musicale.  Stefano Valanzuolo, per anni ai vertici di 'Ravello Musica', dove è rimasto in sella, adottando - immaginiamo - questa redditizia tecnica, salvo poi ad essere disarcionato in quarantott'ore, quando è cambiato il colore dei politici, con i quali, se fosse rimasto, l'avrebbe nuovamente adottata.

Valanzuolo ha invitato a parlarne il presidente della gloriosa Accademia Filarmonica di Bologna, Loris Azzaroni, ed una 'prima parte' degli archi, il violinista Giacomo Tesini.
L'Orchestra, abbiamo appreso, dopo Lugano  suonerà a Bologna, poi si scioglierà per ricomporsi forse in un altro paio di occasioni e poi  rivedersi per la settimana di concerti, l'anno prossimo a dio piacendo, in primavera, a Lugano e  Bologna.

 Il cronista intervistatore Valanzuolo, attento a non farsi sfuggire nessuna informazione utile agli ascoltatori, ci ha detto (ed ha anche fatto dire) dei programmi dei concerti, del celebre direttore che  li ha diretti, cogliendo anche l'impegno di Azzaroni a voler tenere in vita l'Orchestra e l'entusiasmo di Tesini, uno per tutti gli strumentisti, nel voler proseguire l'esperienza della Mozart.

Ciò che Valanzuolo, per la solita tecnica del 'si arrangino loro, perchè devo  impelagarmi in discussioni non oziose', non ha detto nè ha fatto dire è la situazione effettiva dell'orchestra, che non è affatto rosea. Per colpa di chi, vivo Abbado, la sosteneva e, morto lui, l'ha mollata.

A cominciare dal Ministero di Franceschini ( che si è subito precipitato ad acollarsi la residenza della EUYO, via  da Londra, a Ferrara, la 'sua' Ferrara, che è stata a lungo anche la Ferrara 'di Abbado' e dunque avrebbe potuto  ospitare, finanziandola, come residente, prima la 'Mozart') e da quell'Attila di Nastasi che non l'ha mai sostenuta, salvo gli ultimissimi anni, come invece ha sempre fatto con la 'Cherubini' dell'amico Muti; per finire ai rampolli del grande direttore, fra tutte sua figlia Alessandra che  della Mozart ( come già con i Berliner ai tempi in cui suo padre ne era direttore) ha anche vissuto in qualche maniera; alla Fondazione bancaria ed ai vari organi istituzionali periferici - Regione, Comune ecc... che  morto Abbado sono spariti, lasciando la Mozart in una situazione drammatica,  tuttora tale.

Perchè, sebbene i musicisti abbiano deciso di lavorare gratuitamente, sostenuti anche da uno staff  giovane di volontari generosi e volenterosi (fra i quali, lo sottolineiamo ancora una volta, si nota l'assenza di Alessandra Abbado!)  e l'azionariato diffuso sia riuscito a raggranellare qualche soldo (un anno fa  appena 90.000 Euro, una vergogna, mentre ne occorrerebbero almeno 500.000 per un biennio di attività, sempre saltuaria come ora) la sopravvivenza della Mozart è ancora  appesa ad un filo che può spezzarsi in ogni momento. Non era forse una notizia importante,  più importante del programma dei concerti e delle 'residenze' non risolutive dell'orchestra?

 Perchè Valanzuolo, ai microfoni della gloriosa Radio 3, non ha detto nulla di tutto questo nè lo ha fatto dire ad Azzaroni e Tesini? Che è poi anche quello che ha fatto Girardi sul Corriere: 'bellissimo concerto e buonanotte a i suonatori? Per non disturbare gli attuali 'conduttori' - qui il termine  ci sta bene, non quando lo si usa per indicare il 'direttore' d'orchestra' - della cosa pubblica e della politica culturale. 'Distruttori'  più che 'conduttori'.

 Come Valanzuolo , come Girardi, così anche l'Associazione nazionale critici musicali sull'argomento  non ha mai ritenuto importante intervenire con una durissima presa di posizione, come meritava, che forse sarebbe riuscita a smuovere l'indifferenza generale ed a puntare il dito contro i responsabili dello sfascio musicale italiano. Ma forse, così facendo, avrebbero potuto mettere in pericolo le loro rendite di posizione.

lunedì 12 marzo 2018

Daniele Rustioni ha fatto quello che Renzi avrebbe dovuto fare: emigrare e non farsi vedere per un pò.

Giunge graditissima la notizia che Daniele Rustioni, l'ancor giovane direttore d'orchestra italiano, sposato ad un'altra nostra eccellenza musicale, la violinista Francesca Dego, è stato nominato direttore dell'Opéra di Lione, seconda in Francia solo a quella di Parigi. Senza dimenticare che anche un altro nostro direttore, pure egli ancor giovane, Andrea Battistoni, ha un incarico stabile in Giappone. Dunque lo scambio di musicisti fra nazioni e continenti esiste e coinvolge anche il nostro paese, dove, ad un italiano - come abbiamo quasi giornalmente accusato - viene sempre immancabilmente preferito uno straniero.

E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di  direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a  Roberto Abbado (Valencia),  e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua  improvvisa notorietà?

E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè  che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.

La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala,  ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti.  Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.

 Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato'  e soprattutto di 'affermazione' all'estero:  Amsterdam e poi Lipsia.

 Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per  scorrazzare anche per l'Italia).

Rustioni così facendo, ha  indirettamente  voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito.  Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema.  Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.

domenica 18 febbraio 2018

Mollicone, Di Biase, Guerrini. Eroi della Commsisione Cultura del Campidoglio

"Mollicone lo conosce? A Roma conosco solo Morricone" - fu la risposta caustica di Riccardo Muti quando gli riferirono che era stato un certo Mollicone a bocciare la proposta di conferirgli  la cittadinanza romana. Muti non poteva immaginare la dirittura morale e coerenza politica del Mollicone - non Morricone - in questione, allora, Alemanno imperante, a capo della Commissione Cultura del Campidoglio. Egli aveva rifiutato la proposta della cittadinanza romana a Muti, perchè il direttore "non aveva mantenuto la promessa di assumere un incarico stabile all'Opera", come avevano preannunciato Alemanno e Vespa, dopo il loro incontro con il direttore a Salisburgo, ma che Muti non aveva mai avallato chiaramente. Mollicone aveva così ragionato: chi non mantiene la parola data non è degno di  essere 'cittadino romano' seppur onorario. Per questo Mollicone passerà alla storia della cultura a Roma, non certo perchè oggi ha l'incarico di 'portavoce' della candidata premier Meloni e del suo partito 'Fratelli d'Italia'. Successivamente la cittadinanza a Muti venne data - come  accadde anche  per la laurea honoris causa alla Sapienza ( attribuitagli in una occasione di  feroci contestazioni al rettore dell'epoca e consegnatagli  ufficialmente qualche anno dopo) - ma solo per il buon cuore di Mollicone- come sta a dire anche il suo cognome. Ed ancora oggi, grazie al successivo gesto conciliante  di Mollicone, Muti a Roma è cittadino onorario, laureato honoris causa alla Sapienza e perfino direttore onorario, a vita, dell'Opera di Roma. Proprio lui che dopo tre anni di presenza nel Teatro romano, aveva detto 'non è cosa', e se ne era andato.

Quando Alemanno andò a casa, battuto da Marino (mai vittoria fu più infausta!), anche la Commissione cultura del Campidoglio passò in altre mani,  di una donna, Michela Di Biase, esile minuta ma determinata, battagliera. Sposata successivamente a Dario Franceschini che le faceva da sponda e da supporter al Ministero. E comunque  la Di  Biase qualcosa di buono ha fatto ( se non ricordiamo male fu  sua  l'indicazione di esonerare, perdurando la crisi, le sale cinematografiche, da una certa tassazione che ne avrebbe causato la cancellazione dal territorio italiano). Oggi, da consigliera PD, fa sentire la sua voce contro la giunta Raggi che certo non fa mancare occasioni di critica ai suoi avversari politici.

Con il 'gabinetto Raggi'  è arrivata alla Commissione cultura capitolina, da vice presidente, ma facente funzione di presidente, Gemma Guerrini, consigliera grillina, di solida formazione classica ( studi universitari in lettere antiche e tutto quello che di antico esiste),  salita agli onori della cronaca per una dichiarazione che fa il paio con quella, infausta di Mollicone, dimostrando come si possono buttare alle ortiche anni di studi  seri e di formazione classica, quando c'è da difendere la pagnotta, la causa del suo partito che l'ha portata in Campidoglio, ed anche la sua tranquillità domestica.

 Di Gemma Guerrini nessuno avrebbe mai conosciuto l'esistenza né il ruolo  nell'amministrazione della Capitale - anche perchè  Luca Bergamo, l'intellettuale assessore della Giunta Raggi ed anche vicesindaco, non  consente a nessuno  nè di fargli ombra nè di  disonorarne l'azione, ci pensa da solo - se non  si fosse autocrocifissa con quella dichiarazione idiota sui capolavori del cinema che vengono proiettati da alcune estati in qua, nella Piazza di San Cosimato, a cura del gruppo dei  'giovani' del Cinema America. Proiettare film del passato non è cultura, ha detto, ecc... come abbiamo riprodotto alla lettera nel post precedente. Le sue dichiarazioni hanno scatenato una reazione generale nel mondo del cinema italiano che ha chiesto le dimissioni oltre che della Guerrini - ovvio, vergogna della Giunta! - anche di Bergamo, attaccato alla sua poltrona come nessun  altro, che si è giustificato  sottolineando che anche lui ha condannato la Guerrini per quelle sue dichiarazioni e che non si può dimettere lui se chi ha sbagliato di grosso è stata la Guerrini.
 La quale abita in Piazza san Cosimato. E ciò spiega tutto!

sabato 3 febbraio 2018

Campania. Fondazione 'Donnaregina' per le Arti Contemporanee. Nuovo CdA. Tacciano le malelingue

 Per poco non siamo stati tratti in inganno anche noi, leggedo  la composizione del nuovo CdA della Fondazione 'Donnaregina' di Napoli, da cui dipende anche il famoso 'Museo Madre', appena nominato da Vincenzo De Luca, pittoresco governatore campano, sodale di Renzi e Nastasi, e nemico giurato del sindaco De Magistris.

Era stata  la presenza di Ferdinando Pinto a trarci in inganno. A prima vista l'avevamo attribuita alle apparenti eccentriche, ma in realtà non disinteressate, scelte del governatore Maurizio Crozza, in arte  Vincenzo De Luca. Da dove l'avrà pescato il governatore  l'ex manager del Petruzzelli?  Il ricorso ad internet ha chiarito e dissipato l'equivoco. Il Ferdinando Pinto che Crozza-De Luca ha nominato nel CdA della 'Donnaregina' con  l'ex manager del Teatro Petruzzelli di Bari ha in comune soltanto il nome; in effetti si tratta di un giurista, PD militante, fedelissimo di De Luca, che  l'ha voluto, dopo le sue dimissioni  a Sorrento nell'amministrazione cittadina, nel CdA, insieme ad una industriale campana, Maria Letizia Magaldi, e a quella che è impossibile non considerare sua beniamina, Laura Valente, nominata presidente della Fondazione.

E, infatti, è la carriera di quest'ultima che sta facendo più scalpore in queste ore. Molti pensano che Laura Valente sia una pischella, entrata nelle grazie di De Luca, un pò come, a livello nazionale, molti vanno malignando a proposito di Maria Elena Boschi e Matteo Renzi, dimenticando che De Luca da questo lato non ha  mai destato sospetti, e che la sua indole lo porta a preferire a qualunque scivolata sentimentale, le fritture di pesce,  il gioco politico-amministrativo dell'asso pigliatutto' e le  nomine molto molto 'familiari'- vedi anche l'ascesa di suo figlio, forte del detto napoletano che dice: meglio comandare che fottere.

 Laura Valente, che nel suo profilo reca in primo piano la qualifica di 'Musicologa, Giornalista' ,appartiene, prima che al 'giro De Luca', a quello che fa capo a Muti ( ha lavorato all'ufficio stampa della Scala, ai tempi,) ed a Nastasi ( con il quale De Luca condivide l'allergia per De Magistris, ma che è  poi lo stesso di Muti), fedelissimo del direttore e di Renzi, via  Dario Nardella. Infatti è stato Nastasi a chiamarla al Teatro San Carlo, al tempo del suo 'commissariamento', avviato nel 2007 e sfociato poi nella creazione del 'MeMus' (Museo del Teatro), nel quale un posto di rilievo con profumatissimo compenso, Nastasi assegnò, in seguito, alla sua mogliettina, Giulia Minoli, sposata nel 2010, la quale aveva lavorato anche a L'Aquila, a fianco della Valente,  nelle manifestazioni promosse da Nastasi, Minoli e Bertolaso, e che ebbero ospite d'eccezione Muti, nel settembre del 2009, dopo il tragico terremoto.

 C'è anche il giornalismo, come rammenta giustamente il suo curriculum, nell'attività della Valente.  Tale vocazione, però, è stata successivamente abbandonata per un ruolo manageriale in 'Casa Corriere' , una fondazione  nata all'interno dell'omonima testata, edizione napoletana. che organizza eventi e trova anche i fondi per realizzarli.

 Ora, con questo curriculum e relativo bagaglio di esperienze, è ovvio che Laura Valente faccia gola a tutti.  Non c'è altra ragione, come vorrebbero  insinuare le malelingue, anche perchè Laura Valente non è in cerca di incarichi e successo, ma una signora che si è fatta da sola, passo dopo passo, in anni di duro lavoro, e che  per questo  stimola ogni giorno gli appetiti di tutti nel settore della cultura, nel cui firmamento Lei  brilla al pari di una stella luminosa.

E, infatti, presiede, da musicologa prestata alla danza, il 'Premio Positano' - non abbiamo appurato  se anche in questo caso per volere e disposizione di Crozza-De Luca - è 'a mezzo servizio' ( l'altra metà è affidata ad Alessio Vlad: lei si occupa di danza mentre Vlad di musica)  della direzione artistica del Ravello Festival, da quando è diventato feudo di De Luca, ed ora anche presidente della nota Fondazione 'Donnaregina' napoletana, dalla quale dipende il celebre museo dedicato all'arte contemporanea, 'Museo Madre'.

La musicologa e giornalista ('laureata in management della cultura a New York',  corso di dottorato quinquennale (?)  - come si legge anche nel suo curriculum), alla notizia della nomina, accolta con grande sorpresa, perché davvero non se l'aspettava, ha  dichiarato, bravissima ma modesta come sempre: "Ringrazio il presidente De Luca per la fiducia  riposta in una professionalità come la mia... nei prossimi giorni tracceremo le linee da seguire perché il  Museo 'Madre' e tutte le attività legate alla Fondazione 'Donnaregina' possano acquisire nuovi orizzonti e ulteriore prestigio".

 Malelingue invidiose, zitte e mosca!

martedì 16 gennaio 2018

Mollicone. Ridateci Mollicone

Mollicone, quasi omonimo di Morricone, se non fosse per due misere consonanti discordanti, è stato il presidente della Commissione Cultura del Campidoglio, nell'era Alemanno. Il suo nome è divenuto popolare - impopolare! - per due episodi. Il primo, quando accusò Fuortes di truccare i bilanci di Musica per Roma, venendo dall'accusato sfidato a ritirare l'accusa, perchè i bilanci erano certificati da una società esterna. E lui tacque. La seconda quando si oppose alla concessione della cittadinanza a Riccardo Muti, adducendo come ragione il fatto che venendo egli a lavorare all'Opera non aveva  accettato un impegno di peso, come aveva  lasciato intendere nei  mesi precedenti lo sbarco romano.
 Fu a quel punto che Muti, quando gli riferirono il caso, rispose, spiritosissimo: io a Roma conosco Morricone e nessun Mollicone. Ed anche in questo caso, coperto di ridicolo, si ritirò, sebbene spesso lo si  sia visto successivamente all'Opera, nel corso di incotnri pubblici con la stampa. Non era il Presidente della Commissione Cultura del campidoglio?

Perchè il suo ritorno in auge sarebbe auspicabile? Perchè  dovrebbe fare le pulci a Franceschini- soprannominato 'mezzo disastro' e ministro dei 'mali culturali' - ed al suo Ministero, come intese quella volta farle a Fuortes che lo fece ritirare con la coda fra le gambe.

Negli ultimi tempi Franceschini ed il suo Ministero sparano  cifre di vittorie quasi giornaliere (forse per questo a Franceschini sta molto simpatico Fuortes, che nei suo proclami vittoriosi dall'Opera usa la medesima tecnica). Aumentano i visitatori dei nostri musei, aumentano gli introiti, aumenta tutto: viva Francechini!

L'altro ieri Vittorio Emiliani, sul 'Fatto' gli ha fatto le pulci, opponendo, cifre alla mano, che i conti di Franceschini erano sballati per eccesso.  E noi ora abbiamo i conti di Franceschini contro quelli di Emiliani. Chi ha ragione? Mollicone potrebbe tornare  nel suo ruolo di censore e chiedere a gran voce - la sua voce  la ascolterebbero tutti con riverenza, a causa dei suo gloriosi trascorsi - che un soggetto 'terzo'  ci dica quali sono regolari e quali gonfiati ad arte.

Mollicone, lasci i campi dove si è ritirato a coltivare le sue proprietà, moderno Cincinnato, e torni a Roma. Urge la sua preenza per mettere ordine e fare chiarezza.

sabato 9 dicembre 2017

Adesso che Rai 1 trasmette la prima della Scala a sant'Ambrogio, il teatro milanese deve riflettere sul titolo inaugurale.

Non tutti i titoli del melodramma sono adatti ad una inaugurazione, pur nel più grande teatro del mondo,  se trasmessa in diretta televisiva. Di questo occorre che i dirigenti del teatro milanese si convincano e magari rivedano le scelte già annunciate, che non devono essere necessariamente cancellate, semmai semplicemente posposte.

Forse converrebbe che fin d'ora la Scala stabilisca un calendario di inaugurazioni di stagione puntando sui grandi titoli del repertorio  del melodramma, quello più conosciuto, più popolare - tanti ve ne sono che mancano dal cartellone scaligero da tempo.
 Forse è venuta l'ora che si ricominci a riproporli con la nuova direzione musicale affidata, per i prossimi anni, a Riccardo Chailly.
 Le scoperte, le rarità hanno l'intera stagione per figurare nel cartellone, senza che ciò faccia perdere una sola posizione nella classifica mondiale alla Scala.

I teatri di provincia hanno necessità di affidarsi ad un titolo raro per l'inaugurazione di stagione, per catturare l'attenzione dei media che normalmente è rivolta altrove. La Scala no.

L'anno scorso la Butterfly pucciniana fece oltre 2.600.000 telespettatori, quest'anno Chénier è sceso a 2.000.000 - e la ragione sta esclusivamente nella  minore popolarità del titolo di  Umberto Giordano. Per far risalire gli ascolti  non ci vuole Attila di Verdi, titolo quasi sconosciuto, benchè recentemente Muti lo abbia diretto all'Opera di Roma, ma uno di quei titoli le cui arie la gente, ma sempre più raramente, ancora orecchia.

La Rai, che  per la disabitudine del nostro paese al melodramma ha colpe gravi, assieme alla scuola ed all'analfabetismo musicale generale, ha cantato vittoria per il risultato dello Chénier,  facendo finta di non ricordare che da un anno all'altro ha perso 600.000 telespettatori circa. Ma non bisogna farci caso, sarebbe molto più felice se il pubblico raddoppiasse. E perciò La Scala faccia di tutto per raggiungere un risultato anche doppio. Perchè no?

Serve solo che i suoi dirigenti si convincano che per una diretta della prima rete televisiva nazionale non tutti i titoli vanno bene, e che sfruttare i titoli più noti non vuol dire negare la propria funzione, semmai dimostrare quanto ancora viva sia nel più grande e noto teatro operistico la tradizione interpretativa italiana, che si misura sul grande repertorio, al quale Attila, benchè  di Verdi - lo ripetiamo per l'ennesima volta - non appartiene.

domenica 15 ottobre 2017

Sul modo di intendere l'alternanza scuola lavoro. La protesta degli studenti

Quando la Giannini la introdusse, la novità di far passare agli studenti, alcuni periodi, durante gli anni studio, in luoghi  di lavoro, fu salutata come non solo utile ma sacrosanta. Far mettere il naso fuori dalle aule agli studenti fu considerata una giusta decisione. La legge e la Giannini dimenticarono, però, di considerare alcune cose che avrebbero dovuto prevedere per porvi rimedio. E  cioè che mentre tale alternanza ha un senso per le scuole professionali, qualora si riesca a far andare gli studenti nelle fabbriche più adatte alla loro specializzazione, ha poco senso  se  si mandano gli studenti a fare lavori che a loro praticamente nulla insegnano, e a farli gratuitamente. Se va  a fare il cameriere, o le pulizie, o  lavora in un call center, il liceale - o lo studente, in generale - imparerà soltanto che c'è chi lavora, che fa lavori talvolta umili ecc... ma allo stesso tempo imparerà a sue spese che si può essere sfruttati, come nel loro caso. Che esista il mondo del lavoro lo sanno, specie quelli i cui genitori  fanno lavori duri mal pagati.

Se uno vuol fare una esperienza lavorativa, in senso lato, cioè una qualunque, la  può fare durante le vacanze - come fanno già molti studenti - seguendo orari e regole, ma facendosi pagare.

 Come abbiamo fatto anche noi, con un  gruppo di amici, alla fine degli studi liceali, quando andammo a lavorare in una fabbrica metallurgica, in Germania, a Offenbach. Lavorammo sodo, con turni massacranti, giornalieri o notturni alternativamente, vivendo in baracche nel vero senso della parola. In Germania, gli studenti che lavoravano d'estate, non pagavano tasse, perciò alla fine del periodo di lavoro che durò all'incirca un mese e mezzo, guadagnammo bei soldini ( marchi -quando il marco era molto forte) e con quelli ci facemmo un bel viaggio in Europa, riuscendo a portare a casa anche qualche soldo rimastoci.
Noi pensavamo che quell'esperienza non ci sarebbe servita dal punto di vista lavorativo - speravamo di non essere costretti a fare quel lavoro massacrante che tanti fanno - ma solo per farci capire che significasse lavorare e lavorare duro. E ci servì.

La Giannini deve spiegarci perché la scuola deve prestare ad imprenditori di ogni genere dei giovani studenti, gratuitamente. Per ora non ce lo ha spiegato e soprattutto non l'hanno spiegato, nè Lei nè la Fedeli, agli studenti .
 Per questo siamo d'accordo con la protesta degli studenti. Se alternanza ci deve essere fra scuola e lavoro, deve essere pensata, studiata ed organizzata per renderla utile ed efficace.  Mentre ora, stando alle denunce degli studenti essa è stata  casuale, inutile  e priva di senso.

La protesta degli studenti ci ha fatto venire in mente  ciò che avviene nel mondo della musica con le cosiddette orchestre 'giovanili' o orchestre 'di formazione'. Che sono modi per sfruttare i giovani musicisti,  il più delle volte senza dare loro nulla in cambio.

Che sia utile per gli studenti di Conservatorio fare esperienza di orchestra, per la maggior parte delle classi di strumento, non c'è neppure bisogno di sottolinearlo, visto che  una simile esperienza - utilissima e di grande valore formativo - in Conservatorio non si fa. E che  la formazione di tali orchestre abbia finalità tutt'altro che formative è altrettanto chiaro.

Si fa un bando per reclutare giovani, si forma alla bell'e meglio un'orchestra, la si fa lavorare per una manifestazione che magari dura nel tempo, e alla fine, saluti e baci, chi s'è visto s'è visto. I giovani musicisti  hanno goduto di vitto e alloggio, qualche volta in condizioni di autentico sfruttamento e, terminata l'esperienza, tornano ai loro studi senza nulla di nuovo e di meglio per cui ricordare quell'esperienza. Perché poi, nella maggior parte dei casi queste orchestre giovanili vengono affidate a direttori che considerarli tali è un insulto alla professione; oppure a direttori alle prime armi che hanno loro bisogno di imparare e, di conseguenza, nulla possono ancora insegnare ai giovani loro affidati. Il caso di una giovanissima direttrice alla quale viene affidata la direzione di un 'giovane' complesso, a Napoli, ne è  esempio lampante.

Ci viene in mente, al contrario, l'esperienza esaltante che molti giovani d'Europa, italiani compresi, vissero negli anni in cui nacque e fu attiva la ECYO - poi divenuta EUYO - e cioè l'Orchestra  giovanile della Comunità (poi Unione) Europea. Come la sua filiazione più diretta, la Mahler, fondata e diretta da Abbado o la 'Divan' fondata ed affidata a Barenboim, la 'Cherubini' di Muti e, secondo noi, anche la 'Mozart' di Abbado, finita miseramente con la morte del direttore, e che ora  fra mille difficoltà, sta tentando di risorgere.

(Il contrario di ciò che avviene, ad esempio, con l'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani, della cui esistenza ogni tanto arriva qualche segno positivo e subito dopo un segno opposto, che viene montata ogni volta che serve - quasi mai per ragioni  musicali! - affidata sia per la gestione che per la direzione a mani assolutamente inesperte e la cui attività, circoscritta nel tempo, nessun segno lascerà nei giovani musicisti).

Beh, in quei primi anni di vita della ECYO, i selezionatissimi giovani musicisti, per qualche mese, solitamente d'estate, lavoravano prima 'a sezioni', e poi  affidati alla direzione di grandissimi - quelli veri- direttori ( Bernstein, Karajan ecc... se ricordiamo bene), giravano il mondo,  ricavandone benefici,  dagli stessi, anche a distanza di tempo, riconosciuti. E per i quali sono, anche da adulti e dopo molti anni, grati per  quell'esperienza.
 Anche quei giovani musicisti non ricevevano il becco di un quattrino; ma vuoi mettere i frutti di quell'esperienza, maggiori di qualunque compenso?

venerdì 13 ottobre 2017

E' un paese normale quello in cui gli studenti devono scendere in piazza per domandare SCUOLE SICURE?

Le due parole d'ordine dei numerosi cortei, ieri,  degli studenti italiani erano: vogliamo scuole sicurel'alternanza scuola-lavoro è un imbroglio. E sia per l'una che per l'altra richiesta avevano ragione.

Cominciamo dalla richiesta riguardante la sicurezza delle scuole, dove incidenti ogni tanto si verificano, e fra i tanti , quello del crollo di una parte del tetto dell'ANTICO Liceo Virgilio di Roma, in via Giulia,  che per poco non procurava una strage, non è che l'utlimo.

Ha sorpreso anche noi la inconsistente dichiarazione della ministra Fedeli: faremo sentire la nostra - SUA - voce al governo per avere fondi per la manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici scolastici. E' chiaro quel che ha detto? Non ha detto ecco subito dei fondi per la manutenzione, almeno quella straordinaria, come nel caso del Liceo Virgilio. No. Farà sentire la sua voce: vox clamantis in deserto' all'indirizzo di sordi!

Tante volte si è parlato in Italia - anche durante l'ultimo governo Renzi - dello stanziamento di fondi, consistenti, per la messa a norma e in sicurezza degli edifici scolastici ( quasi sempre dopo incidenti più o meno gravi). Nei quali ogni giorno i nostri giovani, ragazzi ed anche i bambini passano molte ore, ignari dei rischi che corrono.

Sarebbe stato opportuno che il piano di messa a norma e in sicurezza degli edifici scolastici venisse  attuato durante i mesi estivi, già due anni fa. Perchè non è accaduto? Forse c'entra anche l'abolizione delle Province cui competeva la responsabilità degli edifici scolastici e la loro manutenzione? Forse non hanno avuto più fondi a disposizione? Il fatto è che siamo sempre al punto di partenza, e i lavori in tutta Italia, per dare agli studenti scuole almeno decenti, oltre che sicure naturalmente, non si avviano ancora.

Quale che sia la causa, onde evitare ancora disastri e gravi incidenti, occorre mettere mano  al piano di manutenzione e messa in sicurezza degli edifici scolastici, senza attendere un minuto in più.
Anche perchè non è educativo per un ragazzo ed un giovane entrare ogni giorno, lasciando la propria abitazione, spesso confortevole, per la durata delle ore scolastiche, in edifici che mettono tristezza forse anche angoscia, oltre che pericolosi.

Noi che abbiamo insegnato per tutta la nostra vita lavorativa - dal 1972 al 2013 ininterrottamente - possiamo attestare che in quasi tutti i casi abbiamo frequentato edifici  per lo più inadatti, adibiti provvisoriamente a scuole, e nella maggioranza dei casi, sporchi, 'sgarrupati', qualche volta anche fatiscenti, come se fossero stati la notte prima  visitati da vandali o ladri. Non stiamo esagerando. E spesso ci siamo chiesti: come facevano quegli studenti ad essere normali, come si poteva loro insegnare a rispettare  aule e suppellettili, se  le aule  erano sporche, vergognosamente sporche, ed imbrattate - e le suppellettili  sembravano  quelle di un paese in guerra?

Un breve elenco delle numerose scuole nelle quali abbiamo insegnato. A Roma, sia il Liceo 'Castelnuovo' che l'Istituto tecnico 'Fermi' erano allocati in edifici in disarmo. Vecchi, sporchi, come in procinto di essere abbattuti. In particolare, del Castelnuovo ricordiamo ancora i vistosi buchi sulle pareti divisorie delle classi e sulle porte delle aule, alcune delle quali con una scritta, solo quella spiritosa: FORO ITALICO; per il resto non c'era che da angosciarsi.  Il Fermi, dove ci siamo recati recentemente, giaceva  ancora nelle stesse penose condizioni di quarantant'anni fa! Del Liceo De Sanctis,  in via dell'Acqua traversa a Roma, ricordiamo solo che  era ospitato , provvisoriamente in una palazzina non nata per ospitare una scuola, non ricordiamo altro, se non che quel Liceo, era assediato da fascisti  anche pericolosi: il  notissimo picchiatore Procopio, ad esempio; e che vi insegnava il prof. Signorelli: un incubo!
A poca distanza dal Castelnuovo, abbiamo insegnato in un altro Liceo, indicato solo con un numero progressivo XXII ospitato in un prefabbricato, liceo 'sperimentale' la cui sperimentazione  è durata anni e forse decenni; di quell'esperienza ricordiamo solo  la bravura, in blocco, del corpo docente.

Poi siamo passati ad insegnare nei Conservatori di Roma, Perugia, Firenze, L'Aquila.
 Nessuno di questi istituti musicali aveva una sede idonea, decente. In quasi tutti, ancora oggi ospitati in edifici storici,  l' ultima manutenzione datava forse ad una ventina d'anni prima. Uno schifo, una v vergogna, locali deprimenti! Non sappiamo se in alcuni di essi le cose sono migliorate. A Roma certamente no! A Firenze non sappiamo; a Perugia , invece, dove siamo tornati una decina di anni fa, abbiamo constatato un miracolo: l'edificio era stato  restaurato così bene che  non credevamo ai nostri occhi:la biblioteca sembrava addirittura un salotto, invitante allo studio; merito della direzione di Giuliano Silveri.
 Il paradosso   a L'Aquila, dove abbiamo insegnato per molto tempo, ma dove solo negli ultimi cinque anni avevamo a disposizione un edificio idoneo, costruito ex novo dopo il terremoto, in pochi  mesi ( il terremoto era stato in aprile del 2009, in estate è cominciata la costruzione, il nuovo edificio - provvisorio ancora oggi - inaugurato per le vacanze natalizie,  alla presenza di Riccardo Muti e di Salvo Nastasi, oltre che del Commissario Bertolaso e dell'allora prefetto Gabrielli). Senza terremoto e senza l'impegno dell'allora direttore, Bruno Carioti, per ottenere una sede nuova in tempi brevi, gli studenti starebbero  ancora in una sede storica di grande prestigio ( nel Convento, adiacente alla basilica di Collemaggio), ma certo non nata per ospitare una scuola di musica.

Dunque, tirando le somme, della decina di scuole in cui abbiamo insegnato, gli edifici idonei erano soltanto un paio. Hanno ragione o no gli studenti per protestare?

domenica 8 ottobre 2017

Antonio Pappano. Svelato l'arcano della bacchetta da lui impugnata per il 'Re Ruggero' di Szymanowski

Noi c'eravamo, alla vigilia, incamminati per una strada pericolosa, nella lettura della 'bacchetta' di Pappano, per la prima volta impugnata dal direttore, come sottolineava con enfasi la copertina del 'Trovaroma' di Repubblica.

Per noi quella bacchetta era 'magica' e serviva al direttore principalmente per due scopi. Il primo, arrivare fino in fondo all'esecuzione assai impegnativa, sebbene la partitura fosse a lui arcinota avendola già diretta a Londra, e nello stesso tempo tentare, disperatamente, ancora una volta di far entrare  quel 'Mysterium'  nel repertorio dei teatri; il secondo, mettere a tacere quanti avrebbero potuto storcere il naso e turarsi le orecchie di fronte ad una inaugurazione di stagione così inusuale.

Il primo,  grazie alla bacchetta  per noi 'magica'  è parzialmente riuscito, non sappiamo ancora dell'esito dell'entrata dell'opera di Szymanowski nel repertorio dei teatri, sebbene confidiamo molto sulla  sua potenza - della bacchetta 'magica'; il secondo , forse, anche, perchè il pubblico a fine esecuzione ha applaudito, e la critica pure inneggiato al 'fenomenale' Pappano 'con la bacchetta', il quale, qualunque cosa tocchi, la trasforma in oro, come ha fatto con il leone tutto d'oro con il quale l'Accademia, pubblicitariamente , ha rappresentato l'effigie di re Ruggero.

Poi però è arrivata la solita guastafeste che ha distrutto tutto il castello magico che, a fatica, avevamo costruito intorno a quella bacchetta. La guastafeste si chiama Carla Moreni, solitamente bene informata, per via diretta, degli accadimenti e  delle previsioni che riguardano l'Accademia, che è venuta a dirci la ragione di quella bacchetta: una banale tendinite alla mano destra del direttore. Ed ha aggiunto, per la serie che 'non tutti i malanni vengono per nuocere' che , con la bacchetta, 'il gesto di Pappano si è fatto più chiaro',  mentre - aggiungiamo noi, tirando le somme del discorso - quello di Temirkanov, che si ostina a dirigere senza bacchetta, è tremendamente  scuro, meglio: pochissimo chiaro, sebbene efficace, a detta di taluno.

La guastafeste,però, per farsi perdonare la disillusione prodotta almeno in noi, ha rivelato una anticipazione (?) che le potrebbe essere stata sussurrata all'orecchio, con la preghiera,  da lei disattesa, di non parlarne con nessuno, mentre Lei, per farsi perdonare, ne ha parlato.

 Perché, ancora una volta, e sarebbe la terza, Pappano ci riproverà con 'Re Ruggero', nel 2021 e alla Scala, nell'anno in cui si conclude l'ennesimo contratto  con Santa Cecilia, iniziato nel 2005 ed anche quello con il Covent Garden di Londra, addirittura precedente? Potrebbe essere il biglietto di ingresso alla Scala di Pappano, con un incarico di peso: direttore musicale?  Ma non c'è Chailly? Dopo Chailly, o perchè scommette che Riccardo, dopo qualche anno, fuggirà pure lui dalla Scala, come hanno fatto in passato sia Abbado che Muti?


Ma la lettura dei giornali ci ha riservato un'altra sorpresa. Premettiamo che noi, da quando c'è quella brava persona di Dall'Ongaro  alla sovrintendenza, non siamo più graditi a Santa Cecilia,  e perciò di tutto quello che avviene, di buono e  di cattivo, lo sappiamo solo dai giornali, ai quali siamo costretti ad attenerci.
(Detto fra parentesi, non è che la messa al bando inflittaci da Dall'Ongaro - a seguito di una causa contro di noi che ha perso su tutta la linea ( ben gli sta!) - ci turbi più di tanto. Di musica,  nella nostra vita, ne abbiamo ascoltata tantissima, almeno il doppio di quella bastevole per una vita interamente ad essa votata;  e perciò, ora, una sorta di 'cura del silenzio' non ci dispiace del tutto).

I giornali, dicevamo, ci hanno raccontato, all'unanimità, della delusione ed inefficacia, ma anche della inopportunità del 'video live' che ha accompagnato l'esecuzione, ed anche  della ovvietà della cosiddetta 'mise en espace' che faceva arrivare un protagonista dalla platea, mentre un altro lo piazzava in alto nelle gallerie, fronte pubblico. Cose viste, straviste, inutili, dizzinali e banali.

Ci hanno, perciò,  anche detto indirettamente,  per lo meno ce lo hanno fatto capire, che Pappano e Dall'Ongaro non hanno creduto fino in fondo alla inusuale scelta di inaugurare con l'opera di Szymanowski, e per questo hanno chiamato la coppia Masbedo, sperando che  il loro lavoro la rendesse meno indigesta, più accettabile da coloro che, frequentando Santa Cecilia, vogliono sentire la grande musica, soprattutto nelle serate speciali, concedendo che, in qualche occasione meno importante,  si possa procedere  anche alla riscoperta di  capolavori presunti e  ingiustamente dimenticati.
Per ora quella scelta è stata bocciata: contestata dal pubblico e disapprovata in coro dalla critica.
Sbagliando si impara?

martedì 15 agosto 2017

Dove vanno i critici musicali italiani d'estate? Snobbano l'Italia, salvo qualche eccezione,retribuita, e scelgono l'estero

Abbiamo atteso qualche giorno, pensando che seppure con un pò di ritardo, qualche nostro collega ci avrebbe informato degli esiti di alcuni festival  così importanti  che se ne sono accorti  gli stranieri  che li frequentano di anno in anno, in  numero maggiore degli stessi italiani. E invece no, almeno per alcuni. Gli stranieri vengono in Italia per i nostri festival - intendiamo il pubblico oltre i critici - e i nostri critici vanno all'estero a sentire concerti. E l'Italia resta scoperta. I critici spiegano anche perchè.

In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Sia chiaro, i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, o per il debutto di un interprete, specie se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.

E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro o che va a stanarlo, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.

I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove  Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna', alla quale trasmette, costringendola a vivere in una sorta di 'comune', il suo fluido mistico.

Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.

Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà? E perché Cappelli non ha verificato?

Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani,  innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.

Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, orfana di Abbado e sotto la guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.

E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.

C'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere  ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da  Fabio Luisi. E basta? No. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione, e non è una novità.

 I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.

Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.

mercoledì 9 agosto 2017

Maestro Muti, non se la prenda. Il racconto dell'Aida a Salisburgo continua

Il Corriere si sta distinguendo quest'estate per l'attenzione agli eventi musicali di stagione, fra i quali certamente l'Aida a Salisburgo che celebra il ritorno nella buca di orchestra per un 'opera di Riccardo Muti al festival austriaco, dopo il Nabucco di molti anni fa che si vide successivamente anche a Roma, è quello di maggiore attrazione.

 Oggi, dopo il reportage di un paio di giorni fa, il quotidiano torna sull'evento, con una dichiarazione, amara, di Riccardo Muti e con tre pezzi, raccolti da Cappelli ma ascrivibili rispettivamente al direttore, alla regista iranaiana, al suo debutto nella lirica, e alla Netrebko, la star dell'opera.

  Particolarmente interessante la bella dissertazione di Muti che cancella la pessima tradizione perpetuata intorno all'opera verdiana, per ascriverla fra quelle di maggiore intimità, con le dovute spiegazioni. Molto diverse da tante altre dello stesso tenore, che abbiamo letto in anni passati, anche riguardo ad altre opere oltre che sull'Aida, quando non potendosi fare con le scene, per mancanza di soldi, diventavano opere cameristiche - come nella volontà del compositore, dicevano gli imbroglioni a comando, fra i quali anche direttori notissimi che non nominiamo.  Tolta la scena del trionfo, il cui trionfalismo è nella musica e dunque non abbisogna neanche del corteo di elefanti e schiavi e tesori, Aida è opera davvero raffinatissima, intima, introspettiva, e tale deve tornare ad essere. Esattamente come, secondo Muti, l'ha concepita Verdi e come il nostro direttore l'ha riproposta.

Ma non è su questa lezione di musicologia che vogliamo soffermarci, bensì sulla lagnanza del direttore per l'assenza di  politici italiani a Salisburgo, dove era presente Angela Merkel, cancelliera tedesca in trasferta a Salisburgo per amore della musica, e dove negli ani passati, prima di Merkel, si vedeva  regolarmente anche il cancelliere Koll. Muti avrebbe gradito che anche qualche politico italiano si fosse recato a Salisburgo per l'opera - nostro vanto, come vanno dicendo sempre questi ignoranti analfabeti  che ci governano - e per godere del caloroso trionfo riservato ad uno dei nostri più illustri cittadini.

Maestro non se la prenda. Non venivano a Milano, come può pensare che possano, interrompere le vacanze estive,  per venire fino a Salisburgo? ( in verità noi che Salisburgo l'abbiamo frequentata per molti anni, abbiamo più d'una volta notato seduto ai tavolini di Tomaselli  qualche politico italiano, ma il pubblico di Salisburgo è internazionale, se si escludono gli italiani che invece affollano d'estate le vie della cittadina mozartiana). Si ricorderà della nostra ex ministra Melandri che disertò l'inaugurazione della Scala accampando che avrebbe dovuto allattare il pargoletto, e poi, sprovveduta, fu beccata, povera idiota, ad una cena all'Hilton. Come può pensare che la Melandri come tutti gli altri suoi successori ( Bondi,Galan, Ornaghi, ma mettiamoci anche Franceschini) possano scegliere di andare all'opera o ad un concerto? Non si illuda questo è il nostro paese.

Non rimpianga neppure la visita che ricevette tanti anni fa proprio a Salisburgo, da Alemanno - buono quello! - e Vespa,  che vennero a trovarla nel pieno del festival per strapparle la promessa di assumere un  incarico all'Opera di Roma. Lei, si ricorderà, per toglierseli di torno, acconsentì, ma poi si rimangiò quella promessa, perché di fatto non assunse nessun incarico di rilievo all'Opera di Roma, ma solo l'impegno a dirigervi per qualche anno di seguito. E poi via prese il fugone  quando l'aria divenne cupa, da quel che lei dichiarò; quando, invece, le sue richieste divenute sempre più esose il teatro non potè accogliere, secondo l'altra campana.
 Comunque a Roma ha lasciato un buon ricordo. Il suo nome compare ancora nel sito dell'Opera, con il titolo conferitogli: direttore onorario a vita. E qui smettiamo, perchè ci viene da ridere!

martedì 8 agosto 2017

Da Macron a Muti: dalla prémière dame alla prémière fille

La popolarità del nuovo presidente francese, eletto con un inatteso plebiscito, va lentamente, ma non tanto, ed inesorabilmente calando, anche a seguito del 'ruolo' che lui avrebbe voluto ritagliare, in ambito ufficiale, a sua moglie Brigitte - senza la quale, come ha dichiarato, lui non sarebbe quello che è e non sarebbe arrivato dove è arrivato:  chissenefrega! - dotandola di ufficio, budget  e segreteria, e che ora non potrà più mettere in atto. Perché quegli stessi francesi che l'hanno votato, gli hanno fatto capire e sapere apertamente che loro hanno eletto lui e non lei, e nel caso delle elezioni presidenziali, non vale che voti uno e prendi due. Dunque Brigitte faccia la moglie del Presidente; che già è tanto; meglio se con un pò più di pudore, anzi semplicemente con  stile e classe istituzionali, evitando di farsi sempre vedere in pubblico come la piccioncina con il suo piccioncino; lo faccia in privato, in pubblico tenga più contegno!  Altrimenti, anche per questo, la sua popolarità  calerà ancora. Forse a lui non importa, perché ha al suo fianco la sua Brigitte, ma  importa ai francesi che l'hanno votato sperando una svolta; ai quali sarebbe opportuno non creare  delusione ed imbarazzo!

La storia della prémière dame francese e la sua responsabilità  nel calo della popolarità di suo marito Macron il presidente, evidentemente non ha insegnato nulla al m. Riccardo Muti. Se l'altro ieri, in una corrispondenza/intervista ( Il Messaggero) da Salisburgo, dove sta dirigendo un'Aida 'da sogno' - come la si etichetta nei salotti - ha rivelato, a chi gli domandava quando tornerà a dirigere un'opera in Italia, che lo farà al San Carlo, con un'opera di Mozart, Così fan tutte, dove avrà al suo fianco come regista sua figlia Chiara - che conosce Mozart come nessun altro - parole del maestro! - dopo la sua prima esperienza mozartiana ne Le nozze di Figaro. Nella foga dell'annuncio si è dimenticato di dire che, ancor prima di Mozart, dirigerà, a Firenze, Verdi, nella prossima stagione, a ricordo del suo debutto con il Maggio molti anni fa.
E non è nè la prima ( lo ha fatto anche con Sancta Susanna di Hindemith, nel recinto dorato di sua  moglie Cristina, a Ravenna!) e neppure la seconda volta che Muti si porta appresso sua figlia Chiara. Santo Iddio, maestro, è possibile che per avere lei devono prendere anche sua figlia? Che sarà bravissima, anzi lo è, ma allora faccia la sua carriera nei teatri del mondo sia come attrice che come regista, lontana dal papà  e dalla mamma, che finora  hanno fatto troppo, troppissimo, per lei!
Ma come, ogni giorno lottiamo, denunciandolo, contro il nepotismo e familismo, e Lei, anche Lei dà il cattivo esempio? La conseguenza sarà che, un giorno lontanissimo, nessuno vorrà più nè vedere nè sentir parlare di sua figlia Chiara.

venerdì 16 giugno 2017

Giorgio Ferrara vola verso il ventennio della sua direzione a Spoleto

Proprio quando l'edizione 2017 del Festival di Spoleto sta per cominciare arriva la notizia- per noi nefasta - della conferma di Giorgio Ferrara al timone del festival che fu di Menotti fino al 2020, quando gli anni di sua permanenza saranno tredici e nulla impedisce che si protraggano ancora fino a venti.

Perchè agli occhi del Ministero vigilante e pagatore, degli amministratori spoletini e di tutta la società dei salotti chic, la gestione Ferrara sembra la migliore del dopo Menotti ( non ve ne è stata un'altra dopo il tragico passaggio di Francis, cacciato via a pedate nel di dietro) e quella che può assicurare un futuro 'sicuro' alla manifestazione che un tempo era vetrina di scoperta di nuovi talenti ed ora invece  è passerella di vecchie glorie o di glorie consolidate che non dovrebbero appartenere al dna di un festival come Spoleto che con Menotti 'guardava al futuro'. Che bisogno abbiamo ogni anno puntualmente di vedere spettacoli di Bob Wilson, tanto per citare un nome  solo, e di assistere alla sfilata di un mondo che vediamo anche altrove?

Come si può far capire a Ferrara jr.(  quanto a grandezza e notorietà) che durante l'anno più che frequentare i soliti salotti, sempre gli stessi, dovrebbe trottare, in giro per il mondo, per scoprire nuovi talenti e portarli a Spoleto? Se tutti gli dicono che è bravo e che come lui non c'è nessun  altro, tanto che gli rinnovano fino al 2020 l'incarico, lui non cambierà mai. Anche se è pur vero che non si può chiedere a Ferrara di essere Menotti senior, se Menotti  senior non è ed è solo Ferrara junior.

Lui con il budget che ha, che non è poi così risicato, specie se pensiamo ai tempi  di crisi, paga le star e poi appalta il resto del festival a studenti di questa o questa scuola, questa o quella disciplina, che poco gli costano.

 L'argomento 'musica' non lo tocchiamo per l'ennesima volta, ma solo per carità cristiana  perchè  ci costringerebbe a dare 'zero' alla sua direzione, che si è allargata anche alla regia d'opera, andando a 'toccare' la santissima trinità del Mozart-Da Ponte, che di altre mani registiche avrebbe necessità.

Un argomento che  non possiamo eludere ed un problema che non possiamo ritenere risolto, solo perchè, su consiglio non disinteressato di Nastasi, l'amico del giaguaro al ministero, Spoleto s'è alleato con il festival ravvenate dei Muti. Una rondine non può far pensare che sta per tornare la primavera nel cielo di Spoleto.



venerdì 5 maggio 2017

Il Festival di Spoleto non è più quello di Gian Carlo Menotti, e neppure il Festival di Spoleto, tout court

Giorgio Ferrara ha così tanto rivoluzionato il festival che ha ereditato da una decina d'anni - dalle scialbe ed incapaci mani di Francis Menotti, indegno erede del padre adottivo e fondatore - e che non ha nessuna voglia di mollare, complice il tenebroso Franceschini,  al punto da renderlo irriconoscibile non solo da quello di Menotti Giancarlo, ma dal Festival di Spoleto come in tanti anni s'è visto e frequentato.

 Ormai il Festival di Spoleto è diventato il 'Festival di Ferrara' - non la città emiliana, ma di Ferrara Giorgio - allo stesso modo in cui per mezzo secolo circa è stato il 'Festival di Menotti'; solo che, vuoi mettere?
 Giancarlo Menotti era un genio, pur eccentrico; Ferrara, genio non è - non ce ne vorrà - s'è fatto un festival domestico: con sua moglie la celebre e  brava attrice Adriana Asti presenza fissa, e la sua attività collaterale di regista d'opera, un settore che negli anni trascorsi come 'aiuto', non ha mai frequentato. Osando addirittura curare la trilogia italiana di Mozart/ Da Ponte che quest'anno si conclude con il Don Giovanni, del quale si arrischia a curare anche la drammaturgia in coppia con De Ceccatty, biografo ed autore di uno spettacolo per sua moglie Adriana Asti, che debutta a Spoleto.

Ora tutte queste riflessioni, ed altre simili, le fanno anche alcuni giornali,  distratti negli anni scorsi da intrecci disgustosi ed intollerabili fra alcuni suoi redattori del settore spettacoli e la direzione del festival , dalla quale sembra fuoruscito il 'direttore musicale' Alessio Vlad, che oltre al Teatro dell'Opera di Roma è impegnato al Festival di Ravello e forse anche altrove, come fosse la reincarnazione di Barbaja o di Francesco Siciliani.

La tecnica messa in campo da Ferrara è sempre la stessa. Lui si occupa, ed a ragion veduta,  anchepensando all'età della pensione da Spoleto, del  settore teatro: per la musica, sì è legato con catena triennale, giusto il consiglio di Nastasi, alla Ravenna di Muti e Cristina Mangiavillani, lasciando che le briciole le prendesse la Scuola di Fiesole (che organizza tutti i concerti cameristici, sia di mezzogiorno che serali), per il giornalismo  s'è affidato a Mieli ed anche ad Augias - che si pretende di più? - e per il resto, per quel resta... chissenefrega: uno spezzatino senza sapore.

E, da ultimo, questo stesso Ferrara, osa ignorare Giancarlo Menotti, il fondatore del festival, che egli nei suoi anni di direzione ha completamente  stravolto, alla ricorrenza dei dieci anni dalla morte.

C'era da immaginarselo. Ferrara ha inaugurato un festival dalla memoria corta, anzi senza memoria, giacchè non ha ritenuto necessario l'archivio del festival, del quale, per fortuna, s'è occupato una  benemerita famiglia spoletina di produttori di olio.    

Le orchestre italiane sono indisciplinate. Chi è l'autore di una simile calunnia apparsa sul Corriere della Sera?

Senza Valerio Cappelli che ci informa puntualmente su tutto ciò che accade nel mondo musicale, avanti e dietro le quinte, i lettori dei giornali resterebbero all'oscuro della complessa macchina che muove il mondo musicale italiano

Ieri, ad esempio, ci ha rivelato qualcosa che noi mai e poi mai avremmo supposto, e cioè che nelle orchestre italiane, anche in quelle che vanno per la maggiore e 'in giro per l'Europa', ci sono sacche di indisciplina che comunque non  sfuggono al suo occhio attento e lungo di cronista. Il quale, nei più recenti concerti dell'Orchestra di Santa Cecilia, ha beccato un paio di strumentisti, fra quelli seduti nelle prime file, fronte pubblico, quindi sotto gli occhi di Pappano,  che se la ridevano contenti, senza pudore. Rispondevano forse ad un sorriso di compiacimento del direttore? Neanche per sogno. Se la ridevano e basta.

Sempre Cappelli, sempre ieri, ci ha rivelato  alcune confidenze di Riccardo Muti, che lui ha incontrato nei giorni scorsi, il quale gli ha ricordato che non dirige l'Orchestra ceciliana dagli anni Ottanta, per una ragione simile. Un orchestrale, appena iniziate le prove del Requiem di Verdi, voluto da Muti in pianissimo, disse al direttore, coram populo: ' Maestro, ha messo la sordina?'. Muti se l'è legata al dito e da allora non ha mai più diretto l'Orchestra di Santa Cecilia Questo avrebbe detto a Cappelli.

Possiamo, anzi dobbiamo credergli fino in fondo, a Muti? Chissà.
Non è che Muti, dagli anni Ottanta in avanti, non ha mai più diretto orchestre italiane,  perché lo ha fatto dalla Scala al Maggio al San Carlo, all'Opera di Roma, oltre l'amata 'Cherubini'. E vuol farci credere il direttore che non ha mai assistito ad episodi simili e che nessun altro orchestrale, dopo quello screanzato dell' Orchestra di santa Cecilia, durante le prove,  abbia beccato mentre parlava con il vicino o si distraeva?

Noi di prove ne abbiamo seguite tante, con diverse orchestre. Da quella della Rai di Roma, ai tempi della sua esistenza, quando i direttori dovevano interromperle più che per correggere certi passaggi, per invitare gli orchestrali a fare silenzio e a non distrarsi. 

Più ancora, per dieci anni consecutivi, ogni Capodanno abbiamo seguito, a seguito di un incarico Rai per il Concerto di Capodanno, trasmesso da Rai 1, dalla Fenice, le prove d'orchestra, dalla prima all'ultima, in quel teatro.
 Immancabilmente i componenti di alcune famiglie strumentali, sempre gli stessi e sempre delle stesse famiglie, erano continuamente distratti, ridevano e parlottavano al punto che il direttore  invitato, rinunciava a riprenderli di continuo, dopo aver constatato che i suoi interventi venivano subito dopo disattesi. Ne ricordiamo uno in particolare come fosse ieri. Qualche volta, indignati perfino noi, ne abbiamo parlato con la dirigenza del teatro la quale ha fatto sempre spallucce, come a dire: purtroppo è così, non possiamo farci nulla. Ma come?

Anche l'orchestra di santa Cecilia aveva questo vizio, almeno fino all'arrivo di Pappano. Un vizio che credevamo finalmente perduto, prima della rivelazione di Cappelli. Ma forse non avremmo dovuto farci illusioni, per un vizio così antico e  radicato. Anche Giuseppe Verdi, ai suoi tempi, notava che gli orchestrali italiani 'sono molto indisciplinati, più indisciplinati di quelli francesi'. Non possiamo dimenticare  alcuni orchestrali che durante le prove, ma forse anche durante il concerto della domenica pomeriggio, ancora nell'Auditorium di via della Conciliazione, parlavano fra di loro e qualcuno - potremmo fare i nomi, ma non li facciamo per carità cristiana e soprattutto perché non compete a noi farli - ascoltava con l'auricolare le partite di calcio che si svolgevano in quelle stesse ore.

Questi ed altri episodi appartengono alla storia patria dell' Italia musicale. Possibile che solo a Muti, dopo quell'episodio degli anni Ottanta, non sia capitato mai più di esserne testimone?  Neanche una volta al Teatro dell'Opera? Boh!

E allora qual è la ragione per cui non dirige  l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia?
 Chi ha seguito, negli anni di sua permanenza a Roma, al Teatro dell'Opera, le polemiche quasi giornaliere fra Muti e Cagli, ammiraglio dell'orchestra ceciliana, saprà trovare altri motivi, futili anch'essi, della sua assenza da Santa Cecilia. La quale sta tentando, magari in maniera maldestra e con ritardo cronico, di sanare quella situazione, come ha fatto, ad esempio, candidando al Premio 'Presidente della Repubblica' il noto direttore.

Ora vorremmo fare noi una piccola, forse insignificante, rivelazione. Nei giorni in cui Riccardo Muti, con gesto da vero italiano e meridionale verace,  lavorò a L'Aquila , dopo il terremoto, fermandosi per una settimana in quella città di rovine, avemmo modo di parlare spesso con lui ed anche di intervistarlo ufficialmente. Era il periodo in cui si venne a sapere, a seguito degli interventi di Vespa ed Alemanno, andati in pellegrinaggio a Salisburgo per incontralo, che Muti avrebbe assunto un  incarico all'Opera di Roma ( non un incarico qualunque, perché lui stesso ci disse che avrebbe risollevato le sorti del teatro e dell'orchestra, portandovi tanti suoi amici direttori e solisti di grido 'come ho fatto con il festival di mia moglie a Ravenna' - testuale)  

Nel corso delle nostre chiacchierate, il discorso cadde anche sull'Orchestra di santa Cecilia che aveva tenuto all'Aquila  un concerto diretto da Pappano.  Quando gli facemmo notare che l'Orchestra ceciliana, recentemente, era cresciuta, lui smorzò subito il nostro entusiasmo: 'ma che quella è un'orchestra?' - testuale.
 Naturalmente demmo a quella affermazione confidenziale (che, perciò, non citammo nell'intervista, anche perché la tragedia aquilana imponeva il riserbo su qualunque altro argomento non altrettanto rilevante) il peso che meritava, in considerazione delle circostanza nella quale era stata pronunciata: alla vigilia, cioè, del suo sbarco al Teatro dell' Opera di Roma, la cui orchestra, neppure lontanamente poteva essere paragonata, per qualità, a quella ceciliana, prima della 'cura Muti', che doveva per forza produrre i suoi effetti. Miracolosi!

Ma allora perchè Muti non dirige a santa Cecilia?  Potremmo anche aggiungere: perchè Pappano non dirige al Teatro dell'Opera?
Perchè direttori( ed anche solisti) del grande giro, alcuni vengono regolarmente in Italia ed altri mai?
Perchè quando Abbado era alla Scala, Muti non ci ha messo mai piede? E perchè Muti, a sua volta, quando era alla Sala, non vi ha fatto mai mettere piede ad Abbado, a dispetto dei finti calorosi inviti a ritornare?
 Vogliamo aprire il capitolo delle miserie umane? Preferiamo di no.  

mercoledì 3 maggio 2017

Il ministro Madia spieghi perchè la direzione artistica è vietata e la direzione musicale no ai pensionati. Ed anche la differenze fra direzione artistica e musicale

Dalla circolare n.4 del 2015 del ministro Madia sul divieto di conferire consulenze ed incarichi a pensionati nella Pubblica Amministrazione, si legge, a proposito degli incarichi che non rientrano in tale divieto che: “ Il divieto prescritto non si applica agli incarichi di direttore musicale,direttore del coro e direttore del corpo di ballo, atteso che essi non rientrano in nessuna delle ipotesi contemplate dalla legge, anche in considerazione della specifica natura delle relative prestazioni”.
Che va letto, o andrebbe letto, nel senso che tali incarichi sono di natura 'più tecnica' e non dirigenziale.
L'unica possibilità consentita dalla legge cui tale circolare esplicativa fa riferimento, è quella di incarichi della durata non superiore ad un anno e gratuiti. IL caso dei consiglieri Rai, pensionati, fa testo ed anche scuola.
A noi interessa qui considerare la distinzione che tale circolare fa tra alcuni incarichi in ambito musicale, dove la direzione artistica non è consentita, ma quelle musicale, corale e coreutica invece sì.

Ma mentre appaiono chiare le differenze fra una direzione artistica e la direzione di coro o di un corpo di ballo - queste ultime due cono responsabilità 'tecniche'- non è facile venire a capo della differenza sostanziale che correrebbe, a guardare la circolare Madia, fra la direzione artistica a la direzione musicale. Ma forse tale distinzione s'è fatta per salvare alcune situazioni che altrimenti sarebbero esplose. Chi si meraviglia dimentica quante leggi e circolari sono state fatte in passato per salvare casi singoli. Perché non potrebbe accadere anche oggi, seppure in percentuali ridotte?

Il direttore musicale - è inutile negarlo - non può essere estraneo alla direzione artistica. Perché Muti non accettò l'incarico di direttore musicale dell'Opera di Roma? Perché tale incarico avrebbe comportato oltre che la direzione vera e propria di alcune produzioni, anche la responsabilità dell'orchestra , in accordo con la direzione artistica che lì era rappresentata da Alessio Vlad - messo lì d Muti perché fosse la suo servizio. Perciò è impossibile prefigurarsi che un direttore musicale non abbia voce nella programmazione artistica, mentre è vero il contrario e cioè che il direttore artistico non metta bocca sull'orchestra - anche perché qualche volta potrebbe non capire di cosa si tratta.

E così, stante il divieto per i pensionati, dopo i 65 anni di età, di assumere incarichi direttivi nella Pubblica Amministrazione, o in istituzioni e fondazioni che ad essa fanno capo, l'escamotage della 'direzione musicale' consente a chicchessia di accedervi, giacché è connaturata alla direzione musicale anche la responsabilità artistica. O no? Si vuol dire che Chailly o Pappano o Luisi - che comunque sono sotto i 65 anni e non sono pensionati – sulla direzione artistica delle istituzioni nelle quali sono impegnati non mettono bocca? Anche da pensionati potrebbero con quel medesimo incarico continuare a farlo, basta mettergli al fianco una segreteria organizzativa, in campo artistico.

Alla luce di questo, risulta davvero incomprensibile come abbia fatto la Rai ad assumere come direttore artistico per la sua Orchestra sinfonica nazionale di Torino, un pluripensionato, sugli ottanta, come è Cesare Mazzonis. Forse che lui non era dipendente dirigente, ma lavoratore autonomo? Poteva essere, in tutti gli anni in cui è stato sovrintendente o direttore artistico di fondazioni come quelle liriche o della Rai stessa dove è la terza o quarta volta che vi fa ritorno?

E come è possibile che l'esperto in economia della cultura, qual è Carlo Fuortes, assuma come direttore dell'ufficio stampa del teatro dell'Opera di Roma,  Renato Bossa, con un incarico triennale remunerato, un dipendente pubblico in pensione, che ha superato i 65 anni d'età, che ha insegnato fino a qualche anno fa presso l'Accademia nazionale di danza a Roma?


Anche questi casi rientrano in quelli esenti dal divieto, stando a ciò che si legge nella circolare esplicativa del ministro Madia'? O forse no?

sabato 11 marzo 2017

A Riccardo Muti il Premio 'Presidente della Repubblica' relativo al 2015. La storia corre lenta

Da molti anni è stato istituito un premio che in Italia si dà a personalità eccellenti in vari campi, da quello artistico allo scientifico.  I vincitori li decidono tre delle più note accademie italiane: Accademia di s.Cecilia, Accademia di s.Luca e Accademia dei Lincei. Su questi premi la Presidenza della Repubblica ci mette il suo imprimatur. Il difficile lavoro della scelta dei vincitori spetta alle  tre Accademie, oberate di lavoro da mattina a sera,  le quali vanno con i piedi di piombo, nel timore di sbagliare candidato.

Tanto per fare un esempio l'Accademia di s. Cecilia, che fra i suoi membri  conta anche il m. Muti, ma con il quale i rapporti non sono affatto idilliaci, ci ha pensato anni e anni prima di attribuirgli il suddetto riconoscimento, che però ora è finalmente arrivato.
Nel frattempo il premio lo ha attribuito alla Scuola di Fiesole, ad Abbado, al Sistema delle Orchestre e cori giovanili e infantili e, negli ultimi anni che ci ricordiamo, anche a Irma Ravinale - ancora durante la sovrintendenza di Bruno Cagli.
Durante la quale si sa che i rapporti con Muti - specie negli anni in cui egli lavorò all'Opera di Roma - non furono sempre idilliaci. Anzi, in alcuni casi, addirittura volarono stracci in pubblico, con dichiarazioni bellicose riprese dalla stampa.
A prescindere, l'attribuzione di tale premio a Muti non fa proprio notizia: perché prima di questo egli ha ricevuto premi, riconoscimenti ed onorificenze in ogni parte del mondo.

La vera notizia, invece, del premio a lui come a Luigi Ontani ( attribuitogli dall'Accademia di s.Luca per le arti visive) consegnato dal Presidente Mattarella qualche giorno fa, riguardava  i premi del 2015. Ed ora siamo al 2017.  Chi ha fatto tardi? Forse non hanno tardato le Accademie ad attribuire i Premi; il ritardo potrebbe essere dovuto al tempo che ci ha messo la pergamena ufficiale del Premio ad essere scritta e miniata e, poi, a giungere, con inviato speciale, dalle storiche sedi delle Accademie al Palazzo del Quirinale.
 A quando i Premi 'Presidente della Repubblica' del 2016?

giovedì 2 marzo 2017

Riccardo Muti torna a Firenze per il G7 della cultura, a fine marzo

Firenze è sempre stata considerata come una sorta di zona franca, fra Milano (Scala) e Roma (Opera), dove, invece, chi ci è passato, prima o poi, ha dovuto pagare pegno. I casi di Abbado e Muti stanno a testimoniarlo.
Sia Abbado, quand'era in vita, che Muti prima di tornare a Roma o a Milano  s'erano fatti ascoltare a Firenze, accampando talora ragioni sentimentali. Nel caso di Muti,  perchè Firenze era stato il suo primo incarico stabile in Italia, dopo la vittoria del Premio Cantelli, chiamatovi da Roman Vlad, la riconoscenza verso il quale Muti ha sempre dimostrato anche  prendendo per mano il suo figlio diletto e piazzandolo all'Opera di Roma, dove forse con le sole sue forze  non sarebbe mai giunto, come anche in altri incarichi sui quali  il grande direttore mantiene una sua influenza, se non diretta, almeno di prestigio.

Comunque resta il fatto che sia Abbado che Muti, in Italia, nei periodi di maretta con le rispettive orchestre di titolarità passata, oltre le orchestre giovanili dagli stessi fondate ( le Orchestre  Mozart e Cherubini), le rare volte che hanno diretto in Italia, hanno diretto a Firenze, l'Orchestra del Maggio fiorentino, fra le più prestigiose. L'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, altra anomalia, nè l'uno nè l'altro  l'hanno diretta per anni; e, nel caso di Muti, crediamo una delle sue rare volte ai tempi di Siciliani, perciò un secolo fa.

Ora Muti torna a dirigere, in due concerti, l'Orchestra fiorentina che da poco ha un suo direttore musicale, in Fabio Luisi, ed un direttore ' a vita', più o meno, in Zubin Mehta che l'ha guidata per anni ed anni. Ma non ha più un sovrintendente, dopo le dimissioni irrevocabili di Francesco Bianchi che ha fatto sapere pubblicamente di aver risanato i conti della Fondazione. E tutti si augurano che sia la volta buona.

Nei giorni scorsi ci siamo permessi di suggerire a Nardella ed anche a Franceschini, ai quali spetta il compito di individuare e nominare il nuovo capo dell'Opera di Firenze, il nome di Carlo Fontana, che, fra tutti i manager  'culturali' in circolazione ed in fondo liberi da incarichi simili è forse il più titolato. Sempre che lui lo voglia e che voglia anche abbandonare la presidenza dell'AGIS, dove sembra essere da anni a 'bagnomaria'. E sarebbe sicuramente la scelta migliore per Firenze. Naturalmente sarebbe opportuno, vista la disponibilità di Bianchi a restare sino alla fine di aprile, che la nomina eventuale di Fontana avvenisse  dopo la fine di marzo, per non  fargli incrociare come padrone di casa Muti, con il quale i rapporti alla Scala non furono alla fine e forse anche durante, sempre felici.
 Dopo la fine di marzo il suo arrivo a Firenze sarebbe provvidenziale.

Ed ora  una noterella sul programma che Muti dirigerà a Firenze: sinfonia da Guglielmo Tell di Rossini, Schubert, Sinfonia n.8, 'Incompiuta' e Brahms, Sinfonia n.2. Un programma che a noi sembra fatto non con la testa e considerando il dovuto peso che si deve alla musica ed alle singole opere.
Due sinfonie, in ciascuna delle due parti del concerto a noi sembrano come buttate lì, specie se consideriamo il senso che soprattutto la sinfonia di Schubert ha nella storia. Il programma ideale anche per il pubblico -  non diverso potrebbe essere il discorso per il primo dei due concerti riservato agli ospiti del G7 che a tutto penseranno tranne che alla musica e che non vedranno l'ora di andarsene via - sarebbe di una prima parte  composta da brani, due o tre, sulla falsariga della magnifica sinfonia rossiniana, che preparano alla seconda, dove da sole la Sinfonia di Schubert o Brahms sarebbero più che sufficienti.

 Noi siamo sempre stati contrari ai programmi maratona, ed a quelli che in quattro serate,  buttate lì due per sera, esauriscono, ad esempio, le sinfonie di Beethoven.  Un simile ciclo con un simile ritmo non giova  né alla musica  né a chi l'ascolta.

 Se poi la scelta di Muti è caduta su quei brani perché li straconosce, come anche l'orchestra fiorentina, in modo che con due prove  possa concertarle, peggio ancora.