Visualizzazione post con etichetta barenboim. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta barenboim. Mostra tutti i post

giovedì 31 maggio 2018

Babbo Natale arriverà alla Scala con una slitta carica di... Muti ( Riccardo)?

L'altro ieri è stato annunciato il programma della prossima stagione del Teatro alla Scala. E da quel che si legge, sommariamente (perchè il dettaglio, oltre che sul Corrierone anche sugli altri giornali, si potrà leggere solo a ridosso  dell'inizio della stagione, a pagamento, nelle cosiddette, Pagine 'Eventi') si elogia il teatro milanese per una  stagione ricca di titoli ed anche di nuovi allestimenti. Insomma una stagione come si conviene al Teatro d'Opera più famoso al mondo.

 Sono finalmente tornati, dopo la quarantena decretata da Lissner e Barenboim, Verdi e Puccini, mentre Wagner per ora è in castigo, fuori del cartellone. C'è anche Strauss, che vedrà a Milano, nel suo teatro, il debutto attoriale di Pereira.  E l'Attila verdiano, inaugurale, verrà anche quest'anno trasmesso in diretta tv, e si spera che abbia lo stesso successo di pubblico dell'anno passato, quando ha superato i due milioni di telespettatori - non dodici milioni, come ha scritto, con errore volontario, il giornalista del Corriere troppo benevolo con il teatro milanese, al punto da fargli superare,  nello share, sia Sanremo che le grandi partite di calcio internazionali.

Babbo Natale con la sua slitta, quando si fermerà a Milano, a ridosso di Sant'Ambrogio,  potrebbe recare in dono un graditissimo pacco. Non è stato detto espressamente, ma lo si è lasciato intendere.  Occorre ora vedere se Babbo Natale non cambia idea. E cioè un pacco pieno di Riccardo Muti  che potrebbe dirigere, ma non con la sua 'Cherubini', il Concerto cosiddetto di Natale - uno dei tanti che la tv regala durante le feste - che Rai 1 trasmette, registrato, alla vigilia di Natale ( da non confondere con il concerto che il giorno di Natale viene trasmesso da  Assisi, e che fa sempre buoni ascolti).

Sarebbe questo il primo passo di riavvicinamento di Muti alla Scala, preludio ad un ritorno in buca con un titolo operistico: sono trascorsi quindici anni dalla sua uscita dal teatro milanese, e forse sarebbe ora di mostrare come quella ferita si sia rimarginata del tutto.

Ma Muti, e i dirigenti scaligeri, devono fare attenzione al programma di quel concerto che, trasmesso in tv, non ha mai avuto ascolti lusinghieri, vuoi per la fascia oraria di trasmissione, vuoi, soprattutto, per il programma  non adatto anche alla trasmissione televisiva, vuoi, infine, per gli improbabili  ed improponibili direttori  del medesimo, qualche anno addirittura ragazzini, ancora con i pantaloni corti

 Se quello di Muti sarà il primo passo del ritorno del noto direttore in quello che fu il suo teatro per una ventina d'anni, e quel suo ritorno verrà amplificato dalla trasmissione tv, alla Scala studino un programma adeguato all'occasione ed alle esigenze di un programma tv. Non facciano, come hanno fatto sinora, i superiori, perchè quando non si considerano anche le circostanze di certi concerti, quella superiorità discende soltanto da stupidità e cecità.

Questi problemi  li conosciamo bene, essendoci occupati  per oltre dieci anni del Concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia, in qualità di consulente artistico con la responsabilità del programma, che ha avuto esiti televisivi  sempre molto positivi - oltre 4 milioni di telespettatori - fino a quando siamo riusciti faticosamente a far accettare ai recalcitranti, gelosi direttori artistici del teatro veneziano, programmi adatti alla tv, in un giorno di festa e per un orario particolare. Andati via noi il Concerto di Capodanno ha registrato una débacle pesantissima negli ascolti tv, salvo riprendersi nell'ultima  edizione, quando il programma, noi assenti, è tornato ragionevolmente  a ricalcare le orme che noi avevamo stabilito e seguito, compresa la presenza dei due pezzi obbligati in chiusura, anche quella una nostra idea.

Perciò alla Scala pensino bene al programma per non far trovare Muti con gli stessi miserabili - per numero, s'intende - telespettatori che hanno avuto negli anni passati sia Barenboim che altri.

venerdì 8 dicembre 2017

Bentornato Andrea Chénier. Successo alla Scala

Dopo trent'anni è tornato alla Scala, nella serata inaugurale di stagione per giunta, il capolavoro di Umberto Giordano,  musicista foggiano, emigrato a Milano, ed approdato alla verdissima età di 29 anni, quanti ne aveva quando il suo Chenier, alla Scala di Milano, alla fine dell'Ottocento. L'ultima volta al Piermarini 32 anni fa, e sul podio anche quella volta c'era  Riccardo Chailly.

Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio -  modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.

Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.

La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei  all'opera non ci va, ma che ha semplicemente  risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in  diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno,  di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e  numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del  'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di  2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico),  e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo. 

A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni  oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e  faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.

Questa mattina conosceremo anche il  verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai,  'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura  spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione  e costanza richiederebbero.

 Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni  di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra  di Rossini.

In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche,  ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni  propongono un centinaio di titoli. Dunque  nel giro di una decina di anni  ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE,  presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.

 Così facendo  terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E  tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con  Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.


domenica 19 novembre 2017

Spigolature giornalistiche con indovinello

                                                     FATTI  E OPINIONI


IL FATTO

Si è letto nei giorni scorsi su un quotidiano:
" L'ultima opera del fitto catalogo teatrale di... debutta alla Scala con un certo successo: applausi tiepidi, ma comunque applausi".

E su un altro quotidiano, per la stessa opera, al debutto scaligero:
" Ha conquistato il pubblico della Scala e di Milano Musica... l'ultima opera di ..."

Indovina indovinello chi dei due è il bugiardello?
(La soluzione, domani, su questo blog)

L'OPINIONE

 L'Opera " ha, sia pure con alcune varianti, lo steso lessico che  il pubblico di... ascolta da 40 anni: rivoluzionaria per davvero al suo apparire, manieristica oggi... D'altra parte circola tantissimo, ovunque. E quindi ha ragione lui ( l'autore, ndr) a riproporla instancabilmente".

 Al giornalista che si chiede come mai l'autore dell'opera, al debutto alla Scala, continui ad avere successo da quarant'anni, nonostante le sue stroncature, risponde Barenboim, Daniel,  il  noto, grande  pianista e direttore.
" I critici che scrivono in forma negativa ( l'italiano non è la 'sua', di Barenboim lingua, ma dovrebbe essere la lingua del giornalista che l'ha intervistato, ndr) su un artista sono sempre sorpresi che questi possa avere successo nonostante i loro cattivi giudizi. Dunque bisogna avere un pò di misericordia per loro".

 Chi indovina chi è il bugiardello, indovina automaticamente anche l'autore del giudizio negativo, che è il medesimo.
(La soluzione, domani, su questo blog)

giovedì 9 novembre 2017

Anche a Daniel Barenboim, sulla soglia dei settantacinque anni, L'Espresso propone la 'lista della spesa' come ha fatto sempre con tutti gli altri musicisti intervistati

Daniel Barenboim compie fra pochi giorni settantacinque anni, la DGG pubblica per l'occasione un cofanetto celebrativo, usciranno anche libri - Barenboim ne ha scritti già, ed alcuni,  anche a quattro mani, sono  di grande interesse, e il settimanale L'Espresso - in esclusiva, viene sottolineato orgogliosamente  - lo incontra (forse alla presentazione della iniziativa discografica, ci viene il sospetto) per una lunga intervista, anche interessante e bella, se non fosse per la solita lista della spesa - manco fosse il famoso Questionario di Proust- che Riccardo Lenzi è solito porre a tutti i musicisti che intervista, e che consiste nel chiedere all'intervistato notizie  sui famosi musicisti incontrati nel corso della carriera. Lenzi lo fa anche con Barenboim, distogliendolo da  riflessioni, sicuramente molto più interessanti, e che entrano nello specifico della personalità del musicista e della sua folgorante carriera, ancora in pieno svolgimento e tuttora intensa.

Barenboim racconta del suo essere 'ebreo' da cui scaturisce il 'senso di giustizia', che lo ha portato, nel corso della carriera, ad aiutare alcuni talenti, e torna a ribadire che fino a quando israeliani e palestinesi non si riconosceranno reciprocamente come 'nazione '- e altrettanto non  faranno anche tutte le altre nazioni  nei loro confronti - non potranno sedersi attorno ad un tavolo per decidere del loro futuro, che resterà certamente incerto fino a che  ambedue si considereranno solo come popoli, la cui sorte  prescinde da qualunque reciprocità.

Barenboim tocca anche il problema, anzi la drammatica situazione attuale del Venezuela di Maduro - cui recentemente, povero mondo, Maradona ha professato il suo sostegno, in cambio di un bel sacco di dollari (come compenso per commentare in un paese allo stremo le partite del prossimo mondiale in Russia) -  promuovendo a pieni voti l'opera del 'Sistema' di Abreu, mezzo di riscatto sociale attraverso la musica, al quale , invece modestamente, noi abbiamo rimproverato più volte di stare a guardare senza prendere posizione anche in una situazione tragica come quella che il paese sta attraversando.

Parla anche dei due ultimi Papi, Barenboim, lodando senza riserve l'operato di papa Francesco, anche in funzione della convivenza fra i popoli e della pace mondiale, e dopo aver accennato alla sensibilità musicale del suo predecessore, Papa Ratzinger, del quale rammenta il  discorso ' musicologico, più che pastorale' alla Scala.

Infine, Lenzi, raccoglie un consiglio, diciamo  professionale, del pianista/direttore: i direttori artistici o musicali imparino ad invitare nelle stagioni loro affidate anche altri artisti, meglio se più bravi di loro stessi, come generalmente non fanno per timore di essere oscurati; perchè dai più bravi si impara sempre. Il consiglio potrebbe girarsi anche a Berenboim il quale dichiara di aver agito secondo questo principio, quando era alla Scala con Lissner. Barenboim ricorda bene? Se la memoria non ci inganna,  alla Scala in quegli anni non si sono visti direttori nuovi, bensì solo direttori giovani, molto giovani.

 E poi, come lamentavamo, la  solita lista della spesa. Furtwaengler, Klemperer, Celibidache, Arrau, Fischer, Rubinstein , Argerich naturalmente, sua compagna fin dalla fanciullezza... manco fosse il 'Questionario di Proust' per farsi raccontare dal musicista di turno fatti e fatterelli, magari riportare anche  dichiarazioni, meglio ancora giudizi di uno sull'altro ecc...

Perchè Lenzi non ha chiesto a Barenboim qualcosa di Karajan ? O forse glielo ha chiesto e Barenboim s'è rifiutato di rispondere? Con lui Baremboim non ha avuto rapporti, neppure di vicinato o di lontano?

E perchè non gli ha chiesto, ad esempio, anche di Carlo Zecchi, che sa bene chi sia,  ma forse non sa che  è stato l'insegnante dei giovanissimi Barenboim e Abbado alla Chigiana di Siena? Questo sarebbe stato, nella solita lista, un paragrafo nuovo.

Se per caso gli sfugge  il nome di Carlo Zecchi, gli consigliamo di leggere,andandolo a cercare su Music@ ( nel sito del Conservatorio Casella, c'è, in rete, la raccolta completa della bella rivista) ciò che di lui scrisse, alla morte, Vincenzo Vitale : ' anche una scala  fatta da Zecchi era una meraviglia!" (in verità quel ricordo di Zecchi lo chiedemmo noi a Vincenzo Vitale e lo pubblicammo su Piano Time, dal quale l'abbiamo poi ripreso per  ripubblicarlo su Music@.

Dobbiamo dare atto a Lenzi di non averci fracassato i marroni questa volta anche con i suoi anglismi - fra i quali svetta  il termine 'conduttore' e derivati per indicare  il direttore d'orchestra - però, ciò riconosciutogli, per una volta almeno, la prossima ci risparmi la stantia 'lista della spesa'. Grazie!

mercoledì 8 novembre 2017

Riccardo Chailly dichiara di voler liberare la musica dai luoghi comuni. Quali? Nel frattempo, perchè non evita inesattezze e falsità?

Il Messaggero, di qualche giorno fa, a firma Rita Vecchio, titolava così l'intervista a Riccardo Chailly, dopo il suo primo anno ufficiale da 'direttore musicale' della Scala: Libero la musica dai luoghi comuni.  

Quali siano questi luoghi comuni del liberatore Chailly sinceramente lui non l'ha detto o noi non lo abbiamo capito. A meno che lui non si riferisse all'esecuzione della Messa da requiem per Rossini in programma ( scoperta ed eseguita in Germania  anni fa), allo Chenier che inaugura la stagione a Sant'Ambrogio, o al Puccini che ha voluto riportare in abbondanza, dopo l'ingiusta astinenza del periodo Lissner-Barenboim.

Che altro? La riproposta della Gazza ladra di Rossini che dopo il suo battesimo milanese, giusto 200 anni fa, non era stata più rappresentata? Che disonore!
 Sì, Chailly sta riportando la musica italiana alla Scala, per non distruggere quella tradizione operistica che ha fatto nel mondo, della Scala e della scuola italiana un punto di riferimento. Vero, ma quali sono i luoghi comuni dai quali vuole liberare la musica?

 Forse dovrebbe lui liberarsi da luoghi comuni e falsità, come quella relativa al 'successo de La Gazza a causa degli  ascolti tv' - come ha dichiarato. Chailly non ricorda o finge di non ricordare che quegli ascolti su Rai 5 sono stati disastrosi - appena 74.000 telespettatori, con uno share drammatico:0,3% .

Se la vera novità della gestione Pereira-Chailly sta nella riproposta qua e là di titoli non frequenti o nella riscoperta di musiche dimenticate o ritenute perdute (come nel caso della Messa da requiem per Rossini o dello Chant funèbre di Strawinsky), Chailly sa bene che ogni istituzione che si rispetti, nel mondo, lo fa normalmente. Dunque dove starebbe la vera grande novità, e quale luogo comune  che egli voglia abbattere o che abbia già abbattuto?

 Per solidarietà professionale, passiamo sopra le imprecisioni e la sciatteria redazionale della collega che l'ha intervistato. Qualche perla ci sia consentita:
- Chailly " dirige la sua bacchetta nel bifronte sinfonico e orchestrale".
-" La sua tournée ha scompaginato gli schemi: un repertorio insolito, diverso quasi ogni sera e senza l'uso di fondi pubblici ( ?). Lei è un maestro un pò fuori le righe"
- "Anche la Messa per Rossini (oltre il ritrovato Chant funèbre di Strawinsky,ndr.)... Come riesce a districarsi fra tutti questi impegni?" Quali impegni?
Chailly risponde, senza che nessuno, stando alla domanda, gliel'abbia chiesto:  " non è un'abilità. La direzione del Festival di Lucerna, della Filarmonica e  dell'Orchestra della Scala ..."

 La prossima volta più attenzione, e Lei maestro Chailly, non dica falsità o cose avventate.

venerdì 27 ottobre 2017

La EUYO abiterà stabilmente in Italia, in due case: una a Ferrara (Teatro Abbado) e l'altra a Roma ( Rai). E' una buona notizia?

Dopo Brexit troverà casa in Italia la European Union Youth Orchestra (Euyo) che trasferirà le sedi operativa e legale nel Teatro Abbado di Ferrara e nel palazzo Rai di via Asiago a Roma. Lo annuncia il ministro della cultura Dario Franceschini, precisando che la prestigiosa orchestra giovanile fondata da Claudio Abbado, nata nel 1976 con una risoluzione del Parlamento europeo e finora basata a Londra, "ha accettato l'offerta del Governo italiano e verrà ospitata nel nostro Paese".
    Diretta oggi da Vassily Petrenko, la Euyo è composta da 160 musicisti provenienti dai 28 Paesi dell'Unione europea. In quarant'anni di attività ha formato oltre 3mila allievi e lavorato con i maggiori musicisti internazionali, da Rostropovich a Bernstein, da Barenboim a von Karajan, esibendosi in oltre 400 teatri in quattro continenti. Tra i suoi direttori, il fondatore Claudio Abbado e Vladimir Ashkenazy. La Rai è l'unico sostenitore tra i servizi pubblici Ue e contribuisce alle selezioni nella sede storica della Radio.
   

lunedì 24 aprile 2017

Note musicali. Gianna Fratta e Speranza Scappucci. 'Gazza ladra' alla Scala dopo quasi due secoli dalla prima

Gianna Fratta , il direttore d'orchestra che ha diretto il Concerto di Natale in Senato - come Muti e Maazel - ed anche i Berliner (Symphoniker), nel cammino di avvicinamento ai Philharmoniker, al Corriere ha dichiarato che  non è  ancora giunta l'ora per chiamare i direttori donne come conviene, e cioè direttrice e maestra. E che tale ora giungerà quando una inaugurazione alla Scala sarà diretta da un direttore donna.
 Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta.  La nomina della Scappucci  segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi  e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
 Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.

E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia  d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.

Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?

Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini,  si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di  inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.

venerdì 27 gennaio 2017

Buon compleanno, Mozart. Tony Pappano non dice come sono andate le cose su Cecilia Bartoli

Questa sera, all'Auditorium di Roma, sala Santa Cecilia, si celebra il compleanno di Mozart con un concerto cui prendono parte Orchestra e Coro dell'Accademia, Pappano, nella duplice veste di direttore e pianista, e una delle più celebrate cantanti di oggi, Cecilia Bartoli, le cui presenze sono rese più preziose dalle prolungate assenze. L'ultima volta che l'abbiamo sentita, proprio in quella sala, fu in occasione dell'uscita di un suo disco. La più preziosa, ed anche esosa ( ! ) fra le cantanti, si fa ascoltare ormai, solo quando esce un suo disco, per ragioni di promozione. E in Italia, in particolare, le occasioni  sono rarissime. Ricordiamo la penultima volta alla Scala con  Barenboim - quando la sua esibizione fu accompagnata da qualche contestazione.

Ma non è di questo che vogliamo parlarvi, bensì della singolare conformazione del programma del concerto di stasera e di alcune dichiarazioni di Pappano palesemente non veritiere.
Nel programma del concerto, assai simile a quello di tante 'accademie' del passato', appaiono curiosamente anche 'tempi' di sinfonie, accanto ad arie d'opera o Lied, e brani di musica sacra,  sempre di Mozart. Sicuramente faranno storcere il naso a tanti puristi ed a semplici osservatori, che faranno fatica a pensare come si possa eseguire un solo tempo di sinfonia, mentre  nulla da dire  per le arie d'opera che, espunte dal contesto, in molti casi non perdono in bellezza ed efficacia.
A noi questo tipo di programma, per quanto singolare ed inusuale ai nostri giorni, nè piace nè dispiace, lo consideriamo un modo come un altro per formulare un programma, in un giorni di festa.

Non condividiamo invece le frasi di circostanza che a proposito del programma ha detto Pappano, in presenza di Cecilia Bartoli, alla presentazione del concerto.
Pappano ha detto che per cantare il repertorio che figura nel concerto ci sarebbero volute più di una cantante, se non ci fosse stata Cecilia.  E' questa la menzogna che Pappano avalla sapendo di non dire il vero, perché le cose stanno esattamente all'opposto di quello che lui ha detto.
E cioè. Cecilia Bartoli, e non da oggi, quando formula il programma di un concerto o di un disco va a cercarsi i brani che la fanno ben figurare. Perché lei può cantare - e difatti canta - solo alcuni brani, con determinate caratteristiche. E perciò nello scegliere i brani vocali, è stata  Lei a dire a Pappano: canto questo e quello. E non il contrario: non è stato Pappano a scegliere il programma e poi a sfidare il pubblico a individuare un'altra cantante che avrebbe potuto prendere il posto della Bartoli. E ciò è tanto vero che, in altra occasione, volendosi proporre in un' opera intera, avanzando strane teorie musicologiche, Cecilia, 'pro voce sua', ha modificato il diapason dell'opera.
 Concludendo, Cecilia Bartoli è padronissima di scegliersi, ogni volta, un programma il più adatto alla sua condizione vocale  ed anche per soddisfare i suoi fans  adoranti - più insopportabili della peggiore claque - basta ammetterlo, perché oggi c'è poca gente disposta ancora a  farsi prendere per il naso.

mercoledì 28 dicembre 2016

Concerto di Capodanno da Vienna.Il più giovane e il più vecchio direttore: Dudamel e Pretre

Non facciamone comunque una questione di età, perché l'età non conta, sebbene essere chiamati a dirigere quel concerto significhi la consacrazione mondiale. L'età diventa un fattore non più irrilevante quando a dirigere il Concerto viennese - da più di dieci anni scalzato e superato, in fatto di ascolti, da quello di Venezia che ha preso il posto dell'altro su Rai 1, il 1° di gennaio - viene chiamato un giovanissimo direttore di appena trentasei anni, Gustavo Dudamel, mentre anche il fondatore di quel concerto cominciò che di anni ne aveva quarantacinque, Boskowsky.
Da allora, a dirigere il Concerto di Capodanno di Vienna sono passati tutti i grandi nomi della direzione mondiale, ma tutti in età più che adulta (fra cui Abbado, Mehta, Baremboim, Muti e altri...) compreso Karajan che di anni, al suo debutto a Vienna, ne aveva più di ottanta, ottantuno per la precisione.

L'arrivo di Dudamel fa notizia perché è il più giovane di sempre. Meno notizia forse farà all'indomani, perché non è che in certi repertori il direttore venezuelano abbia fatto faville negli ultimi anni, se pensiamo alle sue presenze scaligere con l'opera poco apprezzate.
Per il pubblico andrà bene comunque, perché la gioventù ed i primati nei vari campi contano molto, più del dovuto. Per la storia  assai meno.
 
Se Dudamel sarà il più giovane direttore a salire sul podio dei Wiener per il Capodanno 2017, il più vecchio è stato Georges Pretre che, per la prima volta, ha diretto il Concerto da Vienna nel 2008, alla veneranda età di 84 anni; ed una seconda, appena due anni dopo, quando di anni ne aveva 86. E dire che Vienna, dopo Parigi, è stata per Pretre direttore, una seconda patria.

Vi raccontiamo come è andata la storia, per conoscenza diretta. Fin dalla prima edizione (2004) ci siamo occupati del Concerto di Capodanno da Venezia, come consulente artistico, relativamente al programma, curando che la sua conformazione avesse determinate caratteristiche adatte a quel concerto 'televisivo': brani conosciuti, per orchestra, corali e con solisti, brani di breve durata e di caratteristiche musicali sempre diverse, continuamente alternati e prevalentemente attinti dal repertorio del nostro melodramma con due pezzi d'obbligo finali: va pensiero e brindisi dalla Traviata. Un format che avremmo potuto depositare alla SIAE, ma non l'abbiamo fatto)). Pochi elementi che ne hanno segnato il grande successo che tuttora dura, anche se un pò ridimensionato, dopo il nostro abbandono.
 Quegli stessi anni collaboravamo, in qualità di critico musicale al quotidiano 'Il Giornale', per il quale facemmo al direttore francese, in occasione della sua venuta a Venezia, una lunga intervista.
 Durante la quale raccogliemmo il suo disappunto per quel che lui  definì una specie di 'tradimento'  da parte dei Viennesi che gli avevano sempre dimostrato affetto e stima. Lo avrebbero tradito, a suo dire, perché mai lo avevano invitato a dirigere il Concerto di capodanno. Quel grido di dolore  fu subito raccolto da Vienna che per l'anno successivo (2008) lo invitò. Nel 2009, Pretre tornò nuovamente  a Venezia e quando gli facemmo notare che lui doveva al Concerto veneziano ( e appena appena anche a noi) se aveva diretto, a 84 anni, la prima volta a Vienna, lui non raccolse, fece finta di dimenticare quanto aveva dichiarato l'anno precedente a noi. Senonchè per ripagarlo di quella lunghissima assenza, una seconda volta Vienna lo invitò a dirigere il Concerto di Capodanno, nel 2010.

Ora dopo Pretre, il più vecchio a dirigere il Capodanno viennese, arriva Dudamel , il più giovane, ma non è detto che sarà il migliore, perchè il più giovane.

martedì 11 ottobre 2016

Riccardo Chailly e la Messa da requiem di Verdi. Il meccanismo del prevedibile

Una breve nota del Corriere, di qualche giorno fa, esaltava l'interpretazione del celebre capolavoro di Giuseppe Verdi, la Messa da requiem, ad opera di Chailly, stabile alla Scala di Milano, con i complessi del teatro milanese - noto,  secondo la vulgata chic di Chailly, come Verdi Requiem - rivelava allo stesso tempo  che il maestro ha deciso che non dirigerà, per i prossimi anni, la Messa di Verdi, per SOTTRARLA al MECCANISMO del PREVEDIBILE.
Che voleva dire Chailly, anzi cosa ha voluto dire? Che un'opera, specie se di grande impatto, ogni tanto va smessa per qualche tempo, onde evitare incrostazioni, cattiva tradizione, banalizzazioni, usura? Forse voleva dire questo,  traducendolo  nel suo gergo dotto: 'meccanismo del prevedibile'?
  Quand'era all'Orchestra Verdi, e poi naturalmente a Lipsia, ma immaginiamo dirà la stessa cosa  ora che è a alla Scala, è cioè  che una Passione di Bach, quella secondo Matteo sarebbe da preferire, deve essere eseguita ogni anno( e alla 'Verdi' l'hanno preso in parola), deve diventare un punto fermo e ricorrente di ogni stagione musicale che si rispetti. Bach sì e Verdi no, con particolare riferimento alle due opere citate? E perchè? Che differenza c'è? E se si applicasse questa stessa regola alle Traviate, alle Bohème, ai Barbieri, ma anche ai Flauti magici e ai Don Giovanni, che accadrebbe? Che dopo aver presentato nel corso di una stagione un capolavoro assoluto come sono i titoli citati, si dovrebbe poi, nelle  successive,  evitarli accuratamente per non  correre il rischio del  cosiddetto 'meccanismo del prevedibile'?
 Diversamente sarebbe se un  direttore od un interprete dicesse che per un periodo non vuole più eseguire un certa opera, perché quello che aveva da idre - 'da far dire', siamo precisi - a quell'opera lo aveva detto,  e altro non saprebbe aggiungere o cambiare, per cui  meglio  tenersi alla larga per un periodo prima di affrontarlo nuovamente, dopo attenta riflessione. Questo è un discorso sensato; e forse Chailly, che sensato è certamente, voleva dire solo questo. Ogni interprete è libero di scegliere cosa eseguire e quando. Ma non di dettare leggi o lanciare avvertimenti.
 Perchè se, invece nella sua testa gli frullava altro, basterebbe fargli notare che  un  capolavoro, può essere eseguito regolarmente in una stagione, magari affidandolo ogni volta ad interpreti differenti. Perchè no?  Non è possibile pensare che, alla Scala, finchè c'è lui come direttore, la Messa da requiem di Verdi  non si possa più ascoltare. Ricade nello stesso tragico errore dei suoi predecessori, ed anche del suo amico e maestro  Claudio Abbado, il quale  non ha mai voluto dirigere Puccini, cosa che hanno fatto alla Scala Lissner-Barenboim, e lui  ora giustamente rimedia con una robusta iniezione di opere pucciniane, con una delle quali (Butterfly) quest'anno inaugura addirittura la stagione, dopo aver presentato nel corso della primavera anche La fanciulla del West.
 E se si applicasse lo stesso criterio alle Sinfonie di Beethoven? O ci sono autori ed opere per i quali il teorema chaillyano non  vale?
 La prossima volta Chailly pensi bene prima di parlare. E se lui non vuol dirigere nei prossimi anni il capolavoro verdiano,  Pereira lo affidi ad altri, perché è impensabile che  non lo si possa più eseguire alla Scala finchè c'è Chailly,  semplicemente perché lui ha deciso di non dirigerlo.

mercoledì 1 giugno 2016

Finalmente due buone notizie: Franceschini si spende in Europa per l'EUYO; Daniele Gatti in marcia verso la direzione stabile all'Opera di Roma

Se non avessimo i piedi ben piantati in terra e la testa sulle spalle potremmo avere uno scatto di superbia; perchè la cronaca quotidiana del mondo della musica, ci fa pensare che più di qualcuno sta a sentire ciò che quotidianamente gli andiamo dicendo dal nostro blog -  da questo, in veste di 'Menestrello' -  e che ci prende in seria considerazione, agendo di conseguenza.
 L'ultima notizia, che fa al nostro caso, ce la fornisce oggi il solito portavoce dell'Opera di Roma, e cioè Valerio Cappelli sul 'Corriere'; lui racconta anzitempo,  prima che i fatti si verifichino, quel che gli frulla nella testa a Fuortes e Vlad, suoi confidenti privilegiati, in cambio della strenua difesa, nella quale Cappelli s'è imbarcato,  dell 'attuale corso dell'Opera.

Ciò che oggi  ha raccontato Cappelli, sembra la risposta a quello che più d'una volta abbiamo scritto in questa settimana sul nuovo corso dell'Opera di Roma, un nuovo corso che non si dà con una Traviata  modello 'hollywood/haute couture', bensì mettendo basi forti  e durature al settore musicale. Un teatro con orchestra stabile, non si può dire sulla strada della vera riforma, dell'atteso riscatto - necessari per il teatro della Capitale, ancora lontani dal traguardo - senza la presenza di una guida stabile, di valore, dell'orchestra. Fuortes può continuare a dire, per bocca di Cappelli, che ha portato a Roma i registi della scena internazionale ed altri artisti, ma senza un direttore di valore, e dei cast all'altezza dei compiti, l'Opera di Roma il vero autentico salto di qualità non lo farà mai; e non serve tirare in ballo ad ogni occasione quel fasullo incarico di 'direttore onorario a vita' a Muti, che certamente  non lo riporterà sul podio di quella che fu la sua orchestra una volta.

Ancora ieri  abbiamo scritto della necessità per il teatro di dotarsi di un direttore stabile, ed oggi Cappelli, fingendo di interpellare Daniele Gatti ( che dirigerà il Wagner inaugurale della prossima stagione), ma in realtà rendendo pubblico un progetto che si va concretizzando, della dirigenza dell'Opera, fa capire che, dopo il suo primo impegno a Roma, in novembre, potrebbe venire l'annuncio ufficiale del suo nuovo incarico che non confligge con quello importantissimo di Amsterdam (Concertgebouw), giacchè proprio Roma ha da tempo  un altro preclaro esempio di doppia direzione, con Pappano a Santa Cecilia, ed insieme alla Royal Opera House di Londra.
 Siamo felice di sapere che il nostro consiglio sia stato accolto e che  se attuato metterà la parola fine alle traversie di Gatti nel nostro paese: dato prima alla Scala come successore di Barenboim, trombato da Chailly, poi a Firenze come successore di Mehta, da Luisi. Insomma Roma sarebbe la giusta riparazione, e per il teatro della Capitale sarebbe davvero l'inizio della rinascita vera, che non può essere affidata al sarto Valentino e  alla regista Sofia Coppola - i quali possono solo dare una mano - bensì ad un direttore d'orchestra.

L'altra bella notizia viene dall'Europa, dalla recente riunione dei ministri della cultura dei 28 paesi che costituiscono l'Unione europea.
 Anche in questo caso, ma non vogliamo attribuirci anche meriti internazionali, una positiva soluzione ad un fatto per il quale avevamo gridato allo scandalo, segnalando la insensibile distrazione del mondo musicale italiano e pure della veneranda Associazione nazionale dei Critici Musicali.
 A settembre avrebbe chiuso definitivamente battenti e attività la gloriosa, straordinaria EUYO ( European Union Youth Orchestra, già ECYO), per  la mancanza di fondi e l'evidente insensibilità dei 28 paesi dell'Unione  verso la musica e il progetto di quell'orchestra giovanile superlativa voluta da Abbado. Accogliendo un invito del nostro ministro Franceschini, gli altri 27 ministri hanno deciso di continuare a finanziare quell'orchestra fiore all'occhiello della Europa della cultura e concreta speranza per i giovani musicisti dei nostri paesi.

Solo che... il ministro Franceschini non può farsi bello all'estero e poi in Italia lavorare di fatto per la distruzione della musica, come ha fatto l'anno scorso, su consiglio del fidatissimo Nastasi con la gran parte delle associazioni musicali ( negando loro il finanziamento) e come sembra abbia intenzione di fare nel prossimo futuro con quella che lui chiama 'riforma' della fondazioni liriche,  ma che  in realtà sarà il loro 'funerale'.  Così facendo, questo ministro dalla doppia faccia e personalità avrà dalla sua parte tutta l'Europa, e in Italia potrà fare sfracelli.

Infine, a proposito, delle 'creature' di Abbado: perchè non fa nulla per far rivivere l'Orchestra 'Mozar't, vero la quale il suo ministero è sempre stato 'matrigna', mentre, invece,  madre accorta e benevola c è sempre stato on l'Orchestra 'Cherubini' di Muti?

domenica 27 marzo 2016

E' il giorno di Michele Gamba, direttore, catapultato all'improvviso sul podio della Scala. Che fine ha fatto Piero Gamba, ex bambino prodigio del podio?

Il Corriere di oggi, a firma Giuseppina Manin, riportava la notizia  della sostituzione, fatta nel volger di un paio d'ore al massimo, di Michele Mariotti, febbricitante, con Michele Gamba, di cui,  nell'estate del 2014, sempre il Corriere aveva parlato la prima volta. Mariotti, arrivato in teatro, si rende subito conto di essere impossibilitato a dirigere- sta troppo male; il tenore Meli telefona a Gamba, che 'I due Foscari' l'aveva studiato a fondo, nella preparazione al Covent Garden , come assistente di Pappano; il 32enne direttore accetta la sfida: si infila in un taxi e via  alla Scala. Il tempo di cambiarsi, scambiare qualche parola con la spalla e scende nella buca dell'orchestra. Sembra che tutto sia filato liscio. Accade. E' accaduto tante volte  per la musica, a volte la sostituzione segna l'inizio di una grande carriera; altre, invece,  il successo - quasi d'obbligo, per il peso dell'impresa - si limita a quella sola serata e poi di nuovo si finisce nel cono d'ombra della routine, che nell'arte non è un buon ripiego. Di Michele Gamba non sappiamo come andrà, per ora lui lavora a Berlino, come assistente di Barenboim. Ma c'è anche un altro Gamba di cui avremmo voluto sapere di più.
 Quando venne fuori il nome di Michele Gamba, con la memoria andammo a tutti i Gamba impegnati nella musica che conoscevamo, dal pianista, al giornalista Mario, fino a quel Pierino Gamba che ebbe esordi  di direttore in tenera età di cui si erano perse le tracce - quantomeno noi non sapevamo dove si fosse cacciato e che attività svolgesse. Con l'aiuto di internet, lo ripescammo: il m. Piero Gamba era vivo e vegeto, ma certo avanti negli anni, viveva in America, i suoi rapporti con il podio non ci risultavano frequenti o di qualche peso, tanto che non se ne era sentito più parlare. Osammo scrivergli e proporgli una intervista che accettò. Gli inviammo le domande scritte, alle quali  ci aspettavamo - come d'accordo - che rispondesse. Non lo ha fatto, benchè lo  avessimo sollecitato più d'una volta. colpa delle nostre domande, ritenute  forse impertinenti, mentre impertinenti non lo erano davvero, secondo noi? Giudicate voi 

            Dodici domande al m. Piero Gamba, ex bambino prodigio, senza risposte

  1. Come iniziò la sua avventura sul podio, cosa ricorda degli esordi? Non poteva a quella tenera età aver già studiato direzione.

  1. Chissà se ricorda, tralasciando ciò che scrissero i giornali del tempo, come lei bambino visse quell'avventura, resa ancora più nota con il film 'La grande aurora'.

    1. I quegli stessi anni ci furono altri casi eclatanti, il più noto di tutti quello di
Maazel che stupì l'America. Lei ne era a conoscenza, c'era chi cercava di mettervi in concorrenza?

    1. Ciò che le è rimasto più impresso nella mente di quello strabiliante esordio.

    1. Ha mai avuto la sensazione che i suoi genitori volessero sfruttare quel tesoro famigliare inatteso e per il quale non avevano merito alcuno? Che vita 'da bambino' le hanno fatto fare?

    1. Ricorda quando il clamore attorno a Lei finì o si ridusse drasticamente? Ha coinciso con la sua maggiore età, oppure molto più tardi? Ne ha sofferto o ne aveva già avuto abbastanza di una vita sotto i riflettori?
    2. bis. In seguito, divenne direttore di professione per scelta. Glielo domando perché chissà quante carriere dopo gli esordi promettenti quanto i suoi, si sono,invece, bruscamente concluse.
    3. I suoi maggiori successi in quegli anni li ha avuti in Italia o anche altrove?
    4. Quando e perché decise di trasferirsi in America? Ci dice qualcosa anche della fondazione da lei creata' Symphonicum Europeae'. Quali scopi si prefigge e quale è la sua attività corrente
    5. Come è andata poi la sua carriera? Guardando al lontano passato ha qualche rimpianto; ha nostalgia di quegli anni; è contento del presente - lei ancora dirige - oppure ad esempio, ha nutrito un po' d' invidia nei confronti di altri direttori, come Maazel che agli esordi simili ai suoi, ha fatto seguire una brillante carriera internazionale.
    6. Sicuramente avrà sentito parlare della schiera abbastanza nutrita di giovani direttori, oggi sulla cresta dell'onda. Molti di loro non sono stati bambini prodigio come lei, però sono saliti sul podio in età precoce. Un consiglio per loro.
    7. p.s. Lei ha figli, ha famiglia? Nessuno dei suoi figli o della sua famiglia ha avuto una storia simile alla sua?

mercoledì 24 febbraio 2016

L'Orchestra Mozart RISUONA. Per volontà e donazioni di molti. E il mondo della musica che fa? E Franceschini dove si nasconde?

Chissà che non si avveri  la rinascita dell'Orchestra Mozart, inventata e diretta per anni da Claudio Abbado,  e chiusa - 'momentaneamente, si disse allora - alla viglia dell'acutizzarsi della malattia che lo condusse alla morte a gennaio del 2014.
 Tutti si dissero allora che quell'Orchestra - un vero gioiello -  non poteva morire con il direttore. E promisero anche che, in qualche modo, sarebbe risorta. Ed invece sono trascorsi ormai due anni senza che nulla in tal senso sia accaduto. E l'Orchestra che, unica al mondo, faceva suonare insieme solisti strepitosi e giovani dotatissimi, si è dovuta arrendere al destino ed all'indifferenza  che ne hanno decretato la chiusura.
Fino a ieri, perchè da oggi - ci informa il 'Corriere', con una articolo di Giuseppina Manin - c'è un progetto concreto, gestito da Ginger, società di crowdfunding ( in parole povere, un progetto di azionariato diffuso, per entrare nel quale  ogni donazione di qualunque entità è la benvenuta: fino a questo momento sono stati donati 8.000 Euro circa, da poco più di un centinaio di donatori. Il traguardo è ancora lontanissimo, ma l'inizio è promettente ed entusiasta), al quale partecipa come capofila la Accademia Filarmonica di Bologna, guidata da Loris Azzaroni, che organizza ed ospita le attività di formazione ed anche qualche concerto della Orchestra.
Sulla cui culla non vigila più Alessandra Abbado, figlia del maestro esempre al suo fianco, in veste manageriale, dai tempi della direzione dei Berliner, di Ferrara Musica (con Mauro Meli), e poi alla Mozart . Come mai, si è spento, con la morte del padre, il sacro fuoco che bruciava nel suo petto e che la spingeva a lavorare nella musica? A proposito che belle facce quelle delle giovani che costituiscono lo staff che lavora alla nascita dell'orchestra che fu di Abbado.
 Adesso, dandosi delle regole precise nel settore economico - un rimborso spese uguale per tutti, per abbattere le spese, e dunque nessun cachet- si vuole ad ogni costo far rinascere l'orchestra. C'è già un mini calendario di concerti  nei quali, dopo la rinascita, alcuni musicisti di gran fama, si sono offerti di suonare, facendo  da amorevoli levatrici al  nuovo parto, che arriva dopo il doloroso distacco da Abbado.
 In questo bel progetto risalta, come nota stonata, l'assenza totale del ministero di Franceschini, quello della ricopertura della platea del Colosseo - sulla quale speriamo che almeno si esibisca lui: sarebbe  la vera novità  che giustificherebbe l'interesse eccessivo mostrato dal ministro per il progetto che costa alcuni milioni di Euro. Potremmo aggiungere a questa inutile enorme spesa da parte di un ministro che va  ogni giorno gridando in giro che la musica è ciò per cui l'Italia è conosciuta nel mondo, una seconda idiozia anche storica - ha ragione, lo è anche per le orchestra che chiudono, nella totale indifferenza anche sua!- ventilata  e caldeggiata dal sindaco di Verona, Tosi, che ha ottenuto una notevole somma, per formulare il progetto di fattibilità della copertura dell'Arena, da 'Calzedonia'.
Si vuole rifare il Colosseo - magari anche Franceschini penserà in un secondo momento alla sua copertura - coprire l'Arena di Verona per ospitarvi spettacoli di ogni genere anche d'inverno  oltre che d'estate, a dispetto della pioggia, e poi  si resta insensibili ed impermeabili alla chiusura di un'orchestra che si era segnalata per la sua grande qualità  oltre che per la atipicità ( grandi solisti e giovani promettenti ).
 Il prossimo 9 marzo un film sull'orchestra, realizzato nel 2104 dalla coppia Failoni/Merini, verrà proiettato alla Philharmonie di Berlino, segnando l'avvio ufficiale della raccolta fondi per far 'RISUONARE la MOZART'.
 Ma sarebbe il caso che tutti i musicisti che contano, che hanno conosciuto e lavorato con Abbado, di cui si sono professati amici( veri? occasionali?presunti? di comodo? amici/nemici?)  e che in tante occasioni dicono di avere a cuore il futuro dei giovani musicisti passassero dalle parole ai fatti; e cioè che solisti e direttori ( soprattutto direttori indispensabili alla rinascita, e pensiamo a  Muti, Pappano, Mehta e Barenboim ed altri) suonassero, cantassero o dirigessero un concerto della Mozart per riavviarla, più bella di prima. Fatti, non bastano più solo le parole.
(www.orchestramozart.com)

mercoledì 6 gennaio 2016

Pierre Boulez: la contaminazione è segno di stanchezza. In ricordo del musicista appena scomparso

L'occasione di questa intervista  fu data dall'inaugurazione, il 21 aprile 2002, della sala media (Sala Sinopoli) dell'Auditorium di Roma, alla quale Boulez partecipò, invitato da Luciano Berio, con il 'suo ' Ensemble Intercontemporain. In quell'occasione il musicista visitò il grande complesso architettonico destinato alla musica.

"Fa un gran bell’effetto, la sala media (Sala Sinopoli) - attacca Boulez .Dal palcoscenico dove ho provato, rimanda un suono chiaro, con bella risonanza, ed anche l’amalgama di più strumenti è soddisfacente. Naturalmente dovrei stare in sala ed ascoltare di lì per confermare la prima impressione che, comunque, è ottima. Ho visto anche la sala piccola, quella con il palcoscenico (Sala Petrassi). Mi ha fatto impressione il bel materiale con cui le sale sono rivestite. Noi all’Ircam non ci siamo potuti permettere tanto bel legno. Perchè Parigi non può avere una grande sala da concerto come Roma, che ora ne ha addirittura tre? Continuerò a battermi per ottenerla".

A Roma con l’ Ensemble Intercontemporain, Boulez ha visitato il nuovo Auditorium-Parco della Musica, ma non da solo come avrebbe desiderato, bensì in compagnia di un architetto collaboratore di Renzo Piano, e senza nessun giornalista 'indiscreto' al seguito. Il bello però viene ora. Lei maestro cosa ci farebbe?
Per fortuna non devo occuparmene; richiederebbe un grande impegno, ed io non avrei neppure il tempo per farlo. Basandomi sulla conformazione e sulla capienza delle tre sale, si potrebbe destinare la sala più grande - quella da 2800 posti, di prossima inaugurazione - al cosiddetto ‘repertorio’, alla musica più familiare ; la sala media ( battezzata: Sala ‘Giuseppe Sinopoli’, da 1200 posti) potrebbe ospitare un mélange fra musica di repertorio e musica non altrettanto nota per organici cameristici; e la terza sala, la più piccola (da 700 posti , dotata anche di palcoscenico, Sala 'Petrassi') potrebbe rappresentare una fucina per le novità. E poi c’è il grande foyer circolare che abbraccia le tre sale - ci si potrebbe fare una biblioteca ‘itinerante’ legata alle attività delle tre sale; e poi c’è la cavea all’aperto… quante altre idee potrebbero venire.

Basta così poco per farlo funzionare?
Per carità. Occorre cambiare anche mentalità. Ai responsabili musicali consiglio di osservare ciò che hanno fatto i responsabili di musei, per aumentare il numero dei visitatori. E ci sono riusciti. Esistono musei ‘generalisti’, altri specializzati in questo o quello stile; gallerie, infine, che espongono ciò che di nuovo succede nell’arte. Non si può mostrare tutto a tutti in una volta, costringendo anche i più riottosi, ma non bisogna neppure desistere dal tentativo di far conoscere il nuovo.

Perdoni, maestro, ma è proprio quello che Lei fa da sempre: costringere tutti quelli che decidono di venire ai suoi concerti a conoscere il nuovo. Le spiace spiegare perchè, per poterla ascoltare, occorre pagare questa tassa, l’ascolto – obbligato - della sua musica e di quella di pochi altri, come Berio?
La ragione è semplice. Sono una persona molto esigente e dedico il mio tempo solo a ciò che mi interessa veramente, che è poi la musica di oggi, e in particolare quella dei giovani che mi obbliga a pensare in maniera diversa da come ho sempre pensato. A me interessa l’evoluzione della musica e questa evoluzione si ha con le nuove leve. Recentemente ho diretto un opera dell’inglese Geoge Benjamin che ha quarant'anni, dunque quasi la metà dei miei anni; Berio… perchè siamo coetanei; perchè è fra le persone con cui ho maggiore familiarità e perchè posso dire che mi trovo a condividere un percorso musicale assai simile al suo, al punto da invidiargli alcune sue opere che vorrei aver scritto io. Naturalmente Berio non lo dirigo solo a Roma e perché mi ha invitato.

Maestro, conosce Michael Nyman?
No.

E Uri Caine, direttore della Biennale Musica di Venezia(2002); e Arvo Part? li conosce?
No! Dovrei conoscerlo, Caine? Part lo conosco. Ma perché mi domanda di Nyman, Caine e Part?

Semplicemente perché appartengono a quella schiera di compositori che vampirizza troppo spesso i musicisti del passato. Anche il suo amico Berio non è estraneo a questo pratica. L’ha fatto con Mozart, Boccherini, Schubert, ed ora anche con Puccini. Cosa pensa di chi si rivolge troppo spesso alla musica del passato, e non per studiarlo o per prendere in prestito qualche tema?
Non intendo giustificare nessuno. Semplicemente le dico che non mi interessano e perciò non me ne occupo. Nella storia tutte le volte che non si riesce a trovare un rimedio presente ci si rivolge alla 'biblioteca'. Ma la biblioteca deve avere uguale sorte della fenice, il mitico uccello: deve bruciare. Un fenomeno analogo alla cosiddetta contaminazione fra generi. Non è nuovo, lo si registra anche nelle arti visive: quando un genere mostra segni di stanchezza, gli artisti si rivolgono ad altri, in cerca di possibili modelli. Il passato è prezioso ma non può pesare come un macigno sul presente e costituire un'ipoteca sul futuro. Quando morì Schoenberg scrissi un saggio che intitolai “Schoenberg è morto!”. Naturalmente la mia non era una scoperta. Mio intento era ribadire che la storia della musica non finiva con Schoenberg e che Schoenberg non poteva costituire un impedimento per chi desiderasse andare avanti. Agli apocalittici di oggi voglio dire che occorre giudicare ‘a distanza’ e non nell’immediato. E questo vale anche per la musica

Cosa resterà della musica del secondo Novecento. Può, già oggi, azzardare una profezia?
Certamente 'Gruppen' di Stockhausen; 'Sinfonia' di Berio e i 'Concerti per violino e pianoforte' di Gyorgy Ligeti.

E John Cage , secondo Lei, non ha significato nulla nella musica del Novecento? Cage, l’ho conosciuto ed anche molto amato. Tutti subimmo il suo fascino. Ma devo ammettere che John è stato più geniale nella vita che nelle opere. Ha avuto idee importanti ma non i mezzi per realizzarle. Il piano ‘preparato’, ad esempio, è soltanto una trovata, per effetto del nuovo timbro e basta. Stesso discorso per il concetto di ‘opera aperta’. L’Europa conobbe Cage e l’America a Darmstadt , un luogo d’incontro fondamentale per i giovani musicisti. E non è vero che Darmstadt unificò il linguaggio di tutti i musicisti presenti. Devo anzi dire che avvenne il contrario, in quel luogo d’incontro tutti i musicisti trovarono la forza per proseguire per la propria strada. Faccio un esempio: Luciano Berio non sarebbe lo stesso senza la cultura italiana di provenienza. Per tutte queste ragioni ritengo necessario continuare ad incontraci .

Alla musica si domanda spesso di dire o fare cose che forse non può dire né riesce a fare. E’ ragionevole pensare che la musica - linguaggio universale, come si sottolinea in tempi di guerra - possa abbattere barriere, odii, antagonismi?
Tante volte in passato si è tentato di ‘politicizzare’ o ‘religionizzare’ la musica; la musica non fa politica né proseliti. E tuttavia ciò che da qualche anno, assai coraggiosamente, tenta di fare Barenboim, costituire cioè un’orchestra di giovani israeliani, arabi e palestinesi è molto meritorio e va fatto. Serve almeno a far riflettere i giovani, almeno i giovani, sulla possibilità di superare particolarismi ed antagonismi, lavorando gli uni assieme agli altri. Questo esempio almeno occorre darlo.

Cosa spinge il musicista a scrivere ancora oggi musica?
L’utopia. Il dialogo dell’utopia con la realtà è uno stimolo importante per l’artista. Occorre essere coraggiosi e curiosi. E i musicisti molto spesso non hanno nè coraggio né curiosità. E’ un rimprovero severo che mi sento di fare a tutti, compositori ed interpreti, senza distinzione. Il loro scarso coraggio e l’assenza di curiosità fanno molto danno al pubblico. In Italia avete interpreti come Abbado, Chailly, Pollini. Tutti e tre sono musicisti sempre curiosi e molto coraggiosi e il pubblico li segue fedelmente anche quando presentano musica moderna o contemporanea, la qual cosa fanno con una certa regolarità. A volte leggendo i programmi dei concerti di certi notissimi pianisti, mi domando se siamo nel 2002 oppure nel 1880. E man mano che passa il tempo mi scopro sempre più impaziente verso questo stato di cose.

Insomma con qualche Abbado, Chailly e Pollini in più, la musica moderna e contemporanea risolverebbe i suoi problemi di pubblico e di accettazione?
Non basta. Una istituzione musicale non deve interessarsi esclusivamente al concerto, che tuttavia resta un fatto centrale nella vita musicale. Occorre stimolare in tutte le maniere soprattutto i giovani e gli studenti. Le case della musica non possono comportarsi come dei 'restaurant' che osservano un orario rigido di apertura e chiusura, al di fuori del quale non c’è verso di far aprire la cucina. Il concerto resta il piatto forte, ma il contorno deve avere più peso. Intorno al concerto occorre inventarsi qualunque cosa per incuriosire, specie quando il pubblico è più disponibile, come nel fine settimana: aprire le prove ai giovani, spiegare tutto quello che possono capire di un brano musicale non particolarmente facile – io stesso l’ho fatto con molto successo a Londra, per la serie ‘Discovery Concert’ della London Symphony Orchestra, spiegando e dirigendo Bartok. Pian piano si può far capire al pubblico, almeno a quello più attento, che esistono vari punti di vista sulla medesima musica; in occasione dell’esecuzione di musica nuova, si dovrebbe effettuare una registrazione dal vivo, in maniera da offrire immediatamente l’opportunità di far riascoltare, seppure in disco, una musica che dal vivo sarà possibile riascoltare forse dopo anni e anni. Occorre muoversi e subito anche nella pedagogia musicale visto che la scuola non lo fa; noi musicisti dobbiamo darci da fare, dobbiamo investire sul futuro, ne va di mezzo anche la sopravvivenza della musica stessa, oltre che nostra.

Il cosiddetto repertorio - Bach, Mozart, Beethoven, per intenderci- non la interessa affatto?
No, per carità. Io sono un caso molto speciale. Sono innanzitutto compositore e, in subordine, direttore, e direttore in primis della musica di oggi. E per la musica del passato, solo di quegli autori e di quel repertorio che non ritengo ancora valorizzati a dovere. Lo faccio anche spesso per riequilibrare il peso di certi autori ed opere nella storia generale della musica. Non c’è ragione perché io diriga autori che altri fanno già bene e forse meglio di come farei io. Dirigere il repertorio è un regalo che io faccio al pubblico. E un bel regalo per essere apprezzato non può essere fatto ogni giorno, ma solo in particolari occasioni.

E quali sarebbero queste occasioni particolari per meritarci un suo cadeau musicale estratto dalla tradizione?
Mi hanno invitato, a Salisburgo, per questo gennaio, per un concerto di Mozart con Pollini e i Wiener. Di per sé dirigere Mozart, nonostante la presenza di Pollini, che è un musicista assai stimolante, per me non è sufficientemente interessante. Sono riuscito ad inserire nel concerto le due 'Kammersymphonie' di Schoenberg. Con quest’accostamento il concerto è diventato stimolante, ed ho accettato. Penso che lo sarà anche per il pubblico. Un altro esempio. A Chicago, dirigo la 'Grande Messe des Morts' di Berlioz, che lì, stranamente, non è stata mai eseguita. Ecco, ancora una ragione valida per tornare al repertorio: presentarlo ad un pubblico ‘vergine’. La prossima Pasqua, a Lucerna, dirigerò la 'Sesta' di Mahler e, nella stessa serata, anche due strabilianti capolavori del Novecento, con evidenti echi mahleriani: i 'Tre pezzi per orchestra' op. 6 di Alban Berg e i 'Sei pezzi' op.6 di Anton Webern, nella versione originale. Ma, insisto, se non posso accostarmi al repertorio alla mia maniera preferisco dedicarmi a ciò che veramente mi interessa: la musica d’oggi, compresa la mia. Le dò una primizia: tornerò ancora a Bayreuth nel 2004 per dirigere Parsifal. E sa perché? Per il forte valore simbolico di quel teatro. A Bayreuth, con Wagner, vado a ritrovare la sorgente della modernità. Voglio dire all’Europa che come Wagner riuscì a costruire lì il suo ‘teatro dell’avvenire’, è giunta l’ora che anche noi ci decidiamo a costruire il teatro del nostro futuro!




venerdì 1 gennaio 2016

Grazie a Rai Cultura vediamo in tv il Concerto di Capodanno

Senza Rai Cultura,  diretta da Silvia Calandrelli, non avremmo il Concerto di Capodanno. Quale?  Di Vienna o di Venezia? Sia Vienna che Venezia. Dobbiamo ringraziare Silvia Calandrelli se possiamo vedere sia l'uno che l'altro, e grazie al successo dell'uno come dell'altro se Silvia Calandrelli  verrà promossa, con grande dispiacere di tutti i telespettatori,  da Rai Cultura al timone di una delle reti generaliste Rai. Probabilmente Rai 3, malamente condotta, a giudicare dai risultati deludenti, da Vianello che, purtroppo, non ne ha azzeccato uno di programma. Mentre Silvia Calandrelli ha mandato in onda due concerti di successo, come non accadeva da anni, quello di Vienna ed anche quello di Venezia.  E domani sapremo dai dati auditel che il succeso ottenuto se l'è proprio meritato.
 Mentre andava in onda il Concerto di Capodanno da Vienna, su Rai 2 - ma sempre per volontà e decisione di Silvia Calandrelli, altrimenti non lo avremmo visto - sappiamo che sono giunte molte telefonate al centralino della Rai. telefonate di spettatori che non capivano perché mentre scorrevano le immagini e si ascoltavano le musiche del capodanno viennese, per tutti coloro che hanno seguito il concerto dalla rete sul computer (si dice in streaming o come diavolo altro), sotto  si leggeva la scritta "l'Orchestra Filarmonica di Vienna è diretta da Daniel Barenboim' , mentre sul podio era facilmente riconoscibile Mariss Jansons. Rai Cultura , diretta da Silvia Calandrelli, ha dovuto diffondere un comunicato per  spiegare e rassicurare i telespettatori.
 La scritta, che  evidentemente, non corrispondeva alle immagini in onda, voleva anticipare  il direttore della prossima edizione del Concerto di Capodanno da Vienna, Daniel Barenboim? No, sarà Gustavo Dudamel (la moda la seguono anche i tradizionalissimi viennesi del Capodanno!) . Insomma la Calandrelli, in procinto di lasciare Rai Cultura, faceva un favore al suo successore, anticipando fin d'ora, il nome di direttore della prossima edizione del concerto viennese. Se poi l'ha sbagliato non è così grave. Dunque mistero chiarito. Grazie, Calandrelli !

giovedì 10 dicembre 2015

Teatro alla Scala. Tiro al piccione-Pereira

Non è difficile rendersi conto che anche lo scandaletto della lite con parolacce fra Chailly ed il più fumantino della coppia di registi, Leiser, raccontato per filo e per segno con il 'ferro'  inaugurale ancora caldo, era stata montata a bella posta per disturbare una serata, quella inaugurale, che per la prima volta, in teatro, era filata liscia come l'olio, in ogni sua componente, compresa quella registica che, negli anni passati, aveva sempre registrato qualche aperto dissenso.
Per la Giovanna d'Arco le cose erano andate, nonostante i timori,  anche di altro genere, della vigilia, molto bene, ed allora per rovinare la festa , ecco lo scandalo della lite con insulti, registrati, fra il regista e Chailly.
 Qualche polemicucia della vigilia, aveva irritato quanti non credono di poter già giudicare l'operato del sovrintendente Pererira che sta a Milano da poco più di un anno, dopo i dieci di Lissner. In Scala si mormora - s'era letto - che non corra buon sangue fra Pereira e Chailly. Ma come non hanno neppure cominciato e già 'litigheno'- avrebbe detto  Petrolini. No, fra me e il direttore tutto  a posto - aveva precisato Pereira.
 La lite fra Chailly e Leiser, di riflesso, va a toccare Pereira che avrebbe invitato la compagnia registica con la quale sembra  che Chailly non si sia trovato d'accordo; e lo tocca una seconda volta perchè non avrebbe saputo mettere pace fra i contendenti. Fatto gravissimo, ed unico nella storia e nelle storie dei teatri?
Macchè. Solo dopo aver  diffuso ai quattro venti i particolari della lite, ma solo allora, con notevole ritardo, si viene a sapere, attraverso il lungo racconto delle liti più clamorose, che quasi in ogni spettacolo della precedente gestione scaligera - quella di Lissner con Fournier al seguito - ci furono liti feroci fra Barenboim e Dante, per Carmen, e Barenboim e Carsen, per Don Giovanni. E ve ne fu una terza fra Gatti ed il regista russo della Traviata.
 Come mai di queste liti - alcune delle quali in Scala assicurano furiose - nulla si seppe in giro, nulla si scrisse sui giornali, neanche su Repubblica, che, al contrario, nel caso di Pereira, ci inzuppa ben bene il pane della sua autorevolezza presso il lettore snob? Repubblica forse non  accetta che la nuova dirigenza, d'accordo con il direttore musicale, punti sul grande repertorio italiano, a differenza di quanto aveva fatto Lissner nei suoi dieci anni di permanenza milanese, dimostrando di schifare tale repertorio, nonostante che La Scala - italiana - l'abbia sempre pagato profumatamente. Anche troppo.
 A proposito di dimenticanze sospette, ce ce sovviene un'altra di cui siamo stati testimoni diretti.  All'uscita di Fourner-Facio dall'Accademia di santa Cecilia per andare a lavorare alla Scala, l'ultima volta che apparve in pubblico, prima della partenza, ad una presentazione di stagione a Roma, Cagli, che officiava tale rito, non lo degnò neppure di un saluto ( si badi bene che era stato Cagli a chiamarlo da Firenze, poi Fournier era rimasto con Berio ed ancor ancora con Cagli, al suo ritorno in Accademia, dopo la morte di Berio). Fu Pappano, e solo lui ( che fra l'altro, deve a Fournier ed all'avvocato Vittorio Ripa di Meana allora in Accademia, se il suo nome venne segnalato a Berio per la successione a Chung) a ringraziarlo pubblicamente. E Cagli, che gli sedeva accanto, non fece neppure un cenno di condivisione. Un dissenso dunque apertamente manifestato, che nessun giornale citò. Lo facemmo solo noi. Ma, si sa, noi cantiamo sempre fuori dal coro.

martedì 12 maggio 2015

I Berliner Philharmoniker scelgono di non scegliere. Thielemann il superfavorito

Sicuramente la pietra dello scandalo gettata nello stagno delle celebre chiesa ' di Gesù Cristo' berlinese dove ieri si sono riuniti i Berliner per procedere all'elezione del loro prossimo direttore, a partire dal 2018, per il dopo Rattle, è stata Christian Thielemann. Candidato ideale , nel solco della tradizione (e del resto anche alla Scala dopo l'era 'avanguardistica' di Lissner-Barenboim si è pensato giusto ed anche utile ritornare alla grande tradizione scaligera, repertorio compreso con Pereira e Chailly. Dice nulla il fatto che Abbado, sì a cominciar da lui, non abbia in vita sua mai diretto Puccini, e che il nostro operista anche nell'era Lissner-Barenboim sia rimasto fuori della porta, in attesa), con un repertorio che va da Haydn, ma forse c'è anche Bach prima, a Strauss - che altro si vuole - con l'unico difetto di essere un po' 'tradizionalista', 'conservatore'- così lo definiscono - qualcuno dice 'reazionario' e con simpatie 'destrorse', addirittura 'razzista'; per tacere su sue recenti dichiarazioni di carattere xenofobo, che certo qualche imbarazzo anche fuori dell'ambiente musicale l'hanno creato.
 A metà pomeriggio era stata diffusa ad arte la notizia poi smentita, che il prescelto aveva un nome: Andris Nelsons, stabile a Boston, 36 anni, grandissimo talento, attraverso un tweet di Lang Lang, il pianista alla moda.
 Da fonti sicure ma riservate noi sappiamo, invece, che il cuore dei Berliner, nonostante gli innesti degli anni recenti di musicisti di vari continenti, a gruppi ognuno con il proprio candidato, batteva per Thielemann, mentre la ragione aveva qualche perplessità. Nel senso che avere al proprio comando una personalità con la lingua troppo lunga e su argomenti che vanno a toccare nervi storici ancora  scoperti, potrebbe creare qualche problema, salvo che per il futuro non si decida a star zitto, e magari anche a cambiare idea. Non si dice che la musica apre le menti e che affratella i popoli e che inclina al bene? Se anche uno solo di questi propositi Thielemann seguisse, forse quando i  Berliner si riuniranno nuovamente - si dice entro l'anno - la scelta cadrà su di lui, senza più tentennamenti ed ulteriori rimandi. E forse a Thielemann con l'elezione rimandata chiedono proprio questo impegno i mitici Berliner Philharmoniker. Salvo che egli non intenda, viste queste obiezioni, restare a Dresda.

sabato 9 maggio 2015

E se i Berliner. lunedì, decidessero di nominare loro capo Thielemann, il conservatore?

Ha aperto la sfilata il' tambur maggiore' di Repubblica, la critichessa che fa il tifo per tutti tranne che per Thielemann, perchè conservatore. A lei chiunque altro va bene, da Barenboim - alla Scala negli anni di Lissner, quando suo marito, ora in esilio dorato a Torino, coordinava la
direzione aritstica - a Dudamel, ragazzo dotatissimo, e pupillo di Abbado, e per tale seconda ragione sostenuto dal 'tambur maggiore' e da altri, e per la stessa ragione da altri contrastato ( ma staremo a vedere quest'estate quando sarà per un certo periodo alla Scala, in occasione dell'EXPO) ad Andris Nelsons, anch'egli patrocinato da Abbado, negli ultimi mesi di sua vita; al non bisognoso di sostegni e patrocinii, Mariss Jansons - che pero ha 72 anni, coetaneo più o meno di Barenboim - ai candidati tanto per far casino, Chailly che non è ancora approdato ufficialmente alla Scala (sarebbe pronto a ripartire da Milano, prima di insediarvisi, per Berlino? sarebbe davvero gravissimo e a tanto non giungerebbe mai in questo momento) a Riccardo Muti, fino al 2020 a Chicago,  che non crediamo  intenzionato a trasferirsi armi bagagli e burattini ( ha, il direttore, una collezioni di teatrini per burattini e marionette in miniatura) e famiglia a Berlino. Non conosciamo le intenzioni del direttore, ma ci pare assai improbabile una sua elezione.
 Dopo il 'tambur maggiore', ma solo nei giorni scorsi, il corrispondente da Berlino del Corriere, torna sull'argomento, per insistere sulla incandidabilità di Thielemann, per la medesima ragione suonata dal 'tambur maggiore', aggiungendovi, come aggravante, qualche scivolone 'conservatore', per non dire di più, che la stampa tedesca non ha mancato di sottolineare, pur stimando il direttore.
 Insomma i giornali italiani maggiori stanno facendo la guerra a Thielemann, nella presunzione di poter influenzare i Berliner che lunedì si ritroveranno in un luogo segreto per depositare la loro scheda nell'urna superblindata, dalla quale  dovrebbe uscire il nome dell'eletto, che li guiderà dal 2018 in avanti.
 Oggi torna in pista un altro sonatore del 'tambur maggiore' Repubblica, il corrispondente da Berlino, Tarquini, per ribadire che il candidato più naturale per succedere a Rattle è Barenboim , magari per  un solo mandato. Aggiungendo, per l'ennesima volta, che i Berliner ed i tedeschi non sono conservatori come Thielemann vorrebbe che siano,  in misura tale da eleggerlo.
 Thielemann in Italia - tanto per parlare di cose che conosciamo - se lo sono fatti scappare almeno un paio di volte, se ricordiamo bene, a Roma, l' Accademia di Santa Cecilia, ed a Venezia, la Fenice. E male  fecero in ambedue i casi, perché gli vennero preferiti direttori di minor valore e personalità. Allora le tendenze eccessivamente conservatrici - davvero eccessive e non controllabili dall'interessato? - non erano ancora note, e si discuteva solo del suo valore come direttore. Forse no, si scartò perché ancora troppo giovane per poter investire su di lui. E forse, in Italia, almeno per tale particolare, si aveva ragione, benché la scelta sia caduta poi su direttori anagraficamente, almeno in un caso, quasi coetanei.
 Per i Berliner, orchestra d'acciaio, difficilmente scalfibile anche da una bacchetta  non abbastanza appuntita, l'età verde non costituisce ostacolo per la nomina di un direttore, ma potrebbe costituirlo.
 E perciò non sarà certo il tambureggiare, maggiore o minore, dei giornali italiani a rendere incandidabile Thielemann, o ad influenzare i Berliner che potrebbero anche pensare ad un altro nome. Che, certamente non sarà, ad esempio, Pappano che ha firmato per restare a Roma fino al 2020 e che, direttore nato per il teatro, sarebbe un pò fuori repertorio a Berlino, dove pure si reca regolarmente. Non da direttore musicale.

domenica 3 maggio 2015

Turandot diretta da Chailly è stata un successo. Anche a Rai 5. Perchè non rimandare in onda 'All'Opera!' ?

Senza dubbio quella dell'altro ieri,  anche a causa del successo ottenuto, poteva a ragione considerarsi la serata inaugurale di stagione della Scala, mentre era soltanto la serata che inaugurava in teatro l'Expo milanese, con la Turandot diretta da Chailly; e la serata inaugurale di stagione è stata, come sempre il 7 dicembre, con il Fidelio, discusso, diretto da Barenboim.
L'opera pucciniana, con il finale scritto da Berio una decina di anni fa, che ha sostituito  a Milano quello  di Alfano in uso da sempre nei teatri,  ha avuto successo anche nella versione televisiva, trasmessa in diretta da Rai5, finalmente anche con una bella regia, affidata a Patrizia Carmine. Ha fatto nientemeno che il 2,52 % di share - un record per la rete - con 593.000 telespettatori, e, come ricorda nel suol articolo la Aspesi, con un picco, alle ore 22, di 733,235 spettatori e quasi il 3% di share. Davvero un successo che dovrebbe far  tornare i dirigenti Rai sui loro passi, e convincerli a  rimettere in palinsesto quella fortunata trasmissione andata in onda fra il 1999 e 2004, dal titolo 'All'Opera!', in seconda serata, su Rai 1, che di telespettatori ne faceva anche il doppio e, in taluni casi anche di più, di quelli  fatti da Rai 5, nella riuscita formula che alternava il racconto della trama, ad opera del suadente Antonio Lubrano - un successo personale che si aggiungeva  a quello degli anni di 'Mi manda Lubrano' - all'ascolto dei brani più belli del nostro melodramma. In tutto, in una durata, un'ora circa, compatibile con i tempi televisivi.
 Quella trasmissione, nonostante il successo, le proteste seguite alla sua cancellazione e le rassicurazioni dei dirigenti Rai di un tempo per un suo quasi immediato ritorno, sono trascorsi oltre dieci anni e nessuno si prende la responsabilità di rimetterla in onda. La si potrebbe ritrasmettere già così come è andata in onda allora, per sei estati conescutive, avendo in archivio quasi 60 titoli, fra i più popolari del melodramma e nelle realizzazioni registiche e scenografiche le più riuscite. Senza nessun costo aggiuntivo, magari  in cicli di dieci titoli per volta, come si faceva all'epoca.
  Forse a sottolineare negativamente che la Rai non lo fa, nonostante i proclami, viene ora il progetto sul melodramma  che reca la firma di Emanuela Giordano, regista e responsabile della 'Casa dei teatri' a Roma, la quale, nel rinato Teatro Torlonia della omonima villa, ha organizzato due mostre ed alcuni concerti sull'opera, intitolando il suo progetto 'All'Opera!', con il punto esclamativo - e non è detto che la Giordano non si sia ricordata,  in questa occasione, di quella bella nostra trasmissione ( già, perchè noi ne eravamo l'autore, e ne andiamo ancora fieri!).

sabato 25 aprile 2015

Fra due o tre anni ricomincia a girare la giostra dei direttori d'orchestra. Scenderanno Rattle, Pappano (forse), e Mehta e saliranno...

La giostra , in verità , ha già cominciato a girare. E, in alcuni casi gira da tempo, perché prima che essa si fermi per imbarcare qualche nuovo viaggiatore e scaricarne altri, occorre tempo.
 I gestori della giostra dei Berliner (che poi sono i Berliner medesimi), ad esempio, fra qualche giorno, dichiareranno apertamente, chi, quando Rattle scenderà, e cioè fra tre anni, prenderà  il suo posto sulla loro giostra - si fanno i nomi di Barenboim, Dudamel, Thielemann. Con tre anni di anticipo, direte, non è un tempo eccessivamente lungo per pensare al futuro? No, se hanno sempre fatto così; e poi chi ha tempo non aspetti tempo.
Evidentemente, per far girare bene, come ha sempre girato, una giostra come quella dei Berliner , le decisione da prendere sono tante e vanno prese in tempo.
Barenboim? Dovrebbe solo passare da una casa all'altra sempre a Berlino, dove risiede e lavora stabilmente da tempo: il passaggio meno traumatico.
Dudamel, il grande salto: poco più che trentenne, l'aura da 'enfant prodige', parecchie défaillance ogni volta che ha voluto fare (o che gli hanno voluto far fare) il passo più lungo della gamba, come nel teatro d'opera; mentre la sua permanenza a Los Angeles si sta rivelando una sorta di tomba, seppur 'dorata' per lui.
Thielemann? Riporterebbe l'orchestra nella sua tradizione 'tedesca', come non accadeva dal tempo di Karajan, cui nel tempo sono succeduti sia Abbado che Rattle. Ma... ma ha un repertorio limitato e, quel che è più grave - annotava stupidamente un quotidiano italiano nei giorni scorsi - ha una immagine 'reazionaria'. Insomma non ha mai nascosto le sue simpatie 'di destra', il che lo bollerebbe negativamente  nella possibile ascesa sul podio dei Berliner. Sarà. Vedremo. Speriamo solo che, se nominato,  non ci capiti di dover  leggere: Nostalgici Berliner.
 Se, a Berlino, nel 2018 Rattle scenderà dalla giostra, ma già nel 2015 si pensa a chi far salire al suo posto, a Firenze, dove Zubin Mehta ha dichiarato che dopo il 2017 lascerà l'Orchestra del Maggio, dove gira da secoli,  ancora non si pensa al suo sostituto. Si sono fatti scappare Gatti, ma le notizie fresche fresche che ci giungono da Firenze ( scioperi in occasione del 'Fidelio' inaugurale del Maggio, fra pochi giorni,  mancanza di soldi ecc...) forse altri faranno scappare, ed alla fine la scelta non sarà la migliore.
 Nel 2017 Chailly diventerà ufficialmente direttore musicale della Scala, ma il suo sbarco a Milano è già avvenuto e dal prossimo primo maggio cominceremo a vederne i frutti, con la 'Turandot' che inaugurerà l'Expo (  e che non sarà più interessante a causa del finale scritto da Berio, finale che sebbene abbia ormai oltre dieci anni, non è mai entrato stabilmente nel repertorio dei teatri che gli preferiscono quello antico di Alfano)) e , a seguire, con il teatro più 'pucciniano' del pianeta, il progetto  assieme a Pereira messo a punto, dopo anni ed anni di 'apartheid' nei confronti del nostro operista.
 Nel 2019 poi anche Pappano potrebbe sloggiare da Roma. Ma a Roma, la città che nei secoli  ne ha viste di cotte e di crude, sembra non aver fretta. Infatti a santa Cecilia hanno appena annunciato che il contratto di Pappano è stato esteso fino al 2019, mentre prima  era fino al 2017, ma della sua successione o della sua ulteriore permanenza non si parla ancora, mentre a Berlino si deciderà a giorni.
 Ed anche per Pappano sarebbero nel 2019 sedici anni ininterrotti di permanenza a  Roma, dove si era insediato ufficialmente dal 2005, ma fin dal 2003 la sua marcia di avvicinamento alla capitale fu spedito ed accentuato.
 Ragioni di una così lunga permanenza  non ve ne sono? Per fare progetti assieme ad una orchestra, occorrono tempi tanto lunghi, non si potevano pensare prima e realizzare  immediatamente dopo? Dieci anni non bastano?
Sono dieci un tempo di permanenza ragionevole per non portare alla stagnazione nei rapporti fra orchestra e direttore e nell'orchestra stessa. Secondo noi sedici anni sono un tempo troppo lungo, in ogni caso, compresa la direzione di una orchestra medesima.
 Rattle ha dichiarato di non voler restare a Berlino dopo il 2018 per non correre tale rischio. mentre ,secondo noi, tale rischio si  potrebbe correre già a partire dall'undicesimo anno di permanenza o giù di lì. Se occorre un tempo lungo perchè il rapporto fra un direttore e la sua orchestra dia i frutti sperati;  basta un tempo breve perchè tale rapporto diventi 'stagnante - secondo le parole di Rattle - ed asfissiante.  Non più produttivo.
 Ciò vale in tutti i campi ella vita artistica, e musicale. Un capo in testa che  comanda una istituzione 'PUBBLICA' ( non familiare) per molti anni, come nei casi sotto gli occhi di tutti, ad esempio di Cagli o Vergnano - sovrintendenti a vita!!!! - non promette nulla di buono.
Come nulla di buono promette il passaggio di padre o madre in figlio o figlia  ed anche nipoti del comando di istituzioni musicali, come altrettanto si vede nelle nostre anomale lande. Per tutti il caso dell IUC che dalle mani dell'ing. Fortuna, suo fondatore, oltre mezzo secolo fa, è passata in quelle di sua moglie, Lina, ed ora in quelle di Francesca, figlia dei due e forse in futuro passerà in quelle dei figli di Francesca. E non è l'unico caso, si badi bene, anche se il più eclatante, della serie 'solidarietà fra generazioni'.

P.S. Financo a Valencia, dove la magistratura ha fatto secca la 'zarina', hanno già provveduto da qualche tempo all'avvicendamento al vertice: dal gennaio 2016 giungeranno Livermore, Roberto Abbado e  Fabio Biondi. Due direttori per due diversi repertori. Progetto subito copiato, maldestramente, all'Opera di Roma da Fuortes che ha confermato Vlad alla direzione artistica, ed ha poi dato il contentino a Battistelli- che non poteva nominare direttore artistico per l' evidente mancanza di conoscenza da parte del celebre compositore del repertorio melodrammatico; ma dando per scontato invece che Alessio Vlad lo conosca alla perfezione. L'Opera dei compromessi, dannosi!