Ci vuole tanto per arrivare a trovare, sui vari siti delle istituzioni, la pagina 'amministrazione trasparente' da cliccare per vedere i compensi dei dirigenti. Alla fine ci siamo riusciti per il Teatro Lirico di Cagliari, dove è nuovamente approdato Mauro Meli come sovrintendente, dopo l'incidente della Crivellenti, sponsorizzta da Gianni Letta e con l'avallo di Nastasi che poi invece l'ha gettata a mare. Alla fine di tanta ricerca hai una sorpresa che non t'aspetti davvero. Mauro Meli fino alla fine del 2014 lavora GRATIS, 'senza alcuna remunerazione' si legge, nel teatro che ha lasciato qualche anno fa in un mare di debiti, di cui egli dice non essere il responsabile. Lui dice così. Come dice anche che a Parma debiti e casini non ne ha fatti nè lasciati, a differenza di ciò che vanno dicendo Pizzarotti e Fontana oltre che i componenti di quella cosiddetta Orchestra del Regio da lui fondata: neanche quella lasciata nei casini?
Ora passerà un anno a Cagliari, nell'indigenza, per espiare peccati e colpe passate, e per dimostrare che lui non è affatto attaccato ai soldi e che fa tutto quel che fa per amore della musica, che è poi la stessa filosofia di quel suo amico agente che aveva portato a Cagliari Carlos Kleiber per la modica cifra di centinaia di milioni di lire e che fa di nome Proczinski, che ha agenzia e sede legale a Montecarlo, ma che ha continuato, nonostante le accuse, a fare affari 'spirituali' in Italia, con il supporto anche di Meli.
P.S. Neanche la pagina 'amministrazione trasparente' dice il vero. Che vergogna. Messo fra i consiglieri di amministrazione il nome di Meli diveniva credibile che lavorasse, come quelli senza compenso. Invece, la storia è un'altra. Il sindaco di Cagliari è in conflitto con Meli sul compenso. Altro che lavorare gratis. Il sindaco gli vuol dare 120.000 Euro annui, Meli ne vuole 180.000, accampando il fatto che egli svolge il duplice ruolo di sovrintendente e direttore artistico. Il sindaco sta facendo fare le verifiche del caso e poi deciderà se accordare anche gli altri 60.000 Euro a Meli. E' la stessa ragione che accampa a Roma Bruno cagli per i suoi 300.000 Euro di compenso a Santa Cecilia - un compenso che comunque ora dovrebbe essere ridimensionato, per effetto di quanto stabilito dal governo Renzi. Lui, Cagli, si giustifica: 200.000 come sovrintendente e 100.000 come direttore artistico, senza contare che all'accademia c'è una direzione artistica e musicale già affollatissima e molto costosa che, anche senza Cagli, costa oltre 500.000 Euro. Davvero troppo. Esageratamente troppo.
E noi poveri ingenui che abbiamo creduto a quella falsa annotazione 'senza alcun compenso' lettosul sito del Teatro Lirico di Cagliari. Per fortuna un attento lettore del nostro blog ci ha segnalato l'articolo della Nuova Sardegna nel quale la questione 'compenso' di Meli viene affrontata per filo e per segno.
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domenica 27 aprile 2014
Mauro Meli lavora a Cagliari senza alcuna remunerazione, ANCORA
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sabato 19 aprile 2014
Caracalla modello Auditorium
L'avevamo detto. Alla fine anche al lucidissimo Fuortes si sarebbero confuse le idee, tenendo i piedi in troppe scarpe contemporaneamente. Quando sta all'Opera programma come se stesse all'Auditorium o al festival di Tivoli, e forse anche viceversa, in taluni casi - perchè nell'uno come nell'altro e nel terzo regno di sua competenza, i fidatissimi consiglieri sono gli stessi ed hanno forse perso la bussola come il loro capo, o forse non riescono a vedere le singole specificità.
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
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mercoledì 9 aprile 2014
Michelangeli, il pianista dei pianisti
Si torna a parlare di lui alla vigilia del
ventennale della morte. A Roma un convegno in occasione della mostra alla Biblioteca Nazionale,
aperta sino alla fine di questo mese.
E’ curioso ma
neanche poi tanto che su grandi, taluni addirittura immensi, intrepreti - parliamo di Michelangeli, ma vale anche per
Horowitz, Richter – dopo la loro morte, sia
calato il silenzio più assordante. Ed è
ancor più curioso in tempi di rare nuove registrazioni, quando le case
discografiche, se opportunamente amministrate, potrebbero vivere di rendita,
rimettendo in circolazione gli immensi tesori custoditi nei loro archivi
sonori, che, invece, non fanno. A risvegliare la memoria, o l’interesse - speriamo - su uno degli interpreti più
osannati, al vertice della piramide novecentesca dell’interpretazione pianistica
ci pensano altri, probabilmente solo per anticipare le celebrazioni centenarie,
nella speranza che qualcosa, in seguito a tale sollecito non casuale, si muova.
Quando Arturo
Benedetti Michelangeli era in vita, ogni sua apparizione rappresentò davvero
un fatto unico ed irripetibile, nonostante che il suo repertorio - ma solo
quello pubblico, perché in privato Benedetti Michelangeli suonava molto altro
ancora - fosse abbastanza circoscritto e quasi immutato da anni. Non c’era
nulla di nuovo, e pure Benedetti Michelangeli era in grado di richiamare
schiere di adoratori ed anche di pianisti che noi stessi abbiamo sentito
esclamare, sconsolati, al termine di un concerto in Vaticano: come si fa a
suonare ancora, dopo aver ascoltato lui?
Le notizie delle meravigliose imprese del nostro
avevano superato i confini nazionali e raggiunto anche terre lontane: “ Si dice che in Italia viva un genio. Ha
una biografia romantica, un aspetto misterioso ed è molto originale. Dà
concerti molto raramente, ha un repertorio modesto ma quando suona il pianoforte
è un miracolo. Il suo nome, sembra, è Michelangeli”- si dice abbia detto
Sofronitskji, uno dei più grandi pianisti e maestri. Solo su quel ‘raramente (‘dà concerti’)
andrebbe detto qualcosa, per il resto, soprattutto del suo repertorio, era ciò
che tutti sapevano. “Non è vero che Benedetti Michelangeli dava concerti raramente
e che molte volte ne annullava alcuni già in calendario” - afferma senza
timore di essere smentito Angelo Fabbrini che per molti anni è stato
al fianco di Michelangeli con i suoi pianoforti. Michelangeli, questo è
vero, non tollerava compromessi, era maniacalmente interessato alla perfezione
sonora dello strumento che conosceva profondamente. Fabbrini ha ricordato le notti passate,
talvolta anche in compagnia del maestro, per mettere il pianoforte nelle
condizioni migliori in rapporto alla sala ed al repertorio. Michelangeli, nel
corso della sua carriera di concertista, ha disdetto concerti in numero molto
inferiore di quel che si pensa. Forse era diffusa convinzione in Italia, dove
per anni, per le ben note vicende anche fiscali, non ha più suonato,
concedendosi solo in rarissime occasioni, come in onore di due pontefici, e per il Sovrano
Militare Ordine di Malta, in uno storico concerto di beneficienza in favore
dell’Ospedale Bambino Gesù, nel corso del quale un uccellino, per ascoltare
Michelangeli s’era intrufolato fra le foglie di una pianta, e, avendo cominciato
a cinguettare, costrinse il pianista a interrompere quel canto imprevisto ed a
ricominciare il Ravel di ‘Gaspard de la
nuit’. (A proposito di quel memorabile concerto, quando Benedetti
Michelangeli venne a sapere che i soldi raccolti non erano ancora andati
all’Ospedale pediatrico romano, si infuriò e restituì all’Ordine di Malta
l’onorificenza ricevuta per l’occasione benefica. E bene fece!). Sulla unicità
della sua arte pianistica, molti illustri concertisti, mettendo da parte
rivalità professionali ed anche comprensibilissime invidie, hanno scritto. Non
fece la stessa cosa qualche storico che ancora in anni in cui l’arte di Benedetti
Michelangeli era universalmente riconosciuta, assieme a qualche lato del suo
carattere che certamente non lo rendeva simpatico, si esercitava a demolire il
personaggio piuttosto che a rendere onore al merito.
Un altro grandissimo pianista-didatta russo, Nejhaus,
avendolo ascoltato a Mosca, nel corso
della lunga tournée in URSS del 1964, disse di Michelangeli: ”La sua musica rammenta una scultura di
marmo, perfetta, bella, idonea a resistere per secoli senza mutare, come se non
fosse sottoposta alle leggi del tempo, alle sue contraddizioni e mutevolezze”.
Carlo Zecchi,
un altro dei nostri monumenti musicali, anch’egli ingiustamente dime nticato, ci scrisse di Michelangeli : “ La prima volta che ebbi occasione di
ascoltare ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI, fu al Concorso di Bruxelles, molti
anni fa ( La testimonianza manoscritta di Zecchi era del 1984. Benedetti Michelangeli aveva
partecipato al Concorso in questione nel…
ndr.) Egli s’impose subito per le alte qualità di pianista e di
musicista. La commissione era composta dai più alti nomi del pianismo ( Artur
Rubinstein, Wilhelm Backhaus, Gieseking e Annie Fischer) e di rinomati
musicologi come Baumgarter ed altri del suo tempo. Lasciò una grande
impressione che si ripetè al Concorso di Edimburgo, qualche anno dopo, presente
Kleiber, Furtwaengler ed altri. Suonò il ‘Concerto di Schumann, accompagnato da
Vittorio Gui e il pubblico gli decretò un vero trionfo. Personalmente lo
considero un GRANDE, con le lettere maiuscole, e se il suo carattere fosse un
po’ meno chiuso, egli potrebbe avere il triplo di ammiratori. Quando era più
giovane studiava molte ore al giorno e anche di notte. La variabilità e
dolcezza del suo tocco sono le sue doti più spiccate, il suo discorso musicale
sempre persuasivo e dei più convincenti. Io ho per lui una venerazione e vorrei
che Lugano fosse un po’ più vicino a Roma per seguirlo nelle sue peregrinazioni
artistiche! L’Italia può essere fiera di quanto Egli dà per l’arte pianistica e
di quanto l’apprezzino i suoi colleghi. Carlo zecchi ( Piano Time. Anno II,
n.14. maggio 1984). Nella voce
Michelangeli del Dizionario Biografico della Treccani,2010, Rattalino ipotizza
che sia stato proprio Zecchi a votare contro il giovanissimo Michelangeli a
Bruxelles, e che anche in altre occasioni, forse per invidia, Zecchi non avrebbe apprezzato le qualità del
pianista - come invece aveva scritto a
noi.
E Aldo Ciccolini, al quale Benedetti Michelangeli
pare fosse molto legato: “L’Arte di
Benedetti-Michelangeli non si presta ad analisi di sorta. Si constata e basta.
Sarebbe infatti inutile volerne tentare la descrizione ed interi volumi non
basterebbero a coglierne i molteplici, straordinari aspetti. Un pianista del
calibro di Benedetti-Michelangeli non può esser paragonato a nessun altro – è
un fenomeno a parte, una somma di qualità di natura trascendentale sorrette da
una organizzazione mentale al di là dell’eccezionale. Non esito ad affermare
che nessun artista di questa seconda
metà del ventesimo secolo è in grado di reggere il confronto con A.
Benedetti-Michelangeli che ha saputo innalzare l’Arte pianistica a vette
sublimi, insospettate, irraggiungibili”. Aldo Ciccolini ( sempre da ‘Piano
Time’, in un numero dedicato a Michelangeli).
E Tito Aprea:
“ Il pianismo di Michelangeli è costruito
su fondamenta tecniche di infallibile perfezione, si avvale della bellezza di
un tocco espressivo fascinoso per creare atmosfere interpretative di rara
suggestione. E un così acceso clima di conquista spirituale è realizzato con
una imperturbabilità somatica che, già da sola, è misteriosa ed avvolgente.
Michelangeli non si abbandona a quegli atteggiamenti svenevoli o irosi con i
quali molti esecutori ‘mimano’, talvolta, il carattere delle musiche che
eseguono”.
Né va dimenticato
il lavoro di didatta di Benedetti Michelangeli, assai raro in musicisti del suo
calibro; memorabili i suoi corsi di Arezzo, dove aveva formulato un decalogo per
gli allievi dai quali esigeva rispetto per la musica e osservanza ferrea delle
regole della scuola. Si racconta, a tal proposito, di un allievo, molto dotato,
ma che presentandosi a Michelangeli, senza un briciolo di umiltà, gli disse: “Maestro,
sono venuto a farle sentire l’Appassionata”. Il maestro, gelido, rispose: “La
conosco”.
Questo
aspetto del suo carattere, particolarmente evidente nel suo lavoro di
insegnante, ci fa venire in mente un altro grande musicista italiano, venerato
e rispettato da tutto il mondo musicale, che non si faceva scrupolo di manifestare
durezza nei confronti degli allievi poco umili e irrispettosi della musica,
Franco Ferrara, alle cui lezioni, in quel di Assisi, ci capitò di assistere,
nei primi anni Ottanta, mentre non abbiamo mai avuto modo di assistere a quelle
di Michelangeli, ad Arezzo, negli anni Cinquanta, anche per ragioni anagrafiche.
Le
caratteristiche principali del suo pianismo
furono subito evidenti a tutti dal suo debutto internazionale a Ginevra
, al primo Concorso, nel 1939, Michelangeli diciannovenne, sintetizzate da
Cortot che presiedeva la giuria che lo salutò come il ‘nuovo Liszt’. Il
virtuosismo risolto senza apparente difficoltà la prima caratteristica
distintiva, testimoniata anche dalle prime registrazioni. Ad esso si affiancò,
nel tempo, uno straordinario ‘cantabile’, al punto che ascoltandone alcune
esecuzioni particolarmente segnate da
tale stile pianistico si aveva l’impressione fossero due i pianoforti a
suonare, perchè l’accompagnamento differiva dal modo, tutto vocale e sulla scia
della grande tradizione della vocalità italiana, arricchita anche dall’apparizione rivoluzionaria della
Callas, di porgere la linea del canto. Verso gli ultimi anni di carriera si
osservò nel suo pianismo un forte tensione verso l’oggettività
dell’esecuzione. A quale altra svolta
avremmo assistito qualora Michelangeli, se non morto prematuramente in
quell’11 giugno del 1995, avesse
messo in atto quel suo proposito di incidere nuovamente tutto il suo
repertorio, come aveva rivelato anche ad Angelo Fabbrini che, proprio nel
giorno in cui il pianista scomparve si accingeva a raggiungerlo
per discutere e concordare calendario di prove e registrazioni. ( Chi
volesse leggere il ‘diario’ di Angelo
Fabbrini, consegnato, in esclusiva, al bimestrale Music@, non ha che da sfogliare,
sul sito : www.consaq.it,
i nn. 28-31 del 2012 di Music@).
Una
curiosità, per finire. Michelangeli era nato il 5 gennaio del 1920. Esattamente
undici anni dopo, il 5 gennaio del 1931 nacque Brendel e undici anni dopo ancora,
il 5 gennaio 1942, nacque Pollini. Semplice coincidenza, o vogliamo pensare che
esista un giorno propizio per la nascita di grandi pianisti?
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lunedì 18 novembre 2013
Ernani Francesco, la vendetta
Mentre Riccardo Muti, sicuramente teso per le acque agitate del Teatro dell'Opera sta spiegandoal pubblico convenuto all'Opera Ernani di Giuseppe Verdi, che fra qualche giorno dirigerà per l'apertura di stagione a Roma, si consuma la vendetta dell'altro Ernani, Francesco, mandato via dall'Opera di Roma quattro anni fa, con l'accusa di aver 'truccato' i bilanci - erano in rosso e lui li faceva figurare in pareggio al punto che da una organizzazione che riunisce i teatri d'opera europei aveva ricevuto un premio per buona amministrazione - ed ora sovrintendente a Bologna, chiamato dalla Cancellieri all''epoca commissario al Comune di Bologna, la quale lo aveva già voluto come consulente sovrintendete a Catania, dove poco prima era stata commissario.
Approdato al comune Alemanno, volle fare piazza pulita dei dirigenti delle massime istituzioni cittadine, messi lì dai precedenti amministratori. E come si fa, di punto in bianco? Li si accusa di truccare i bilanci, meglio di averli passivi. Ernani si difese, ma a nulla servì. Dovette abbandonare il campo, e al suo posto Alemanno si inventò sovrintendente e direttore artistico senza storia senza passato:De Martino, Colabianchi.. Una vera invenzione. Prima suoi consulenti, di lui commissario, poi amministratori in proprio. l'allora consulente alla direzione artistica aveva un curriculum praticamente nullo; il titolo di maggior pregio era aver diretto in occasione di celebrazioni in onore di Almirante e di essere vicino agli ambienti della destra che, come si sa, in fatto di cultura fanno piangere dalla disperazione. Si vide in quel periodo il palco reale dell'Opera frequentato da gente che si sentiva più a suo agio negli spettacoli televisivi, nei piano bar e nei salotti romaneschi. Quel consulente alla direzione artistica dovette abbandonare anche lui, quando fu ingaggiato Muti e volle alla direzione artistica Alessio, figlio di Roman Vlad. Niente di speciale, anche perché l'Alessio che aveva fatto il giro di qualche teatro, a Genova ad esempio era dovuto andare via, perché protestato dalle maestranze del teatro. E allora perché chiamarlo a Roma? Per lasciare mano libera a Muti. E qui il direttore, ci perdonerà ha compiuto il suo più grande errore. Lui non vuole che il teatro nel quale ha un incarico stabile, anche se semplicemente 'onorario benché a vita' - formula assai singolare - sia retto da persone in gamba e competenti.
In tutti questi anni, tre o quattro, il Corriere della Sera, per bocca di Valerio Cappelli, ha inneggiato ai signori del Costanzi, senza distinzione. Ancora oggi ha l'impudenza di scrivere che la direzione artistica, cioè il suo amico Alessio, è il migliore in circolazione- quando non si vuole vedere, si possono tenere anche gli occhi aperti e nulla si vedrà!
Lui, Cappelli, ha sempre fatto il portavoce dell'Opera , dietro suggerimento di Filippo Arriva, che non è mai arrivato prima di Cappelli - a dispetto del cognome - dal quale ha ottenuto notizie in anteprima, in cambio del 'fiancheggiamento' a Muti, al teatro ed ai suoi manager. D'altro canto quest'estate la sua pièce su Carlos Kleiber è andata anche a Caracalla. Una ricompensa per i tanti servigi resi?
Mai in questi anni che abbia sollevato il Cappelli qualche dubbio sull'amministrazione del teatro, come invece ha cominciato a fare all'improvviso qualche settimana fa, al punto da meritarsi una lettera di smentita di Bruno Vespa, alla quale ha replicato, perchè chiamato in causa, Lissner, e lo stesso Cappelli che ha contestato molte delle affermazioni di Vespa che smentiva le accuse fatte proprie da Cappelli, sulle quali è tornato , sempre sul Corriere, nuovamente e proprio oggi, chiedendo di vedere quei bilanci che, secondo i revisori, non brillano, e che lui spera di poter vedere, almeno quando il CDA, fra breve, andrà a casa.
Noi lo abbiamo detto molte volte. La storia è sempre la stessa. I buoni amministratori si valutano in base alla fedeltà al governo di turno. Catello De Martino era al suo debutto da sovrintendente. Corriere e Messaggero lo hanno incoronato come sovrintendente più bravo d'Italia, e poi... e poi spuntano i buchi di bilancio , appena in Campidoglio cambia il governo che non è disposto a dare tutto quello che gli viene richiesto per tappare i buchi.
Almeno sul fatto che l'Opera di Roma sia il teatro più finanziato dalle amministrazioni comunali, con ben 20 milioni di Euro all'anno; che sia un teatro con un pubblico che non raggiunge nemmeno le 200.000 unità, che abbia soltanto 3.000 abbonati, che fa poco più cinquanta-sessanta recite d'opera l'anno e infesta la sua programmazione di spettacolini e concertini davvero imbarazzanti - il direttore artistico sommo, ovviamente in questo non ha nessuna responsabilità secondo Valerio Cappelli - che abbia introiti propri che superano di poco il milione di Euro, che non si sia procurato soci e sponsor importanti, questo non si può negare, tutto il resto è propaganda. Meglio: è stato propaganda; ed ora non più. Muti avrà fra gli ascoltatori il ministro Bray, ed il suo maggiordomo Nastasi, legato a Muti da lunga data, e spera di poter ottenere ciò che ottenne da Tremonti: allora salvò i teatri, adesso spera di salvare il suo di teatro. Lui certamente , comunque vadano le cose, si salverà, ma il suo teatro si salverà solo con lui, e con buoni amministratori che lo affiancano nell'impresa ardua di riportarlo agli antichi splendori, come nè Catello De Martino nè Alessio Vlad saranno mai in grado di fare.
Approdato al comune Alemanno, volle fare piazza pulita dei dirigenti delle massime istituzioni cittadine, messi lì dai precedenti amministratori. E come si fa, di punto in bianco? Li si accusa di truccare i bilanci, meglio di averli passivi. Ernani si difese, ma a nulla servì. Dovette abbandonare il campo, e al suo posto Alemanno si inventò sovrintendente e direttore artistico senza storia senza passato:De Martino, Colabianchi.. Una vera invenzione. Prima suoi consulenti, di lui commissario, poi amministratori in proprio. l'allora consulente alla direzione artistica aveva un curriculum praticamente nullo; il titolo di maggior pregio era aver diretto in occasione di celebrazioni in onore di Almirante e di essere vicino agli ambienti della destra che, come si sa, in fatto di cultura fanno piangere dalla disperazione. Si vide in quel periodo il palco reale dell'Opera frequentato da gente che si sentiva più a suo agio negli spettacoli televisivi, nei piano bar e nei salotti romaneschi. Quel consulente alla direzione artistica dovette abbandonare anche lui, quando fu ingaggiato Muti e volle alla direzione artistica Alessio, figlio di Roman Vlad. Niente di speciale, anche perché l'Alessio che aveva fatto il giro di qualche teatro, a Genova ad esempio era dovuto andare via, perché protestato dalle maestranze del teatro. E allora perché chiamarlo a Roma? Per lasciare mano libera a Muti. E qui il direttore, ci perdonerà ha compiuto il suo più grande errore. Lui non vuole che il teatro nel quale ha un incarico stabile, anche se semplicemente 'onorario benché a vita' - formula assai singolare - sia retto da persone in gamba e competenti.
In tutti questi anni, tre o quattro, il Corriere della Sera, per bocca di Valerio Cappelli, ha inneggiato ai signori del Costanzi, senza distinzione. Ancora oggi ha l'impudenza di scrivere che la direzione artistica, cioè il suo amico Alessio, è il migliore in circolazione- quando non si vuole vedere, si possono tenere anche gli occhi aperti e nulla si vedrà!
Lui, Cappelli, ha sempre fatto il portavoce dell'Opera , dietro suggerimento di Filippo Arriva, che non è mai arrivato prima di Cappelli - a dispetto del cognome - dal quale ha ottenuto notizie in anteprima, in cambio del 'fiancheggiamento' a Muti, al teatro ed ai suoi manager. D'altro canto quest'estate la sua pièce su Carlos Kleiber è andata anche a Caracalla. Una ricompensa per i tanti servigi resi?
Mai in questi anni che abbia sollevato il Cappelli qualche dubbio sull'amministrazione del teatro, come invece ha cominciato a fare all'improvviso qualche settimana fa, al punto da meritarsi una lettera di smentita di Bruno Vespa, alla quale ha replicato, perchè chiamato in causa, Lissner, e lo stesso Cappelli che ha contestato molte delle affermazioni di Vespa che smentiva le accuse fatte proprie da Cappelli, sulle quali è tornato , sempre sul Corriere, nuovamente e proprio oggi, chiedendo di vedere quei bilanci che, secondo i revisori, non brillano, e che lui spera di poter vedere, almeno quando il CDA, fra breve, andrà a casa.
Noi lo abbiamo detto molte volte. La storia è sempre la stessa. I buoni amministratori si valutano in base alla fedeltà al governo di turno. Catello De Martino era al suo debutto da sovrintendente. Corriere e Messaggero lo hanno incoronato come sovrintendente più bravo d'Italia, e poi... e poi spuntano i buchi di bilancio , appena in Campidoglio cambia il governo che non è disposto a dare tutto quello che gli viene richiesto per tappare i buchi.
Almeno sul fatto che l'Opera di Roma sia il teatro più finanziato dalle amministrazioni comunali, con ben 20 milioni di Euro all'anno; che sia un teatro con un pubblico che non raggiunge nemmeno le 200.000 unità, che abbia soltanto 3.000 abbonati, che fa poco più cinquanta-sessanta recite d'opera l'anno e infesta la sua programmazione di spettacolini e concertini davvero imbarazzanti - il direttore artistico sommo, ovviamente in questo non ha nessuna responsabilità secondo Valerio Cappelli - che abbia introiti propri che superano di poco il milione di Euro, che non si sia procurato soci e sponsor importanti, questo non si può negare, tutto il resto è propaganda. Meglio: è stato propaganda; ed ora non più. Muti avrà fra gli ascoltatori il ministro Bray, ed il suo maggiordomo Nastasi, legato a Muti da lunga data, e spera di poter ottenere ciò che ottenne da Tremonti: allora salvò i teatri, adesso spera di salvare il suo di teatro. Lui certamente , comunque vadano le cose, si salverà, ma il suo teatro si salverà solo con lui, e con buoni amministratori che lo affiancano nell'impresa ardua di riportarlo agli antichi splendori, come nè Catello De Martino nè Alessio Vlad saranno mai in grado di fare.
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domenica 14 luglio 2013
La critica insicura
Ne siamo certi, senza neanche averlo visto. Lo spettacolo teatrale 'Carlos Kleiber, il titano insicuro', firmato dal giornalista del Corriere Valerio Cappelli e dal critico cinematografico Mario Sesti, con la regia di Pier Luigi Pizzi ( un tavolo al centro del palcoscenico, due sedie alle estremità con due microfoni, alle spalle uno schermo sul quale scorrono le rare immagini del mitico direttore), interpretato da Remo Girone ( Kleiber) e Anita Bartolucci ( intervistatrice), che ha debuttato al Festival di Spoleto e che martedì 16 e giovedì 18 si vedrà anche alle Terme di Caracalla, per la stagione estiva dell'Opera di Roma, che l'ha coprodotto assieme al festival umbro, siamo certi che è un capolavoro. Ne siamo certi perchè conosciamo la bravura dei suoi autori - lo diciamo senza ironia alcuna, semmai con una punta di invidia. Come siamo certi che, d'ora in avanti, leggendo i numerosi - troppo numerosi - interventi del noto giornalista sul Corriere, a proposito dell'Opera di Roma come anche del Festival dei Due Mondi, ci verrà sempre il dubbio che con i produttori del suo spettacolo egli possa essere comunque tenero, benevolo, per naturale,umana deferenza. Sulla prima certezza, mai nutriremo dubbi, sulla seconda siamo pronti a farla vacillare.
Pietro Acquafredda
Pietro Acquafredda
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