Passi il fatto che un articolo di legge ( art.24, Legge 160/2016) che pende come una mannaia sulla testa della maggior parte delle nostre Fondazioni liriche, già pronta per decapitarne più d'una, sia apparso - con tutta la legge, ovviamente, che riguarda il risanamento dei conti delle pubbliche amministrazioni - in Gazzetta ufficiale ad agosto.
E passi - ma non si dovrebbe più lasciar passare - il fatto che, nonostante stia impoltronato al Collegio romano da oltre due anni, non sia riuscito a raddrizzare quell' indecente costume che da decenni si imputa al suo dicastero, e cioè quello di comunicare alle istituzioni l'entità del finanziamento statale, a fine gestione, senza metterli, nel corso dell' intero anno ( o stagione) al corrente che forse qualche dimagrimento di tali finanziamenti. per ragioni varie, potrebbe verificarsi.
Se il lento Franceschini si desse una mossa nel definire l'entità del finanziamento, attivando le relative procedure in tempo, i Teatri - e tutte le istituzioni musicali - conoscerebbero l'ammontare dei finanziamenti sui quali contare, e comportarsi di conseguenza. E chi sbaglia paga- dice il proverbio ( anche se non paga mai nessuno, e paga sempre Pantalone!)
Invece comunica tali dati a fine stagione - quest'anno a luglio - quando per alcuni teatri tale notifica reca spesso qualche spiacevole sorpresa, come il taglio, anche consistente, dei finanziamenti. E' accaduto quest'anno al Comunale di Bologna, ma anche al teatro di Cagliari- mentre sono stati premiati Firenze e Napoli. E nell'uno come nell'altro caso - stando altri elementi di valutazione - è difficile condividere le decisioni del Ministero.
Ora dopo questo esercizio 2016 (o stagione), mettendo da parte i debiti pregressi di buona parte dei teatri, per alcuni il bilancio non si chiuderà in pareggio come previsto, per tale taglio imprevisto. E il bilancio dell'anno prossimo sarà decisivo, perché quello immediatamente precedente l'esercizio 2018 che è come la chiamata finale. Chi avrà il bilancio in ordine resta nelle Fondazioni liriche, tutti gli altri fuori. E cosa potrebbe voler dire questo 'fuori' temporaneo o definitivo non è dato ancora conoscere, anche se non è difficile presupporre che supererà ogni possibile immaginazione.
Anche la promessa di finanziamenti 'triennali' è andata farsi benedire, perchè seppure scritto nero su bianco, ogni anno viene corretta, la previsione triennale.
Neanche questo è riuscito al 'lento' Franceschini, al quale per la ricostruzione della platea in legno del Colosseo, una notte sola è bastata per trovare nelle 'pieghe' del bilancio del suo ministero la non piccola somma di una ventina di milioni.
Passi tutto questo vivere alla giornata del ministro 'mezzodisastro', per il quale forse si prepara in Italia un futuro ancora più disastroso: quello di capo di un governo, a tempo, dopo Renzi. Dio ce ne scampi e liberi!
Ma, fin d'ora, non possiamo lasciargli passare l'asso che nasconde nella manica 'mezzodisastro', pronto a giocarlo all'occasione. E cioè quello di poter avere decisione di vita o di morte su qualunque fondazione lirica italiana - e non è per caso che l'elenco di promossi e bocciati a fine 2018 circoli da tempo.
Se 'mezzodisastro', continuerà nella sua tecnica di definire i finanziamenti ad esercizio concluso , potrebbe a fine 2017 ed anche a fine 2018, comunicare tagli dell'ultimo minuto, condannando le Fondazioni destinatarie di tale taglio, ad uscire, secondo la sua volontà, dal gruppo delle Fondazioni liriche, che va a sommarsi alla buona o cattiva amministrazione da parte di coloro che Franceschini e i suoi 'corrispondenti' comunali, hanno voluto ai vertici dell fondazioni medesime.
Non ci meraviglieremmo se Franceschini lo facesse, perchè ne è capace.
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domenica 6 novembre 2016
venerdì 4 novembre 2016
Che figura! Intrecciare i problemi delle Fondazioni liriche ai problemi del terremoto
Questa mattina, ad Agorà di Rai3, si è visto un collegamento da Venezia, dalla Fenice per la precisione. Niente a vedere con il terremoto che era l'argomento principale della trasmissione ( come potrebbe essere altrimenti?) e con la rievocazione della tragica alluvione di Firenze di cinquant'anni fa.
Cinquant'anni fa, quando avvenne un'altra alluvione, ma a Venezia, procurata da un'acqua alta fuori misura - 'aquagranda', dicevano i veneziani nella loro lingua.
Mentre in Italia si ricordano i tragici fatti fiorentini e l'immensa onda di solidarietà mondiale che miracolosamente inondò la città, salvandola con tutti i suoi tesori, a Venezia in ricordo di quella alluvione da 'aquagranda', cogliendo lo spunto dal racconto che ne ha fatto un giornalista Roberto Bianchin in un suo libro, questa sera la stagione della Fenice viene inaugurata da una nuova opera, dal medesimo titolo Aquagranda ecc.. tutto regolare.
Ciò che invece regolare non è affatto è la ragione del collegamento Rai con Venezia, dalla Fenice, che non è il racconto di tale iniziativa musicale, bensì la protesta dei suoi orchestrali che sposano pienamente una protesta che nel teatro oggi prenderà corpo. La protesta dei sovrintendenti dei maggiori teatri italiani, convocati per la 'prima' del teatro veneziano, dal presidente della loro Associazione di categoria, Chiarot, sovrintendente della Fenice, che guardano alla data del 31 dicembre 2018, fissato da una legge dell'estate scorsa, come il giorno del giudizio dei nostri teatri d'opera; per dire che loro vogliono vivere e non annegare nel vortice dei conti in disordine.
In termini giornalistici, figurati, quella protesta ha anche un senso, anche quando assuma le connotazioni della catastrofe - e noi stessi nei giorni scorsi abbiamo accennato in termini analoghi a quella data tanto temuta dai nostri teatri.
Ma la protesta veneziana per la 'morte' della musica in Italia, possibile ma non ancora certificata e dalla quale ci si può ancora salvare con una retta amministrazione, nello stesso momento in cui migliaia e migliaia di cittadini protestano perchè non vogliono morire, e non solo simbolicamente, sotto le scosse del terremoto, ha il suono di una NOTA STONATA, vietata ai musicisti.
Cinquant'anni fa, quando avvenne un'altra alluvione, ma a Venezia, procurata da un'acqua alta fuori misura - 'aquagranda', dicevano i veneziani nella loro lingua.
Mentre in Italia si ricordano i tragici fatti fiorentini e l'immensa onda di solidarietà mondiale che miracolosamente inondò la città, salvandola con tutti i suoi tesori, a Venezia in ricordo di quella alluvione da 'aquagranda', cogliendo lo spunto dal racconto che ne ha fatto un giornalista Roberto Bianchin in un suo libro, questa sera la stagione della Fenice viene inaugurata da una nuova opera, dal medesimo titolo Aquagranda ecc.. tutto regolare.
Ciò che invece regolare non è affatto è la ragione del collegamento Rai con Venezia, dalla Fenice, che non è il racconto di tale iniziativa musicale, bensì la protesta dei suoi orchestrali che sposano pienamente una protesta che nel teatro oggi prenderà corpo. La protesta dei sovrintendenti dei maggiori teatri italiani, convocati per la 'prima' del teatro veneziano, dal presidente della loro Associazione di categoria, Chiarot, sovrintendente della Fenice, che guardano alla data del 31 dicembre 2018, fissato da una legge dell'estate scorsa, come il giorno del giudizio dei nostri teatri d'opera; per dire che loro vogliono vivere e non annegare nel vortice dei conti in disordine.
In termini giornalistici, figurati, quella protesta ha anche un senso, anche quando assuma le connotazioni della catastrofe - e noi stessi nei giorni scorsi abbiamo accennato in termini analoghi a quella data tanto temuta dai nostri teatri.
Ma la protesta veneziana per la 'morte' della musica in Italia, possibile ma non ancora certificata e dalla quale ci si può ancora salvare con una retta amministrazione, nello stesso momento in cui migliaia e migliaia di cittadini protestano perchè non vogliono morire, e non solo simbolicamente, sotto le scosse del terremoto, ha il suono di una NOTA STONATA, vietata ai musicisti.
sabato 8 ottobre 2016
Il nuovo film di Ron HOward, da Don Brown, per Firenze è come l'INFERNO. Parola di Tomaso Montanari
Questa sera, all'Opera di Firenze c'è la proiezione del nuovo di film di Ron Howard, da Don Brown, INFERNO, davanti a 1800 ospiti, fra i quali anche la coppia Renzi-Franceschini: come a dire l'attuale regnante e il suo principe ereditario che, dimenticando gli strettissimi rapporti di parentela dinastica, ha bollato come 'mezzodisastro', in attesa di passargli lo scettro, ma solo se costretto.
Passiamo sopra le vicende dinastiche del casato 'Italia', perchè vogliamo parlarvi d'altro. Del film, la cui realizzazione ha diviso gli uomini di cultura in Italia, tra favorevoli e contrari. In cima ai contrari Tomaso Montanari - che insegna all'Università, come il diretto interessato ci va rinfrescando ogni giorno - il quale è contrario su tutta la linea alla realizzazione del film a Firenze in luoghi sacri alla cultura ed alla nostra storia, e a tutto ciò che il film produce già e produrrà ancora negli anni a venire. E cioè il riversarsi a Firenze di carovane di visitatori/lettori dei romanzi di Brown che vorranno fare il giro dell'INFERNO- intendendosi la visita guidata dei luoghi, ove il film è ambientato.
Che male c'è, Montanari? Se non si realizzava a Firenze, quei luoghi li costruivano in una cinecittà qualunque. Cominciamo col dire che l'aver offerto quei luoghi come set per girare il film ha fruttato a Firenze circa 250.000 Euro, che magari serviranno a realizzare la necessaria manutenzione di alcune opere, per la quale il ministro, che stasera va a vedere il film, non riesce a trovare i soldi necessari. Forse sarebbe da domandarsi se il set attivo abbia a lungo vietato ai visitatori quei luoghi e le meraviglie che custodiscono (naturalmente non abbiamo visto il film e nè sappiamo in quali luoghi sia stato girato, anche se possiamo supporli; perciò ragioniamo da cronisti, in una posizione molto diversa da quella di Montanari che è professore università). Ma se questo non è accaduto con una programmazione intelligente dei tempi di ripresa, perché non si poteva?
Fossi ministro, e non lo sono, non avrei mai dato a Roma il Circo Massimo o Piazza del Popolo, o il Teatro romano di Verona, o la reggia di Caserta, come è accaduto, per qualche migliaio di Euro. Forse, per venire incontro a Montanari, viene qualche dubbio anche a noi se pensiamo all'affitto di Ponte Vecchio per una dimostrazione Ferrari. Ma se anche Ferrari ha tirato fuori bei soldini, come ad esempio li hanno tirati fuori quelli della BMW per esporre una loro macchina alla Fenice di Venezia - speriamo di non sbagliare nei ricordi - ancora: che male c'è? Non ricordiamo bene, ma tempo fa leggemmo di un matrimonio fatto celebrare, forse gratuitamente, a qualcuno in un sito di particolare valore storico; o dei fuochi d'artificio e della cagnara per un altro matrimonio celebrato sulla pubblica spiaggia del Circeo. Se si chiedono i permessi, si paga ciò che quei luoghi meritano e poi si vigila affinchè quei luoghi anche nel diverso uso siano rispettati, non c'è nulla di male.
E allora che dice Montanari di quella cena fatta per i Mecenati della Galleria Borghese di Roma, per la quale il catering offese di fatto, nella sua messa in opera, la galleria medesima, col rischio di procurare danni, proprio da parte di coloro che ai danni, con il loro contributo, volevano rimediare?
E poi le carovane che si riverseranno a Firenze e vorranno fare il giro dei 'gironi' danteschi dell'Inferno, 'Inferno tour', porteranno altri turisti che magari hanno anche letto il libro dal quale il film è tratto e visto il film.(Non dimentichiamo quanta acqua abbia portato al mulino della conoscenza, non importa se superficiale, di Mozart - della sua musica, intendiamo - il film 'Amadeus', tanto criticato dai puristi).
Negli anni Ottanta a Palermo si faceva il 'mafia tour'. ogni fine settimana gli aerei sbarcavano nel capoluogo siciliano centinaia e migliaia di turisti accolti subito da guide premurose che li conducevano a visitare i luoghi degli assassini di questo o quel magistrato , questo o quel personaggio politico questo o quel servitore dello Stato. Vogliamo mettere?
Passiamo sopra le vicende dinastiche del casato 'Italia', perchè vogliamo parlarvi d'altro. Del film, la cui realizzazione ha diviso gli uomini di cultura in Italia, tra favorevoli e contrari. In cima ai contrari Tomaso Montanari - che insegna all'Università, come il diretto interessato ci va rinfrescando ogni giorno - il quale è contrario su tutta la linea alla realizzazione del film a Firenze in luoghi sacri alla cultura ed alla nostra storia, e a tutto ciò che il film produce già e produrrà ancora negli anni a venire. E cioè il riversarsi a Firenze di carovane di visitatori/lettori dei romanzi di Brown che vorranno fare il giro dell'INFERNO- intendendosi la visita guidata dei luoghi, ove il film è ambientato.
Che male c'è, Montanari? Se non si realizzava a Firenze, quei luoghi li costruivano in una cinecittà qualunque. Cominciamo col dire che l'aver offerto quei luoghi come set per girare il film ha fruttato a Firenze circa 250.000 Euro, che magari serviranno a realizzare la necessaria manutenzione di alcune opere, per la quale il ministro, che stasera va a vedere il film, non riesce a trovare i soldi necessari. Forse sarebbe da domandarsi se il set attivo abbia a lungo vietato ai visitatori quei luoghi e le meraviglie che custodiscono (naturalmente non abbiamo visto il film e nè sappiamo in quali luoghi sia stato girato, anche se possiamo supporli; perciò ragioniamo da cronisti, in una posizione molto diversa da quella di Montanari che è professore università). Ma se questo non è accaduto con una programmazione intelligente dei tempi di ripresa, perché non si poteva?
Fossi ministro, e non lo sono, non avrei mai dato a Roma il Circo Massimo o Piazza del Popolo, o il Teatro romano di Verona, o la reggia di Caserta, come è accaduto, per qualche migliaio di Euro. Forse, per venire incontro a Montanari, viene qualche dubbio anche a noi se pensiamo all'affitto di Ponte Vecchio per una dimostrazione Ferrari. Ma se anche Ferrari ha tirato fuori bei soldini, come ad esempio li hanno tirati fuori quelli della BMW per esporre una loro macchina alla Fenice di Venezia - speriamo di non sbagliare nei ricordi - ancora: che male c'è? Non ricordiamo bene, ma tempo fa leggemmo di un matrimonio fatto celebrare, forse gratuitamente, a qualcuno in un sito di particolare valore storico; o dei fuochi d'artificio e della cagnara per un altro matrimonio celebrato sulla pubblica spiaggia del Circeo. Se si chiedono i permessi, si paga ciò che quei luoghi meritano e poi si vigila affinchè quei luoghi anche nel diverso uso siano rispettati, non c'è nulla di male.
E allora che dice Montanari di quella cena fatta per i Mecenati della Galleria Borghese di Roma, per la quale il catering offese di fatto, nella sua messa in opera, la galleria medesima, col rischio di procurare danni, proprio da parte di coloro che ai danni, con il loro contributo, volevano rimediare?
E poi le carovane che si riverseranno a Firenze e vorranno fare il giro dei 'gironi' danteschi dell'Inferno, 'Inferno tour', porteranno altri turisti che magari hanno anche letto il libro dal quale il film è tratto e visto il film.(Non dimentichiamo quanta acqua abbia portato al mulino della conoscenza, non importa se superficiale, di Mozart - della sua musica, intendiamo - il film 'Amadeus', tanto criticato dai puristi).
Negli anni Ottanta a Palermo si faceva il 'mafia tour'. ogni fine settimana gli aerei sbarcavano nel capoluogo siciliano centinaia e migliaia di turisti accolti subito da guide premurose che li conducevano a visitare i luoghi degli assassini di questo o quel magistrato , questo o quel personaggio politico questo o quel servitore dello Stato. Vogliamo mettere?
giovedì 26 maggio 2016
Tutti i De Siervo di Matteo Renzi
Fino all'altro ieri il nome più in vista della famiglia De Siervo, fiorentina, appartenente al giglio magico renziano, dopo il capostipite, Ugo, ex presidente della Consulta, era quello di suo figlio, Luigi, messo in RAI, all'epoca di della direzione generale di Gubitosi, presidente Tarantola, a capo di Rai.Com ( l'ex Rai Trade) la struttura che commercializza il prodotto Rai, dalla quale proprio nei giorni scorsi ha annunciato l'uscita - si dice - a causa di disaccordi con Campo Dall'Orto.
Non vorremmo essere traditi dalla memoria, ma crediamo di ricordare che il nome del capostipite della famiglia, ex presidente della Consulta, fosse stato fatto anche per la Presidenza sia della Repubblica, dove poi Renzi ripiegò su Mattarella, che della Rai, dove venne bruciato in favore del figlio o a causa sua.
Ma il capostipite ha pure una figlia, Lucia, sorella del capo di Rai.Com, anche quella, appartenente al giglio magico renziano, che l'allora sindaco di Firenze Matteo, mise a capo della sua segreteria. Dunque non è da oggi che Renzi si circonda di collaboratori fidati, e i De Siervo sono fra questi. Tutte persone in gamba, naturalmente, che neanche devono parlare perchè Renzi esaudisca i loro desideri. (Per fortuna nostra non sono una famiglia numerosa, perchè Renzi per loro avrebbe creato anche incarichi ex novo). Però trovò un posto anche per Filippo Vannoni, marito di Lucia, figlia del gran capo e sorella del dirigente Rai: lo mise a presiedere l'azienda 'Publiacqua' che presiede alla distribuzione e all' approvvigionamento dell'acqua, ma anche alla manutenzione degli impianti idrici della provincia di Firenze e di altre province toscane. In quel consiglio di amministrazione, tanto per non far nomi, sedeva anche Maria Elena Boschi, la zarina, come è venuto fuori in queste ore.
Quella società è in attivo, dunque il genero del capostipite, cognato del dirigente Rai, e marito della segretaria di Renzi, ha saputo ben amministrare ed ha distribuito dividendi ai soci. Magari s'è dimenticato di fare manutenzione degli impianti che hanno perciò collassato, l'altro ieri, sul Lungarno, inghiottendo la strada per oltre 200 metri, creando una voragine profonda tre metri, che fa tuttora temere per i palazzi che si affacciano sulla strada e perciò evacuati. Nardella che scagiona Vannoni ( perchè non ha compiti operativi) scarica la responsabilità sull'ad, Carfi e promette che chi ha sbagliato pagherà. I cittadini e i commercianti del Lungarno e Ponte Vecchio hanno vinto in una contestazione con la società Publiacqua che aveva inviato loro cartelle salatissime, non giustificate da un consumo eccessivo, bensì dalle enormi perdite dell'impianto che addirittura in certi negozi ha divelto, dopo averlo gonfiato il parquet. Publiacqua ha riconosciuto le ragioni dei commercianti e dei cittadini, e, di conseguenza, i suoi torti ( mancata manutenzione) ed ha inviato loro delle comunicazioni con i relativi crediti; tali comunicazioni sono giunte a destinazione proprio il giorno del disastro, che Nardella promette sarà completamente risanato entro il 4 novembre, quando saranno 50 anni dall'alluvione.
Ma a Renzi in queste ore, la famiglia De Siervo sta procurando uno dei più grandi dispiaceri, dopo che ha appreso che l'ex presidente della Consulta, De Siervo, è tra i sostenitori del NO al prossimo referendum, scelta che lui bolla come ingrata!
Non vorremmo essere traditi dalla memoria, ma crediamo di ricordare che il nome del capostipite della famiglia, ex presidente della Consulta, fosse stato fatto anche per la Presidenza sia della Repubblica, dove poi Renzi ripiegò su Mattarella, che della Rai, dove venne bruciato in favore del figlio o a causa sua.
Ma il capostipite ha pure una figlia, Lucia, sorella del capo di Rai.Com, anche quella, appartenente al giglio magico renziano, che l'allora sindaco di Firenze Matteo, mise a capo della sua segreteria. Dunque non è da oggi che Renzi si circonda di collaboratori fidati, e i De Siervo sono fra questi. Tutte persone in gamba, naturalmente, che neanche devono parlare perchè Renzi esaudisca i loro desideri. (Per fortuna nostra non sono una famiglia numerosa, perchè Renzi per loro avrebbe creato anche incarichi ex novo). Però trovò un posto anche per Filippo Vannoni, marito di Lucia, figlia del gran capo e sorella del dirigente Rai: lo mise a presiedere l'azienda 'Publiacqua' che presiede alla distribuzione e all' approvvigionamento dell'acqua, ma anche alla manutenzione degli impianti idrici della provincia di Firenze e di altre province toscane. In quel consiglio di amministrazione, tanto per non far nomi, sedeva anche Maria Elena Boschi, la zarina, come è venuto fuori in queste ore.
Quella società è in attivo, dunque il genero del capostipite, cognato del dirigente Rai, e marito della segretaria di Renzi, ha saputo ben amministrare ed ha distribuito dividendi ai soci. Magari s'è dimenticato di fare manutenzione degli impianti che hanno perciò collassato, l'altro ieri, sul Lungarno, inghiottendo la strada per oltre 200 metri, creando una voragine profonda tre metri, che fa tuttora temere per i palazzi che si affacciano sulla strada e perciò evacuati. Nardella che scagiona Vannoni ( perchè non ha compiti operativi) scarica la responsabilità sull'ad, Carfi e promette che chi ha sbagliato pagherà. I cittadini e i commercianti del Lungarno e Ponte Vecchio hanno vinto in una contestazione con la società Publiacqua che aveva inviato loro cartelle salatissime, non giustificate da un consumo eccessivo, bensì dalle enormi perdite dell'impianto che addirittura in certi negozi ha divelto, dopo averlo gonfiato il parquet. Publiacqua ha riconosciuto le ragioni dei commercianti e dei cittadini, e, di conseguenza, i suoi torti ( mancata manutenzione) ed ha inviato loro delle comunicazioni con i relativi crediti; tali comunicazioni sono giunte a destinazione proprio il giorno del disastro, che Nardella promette sarà completamente risanato entro il 4 novembre, quando saranno 50 anni dall'alluvione.
Ma a Renzi in queste ore, la famiglia De Siervo sta procurando uno dei più grandi dispiaceri, dopo che ha appreso che l'ex presidente della Consulta, De Siervo, è tra i sostenitori del NO al prossimo referendum, scelta che lui bolla come ingrata!
sabato 19 dicembre 2015
Opera di Firenze. Zubin Mehta # stai sereno
Nardella, come del resto il suo capo Renzi, il galateo l'ha appeso nell'educandato dei padri salesiani, oltre che al Conservatorio di Firenze dove il diploma in violino gli avrebbe dovuto consigliare un pizzico di rispetto verso una delle glorie della direzione d'orchestra che da trent'anni ha scelto di lavorare e vivere a Firenze: Zubin Mehta. Trent'anni sono una vita. Certamente. E, dopo trent'anni si può anche dare una svolta alla vita. Meglio se lo decide il diretto interessato e non altri per lui. E poi ricevere il 'benservito' in maniera così incivile da un 'sindachetto' - come direbbe il governatore De Luca - è troppo.
Il 'sindachetto' fiorentino ha accompagnato Mehta a Napoli per l'Inaugurazione del Teatro San Carlo, alla presenza di Mattarella. Come fa un sindaco normale che, esportando un prodotto comunale all'estero - da Firenze a Napoli- lo scorta. E, infatti, quando De Magistris ha fatto balenare l'idea che sarebbe stato felice di avere a Napoli Zubin Mehta con un incarico syabile, Nardella sembra gli abbia detto: " tu sei scemo, Mehta è di Firenze, il suo incarico finirà nel 2017, poi si vedrà". Insomma in trasferta il sindachetto è sembrato volersi tenere stretto Mehta a Firenze, difendendolo dall'assalto di De Magistris; una volta tornato a Firenze, ha usato con Mehta lo stesso trucco che Renzi usò con Letta.
Non sono trascorsi neppure otto giorni e il sindachetto lo licenzia, contro la volontà dell'interessato, e d'accordo con il sovrintendente dell'Opera di Firenze, Francesco Bianchi, anch'egli della corte renziana, il quale ha dichiarato - da quanto è dato leggere oggi sul 'Corriere della Sera', a firma Valerio Cappelli - che si è chiusa un'epoca ed ora c'è bisogno di sangue giovane, non ricordiamo se abbia deto testualmente ha detto 'carne giovane, con una espressione più tipica dello 'slang' renziano. Al suo posto è stato già nominato Fabio Luisi che comunque arriverà stabilmente a Firenze, dopo che avrà concluso il suo contratto con il Metropolitan, nel 2017. Dunque dal 2018 - solo i tempi delle scelte sono giusti, in questo fattaccio fiorentino - Firenze perde definitivamente Mehta, se non lo perderà quasi subito il direttore che ha ragione a sentirsi offeso e trattato nel peggiore dei modi.
Nulla contro Fabio Luisi, mentre molto ci sarebbe da dire sia di Bianchi che di Nardella, soprattutto per il loro comportamento inqualificabile.
Perchè non si può costringere un direttore come Mehta a dichiarare: io non voglio andare via da Firenze, perché devo? Nardella, il sindachetto, avrebbe fatto notare che ancora nel 2017 Zubin Mehta ha in contratto la direzione di un'opera ( forse l'inaugurazione del Maggio) aggiungendo che Mehta può dirigere quando vuole a Firenze e che potrebbe formularsi per lui un incarico come 'direttore principale emerito a vita', della stessa fatta di quello inventato a Roma per Muti: 'direttore onorario a vita'- l'uno e l'altro che che hanno il sapore della beffa, ma forse anche dell' insulto.
Se a loro discolpa Bianchi - che è a capo di uno dei teatri economicamente più disastrati d'Italia, assieme a quello di Bologna - e Nardella - al quale si rimprovera l'ipocrisia di quella manfrina napoletana- hanno qualcosa da dire lo dicano per non essere giudicati in base al loro gesto inqualificabile ed incivile. Ci dicano se Mehta costava troppo per un teatro disastrato; se non andava più d'accordo con l'Orchestra; se non partecipava alle scelte artistiche del teatro; e stava poco tempo a Firenze, in rapporto ai suoi compensi. Questi ragioni vorremmo sentire, e non quelle anagrafiche; pur convenendo che trent'anni, o giù di lì, in uno stesso incarico sono tanti anche per un direttore. Perchè allora non lo sono per un sovrintendente, o per un politico?
Si può infine impedire a Mehta di essere presente con il sindachetto ed il sovrintendente nel momento in cui viene data comunicazione ufficiale all'orchetsra?
Si precisa che Luisi sarà da gennaio già al lavoro a Firenze perchè assumerà l'incarico di 'direttore musicale' e di direttore artistico consigliere del sovrintendete.
E Napoli spera nell'arrivo di Mahta.
Il 'sindachetto' fiorentino ha accompagnato Mehta a Napoli per l'Inaugurazione del Teatro San Carlo, alla presenza di Mattarella. Come fa un sindaco normale che, esportando un prodotto comunale all'estero - da Firenze a Napoli- lo scorta. E, infatti, quando De Magistris ha fatto balenare l'idea che sarebbe stato felice di avere a Napoli Zubin Mehta con un incarico syabile, Nardella sembra gli abbia detto: " tu sei scemo, Mehta è di Firenze, il suo incarico finirà nel 2017, poi si vedrà". Insomma in trasferta il sindachetto è sembrato volersi tenere stretto Mehta a Firenze, difendendolo dall'assalto di De Magistris; una volta tornato a Firenze, ha usato con Mehta lo stesso trucco che Renzi usò con Letta.
Non sono trascorsi neppure otto giorni e il sindachetto lo licenzia, contro la volontà dell'interessato, e d'accordo con il sovrintendente dell'Opera di Firenze, Francesco Bianchi, anch'egli della corte renziana, il quale ha dichiarato - da quanto è dato leggere oggi sul 'Corriere della Sera', a firma Valerio Cappelli - che si è chiusa un'epoca ed ora c'è bisogno di sangue giovane, non ricordiamo se abbia deto testualmente ha detto 'carne giovane, con una espressione più tipica dello 'slang' renziano. Al suo posto è stato già nominato Fabio Luisi che comunque arriverà stabilmente a Firenze, dopo che avrà concluso il suo contratto con il Metropolitan, nel 2017. Dunque dal 2018 - solo i tempi delle scelte sono giusti, in questo fattaccio fiorentino - Firenze perde definitivamente Mehta, se non lo perderà quasi subito il direttore che ha ragione a sentirsi offeso e trattato nel peggiore dei modi.
Nulla contro Fabio Luisi, mentre molto ci sarebbe da dire sia di Bianchi che di Nardella, soprattutto per il loro comportamento inqualificabile.
Perchè non si può costringere un direttore come Mehta a dichiarare: io non voglio andare via da Firenze, perché devo? Nardella, il sindachetto, avrebbe fatto notare che ancora nel 2017 Zubin Mehta ha in contratto la direzione di un'opera ( forse l'inaugurazione del Maggio) aggiungendo che Mehta può dirigere quando vuole a Firenze e che potrebbe formularsi per lui un incarico come 'direttore principale emerito a vita', della stessa fatta di quello inventato a Roma per Muti: 'direttore onorario a vita'- l'uno e l'altro che che hanno il sapore della beffa, ma forse anche dell' insulto.
Se a loro discolpa Bianchi - che è a capo di uno dei teatri economicamente più disastrati d'Italia, assieme a quello di Bologna - e Nardella - al quale si rimprovera l'ipocrisia di quella manfrina napoletana- hanno qualcosa da dire lo dicano per non essere giudicati in base al loro gesto inqualificabile ed incivile. Ci dicano se Mehta costava troppo per un teatro disastrato; se non andava più d'accordo con l'Orchestra; se non partecipava alle scelte artistiche del teatro; e stava poco tempo a Firenze, in rapporto ai suoi compensi. Questi ragioni vorremmo sentire, e non quelle anagrafiche; pur convenendo che trent'anni, o giù di lì, in uno stesso incarico sono tanti anche per un direttore. Perchè allora non lo sono per un sovrintendente, o per un politico?
Si può infine impedire a Mehta di essere presente con il sindachetto ed il sovrintendente nel momento in cui viene data comunicazione ufficiale all'orchetsra?
Si precisa che Luisi sarà da gennaio già al lavoro a Firenze perchè assumerà l'incarico di 'direttore musicale' e di direttore artistico consigliere del sovrintendete.
E Napoli spera nell'arrivo di Mahta.
venerdì 27 novembre 2015
SEGRETISSIMO. Il governo Renzi sta pensando di trasferire la Capitale da Roma a Firenze.
E non sarebbe la prima volta che Firenze si trova ad essere la capitale dello Stato italiano. Roma non regge più al gran traffico che il Governo Renzi ha impresso alla Capitale e che ha intasato soprattutto la tratta Firenze -Roma. E Roma? A Roma basta essere stata la capitale dell'Impero romano, la capitale d'Italia per oltre un secolo e mezzo, la capitale dello Stato pontificio per secoli e la Capitale della cristianità dagli inizi del Cristianesimo. Primati questi che nessuna decisione, trasferimento o spoliazione di titolo potrà strapparle.
La ragione del recente intasamento romano è dovuta alla calata di fiorentini e toscani nella Capitale chiamativi dal premier Renzi, e dalla indisponibilità di alloggi adeguati per i neoromani, essendo quasi tutti requisiti da potenti e miserabili, gli uni per i palazzi di Propaganda Fide, ai quali ovviamente avrebbero aspirato gli emigranti fiorentini, gli altri per quei tuguri mal messi del Comune.
A Roma non ci sono più case, e per fermare il traffico fra Firenze e Roma, meglio trasferire direttamente la Capitale a Firenze. Ma sono davvero tanti i fiorentini emigrati a Roma, per chiamata diretta del premier? Molti di più di quelli che si conoscono e che sono quelli messi da Renzi ai vertici delle istituzioni o a capo di importanti società. E che comunque sono già tanti.
Si va dalla capa dei vigili chiamata a dirigere il traffico di carte e decreti a Palazzo Chigi, all'ingegnere che aveva curato la privatizzazione di quei venti tram che scarrozzano i turisti a Firenze, che ora dirigerà il traffico ferroviario in Italia, e, forte dell'esperienza della privatizzazione tramviaria fiorentina, guiderà lo sbarco in borsa delle Ferrovie italiane. Per non parlare della Rai invasa da fiorentini ecc...ecc...
Tutti d'accordo per tale trasferimento che ora i ministri Padoan e Boschi stanno studiando fin nei minimi particolari ( la decisione nel prossimo consiglio dei ministri, prima di Natale), tranne uno: Papa Francesco che del trasferimento anche del Vaticano a Firenze non vuole sentir parlare.
Intanto Renzi d'accordo con il suo scudiero violinista, Nardella, sta predisponendo la sua città ad accogliere gli emigranti di ritorno (tutti i fiorentini ) e gli emigranti romani, per lo meno per i lavori più umili - ce ne sarà bisogno, od anche per quelli provvederanno altri fiorentini e toscani. Maledetti?
La prima decisione assunta dall'amministrazione comunale fiorentina, in vista di tale prossimo trasferimento è il cambio di destinazione di Palazzo Vecchio che sarà sede del Governo, ma anche e prima ancora il cambio di nome di tale storico palazzo, che da 'Palazzo vecchio', si chiamerà 'Palazzo nuovo'.
E per tutta la schiera di questuanti che ogni giorno fanno la fila per bussare alle porte del potere? Firenze in questo s'è già attrezzata. Ha una disponibilità alberghiera, in proporzione, superiore a Roma, come ha potuto dimostrare al mondo intero in questi giorni, quando ha ospitato gli invitati ad un matrimonio faraonico fra indiani che a casa hanno miseria che si taglia a pezzi e poi vogliono anche gli elefanti per la passeggiata nuziale lungo le strade che costeggiano l'Arno. Gli ospiti solo di questo matrimonio hanno occupato ben 600 stanze, senza che il normale traffico di turisti avesse a soffrirne.
E siamo certi che se avessero pagato il richiesto o preteso, Nardella, e Renzi interpellato , avrebbero acconsentito alla passeggiata con l'elefante. Come hanno acconsentito a che il matrimonio venisse celebrato in una storica piazza della città, dove sono stati impiantati per l'occasione dei gazebo, per la modica cifra di 50.000 Euro ( il matrimonio ai poveri indiani costerà la bellezza di 20 milioni di Euro) ed hanno fatto scorrazzare per la città cortei di super ricchi vestiti nelle fogge più strane, talune assai simili a quelle che il sindaco di Varese ha proibito con una stupida ordinanza nel perimetro del suo Comune.
La ragione del recente intasamento romano è dovuta alla calata di fiorentini e toscani nella Capitale chiamativi dal premier Renzi, e dalla indisponibilità di alloggi adeguati per i neoromani, essendo quasi tutti requisiti da potenti e miserabili, gli uni per i palazzi di Propaganda Fide, ai quali ovviamente avrebbero aspirato gli emigranti fiorentini, gli altri per quei tuguri mal messi del Comune.
A Roma non ci sono più case, e per fermare il traffico fra Firenze e Roma, meglio trasferire direttamente la Capitale a Firenze. Ma sono davvero tanti i fiorentini emigrati a Roma, per chiamata diretta del premier? Molti di più di quelli che si conoscono e che sono quelli messi da Renzi ai vertici delle istituzioni o a capo di importanti società. E che comunque sono già tanti.
Si va dalla capa dei vigili chiamata a dirigere il traffico di carte e decreti a Palazzo Chigi, all'ingegnere che aveva curato la privatizzazione di quei venti tram che scarrozzano i turisti a Firenze, che ora dirigerà il traffico ferroviario in Italia, e, forte dell'esperienza della privatizzazione tramviaria fiorentina, guiderà lo sbarco in borsa delle Ferrovie italiane. Per non parlare della Rai invasa da fiorentini ecc...ecc...
Tutti d'accordo per tale trasferimento che ora i ministri Padoan e Boschi stanno studiando fin nei minimi particolari ( la decisione nel prossimo consiglio dei ministri, prima di Natale), tranne uno: Papa Francesco che del trasferimento anche del Vaticano a Firenze non vuole sentir parlare.
Intanto Renzi d'accordo con il suo scudiero violinista, Nardella, sta predisponendo la sua città ad accogliere gli emigranti di ritorno (tutti i fiorentini ) e gli emigranti romani, per lo meno per i lavori più umili - ce ne sarà bisogno, od anche per quelli provvederanno altri fiorentini e toscani. Maledetti?
La prima decisione assunta dall'amministrazione comunale fiorentina, in vista di tale prossimo trasferimento è il cambio di destinazione di Palazzo Vecchio che sarà sede del Governo, ma anche e prima ancora il cambio di nome di tale storico palazzo, che da 'Palazzo vecchio', si chiamerà 'Palazzo nuovo'.
E per tutta la schiera di questuanti che ogni giorno fanno la fila per bussare alle porte del potere? Firenze in questo s'è già attrezzata. Ha una disponibilità alberghiera, in proporzione, superiore a Roma, come ha potuto dimostrare al mondo intero in questi giorni, quando ha ospitato gli invitati ad un matrimonio faraonico fra indiani che a casa hanno miseria che si taglia a pezzi e poi vogliono anche gli elefanti per la passeggiata nuziale lungo le strade che costeggiano l'Arno. Gli ospiti solo di questo matrimonio hanno occupato ben 600 stanze, senza che il normale traffico di turisti avesse a soffrirne.
E siamo certi che se avessero pagato il richiesto o preteso, Nardella, e Renzi interpellato , avrebbero acconsentito alla passeggiata con l'elefante. Come hanno acconsentito a che il matrimonio venisse celebrato in una storica piazza della città, dove sono stati impiantati per l'occasione dei gazebo, per la modica cifra di 50.000 Euro ( il matrimonio ai poveri indiani costerà la bellezza di 20 milioni di Euro) ed hanno fatto scorrazzare per la città cortei di super ricchi vestiti nelle fogge più strane, talune assai simili a quelle che il sindaco di Varese ha proibito con una stupida ordinanza nel perimetro del suo Comune.
martedì 27 gennaio 2015
L'italietta dura a morire
L'altro giorno sul sito di Luigi Boschi ( Parma) un lungo articolo segnalava l'ennesimo imbroglio del ministero di Franceschini, relativamente al FUS, a causa del quale, una quota non irrilevante viene ora elargita dal ministero ( NASTASIIIIIIIIIIII1) secondo criteri qualitativi apparentemente oggettivi, realmente alla mercé del Ministero medesimo che valuta qualità, ma prima ancora schieramenti, amicizie ecc... complice la cosiddetta Commissione centrale Musica (Toniolo, Licalsi, Colasanti) della quale più di una volta abbiamo segnalato, da una parte la non profonda conoscenza della materia, e dall'altra l'assoluta dipendenza da Nastasi che l'ha nominata, chiedendone preventivamente obbedienza gesuitica 'perinde ac cadaver'. Da tali criteri risultano premiati per 'produttività' teatri che stanno chiusi 300 giorni su 365 e via tacendo....
Giunge ora una notizia inquietante da uno dei teatri che si vuole rimesso in riga, quello di Firenze, il 'teatro del principe', affidato ad un suo funzionario, un banchiere dalla cui famiglia il principe ha attinto più d'una forza lavoro. La notizia è che ' a causa di uno sciopero indetto per il giorno... dalle 20 alle 21. la recita di .... prevista per le 20.30, potrà subire qualche ritardo nell'ora di inizio.
Ora da Firenze, dopo l'uscita della Colombo le cose, a detta della corte del principe, sembravano essersi messe a posto, gli stipendi pagati ecc... ( mancano solo un pò di milioni per completare la faraonica nuova sede del teatro). E allora perché lo sciopero? E soprattutto perché a subirne gli effetti deve essere il pubblico che paga il biglietto, con i cui ricavi si pagano anche gli stipendi? Non sembri un discorso superficiale. Occorre cambiare mentalità.
Come mentalità devono cambiare anche quei pochi delegati CGIL che, il prossimo primo maggio, vorrebbero far saltare alla Scala la prima di 'Turandot', in coincidenza con l'apertura dell'EXPO, quando migliaia di altri lavoratori milanesi di ogni settore saranno impegnati per l'apertura della esposizione milanese. e solo quella decina di delegati sente l'imperativo morale di partecipare, invece, alle manifestazioni per la festa dei lavoratori. Sembra una burla ordita dalla Camusso.
E, infine, l'Italietta di sempre che è dura a morire. A Davos, dove si sono riuniti i grandi del mondo, concerto di Andrea Bocelli. All'inaugurazione dell'EXPO di Milano, concerto di Andrea Bocelli. Alla chiusura del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, concerto di Bocelli? No, concerto dei Solisti veneti diretti da Scimone. E non si sa qual è peggio; ma ambedue dipingono alla perfezione l'Italietta, agli occhi del mondo e per colpa di quelli che ci comandano.
Giunge ora una notizia inquietante da uno dei teatri che si vuole rimesso in riga, quello di Firenze, il 'teatro del principe', affidato ad un suo funzionario, un banchiere dalla cui famiglia il principe ha attinto più d'una forza lavoro. La notizia è che ' a causa di uno sciopero indetto per il giorno... dalle 20 alle 21. la recita di .... prevista per le 20.30, potrà subire qualche ritardo nell'ora di inizio.
Ora da Firenze, dopo l'uscita della Colombo le cose, a detta della corte del principe, sembravano essersi messe a posto, gli stipendi pagati ecc... ( mancano solo un pò di milioni per completare la faraonica nuova sede del teatro). E allora perché lo sciopero? E soprattutto perché a subirne gli effetti deve essere il pubblico che paga il biglietto, con i cui ricavi si pagano anche gli stipendi? Non sembri un discorso superficiale. Occorre cambiare mentalità.
Come mentalità devono cambiare anche quei pochi delegati CGIL che, il prossimo primo maggio, vorrebbero far saltare alla Scala la prima di 'Turandot', in coincidenza con l'apertura dell'EXPO, quando migliaia di altri lavoratori milanesi di ogni settore saranno impegnati per l'apertura della esposizione milanese. e solo quella decina di delegati sente l'imperativo morale di partecipare, invece, alle manifestazioni per la festa dei lavoratori. Sembra una burla ordita dalla Camusso.
E, infine, l'Italietta di sempre che è dura a morire. A Davos, dove si sono riuniti i grandi del mondo, concerto di Andrea Bocelli. All'inaugurazione dell'EXPO di Milano, concerto di Andrea Bocelli. Alla chiusura del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, concerto di Bocelli? No, concerto dei Solisti veneti diretti da Scimone. E non si sa qual è peggio; ma ambedue dipingono alla perfezione l'Italietta, agli occhi del mondo e per colpa di quelli che ci comandano.
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sabato 15 novembre 2014
Fondazioni liriche rinnovabili. Grandi manovre a fine 2014
Fra un mese e mezzo circa, la legge chiede che i consigli di amministrazione delle fondazioni liriche vengano sciolti, al loro posto nominati i membri dei nuovi cosiddetti 'consigli di indirizzo' -' la più grande riforma dai tempi di Marconi', come è stata definita questa riforma epocale di un settore delle istituzioni culturali italiane - i quali indicheranno al Ministro per i beni e le attività culturali il nome del sovrintendente che il ministro suggellerà con la nomina ministeriale. Per evitare l'ingorgo di fine anno, molte fondazioni si sono già organizzate, hanno cambiato nome ai loro consigli di amministrazione, hanno nominato i nuovi membri secondo i nuovi criteri ( più o meno snelli tali consigli dei precedenti?) i quali a loro volta hanno segnalato al ministro - ed al suo direttore generale, non scordiamocelo mai - il nome del sovrintendente , il ministro gli ha fatto la nomina e buonanotte ai suonatori. In questa situazione sono ad esempio già Firenze, Torino, Palermo ed altri teatri, mentre i rimanenti della lista dei 14 si stanno preparando alla rivoluzione epocale.
Il ministro Franceschini, il primo con la barba dopo anni, ed il solito direttore generale, Nastasi, quello grande e grosso, dai tempi di Urbani al dicastero - chi era costui? - naturalmente controllano e si spartiscono le nomine, già preventivamente filtrate con i loro occhi - con gli occhi di Franceschini e Nastasi - dai solerti membri dei consigli di indirizzo e dai loro presidenti, che sono poi i sindaci delle città che ospitano i teatri. Con la qual cosa si chiude il cerchio che ricongiunge le istituzioni, anche culturali del nostro paese, alla politica.
Che c'entrerà mai la politica con le suddette istituzioni? C'entra moltissimo. Dai buoni rapporti con il potere dipendono l'ammontare dei finanziamenti, seppur soggetti a regole apparentemente ferree; i vari premi congiunti a tali finanziamenti; i finanziamenti extra relativi alla promozione di questo o quel teatro, e,infine, quelli relativi alle tournée ecc...insomma teatri e politica non sono indifferenti. E qui per politica si intende, quando si parla di grosse cifre, esclusivamente il Direttore generale ed il Ministro, contando pressoché nulla le varie commissioni consultive nominate dal ministro ( precisiamo: dal direttore generale che ha sempre le mani in pasta mentre i ministri vanno ad inaugurare musei e monumenti ma si occupano meno della cucina del ministero dove si preparano spesso anche piatti avvelenati) nell'ottica che preferisce persone dal 'sissignore' facile, cioè ubbidientissime. Si vedano i componenti della commissione Musica, da poco rinnovata, per convincersi.
Da questo giro di valzer, l'ennesimo, restano fuori due fondazioni. La Scala, che ormai ha dato mandato, come sovrintendente, a Pereira, ma 'a termine', e cioè fino alla fine del 2015 - poi si vedrà. Nel frattempo, il ministero, d'accordo con Pisapia, se regge all'EXPO, già si prepara alle grandi manovre. Anche per la Scala s'era fatto il nome, nelle more della nomina di Pereira, dopo l'annuncio della partenza anticipata di Lissner, indovinate di chi? di Salvo Nastasi. E, cioè, del 'grande e grosso ' direttore generale, il 'convitato di pietra' della cultura italiana, l'ingombrante 'commendatore' che su tutto vigila ed a cui fanno capo tutte le decisioni - ed è ormai noto che nei suoi lunghi anni di permanenza a via del 'Collegio romano' (sede del Ministero) di cappellate ne abbia prese più d'una. Ma occorre tenerselo, perchè non si riesce a disarcionarlo. I suoi protettori sono troppo forti e non lo mollano, sapendo di quale grande potere egli sia, indirettamente, punto di riferimento. In Italia il solo ministero dà alle Fondazioni liriche un paio di centinaia di milioni di Euro, ogni anno , e con la legge Bray 'salva fondazioni' altri sono lì pronti per essere dispensati alle fondazioni inguaiate, per debiti, ma desiderose - almeno sulla carta e nel segno dei buoni propositi - di sistemare le cose.
Resta fuori anche Santa Cecilia che ha uno statuto a sè al quale ora si aggiunge anche alla riconosciuta autonomia, che prevede che il presidente dell'Accademia, che poi il Ministero nominerà Sovrintendente, venga eletto dai musicisti. Un privilegio difeso a denti stretti da sempre con la scusa che i musicisti sappiano far meglio dei politici e, forti di tale convinzione, non vogliono che nella loro storica confraternita, estranei ci mettano il naso.
Mentre tutti sappiamo quali grandi manovre si stiano preparando e da tempo all'Accademia, esattamente da quando si sa dello scioglimento dell'attuale consiglio di amministrazione, dove sono presenti parecchi 'accademici' ceciliani, che se poi si va a vedere sono gli stessi che siedono nel consiglio di amministrazione della consorella Accademia Filarmonica Romana, sorella minore di quella ceciliana ma con una storia, più recente sì, ma nello stesso tempo altrettanto gloriosa che ora ha come presidente Paolo Baratta. (NON MANCA CHI VEDE ALL'OMBRA DELLA MUSICA QUALCHE ALTRA CONSORTERIA SEGRETA, MA NON TANTO). Vi dice qualcosa Il nome di Baratta? Se no, vi diciamo che è l'attuale presidente della Biennale veneziana, già al secondo o terzo mandato, in scadenza, che però chiede di esser confermato per fare le nomine dei responsabili dei vari settori che saranno in carica per i prossimi anni. Avete capito? Sì, è proprio ciò che state pensando. Baratta è uno di quei boiardi di Stato, anche bravo, che però non molla mai l'osso; di estrazione politica dichiarata di sinistra, molto amato dalla Natalia Aspesi, allo stesso modo in cui ci ha fatto capire di amare Lissner, ma non altrettanto Pereira.
Santa Cecilia, che piange da tempo l'uscita di scena, per ora solo minacciata, di Cagli - e chi l'ha detto che uscirà veramente di scena, passando il testimone ad un giovane aitante che in questi ultimi anni s'è cresciuto, istruendolo in ogni cosa - si prepara alla seconda tornata di elezioni, dalla quale potrebbe uscire il nome del nuovo presidente/sovrintendente, che a santa Cecilia, trattandosi di musicista (ma non è sempre così, come nel caso di... indovinate!) assomma anche la carica di direttore artistico (cosa che andrebbe rivista, perchè troppi gli incarichi per un sol uomo - forse non sarebbe male che il sovrintendente cedesse ad altri la direzione artistica, come già aveva fatto intravedere uno dei candidati delle passate elezioni interne, Giorgio Battistelli - come accade ora, essendo quella direzione artistica affollatissima di segretari artistici e coordinatori e consulenti, tutti ovviamente ben pagati, otre il sovrintendente/direttore artistico ed il direttore musicale).
La seconda tornata è fissata per il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, augurandoci tutti noi che la santa aiuti tanti ciechi, o semplicemente 'presbiti', accademici i quali nella prima tornata del 13 ottobre avevano dato 18 voti a Dall'Ongaro - il 'Commendatore' dell'Accademia, con la benedizione di Cagli, 10 voti a Battistelli e 10 a Cagli, il quale ultimo non si è ritirato dall'agone, nonostante gli annunci strazianti della vigilia e l'assenza di pressioni da parte degli accademici a restare.
Insomma mentre si attende il 13 dicembre traffici inimmaginabili stanno accadendo sotto la sguardo tenero e compassionevole della Santa della musica.
Fin d'ora, prima che si giunga alla fatidica data, ci impegniamo a tracciare un profilo dei candidati, accennando anche alle chances rispettive, ma anche a qualche irregolarità verificatasi al momento dell' ingresso fra gli accademici. Si tratta di cose che gli addetti ai lavori conoscono, seppure non tutti, ma il grande pubblico, che deve capire come vanno queste cose al mondo, non sa e neppure immagina. Le cose, si converrà, non sono così tranquillizzanti, e non vanno poi tanto bene neppure nelle storica 'Congregazione dei musici in Roma, sotto la protezione di Santa Cecilia', come si chiamava dapprincipio la gloriosa Accademia di Santa Cecilia.
Il ministro Franceschini, il primo con la barba dopo anni, ed il solito direttore generale, Nastasi, quello grande e grosso, dai tempi di Urbani al dicastero - chi era costui? - naturalmente controllano e si spartiscono le nomine, già preventivamente filtrate con i loro occhi - con gli occhi di Franceschini e Nastasi - dai solerti membri dei consigli di indirizzo e dai loro presidenti, che sono poi i sindaci delle città che ospitano i teatri. Con la qual cosa si chiude il cerchio che ricongiunge le istituzioni, anche culturali del nostro paese, alla politica.
Che c'entrerà mai la politica con le suddette istituzioni? C'entra moltissimo. Dai buoni rapporti con il potere dipendono l'ammontare dei finanziamenti, seppur soggetti a regole apparentemente ferree; i vari premi congiunti a tali finanziamenti; i finanziamenti extra relativi alla promozione di questo o quel teatro, e,infine, quelli relativi alle tournée ecc...insomma teatri e politica non sono indifferenti. E qui per politica si intende, quando si parla di grosse cifre, esclusivamente il Direttore generale ed il Ministro, contando pressoché nulla le varie commissioni consultive nominate dal ministro ( precisiamo: dal direttore generale che ha sempre le mani in pasta mentre i ministri vanno ad inaugurare musei e monumenti ma si occupano meno della cucina del ministero dove si preparano spesso anche piatti avvelenati) nell'ottica che preferisce persone dal 'sissignore' facile, cioè ubbidientissime. Si vedano i componenti della commissione Musica, da poco rinnovata, per convincersi.
Da questo giro di valzer, l'ennesimo, restano fuori due fondazioni. La Scala, che ormai ha dato mandato, come sovrintendente, a Pereira, ma 'a termine', e cioè fino alla fine del 2015 - poi si vedrà. Nel frattempo, il ministero, d'accordo con Pisapia, se regge all'EXPO, già si prepara alle grandi manovre. Anche per la Scala s'era fatto il nome, nelle more della nomina di Pereira, dopo l'annuncio della partenza anticipata di Lissner, indovinate di chi? di Salvo Nastasi. E, cioè, del 'grande e grosso ' direttore generale, il 'convitato di pietra' della cultura italiana, l'ingombrante 'commendatore' che su tutto vigila ed a cui fanno capo tutte le decisioni - ed è ormai noto che nei suoi lunghi anni di permanenza a via del 'Collegio romano' (sede del Ministero) di cappellate ne abbia prese più d'una. Ma occorre tenerselo, perchè non si riesce a disarcionarlo. I suoi protettori sono troppo forti e non lo mollano, sapendo di quale grande potere egli sia, indirettamente, punto di riferimento. In Italia il solo ministero dà alle Fondazioni liriche un paio di centinaia di milioni di Euro, ogni anno , e con la legge Bray 'salva fondazioni' altri sono lì pronti per essere dispensati alle fondazioni inguaiate, per debiti, ma desiderose - almeno sulla carta e nel segno dei buoni propositi - di sistemare le cose.
Resta fuori anche Santa Cecilia che ha uno statuto a sè al quale ora si aggiunge anche alla riconosciuta autonomia, che prevede che il presidente dell'Accademia, che poi il Ministero nominerà Sovrintendente, venga eletto dai musicisti. Un privilegio difeso a denti stretti da sempre con la scusa che i musicisti sappiano far meglio dei politici e, forti di tale convinzione, non vogliono che nella loro storica confraternita, estranei ci mettano il naso.
Mentre tutti sappiamo quali grandi manovre si stiano preparando e da tempo all'Accademia, esattamente da quando si sa dello scioglimento dell'attuale consiglio di amministrazione, dove sono presenti parecchi 'accademici' ceciliani, che se poi si va a vedere sono gli stessi che siedono nel consiglio di amministrazione della consorella Accademia Filarmonica Romana, sorella minore di quella ceciliana ma con una storia, più recente sì, ma nello stesso tempo altrettanto gloriosa che ora ha come presidente Paolo Baratta. (NON MANCA CHI VEDE ALL'OMBRA DELLA MUSICA QUALCHE ALTRA CONSORTERIA SEGRETA, MA NON TANTO). Vi dice qualcosa Il nome di Baratta? Se no, vi diciamo che è l'attuale presidente della Biennale veneziana, già al secondo o terzo mandato, in scadenza, che però chiede di esser confermato per fare le nomine dei responsabili dei vari settori che saranno in carica per i prossimi anni. Avete capito? Sì, è proprio ciò che state pensando. Baratta è uno di quei boiardi di Stato, anche bravo, che però non molla mai l'osso; di estrazione politica dichiarata di sinistra, molto amato dalla Natalia Aspesi, allo stesso modo in cui ci ha fatto capire di amare Lissner, ma non altrettanto Pereira.
Santa Cecilia, che piange da tempo l'uscita di scena, per ora solo minacciata, di Cagli - e chi l'ha detto che uscirà veramente di scena, passando il testimone ad un giovane aitante che in questi ultimi anni s'è cresciuto, istruendolo in ogni cosa - si prepara alla seconda tornata di elezioni, dalla quale potrebbe uscire il nome del nuovo presidente/sovrintendente, che a santa Cecilia, trattandosi di musicista (ma non è sempre così, come nel caso di... indovinate!) assomma anche la carica di direttore artistico (cosa che andrebbe rivista, perchè troppi gli incarichi per un sol uomo - forse non sarebbe male che il sovrintendente cedesse ad altri la direzione artistica, come già aveva fatto intravedere uno dei candidati delle passate elezioni interne, Giorgio Battistelli - come accade ora, essendo quella direzione artistica affollatissima di segretari artistici e coordinatori e consulenti, tutti ovviamente ben pagati, otre il sovrintendente/direttore artistico ed il direttore musicale).
La seconda tornata è fissata per il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, augurandoci tutti noi che la santa aiuti tanti ciechi, o semplicemente 'presbiti', accademici i quali nella prima tornata del 13 ottobre avevano dato 18 voti a Dall'Ongaro - il 'Commendatore' dell'Accademia, con la benedizione di Cagli, 10 voti a Battistelli e 10 a Cagli, il quale ultimo non si è ritirato dall'agone, nonostante gli annunci strazianti della vigilia e l'assenza di pressioni da parte degli accademici a restare.
Insomma mentre si attende il 13 dicembre traffici inimmaginabili stanno accadendo sotto la sguardo tenero e compassionevole della Santa della musica.
Fin d'ora, prima che si giunga alla fatidica data, ci impegniamo a tracciare un profilo dei candidati, accennando anche alle chances rispettive, ma anche a qualche irregolarità verificatasi al momento dell' ingresso fra gli accademici. Si tratta di cose che gli addetti ai lavori conoscono, seppure non tutti, ma il grande pubblico, che deve capire come vanno queste cose al mondo, non sa e neppure immagina. Le cose, si converrà, non sono così tranquillizzanti, e non vanno poi tanto bene neppure nelle storica 'Congregazione dei musici in Roma, sotto la protezione di Santa Cecilia', come si chiamava dapprincipio la gloriosa Accademia di Santa Cecilia.
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domenica 19 ottobre 2014
Ministro Giannini, chi non lavora nella scuola deve essere licenziato. Dagli annunci passi ai fatti
E' curioso che il ministro dell'Istruzione annunci- QUASI MINACCI - che in Italia deve essere possibile licenziare gli insegnanti che non fanno il loro dovere. Sta CHIEDENDO il permesso? A chi? ai SINDACATI?
Nella scuola come in qualunque altro settore di occupazione chi non lavora, in tutto il mondo, viene mandato a casa o comunque punito.
Facendo attenzione ad evitare eventuali epurazioni, come qualche volta accade di vedere, senza pensarci due volte, chi non lavora viene licenziato.
Che simili casi siano frequenti nella scuola come in qualunque altro settore, almeno fino all'altro ieri- fin quando cioè noi eravamo in servizio presso il Conservatorio dell'Aquila e prima di Firenze e Perugia e Roma, di casi di insegnanti inadempienti ne abbiamo conosciuto, anche se ora la memoria non ci fa venire in mente singoli specifici casi ed i nomi degli inadempienti. ma i direttori delle scuole, i cosiddetti dirigenti scolastici, conoscono uno per uno i loro nomi, a meno che non stiano sempre rintanati nel loro ufficio e di quel che avviene nelle classi non si danno pena, perché meglio non guardare per non sapere e non dover prendere di conseguenza i necessari provvedimenti. I sindacati, qualora volessero difendere certe situazioni indifendibili devono essere messi a tacere e resi incapace di danneggiare il sistema scolastico.
Ciò che però colpisce è ascoltare un annuncio che non sarebbe per nulla necessario fare da parte del ministro, perchè licenziare i fannulloni che non fanno il proprio dovere è come dire che la mattina splende il sole, in una bella giornata estiva. Lapalissiano.
Perciò il ministro Giannini agisca immediatamente, per evitare che le cosiddette mele marce, poche o tante che siano, rechino danno agli studenti, il bene più prezioso di una società, la vera grande bellezza.
Nella scuola come in qualunque altro settore di occupazione chi non lavora, in tutto il mondo, viene mandato a casa o comunque punito.
Facendo attenzione ad evitare eventuali epurazioni, come qualche volta accade di vedere, senza pensarci due volte, chi non lavora viene licenziato.
Che simili casi siano frequenti nella scuola come in qualunque altro settore, almeno fino all'altro ieri- fin quando cioè noi eravamo in servizio presso il Conservatorio dell'Aquila e prima di Firenze e Perugia e Roma, di casi di insegnanti inadempienti ne abbiamo conosciuto, anche se ora la memoria non ci fa venire in mente singoli specifici casi ed i nomi degli inadempienti. ma i direttori delle scuole, i cosiddetti dirigenti scolastici, conoscono uno per uno i loro nomi, a meno che non stiano sempre rintanati nel loro ufficio e di quel che avviene nelle classi non si danno pena, perché meglio non guardare per non sapere e non dover prendere di conseguenza i necessari provvedimenti. I sindacati, qualora volessero difendere certe situazioni indifendibili devono essere messi a tacere e resi incapace di danneggiare il sistema scolastico.
Ciò che però colpisce è ascoltare un annuncio che non sarebbe per nulla necessario fare da parte del ministro, perchè licenziare i fannulloni che non fanno il proprio dovere è come dire che la mattina splende il sole, in una bella giornata estiva. Lapalissiano.
Perciò il ministro Giannini agisca immediatamente, per evitare che le cosiddette mele marce, poche o tante che siano, rechino danno agli studenti, il bene più prezioso di una società, la vera grande bellezza.
sabato 11 ottobre 2014
Gatti e Mariotti, ma anche Ernani, Chailly e Pereira
Gatti, Daniele Gatti. Gli hanno fatto fare il giro del mondo in quarantotto ore: da Firenze a Torino, dopo aver scartato definitivamente la Scala del suo amico Pereira, offerta al milanesissimo Chailly, tre quarti di nobiltà scaligera e milanese; alla fine l'ha scritturato Amsterdam. Chissà che non faccia lo stesso percorso che ha già fatto Chailly: Amsterdam, Lipsia e poi Milano. In fondo Gatti condivide anche con Chailly il medesimo destino, ottimi direttori entrambi, ma sempre secondi. Per capirci, se Pappano avesse deciso di mollare Londra e Roma , per trasferirsi a Milano, non ci sarebbe stata lotta; avrebbe vinto lui su Gatti e anche su Chailly, e Fournier sarebbe rimasto alla Scala, nonostante Pereira. Della serie 'se mia nonna ecc...ec... ma le cose non sono andate così.
A Bologna hanno fatto un contratto a Mariotti, 'in grande ascesa' - scrivono - della premiata ditta pesarese, dove il teatro passa le estati per la generosità di Mariotti padre.
A proposito di Bologna, anzi di Francesco Ernani, sovrintendente a Bologna, e prima a Roma, scrivono di lui, oggi, che ai tempi della sua sovrintendenza a Roma, si facevano qualcosa come 260 spettacoli, alzate di sipario, per essere più precisi, l'anno. Con tutta la stima per Ernani, 260 ci sembran troppi. Ma forse noi ci siamo distratti e non abbiamo tenuto il conto.
A Bologna hanno fatto un contratto a Mariotti, 'in grande ascesa' - scrivono - della premiata ditta pesarese, dove il teatro passa le estati per la generosità di Mariotti padre.
A proposito di Bologna, anzi di Francesco Ernani, sovrintendente a Bologna, e prima a Roma, scrivono di lui, oggi, che ai tempi della sua sovrintendenza a Roma, si facevano qualcosa come 260 spettacoli, alzate di sipario, per essere più precisi, l'anno. Con tutta la stima per Ernani, 260 ci sembran troppi. Ma forse noi ci siamo distratti e non abbiamo tenuto il conto.
venerdì 10 ottobre 2014
Teatro Regio di Torino. Vergnano, Noseda, Fournier
Vergano e Noseda non possono più convivere, ormai fanno vita da separati in casa, o l'uno o l'altro deve andar via. Non possono più restare ambedue ai vertici del Regio di Torino - è quanto scrivevano a settembre i giornali bene informati , come la Stampa, la quale aggiungeva che l'assessore alla cultura di Torino, Braccialarghe, sparava a zero sia contro l'uno che contro l'altro, avendo per ciascuno pallottole dedicate.
Poi il miracolo: Vergnano vuole che Noseda vada via? E Noseda resta. Noseda , che aveva fatto da testimone di nozze a Vergnano, vuole separarsi definitivamente da lui, e Vergnano resta. Quale salutare balsamo abbia usato Fassino non è dato sapere, nè possiamo pensare che il balsamo usato abbia nome e cognome e cioè: Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico del Teatro alla Scala dal 2007, sotto Lissner, e prima con il medesimo, o quasi, incarico a Santa Cecilia, e prima ancora al Maggio Fiorentino, dopo un passaggio con Henze a Montepulciano e con Bussotti alla Biennale - ma qui parliamo dei tempi della seconda guerra mondiale. Fournier ha sessantasette anni, è sposato a Leonetta Bentivoglio, ed è papa di un giovanissimo compositore, appena diciassettenne che proprio l'altro ieri, in concomitanza con la sua candidatura a Torino, ha debuttato al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno con una operina (melologo), nell'ambito del festival gestito da Ada Gentile, 'Nuovi spazi musicali'.
Gaston Fournier ha un curriculum di tutto rispetto, come attendente alla direzione artistica, e in aggiunta 'conosce le lingue', che oggi conta assai - si diceva la stessa cosa di Cesare Mazzonis, tanti anni fa, quando da mancato cantante, alle dipendenze di Francesco Siciliani, giunse alla Scala, dopo l'esperienza alla RAI di Roma, che noi ricordiamo per una sua prova di grande meschinità nei nostri confronti - che un giorno racconteremo.
Però questo non bastava al cursus honorum di Fournier, se hanno ritenuto di dover aggiungere sue esperienze artistiche sia al Covent Garden che al Festival di Salisburgo. Bugie millantate che nel suo curriculum istituzionale nel sito della Scala, ovviamente, non compaiono. Con Londra e Salisburgo, nonostante parli molte lingue, non ha mai avuto rapporti professionali inerenti la direzione artistica, se non forse in occasione di coproduzioni con Santa Cecilia o con la Scala, dove invece, come si sa, ha lavorato. E questo per Torino dovrebbe bastare ed avanzare.
Con Londra, ad essere precisi, forse sì. Quando ci è andato con l'avv. Vittorio Ripa di Meana, sotto la gestione Berio a Santa Cecilia, per fare concretamente al m. Pappano, la proposta di venire a Roma. Pappano lo aveva segnalato lui a Berio, fidandosi innanzitutto delle prime interviste fatte da sua moglie, Leonetta Bentivoglio al direttore, per Repubblica, quando era a Bruxelles e forse ancora non si sapeva della sua andata a Londra. Fatto sta che Pappano viene a Roma, dopo la morte di Berio, quando succede al compositore il poeta musicologo Cagli, alla presidenza di Santa Cecilia. Pappano arriva a Roma, ma la convivenza , nella direzione artistica fra Fournier e Bucarelli - della corte di Cagli - non funziona. Fournier prende la strada di Milano - noi pensammo per 'spianare la via dell'arrivo a Pappano, al termine del suo mandato a Roma e Londra', come poi non è stato. Che la sua partenza da Roma fosse il frutto dell'evidente dissidio con Cagli, fu a tutti esplicitamente noto, quando Cagli alla presentazione della prima stagione senza l'aiuto di Fournier, non lo ringraziò neppure a denti stretti, come si usa fare fra persone civili, e dovette farlo Pappano che a Fournier e sua moglie, Bentivoglio, doveva riconoscere qualche parte nella sua venuta a Roma. Solo noi facemmo notare lo sgarbo.
Ed ancora noi, oggi, facciamo notare che non c'era assolutamente bisogno che facesse scrivere delle sue inesistenti esperienze a Londra e Saliburgo, quasi che Roma, Firenze e Milano non fossero sufficienti ad accreditarlo presso un teatro italiano non di primissima grandezza, e dove certamente non è tornata la pace fra sovrintendente (attaccato alla poltrona da ormai 15 anni) e direttore musicale (con grande voglia di crescere) come forse fra breve riemergerà. In quel caso Fournier, che alle prime armi ebbe esperienza anche diplomatica, dovrà usare anche quella sua arma segreta per non vivere in un inferno a Torino.
Poi il miracolo: Vergnano vuole che Noseda vada via? E Noseda resta. Noseda , che aveva fatto da testimone di nozze a Vergnano, vuole separarsi definitivamente da lui, e Vergnano resta. Quale salutare balsamo abbia usato Fassino non è dato sapere, nè possiamo pensare che il balsamo usato abbia nome e cognome e cioè: Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico del Teatro alla Scala dal 2007, sotto Lissner, e prima con il medesimo, o quasi, incarico a Santa Cecilia, e prima ancora al Maggio Fiorentino, dopo un passaggio con Henze a Montepulciano e con Bussotti alla Biennale - ma qui parliamo dei tempi della seconda guerra mondiale. Fournier ha sessantasette anni, è sposato a Leonetta Bentivoglio, ed è papa di un giovanissimo compositore, appena diciassettenne che proprio l'altro ieri, in concomitanza con la sua candidatura a Torino, ha debuttato al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno con una operina (melologo), nell'ambito del festival gestito da Ada Gentile, 'Nuovi spazi musicali'.
Gaston Fournier ha un curriculum di tutto rispetto, come attendente alla direzione artistica, e in aggiunta 'conosce le lingue', che oggi conta assai - si diceva la stessa cosa di Cesare Mazzonis, tanti anni fa, quando da mancato cantante, alle dipendenze di Francesco Siciliani, giunse alla Scala, dopo l'esperienza alla RAI di Roma, che noi ricordiamo per una sua prova di grande meschinità nei nostri confronti - che un giorno racconteremo.
Però questo non bastava al cursus honorum di Fournier, se hanno ritenuto di dover aggiungere sue esperienze artistiche sia al Covent Garden che al Festival di Salisburgo. Bugie millantate che nel suo curriculum istituzionale nel sito della Scala, ovviamente, non compaiono. Con Londra e Salisburgo, nonostante parli molte lingue, non ha mai avuto rapporti professionali inerenti la direzione artistica, se non forse in occasione di coproduzioni con Santa Cecilia o con la Scala, dove invece, come si sa, ha lavorato. E questo per Torino dovrebbe bastare ed avanzare.
Con Londra, ad essere precisi, forse sì. Quando ci è andato con l'avv. Vittorio Ripa di Meana, sotto la gestione Berio a Santa Cecilia, per fare concretamente al m. Pappano, la proposta di venire a Roma. Pappano lo aveva segnalato lui a Berio, fidandosi innanzitutto delle prime interviste fatte da sua moglie, Leonetta Bentivoglio al direttore, per Repubblica, quando era a Bruxelles e forse ancora non si sapeva della sua andata a Londra. Fatto sta che Pappano viene a Roma, dopo la morte di Berio, quando succede al compositore il poeta musicologo Cagli, alla presidenza di Santa Cecilia. Pappano arriva a Roma, ma la convivenza , nella direzione artistica fra Fournier e Bucarelli - della corte di Cagli - non funziona. Fournier prende la strada di Milano - noi pensammo per 'spianare la via dell'arrivo a Pappano, al termine del suo mandato a Roma e Londra', come poi non è stato. Che la sua partenza da Roma fosse il frutto dell'evidente dissidio con Cagli, fu a tutti esplicitamente noto, quando Cagli alla presentazione della prima stagione senza l'aiuto di Fournier, non lo ringraziò neppure a denti stretti, come si usa fare fra persone civili, e dovette farlo Pappano che a Fournier e sua moglie, Bentivoglio, doveva riconoscere qualche parte nella sua venuta a Roma. Solo noi facemmo notare lo sgarbo.
Ed ancora noi, oggi, facciamo notare che non c'era assolutamente bisogno che facesse scrivere delle sue inesistenti esperienze a Londra e Saliburgo, quasi che Roma, Firenze e Milano non fossero sufficienti ad accreditarlo presso un teatro italiano non di primissima grandezza, e dove certamente non è tornata la pace fra sovrintendente (attaccato alla poltrona da ormai 15 anni) e direttore musicale (con grande voglia di crescere) come forse fra breve riemergerà. In quel caso Fournier, che alle prime armi ebbe esperienza anche diplomatica, dovrà usare anche quella sua arma segreta per non vivere in un inferno a Torino.
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giovedì 9 ottobre 2014
Sull'Opera di Roma il silenzio dei giornali. E' già storia vecchia?
L'Opera
di Roma oggi è scomparsa del tutto dai giornali, storia vecchia
ormai. Ma, davvero, non c'è nulla di nuovo?
Così
non sembra a noi, dopo le rivelazioni, ancora più allarmanti delle
precedenti di Fuortes, ieri. Cosa ha detto di così allarmante, dopo
aver fatto la faccia feroce ( licenziamenti)? Ha detto, ma questo è
già noto, che nessuno resterà disoccupato, che tutti saranno
riassunti ( ma allora perché esternalizzarli, verrebbe da
domandarsi), precisando, però, che l'epoca del posto fisso è
chiusa definitivamente e che ogni tre quattro anni anche le orchestre
stabili dovranno essere sottoposte a verifiche professionali. Questa
sì sacrosanta decisione.
Se
venisse applicata a tutte le categorie che oggi plaudono alla
decisione di Fuortes, a cominciare dai giornalisti...
Sulla
precarizzazione, ormai quasi una moda ed una bandiera, qualche
riflessione. A margine della riforma del lavoro appena avviata dal
governo, c'è una direttiva che accorda incentivi fiscali ai
datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato: dunque
l'obiettivo è quello di non precarizzare ulteriormente, anzi di
andare sempre più verso il tempo 'indeterminato'. E si parla anche
di un sistema che via via assicuri maggiore protezione. In questo
panorama normativo, costituirebbero una eccezione le orchestre,
organismi che, pur sottoposti a verifiche professionali periodiche,
hanno bisogno di una stabilità per dare il meglio di sé. Ma questo,
ovviamente, nè Franceschini, nè Marino e neppure Fuortes possono
saperlo e capirlo, anche se dovrebbero.
Ma
Fuortes ha rivelato anche altri particolari. Ha detto che nel corso
di quest'anno ha firmato, autorizzandoli, quasi 1000 permessi
artistici, ha detto anche che l'orchestra lavora solitamente al 48%
dei suoi componenti, e che l'organico necessario per ogni recita, per
effetto delle regole sindacali che nessuno osa ancora toccare, viene
raggiunto con esterni contrattualizzati per i singoli titoli. Anche
per il prossimo 'Rigoletto', ha dovuto ricorrere a 38 aggiunti sul
totale di poco più di 70 strumenti richiesti dall'organico, e su
un'orchestra che conta 90 professori fissi.
Sono
questi i veri mali, oltre naturalmente agli scioperi duri che - lo
ricordava questi giorni Gisella Belgieri - portarono alla disastrosa
chiusura delle orchestra sinfoniche della RAI di Roma, Milano e
Napoli, dando un colpo durissimo al sistema della musica sinfonica in
Italia.
Fuortes
lo dice solo ora? E aggiunge anche che ormai 'Aida' è sfumata perché - ha detto - vale la pena investire 1 milione di Euro nella sua
produzione, se l'esito non è scontato? Come come? Tutte ora dobbiamo
venire a saperle questa anomalie, compresa quella del costo di un
allestimento, che si annunciava di 'luci e proiezioni', e che
apprendiamo sarebbe costata intorno al Milione di Euro? Le notizie di
tali sprechi Fuortes li ha tirati fuori solo ora, quando s'è visto
mezzo mondo della musica italiana contro, forse per dire: non mi fate
parlare altrimenti ogni giorno tiro fuori altri disastri ai quali si
assiste da tempo senza che nessuna opposizione e stop venga avanzato.
Certo
avrebbe una ragione, una delle poche, dalla sua, Fuortes. Ma ci
meraviglia che lui, proprio lui, che si intende di amministrazione,
non abbia cominciato, alle prime avvisaglie delle manifestazioni
sindacali, a dire agli scioperanti: signori...non si può andare
avanti così. Non abbiamo più soldi e voi continuate a chiedere
privilegi? Tutti questi permessi artistici non li autorizzo e non
chiamo esterni per ogni produzione, come costretto a fare; 90
strumentisti, devono bastare. E poi, e poi anche la storia del costo
della produzione di 'Aida'. Signori, 1 milione di Euro per la
produzione, a causa della presenza di Muti? Sta forse in queste cose,
non dette, una delle cause della uscita di scena del grande
direttore, che forse avrebbe preteso troppo da un teatro con le casse
vuote?
Muti,
infine. Oggi la sua esegeta più accreditata, Rita Sala sul
Messaggero, scrive di un concerto di Muti con i Wiener ad Oslo. Ed
anche della sua prossima tournée con l'Orchestra Cherubini, che
prenderà il via da Firenze e, dopo aver toccato Napoli, Altamura e
Foggia, per 'consacrare con la musica' luoghi teatrali nuovi o
recentemente riaperti, terminerà e Bari ( Petruzzelli), dove era
andato nel dicembre 2009, il 21 . Una data che ricordiamo molto
bene, perchè all'indomani di quel concerto, Muti venne in macchina,
accompagnato da sua moglie e da Nastasi, ad inaugurare ufficialmente
la nuova sede ' provvisoria' del Conservatorio 'Casella'
dell'Aquila, dove allora anche noi insegnavamo. Per questo gli siamo
immensamente grati.
Appena
diffusasi la notizia che Muti sarebbe andato a Firenze nel nuovo
Teatro dell'Opera, subito s'è cominciato a dire che Nardella, il
nuovo sindaco di Firenze, se la notizia dell'abbandono di Zubin Mehta
risultasse vera, spererebbe che Muti accetti di tornare a Firenze a
capo del Maggio, dove aveva iniziato la sua folgorante carriera di
direttore.
Se
un consiglio possiamo darlo al maestro, per l'affetto e la stima che
ci lega a lui, il consiglio è di lasciar perdere, perché non c'è
due senza tre, nel senso dell'accettazione seguita da abbandono.
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mercoledì 24 settembre 2014
Solidarietà fra teatri d'opera all'insegna del 'mors tua vita mea', dopo l'addio di Muti
Muti l'ha detto nella sua lettera d'addio ufficiale a Fuortes ( ve ne sarebbe anche una privata della quale a noi, sinceramente, non importa un bel niente), pubblicata oggi in fac-simile dal Messaggero: in Italia desidero dedicarmi prevalentemente alla mia orchestra Cherubini. Punto e basta. E gli altri teatri che navigano in acque infide assai simili a quelle romane, cosa fanno?, supplicano Muti di andare ad annegare da loro. Loro lo aspettano a braccia aperte; e Muti dovrebbe essere così stupido da accettare un altro simile abbraccio mortale in Italia? Lo invoca Napoli con un invito che rasenta il ridicolo: 'Riccà, napule aspiett' a te!'; dimenticando che Muti, da Chicago, per bocca del suo amicissimo Isotta-si lesse sulCorriere - dopo le porcherie del San Carlo durante i Mondiali di calcio disse che nella sua geografia professionale, Napoli l'aveva cancellata definitivamente. Insiste Firenze, ricordando al maestro i suoi trascorsi inizi fiorentini, auspice Vlad, Roman non Alessio, al cui invito, pensando ad Alessio, il maestro potrebbe rispondere, per tagliar corto: abbiamo già dato.
Naturalmente piovono inviti anche dall'estero; chi non lo vorrebbe Muti, anche se solo per dirigere un titolo a stagione, o anche a stagioni alterne. Solo Roma è stata così fessa da lasciarselo scappare. In questo coro generale, fra gli stranieri spicca Vienna, dove l' ultima volta di Muti all'Opera di Stato austriaca, meno di dieci anni fa, è stata con Mozart (Così fan tutte); e Mozart anche la penultima ( Nozze di Figaro). Se Muti decidesse di dirigere in questo o quel teatro, tolti ovviamente Scala e Roma, ma anche Napoli e Firenze ecc... - per l'Italia, unica isola felice, sarebbe in laguna, la Fenice - gli si organizzerebbe qualche recita con il titolo che desidera in ventiquattr'ore; prove, recite e via, senza entrare più nei meccanismi di organizzazione e gestione del teatro, come ha fatto esperienza diretta a Milano ed indiretta a Roma, con i risultati che sappiamo.
Adesso il maestro è abbastanza avveduto per capire che , in qualunque posto del mondo, anche fosse il miglior direttore esistente, sempre meglio farsi vedere per breve tempo, fare il pattuito e poi scappare, facendosi ringraziare e semmai rimpiangere; mai restare un minuto di più con il pericolo di dover fare poi una ritirata che certamente non gli fa fare una bella figura.
Muti, per tornare a Roma, in realtlà non avrebbe dovuto accettare l'invito dell'Opera, avrebbe dovuto rifiutarlo, gentilmente, ma rifiutarlo, ancora prima di insediarsi in quell'incarico davvero buffo di 'direttore onorario a vita'. E, del resto, dopo i primi entusiasmi, quando capì che le cose a Roma non erano così tranquille come gli avevano dato ad intendere - e forse lui stesso aveva finto di capire se pensiamo che poi l'incarico che si voleva per lui egli stesso ridimensionò tantissimo, temendo quel che poi è accaduto - doveva prendere un fugone. Invece dette ascolto alle lusinghe romane, ai suoi amici, ed ora s'è trovato nei guai. Sarebbe davvero stolto se ci cascasse ancora. Perchè in Italia non sì è capito che la festa è finita e che per ricostruire occorre smettere privilegi e esigenze ingiustificate e lavorare di più.
Naturalmente piovono inviti anche dall'estero; chi non lo vorrebbe Muti, anche se solo per dirigere un titolo a stagione, o anche a stagioni alterne. Solo Roma è stata così fessa da lasciarselo scappare. In questo coro generale, fra gli stranieri spicca Vienna, dove l' ultima volta di Muti all'Opera di Stato austriaca, meno di dieci anni fa, è stata con Mozart (Così fan tutte); e Mozart anche la penultima ( Nozze di Figaro). Se Muti decidesse di dirigere in questo o quel teatro, tolti ovviamente Scala e Roma, ma anche Napoli e Firenze ecc... - per l'Italia, unica isola felice, sarebbe in laguna, la Fenice - gli si organizzerebbe qualche recita con il titolo che desidera in ventiquattr'ore; prove, recite e via, senza entrare più nei meccanismi di organizzazione e gestione del teatro, come ha fatto esperienza diretta a Milano ed indiretta a Roma, con i risultati che sappiamo.
Adesso il maestro è abbastanza avveduto per capire che , in qualunque posto del mondo, anche fosse il miglior direttore esistente, sempre meglio farsi vedere per breve tempo, fare il pattuito e poi scappare, facendosi ringraziare e semmai rimpiangere; mai restare un minuto di più con il pericolo di dover fare poi una ritirata che certamente non gli fa fare una bella figura.
Muti, per tornare a Roma, in realtlà non avrebbe dovuto accettare l'invito dell'Opera, avrebbe dovuto rifiutarlo, gentilmente, ma rifiutarlo, ancora prima di insediarsi in quell'incarico davvero buffo di 'direttore onorario a vita'. E, del resto, dopo i primi entusiasmi, quando capì che le cose a Roma non erano così tranquille come gli avevano dato ad intendere - e forse lui stesso aveva finto di capire se pensiamo che poi l'incarico che si voleva per lui egli stesso ridimensionò tantissimo, temendo quel che poi è accaduto - doveva prendere un fugone. Invece dette ascolto alle lusinghe romane, ai suoi amici, ed ora s'è trovato nei guai. Sarebbe davvero stolto se ci cascasse ancora. Perchè in Italia non sì è capito che la festa è finita e che per ricostruire occorre smettere privilegi e esigenze ingiustificate e lavorare di più.
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giovedì 7 agosto 2014
Chi fa da sé, non farà mai niente, perchè è meglio essere male accompagnati che soli. Tutino e Triola: storia di un'antica amicizia non tradita
Ci corre l'obbligo di avvertire che alla modifica radicale del famoso detto popolare ' chi fa da sé fa per tre', siamo giunti dopo attenta riflessione e sulla base di infiniti esempi pratici, dove l'avanzare solo per propri meriti, senza l'aiuto e l'appartenenza a combriccole, compagnie, a logge e loggette, non è contemplato. Chi vuole viaggiare nel mondo e nelle professioni 'in solitaria', andando avanti ma anche qualche volta arretrando, corre seri rischi, primo fra i quali quello di non raggiungere mai la meta. O quantomeno di raggiungerla così tardi, che forse tanta fatica non serviva, potendo egli restare vicino al punto di partenza, con il vantaggio di non dover lottare come invece è condannato a fare se la sua determinazione a conseguire i traguardi desiderati fosse incontenibile.
Il pensatore D'Agostino, che a noi fa letteralmente impressione, diciamo così, il tenutario di 'Dagospia' una volta nel comunicare la sua filosofia di vita, ammetteva che prima di tutto occorre crearsi un gruppo, od entrare in uno esistente, o una compagnia, stanziale o di giro; mai pensare di poter procedere da soli perchè, le presunte gratificazioni personali non sono che inutili consolazioni.
E' sempre e comunque necessario,perciò, saltare su qualche carro già in movimento o sbracciarsi per trovare un posto nelle tante logge dalle quali il mondo sottostante si vede con altri occhi?
Sì, sempre e comunque, è la risposta affermativa.
Ieri leggevamo di Tutino in procinto di debuttare, prima ancora che a San Francisco, prossimo giugno, con la sua nuova opera tratta da 'La ciociara', a Budapest con 'Le braci' tratta dal best seller di Sandor Marai, nella quale si racconta di un'amicizia tradita; che certamente non è quella di Tutino con Alberto Triola, ora direttore artistico a Firenze ed a Martina Franca ed un tempo dipendente di Tutino al Comunale di Bologna, dove dirigeva la scuola di avviamento professionale all'Opera per cantanti - quella scuola che aveva scelto a simbolo una bellona con tatuaggio sulla spalla. Perché Triola, in nome di quella amicizia che non si scorda mai, ha già prenotato la nuova opera del suo vecchio capo, sia per la stagione del Teatro dell'Opera di Firenze che per il Festival di Martina Franca.
La storia insegna che nessuno deve poter pensare di far da sé tutto, e che, contrariamente anche all'altro detto popolare: ' meglio soli che male accompagnati', è meglio essere male accompagnati che soli. Naturalmente, nel caso di Tutino, la compagnia comunque non è malamente.
Il pensatore D'Agostino, che a noi fa letteralmente impressione, diciamo così, il tenutario di 'Dagospia' una volta nel comunicare la sua filosofia di vita, ammetteva che prima di tutto occorre crearsi un gruppo, od entrare in uno esistente, o una compagnia, stanziale o di giro; mai pensare di poter procedere da soli perchè, le presunte gratificazioni personali non sono che inutili consolazioni.
E' sempre e comunque necessario,perciò, saltare su qualche carro già in movimento o sbracciarsi per trovare un posto nelle tante logge dalle quali il mondo sottostante si vede con altri occhi?
Sì, sempre e comunque, è la risposta affermativa.
Ieri leggevamo di Tutino in procinto di debuttare, prima ancora che a San Francisco, prossimo giugno, con la sua nuova opera tratta da 'La ciociara', a Budapest con 'Le braci' tratta dal best seller di Sandor Marai, nella quale si racconta di un'amicizia tradita; che certamente non è quella di Tutino con Alberto Triola, ora direttore artistico a Firenze ed a Martina Franca ed un tempo dipendente di Tutino al Comunale di Bologna, dove dirigeva la scuola di avviamento professionale all'Opera per cantanti - quella scuola che aveva scelto a simbolo una bellona con tatuaggio sulla spalla. Perché Triola, in nome di quella amicizia che non si scorda mai, ha già prenotato la nuova opera del suo vecchio capo, sia per la stagione del Teatro dell'Opera di Firenze che per il Festival di Martina Franca.
La storia insegna che nessuno deve poter pensare di far da sé tutto, e che, contrariamente anche all'altro detto popolare: ' meglio soli che male accompagnati', è meglio essere male accompagnati che soli. Naturalmente, nel caso di Tutino, la compagnia comunque non è malamente.
sabato 14 giugno 2014
Mineo chi? la vendetta
La frase ' Mineo chi?' - che ovviamente non ha nulla di offensivo, ed è stata già ascoltata, con diversa declinazione, in anni recenti, riferita ad di un signore chiamato per nome: Michele chi?, e perciò baciato dalla fama, per cui basta il nome - l'ha pronunciata nel bollore dell'estate segnata dagli scandali dell'Expo e del Mose il nuovo sindaco di Firenze, Dario Nardella, al quale Mineo ha subito risposto per le rime: 'Nardella, chi cazzo è ?'. Mineo, lo sappiamo chi è: è stato fino a qualche anno fa a capo di un esercito di giornalisti RAI per il canale 'Rai News', dopo essere stato corrispondente estero per il TG3, nel quale era nato per volontà della levatrice Curzi, e dove si era prevalentemente formato.
Di Nardella, invece, sappiamo che s'è diplomato in violino al Cherubini di Firenze - ma non ha mai esercitato - e poi laureato in giurisprudenza, con dottorato a seguito, ma ha subito cominciato la carriera politica, avendo dalla sua la fortuna di essere sempre al fianco di vincitori, fino a sedersi sullo scranno più alto della città di Firenze, quella di sindaco, con la benedizione di Renzi, amico, protettore e predecessore. Rispetto a Mineo è giovane e quindi ha ancora tempo per dimostrare 'chi cazzo è'; e per dimostrarlo anche a Mineo che, chi è, l'ha già dimostrato. E sta proprio qui il problema di Mineo, come ha acutamente sottolineato qualche suo compagno di penna. Mineo da quando sta in Parlamento, è affetto della sindrome 'dell'abbandono' e 'dell'oscurità', lui che ogni mattina per un'oretta buona predicava dal teleschermo della sua rete 'All News' . Adesso, per restare a Mineo, a causa di tale sindrome da cui è evidentemente affetto, ha voluto dare una svolta alla sua vita di parlamentare, solo che, per la fretta, l'ha fatto in due occasioni che gli recano solo danno.
Ma questo non può e non deve autorizzare 'Nardella chi cazzo è?' a dargli addosso.
Di Nardella, invece, sappiamo che s'è diplomato in violino al Cherubini di Firenze - ma non ha mai esercitato - e poi laureato in giurisprudenza, con dottorato a seguito, ma ha subito cominciato la carriera politica, avendo dalla sua la fortuna di essere sempre al fianco di vincitori, fino a sedersi sullo scranno più alto della città di Firenze, quella di sindaco, con la benedizione di Renzi, amico, protettore e predecessore. Rispetto a Mineo è giovane e quindi ha ancora tempo per dimostrare 'chi cazzo è'; e per dimostrarlo anche a Mineo che, chi è, l'ha già dimostrato. E sta proprio qui il problema di Mineo, come ha acutamente sottolineato qualche suo compagno di penna. Mineo da quando sta in Parlamento, è affetto della sindrome 'dell'abbandono' e 'dell'oscurità', lui che ogni mattina per un'oretta buona predicava dal teleschermo della sua rete 'All News' . Adesso, per restare a Mineo, a causa di tale sindrome da cui è evidentemente affetto, ha voluto dare una svolta alla sua vita di parlamentare, solo che, per la fretta, l'ha fatto in due occasioni che gli recano solo danno.
Ma questo non può e non deve autorizzare 'Nardella chi cazzo è?' a dargli addosso.
sabato 5 aprile 2014
Genitori muratori
I muratori di cui abbiamo letto oggi sui giornali non hanno nulla da spartire con i muratori di massonica fede. Questi genitori non vogliono ricostruire l'universo o costruire il nuovo ordine del mondo come i fratelli con compasso e grembiulino, sono semplici genitori obbligati a fare i muratori, armati di cazzuola ed altri arnesi, per rendere le scuole in cui ogni giorno per tutta la mattina stazionano i loro figli meno schifose. Perchè lo Stato o i Comuni e le Province, che solitamente hanno il compito della manutenzione degli edifici scolastici - a proposito forse è la prima conseguenza pratica dell'abolizione delle Province? bel risultato! - non hanno i soldi per farlo. La notizia sembra essere stata accolta con stupore ma tutto sommato positivamente. A noi la notizia medesima ci fa inorridire. La comunità non ha i soldi per rendere i luoghi in cui i ragazzi passano buona parte della loro fanciullezza e prima giovinezza meno repellenti e deprimenti.
Sì, perché non è facile vincere la depressione che ti assale quando entri in un'aula scolastica con i muri scrostati e sporchi, i banchi schifosi ecc... ecc... e lo dice uno che ha passato quarant'anni della sua vita insegnando in scuole di ogni ordine e grado e non solo di Roma( Firenze, Latina, L'Aquila, Perugia ). E se facile non è per un insegnante a maggior ragione può passare indenne un allievo che si abitua da piccolo alla sciatteria, al sudiciume, alla mancanza di rispetto per la cosa pubblica. Cattive abitudini che porteranno - senza volerli giustificare; ma qualcuno dovrà incaricarsi di educarli! - ad atti di vandalismo, quando quei piccoli barbari che noi abbiamo formato ne saranno capaci, a scrivere (imbrattare) sui muri. Brutta storia.
Una volta accogliemmo la vista di un atto vandalico con semi accondiscendenza, dato che in quell'istituto tutto era in rovina, in malora. Parliamo del Liceo Castelnuovo, dove sulla porta di un'aula gli allievi in ore e d ore di lavoro - immaginiamo - avevano fatto un buco grande quanto una casa, sotto il quale avevano scritto 'Foro Italico'. La scritta , assai spiritosa, creativa ci sembrò potesse far passare in second'ordine lo scempio. A rifletterci non era, non poteva essere così. Oggi ce ne rendiamo conto, alla lettura della notizia che OBBLIGA i genitori ad arruolarsi come muratori, dopo aver conseguito il patentino abilitante.
E questo colpo di genio accade in un paese in cui Renzi ed il suo socio Cottarelli si dimenticano che i giudici costituzionali guadagnano sui 500 mila Euro l'anno; dove gli stipendi dei politici non si possono toccare perchè nel caso dovrebbero ritoccarseli essi stessi - e non lo faranno mai; dove le macchine blu continuano a sfrecciare per le strade della capitale ed in tutte le città in cui troneggiano i luoghi del potere; un paese che ha ambasciate in numero maggiore degli Stati Uniti e paga i suoi ambasciatori e similari come gli sceicchi ( ma anche qualche politico nostrano, straricco) pagano le escort per una serata anti noia... e potremmo continuare. Un paese al quale mai potremo abituarci.
Sì, perché non è facile vincere la depressione che ti assale quando entri in un'aula scolastica con i muri scrostati e sporchi, i banchi schifosi ecc... ecc... e lo dice uno che ha passato quarant'anni della sua vita insegnando in scuole di ogni ordine e grado e non solo di Roma( Firenze, Latina, L'Aquila, Perugia ). E se facile non è per un insegnante a maggior ragione può passare indenne un allievo che si abitua da piccolo alla sciatteria, al sudiciume, alla mancanza di rispetto per la cosa pubblica. Cattive abitudini che porteranno - senza volerli giustificare; ma qualcuno dovrà incaricarsi di educarli! - ad atti di vandalismo, quando quei piccoli barbari che noi abbiamo formato ne saranno capaci, a scrivere (imbrattare) sui muri. Brutta storia.
Una volta accogliemmo la vista di un atto vandalico con semi accondiscendenza, dato che in quell'istituto tutto era in rovina, in malora. Parliamo del Liceo Castelnuovo, dove sulla porta di un'aula gli allievi in ore e d ore di lavoro - immaginiamo - avevano fatto un buco grande quanto una casa, sotto il quale avevano scritto 'Foro Italico'. La scritta , assai spiritosa, creativa ci sembrò potesse far passare in second'ordine lo scempio. A rifletterci non era, non poteva essere così. Oggi ce ne rendiamo conto, alla lettura della notizia che OBBLIGA i genitori ad arruolarsi come muratori, dopo aver conseguito il patentino abilitante.
E questo colpo di genio accade in un paese in cui Renzi ed il suo socio Cottarelli si dimenticano che i giudici costituzionali guadagnano sui 500 mila Euro l'anno; dove gli stipendi dei politici non si possono toccare perchè nel caso dovrebbero ritoccarseli essi stessi - e non lo faranno mai; dove le macchine blu continuano a sfrecciare per le strade della capitale ed in tutte le città in cui troneggiano i luoghi del potere; un paese che ha ambasciate in numero maggiore degli Stati Uniti e paga i suoi ambasciatori e similari come gli sceicchi ( ma anche qualche politico nostrano, straricco) pagano le escort per una serata anti noia... e potremmo continuare. Un paese al quale mai potremo abituarci.
sabato 15 marzo 2014
Alberto Triola. Che mestiere fa?
Alberto Triola, per molti anni nello staff artistico del Teatro alla Scala, si capisce che ha studiato da direttore artistico. Gli incarichi ricoperti nel frattempo - visto che l'ambito traguardo non l'ha ancora raggiunto, per lo meno quello desiderato (di recente s'è fatto il suo nome, assieme a quello di Mirabella, anche per la sovrintendenza del Petruzzelli di Bari) - vanno dalla direzione della 'Scuola dell'Opera' al Comunale di Bologna durante la gestione Tutino, sette/otto anni fa, alla consulenza artistica per alcuni teatri lirici, da Cagliari a Genova ( ci sono stati anche Cremona, Festival Pergolesi Spontini di Jesi, Festival di Spoleto); e nello specifico caso dei teatri, si è trattato quasi sempre di istituzioni sull'orlo di una crisi di nervi - leggi: fallimento - fino a quando non approda a Firenze, al Comunale, sotto la gestione Colombo. Nel frattempo mandando a casa Sergio Segalini - dopo 16 anni, sembra in maniera poco elegante - approda a Martina Franca per guidare il 'Festival della valle d'Itria'. Naturalemnte a casa non ce l'ha mandato lui, bensì il grande Punzi, presidente in aeternum del festival pugliese. Quando Arcà, desideroso di inseguire altre esperienze - una formula bricconcella per dire che voleva svignarsela per andare a Parma a lavorare con Fontana al Regio onde evitare le cattive acque in cui navigava a Firenze; decisione, con grande senso del tempo, assunta alla vigilia della estromissione della Colombo - Triola funge da direttore artistico al Comunale di Firenze. Poi arriva il commissario -. l'unico fra gli italiani a ricevere uno stipendio congruo per opera di Renzi - il quale chiama come consulente artistico Gianni Tangucci (Triola aveva lavorato anche al suo fianco) e lui appare nell'organigramma come 'direttore generale'. Funzione per la quale ha ora fatto la selzione dei quasi 3000 aspiranti ai posti di maschere, 26 in tutto, per il Nuovo Teatro Comunale di Firenze, che, stando alle promesse di Renzi, dovrebbe inaugurasi fra qualche mese, in coincidenza con il nuovo Maggio Fiorentino. Insomma Triola ha fatto il casting per scegliere le hostess del teatro, e ci assicura che si tratta di aspiranti altamente qualificati, addirittura taluni anche plurilaureati. Che mestiere faccia Triola, nato per fare il direttore artistico, non l'abbiamo ancora chiaro, almeno nel caso di Firenze.
lunedì 3 febbraio 2014
Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi' chi conta e chi no. Quanto guadagnano i dirigenti delle fondazioni liriche italiane
Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi', Marchionne è un 'figo' e la Cattaneo è una 'sfigata', in ragione di quanto l'uno e l'altra guadagnano, anche se onestamente. Marchionne guadagna tantissimo dunque è al vertice della considerazione di tutti i cittadini della suddetta società; la 'Cattaneo', che uno stipendio decente l'ha visto solo da quando è stata nominata da Napolitano 'senatrice a vita', di considerazione nella suddetta società non ne riceveva affatto in tutti gli anni passati fra vetrini e microscopi a fare ricerca medica e biologica. Nulla conta il fatto che le sue ricerche siano importanti e più produttive, anche in prospettiva storica, di ciò che produce Marchionne. Conta il fatto che Lei agli occhi di tutti valeva poco. E perchè, direte? Perchè nella suddetta società se guadagni molto sei qualcuno; se guadagni poco o pochissimo sei come una merda, ci si perdoni il paragone.
Ragionando secondo questa logica perversa, secondo la quale - permetteteci ancora un esempio - non c'è insegnante che valga qualcosa, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nella società, superiore a quello di Marchionne - ne siamo profondamente convinti - siamo andati a spulciare le classifiche dei compensi dei dirigenti delle fondazioni liriche e delle più importanti istituzioni musicali le quali tutte, secondo una recente legge, devono esporre nei propri siti, curriculum e compenso dei loro vertici, come anche dei collaboratori a vario titolo. Esulano da tale obbligo i compensi artistici. Per spiegarci meglio, prendendo un caso a tutti noto, quello di Pappano, direttore musicale dell'Accademia di Santa Cecilia. Pappano riceve un compenso complessivo per tale sua prestazione, a tale compenso vanno poi aggiunti i compensi per i singoli concerti diretti in sede e nelle tournée.
Premettiamo che a tale obbligo di legge non hanno ancora ottemperato parecchie fondazioni liriche delle 14 italiane, e devono farlo quanto prima perché da tale obbligo dipende la concessioni dei finanziamenti pubblici. Mancano all'appello: Milano (Scala), Roma ( Opera), Cagliari (Comunale), Trieste (Verdi) e Genova ( Carlo Felice). Ancora una premessa: esulano dai compensi menzionati i vari benefit che molti dei sovrintendenti e direttori artistici ricevono a vario titolo, quali macchina con autista, appartamento, rimborso spese di vario genere - queste ultime in linea di massima riguardano la quasi generalità dei nostri dirigenti. Nel caso della Scala ad esempio, Lissner aveva dichiarato alla Aspesi, a seguito di polemiche roventi, che lui guadagnava 400.000 Euro, ma non aveva citato i vari benefit che portano, così sembra e non è stato mai smentito, il suo costo per il teatro milanese a quasi 1 milione di Euro. Nell'elenco citeremo i compensi dei sovrintendenti e direttori artisti, ove non diversamente specificato.
Cominciamo dall'Accademia di S.Cecilia, il cui vertice 'artistico' è affollatissimo, ed ha anche un'altra anomalia, quella che il sovrintendente è, per statuto, anche direttore artistico e che perciò- così si specifica sul sito - ha due compensi che naturalmente si sommano: Cagli, 300.000 ( 200.000+100.000); Pappano, 150.000; Bucarelli, 134.000; Dall'Ongaro, 30.000; Nicoletti, 69.000; Cupolillo, 166.000. A Santa Cecilia insomma c'è un sovrintendente-direttore artistico, un direttore musicale, un segretario artistico, un consulente della direzione artistica, un vicepresidente con incarichi nella direzione artistica, un dirigente per la produzione artistica. Basta così? A proposito dello stipendio di Cagli, sembra che l'ultimo aumento se lo sia fatto Luciano Berio e che Cagli lo abbia mantenuto, beneficiandone suo malgrado.
Nella considerazione generale, relativamente ai guadagni, dopo Cagli viene Girondini, all'Arena di Verona. Girondini, 250.000; Gavazzeni, 98.000. A seguire dobbiamo mettere Musica per Roma , dove il suo amministratore delegato Fuortes guadagna 230.000 cui sono da aggiungere per i mesi in cui è stato al Petruzzelli altri 48.000. Poi c'è Pimpinella, 135.000; Severini, 100.000; Pizzo, 48.000
Procediamo con ordine, decrescente. Teatro Regio di Torino. Vergnano, 187.150; Noseda 53.140.
Vergnano è fra i sovrintendenti quello che vanta la più lunga permanenza 'consecutiva' al vertice di un teatro - altrimenti lo supererebbe Cagli; e per Noseda, a quel compenso vanno aggiunti i guadagni per i singoli concerti ed opere che dirige nel corso dell'anno e nelle tournée, come per Pappano. Segue La Fenice di Venezia, l'unico teatro con bilanci solidi e programmazione davvero innovativa. Chiarot, 167.658; Ortombina, 165.000, Conte, 80.000.
Napoli, commissariata perchè in bancarotta, al vertice del San Carlo compensa così : Purchia, 151.678; De Vivo, 80.000. Al Comunale di Bologna: Ernani,112.246,Sani 68.640.
Al Teatro del Maggio fiorentino, commissariato, il commissario Bianchi,103.000,Tangucci 100.000.
Petruzzelli di Bari: di Fuortes abbiamo già detto ( 48.000); Donnini 46.800;Pizzo, 10.000. Per il teatro barese sarebbero necessarie alcune spiegazioni, perchè i contratti riguardano periodi brevissimi. insomma c'è un pò di confusione sotto il cielo; e nella speranza che ci si accorga delle incongruenze, si continui a gridare nel frattempo al miracolo di aver imbandito una tavola con due pani e due pesci, giacchè siamo in città marina.
Per il Massimo di Palermo, commissariato, a fronte dei compensi qui di seguito riportati, va esteso il discorso già fatto per il petruzzelli di Bari. Iozzia, 60.000; Amato, 20.000.
Citiamo , per curiosità un teatro che non è fondazione lirica, il Teatro Regio di Parma: Fontana 140.000; Arcà, 100.000, i cui compensi nonostante la più ridotta attività sono agli stessi livelli delle fondazioni liriche, anche le più attive.
C'è da aggiungere che ad eccezione del commissario messo da Renzi a Firenze, gli altri commissari lavorano gratuitamente (Palermo, Napoli).
E per i direttori musicali, principali o stabili a seconda dei casi, Rustioni, a Bari, lo è a titolo gratuito; stesso discorso per Matheuz a Venezia, che non è neanche citato; e forse anche per Muti , direttore 'onorario a vita', a Roma, come anche per Zubin Mehta a Firenze. Non sappiamo di Barenboim alla Scala, come anche di Luisotti a Napoli.
Al termine di questa sufficientemente eloquente sequenza di cifre, si può concordare con coloro i quali sosterrebbero che chi guadagna di più vale e rende di più, oltre ad avere una responsabilità più grande? Certamente no. Perchè i vari compensi non sono mai messi in rapporto ad una buona amministrazione, perchè se così fosse, ogni volta che un teatro viene commissariato - e i casi sono molti e ricorrenti - i resposnabili del disastro dovrebbero rispondere della loro cattiva amministrazione. Nè si può dire che i compensi vanno messi in relazione alle maggiori o minori responsabilità amministrative, se, nel caso di Cagli, abbiamo il compenso più alto per il bilancio più piccolo. E allora? Allora continua ad esserci troppo disordine sotto il cielo della musica in Italia; anche perchè nessuno si decide a mettere ordine.
ULTIM'ORA. Anche l'Opera di Roma ha reso noti i compensi dei suoi masismi dirigenti: Fuortes 13.000 Euro, Vlad 95.000; De Martino , mandato via da sovrintendente, ma paracadutato nell'incairico di direttore generale e del personale, ha un compneso di Euro 180.000. UNA VERGOGNA. Doivrebbe pagare aòl tetaro i dieci milioni di buco fattoi in un solo anno.
Ragionando secondo questa logica perversa, secondo la quale - permetteteci ancora un esempio - non c'è insegnante che valga qualcosa, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nella società, superiore a quello di Marchionne - ne siamo profondamente convinti - siamo andati a spulciare le classifiche dei compensi dei dirigenti delle fondazioni liriche e delle più importanti istituzioni musicali le quali tutte, secondo una recente legge, devono esporre nei propri siti, curriculum e compenso dei loro vertici, come anche dei collaboratori a vario titolo. Esulano da tale obbligo i compensi artistici. Per spiegarci meglio, prendendo un caso a tutti noto, quello di Pappano, direttore musicale dell'Accademia di Santa Cecilia. Pappano riceve un compenso complessivo per tale sua prestazione, a tale compenso vanno poi aggiunti i compensi per i singoli concerti diretti in sede e nelle tournée.
Premettiamo che a tale obbligo di legge non hanno ancora ottemperato parecchie fondazioni liriche delle 14 italiane, e devono farlo quanto prima perché da tale obbligo dipende la concessioni dei finanziamenti pubblici. Mancano all'appello: Milano (Scala), Roma ( Opera), Cagliari (Comunale), Trieste (Verdi) e Genova ( Carlo Felice). Ancora una premessa: esulano dai compensi menzionati i vari benefit che molti dei sovrintendenti e direttori artistici ricevono a vario titolo, quali macchina con autista, appartamento, rimborso spese di vario genere - queste ultime in linea di massima riguardano la quasi generalità dei nostri dirigenti. Nel caso della Scala ad esempio, Lissner aveva dichiarato alla Aspesi, a seguito di polemiche roventi, che lui guadagnava 400.000 Euro, ma non aveva citato i vari benefit che portano, così sembra e non è stato mai smentito, il suo costo per il teatro milanese a quasi 1 milione di Euro. Nell'elenco citeremo i compensi dei sovrintendenti e direttori artisti, ove non diversamente specificato.
Cominciamo dall'Accademia di S.Cecilia, il cui vertice 'artistico' è affollatissimo, ed ha anche un'altra anomalia, quella che il sovrintendente è, per statuto, anche direttore artistico e che perciò- così si specifica sul sito - ha due compensi che naturalmente si sommano: Cagli, 300.000 ( 200.000+100.000); Pappano, 150.000; Bucarelli, 134.000; Dall'Ongaro, 30.000; Nicoletti, 69.000; Cupolillo, 166.000. A Santa Cecilia insomma c'è un sovrintendente-direttore artistico, un direttore musicale, un segretario artistico, un consulente della direzione artistica, un vicepresidente con incarichi nella direzione artistica, un dirigente per la produzione artistica. Basta così? A proposito dello stipendio di Cagli, sembra che l'ultimo aumento se lo sia fatto Luciano Berio e che Cagli lo abbia mantenuto, beneficiandone suo malgrado.
Nella considerazione generale, relativamente ai guadagni, dopo Cagli viene Girondini, all'Arena di Verona. Girondini, 250.000; Gavazzeni, 98.000. A seguire dobbiamo mettere Musica per Roma , dove il suo amministratore delegato Fuortes guadagna 230.000 cui sono da aggiungere per i mesi in cui è stato al Petruzzelli altri 48.000. Poi c'è Pimpinella, 135.000; Severini, 100.000; Pizzo, 48.000
Procediamo con ordine, decrescente. Teatro Regio di Torino. Vergnano, 187.150; Noseda 53.140.
Vergnano è fra i sovrintendenti quello che vanta la più lunga permanenza 'consecutiva' al vertice di un teatro - altrimenti lo supererebbe Cagli; e per Noseda, a quel compenso vanno aggiunti i guadagni per i singoli concerti ed opere che dirige nel corso dell'anno e nelle tournée, come per Pappano. Segue La Fenice di Venezia, l'unico teatro con bilanci solidi e programmazione davvero innovativa. Chiarot, 167.658; Ortombina, 165.000, Conte, 80.000.
Napoli, commissariata perchè in bancarotta, al vertice del San Carlo compensa così : Purchia, 151.678; De Vivo, 80.000. Al Comunale di Bologna: Ernani,112.246,Sani 68.640.
Al Teatro del Maggio fiorentino, commissariato, il commissario Bianchi,103.000,Tangucci 100.000.
Petruzzelli di Bari: di Fuortes abbiamo già detto ( 48.000); Donnini 46.800;Pizzo, 10.000. Per il teatro barese sarebbero necessarie alcune spiegazioni, perchè i contratti riguardano periodi brevissimi. insomma c'è un pò di confusione sotto il cielo; e nella speranza che ci si accorga delle incongruenze, si continui a gridare nel frattempo al miracolo di aver imbandito una tavola con due pani e due pesci, giacchè siamo in città marina.
Per il Massimo di Palermo, commissariato, a fronte dei compensi qui di seguito riportati, va esteso il discorso già fatto per il petruzzelli di Bari. Iozzia, 60.000; Amato, 20.000.
Citiamo , per curiosità un teatro che non è fondazione lirica, il Teatro Regio di Parma: Fontana 140.000; Arcà, 100.000, i cui compensi nonostante la più ridotta attività sono agli stessi livelli delle fondazioni liriche, anche le più attive.
C'è da aggiungere che ad eccezione del commissario messo da Renzi a Firenze, gli altri commissari lavorano gratuitamente (Palermo, Napoli).
E per i direttori musicali, principali o stabili a seconda dei casi, Rustioni, a Bari, lo è a titolo gratuito; stesso discorso per Matheuz a Venezia, che non è neanche citato; e forse anche per Muti , direttore 'onorario a vita', a Roma, come anche per Zubin Mehta a Firenze. Non sappiamo di Barenboim alla Scala, come anche di Luisotti a Napoli.
Al termine di questa sufficientemente eloquente sequenza di cifre, si può concordare con coloro i quali sosterrebbero che chi guadagna di più vale e rende di più, oltre ad avere una responsabilità più grande? Certamente no. Perchè i vari compensi non sono mai messi in rapporto ad una buona amministrazione, perchè se così fosse, ogni volta che un teatro viene commissariato - e i casi sono molti e ricorrenti - i resposnabili del disastro dovrebbero rispondere della loro cattiva amministrazione. Nè si può dire che i compensi vanno messi in relazione alle maggiori o minori responsabilità amministrative, se, nel caso di Cagli, abbiamo il compenso più alto per il bilancio più piccolo. E allora? Allora continua ad esserci troppo disordine sotto il cielo della musica in Italia; anche perchè nessuno si decide a mettere ordine.
ULTIM'ORA. Anche l'Opera di Roma ha reso noti i compensi dei suoi masismi dirigenti: Fuortes 13.000 Euro, Vlad 95.000; De Martino , mandato via da sovrintendente, ma paracadutato nell'incairico di direttore generale e del personale, ha un compneso di Euro 180.000. UNA VERGOGNA. Doivrebbe pagare aòl tetaro i dieci milioni di buco fattoi in un solo anno.
sabato 25 gennaio 2014
Muti orfano di Abbado
Non vogliamo parlare delle rispettive carriere musicali, sulle quali in questi giorni sulla base di un copione unico, si sono esercitati tutti i giornali. Vogliamo, in questo caso, guardare ai due con gli occhi del cronista, non del critico musicale.
E, adesso, che faranno i giornalisti che periodicamente attendevano la chiamata di Abbado per correre da lui e poi, una volta tornati in redazione, attendevano un' analoga chiamata da Muti? Perchè, se non lo sapete, le cose andavano esattamente così. I due si facevano una sorta di guerra a distanza, da nemici di fatto, a dispetto di ciò che avevano in comune, come una coppia di fratelli (coltelli).
Differivano, profondamente, per il diverso carattere: chiuso, ombroso, quasi scostante Abbado, apertissimo, compagnone, spiritosissimo Muti; e la diversa indole musicale: Muti più viscerale, natura di musicista; Abbado più razionale, costruito con studio ed applicazione; ma anche per le famiglie d'origine: Abbado ha alle spalle musicisti, Muti liberi professionisti: suo padre era medico a Molfetta.
Ma ciò che li univa era molto di più di tutto quello che li ha divisi, in ogni senso. Innanzitutto l'aver iniziato da giovani una grande carriera, Abbado a Milano, Muti a Firenze; l'essere stati a capo di orchestre di fama mondiale, da quelle londinesi per ambedue alle americane per Muti, mentre Abbado ha prevalentemente lavorato in Europa; il forte legame dei due, seppure con diverse modalità, con i Wiener.
E poi la Scala. Sembra un destino: ambedue vi sono rimasti come direttori stabili o musicali che dir si voglia per diciotto anni: dal 68 all'86 Abbado, dall'86 al 2004 Muti. Nessuno dei due è arrivato alla soglia dei venti anni, colonne d'Ercole di 'permanenza' che nessuno può superare indenne, e poi l'uscita di ambedue a seguito di forti contestazioni. La Scala 'madre' che aveva accolto i due giovani direttori nel suo grembo diventa 'matrigna', alla soglia della maggiore età (di permanenza): li caccia fuori casa o se ne vanno sbattendo la porta, a seconda dei punti di vista. Anche se vien voglia di dire che una permanenza così lunga alla fine stufa, ed impone, anche senza traumi, un ricambio.
Per ambedue l'amicizia con Napolitano. Abbado per ragioni di comune militanza politica e forse di più lunga data, Muti per conterraneità campana, sebbene non bisogna mai dimenticare che Muti ha vissuto la sua giovinezza a Molfetta ed ha fatto i primi studi musicali al Conservatorio di Bari, proseguendoli a Napoli.
Ciascuno dei due ha fatto concretamente terra bruciata attorno all'altro. Negli anni scaligeri quando c'era Abbado Muti credo non abbia mai diretto alla Scala - anche se di questa notizia non siamo così certi; mentre sappiamo bene che negli anni di Muti a Milano, Abbado non vi ha mai più messo piede, nonostante gli ipocriti appelli - Claudio torna! - specie dopo la malattia.
Ambedue, sebbene la bilancia in questo caso penda a favore di Abbado, hanno dedicato belle energie ai giovani. Abbado ha inventato parecchie orchestre giovanili di grandissimo pregio, ultima la Mozart, per la quale tutti - speriamo non solo a parole - sembrano prodigarsi perché sopravviva al suo fondatore; Muti ha inventato la sua Cherubini. E negli ultimi tempi hanno giocato anche a prestarsele, per mostrare al mondo intero che erano amici e che l'antagonismo di cui anche noi parliamo, è pura invenzione giornalistica e di costume.
Ma anche in famiglia ci sono molte affinità: in ciascuna famiglia dei due direttori c'è un regista ed un operatore musicale che hanno operato (o operano) a stretto contatto con il patriarca. Per Abbado, Daniele il regista ed Alessandra a capo di Ferrara Musica, organizzatrice delle tournée dei Berliner in Italia, organizzatrice anche per la Mozart; per Muti, la figlia Chiara regista ed attrice, e sua moglie Cristina, a capo del Ravenna festival. E nessuno ci venga a dire, dopo morte, che Abbado non abbia fatto nulla per i figli, perchè direbbe il falso; il che vale anche per Muti: Chiara e Cristina sono di casa all'Opera di Roma, dove lui resta il sovrano assoluto, anche dopo l'arrivo di Fuortes, chiamato a mettere in sesto le disastrate finanze del suo regno.
Adesso c'è un punto che li diversificherà e che mai potrà accomunarli: morto Abbado, senatore a vita, Muti non potrà mai esserlo, prendendo il suo posto ( come si andava dicendo ed auspicando alla viglia della nomina di Abbado, dai suoi estimatori); per ragioni di opportunità, ma anche perchè Muti non lo vorrebbe mai per...
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sabato 24 agosto 2013
Ora la crisi colpisce anche la cultura, lo dice Federculture
Ci siamo. Per la prima volta, il calo dei ‘consumi’ culturali è grave, quasi drammatico, dopo anni di tenuta nonostante la crisi. Nel 2012, infatti, gli italiani sono andati di meno a cinema, a teatro, ai concerti e alle mostre d’arte, oltre al fatto che leggono meno libri (ma questa non è una novità), mentre i musei hanno perso un visitatore su 10, come racconta il rapporto di Federculture, sulla cultura in Italia nell’anno 2012.
Il Rapporto di Federculture lancia l’allarme sul settore, ma avverte: il problema non è solamente imputabile alla crisi. Nonostante tutto, agli italiani la cultura piace. Il problema è da imputarsi al sistema. Basti considerare che i visitatori di tutti i musei statali italiani superano leggermente quelli di Londra, ad esempio. Il presidente di Federculture, Roberto Grossi, denuncia apertamente:
“Siamo in un tunnel: si registra una completa assenza di fiducia, anche tra gli operatori del settore, e tutto questo a causa di leggi stupide. La responsabilità cade sulla totale assenza di programmazione e su una politica debole che allontana i privati”.
Alla luce di quanto diffuso dal rapporto 2012 sulla cultura stilato da Unioncamere e Symbola, si evidenziava invece un potenziale produttivo del Pil di quasi il 5% da parte della cultura, capace di coinvolgere centinaia di migliaia di imprese e di creare posti di lavoro.
Ciò denota come la colpa del sistema sia effettivamente non priva di ragioni. Basti considerare l’esempio Pompei, emblema di noncuranza del Governo per quello che da più parti, e non a torto, viene definito il vero petrolio del Paese.
Nel dettaglio, dai 72 miliardi del 2011 si è scesi ai 68,9 miliardi di spesa "culturale" del 2012. Il settore che ne ha risentito di più è quello dei concerti (-8,7%), seguito dal teatro (-8,2%), dal cinema (-7,3%) e dai musei (-5,7%).
A pesare di più sul settore, la mancanza delle attenzioni statali e soprattutto degli investimenti privati, con un crollo delle sponsorizzazioni (-9,6% rispetto all’anno precedente, e addirittura -42% rispetto al 2008).
Bologna e Torino sono le città italiane che hanno più risentito della crisi della cultura, registrando un calo rispettivamente del 17,7% e del 14,7%.
Male anche Roma e Milano, con una riduzione del 6,3% e del 5,7%. Sugli scudi, invece, Firenze e Venezia, con un incremento, rispettivamente, dell’8,3% e del 4,8%. Ma forse il peggio non è finito, e la luce in fondo al tunnel non si vede ancora.
Il Rapporto di Federculture lancia l’allarme sul settore, ma avverte: il problema non è solamente imputabile alla crisi. Nonostante tutto, agli italiani la cultura piace. Il problema è da imputarsi al sistema. Basti considerare che i visitatori di tutti i musei statali italiani superano leggermente quelli di Londra, ad esempio. Il presidente di Federculture, Roberto Grossi, denuncia apertamente:
“Siamo in un tunnel: si registra una completa assenza di fiducia, anche tra gli operatori del settore, e tutto questo a causa di leggi stupide. La responsabilità cade sulla totale assenza di programmazione e su una politica debole che allontana i privati”.
Alla luce di quanto diffuso dal rapporto 2012 sulla cultura stilato da Unioncamere e Symbola, si evidenziava invece un potenziale produttivo del Pil di quasi il 5% da parte della cultura, capace di coinvolgere centinaia di migliaia di imprese e di creare posti di lavoro.
Ciò denota come la colpa del sistema sia effettivamente non priva di ragioni. Basti considerare l’esempio Pompei, emblema di noncuranza del Governo per quello che da più parti, e non a torto, viene definito il vero petrolio del Paese.
Nel dettaglio, dai 72 miliardi del 2011 si è scesi ai 68,9 miliardi di spesa "culturale" del 2012. Il settore che ne ha risentito di più è quello dei concerti (-8,7%), seguito dal teatro (-8,2%), dal cinema (-7,3%) e dai musei (-5,7%).
A pesare di più sul settore, la mancanza delle attenzioni statali e soprattutto degli investimenti privati, con un crollo delle sponsorizzazioni (-9,6% rispetto all’anno precedente, e addirittura -42% rispetto al 2008).
Bologna e Torino sono le città italiane che hanno più risentito della crisi della cultura, registrando un calo rispettivamente del 17,7% e del 14,7%.
Male anche Roma e Milano, con una riduzione del 6,3% e del 5,7%. Sugli scudi, invece, Firenze e Venezia, con un incremento, rispettivamente, dell’8,3% e del 4,8%. Ma forse il peggio non è finito, e la luce in fondo al tunnel non si vede ancora.
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