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lunedì 25 giugno 2018

Le interviste inutili: Beatrice Venezi

Non è la prima volta che qualche giornale - ma si è intromessa nella faccenda anche la tv - intervista la direttrice d'orchestra Beatrice Venezi.

Le ragioni di tanto clamore ed interesse  sono tutte facili da individuare, anche perchè comuni a tutte le interviste, ma difficili da condividere, perchè tutte basate su presupposti inutili che non vanno alla sostanza delle cose  per la giovane direttrice.

L'hanno intervistata -  e l'altro ieri l'ha fatto anche Valerio Cappelli sul 'Corriere' - perchè Lei è donna, e le donne direttrici, si rammenta nell'intervista, non sono tante ( come, ad esempio, non lo sono neanche le donne compositrici  -  anche questa  sconvolgente rivelazione faceva qualche giorno fa sempre Cappelli, intervistando Silvia Colasanti, di casa al Festival di Giorgio Ferrara, ex Due Mondi, lasciandosi sfuggire che da sempre le donne, specie le mogli, si sono sacrificate per i loro mariti, come ad esempio, scrive Cappelli, la moglie di.... Mendelssohn,  mentre voleva riferirsi non alla moglie del musicista ma alla sorella, e cioè  a Fanny).

L'hanno intervistata perchè Lei è giovane, anzi la più giovane su piazza, avendo solo 28 anni; perchè è bella (ed oggi la bellezza nelle arti dello spettacolo dal vivo conta così tanto che ad una brava cantante è stata imposta una dura cura dimagrante, altrimenti pur con la sua bella voce, non avrebbe fatto carriera - ed anche questo lo hanno rivelato giorni fa alcuni giornali che hanno  intervistato una ormai nota, anche per questo, cantante americana); e perchè ha ormai diretto importanti orchestre: dalla 'Nuova Scarlatti' all'Orchestra di Lucca o a quella del Festival Puccini di Torre del Lago, a quella della Suntory Hall di Tokio che dirigerà fra un paio di mesi. Roba da far  sbiadire  i Wiener Philharmorniker ( 'di Vienna' ha specificato un giornalone, che novità!) o i Berliner.

 E poi  Cappelli, in special modo, l'ha forse intervistata, perché Lei è impegnata nel sociale,  e  perché Forbes 'delle inutilità', l'ha inserita fra le 30 persone italiane più influenti (dove?);  ed anche perché fa la pubblicità ad una nota casa automobilistica?

Le rivelazioni non finiscono qui. Cappelli, bisogna riconoscerlo,  è capace di tirarle fuori  anche ai più recalcitranti. Beatrice, giovane e bella, dirige da 'donna' cioè con abiti lunghi e tacco 8. Lei non vuole rinunciare alla sua femminilità solo perché sale sul podio. Le donne devono restare tali anche sul podio - afferma sicura. E la pianista cinese che veste minigonne  inguinali o abiti lunghi con spacchi chilometrici? Non mi piace, controbatte la Venezi a Cappelli, lei così facendo soddisfa solo la curiosità maschilista ma perde in femminilità.

  Ma il suo essere donna - incalza severo Cappelli - l'ha aiutata o penalizzata? All'inizio mi dicevano: "siccome sei bella, pretendi di essere anche brava"?  Non si è capito se la riflessione degli acuti severi orchestrali  era la constatazione che Lei era sì bella ma brava davvero no.  Servirebbe chiarimento.

 Cappelli si spinge oltre: è stata mai importunata per il suo essere giovane e bella?  Come no? - risponde la direttrice. Ci ha provato anche un  noto corpulento direttore, di cui ero assistente, che una sera mi ha invitato a cena dopo le prove in teatro. Io gli ho detto sì, ma invitiamo tutta la compagnia; e lui ci ha ripensato, perché non era sicuro di avere soldi sufficienti  nella sua carta di credito.

 Alla fine dell'intervista abbiamo saputo molte cose della direttrice italiana giovane e bella. Ma nulla di come dirige. A noi, che abbiamo visto in rete qualche video che la riguarda,  è parso - per quanto possa contare il nostro parere -  che nella direzione,  e nella musica in generale, Lei debba ancora imparare molto, e correggere molto altro.

giovedì 28 dicembre 2017

Riccardo Muti dal podio viennese del Concerto di Capodanno se la prende con il Concerto veneziano di Capodanno e con la Rai. L'arcitaliano fa l' antitaliano

 A domanda risponde. Maestro Muti,  la Rai antepose al suo precedente concerto viennese, nel 2004, il concerto dalla Fenice, alla prima edizione. Ora  tornando lei a Vienna, non poteva tornare sui suoi passi riproponendo su Rai 1 il suo concerto, e mandando su Rai 2 il Concerto veneziano?

E il Maestro risponde: "Bisogna chiederlo ai dirigenti Rai. Tra l'altro la prima volta volta della Fenice coincise, nel 2004, con il mio precedente concerto al Musikverein. I viennesi rimasero disorientati per il fatto che, con un direttore italiano, l'Italia per la prima volta compisse una scelta autartica. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, alla Rai ritengono sia giusto così. Certo il Concerto di Vienna è unico, non solo per la qualità dell' Orchestra ma perché quella musica a cavallo tra il sorriso e la lacrima fa parte di un periodo storico particolare e si adatta all'atmosfera del primo dell'anno, evocando desideri e sogni che non esistono in altri repertori. Non credo che i miei musicisti di Chicago sarebbero interessati al brindisi della Traviata o al Va' pensiero, e si sa quanto ami queste opere, ma con la fine dell'anno c'entrano poco".

 Cominciamo dal principio, perchè la storia del Concerto della Fenice la conosciamo bene, per filo e per segno, perché fin dall'inizio ce ne siamo occupati direttamente sempre, relativamente alla formulazione del programma, e spesso anche per altro, per conto della Rai.

 Sì, il primo Concerto di Capodanno  da Venezia, in diretta su Rai 1, coincise con il precedente impegno di Muti a Vienna; e Muti aveva diretto il concerto inaugurale della risorta Fenice, anche quello trasmesso in diretta, appena una decina di giorni prima del Capodanno 'italiano', che Muti definisce autartico.

Muti conosce le ragioni di quella iniziativa?  Eccole. La sig. Anna Elena Averardi, consulente per l'immagine del teatro veneziano,  ebbe l'idea di suggerire alla direzione di Rai 1 (Fabrizio Del Noce) di trasmettere da Venezia il Concerto di Capodanno. Nelle intenzioni della sig.ra Averardi, accolte da Dal Noce, c'era il desiderio di festeggiare la ricostruzione dello storico teatro veneziano, 'dov'era, com'era'. Il Concerto, diretto da Maazel, ebbe successo, superando, per share e telespettatori,  tutte le precedenti edizioni di quello viennese; e forse anche per tale manifesto gradimento, si decise di continuare - come si fa da quindici anni - a mandare in onda da allora, ininterrottamente, in diretta su Rai 1, il Concerto da Venezia, senza però cancellare quello da Vienna,  che viene trasmesso su Rai 2, subito dopo quello veneziano, a  partire dalle 13,30.

 Questa è la storia. Negli anni il concerto è stato diretto da importanti direttori: Maazel, Pretre, il quale dopo il concerto veneziano venne invitato per la prima volta a dirigere quello viennese, Masur, Gardiner, Roberto Abbado, Harding  e solo uno dei ricorrenti problemi di salute vietarono a Temirkanov di dirigerlo, sebbene  annunciato e sostituito all'ultimo minuto.

Nel tempo, noi, che oltre che sulla formulazione del programma siamo stati  spesso interpellati anche sulla scelta dei direttori e dei cantanti, abbiamo consigliato alcuni nomi, come ad esempio, per i direttori, quello di  Tony Pappano. Al quale però i dirigenti dell'epoca si rivolsero in giugno per il successivo dicembre. La risposta di Pappano fu ovvia e piccata: c'ho da fare tra Roma e Londra. Eravamo riusciti a convincere Cagli - con il quale allora avevamo buoni rapporti - a cedere per una  trasferta il suo direttore, adducendo come ragione che la visibilità della tv avrebbe giovato a Pappano, da poco in Italia.  E ne avevamo parlato anche con Pappano, del quale proprio in quegli anni stavamo scrivendo la biografia, ottenendone risposta affermativa, in linea di principio.
 Poi avendo spesso visto sul podio della Fenice Chailly, Chung, Gatti, avevamo consigliato al direttore artistico - l'attuale sovrintendente Ortombina - di invitarli. La risposta, sempre uguale. era: non verranno ( non verrebbero?). Senza dirci però se li aveva invitati. Lui dava per scontato che non sarebbero venuti. Perchè allora, quest'anno, Chung ha accettato?

 A dire la verità non  gli abbiamo mai chiesto di Muti, e perciò non possiamo dire se Ortombina l'abbia invitato e, se sì,  quale sia stata la sua risposta.

 Ora, dice Muti,  ma suggerisce Cappelli e avrebbe desiderato il 'politico ignoto' Giro, la Rai avrebbe dovuto in occasione del ritorno suo a Vienna, scalzare Venezia da Rai 1 e rimetterci il concerto viennese. Perché, lo spiega a suo modo: perchè lui è il massimo direttore italiano vivente, perchè i Wiener sono una delle più grandi orchestre, perchè il Concerto viennese è il più visto nel mondo, perchè il programma  del concerto viennese è più adatto di quello veneziano per un concerto di inizio d'anno. Insomma, dice Muti, napoletano, alla fine del suo ragionamento:  la Marcia di Radestzki è meglio del brindisi della Traviata.

E' qui che  non seguiamo più il maestro italiano. I valzer viennesi sono per  semplice tradizione programma del Concerto di Capodanno da Vienna ; nè più e nè meno di come i brani più popolari del nostro melodramma lo sono per il Concerto dalla Fenice, da quindici anni. Dunque non spiega  per quale ragione Rai 1 dovrebbe rinunciare a tale iniziativa che, per una volta, valorizza, in patria, il patrimonio musicale che il mondo ci invidia e al quale  Muti dichiara il suo particolare attaccamento ed apprezzamento.

Se  lo vuole qualche italiano, che Vienna cioè torni dov'era, su Rai 1, non è ragione sufficiente perchè non si dia ascolto a quei 4.400.000 telespettatori - quanti erano fino a quando noi ce ne siamo occupati, mentre ora sono scesi fino a quasi 3.600.000,  ma noi tuttavia speriamo che la discesa da quest'anno si fermi - che,  a rigor di cifra, sono stati sempre in numero maggiore di quelli che in ogni edizione hanno guardato ed ascoltato il Concerto da Vienna su Rai 1 e che ora possono seguirlo su Rai 2. Il passaggio da Rai 1 a Rai 2 non è da intendersi come DECLASSAMENTO, bensì come  semplice SPOSTAMENTO.

Se poi gli orfani di Vienna restano comunque insoddisfatti e inconsolabili, nulla vieta che, per manifesta ritorsione, si rechino a Vienna -  del resto alcuni anni fa  l'aveva fatto lo stesso Cappelli, come scrisse sul 'Corriere',  in compagnia ( buona quella!) di Catello De Martino, l'indimenticato sovrintendente del disastro all'Opera di Roma, al tempo di Riccardo Muti - e come potrebbe fare,  perchè i mezzi ce li ha,  anche Francesco Giro, ex sottosegretario alla cultura del Governo italiano che preferisce Vienna e la sua musica a Venezia ed alla musica italiana. Non si tratta di autarchia nella scelta italiana; mentre negli oppositori,  si tratta di  evidente stupido autolesionismo.

martedì 3 gennaio 2017

Daniele Gatti va dove lo porta Carlo Fuortes, ma via dall'Opera di Roma

Il fidanzamento saltato fra Gatti ed il Teatro dell'Opera di Roma, di cui abbiamo scritto già qualche giorno fa,  ripetendosi la storia  del precedente fidanzamento saltato, quello fra Muti e l'Opera di Roma, è diventato materia di un intervento, oggi sul Corriere, di Valerio Cappelli, solitamente sempre molto informato di quel che accade a Piazza Beniamino Gigli - dover fra poco Fuortes apre un ristorante - e dintorni. Cappelli riprende pari pari quel che noi abbiamo scritto  su questo blog, precedendolo,  dopo aver letto l'intervista di Simona Antonucci ( Messaggero) a Gatti e le dichiarazioni di Fuortes in 'teatrese' - dichiarazioni che non dicono nulla (... partecipa al progetto che stiamo portando avanti... che orrrore!).

Ma Cappelli, che ripetiamolo ha un filo diretto con Fuortes, è più informato di noi. E infatti rivela la presenza di una lettera inviata da Gatti all'Orchestra del teatro, alla quale in qualche modo, pur carezzandole il pelo, imputa il fidanzamento saltato, senza dirlo espressamente, come invece fa Cappelli, più informato dello steso Gatti ed anche di Fuortes. (Ci piacerebbe leggerla quella lettera. Chissà che qualche sindacalista non raccolga questo nostro appello, inviandocene copia)
 E aggiunge che Gatti resterà a dirigere le prossime tre inaugurazioni di stagione a Roma, e andrà via con Fuortes alla fine del suo mandato. Andranno, insomma, questo dice Cappelli, via insieme e chissà dove insieme sbarcheranno. Perchè Gatti va dove lo porta Fuortes.

Ma Fuortes non poteva rassicurare con la sua presenza nel Teatro dell'Opera di Roma Gatti?
 Allora è vero quel che abbiamo proprio l'altro ieri affermato, e cioè che all'Opera di Roma , dopo ed oltre la Traviata glamour ( Coppola-Valentino, rispettivamente soprano e tenorino)), e i nuovi registi, non è cambiato  nulla? E  che l'Orchestra continua a fra paura anche allo stesso Fuortes, figuriamoci a Gatti.

sabato 31 dicembre 2016

Daniele Gatti come Riccardo Muti. La storia infinita

Stando a quel che scriveva il Corriere, cioè Valerio Cappelli, informato dall'Opera di Roma di Fuortes, Daniele Gatti , dopo aver diretto il Tristano inaugurale, avrebbe sicuramente accettato di firmare un contratto di collaborazione di una certa stabilità. Anzi, nei giorni immediatamente precedenti la 'prima', sempre il Corriere, se ricordiamo bene,  annunciava che Gatti stava ad un passo dalla firma del contratto come 'direttore musicale', addirittura. E, invece, nulla di fatto.

 Storia già vista, fotocopia di ciò che avvenne alcuni anni fa con Muti. Il quale, dopo la visita che gli fecero a Salisburgo Vespa e Alemanno, aveva detto - forse fatto pensare o sperare - che avrebbe assunto la carica di direttore musicale all'Opera di Roma, per riportare il teatro ai fasti di una volta, facendolo tornare ad essere il diretto antagonista della Scala dalla quale era uscito sbattendo la porta, ed anche in qualche maniera invitato - stupidamente- ad andarsene.

 Poi si sa come sono andate le cose. Muti non ha mai accettato nessun incarico che comportasse una qualche responsabilità, nonostante avesse subito messo  suoi fedelissimi, a cominciare da Alessio Vlad, il direttore artistico che tutto il mondo invidia a Roma - perché lui le cose le fa con impegno, e con tutto quello che c'ha da fare in giro per il mondo non se la sentiva, questa la sua giustificazione. Allora dall'ipotesi dell'incarico di direttore musicale si passò a nessun incarico ma con l'impegno di dirigere due titoli per anno, aticipando la medesima motivazione che oggi Gatti  confessa al Messaggero, a Simona Antonucci.
 Le prossime tre inaugurazioni di stagione le farà ancora lui. E il film già visto proseguirà così. Prima della terza inaugurazione si comincerà a dire che Gatti non se la sente ancora, e nel medesimo tempo Fuortes lo nominerà 'direttore onorario a vita', secondo in tale ruolo che non vuol dire nulla, dopo Muti, visto che non vuol accettare l'incarico di 'direttore musicale' a tempo.
 Nulla di nuovo come si vede, nonostante che Fuortes si sbracci ogni giorno per convincerci che all'Opera di Roma dopo il suo arrivo è tutta un'altra storia, mentre c'è appena un cambio di regie.

mercoledì 23 novembre 2016

Notizie dall'Anfols. Roma, Genova,Venezia, Cagliari, Napoli

- Il Corriere si aggiorni. Nell'inserto dedicato alla città di Roma, ieri, Valerio Cappelli  tesseva le lodi dell'Accademia di Santa Cecilia, porgendo  direttamente il microfono al suo Sovrintendente che, perciò, se l'è 'cantata e sonata da solo', anche se non senza ragioni.
 Nel presentarlo,  dove si è illustrata la carriera fulminante  e luminosa del sovrintendente dall'Ongaro. compositore, pianista ecc... si leggeva: presentatore e conduttore televisivo (Petruska, Rai 5), responsabile programmazione musicale per Rai Radio 3. Senza la premessa che tali incairichi erano precedenti all'attuale. Che li abbia ancora, dubitiamo. Forse Cappelli è venuto a sapere - come qualcuno, noi compresi, teme - che finita la sua esperienza a Santa Cecilia,  dall'Ongaro possa tornare ad occupare il posto (i posti) che aveva in Rai, alla maniera dei parlamentari, per i quali il posto lasciato nella società civile prima di assumere il mandato parlamentare, viene tenuto 'in caldo' in attesa del suo ritorno. Meglio che resti a Santa Cecilia o che ritorni in Rai? Davvero non sappiamo cosa sia peggio, per Santa cecilia o per la Rai.

-Genova. Ci  si prepara al grande giorno che deve nuovamente far convergere l'attenzione del mondo intero sul capoluogo ligure. Lo vuole fermamente il nuovo governatore il quale per la serata, fra luci, fuochi d'artificio e bancarelle bandite, e cene vip ha voluto come 'collante' la musica di Traviata. Accadrà il prossimo 15 dicembre. Bancarelle nella piazza principale illuminata dai fari e dai fuochi d'artificio, dove saranno esposti e potranno anche essere consumati i prodotti della bella terra sospesa tra cielo e mare, un grande ricevimento in uno dei palazzi storici dove saranno invitati tanti vip (che dovrebbero (come del resto ha già sperimentato Fuortes a Roma, con Traviata di Verdi, con la regia di Coppola e i costumi di Valentino) riportare l'attenzione del paese sul bellissimo capoluogo. Ma per questo occorreva un collante, che Toti, il grande, ha individuato nella Traviata di Verdi. Scelta ottima, il collante.

-Cagliari. Al teatro dell'Opera del capoluogo sardo si teme il peggio. Si teme cioè che la famigerata legge dello scorso agosto, riguardante le Fondazioni liriche, in cui si prevede  che quelle che non raggiungono il pareggio di bilancio entro il dicembre 2018, possano essere declassate (ma si attendono le istruzioni particolareggiate del ministro Franceschini, che se diventa presidente del Consiglio, ce lo toglieremo da m... o continuerà a nuocere alla musica, anche senza Nastasi?), possa riguardare anche Cagliari. Si avanza anche l'ipotesi che i giochi son fatti e che la maggior parte delle Fondazioni liriche saranno declassate. Resterebbero solo Milano, verbigratia,  e poi Roma, Venezia, Napoli e Bari; enigma nell'enigma che non spiega se la scelta è dettata dalla collocazione geografica o dalla qualità della programmazione e dalla regolarità dei bilanci delle fondazioni. Inutile chiedere ora lumi a Franceschini che è impegnato a studiare per diventare premier al posto di Renzi.

-Venezia. La Fenice, balzata ai vertici delle Fondazioni liriche italiane, per varietà di programmazione, ed anche perché osa inaugurare la stagione con una nuova oper a- che opera non è -  e con bilanci in ordine, ha stretto un accordo con lo Sperimentale di Spoleto, diretto dal secolo scorso da Michelangelo Zurletti - per il suo Concorso annuale per cantanti lirici. In base al quale accordo i vincitori godranno dell'attenzione del vertice artistico della fondazione veneziana e magari di qualche scrittura. Intanto la direzione artistica, presente in giuria al concorso spoletino, voterà per il vincitore e potrà contemporaneamente proporgli di cantare alla Fenice, seduta stante. Oltre che  per la scoperta, la Fenice  avrebbe anche un altro guadagno e cioè il risparmio sull'ingaggio.

- Napoli. Attesa per l'inaugurale Otello rossiniano al San Carlo, con la direzione di Gabriele Ferro e la regia di Amos Gitai. Protagonista femminile, Desdemona, Nino Machaidze, l'avvenente cantante uscita dall'Accademia della Scala. La quale, a Napoli, avrà al collo, in due delle recite previste, un preziosissimo collier di diamanti e rubini, della collezione Bulgari, che nei giorni delle recite rossiniana aprirà una mostra di gioielli da collezione proprio nel teatro napoletano. E forse il collier di Bulgari influirà anche sulla resa vocale della Machaidze.

mercoledì 1 giugno 2016

Finalmente due buone notizie: Franceschini si spende in Europa per l'EUYO; Daniele Gatti in marcia verso la direzione stabile all'Opera di Roma

Se non avessimo i piedi ben piantati in terra e la testa sulle spalle potremmo avere uno scatto di superbia; perchè la cronaca quotidiana del mondo della musica, ci fa pensare che più di qualcuno sta a sentire ciò che quotidianamente gli andiamo dicendo dal nostro blog -  da questo, in veste di 'Menestrello' -  e che ci prende in seria considerazione, agendo di conseguenza.
 L'ultima notizia, che fa al nostro caso, ce la fornisce oggi il solito portavoce dell'Opera di Roma, e cioè Valerio Cappelli sul 'Corriere'; lui racconta anzitempo,  prima che i fatti si verifichino, quel che gli frulla nella testa a Fuortes e Vlad, suoi confidenti privilegiati, in cambio della strenua difesa, nella quale Cappelli s'è imbarcato,  dell 'attuale corso dell'Opera.

Ciò che oggi  ha raccontato Cappelli, sembra la risposta a quello che più d'una volta abbiamo scritto in questa settimana sul nuovo corso dell'Opera di Roma, un nuovo corso che non si dà con una Traviata  modello 'hollywood/haute couture', bensì mettendo basi forti  e durature al settore musicale. Un teatro con orchestra stabile, non si può dire sulla strada della vera riforma, dell'atteso riscatto - necessari per il teatro della Capitale, ancora lontani dal traguardo - senza la presenza di una guida stabile, di valore, dell'orchestra. Fuortes può continuare a dire, per bocca di Cappelli, che ha portato a Roma i registi della scena internazionale ed altri artisti, ma senza un direttore di valore, e dei cast all'altezza dei compiti, l'Opera di Roma il vero autentico salto di qualità non lo farà mai; e non serve tirare in ballo ad ogni occasione quel fasullo incarico di 'direttore onorario a vita' a Muti, che certamente  non lo riporterà sul podio di quella che fu la sua orchestra una volta.

Ancora ieri  abbiamo scritto della necessità per il teatro di dotarsi di un direttore stabile, ed oggi Cappelli, fingendo di interpellare Daniele Gatti ( che dirigerà il Wagner inaugurale della prossima stagione), ma in realtà rendendo pubblico un progetto che si va concretizzando, della dirigenza dell'Opera, fa capire che, dopo il suo primo impegno a Roma, in novembre, potrebbe venire l'annuncio ufficiale del suo nuovo incarico che non confligge con quello importantissimo di Amsterdam (Concertgebouw), giacchè proprio Roma ha da tempo  un altro preclaro esempio di doppia direzione, con Pappano a Santa Cecilia, ed insieme alla Royal Opera House di Londra.
 Siamo felice di sapere che il nostro consiglio sia stato accolto e che  se attuato metterà la parola fine alle traversie di Gatti nel nostro paese: dato prima alla Scala come successore di Barenboim, trombato da Chailly, poi a Firenze come successore di Mehta, da Luisi. Insomma Roma sarebbe la giusta riparazione, e per il teatro della Capitale sarebbe davvero l'inizio della rinascita vera, che non può essere affidata al sarto Valentino e  alla regista Sofia Coppola - i quali possono solo dare una mano - bensì ad un direttore d'orchestra.

L'altra bella notizia viene dall'Europa, dalla recente riunione dei ministri della cultura dei 28 paesi che costituiscono l'Unione europea.
 Anche in questo caso, ma non vogliamo attribuirci anche meriti internazionali, una positiva soluzione ad un fatto per il quale avevamo gridato allo scandalo, segnalando la insensibile distrazione del mondo musicale italiano e pure della veneranda Associazione nazionale dei Critici Musicali.
 A settembre avrebbe chiuso definitivamente battenti e attività la gloriosa, straordinaria EUYO ( European Union Youth Orchestra, già ECYO), per  la mancanza di fondi e l'evidente insensibilità dei 28 paesi dell'Unione  verso la musica e il progetto di quell'orchestra giovanile superlativa voluta da Abbado. Accogliendo un invito del nostro ministro Franceschini, gli altri 27 ministri hanno deciso di continuare a finanziare quell'orchestra fiore all'occhiello della Europa della cultura e concreta speranza per i giovani musicisti dei nostri paesi.

Solo che... il ministro Franceschini non può farsi bello all'estero e poi in Italia lavorare di fatto per la distruzione della musica, come ha fatto l'anno scorso, su consiglio del fidatissimo Nastasi con la gran parte delle associazioni musicali ( negando loro il finanziamento) e come sembra abbia intenzione di fare nel prossimo futuro con quella che lui chiama 'riforma' della fondazioni liriche,  ma che  in realtà sarà il loro 'funerale'.  Così facendo, questo ministro dalla doppia faccia e personalità avrà dalla sua parte tutta l'Europa, e in Italia potrà fare sfracelli.

Infine, a proposito, delle 'creature' di Abbado: perchè non fa nulla per far rivivere l'Orchestra 'Mozar't, vero la quale il suo ministero è sempre stato 'matrigna', mentre, invece,  madre accorta e benevola c è sempre stato on l'Orchestra 'Cherubini' di Muti?

martedì 24 maggio 2016

Teatro dell'Opera di Roma. Nel 'tiro sulla Traviata' oggi i due più diffusi giornali italiani si sono scambiati i ruoli

Ieri, fermandoci ai due più diffusi quotidiani italiani, abbiamo constatato che uno aveva sparato a zero sulla Traviata e l'altro invece  l' aveva lodata contro oggi limite di decenza. Nel primo caso ne aveva scritto abbastanza male il critico musicale di quel giornale ( Corriere), nel secondo una nuova penna di cronista ( Repubblica).
 Oggi i due  fogli si sono scambiati i ruoli. Su Repubblica è intervenuto il critico musicale che, sposando le stessi tesi del suo compagno di scrittura del Corriere, poco o nulla ha salvato della musica di Traviata - un melodramma, è bene ricordarlo, non un film o una sfilata di moda - dal direttore ai cantanti. Alla regia non accenna, tanto ci ha pensato ieri il suo collega del Corriere quando ha scritto che semplicemente non c'era. E comunque anche il critico di Repubblica s'attendeva qualcosa di più dalla talentuosa regista che nel cinema ha offerto già prove di gran pregio e premiatissime.
 La bocciatura del Corriere deve aver scosso le stanze alte del Costanzi che hanno reagito con maniere spicce, al punto che hanno fatto intervenire il 'difensore di complemento', Cappelli, della gestione Fuortes-Vlad dell'Opera di Roma, che ...finalmente è risorta, ... e non si vedeva da tempo tanta bella gente e personalità (quali?) ad una prima dell'opera e che l'Opera - questa dei suoi amici Fuortes -Vlad - è un'altra storia. Il critico musicale del suo stesso giornale dica quel che vuole.
 E Repubblica? Quando si sono accorti in redazione che il critico musicale si era schierato sulle stesse posizioni, non laudative, del suo compagno d'armi del foglio concorrente, prima ancora di ricevere le strigliate di Valentino e Fuortes, sono corsi ai ripari e, nella 'romana' hanno fatto intervenire due mammasantissima, Rutelli e Melandri - dimenticatissimi ex ministri della cultura - a difesa e in lode dell'Opera di Fuortes.
 Così Rutelli: Partecipazione e respiro internazionale. L'opera realizzata da Valentino e Fuortes con l'eleganza di Sofia Coppola ha richiamato PERSONALITA' DI LIVELLO (...se Rutelli fosse in grado di fare un solo nome! ).
E la Melandri - che da ministro della cultura preferì una cena all'Hilton alla serata inaugurale della Scala, e che solo per questo dovrebbe tacere e contentarsi che le hanno dato quel giocattolino del MAXXI senza  merito e senza competenza - conferma, ricordando che esiste anche il suo Museo aperto gratuitamente dal martedì al venerdì.
 Ma a riequilibrare le cose, messe in subbuglio da quell'irresponsabile del critico musicale ci aveva già  pensato l'autore dell'articolo riparatore: " Le creazioni di Valentino e la regia di Sofia Coppola per una Traviata da RECORD: ieri nel giorno della prima ( l'altro ieri, a dir il vero, ndr.), ATTORI E STAR INTERNAZIONALI HANNO CONSUMATO I FLASH DEI FOTOGRAFI (serata da urlo!) E il botteghino del teatro ha già staccato (per le 15 REPLICHE QUINDICI, 1600 posti disponibili ogni recita),  BIGLIETTI per 1,2 MILIONI DI EURO". VILLATICO, TIE'!

martedì 22 dicembre 2015

Zubin Mehta's story. Sul 'Corriere della Sera', in tre atti.

La storia del direttore Zubin Mehta si arricchisce di un nuovo atto, il terzo, sempre ad opera del 'Corriere della Sera'.
 Nel primo atto veniva rappresentato il disappunto del direttore cacciato - la verità è  proprio questa - dopo trent'anni di onorato servizio all'Opera di Firenze, contro la sua volontà.  Nulla poteva contro il sindachetto di Firenze ed il sovrintendente del teatro  che avevano preso tale decisione chiamandovi a sostituirlo Fabio Luisi. E questo accadeva una settimana dopo che Mehta aveva aperto la stagione al San Carlo di Napoli che lo reclamava come direttore principale, mentre Nardella,  nel caso vedovo inconsolabile di Mehta, fingeva di tenere molto alla sua  presenza  a Firenze. Questo primo atto della 'Zubin Mehta's story' recava la firma di Valerio Cappelli, il primo a raccogliere il pianto amaro, disperato del direttore .
 Il secondo atto della storia, sempre ad opera del 'Corriere', veniva inscenato da Marco Gasperetti, il quale capovolgeva la situazione. Mehta sapeva già della sua uscita, e lo sapeva già a Napoli, ha finto solo di cadere dalle nuvole, quando è stato dato l'annuncio dell'arrivo di Fabio Luisi a Firenze.
Perchè allora tacere, anche quando Nardella rivendicava la 'fiorentinità' di Mehta, e non gridargli pubblicamente: 'ipocrita e bugiardo d'un sindachetto!'? Per  proprio tornaconto. Messo a conoscenza di tale avvicendamento, ormai deciso, stava trattando con Nardella e Bianchi, il sovrintendente, un'uscita 'onorevole', diciamo così. Che avrebbe ottenuto con quell'incarico da direttore 'emerito onorario a vita' - una  vera idiozia per la prima volta utilizzata -  che gli sarebbe servito per continuare a dirigere a Firenze, e, nello stesso tempo, permesso di girare il mondo e magari di fermarsi sempre più spesso a Napoli. E tutto questo mentre non pochi critici non erano entusiasti della inaugurazione del San Carlo. E noi, fra questi, che  abbiamo spento la tv dopo il primo atto, quando abbiamo capito che la regia faceva acqua e il direttore tirava a campare non potendo dare (o ottenere) di più, e con la protagonista assolutamente fuori ruolo, la quale, proprio perchè ha fatto centinaia di volte  Carmen, sarebbe ora che si metta a riposo ( ma questo nessuno glielo ha detto). Dunque, alla fine del secondo atto, Zubin Mehta faceva la figura non del condottiero pugnalato alle spalle, ma del perdente opportunista che tratta la sua resa, cercando di trarne il vantaggio maggiore.
Terzo  atto, ancora sul 'Corriere', che si è distinto fra tutti i giornali nel seguire questa vicenda. Autore Enrico Girardi. che ha difeso l'operato di Mehta a Napoli: il direttore a Napoli ha fatto bene, con le forze  che aveva a disposizione. In sostanza, l'orchestra è quella che è,  e di più non poteva ottenere, la regia era scialba ed inconsistente, e il cast di basso profilo, salva solo la Buratto ( Micaela). Fine.
 A questo punto, a sipario calato, entra in scena il teatro sempre  attivissimo a  cantar vittoria: la 'Carmen' è stata seguitissima sui social, ed anche il pubblico al San Carlo è stato numeroso ( non importa se poi i giornali hanno scritto che gli applausi sono stati assai tiepidi); anche la cena  di gala è stata molto apprezzata - Mattarella l'ha gradita ed ha promesso di tornare a cenare al San Carlo - al punto che  una seconda cena viene allestita questa volta per i poveri, rivelando anche il volto 'solidale' del teatro napoletano.
 La storia finisce con il classico 'e vissero tutti  abbastanza felici e contenti', compreso Mehta.

martedì 10 novembre 2015

Non ne bastava uno. A Roma ora ci sono due DIRETTORI ONORARI A VITA che però dirigono poco o affatto: Muti, Temirkanov

L'informatissimo Cappelli, sul 'Corriere' di ieri, dava in anteprima una notizia ( non notizia), passatagli da qualche gola profonda dell'Accademia di Santa Cecilia. Fra breve verrà ufficialmente annunciato - scriveva Cappelli, orgoglioso di conoscere prima di ogni altro il contenuto dell'annuncio in questione - che Yuri Temirkanov è stato nominato 'DIRETTORE ONORARIO A VITA' dell'Orchestra sinfonica dell'Accademia di Santa  Cecilia, di cui è direttore musicale Tony Pappano, e della quale si sta  cercando in questi mesi anche un 'direttore principale ospite' per iniziative particolari che la compresenza di Pappano a Roma e Londra, impedisce all'orchestra di prendere in considerazione. Un podio che si vuole sempre più popolato, almeno quanto la direzione artistica e musicale dell'Accademia.
Ma la nomina di Temirkanov, che ha come esclusivo scopo quello di far parlare dell'Accademia e nessun altro, pone un piccolo problema. Di solito la nomina a direttore onorario a vita viene data dall'orchestra ad un suo direttore che l'ha diretta per molti anni e che, alla fine del mandato, ottiene questa sorta di riconoscimento 'perenne'. Ma Temirkanov, ospite abituale dell'orchestra romana, non è mai staro una presenza così stabile da meritare, nei fatti, tale titolo onorifico, che certamente male non fa, ma che, nello stesso tempo, non significa nulla. Se ricordiamo bene, all'uscita di scena di Chung, si fece il suo nome come successore, prima di Pappano; come anche quello di Sawallisch, e nessuno dei due accettò - speriamo di non sbagliarci.
 A Roma c'è già un altro caso di 'DIRETTORE ONORARIO A VITA',  latitante,, forse e riguarda l'orchestra dell'Opera e Riccardo Muti. Anche in questo caso mai titolo onorifico portò sfiga maggiore all'orchestra, perchè Muti se lo guadagnò in appena qualche mese da direttore all'Opera, senza altro titolo  forse per far dimenticare al popolo della muscia la mancata accettazione da parte di Muti di un qualunque incarico stabile e concreto; e, dopo la rottura, a dispetto di quel titolo onorifico del quale il teatro continua a fregiarsi ma che a Muti non importa un fico secco, si dà per certo che all'orizzonte non sia previsto un qualunque ritorno del direttore onorario a vita.  Che ora viaggia lontano dal Costanzi.

lunedì 16 marzo 2015

Esegeti di Riccardo Muti - troppi, al Corriere della Sera - per l'intervista del celebre direttore sul Teatro San Carlo.

 Riccardo Muti ha concesso un' intervista al 'Mattino', quotidiano di Napoli,  nella quale s'è  espresso a proposito della successione alla sovrintendenza del Teatro San Carlo, affermando che vorrebbe prossimo sovrintendente una personalità di livello e competenza internazionali - come dargli torto?- mentre  assecondando il sindaco De Magistris che non vuole la riconferma della sovrintendente uscente, Rosanna Purchia, alla chiamata si sarebbe presentata una schiera di signori 'nessuno', perfino l'ex sovrintendente dell'Opera di Roma,  Catello De Martino, artefice del disastro del Teatro della Capitale. Che lui naturalmente nega anche in faccia ai rilievi della Corte dei Conti e forse anche della magistratura ordinari. De Martino, detto per inciso, non si è candidato solo a Napoli, anche a Verona. quando si dice la faccia...
 Nastasi che ce l'ha messa, preme per farvi restare la Purchia, De Magistris non la vuole, il Consiglio di indirizzo chi indicherà fra gli oltre 40 che si sono candidati?
 Ma Muti a chi si riferiva  parlando delle caratteristiche del prossimo sovrintendente? Secondo Valerio Cappelli, sul Corriere di oggi, un tempo esegeta fidato del direttore e cantor dell'ex sovrintendente De Martino, quando era in sella, e del suo  scudiero Alessio Vlad, suo carissimo amico, il nome è pronto lì: Rosanna Purchia che ha sanato i bilanci... Ma non c'era un commissario al Teatro san Carlo,negli ultimi mesi? E perchè un commissario se la Purchia amministrava bene il teatro? C'era arrivato solo perchè s'erano dimessi un pò di consiglieri del CdA? O forse la Purchia il ministero di Nastasi ce l'ha tenuta comunque là, perchè era una sua diretta emanazione?
Paolo Isotta, sempre sul medesimo Corriere e sempre oggi, spiega l'internazionalità espressa ed auspicata da Muti. Il Maestro non intendeva dire 'uno straniero', ma una personalità di 'livello internazionale'. E precisa, ad usum del maestro Muti, che fra i candidati, di personalità di livello internazionale  ve ne sono almeno tre: il grandissimo direttore d'orchestra, Elio Boncompagni, anni 82, già sovrintendente in altri capitali europee; il pianista Nazzareno Carusi, anni 45, responsabile per la musica di Forza Italia e per Isotta uno dei più grandi pianisti viventi, e c'è anche una signora, Elsa Evangelista, direttrice del Conservatorio di Napoli, ma di lei che è una signora niente anni. Ci venga un colpo se abbiamo mai sentito parlare di Carusi e della Evangelista. Si vede che siamo ormai fuori del giro e perciò disinformati.
 Poi Muti rivela la vera ragione della sua fuga da Roma. L'ambiente poco tranquillo e  perciò insicuro per il lavoro, emerso, ancor prima degli scioperi estivi, al tempo della tournée in Giappone.  Cappelli precisa un pò di cose che nell'intervista precise non sono e poi contraddice apertamente il maestro  quando parla della acustica del san Carlo, ritenuta ottima da Muti e che Valerio Cappelli, riportando un'opinione di De Simone,  ritiene deteriorata dopo i lavori di restauro, curati da Elisabetta Fabbri,  alla quale i restauri furono affidati  da Nastasi, che la volle anche a Bari per il Petruzzelli ed altrove, ovunque ci fosse da restaurare un teatro, Scala e Fenice compresa e pure a Firenze, dove proprio oggi , ma per la celebre caserma, è intervenuta la magistratura, anche con arresti.
 Insomma mentre sembra da una parte che Cappelli fiancheggi le scelte del Ministero e di Nastasi, che nelle sue preferenze ha preso il posto che un tempo era di De Martino; nel caso dell'acustica del san Carlo, forse ignora che la longa manus  che ha affidato all'architetto Elisabetta Fabbri,  era proprio quella di Nastasi, commissario del teatro durante i lavori e dopo, quando trovò il tempo ed il modo di piazzarvi anche la sua mogliettina in un museo del teatro ( MeMus) che  a qualcuno sembrò creato apposta. E non si meravigli nessuno  di questa malignità. troppe se ne sono viste nel nostro paese sotto il sole, per non dar credito anche a quest'ultima.
 Ora ai due  esegeti del pensiero mutiano, autorevolissimi, un altro umilmente osa aggiungersi. Noi. Per dire al maestro Muti che stimiamo perfino quando non condividiamo alcune sue scelte, che la stessa internazionalità del sovrintendente del san Carlo, avrebbe dovuto pretenderla anche a Roma, quando all'Opera accettò che la dirigessero, negli anni di sua permanenza,  De Martino e Vlad che certamente questo profilo internazionale non avevano.

sabato 13 dicembre 2014

E la santa sta a guardare. Il giorno del giudizio all'Accademia di Santa Cecilia di Roma è rimandato di un mese. I due litiganti: Dall'Ongaro e Battistelli

Anche la seconda tornata di votazioni per l'elezione del  Presidente/Sovrintendente/Direttore artistico dell'Accademia di Santa Cecilia si è chiusa con un nulla di fatto.  Le urne hanno dato i seguenti risultati: Dall'Ongaro, voti 20; Battistelli voti 18, Cagli voti 7. Molto diversi dalla prima tornata di elezioni, il 12 ottobre scorso, quando i  risultati erano stati: Dall'Ongaro, voti 18, Battistelli, voti 10, Cagli voti 10.  Questa volta gli aventi diritto erano 62, hanno votato in 53, e quindi ci sono state una decina di schede fra nulle e in bianco. Anche in Accademia spira il vento dell'astensione.
Da quel che scrive Cappelli, sul 'Corriere della Sera' di oggi - il quale Cappelli riferisce naturalmente la storia dalla parte di Dall'Ongaro e Cagli - Battistelli si sarebbe dato molto da fare ingaggiando  una lotta silenziosa ma senza quartiere e senza sconti per nessuno, guadagnando ben 8 voti rispetto alla prima votazione, mentre Cagli ne avrebbe persi 3, e Dall'Ongaro ne avrebbe acquisiti 2 appena. Resta ancora aperta la lotta fra i due contendenti, essendo ormai fuori gioco Cagli, al quale (sempre per stare a ciò che scrive Cappelli) verrebbe riservata una carica onorifica, una specie di 'Presidente onorario a vita' o 'Presidente emerito' che farebbe il paio con quell'altro incarico, comico, che hanno dato a Muti all'Opera. Ma di ambedue le eventuali cariche onorifiche non v'è traccia nello statuto dell'Accademia, a meno che non si pensi a lui come 'protettore' dell'Opera studio, popolata di fedelissimi di Cagli - sempre che Battistelli, se vincitore, non decida di chiuderla.
 E' evidente che chi ipotizza tale riconoscimento postumo per Cagli non può che essere Dall'Ongaro - suggeritore di Cappelli - il quale a Cagli deve tutto compresa la sua ascesa al gradino di poco meno alto di quello di Cagli stesso, e cioè la Vice presidenza. Certamente, se vince Battistelli, Cagli - che di lui  alla precedenti elezioni che lo  confermarono  per l'ennesima volta alla presidenza, aveva detto che non 'era capace neanche di organizzare un concerto' - deve prendere un fugone che lo porterà lontano dall'Accademia e forse anche da Roma. A meno che altre ragioni di appartenenza dei due - e chi legge sa già di cosa parliamo -  non consiglino al vincitore di essere meno crudele con lo sconfitto - che poi sconfitto non è, visto che sono quasi vent'anni che si è tenuto incollato a quella poltrona - e di graziarlo, pur tenendolo a distanza, e senza infierire.
 La terza votazione, con l'abbassamento del quorum potrebbe essere, anzi certamente sarà la volta buona. Come accadde per Cagli, al suo ritorno in Accademia, dopo la morte di Berio, quando si pensava che al compositore sarebbe succeduto Sergio Perticaroli, al quale venne fatta pagare la chiamata in Accademia come consulente per la direzione artistica, di Hans Landesmann. Gli accademici, tutti musicisti, non glielo perdonarono a Perticaroli ed elessero, alla terza votazione quando il quorum era di metà più uno dei votanti e dunque abbastanza basso, Cagli. Il quale poi ha ottenuto per altre tre votazioni il  il gradimento degli accademici, ma non di tutti, se stiamo alle lettere aperte, inviate a lui ed agli accademici, dell'ottobre scorso (pubblicate integralmente da Music@, il noto bimestrale edito dal Conservatorio dell'Aquila) dove si denunciavano comportamenti non del tutto specchiati, addirittura voto di scambio e favori per coloro che costituivano il 'cerchio magico' di santa Cecilia, povera santa, e di Cagli.
Nelle passate settimane, riflettendo sui futuri assetti di Santa Cecilia abbiamo scritto che saremmo più contenti se Battistelli continuasse a scrivere l'ennesimo film - pardon: opera! - e venisse eletto Dall'Ongaro. Semplicemente perché così libererebbe un bel pò di posti che ora tiene occupati, tutti  stretti nelle sue mani,  e tutti a  motivo della sua dilagante presenza in RAI, e si decidesse ad uscire finalmente anche dagli schermi televisivi che ha invaso, con sprezzo del comune pudore.
 Ora la lotta fra i due fratelli/coltelli sembrerebbe favorire l'ascesa di Battistelli, stando all'enorme salto che ha fatto dalla prima alla seconda tornata di elezioni. Anche se ci sono i voti che, alla terza votazione, Cagli potrebbe convogliare sul suo candidato, Dall'Ongaro, inviso a molti in Accademia - come si legge sempre in quelle lettere aperte, a firma anche del Cardinale Bartolucci, oggi defunto.
 Vuoi vedere, sussurra qualcuno, che i due fratelli si mettono d'accordo per occupare le due cariche più alte, riformando lo statuto, per separare la figura del sovrintendente da quella del direttore artistico: Battistelli sulla poltrona più alta, e Dall'Ongaro in quella di direttore artistico, anche per dare  ascolto all'opinione di Cagli che non ritiene Battistelli (che aveva già preannunciato la sua volontà di separare le due cariche) capace di organizzare  neanche un concerto.  In questo caso i due, apparentemente avversari, avrebbero fatto fesso Cagli, dandogli il benservito. In effetti Battistelli, sebbene un concerto, a dispetto di Cagli, sappia organizzarlo, nelle brevissime esperienze che ha avuto da direttore artistico ( Arena di Verona) ha fatto sfracelli, quando ha dichiarato apertamente che quella immensa platea popolare doveva diventare una specie di 'Biennale Musica' veronese, con grande attenzione alla musica d'oggi. La presenza della musica d'oggi a Santa Cecilia, con il tandem Battistelli/Dall'Ongaro, sarebbe garantita da Dall'Ongaro, che nella musica d'oggi sa come muoversi. E non chiedeteci perché. Vi basti sapere che egli è anche il responsabile della musica di Radio Tre,
In tutta sincerità non sappiamo che piega prenderà la prossima tornata di votazioni, perchè i due con-fratelli sono a distanza ravvicinata e basterebbero uno o due voti per decretare, al terzo turno, la vittoria dell'uno o dell'altro.
Sinceramente, non sappiamo più quale preferire come sconfitto. A noi basterebbe che in Accademia si  avesse a respirare un'aria più tranquilla e pulita, si vedessero circolare facce nuove, che venissero infranti patti e schemi che da troppo tempo vi dominano, e, per quel che ci riguarda direttamente,  non si continuasse, anche dopo Cagli, il volgare, vergognoso ed illecito ostracismo nei confronti di  chi - come, ad esempio, noi - scriviamo cose che all'attuale dirigenza non vanno proprio giù,  e che, per questo, ci fa negare, dall'incaricata di turno, il biglietto stampa con scuse vergognose, ma porte sempre con la grazia dell' ipocrisia,  in obbedienza al padrone di turno.

lunedì 10 novembre 2014

Monta la protesta delle fondazioni liriche in Piazza santi Apostoli a roma

Inutile attendersi folle oceaniche, ma rappresentanti di quasi tutte le fondazioni liriche con relativi striscioni sì, questa mattina a Roma c'erano. E c'erano anche in buon numero rappresentanti sindacali, qualche parlamentare ( Vincenzo Vita)  e qualche sovrintendente ( Franceso Ernani, cacciato a malo modo da Roma per insediarvi De Martino artefice primo del disastro poi condotto bellamente a termine da Fuortes). E, infine, il segretario generale della Federazione internazionale dei musicisti,
attori ed artisti di cinema e audiovisivi, venuto personalmente a portare la sua solidarietà ai musicisti dell'Opera di Roma, ai quali "si vuole far pagare, nonostante che i loro compensi siano un buon 20% al di sotto di ciò che mediamente si guadagna in Europa, il malgoverno del teatro della capitale; mettendo in atto un progetto FOLLE - ha detto proprio così. E' impensabile che un teatro con attività regolare possa avvalersi di orchestra e coro esternalizzati. Non accade in nessun altro posto in Europa - come ha sottolineato anche la associazione dei sovrintendenti dei teatri d'Europa.
 Oggi, a pensarla diversamente sono rimasti solo Fuortes, l'assessore Marinelli, oltre naturalmente a Marino, Franceschini ( per il quale 14 teatri in Italia sono troppi - in Europa si sono oltre 400 teatri, in Italia il 3% circa del totale - secondo una ricerca della Bocconi - e per il ministro anche questi 14 sono troppi), e naturalmente l'onnipresente ed onnipotente Nastasi, il quale esprime anche il gradimento su questo o quel sovrintendente e può anche capitare che uno non gli sia simpatico e perciò ne chieda la testa. Ora  ciò che pensiamo di Nastasi non possiamo esprimerlo come vorremmo, correremmo il sicuro rischio di una querela. Ma che un direttore generale siccome protetto, anzi superprotetto, debba fare il buono e cattivo tempo in Italia, al punto da prefiggersi di  voler smantellare il sistema musicale, e ciò che sta accadendo a Roma sotto la sua abile regia, è la prova generale , questo è troppo anche per il 'grande, grosso e...'- bocca mia statti zitta! - direttore generale, che vuole tutti precari, ad eccezione della sua mogliettina che ha messo in pianta stabile a Napoli, al San Carlo, in un museo del teatro che forse ha creato per questo. Non si creda che non possano essere andate così le cose, in Italia avviene anche di molto peggio. Sull'argomento il grande, grosso e... direttore generale non risponde alle reiterate accuse.
 No, abbiamo dimenticato un fiancheggiatore convinto del 'sistema Fuortes': il giornalista del Corriere che pure oggi torna a pontificare: hanno dato la solidarietà ai musicisti del teatro della capitale  solo coloro che non hanno mai lavorato a Roma, come è capitato a lui, Cappelli,  anche nel periodo di De Martino, quando tutto filava liscio! e che perciò non sanno cosa voglia dire lavorare con i sindacati con il fucile spianato pronti a sparare.
 Per fortuna che in Italia oltre Fuortes, a suo dire, c'è ancora qualche altro sovrintendete in gamba, come quello di Firenze, Bianchi, economista come Fuortes, e il non economista Chiarot a Venezia. Gli altri sono tutti espressione della politica e perciò incapaci.
 Cappelli approfitta per dirci che Muti farà comunque 'Ernani' a Salisburgo, ma lo farà con la sua Cherubini. Povera Orchestra dell' Opera!
 Dal palco qualcuno ha anche messo i puntini sulle i delle dichiarazioni che si fanno, senza verificare, questi giorni. Si parla, hanno detto, di 'costi fissi', parlando di noi. Ma come si può parlare dei musicisti, che sono il cardine della produzione, in termini di costi fissi? Forse ai costi fissi appartengono tutti gli amministrativi e gli altri che riempiono gli uffici e che a Roma sono ben oltre le 300 unità, comprendendovi naturalmente anche i tecnici. Parlano mai di costi fissi parlando della biglietteria o di altri servizi strettamente connessi alla produzione? No, dei musicisti sì.
E teniamo anche presente che sul bilancio dell'Opera il costo dei musicisti è di appena il 20%, del bilancio. E, infine , hanno fatto notare che il deficit di  quasi 4 milioni che ora si vorrebbe far pagare ai soli musicisti non riguarda il deficit pregresso ma quello del bilancio preventivo del 2015. Ma chi ha fatto tale bilancio preventivo, se non Fuortes? Dunque il buco era da prevedere, nonostante le capacità dell'economista. perché se è vero che gli scioperi di Caracalla hanno prodotto qualche ammanco,  il ricavato degli sponsor era solo previsto anzi ipotetico, sulla base di quale elemento concreto non si sa, né l'economista Fuortes l'ha mai detto, facendo nomi e cognomi di sponsor che si sarebbero tirati indietro.
 Dunque del buco che ora si vuol colmare facendo pagare il conto ai soli musicisti, il colpevole, l'unico colpevole e responsabile è Fuortes. Ecco perchè quando i sindacati - che naturalmente hanno i loro torti marci, inutile negarlo - chiedono di vedere nel dettaglio il piano industriale di Fuortes, non hanno affatto torto.

venerdì 7 novembre 2014

Tutti fessi meno due, anzi tre. Fuortes Carlo ,Cappelli Valerio e...

Vespa quando ha scritto il suo libro, quest'anno dedicato ai voltagabbana, ha dimenticato di inserirne uno, Valerio Cappelli, giornalista del Corriere, che dei voltagabbana è nelle prime file, per le sue valutazioni positive più volte espresse della gestione dell'Opera di Roma, sotto De Martino, da lui sempre lodato e poi condannato; ma anche di Fuortes, anch'egli lodato, almeno fino a questo momento, per la determinazione. Distruttrice.
 Di Cappelli non ci importa. Ci importa,  invece, solo quando si professa l'unico in grado di capire come si gestisce un teatro d'Opera - come del resto ha dimostrato fiancheggiando sempre De Martino -  e con lui Carlo Fuortes che egli loda per la sua determinazione, senza la quale non avrebbe mai ottenuto il risultato di 'piegare' i recalcitranti sindacati dell'Opera di Roma. Lui solo sa cosa voglia dire - così scrive oggi - lavorare in un teatro come l'Opera di Roma, fra minacce di scioperi ed altro, mentre nessuno di quelli che hanno criticato il progetto Fuortes, possono saperlo.
Ma quando mai ha fatto il sovrintendente di un teatro? In verità la stessa cosa vale anche per Fuortes che, assieme a Cappelli,  sembra l'unico a capire come si gestisce un teatro. A loro si è unito anche il neo sovrintendente dell'Opera di Firenze, Bianchi, che proviene da una esperienza bancaria, in tutto simile ad un teatro, con l'unica differenza che in banca si muovono bigliettoni; in teatro, invece, burattini.
 E tutti gli altri? Semplicemente dei fessi che parlano senza aver mai avuto, come Fuortes, Cappelli e Bianchi, esperienza di un teatro.
 E perciò è fesso Barenboim, è fesso Pollini, è fesso Pappano, è fessa Cecilia Bartoli, che, senza mettere mai piede in un teatro, si sono permessi di criticare e bocciare del tutto il piano  di Fuortes, che solo per Cappelli, si potrebbe rivelare risolutivo. Di che?
 L'elenco dei fessi continua: è fesso il Sovrintendente dell'Opera di Vienna che s'è permesso di dire a Fuortes se non era matto con quella sua idea di esternalizzare. E' fesso il responsabile dei Berliner; sono fessi i rappresentanti dei tre teatri berlinesi;  fessi pure i rappresentanti delle fondazioni liriche italiane che lunedì prossimo sciopereranno a Roma, per solidarietà con i licenziati del teatro romano - che ne possono sapere loro di come si manda avanti un teatro? Mica hanno l'esperienza di Fuortes, Cappelli e Bianchi? Sono fessi anche i rappresentanti di Santa Cecilia e Scala che pure hanno protestato per il folle progetto romano.
 Tutti fessi. tranne tre: Fuortes, Cappelli e Bianchi.

mercoledì 22 ottobre 2014

Simona Marchini l'unica voce, felicemente stonata, nel consiglio di amministrazione dell'Opera di Roma che appoggia Fuortes

L'aveva già detto alcuni giorni fa, l'unica  a parlare, Simona Marchini, finta svampita, dalle riunioni segrete del Consiglio di amministrazione del Teatro dell'Opera che sembra - almeno così si vuol fare capire - tutta d'accordo con Fuortes e Marino, mentre evidentemente  concordi non sono proprio tutti.
 La Marchini aveva detto che si augurava di vedere  sovrintendente e musicisti seduti allo stesso tavolo per discutere una possibile soluzione, non traumatica come quella proposta, che era da ritirare. Ieri, alla vigilia della riunione del consiglio, dopo che il direttore del personale aveva detto ai musicisti che i licenziamenti non venivano ritirati, di nuovo la  finta svampita Simona è tornata a parlare, ribadendo la sua volontà di chiedere a Fuortes, nel consiglio, il ritiro dei licenziamenti e la discussione con i musicisti dei punti fondamentali per ridurre il deficit ed aumentare la produttività dell'Opera di Roma. E se ciò, Fuortes, suicida, non volesse accettarlo? Beh, allora- dice la  finta svampita - potrei anche dimettermi dal consiglio, tanto comunque uno non può stare a vita in un consiglio di amministrazione, e questa - in sintesi - sarebbe l'occasione giusta per uscirne anche gloriosamente, in segno di protesta contro una decisione che da tutti è stata definita, oltre che scellerata, al di fuori di ogni logica di gestione di un teatro d'opera.
 Al momento in cui scriviamo non sappiamo ancora dell'esito del consiglio di oggi. Ve ne riferiremo non appena saranno rese note le decisioni, che per noi sarebbero l'uscita di scena di Fuortes, le scuse di Marino per una decisione, da lui avallata,  contro la quale mezzo mondo musicale si è scagliato ( oggi , fra le righe di una scialba intervista di Valerio Cappelli a Pappano, per il Corriere, si leggeva una velata condanna della posizione di Fuortes, suo coinquilino all'Auditorium), e la chiamata a Roma di un amministratore che sappia il fatto suo e che si sieda allo stesso tavolo con i musicisti  per ridiscutere il piano di gestione generale per dare veramente un futuro al Teatro dell'Opera della capitale. Che non è l' esternalizzazione!
 E forse sarebbe anche giunto il momento di mandare a casa, o di dare una solenne lezione a Salvatore Nastasi, direttore generale del Ministero, perchè è lui l'ispiratore della folle tragica soluzione. Da anni la va propsettando. Franceschini  non si accorge di nulla? Dorme? E' in luna di miele?

giovedì 7 agosto 2014

Bruno Cagli a Santa Cecilia: lascia o non lascia?

Lunedì,  Bruno Cagli ha dichiarato di non farcela più, troppa fatica lavorare ad una programmazione musicale per l'Accademia di santa Cecilia, della quale è presidente, sovrintendente e direttore artistico, nell'incertezza e  con i tagli continui dei finanziamenti, ed  ha espresso la sua volontà di dimettersi anzitempo( comunque a dicembre per effetto della Legge Bray, decadono tutti i consigli di amministrazione delle fondazioni lirico-sinfoniche e si deve procedere a nuove elezioni, anche se l'Accademia ha un regime speciale) segnalando a tutti il nome del successore 'in pectore' - non del tutto - e cioè di Michele Dall'Ongaro al quale  egli ha già dato agio, definito 'eccessivo', in Accademia.
Martedì,  in una seconda intervista, faceva marcia indietro sulle dichiarazioni del giorno prima, affermando che non credeva di poter condurre a termine un eventuale prossimo incarico di cinque anni, troppo oneroso per la fatica già  espressa nella prima intervista. L'intervistatore, Fabio Isman ( Messaggero) ipotizzava il nome, anzi i nomi dei possibili contendenti per la successione. Naturalmente Dall'Ongaro, suggeritogli dallo stesso Cagli, come aveva già fatto nell'intervista a Cappelli (Corriere); e - scrive Isman - Giorgio Battistelli, che già era stato avversario di Cagli nella precedente tornata elettorale e che ora tornerebbe a candidarsi al posto di Cagli e contro Dall'Ongaro.
Isman, certamente non di sua iniziativa, ma opportunamente indirizzato, aggiunge una annotazione: Battistelli è un compositore - come se Dall'Ongaro non lo sia, anche se un fondo di verità quell'affermazione l'ha. Perchè Battistelli è un vero compositore - Dall'Ongaro lo è meno nel senso pieno del termine e a giudicare dai risultati - come lo era Berio, che  è stato sovrintendente dell'Accademia dopo Cagli, che lo era stato fino al 2000, e  prima di Cagli che vi tornerà nel 2003 alla morte del celebre compositore, la cui gestione - sottolinea forse a ragione, ma in questo caso certamente imbeccato, Isman - non è stata certo la più memorabile, come  dire che i compositori non fanno bene all'Accademia; mentre bene farebbero i musicologi, come Cagli, ed anche  gli organizzatori come Dall'Ongaro, e prima di lui, mutatis mutandis, il grande Francesco Siciliani, di fronte al quale Dall'Ongaro fa la figura di una pulce.
A questo punto sorge il dubbio che Cagli, settantaduenne e non ottantaduenne - come ha scritto Isman -  voglia restare ancora, e  che farebbe, per l'ennesima volta, offerta finta di dimissioni,  per farsi pregare a restare,  fregando sia il suo delfino che l'eventuale contendente Battistelli. E Cagli ne sarebbe capace.
 Tuttavia nel piano 'C', Cagli dimissionario, si fronteggerebbero Dall'Ongaro e Battistelli, un tempo amici, poi a lungo nemici, sempre per via del ruolo di Dall'Ongaro in Rai, poi rappacificati in nome dei comuni interessi non esclusivamente musicali, semmai anche di carriera e  gestione del potere, che ora tornerebbero a farsi reciprocamente la 'faccia feroce'.
 In questa ipotesi coloro che voterebbero Dall'Ongaro - oltre la corte di Cagli - sarebbero gli stessi che voterebbero Battistelli che deve far leva anche sui nemici, dichiarati e non, di Cagli.
Ma agli amici di Dall'Ongaro, serve più  Michele sovrintendente, o Michele factotum in Rai? Certamente la seconda, per via degli spazi enormi che le trasmissioni Rai consentono a Dall'Ongaro di riempire con le musiche di amici - come ha sempre fatto, non è un mistero! - mentre in Accademia non può infilarci in ogni concerto o quasi pezzi di amici, sostenitori ed elettori. Salvo che non intenda seguire anche su questo terreno le orme di Cagli che aveva promesso mare e monti agli Accademici per averne il voto - come denunciato apertamente dal cardinal Bartolucci in una sua durissima missiva - e poi quelle promesse non le ha mantenute.
 Comunque ciò che sarebbe un bene,  sempre relativo,ma solo per gli amici e sostenitori di Dall' Ongaro e cioè che egli restasse in Rai, non lo sarebbe per chi è interessato alle sorti della musica, perché la sua elezione, malaugurata comunque,  a santa Cecilia, potrebbe finalmente far entrare un pò di aria nuova in Rai, dove si potrebbero ascoltare anche musiche di compositori che non devono essere necessariamente amici di Michele.
 A proposito delle novità introdotte nella programmazione dell'Orchestra della Rai a Torino, con la gestione DallOngaro, specie quelle relative alla musica contemporanea, negli anni Ottanta - come ci ha rinfrescato la memoria, la lettura di alcune pagine della nostra gloriosa 'Piano Time' dell' epoca - esistevano le 'Giornate della nuova musica' nel corso delle quali, ad esempio, si incontravano Berio e Cage. Le attuali, quanto diverse da quelle, e quanto più vicine a quelle organizzate a Firenze da Battistelli, nella programmazione dell'Orchestra della Toscana, con il medesimo intento di quelle di Dall'Ongaro a Torino: fare la conta di amici e nemici e segnare il  proprio territorio.

domenica 27 luglio 2014

Il silenzio di Muti e del Consiglio di amministrazione dell'Opera di Roma mette pensiero

L'abbiamo scritto l'alto ieri, su questo nostro blog, che il silenzio di Muti in questa tragica situazione è davvero inspiegabile, anzi mette pensiero. Oggi questa nostra riflessione  la leggiamo pari pari sul Corriere ( Romana) in un'apertura  affidata a  Valerio Cappelli, un tempo cantore oggi detrattore, nell'un caso e nell'altro senza ritegno, anche perchè è assai poco credibile  che veda oggi tutto nero ciò che fino all'altro ieri vedeva tutto bianco. Ma, come dicono le persone avvedute, solo i cretini non cambiano opinione; e Cappelli cretino non è. Semmai opportunista e fiancheggiatore, che, come si sa sono comportamenti impuniti.
Proviamo ora ad aggiungere qualcosa a quel nostro umile consiglio a Riccardo Muti a farsi vivo, perché forse lui lo ascolterebbero, facendo desistere gli irriducibili dai loro propositi guerrieri.
Fra quelli che non parlano, oltre Muti, inspiegabilmente, vanno messi anche almeno un paio di membri - si dice così - del Consiglio di Amministrazione, come il m.  Giorgio Battistelli, compositore esimio, e Simona Marchini, gentile signora con  affezione viscerale nei confronti dell'Opera alla cui distruzione ambedue assistono in silenzio, impietriti  di fronte a così scellerato proposito.  Sarà così?
 O forse ambedue stanno seguendo il consiglio del famoso parlamentare Razzi,  trasmessoci per bocca dell'inimitabile Crozza: 'fatti li c. tui'.
Non è un bel fare per chi ogni tanto - quando gli conviene - si sbraccia e forse, in pubblico, si straccerebbe anche le vesti, in difesa della musica in Italia.

domenica 13 luglio 2014

Daverio poteva essere un buon assessore se Marino non gli avesse preferito la Marinelli

Riassunto delle puntate precedenti. Giovanna Marinelli ha fatto parte della corte di Veltroni dal quale a fine mandato venne promossa per i servizi resi, anche con merito - perchè dubitarne? - assieme a Verini, suo braccio destro, oggi deputato;  a von Truppen, scrittore  mandato alla RAI al Maggio fiorentino, all'Agis, ovunque pur di farlo stare a galla, ed anche alla giovanissima Marianna Madia, da poco orfana di uno dei principale collaboratori dell'ex sindaco-segretario, candidata al Parlamento in seggio sicuro, la quale ora sta dimostrando di voler a tutti i costi imparare. Ci vorrà ancora del tempo ma alla fine forse ci riuscirà, perchè è brava e si impegna.
 Questa è la storia di alcuni dei 'Veltroni's boys & girls'. 'Se Parigi avesse avuto il mare ...' si dice dalle mie parti. Se Marino non avesse preferito la Marinelli di Veltroni, Daverio sarebbe stato un buon assessore. Il critico, noto per la sua presenza costante in tv da anni a raccontare storia ed arte del nostro paese, stava già facendo progetti, nonostante che - a suo dire - nessuno l'avesse mai contattato. Egli pensava che nella scelta di Marino avessero peso le qualità e le competenze dei candidati.
 In una intervista aveva anche dichiarato che non  avendo più nessun rapporto con la RAI era libero e vergine per assumere quell'incarico-sfida a Roma. Ma - gli chiede l'intervistatore - come nessun rapporto con la RAI,  lei continua ad essere in tv con il suo programma. No - risponde il critico - si tratta di puntate vecchie che la RAI continua a mandare in onda. Evidentemente piacciono.
Ha ragione Daverio, che si è precipitato a dichiarare, conoscendo la legislazione vigente, che non sarebbe entrato in conflitto di interessi.
(E' curioso. Tutti sanno che fra certi incarichi ed altri nel settore pubblico c'è un conflitto di interessi e l'assoluta proibizione per legge - noi stessi nell'ultimo  numero pubblicato di Music@, abbiamo proposto un elenco dei molti casi di incompatibilità fra l'incarico di professore e incarichi stabili di direzione artistica od amministrativa - ma nessuno si muove per farli cessare; non si muove la Madia che propone altre leggi, non si muove la Giannini alla quale evidentemente non import, e che qualcuno di questi incarichi incomptaibili li aveva sotto gli occhi nella sua Perugia; insomma, non si muove nessuno).
 Torniamo alla trasmissione di Daverio in RAI. Non crediamo dipenda dal fatto che quella trasmissione era prodotta dalla Cappelli, personaggio con  potenti entrature in RAI, da tempo immemorabile. Ma allora - ci viene spontanea la domanda: perchè la RAI non rimanda in onda anche le belle puntate di 'All'Opera!' , ben sessanta, presentate con successo da Antonio Lubrano su Rai Uno per sei stagioni consecutive, a cavallo degli anni Duemila, accolte da un successo di pubblico ben più alto della trasmissione di Daverio?  Tre le risposte  possibili:
- 'All'Opera!' non era prodotta dalla Cappelli, bensì dalla RAI;
- dell'opera non importa un bel niente a nessuno in RAI;
- la cultura, ed anche l'opera, purtroppo è in mano, per RAI 1, a Marzullo.
E forse ve ne sono anche delle altre che, al momento, ci sfuggono.

sabato 19 aprile 2014

Caracalla modello Auditorium

L'avevamo detto. Alla fine anche al lucidissimo Fuortes si sarebbero confuse le idee, tenendo i piedi in troppe scarpe contemporaneamente. Quando sta all'Opera programma come se stesse all'Auditorium o al festival di Tivoli, e  forse anche viceversa, in taluni casi - perchè nell'uno come nell'altro e nel terzo regno di sua competenza, i fidatissimi consiglieri sono gli stessi ed hanno forse perso la bussola come il loro capo, o forse non riescono a vedere le singole specificità.
 Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
 La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes  passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere  più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i  sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali  amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra  convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
 L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi  2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala  pensa a Salisburgo?
 La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici  non amino l'opera italiana - che,  guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!

venerdì 28 febbraio 2014

Guerra anche a Muti

Forte della dichiarazione di Pappano, secondo il quale per mandare avanti un teatro ci vuole un direttore musicale e un lavoro di gruppo, Valerio Cappelli, dopo essere stato bacchettato da Riccardo Muti ritenutosi  strumentalizzato dal giornalista  che aveva riportato dichiarazioni che egli non gli aveva formalmente rilasciato, muove guerra anche al grande direttore, scrivendo che l'Opera di Roma ha bisogno di un 'direttore musicale' presente ogni giorno sul campo, capace anche di creare uno spirito di corpo, che un direttore come Muti, presente per due o tre titoli al massimo per stagione non può assicurare. Solo che fino a qualche mese fa, prima che si facesse vivo Marino - la cui presenza nella Capitale nessuno ha ancora notato salvo che per le buche, le strade dissestate ed il perenne disaccordo con il suo assessore alla cultura, Barca - che deve allentare i cordoni della borsa per finanziare lautamente ed anche immeritatamente, diciamolo con franchezza ! , l'Opera di Roma,  la presenza taumaturgica del grande direttore per sette/otto settimane circa a stagione,bastava. Adesso,  almeno per Cappelli, non basta più e perciò egli reclama la presenza salvatrice - questa più reale - di un direttore musicale.
 In questo ha ragione, ma noi continuiamo a non capire perchè questo non lo scriveva anche prima; come del resto non scriveva di quella pagliacciata festivaliera, che il suo amico Alessio Vlad, d'accordo certamente con Muti, voleva inventarsi per Caracalla, facendo crollare gli incassi da botteghino che sono la ragione preminente per una stagione all'aria aperta, d'estate, ed in un sito archeologico straordinario. Forse perchè l'amico Vlad vi ha fatto rappresentare anche la sua ( di Cappelli, intendiamo) pièce su Carlos Keiber? E su quella sua presenza in cartellone, non era anche d'accordo De Martino che per tanti anni il Cappelli ha lodato e solo quando la realtà lo stava facendo precipitare, ha cominciato a criticare?
 Guardando al futuro. Ora l'Opera di Roma ha un sovrintendente che s'intende della materia - non come De Martino,  debuttante nel ruolo - si chiama Fuortes e potrebbe nei prossimi mesi, a seconda di come si metteranno le cose, lasciare 'Musica per Roma', dopo dieci anni e passa di permanenza, per la nuova esperienza dell'Opera, ben più impegnativa. E probabilmente, lo farà da solo, perché già in queste prime settimane s'è reso conto che l'Opera non è il Petruzzelli e neppure una seconda azienda che può esser gestita assieme all'Auditorium che, ormai, la sua strada  ce l'ha segnata.
 Poi però ci vorrebbe un direttore artistico che affianchi il direttore musicale. La scelta del direttore musicale non è certo facile, forse è la più difficile; certamente più difficile di quella, conseguente, di un direttore artistico, o segretario artistico che dir si voglia. Ma questa è la strada giusta. E Alessio Vlad non può restare al suo posto, deve andar via con tutta la vecchia compagnia. A questo punto andrebbe via anche Muti? E perchè?
Muti allora avrebbe quel ruolo che  il suo incarico di 'direttore onorario a vita' rispecchia, cioè quello di ciliegina sulla torta; mentre ora si ha la ciliegina, ma la torta non c'è ancora.
 Ma forse anche Cappelli voleva dire questo.

martedì 25 febbraio 2014

Famo a' capisse

Letta l'intervista di Cappelli a Muti, apparsa sul Corriere, abbiamo scritto di getto, ma qualche giorno dopo ci siamo dovuti correggere, per aver letto - questa volta sui siti del teatro e del maestro - che lui non aveva fatto nessuna dichiarazione a Cappelli, il quale ne avrebbe riferito, arbitrariamente, virgolettando frasi ed espressioni. Ed avevamo, dall'alto dei nostri anni di professione, stigmatizzato il malcostume di inventarsi le interviste, mettendo insieme frasi tratte da precedenti dichiarazioni, spacciate per l'ennesima volta come nuove, aggiungendovi solo mezza frase nuova davvero. Chi legge i giornali, anche i grandi giornali, sa bene quanto questo malcostume sia diffuso, diffusissimo.
 Oggi, infine, tutti i giornali, in coro e  all'unisono, riportano le medesime frasi che Muti aveva dichiarato di non aver mai detto,  definendole addirittura 'destabilizzanti', attribuendole al Maestro - come aveva fatto Cappelli, da Muti sconfessato. Scrivono che il Maestro, che ha continuato a fare regolarmente le prove della 'Manon', ha detto ad orchestrali e coristi che se continuano con questi scioperi, lui se ne va. Esattamente ciò che aveva scritto Cappelli. 'Famo a'capisse' - si dice a Roma: o le ha dette o non le ha dette; se le ha dette pubblicamente solo l'altro ieri, mentre in privato le aveva dette qualche giorno prima, la sostanza delle dichiarazioni non cambia. Probabilmente quelle rivelazioni mal digerite dai musicisti  sono servite agli stessi per cercare di stanare Muti e farlo venire allo scoperto. Ma lui ha dichiarato di volersi tenere fuori dalla mischia. Il casino dell'Opera è riuscito a stanare anche Alemanno che ha cantato, senza pudore, la sua gestione, dimenticando il piccolo particolare che se il teatro sta andando  a picco e rischia di affondare si deve proprio a lui, che ora si propone come 'salvatore e difensore dell'Opera'.
 Oggi a mezzogiorno, c'è stata la conferenza stampa degli scioperanti - che tutti i giornali sempre all'unisono quantificano in poche decine, su quasi cinquecento unità - a quanto ammontano i dipendenti del teatro. Non ne consociamo l'esito, ma i toni fanno presagire la catastrofe, del resto  annunciata come ormai prossima dal sovrintendente Fuortes che gli scioperanti dicono di non riconoscere.
 Il terremoto che sta squassando il Teatro dell'Opera di Roma ha prodotto già alcuni effetti esterni, uno su tutti balza subito agli occhi. Rita Sala, la nostra invidiatissima collega, 'Mutologa' del Messaggero, dopo aver cantato per qualche anno un eroe di cartapesta, come De Martino, ha rimesso ad altri colleghi la sua esclusiva  di 'Mutologa' . Negli altri giornali le cose sembrano invece andare sempre per lo stesso verso. Repubblica fa il solito panegirico non solo di Muti ma anche della Muti; e il Corriere torna con fosche previsioni a parlare del teatro che, per anni, ha cantato  e dei dirigenti che ha osannato.  Ed aggiunge una ricetta, estorta a Pappano, secondo il quale per mandare avanti un teatro ci vuole un 'direttore musicale' e un 'lavoro d'insieme', che l'Opera non ha; e  ciò vale anche per  il ruolo di Muti che non è direttore musicale, bensì 'direttore onorario a vita', dizione sulla quale solo noi abbiamo più volte scherzato, anzi ironizzato.