I toni aspri con i quali Riccardo Muti ha prima corretto alcune affermazioni dell'amico - ancora? - giornalista Bruno Vespa, contenute nel suo ultimo libro; e successivamente replicato seccatissimo alle precisazioni del giornalista, fanno pensare non ad una semplice volontà di precisare date, persone e fatti, ma a qualcosa di più grave, che deve aver ferito il direttore, tanto da indurlo ad assumere toni durissimi. Vespa tutte le volte che cita Muti lo chiama il maestro o il direttore, Muti quando cita quello che oggi è senz'altro ex amico, lo apostrofa così : 'Vespa' o 'il Vespa'. E precisa che lui non ha mai avuto agenti, che la sua carriera se l'è fatta da solo, senza agenzie alle spalle, che al Costanzi ha diretto più titoli di quelli che ricorda 'il Vespa' e che lui non ha mai detto che al Costanzi non ci avrebbe mai messo piede per antiche ruggini ed altro; mentre , invece, 'il Vespa' riferisce di avergli sentito dire con le sue orecchie proprio quelle cose. Insomma di tutto quello che Vespa narra di Muti all'Opera di Roma, a Muti non va giù niente. Capito? Allora c'è dell'altro. Cosa? Non è facile capirlo ed è quasi impossibile indovinarlo. Anche perchè Muti, da quando è andato via, salvo quella lettera diplomatica inviata al sovrintendente non s'è fatto mai più vivo sull'argomento Costanzi, e Vespa non crediamo abbia detto o scritto qualcosa, se non che la sovrintendenza, all'epoca della sua vicepresidenza, aveva tenuto nascoste a lui ed al consiglio di amministrazione alcune criticità, che in lingua corrente si chiamano: buchi di bilancio. C'entra qualcosa con Muti? Non che li abbia creati lui questi buchi, per carità, ma che potrebbe aver egli, indirettamente, contribuito ad allargare, per finanziare i suoi progetti?
Vespa, ieri sera, ospite da Lilli Gruber , ha parlato della querelle, nella quale s'è inserito con il carico da 12, anche l'architetto di 'Nuvola' presente, Fuksas, il quale ha detto, con chiaro riferimento a Muti, il cui capitolo del libro di Vespa aveva letto, che nella storia si ricordano molte personalità di genio, come Picasso, che erano pessime persone. Se Muti l'ha sentito deve essere andato su tutte le furie; aumentate, se possibile, quando Vespa ha detto che è assai dispiaciuto del fatto che il maestro dimentichi, o abbia dimenticato cose vere, a suo dire, che egli ha scritto di lui nel suo libro, riguardanti la sua venuta a Roma, non certo per ascriversi il merito, perchè la decisione è di Muti e solo sua, non c'entra la moglie Cristina, come sostiene Vespa, intervenuta per spingere l'indeciso marito - ma semplicemente per addurla a testimonianza della sua stima per il direttore, l'unico in grado di risollevare le sorti del teatro dell'Opera di Roma.
Vespa poi ha sfidato chiunque a portargli un caso, un caso solo, di persona che è stata sua amica e che poi lui ha abbandonato, 'in angustiis'. Sfido chiunque, ha detto, a farmi un nome. Io non sono un voltagabbana.
Muti comunque nel suo nuovo intervento su' Il messaggero' ha scritto (dettato): basta con questa vuota, inutile e perfino comica contesa...
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sabato 8 novembre 2014
martedì 7 ottobre 2014
Opera di Roma.Sarebbe stato il mancato apporto degli sponsor a costringere Fuortes ad esternalizzare orchestra e coro. All'orizzonte di sponsor non se ne sono mai visti all'Opera di Roma
I sindacati, giustamente per una volta, hanno rimproverato a Fuortes il voltafaccia di chi a fine settembre dice che, con il pano di risanamento votato a maggioranza e con l'accesso ai benefici della Legge Bray, l'Opera di Roma può riprendere tranquillamente il suo cammino, anche senza Muti - se ne faranno una ragione visto se non c'è ripensamento e se ne è andato non lasciando un recapito dove fargli pervenire la posta, e due giorni dopo dice che l'Opera può ripartire solo con un licenziamento collettivo dell'orchestra e del coro - come fossero una entità unica, e non fatta di singoli, artisti, come li chiama lui, quando serve - che poi torneranno - tutti si precipitano ad assicurarlo -a lavorare all'Opera di Roma, in forma di cooperativa e non è detto che sia l'unica ad essere scritturata dal teatro. Dove si vede che la confusione è grande sotto la volta del Costanzi e nella mente di Fuortes e di chi lo sostiene, ormai contro tutto e tutti ed ogni pur minima logica lavorativa.
La cosiddetta esternalizzazione dell'orchestra e del coro porterà al teatro un risparmio - ma solo sulla carta se anche nella realtà staremo a vedere a suo tempo - di 3.500.000 Euro, all'incirca la somma che l'arrivo degli sponsor in fila avrebbe portato, a dire di Fuortes - è sempre lui che fa e disfa, ed ora millanta nel caso degli sponsor che non si sono mai visti all'Opera di Roma, dai tempi di Alemanno - forse per giustificare la decisione drastica del licenziamento collettivo, che deve comunque ancora spiegarci che cosa vuol dire. Perchè una cosa è assumere alcuni musicisti riuniti in cooperativa, e dunque stipulando un contratto con un ente giuridico cooperativistico, altra cosa è licenziare un orchestra che non è un soggetto giuridico, finché non si costituisce come tale, bensì la somma di tanti soggetti, con ciascuno dei quali il teatro ha fatto un contratto che con il licenziamento interromperà. Fuortes non può inviare una lettera di licenziamento all'Orchestra ed una seconda al Coro, non c'è indirizzo cui farla pervenire. Le lettere saranno 182 quanti sono i musicisti di orchestra e coro. Senza che ancora abbia spiegato la ragione del licenziamento, che non può essere quella del fallimento perché di fatto il teatro non chiude; potrebbe essere discriminatoria, visto che si licenziano solo coloro i quali nelle cui fila ci sono state le defezioni ben note, gli amministrativi ed i tecnici non si toccano. Illecito, perchè anche nell'attesa riforma dell'art. 18, tale tipo di licenziamento non è consentito e il giudice del lavoro, qualora chiamato in causa, può sentenziare la riassunzione. Già c'è anche il rischio che i sindacati dei licenziati - che hanno i loro bei torti, in relazione alla tragedia - si decidano ad adire le vie legali, il che farebbe veramente piombare l'Opera di Roma nel baratro più nero. Ora la valanga procurata da Fuortes è solo al punto di partenza, dove arriverà seminando distruzione dappertutto non è dato ancora sapere. Certamente nella sua forza distruttrice, per quanto possa fare i salti mortali per evitarla, il primo ad esserne travolto sarebbe - dovrebbe essere - Fuortes che non è stato capace di trattare all'inizio della protesta, figuriamoci se sa farlo ora che la situazione si è ancor più aggravata.
Ma forse la tragedia dell'Opera di Roma riuscirà per una volta a ricompattare il settore che negli ultimi anno è andato avanti in ordine sparso. Ne siamo quasi certi, dopo la presa di posizione anche di Scala e Santa Cecilia che avrebbero potuto tenersi fuori dalla mischia, un volta ottenuta l'autonomia di gestione che le diversifica nettamente dalle altre fondazioni che , in coro hanno protestato.
La cosiddetta esternalizzazione dell'orchestra e del coro porterà al teatro un risparmio - ma solo sulla carta se anche nella realtà staremo a vedere a suo tempo - di 3.500.000 Euro, all'incirca la somma che l'arrivo degli sponsor in fila avrebbe portato, a dire di Fuortes - è sempre lui che fa e disfa, ed ora millanta nel caso degli sponsor che non si sono mai visti all'Opera di Roma, dai tempi di Alemanno - forse per giustificare la decisione drastica del licenziamento collettivo, che deve comunque ancora spiegarci che cosa vuol dire. Perchè una cosa è assumere alcuni musicisti riuniti in cooperativa, e dunque stipulando un contratto con un ente giuridico cooperativistico, altra cosa è licenziare un orchestra che non è un soggetto giuridico, finché non si costituisce come tale, bensì la somma di tanti soggetti, con ciascuno dei quali il teatro ha fatto un contratto che con il licenziamento interromperà. Fuortes non può inviare una lettera di licenziamento all'Orchestra ed una seconda al Coro, non c'è indirizzo cui farla pervenire. Le lettere saranno 182 quanti sono i musicisti di orchestra e coro. Senza che ancora abbia spiegato la ragione del licenziamento, che non può essere quella del fallimento perché di fatto il teatro non chiude; potrebbe essere discriminatoria, visto che si licenziano solo coloro i quali nelle cui fila ci sono state le defezioni ben note, gli amministrativi ed i tecnici non si toccano. Illecito, perchè anche nell'attesa riforma dell'art. 18, tale tipo di licenziamento non è consentito e il giudice del lavoro, qualora chiamato in causa, può sentenziare la riassunzione. Già c'è anche il rischio che i sindacati dei licenziati - che hanno i loro bei torti, in relazione alla tragedia - si decidano ad adire le vie legali, il che farebbe veramente piombare l'Opera di Roma nel baratro più nero. Ora la valanga procurata da Fuortes è solo al punto di partenza, dove arriverà seminando distruzione dappertutto non è dato ancora sapere. Certamente nella sua forza distruttrice, per quanto possa fare i salti mortali per evitarla, il primo ad esserne travolto sarebbe - dovrebbe essere - Fuortes che non è stato capace di trattare all'inizio della protesta, figuriamoci se sa farlo ora che la situazione si è ancor più aggravata.
Ma forse la tragedia dell'Opera di Roma riuscirà per una volta a ricompattare il settore che negli ultimi anno è andato avanti in ordine sparso. Ne siamo quasi certi, dopo la presa di posizione anche di Scala e Santa Cecilia che avrebbero potuto tenersi fuori dalla mischia, un volta ottenuta l'autonomia di gestione che le diversifica nettamente dalle altre fondazioni che , in coro hanno protestato.
sabato 19 aprile 2014
Caracalla modello Auditorium
L'avevamo detto. Alla fine anche al lucidissimo Fuortes si sarebbero confuse le idee, tenendo i piedi in troppe scarpe contemporaneamente. Quando sta all'Opera programma come se stesse all'Auditorium o al festival di Tivoli, e forse anche viceversa, in taluni casi - perchè nell'uno come nell'altro e nel terzo regno di sua competenza, i fidatissimi consiglieri sono gli stessi ed hanno forse perso la bussola come il loro capo, o forse non riescono a vedere le singole specificità.
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
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lunedì 17 marzo 2014
Roma Art Magazine sul Teatro dell'Opera dei sogni, non su quello che è
'Il Teatro dell'Opera di Roma presenta ogni anno un cartellone di spettacoli che dura dodici mesi e spazia su numerosi palcoscenici. C'è quello storico del Costanzi, c'è il Teatro Nazionale, poi la stagione estiva alle Terme di Caracalla. Ma uno dei nostri obiettivi è allargare il nostro pubblico". Alessio Vlad, al timone dell'Opera, in coppia con De Martino, sempre sotto l'ala protettrice di Riccardo Muti, con queste parole si prova a nascondere la disfatta che la gestione appena conclusa ha rappresentato per l'Opera sotto ogni profilo, innanzitutto artistico ed economico. A Vlad i palcoscenici del Teatro dell'Opera , quelli che ha in dotazione, sembrano insufficienti a contenere il pubblico dieci volte superiore, e per questo altri ne vorrebbe. I bilanci passati che denunciano chiaramente come le poltrone vuote ad ogni spettacolo siano state sempre tante, specie dopo la sua mania di proporre al chiuso ed a Caracalla titoli irrappresentabili e di nessun richiamo, sembra averli dimenticati. 'Siamo sempre alla ricerca di spettatori nuovi che si sorprendano e si meraviglino'. La verità è che il Teatro dell'Opera si deve mettere alla ricerca di spettatori, prima che di spettatori nuovi; gliene servono per riempire i posti disponibili. E poi con il tono, mascherato, del parvenu: 'per questo cerchiamo di andare oltre la semplice tradizione, mantenendo salde le nostre radici ma cercando di innovare'. Vlad è fuori , non ha capito che compito principale di un grande teatro è innanzitutto preservare la tradizione, il repertorio, quello che, secondo lui, Muti riesce a far rivivere egregiamente, riannodando i legami con la grande tradizione direttoriale italiana e quello che riempie i teatri. Lui, invece, vuole innovare, non importa se a teatro vuoto, un lusso che abbiamo pagato con oltre dieci milioni di deficit nel solo 2013.
Una prova dell'innovazione, secondo Vlad, sta in uno spettacolo di questa primavera dove musiche di Giuseppe Verdi, 'decontestualizzate' servono ad uno spettacolo di balletto confezionato da Mischa van Hoecke. Ci sembra di immaginare bissato quell'orrendo spettacolo fatto all'Arena di Verona ghiacciata, dove musiche drammatiche servivano a far piroettare dei ballerini acrobati. Abbiamo seriamente l'impressione che molti dei responsabili delle nostre istituzioni non si rendano conto delle cose fuori luogo che dicono ogni volta che aprono bocca. Ma proprio il Teatro dell'Opera di Roma deve fare questi spettacoli? Passi se le fa un circo od un teatrino, ma il Teatro di Riccardo Muti nooooo!
Infine la balla più grande sparata all'inizio della sua intervista. 'Abbiamo un cartellone su dodici mesi', - afferma improvvido Vlad. Sì, è vero ma con una ottantina di repliche, a voler essere generosi. E gli altri 280 giorni il suo indaffaratissimo teatro che fa?
Se ci fosse un tribunale che esamina i casi di bugie, falsità o mezze bugie e mezze falsità, sarebbe strapieno di cause da giudicare. E Vlad vi potrebbe essere denunciato.
Resta comunque il fatto che fino a quando i dirigenti di istituzioni pubbliche non avranno responsabilità personale per quello che fanno e non fanno o dicono e non dicono, Vlad potrà dire quello che vuole. Specie poi se ha la complicità di chi lo intervista che mai gli obietta: ma che sta dicendo?
Una prova dell'innovazione, secondo Vlad, sta in uno spettacolo di questa primavera dove musiche di Giuseppe Verdi, 'decontestualizzate' servono ad uno spettacolo di balletto confezionato da Mischa van Hoecke. Ci sembra di immaginare bissato quell'orrendo spettacolo fatto all'Arena di Verona ghiacciata, dove musiche drammatiche servivano a far piroettare dei ballerini acrobati. Abbiamo seriamente l'impressione che molti dei responsabili delle nostre istituzioni non si rendano conto delle cose fuori luogo che dicono ogni volta che aprono bocca. Ma proprio il Teatro dell'Opera di Roma deve fare questi spettacoli? Passi se le fa un circo od un teatrino, ma il Teatro di Riccardo Muti nooooo!
Infine la balla più grande sparata all'inizio della sua intervista. 'Abbiamo un cartellone su dodici mesi', - afferma improvvido Vlad. Sì, è vero ma con una ottantina di repliche, a voler essere generosi. E gli altri 280 giorni il suo indaffaratissimo teatro che fa?
Se ci fosse un tribunale che esamina i casi di bugie, falsità o mezze bugie e mezze falsità, sarebbe strapieno di cause da giudicare. E Vlad vi potrebbe essere denunciato.
Resta comunque il fatto che fino a quando i dirigenti di istituzioni pubbliche non avranno responsabilità personale per quello che fanno e non fanno o dicono e non dicono, Vlad potrà dire quello che vuole. Specie poi se ha la complicità di chi lo intervista che mai gli obietta: ma che sta dicendo?
lunedì 18 novembre 2013
Ernani Francesco, la vendetta
Mentre Riccardo Muti, sicuramente teso per le acque agitate del Teatro dell'Opera sta spiegandoal pubblico convenuto all'Opera Ernani di Giuseppe Verdi, che fra qualche giorno dirigerà per l'apertura di stagione a Roma, si consuma la vendetta dell'altro Ernani, Francesco, mandato via dall'Opera di Roma quattro anni fa, con l'accusa di aver 'truccato' i bilanci - erano in rosso e lui li faceva figurare in pareggio al punto che da una organizzazione che riunisce i teatri d'opera europei aveva ricevuto un premio per buona amministrazione - ed ora sovrintendente a Bologna, chiamato dalla Cancellieri all''epoca commissario al Comune di Bologna, la quale lo aveva già voluto come consulente sovrintendete a Catania, dove poco prima era stata commissario.
Approdato al comune Alemanno, volle fare piazza pulita dei dirigenti delle massime istituzioni cittadine, messi lì dai precedenti amministratori. E come si fa, di punto in bianco? Li si accusa di truccare i bilanci, meglio di averli passivi. Ernani si difese, ma a nulla servì. Dovette abbandonare il campo, e al suo posto Alemanno si inventò sovrintendente e direttore artistico senza storia senza passato:De Martino, Colabianchi.. Una vera invenzione. Prima suoi consulenti, di lui commissario, poi amministratori in proprio. l'allora consulente alla direzione artistica aveva un curriculum praticamente nullo; il titolo di maggior pregio era aver diretto in occasione di celebrazioni in onore di Almirante e di essere vicino agli ambienti della destra che, come si sa, in fatto di cultura fanno piangere dalla disperazione. Si vide in quel periodo il palco reale dell'Opera frequentato da gente che si sentiva più a suo agio negli spettacoli televisivi, nei piano bar e nei salotti romaneschi. Quel consulente alla direzione artistica dovette abbandonare anche lui, quando fu ingaggiato Muti e volle alla direzione artistica Alessio, figlio di Roman Vlad. Niente di speciale, anche perché l'Alessio che aveva fatto il giro di qualche teatro, a Genova ad esempio era dovuto andare via, perché protestato dalle maestranze del teatro. E allora perché chiamarlo a Roma? Per lasciare mano libera a Muti. E qui il direttore, ci perdonerà ha compiuto il suo più grande errore. Lui non vuole che il teatro nel quale ha un incarico stabile, anche se semplicemente 'onorario benché a vita' - formula assai singolare - sia retto da persone in gamba e competenti.
In tutti questi anni, tre o quattro, il Corriere della Sera, per bocca di Valerio Cappelli, ha inneggiato ai signori del Costanzi, senza distinzione. Ancora oggi ha l'impudenza di scrivere che la direzione artistica, cioè il suo amico Alessio, è il migliore in circolazione- quando non si vuole vedere, si possono tenere anche gli occhi aperti e nulla si vedrà!
Lui, Cappelli, ha sempre fatto il portavoce dell'Opera , dietro suggerimento di Filippo Arriva, che non è mai arrivato prima di Cappelli - a dispetto del cognome - dal quale ha ottenuto notizie in anteprima, in cambio del 'fiancheggiamento' a Muti, al teatro ed ai suoi manager. D'altro canto quest'estate la sua pièce su Carlos Kleiber è andata anche a Caracalla. Una ricompensa per i tanti servigi resi?
Mai in questi anni che abbia sollevato il Cappelli qualche dubbio sull'amministrazione del teatro, come invece ha cominciato a fare all'improvviso qualche settimana fa, al punto da meritarsi una lettera di smentita di Bruno Vespa, alla quale ha replicato, perchè chiamato in causa, Lissner, e lo stesso Cappelli che ha contestato molte delle affermazioni di Vespa che smentiva le accuse fatte proprie da Cappelli, sulle quali è tornato , sempre sul Corriere, nuovamente e proprio oggi, chiedendo di vedere quei bilanci che, secondo i revisori, non brillano, e che lui spera di poter vedere, almeno quando il CDA, fra breve, andrà a casa.
Noi lo abbiamo detto molte volte. La storia è sempre la stessa. I buoni amministratori si valutano in base alla fedeltà al governo di turno. Catello De Martino era al suo debutto da sovrintendente. Corriere e Messaggero lo hanno incoronato come sovrintendente più bravo d'Italia, e poi... e poi spuntano i buchi di bilancio , appena in Campidoglio cambia il governo che non è disposto a dare tutto quello che gli viene richiesto per tappare i buchi.
Almeno sul fatto che l'Opera di Roma sia il teatro più finanziato dalle amministrazioni comunali, con ben 20 milioni di Euro all'anno; che sia un teatro con un pubblico che non raggiunge nemmeno le 200.000 unità, che abbia soltanto 3.000 abbonati, che fa poco più cinquanta-sessanta recite d'opera l'anno e infesta la sua programmazione di spettacolini e concertini davvero imbarazzanti - il direttore artistico sommo, ovviamente in questo non ha nessuna responsabilità secondo Valerio Cappelli - che abbia introiti propri che superano di poco il milione di Euro, che non si sia procurato soci e sponsor importanti, questo non si può negare, tutto il resto è propaganda. Meglio: è stato propaganda; ed ora non più. Muti avrà fra gli ascoltatori il ministro Bray, ed il suo maggiordomo Nastasi, legato a Muti da lunga data, e spera di poter ottenere ciò che ottenne da Tremonti: allora salvò i teatri, adesso spera di salvare il suo di teatro. Lui certamente , comunque vadano le cose, si salverà, ma il suo teatro si salverà solo con lui, e con buoni amministratori che lo affiancano nell'impresa ardua di riportarlo agli antichi splendori, come nè Catello De Martino nè Alessio Vlad saranno mai in grado di fare.
Approdato al comune Alemanno, volle fare piazza pulita dei dirigenti delle massime istituzioni cittadine, messi lì dai precedenti amministratori. E come si fa, di punto in bianco? Li si accusa di truccare i bilanci, meglio di averli passivi. Ernani si difese, ma a nulla servì. Dovette abbandonare il campo, e al suo posto Alemanno si inventò sovrintendente e direttore artistico senza storia senza passato:De Martino, Colabianchi.. Una vera invenzione. Prima suoi consulenti, di lui commissario, poi amministratori in proprio. l'allora consulente alla direzione artistica aveva un curriculum praticamente nullo; il titolo di maggior pregio era aver diretto in occasione di celebrazioni in onore di Almirante e di essere vicino agli ambienti della destra che, come si sa, in fatto di cultura fanno piangere dalla disperazione. Si vide in quel periodo il palco reale dell'Opera frequentato da gente che si sentiva più a suo agio negli spettacoli televisivi, nei piano bar e nei salotti romaneschi. Quel consulente alla direzione artistica dovette abbandonare anche lui, quando fu ingaggiato Muti e volle alla direzione artistica Alessio, figlio di Roman Vlad. Niente di speciale, anche perché l'Alessio che aveva fatto il giro di qualche teatro, a Genova ad esempio era dovuto andare via, perché protestato dalle maestranze del teatro. E allora perché chiamarlo a Roma? Per lasciare mano libera a Muti. E qui il direttore, ci perdonerà ha compiuto il suo più grande errore. Lui non vuole che il teatro nel quale ha un incarico stabile, anche se semplicemente 'onorario benché a vita' - formula assai singolare - sia retto da persone in gamba e competenti.
In tutti questi anni, tre o quattro, il Corriere della Sera, per bocca di Valerio Cappelli, ha inneggiato ai signori del Costanzi, senza distinzione. Ancora oggi ha l'impudenza di scrivere che la direzione artistica, cioè il suo amico Alessio, è il migliore in circolazione- quando non si vuole vedere, si possono tenere anche gli occhi aperti e nulla si vedrà!
Lui, Cappelli, ha sempre fatto il portavoce dell'Opera , dietro suggerimento di Filippo Arriva, che non è mai arrivato prima di Cappelli - a dispetto del cognome - dal quale ha ottenuto notizie in anteprima, in cambio del 'fiancheggiamento' a Muti, al teatro ed ai suoi manager. D'altro canto quest'estate la sua pièce su Carlos Kleiber è andata anche a Caracalla. Una ricompensa per i tanti servigi resi?
Mai in questi anni che abbia sollevato il Cappelli qualche dubbio sull'amministrazione del teatro, come invece ha cominciato a fare all'improvviso qualche settimana fa, al punto da meritarsi una lettera di smentita di Bruno Vespa, alla quale ha replicato, perchè chiamato in causa, Lissner, e lo stesso Cappelli che ha contestato molte delle affermazioni di Vespa che smentiva le accuse fatte proprie da Cappelli, sulle quali è tornato , sempre sul Corriere, nuovamente e proprio oggi, chiedendo di vedere quei bilanci che, secondo i revisori, non brillano, e che lui spera di poter vedere, almeno quando il CDA, fra breve, andrà a casa.
Noi lo abbiamo detto molte volte. La storia è sempre la stessa. I buoni amministratori si valutano in base alla fedeltà al governo di turno. Catello De Martino era al suo debutto da sovrintendente. Corriere e Messaggero lo hanno incoronato come sovrintendente più bravo d'Italia, e poi... e poi spuntano i buchi di bilancio , appena in Campidoglio cambia il governo che non è disposto a dare tutto quello che gli viene richiesto per tappare i buchi.
Almeno sul fatto che l'Opera di Roma sia il teatro più finanziato dalle amministrazioni comunali, con ben 20 milioni di Euro all'anno; che sia un teatro con un pubblico che non raggiunge nemmeno le 200.000 unità, che abbia soltanto 3.000 abbonati, che fa poco più cinquanta-sessanta recite d'opera l'anno e infesta la sua programmazione di spettacolini e concertini davvero imbarazzanti - il direttore artistico sommo, ovviamente in questo non ha nessuna responsabilità secondo Valerio Cappelli - che abbia introiti propri che superano di poco il milione di Euro, che non si sia procurato soci e sponsor importanti, questo non si può negare, tutto il resto è propaganda. Meglio: è stato propaganda; ed ora non più. Muti avrà fra gli ascoltatori il ministro Bray, ed il suo maggiordomo Nastasi, legato a Muti da lunga data, e spera di poter ottenere ciò che ottenne da Tremonti: allora salvò i teatri, adesso spera di salvare il suo di teatro. Lui certamente , comunque vadano le cose, si salverà, ma il suo teatro si salverà solo con lui, e con buoni amministratori che lo affiancano nell'impresa ardua di riportarlo agli antichi splendori, come nè Catello De Martino nè Alessio Vlad saranno mai in grado di fare.
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