La stabilità dell’euro non può poggiare soltanto sulle regole di bilancio e sull’indipendenza della banca centrale. Serve una responsabilità politica esplicita sulla crescita. È la tesi della lezione di Mario Draghi (nella foto) di ieri al Politecnico di Zurigo: "La crescita dovrebbe diventare un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi". Non un’alternativa al rigore, ma la condizione per renderlo sostenibile. Il discorso affida alle istituzioni europee un compito che, nelle crisi passate, era ricaduto soprattutto sulla Bce.
Draghi individua un’asimmetria nella costruzione di Maastricht: per i conti pubblici furono stabilite regole e sanzioni, mentre lo sviluppo venne dato per acquisito. I riferimenti del 3% di deficit e del 60% di debito presupponevano una crescita nominale del 5%, oggi lontana. Il mercato unico e le riforme avrebbero dovuto sostenerla, ma sono rimasti incompleti. Il punto non è cancellare i vincoli: è completare la parte dell’architettura che avrebbe dovuto renderli praticabili.
Draghi avverte: "Una banca centrale che si fa carico della crescita non è un assetto duraturo". Con l’inflazione sopra l’obiettivo, le gestioni passate non sono ripetibili.
Oggi i rendimenti salgono anche per fattori esterni: debito americano, investimenti tecnologici e shock energetici. "L’Europa importa per intero l’aumento dei tassi, ma solo una frazione della crescita". I vecchi titoli a basso interesse attenuano ancora l’impatto, ma ogni anno circa un sesto del debito viene rifinanziato. Quando il costo medio supera la crescita nominale, stabilizzare il debito richiede avanzi di bilancio prima degli interessi. Draghi non chiede tassi bassi a ogni costo: "La prima priorità è controllare l’inflazione". Chiede però di non frenare l’economia più del necessario. L’aumento dei tassi porterà un freno complessivo alla crescita di 1,1-1,3 punti nel 2026-2028. Un consolidamento resta inevitabile. Ma affidarlo solo a tagli di spesa e aumenti delle imposte richiederebbe uno sforzo assai superiore a quello storicamente realizzato.
La proposta concreta riguarda l’IA. L’Unione ospita meno del 5% della capacità mondiale di calcolo. Portarla al 15% entro il 2030 richiederebbe, secondo lo studio citato, 1.300 miliardi di investimenti. La proposta è di finanziare con il bilancio europeo la componente pubblica necessaria a ridurre i rischi per gli investitori: circa 100 miliardi, il 5% del prossimo bilancio pluriennale. Conclude con un messaggio istituzionale: una moneta comune ha bisogno anche di una politica comune della crescita, perché la sua stabilità non resti affidata alla sola banca centrale.
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