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domenica 10 dicembre 2017

Nuova moda del mondo occidentale: la censura a New York, Londra, Mosca

E' tornata di moda la censura e non nei mondi lontani dell'Occidente, dove non è mai tramontata definitamente quella politica, ma nel nostro mondo che,  dopo la rimozione delle stupide, inutili foglie di fico per coprire il sesso di statue e dipinti, sembrava vaccinato.

 No, dall'America di Trump all'Inghilterra puritana, 'a piacere', fino alla Russia di Putin, la censura  è tornata di moda, in un settore  nel quale  nessuno si sarebbe potuto immaginare che  potessero esistere ancora divieti: la nudità.

 E' accaduto che due studentesse, a New York, abbiano inviato al direttore del Guggenheim una lettera per protestare contro l'esposizione -  permanente- di una nota tela di Balthus che mostra una adolescente in posizione - compiaciuta - di grande erotismo. Nulla di osceno, ma le due studentesse hanno evidentemente intuito quale carica di sensualità quel quadro emanasse. La loro lettera, in rete ha raccolto molti consensi.

A Londra, in occasione di una mostra dedicata ad Egon Schiele,  è stata vietata l'affissione dei manifesti che riproducevano una delle opere del grande pittore, perchè oscena. Dite voi  se  le opere di Schiele possano essere considerate oscene. Forse di una oscenità tormentata e dilaniata, ma certo non campiaciuta e voyeristica, e perciò non per le stesse ragioni per cui spesso  si staccano dai cartelloni pubblicitari manifesti che  mostrano senza veli il corpo femminile - ammesso che ci siano ancora particelle anche minime che la pubblicità od anche la tv ed il cinema non  hanno mostrato.

Infine, Mosca, dove al Bolscioi è andato finalmente in scena un balletto dedicato alla vita ed all'attività del grande ballerino russo Nureyev. Il balletto doveva andare in scena a luglio ma fu cancellato per la nuova ondata di moralismo russo, per cui la sottolineatura della sua sessualità  omo  non andava tollerata. L'autore coreografo fu dimesso - pare che ora sia dietro le sbarre - ed il balletto con qualche taglio è andato finalmente in scena. A detta del teatro, nel tentativo di rassicurare l'opinione pubblica mondiale, il balletto non è stato modificato affatto ed è andato in scena così come il suo autore l'aveva pensato e scritto. Ad eccezione di una foto gigante, a firma Avedon, eliminata, la quale ritraeva Nureyev  nella sua scultorea nudità. Nudità non oscenità.

lunedì 13 luglio 2015

Nutrire l'anima. Nell'attesa facciamoci Gilda. Stupri in palcoscenico a Londra e Macerata. Uffa.

Non nomineremo mai i due registi ai quali va attribuita la paternità delle ultime due trovate sessualmente violente sul palcoscenico operistico (' Guglielmo Tell' a Londra e, dopodomani, 'Rigoletto' a Macerata).
'Gugliemo Tell' campione di libertà e Gilda vittima di un sopruso per punire suo padre, Rigoletto, il buffone di corte del Duca di Mantova. Nell'uno come nell'altro caso due stupri, e, nel caso di Gilda, addirittura uno stupro di gruppo.
 In nessuno dei casi lo prevede la storia, in ambedue i casi semplicemente una trovata dei rispettivi registi, che non nomineremo, per far parlare di sè, pensando forse che altrimenti nessun giornale si sarebbe occupato di una bella edizione 'musicale' del celebre capolavoro di Rossini, come di quello verdiano il cui esito ancora non conosciamo, perchè la prima allo Sferisterio di Macerata - retto da Francesco Micheli che l'anno scorso ha messo donne dappertutto, anche in buca (d'orchestra), e quest'anno  ne fa violentare una da un gruppo (uno troppo poco!) di satanassi - deve ancora debuttare. Ma il clamore arriva addirittura prima, come il regista, complice il regista-direttore artistico,in fondo si augurava.
Perchè, si chiede Giuseppina Manin sul Corriere di ieri - giornale che per la terza volta, nel giro di un paio di settimane, torna a parlare di questi fatti, con intere paginate che mai verrebbero riservate alla musica senza tale contorno, gli unici che possono ormai interessare i giornali, la musica no - insistere su una formula che scontenta tutti,spettatori e critica ? Ma non registi e direttori artistici e giornali - ci permettiamo di aggiungere noi'? Semplicemente perchè i giornali, ai quali più di ogni altra cosa interessano, ne parlino, anche se - riprendiamo il discorso della Manin - ' non allarga neanche le platee della lirica.
 Non mancano , come da copione, dissociazioni di direttori artistici e direttori musicali, i quali naturalmente sapevano delle trovate ma non hanno voluto - in nome della libertà dei registi;falsi! - intervenire.

P.S. Ci hanno scritto dallo Sferisterio di Macerata in difesa del regista ( ma anche del direttore artistico) del Rigoletto prossimamente in scena. La Manin, hanno precisato, non può parlare di uno spettacolo d'opera senza averlo visto, come invece ha fatto l'altro ieri sul Corriere. Ma qualcuno le avrà pure passato qualche notizia, magari con l'intento di attrarre pubblico: lei poi ha amplificato la cosa ed il giornale ha sbagliato titolo, perchè oggetto della violenza non è Gilda, bensì la figlia di Monterone,  cortigiano del Duca di Mantova cui il  signore libertino violentò - ecco lo stupro - la figlia. 
 Resta il fatto che senza una qualche inutile gratuita ed idiota novità registica i giornali difficilmente si butterebbero a capo fitto su uno spettacolo d'opera , del quale diciamolo in tutta sincerità ormai non frega nulla a nessuno, nonostante che il melodramma, a partire da quello italiano, sia ancora oggi motivo di grande attrazione in Italia o negli altri paesi.

sabato 8 novembre 2014

Quanto costa la cultura in Europa? Una ricerca del Post Office inglese.

Paese che vai costi che trovi. l'Europa esiste  da tempo, ma ogni paese decide per suo conto sui costi della cultura e del bello. Decide prezzi ed agevolazioni per musei mostre teatri ed altro.
Non sono molti i paesi, fra quelli più civili che assegnano alla cultura un compito educativo molto importante, che la cultura ai propri cittadini la danno praticamente gratis per aiutare tutti a crescere per educare le loro sensibilità, per far loro gustare il bello.
Varsavia e la Polonia sono in cima alla classifica. In quella capitale si può spendere una cifra irrisoria per vedere quasi tutto: musei, teatri e concerti compresi. Londra, poi, che  dà libero accesso ai musei più importanti, fa pagare cari opere e concerti; e lo stesso dicasi per Amsterdam che fa pagare biglietti di ingresso anche ai musei; ma su tutti svetta, per l'alto costo dei biglietti, il Vaticano. Bell'esempio!
 Poi c'è Barcellona che non scherza, citandosi nella ricerca il costo per una coppia che vuole assistere ad una recita nello storico Liceu: 200 Euro. E non scherzano neanche Vienna  e Berlino. Insomma la cultura, già finanziata con denaro pubblico dappertutto, costa molto e viene pagata, attraverso il costo del biglietto, per una seconda volta dai cittadini.
La ricerca, che prosegue  con le solite lagnanze sull'ingiustizia di tutto ciò, è stata diffusa ai primi di settembre, tanto che il 14 settembre, La Stampa di Torino ne dava ampia notizia, sottolineando anche il fatto che queste disparità resistono nonostante che negli ultimi anni, causa crisi, i costi per il pubblico o spettatore siano enormemente diminuiti. In  Italia, si legge, per Roma soprattutto, addirittura del 35 %, che a noi non risulta, vivendo a Roma e guardando spesso, abbastanza sorpresi, il costo della cultura tuttora alto, al punto che abbiamo spesso detto che se avessimo dovuto pagare di tasca nostra i biglietti per concerti ed opere forse ne avremmo dovuto disertare un buon 75% ,  a causa delle nostre possibilità economiche.
 Da tempo andiamo dicendo che i costi dei biglietti dovrebbero esser ridotti per permettere a più gente di frequentare concerti ed opere, ma non ci sembra che tale consiglio sia stato preso in seria considerazione da chicchessia.
 Oggi, poi, ed è qui che volevamo arrivare - 8 novembre - il femminile di Repubblica, 'D', pubblica sinteticamente i dati di quella ricerca che, comunque, andrebbe vista nella sua interezza. Oggi,  due mesi dopo che La Stampa di Torino ne ha scritto più ampiamente. Ottimo tempismo. Non basta, l'autore dell'articolo, Simone Cosimi, evidentemente del tutto avulso dall'argomento di cui sommariamente scrive, annota, a proposito di Roma, per dire quanto sia a buon mercato la cultura nella Capitale italiana, per per ascoltare le Quattro stagioni vivaldiane(?), nella Chiesa anglicana di Ognissanti, bastano appena 25 Euro appena: ma è matto?  sono carissime, Chissà quale ensemble di terza o quarta categoria le esegue. Tanto vale andare a Santa Cecilia o all'Opera dove i biglietti, i meno cari, costano 17-18 Euro. Saranno pure gli ultimi posti, ma quelli che vi suonano, a differenza di ciò che solitamente ospita la Chiesa anglicana, non sono certo gli ultimi. Capito Simone?

sabato 11 ottobre 2014

Gatti e Mariotti, ma anche Ernani, Chailly e Pereira

Gatti, Daniele Gatti. Gli hanno fatto fare il giro del mondo in quarantotto ore: da Firenze a Torino, dopo aver scartato definitivamente la Scala del suo amico Pereira, offerta al milanesissimo Chailly, tre quarti di nobiltà scaligera e milanese; alla fine l'ha scritturato Amsterdam. Chissà che non faccia lo stesso percorso che ha già fatto Chailly: Amsterdam, Lipsia e poi Milano. In fondo Gatti condivide anche con Chailly il medesimo destino, ottimi direttori entrambi, ma sempre secondi. Per capirci, se Pappano avesse deciso di mollare Londra e Roma , per trasferirsi a Milano, non ci sarebbe stata lotta; avrebbe vinto lui su Gatti e anche su Chailly, e Fournier sarebbe rimasto alla Scala, nonostante Pereira. Della serie 'se mia nonna ecc...ec... ma le cose non sono andate così.
 A Bologna hanno fatto un contratto a Mariotti, 'in grande ascesa' - scrivono - della premiata ditta pesarese, dove il teatro  passa le estati per la generosità di Mariotti padre.
 A proposito di Bologna, anzi di Francesco Ernani, sovrintendente a Bologna, e prima a Roma, scrivono di lui, oggi, che ai tempi della sua sovrintendenza a Roma, si facevano qualcosa come 260 spettacoli, alzate di sipario, per essere più precisi, l'anno. Con tutta la stima per Ernani, 260 ci sembran troppi. Ma forse noi ci siamo distratti e non abbiamo tenuto il conto.

giovedì 9 ottobre 2014

Opera di Roma. Solidarietà di Scala e Santa Cecilia per orchestra e coro.

"Allibiti dagli sviluppi della grave situazione che stanno vivendo i colleghi del Teatro dell'Opera di Roma - scrivono i musicisti della Scala -, esprimiamo la più profonda solidarietà e vicinanza, nella speranza che la pesantissima e insopportabile soluzione dichiarata a mezzo stampa venga riconsiderata nella direzione più favorevole possibile negli interessi di tutti gli artisti coinvolti, delle loro famiglie e anche negli interessi dell'opera lirica italiana". "Rimaniamo sgomenti di fronte alla gravissima iniziativa assunta dal C.d.A. del Teatro dell'Opera di Roma", affermano orchestrali e maestri del coro di Santa Cecilia. "Viene contestato l'eccessivo numero di Fondazioni lirico-sinfoniche: 14 in tutta Italia - dicono ancora -. Nella sola città di Londra vi sono almeno 6 orchestre sinfoniche di prestigio internazionale. A Roma, dopo le ultime vicende, rischia di rimanerne solo una".Quella di Santa Cecilia, appunto.

venerdì 25 luglio 2014

La corda è sul punto di spezzarsi al Teatro dell'Opera di Roma Capitale

Tira e tira, la corda anche la più solida alla fine si spezza. Ieri ennesimo incontro senza nulla di fatto, domani la Bohème andrà in scena a Caracalla per la terza volta senza orchestra, con l'accompagnamento del solo pianoforte, tra la protesta generale del pubblico. Martedì, se i rivoltosi ed anche facinorosi - chiamiamoli con il loro nome - non recederanno dai loro proposti sfascisti, il teatro dell'Opera  darà via libera, con il consiglio di amministrazione convocato per quel giorno, al fallimento coatto. E...buonanotte ai suonatori.
 Si chiude per ricominciare, naturalmente tutti fuori anche quegli oltre trecento che non sono d'accordo con gli scioperanti.
 Riccardo Muti tace, non  prende posizione quando forse una sua parola potrebbe avere peso per la soluzione che tutti auspicano. Ma forse lui lascia che si scornino fra di loro!
 Fuortes, che dopo appena un semestre ha capito quanto sia difficile reggere un (quel) teatro - il suo la voro all'Auditorium o al Petruzzelli sono al confronto una passeggiata di salute - ha già messo le mani avanti. Se fallimento ci sarà, con l'affido del teatro ad un commissario, lui non vuole essere il commissario che deve liquidare e rifondare una nuova struttura. Ha dichiarato che non vuole farlo anche perché è un lavoro che non a fare. Mani alzate di Fuortes di fronte alle difficoltà.
La ragione per cui non ha lasciato l'Auditorium - come avrebbe dovuto fare - è proprio l'aver immediatamente intuito che la sfida all'Opera era grandissima e rischiava di travolgere lui e la sua fama di bravo amministratore. Come sta per accadere.
 L'Auditorium è una  casa d'appuntamenti offerta ogni volta al miglior offerente,  chiavi in mano, a cifre non tanto modiche - una  sala costa più dell'intero Circo Massimo! Naturalmente l'Auditorium ha una sua programmazione, ma la cosa non cambia, perchè, comunque, non ha una struttura produttiva con personale artistico e tecnico proprio, come un teatro d'opera. Ciò non toglie che nel decennio ormai trascorso la sua gestione abbia prodotto buoni risultati.
 Oggi il Corriere ha battuto tutti. Richiamo in prima pagina; articolone in cronaca, intervento nelle 'opinioni', e terzo articolone nella 'romana', con il solito pastone sulla recente storia del teatro. Che si dà gloriosa  a partire dal dopoguerra. Sbagliato. Si veda la storia da prima della guerra ed anche durante la guerra stessa, e si resterà stupefatti per il livello di produttività e la qualità stessa delle produzioni. Un esempio per tutti il 'Wozzeck' di Berg, in piena occupazione nazista, nel 1942.
 Poi si tira in ballo, nel suddetto pastone, anche lo spettro di Sinopoli che ebbe una sua esperienza all'Opera, nella quale trascinò Sergio Sablich che poi,  non ottenuto il risultato sperato, abbandonò a se stesso. (A proposito di Sablich, abbiamo notato, sfogliando il libriccino 'il mio Wagner' che nell'introduzione alle conversazioni di Sinopoli, Cappelletto, all'epoca assunto come 'drammaturgo' all'Opera  - A FARE CHE? - non nomina neppure una volta Sablich, che pure era il Sovrintendente e di conseguenza  gli aveva fatto il contratto ben compensato, naturalmente su richiesta di Sinopoli, suo amico).
Sinopoli paragonò Roma, a causa dell'Opera, a Tunisi. Durante quell'esperienza, Sinopoli di danni ne combinò - ampliò il personale tirando dentro tanti suoi amici, una vergogna! - e forse il più grosso gli fu impedito di compierlo: formare un'orchestra 'internazionale' che si sarebbe aperta e chiusa, all'occorrenza, con la quale che fare? Non l'ha mai spiegato bene. Un direttore che si assume la responsabilità di un teatro lavora con l'orchestra stabile e la porta ai livelli che egli desidera - Sinopoli poteva farlo. Perchè non lo fece? Allora evitiamo di santificarlo per miracoli che non ha fatto. Non dimentichiamo che lui le sue cose se le aggiustava come voleva. Ricordate quell'altra sparata sull'Auditorium di via della Conciliazione? Quello non è un auditorium,  e fino a quando Roma non avrà un auditorium non tornerò a dirigervi. E infatti  ebbe un incarico a Londra, certamente più interessante e per il quale fece quella sparata contro Roma. poi però a Roma tornò a dirigere, prima ancora che fosse pronto l'Auditorium - morì prima, ma avrebbe avuto senz'altro da ridire, magari, a ragione, per i problemi acustici, specie della sala grande - ma al Teatro Olimpico, un cinema, diciamo la verità un grande garage la cui acustica lasciava a desiderare alle orecchie di tutti, ma non del sofisticato Sinopoli. Formò a Roma un'orchestra da camera, con la quale prese a fare il repertorio sinfonico, Schubert, se ricordiamo bene all'Olimpico, il cui palcoscenico per l'orchestra aveva dimensioni ridotte. Un' Orchestra troppo piccola anche per Schubert, ma lui acutissimo trovò la scappatoia ideologica. Schubert è un autore cameristico, dunque con una formazione ridotta le linee delle sue composizioni emergono con maggiore evidenza. E tutti i giornalisti suoi amici lo seguirono. E, infine, le sue operazioni wagneriane senza rappresentazione: la musica da sola è sufficiente. Non sappiamo cosa avrebbe opposto Wagner.
 Infine,  torniamo a Carlo Fuortes  che continua a sparare cifre di biglietti venduti e incassi; ma forse lo fa per incoraggiare i soldati alla lotta, come qualunque generale. Perchè dal 'Messaggero' apprendiamo che al 'Barbiere' di Caracalla andato in scena con orchestra ( la stessa che sciopera in 'Bohème') c'era 'molta gente'. Non era tutto esaurito,?allora come ha fatto l'incasso sbandierato? E poi ci volete dire una volta per tutte quanti posti ha Caracalla? anche per capire dove poggia quella astrusa pretesa degli scioperanti ( sfascisti!!!, che c'entrano loro con i posti?) che avrebbero voluto 5000 posti a Caracalla contro gli attuali 4000 agibili.

sabato 24 maggio 2014

Diavoli in testa, dopo la lettura di una intervista di Rampini a Lang Lang

Questo Rampini, giornalista  di taglia superiore, non lo capisco. Perchè intervistare Lang Lang? Perchè è una star? Lo sapevamo?  Perchè è un fenomeno? Anche. Perchè forse per la muscia riesce a fare ciò che mille governi, mille leggi e mille miliardi non saranno mai capaci di fare? Pure questo lo sapevamo. E allora? Perchè l'Onu l'ha nominato 'ambasciatore di pace' e lui è orgoglioso di tale mission e che ritiene più importannte dei suoi concerti? Non è notizia fresca di giornata: e non lo è nemmeno la sua Fondazione attraverso la quale vuol fare qualcosa per tutti i bambini del mondo, non solo per la loro scolarizzazione musicale, per la loro scolarizzazione e basta. Ed anche quiesto lo sapevamo. Dunque potrebbe averlo intervistato perchè va a suonare a Milano, in Piazza Duomo diretto da Salonen, anche per avviare il conto alla rovescia dell'EXPO 2015,  al colmo delle disgrazie dell'esposizione milanese?Per questa ragione magari sarebbe stato meglio tacere, visto che il suo stesso giornale l'ha già intervistato alcune settimane fa.E allora non  sappiamo spiegarci il perché. Lo avremmo capito se , per esempio, gli avesse anche chiesto cosa pensa della libertà in Cina, perché allora sarebbe stato interessante ascoltare la sua risposta, altre volte troppo evasiva e che oggi  apparirebbe ancor più evasiva per un ambasciatore di pace.
 E allora  ci siamo chiesti, perchè mai  Rampini  abbia intervistato, nel giro di pochi mesi, a New York, Muti, Mariotti, Noseda, Netrebko ed ora anche Lang (non vorremmo dimenticarne qualcuno o mettere nell'elenco qualcuno che non c'entra)?  E lì ci è balenata in testa una diavoleria: forse ha un figlio o una figlia o una compagna che studia musica  o che sta per intraprendere la carriera di musicista e per questo s'è avvicinato alla musica, come capita solitamente all'illuminata borghesia occidentale intorno ai cinquanta? O vuole entrarci di peso? Naturalmente tale ultimo pensiero di bassissima lega l'abbiamo subito scacciato, in considerazione della fama di Rampini ma anche perché il caso di un suo altrettanto celebre collega, Caprarica, corrispondente Rai da Londra, che quand'era direttore di Radio Rai aveva fatto fare una serie di trasmissioni a Uto Ughi, perché il figlio di sua moglie studiava violino  è e resterà un  caso isolato. 
Comunque nessuno ha mai pensato che Lang sia un cialtrone, come magari lo è qualche pianista/compositore/classico/contemporaneo di casa nostra; Lang è certamente un  pianista, non ci sembra un grande pianista, e il fenomeno Lang, con tutta la simpatia che gli va riconosciuta, senza un accurato marketing non sarebbe mai esploso.

sabato 19 aprile 2014

Peccati di giovinezza di Pappano e signora

L'altra sera abbiamo assistito, nella Sala Petrassi dell'Auditorium di Roma, piena di pubblico, ad un concreto indimenticabile per molti versi. Innanzitutto perchè si eseguiva la 'Petite Messe Solennelle' di Rossini, un'opera che in questi ultimi anni ci affascina ogni volta di più, superando qualsiasi altra musica. L'inizio della Messa non riesce mai a trovarci nell'indifferenza; e l'Agnus Dei non finisce di commuoverci, immancabilmente. L'occasione della esecuzione, un concerto 'straordinario' non previsto in stagione, era dato da un anniversario che non poteva passare inosservato: centocinquanta anni fa, la Messa veniva eseguita per la prima volta a Parigi, in casa del Conte Pillet-Will, alla cui consorte la messa era dedicata. Era il 14 marzo 1864, ed era di lunedì. La seconda ragione che rendeva il concerto tanto più prezioso era la presenza ai due pianoforti dei coniugi Pappano - e non si tratta di 'promozione' per ragioni di cuore, per la signora Pappano, Pamela, che è una pianista di classe e che ha conosciuto suo marito a Bruxelles, perchè sia Lui che Lei facevano lo stesso mestiere prima che Tony diventasse direttore, e cioè accompagnavano cantanti,  erano il loro istruttore, il ripetitore, colei o colui che segue  i cantanti, anche molto celebri, nello studio di una  nuova parte o lavorano in teatri che hanno sempre bisogno di tale figura professionale Quando Pappano riviene in Europa dall'America, dove si era trasferito da Londra, alla morte della sua sorellina, ancora molto giovane, a Barcellona,  è perchè  lo chiamò Romano Gandolfi, che lo aveva conosciuto in una trasferta americana ne aveva apprezzato le qualità musicali e la sua conoscenza del repertorio vocale. Bene, Pamela Pappano questo mestiere lo conosce benissimo e dunque era ora che si presentasse nelle vesti professionali sue proprie e non solo come moglie di Pappano, anche dove suo marito comanda, come accade già a Londra, dove lei lavora al Covent Garden. La passione, l'amore che ambedue mettono nel lavoro al servizio della musica è , potremmo dire, totale, eroica, ed i risultati lo dimostrano.
 E poi c'è un'altra ragione che ha reso quella serata unica e  che fa onore agli interpreti. Pappano, in queste settimane, è alla Scala per la sua prima direzione operistica ( Les Troyens di Berlioz) e nei due unici giorni di pausa, fra le recite, è corso a Roma per questo concerto. Sono dei purissimi vizi che solo in gioventù si possono coltivare, quando si può ogni tanto anche trascurare il riposo.
 A proposito di Berlioz alla Scala, abbiamo letto recensioni sulle quali forse sarebbe opportuno fare qualche riflessione, sia sugli autori che su  quello che hanno scritto. Per ora ci fermiamo agli autori: singolare la firma sul Corriere,Torno,  che non era  quella dei critici canonici, chissà perchè; mentre La Repubblcia che altre volte , raramente in verità, s'era precipitata a scrivere recensioni che forse neppure meritavano di essere scritte, invece, per l'opera di Berlioz ha atteso, come una recita qualunque, la domenica successiva; nessuna recensione invece sul Messaggero; e su  La Stampa, ne ha scritto il corrispondente da Parigi, melomane da una vita, ma non un critico del giornale
 Dopo Pasqua, Pappano sarà a Roma, per un concerto davvero singolare per il programma che è un programma di quelli che erano assai frequenti nei concerti di moltissimi anni fa, con brani tratti da opere molto complesse ed arcinote. Oggi, se non fosse Pappano a farlo, qualcuno oserebbe gridare allo scandalo. Noi no. E andremo ad ascoltarlo.

giovedì 20 marzo 2014

Perchè 'Les Troyens' di Berlioz per il debutto alla Scala?

Un direttore  del suo livello doveva muovere spavaldo incontro alle difficoltà, ammesso che ve ne siano, come anche alle possibili trappole, alle contestazioni  anche quelle provocate ad arte, in occasione del suo debutto operistico alla Scala, nei prossimi giorni. Pappano, in realtà, alla Scala ha già diretto l'Orchestra sua romana e quella del teatro milanese, riscuotendo sempre consensi generali ed unanimi. Perchè ora si presenta con un repertorio tipico di chi, di fronte ad un possibile inciampo, va avanti con cautela, come fa pensare la scelta di un'opera di Berlioz, ineseguita, seppure consigliatagli da Lissner? Un direttore del suo livello, acclamato e richiesto dappertutto, con una esperienza di 'buca' vastisssima, vent'anni ed oltre fra Londra e Bruxelles, con un repertorio che spazia in tutti i secoli,  avrebbe dovuto dire a Lissner che lui a Milano ci andava sì, ma con Trovatore o Traviata o Barbiere o Elisir o Norma. Che importa che Lissner voleva altro? Quell'altro ( Berlioz) doveva e poteva chiederlo ad un direttore meno coraggioso e conosciuto di lui. E Pappano doveva dirglielo a brutto muso. Certo che a Londra come a Bruxelles era normale che Pappano, che comunque fa tutto il repertorio,  facesse anche Berlioz, ma alla Scala doveva esigere un titolo del grande repertorio e non il Berlioz che aveva già diretto a Londra, una coproduzione in vista del suo debutto milanese.
 Le sue sortite europee con la sua orchestra romana ci costringono a queste riflessioni. Le prime volte che andò in Europa, Pappano  portò un repertorio per il quale il confronto con  le orchestre del resto del mondo gli risultava  facile e vincente. Ma alle seconde e terze uscite, saggiamente, s'è presentato con il repertorio sinfonico europeo per accreditare se stesso e la sua orchestra come una delle compagini ammesse nel ristretto giro delle grandi orchestre. Ora è come se tornasse indietro, con questo inutile Berlioz. Ora il titolo non può essere mutato, Pappano sta già lavorando per il debutto milanese con l'impegno che gli si riconosce da tutti. Ma con quel Berlioz che sicuramente farà benissimo, forse non sapremo mai se l'applauso - che gli auguriamo  sinceramente - arrivi perchè se lo è meritato in toto, oppure con la complicità di un titolo sconosciuto  ai più, per il quale il confronto con la grande tradizione direttoriale italiana è troppo facile per un direttore del suo rango.

mercoledì 22 gennaio 2014

La sciatteria dei Wiener Philharmoniker

Ci hanno distrutto un mito, il mito dell'orchestra più bella del mondo: i Wiener Philharmoniker. E noi che ogni volta che ci capitava di citarli  premettevamo sempre: i Wiener  sono un'altra cosa, sono sempre i Wiener.
 Quante volte abbiamo ripetuto in pubblico e privato, in occasione dei Concerti di capodanno da Vienna e Venezia, che i due concerti quanto a programma non è che fossero molto diversi, anzi il concerto veneziano ha sempre avuto musica molto ma  molto più bella di quella viennese; e, del resto, anche quanto a direttori, non si differenziavano poi tanto, anzi in qualche caso - come per Pretre, il direttore che aveva prima diretto a Venezia e solo dopo debuttato a Vienna, nonostante i suoi ottant'anni ed i molti anni attivo sulla piazza viennese- Venezia aveva dato la sveglia a Vienna,  precedendola nelle scelta. Ma sull'orchestra no, nulla da dire: i Wiener sono i Wiener e qualunque altra orchestra , anche quelle indicate da recenti classifiche 'FARLOCCHE' tanto care ad una specializzatissima  rivista di musica, non può stargli alla pari, Scala, Santa Cecilia e Fenice comprese. In questa nostra convinzione avevamo parecchi sodali, specie quelli che dalle pagine del Corriere ogni anno ci dicevano - nonostante i successi televisivi e di pubblico del concerto veneziano- che con i Wiener non c'era nulla da fare.
 Ora, invece, proprio dalle pagine di quel giornale, il critico musicale e non un cronista che si occupa anche di cose musicali com'è quello che in questi anni ha sposato l'inutile ed infruttuosa campagna antivenezia, da quelle stesse pagine, arriva un'affermazione che ci sconvolge la vita e cambia radicalmente le nostre convinzioni. Scrive il noto critico milanese a proposito di un concerto a Milano dell'orchestra viennese diretta da Chailly: " Le classifiche delle orchestre sono demenziali - in questo concordiamo specie quando i risultati  sono fuori di ogni logica - perchè ogni singola prestazione dipende da mille variabili di repertorio,convinzione, acustica e da chi li dirige facendo cosa. Nel caso dei WIENER un comparativo assoluto si può però usare. Sono l'orchestra più VOLUBILE del mondo, capace di meraviglie incomparabili come di prestazioni  ai limiti della SCIATTERIA. Quando suonano come possono e sanno si fanno perdonare ogni cosa, però".
 Che ogni prestazione di un'orchestra dipenda sempre da molte variabili non è un mistero, e che, di solito, le orchestre anche le più blasonate non rendano quando sono in tournée in una sala che non conoscono e cc.. non ci vuole che venga a dircelo il collega illustre del quotidiano milanese, lo sappiamo da noi per esperienza, personale e professionale, diretta. Ma che i Wiener, anche nelle peggiori situazioni, possano scendere al di sotto di uno standard  che tutti comunque e sempre gli riconoscono, su questo non possiamo concordare con il nostro collega. E con qualche altro che - ricordiamo chiaramente, a causa della assurdità dell'affermazione - che, anni fa, in occasione di un concerto della Philharmonia di Londra a Milano faceva rilevare una stecca del primo corno, e magari in mille altre occasioni aveva cantato le meraviglie dell'orchestra  che so io... non facciamo nessun nome, perchè dovremmo fare un elenco interminabile.
 I Wiener per noi sono sempre i Wiener

sabato 24 agosto 2013

Ora la crisi colpisce anche la cultura, lo dice Federculture

Ci siamo. Per la prima volta, il calo dei ‘consumi’ culturali è grave, quasi drammatico, dopo anni di tenuta nonostante la crisi. Nel 2012, infatti, gli italiani sono andati di meno a cinema, a teatro, ai concerti e alle mostre d’arte, oltre al fatto che leggono meno libri (ma questa non è una novità), mentre i musei hanno perso un visitatore su 10, come racconta il rapporto di Federculture, sulla cultura in Italia nell’anno 2012.
Il Rapporto di Federculture lancia l’allarme sul settore, ma avverte: il problema non è solamente imputabile alla crisi. Nonostante tutto, agli italiani la cultura piace. Il problema è da imputarsi al sistema. Basti considerare che i visitatori di tutti i musei statali italiani superano leggermente quelli di Londra, ad esempio. Il presidente di Federculture, Roberto Grossi, denuncia apertamente:
“Siamo in un tunnel: si registra una completa assenza di fiducia, anche tra gli operatori del settore, e tutto questo a causa di leggi stupide. La responsabilità cade sulla totale assenza di programmazione e su una politica debole che allontana i privati”.
Alla luce di quanto diffuso dal rapporto 2012 sulla cultura stilato da Unioncamere e Symbola, si evidenziava invece un potenziale produttivo del Pil di quasi il 5% da parte della cultura, capace di coinvolgere centinaia di migliaia di imprese e di creare posti di lavoro.
Ciò denota come la colpa del sistema sia effettivamente non priva di ragioni. Basti considerare l’esempio Pompei, emblema di noncuranza del Governo per quello che da più parti, e non a torto, viene definito il vero petrolio del Paese.
Nel dettaglio, dai 72 miliardi del 2011 si è scesi ai 68,9 miliardi di spesa "culturale" del 2012. Il settore che ne ha risentito di più è quello dei concerti (-8,7%), seguito dal teatro (-8,2%), dal cinema (-7,3%) e dai musei (-5,7%).
A pesare di più sul settore, la mancanza delle attenzioni statali e soprattutto degli investimenti privati, con un crollo delle sponsorizzazioni (-9,6% rispetto all’anno precedente, e addirittura -42% rispetto al 2008).
Bologna e Torino sono le città italiane che hanno più risentito della crisi della cultura, registrando un calo rispettivamente del 17,7% e del 14,7%.
Male anche Roma e Milano, con una riduzione del 6,3% e del 5,7%. Sugli scudi, invece, Firenze e Venezia, con un incremento, rispettivamente, dell’8,3% e del 4,8%. Ma forse il peggio non è finito, e la luce in fondo al tunnel non si vede ancora.

martedì 25 giugno 2013

Pappano resta a Roma. Ma si faccia sentire di più

Alla fine Tony Pappano ha deciso di restare a Roma e a Londra. E perciò l'idea, avanzata da molti mesi, del suo prossimo approdo a Milano, una volta scaduti i suoi contratti a Roma e Londra, è definitivamente abbandonata. Almeno per ora. Se ne riparlerà nel 2017 quando terminerà il contratto appena prolungato, come direttore musicale dell'Orchestra di santa Cecilia iniziato nel 2005( mentre quello londinese al Covent Garden  scadrà l'anno prima, nel 2016). Allora e solo allora si vedrà: quattordici anni di permanenza a Londra e dodici a Roma potrebbero cominciare a pesare anche sulla vita di Pappano che, è cosa nota, a queste due creature  sta dedicando ogni sua energia. Alla fine  del 2017 Pappano  sarà prossimo al sessantesimo anno e forse vorrà dare una svolta alla sua vita professionale.
 Che avesse già preso una decisione sarebbe dovuto risultare chiaro a tutti già dallo scorso febbraio, ben prima della designazione di Pereira alla Scala. Da quando cioè un suo amico fraterno, il gioielliere Nicola Bulgari, che si era trascinato appresso suo fratello Paolo,  aveva deciso di destinare all'Accademia il sostanzioso contributo di 1.200.000 Euro in tre anni. In realtà quel contributo non sarebbe finito nelle casse dell'Accademia senza Pappano. Se il direttore avesse avuto in testa di lasciare Roma, i fratelli Bulgari si sarebbero tenuti quei soldi, perchè l'Accademia , la sua Orchestra e Bruno Cagli al vertice sono lì da anni, e loro non hanno mai manifestato tanta solidarietà  economica verso la storica istituzione musicale  e verso i suoi vertici. Quindi bando alle illusioni: senza Pappano quel sostegno non sarebbe mai venuto. E perciò,  almeno da quando Lissner aveva fatto sapere che sarebbe andato a Parigi e cominciavano a circolare indiscrezioni sui prossimi giri di poltrone, Pappano aveva detto ai Bulgari che sarebbe rimasto a Roma.
 In una delle sue ultime interviste, uscite su Music@, anche Hans Werner Henze che  aveva conosciuto Pappano soltanto nei suoi ultimi anni di vita, a seguito di quella commissione che l'Accademia gli aveva fatto - di cui Cagli si faceva vanto, ma che Henze  aveva commentato " hanno aspettato che avessi oltre ottant'anni, non ci potevano pensare prima?" - era quasi certo che Pappano non sarebbe andato via dall'Italia nè si sarebbe spostato a Milano- come invece si diceva con molta insistenza: Pappano resterà in Italia, sosteneva il grande compositore; e a Roma, perchè ha un ottimo rapporto con l' orchestra. Di lasciare poi l'Italia neanche a pensarne. Sia Pappano che sua moglie amano il nostro paese, hanno preso da poco anche una casa in Toscana... ".
 Dunque Pappano resta a Roma, perchè si sente a casa, e il pubblico romano gli vuole un gran bene, come ha notato, di recente, anche il sovrintendente di uno dei nostri più importanti teatri, Cristiano Chiarot sovrintendete della Fenice, presente all'Auditorium per una delle recite del 'Ballo in maschera'.: "Si sente anche nell'aria che fra Pappano ed il pubblico romano c'è stima ed affetto; appena  è entrato in sala il pubblico lo ha applaudito con un calore davvero sorprendente. Non accade così spesso".
 Ora, però, Pappano, se non vuole continuare nella rosea routine di tutti questi anni, deve incidere di più nella programmazione dell'Accademia, non può badare solo ai suoi concerti e lasciare che la segreteria artistica che affianca Cagli, faccia il resto.
E' vero, dall'Accademia passano grandi solisti e grandi direttori. Ma da anni non si vedono mai facce nuove, sempre gli stessi interpreti,  le stesse agenzie. Questo non può continuare. Ora che l'Orchestra gode di un prestigio internazionale, grazie a Pappano non certo a Cagli  - sia detto in tutta sincerità -  occorre rinnovare, cambiare i criteri di programmazione; e, per la musica contemporanea, non lasciarsi consigliare da ragioni elettoralistiche interne. Ed è necessario avere una attenzione maggiore  verso gli artisti italiani, banditi in massa dai cartelloni accademici. E questo è scandaloso!
 Insomma, avuta  la bella notizia della permanenza, fino al 2017, di Pappano a Roma, ora ce ne attendiamo delle altre;  soprattutto qualche novità, come non se ne vedono nella programmazione prossima, appena annunciata.
Pietro Acquafredda