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venerdì 3 febbraio 2017

Parlamentari d'Italia. Chi li rivota è un idiota. Padoan parla davanti al Senato vuoto

Da ieri, da quando la tv ha trasmesso le immagini di Padoan che parlava al Senato - si fa per dire - per illustrare il richiamo di Bruxelles sui nostri conti, e la risposta italiana alle contestazioni, una fortissima indignazione  ci ha colti. Certo che siamo abituati da sempre a vedere quell'ignobile spettacolo delle due Camere vuote, per una ragione o per l'altra, anche quando è in discussione un tema di una certa importanza. E abituati  lo sono anche i giornali che ormai non ci fanno più caso, e anche le televisioni, complici,  che hanno imparato il trucco: non inquadrano mai l'emiciclo, ma solo il relatore. Per fortuna che oggi, precedendoci nell'indignazione di qualche ora, il Corriere, punta il dito contro l'intero corpo senatoriale, indegno, mettendo in prima pagina una foto che grida vendetta.

Vedere il Senato con soli 13 senatori, dei 320  eletti, è vergogna senza pari. Mentre si parla del futuro, dei destini del paese ai quali  uno per uno i Senatori dichiarerebbero di essere massimamente interessati,  senza che però più nessuno li prenda in seria considerazione, loro pensano a quando votare, ai capilista bloccati, all'Italicum o al Porcellum o al Mattarellum o al premio di maggioranza; e a quel fatidico 16 settembre, al quale vogliono arrivare ancora in scranno. Che gliene fotte dell'Italia? Come del resto agli Italiani non gliene fotte nulla se i parlamentari che hanno eletto appartengono alla peggiore classe italiana. E' così. E mai lo sdegno arriverà ad indurre tutti a votare scheda bianca, in modo da non eleggere nessuno e chiuderlo se non proprio il Parlamento intero, almeno il Senato. Tanto per cominciare.

Renzi era partito dalla riduzione, ma non gli è riuscita; e tutto resta come prima in un paese alla deriva, immobile. Si pensa alle elezioni. Se poi tutti i cittadini  avranno maggiori problemi e difficoltà, cosa importa a loro che una volta entrati in Parlamento si garantiscono per qualche tempo un bel vivere e, se furbi, anche una tranquilla vecchiaia?
 Abbasso il Senato!

martedì 12 maggio 2015

Barbara Spinelli. Figura di m...

Ci perdonerà la nostra illustre collega Barbara Spinelli. Capirà. Nella sua avventura politica, non ancora conclusa ma che va verso una deriva  ignobile, lei ha fatto una figura di cacca, davanti all'opinione pubblica che  per la sua attività giornalistica, l'aveva apprezzata e, di conseguenza, votata alle ultime elezioni europee,  con un numero di voti, in due circoscrizioni, ben oltre le 60.000 preferenze. Nè più e nè meno di tanti suoi grigissimi colleghi parlamentari - chissà quante volte li avrà criticati nei suoi editoriali - che  nell'incarico internazionale hanno visto, prevalentemente, una occasione di guadagno, come la tristissima storia soprattutto italiana insegna.
 Si è presentata nella lista Tsipras, dichiarando  al momento della candidatura che lei avrebbe, se eletta, girato il mandato al primo dei non eletti, dimettendosi. La qual cosa non ha fatto. Poi ha dichiarato anche che lei a Bruxelles non sarebbe andata mai, e che la sua candidatura rappresentava un sostegno ideologico alle tesi del candidato premier greco, contro la politica europea che stava affamando molti degli Stati membri. E lei che si è sempre occupata di politica estera, per simili affermazioni, era più che  credibile.
 A elezione avvenuta, non si è dimessa, attirandosi le critiche di mezzo mondo , a Bruxelles forse non è mai andata - mantenendo fede alla parola data, ma solo in questo caso - ed infine, notizia dell'altro ieri, si è anche dimessa dal partito che l'aveva eletta, non dimettendosi però da parlamentare europea.
 Insomma un tradimento su tutta la linea, all'insegna del principio: se mi hanno eletta ora si becchino anche i miei capricci, mentre io vivo abbastanza bene con i soldi europei, ai quali naturalmente Lei giornalista ed editorialista apprezzata e profumatamente pagata della 'Stampa', non intende, perciò, rinunciare.
Se questa non è una figura di m...

venerdì 10 ottobre 2014

Teatro Regio di Torino. Vergnano, Noseda, Fournier

Vergano e  Noseda non possono più convivere, ormai fanno vita da separati in casa, o l'uno o l'altro deve andar via. Non possono più restare ambedue ai vertici del Regio di Torino - è quanto scrivevano  a settembre i giornali bene informati , come la Stampa, la quale aggiungeva che l'assessore alla cultura di Torino, Braccialarghe, sparava a zero sia contro l'uno che contro l'altro, avendo per ciascuno pallottole dedicate.
Poi il miracolo: Vergnano vuole che Noseda vada via? E Noseda resta. Noseda , che aveva fatto da testimone di nozze a Vergnano, vuole separarsi definitivamente da lui, e Vergnano resta. Quale salutare balsamo abbia usato Fassino non è dato sapere, nè possiamo pensare che il balsamo  usato abbia nome e cognome e cioè: Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico del Teatro alla Scala dal 2007, sotto Lissner, e prima con il medesimo, o quasi, incarico a Santa Cecilia, e prima ancora al Maggio Fiorentino, dopo un passaggio con Henze a Montepulciano e con Bussotti alla Biennale - ma qui  parliamo dei tempi della seconda guerra mondiale. Fournier ha sessantasette anni, è sposato a Leonetta Bentivoglio, ed è papa di un giovanissimo compositore, appena diciassettenne che proprio l'altro ieri, in concomitanza con la sua candidatura a Torino, ha debuttato al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno con una operina (melologo), nell'ambito del festival gestito da Ada Gentile, 'Nuovi spazi musicali'.
 Gaston Fournier ha un curriculum di tutto rispetto, come attendente alla direzione artistica, e in aggiunta 'conosce le lingue', che oggi conta assai - si diceva la stessa cosa di Cesare Mazzonis, tanti anni fa, quando da mancato cantante, alle dipendenze di Francesco Siciliani, giunse alla Scala, dopo l'esperienza alla RAI di Roma, che noi ricordiamo per una sua prova di grande meschinità nei nostri confronti - che un giorno racconteremo.
 Però questo non bastava al cursus honorum di Fournier, se hanno ritenuto di  dover aggiungere sue esperienze artistiche sia al Covent Garden che al Festival di Salisburgo. Bugie millantate  che nel suo curriculum istituzionale nel sito della Scala, ovviamente, non compaiono. Con Londra e Salisburgo, nonostante parli molte lingue, non ha mai avuto rapporti professionali inerenti la direzione artistica, se non forse in occasione di coproduzioni con Santa Cecilia o con la Scala, dove invece, come si sa, ha lavorato. E questo per Torino dovrebbe bastare ed avanzare.
 Con Londra, ad essere precisi, forse sì. Quando ci è andato con l'avv. Vittorio Ripa di Meana, sotto la gestione Berio a Santa Cecilia, per fare concretamente al m. Pappano, la proposta di venire a Roma. Pappano lo aveva segnalato lui a Berio,  fidandosi innanzitutto delle prime interviste fatte da sua moglie, Leonetta Bentivoglio al direttore, per Repubblica, quando era a Bruxelles e forse ancora non si sapeva della sua andata a Londra. Fatto sta che Pappano viene a Roma, dopo la morte di Berio,  quando succede al compositore il poeta musicologo Cagli, alla presidenza di Santa Cecilia. Pappano arriva a Roma, ma la convivenza , nella direzione artistica fra Fournier e  Bucarelli - della corte di Cagli - non funziona. Fournier prende la strada di Milano - noi pensammo per 'spianare la via dell'arrivo a Pappano, al termine del suo mandato a Roma e Londra', come poi non è stato. Che la sua partenza da Roma fosse il frutto dell'evidente dissidio con Cagli, fu a tutti esplicitamente noto, quando  Cagli alla presentazione della prima stagione senza l'aiuto di Fournier, non lo ringraziò neppure a denti stretti, come si usa fare fra persone civili,  e dovette farlo Pappano che a Fournier e sua moglie, Bentivoglio, doveva riconoscere qualche parte nella sua venuta a Roma. Solo noi  facemmo notare lo sgarbo.
 Ed ancora noi, oggi, facciamo notare che non c'era assolutamente bisogno che facesse scrivere delle sue inesistenti esperienze a Londra e Saliburgo, quasi che Roma, Firenze e Milano non fossero sufficienti ad accreditarlo presso un teatro italiano non di primissima grandezza,  e dove  certamente non è tornata la pace fra sovrintendente  (attaccato alla poltrona da ormai 15 anni) e direttore musicale (con grande voglia di crescere) come forse fra breve riemergerà. In quel caso Fournier, che alle prime armi ebbe esperienza anche diplomatica, dovrà usare anche quella sua arma segreta per non vivere in un inferno a Torino.

giovedì 9 ottobre 2014

Musica per la grande guerra. Omaggio a Re Alberto del Belgio: KING ALBERT'S BOOK.1914

In segno di riconoscenza e ringraziamento, il mondo intero si mobilitò a favore del Re del Belgio e del suo esercito, per la strenua difesa della sua neutralità contro l'avanzata tedesca. E il Daily Telegraph pubblicò l'infinita serie di omaggi, di ogni genere, per tanto valore. Fra i quali anche musiche di Debussy, Mascagni, Elgar.
Natale 1914. Il 'Daily Telegraph' pubblica il 'King Albert's Book'. 'Omaggio al re del Belgio ed al suo popolo da parte delle più rappresentative personalità, uomini e donne, di tutto il mondo'. Ragione di tanta attenzione ed insieme riconoscenza nei confronti del giovane sovrano belga, Alberto I, e del suo popolo è la difesa coraggiosa, strenua, alvolta eorica dei propri confini dall'invasione nemica, di fronte alla quale, purtroppo, anche il Belgio doveva poi capitolare.
Il mondo intero - politici, artisti, letterati, giornalisti, uomini di chiesa, scienziati - intese testimoniare tale riconoscenza aderendo all'iniziativa promosa da Hall Caine, ed inviando testimonianze di ogni genere raccolte con cura nel volume, edito dal 'Telegraph'.
Testi, pitture, sculture, musiche. Sì, anche musiche. All'omaggio non si sottrassero musicisti di gran nome, italiani, francesi, inglesi. Mascagni, Debussy, Saint-Saens, Elgar ed altri, meno noti ma ugualmente entusiasti e convinti. Mascagni, Debussy ed Elgar inviarono omaggi musicali veri e propri, brani di musica di diversa ampiezza , mentre Saint-Saens scrisse un profilo del re e della regina che egli aveva conosciuto a Montecarlo.
'Ho conosciuto - scrisse il musicista francese - le loro altezze reali il Principe Alberto e la Principessa del Belgio, futuri sovrani, presso un altro Alberto I, caro amico della Francia, che mi presentò a loro, e cioè sua altezza serenissima il Principe di Monaco. Grandi amanti della musica, essi mi fecero una bella accoglienza e manifestarono il desiderio di ascoltarmi suonare l'organo della cattedrale del principato, uno strumento eccellente ma di piccole dimensioni, più adatto ad accompagnare il canto che ad una esecuzione organistica vera e propria. Feci del mio meglio e l'indulgenza degli uditori fece il resto”.
Il Principe e la Principessa giravano la Costa azzurra su una minuscola automobile a due posti, offrendo un quadro charmant di ménage unito e felice. La Principessa era sempre vestita con grande semplicità, la semplicità delle grandi signore. Si divertiva moltissimo a fare foto, ed io stesso ero spesso preso di mira dalla sua macchina fotografica; per tale ragione ebbi l'onore di posare in gruppo con il suo nobile sposo”.
Grande, veloce, elegante, riservato, con un parlare sempre dolce e lento, il Re dei Belgi sconcerta al primo incontro, come persona enigmatica: chi non lo conosce pensa che egli abbia calato sul viso e sulla persona un velo impenetrabile. Nessun velo, nessun enigma. Dietro questa apparente freddezza ed insensibilità, egli si rivela invece affabile, persona di prim'ordine, uno che ha studiato ogni cosa, ogni cosa ha approfondito, e nulla gli è estraneo. Senza dubbio alcuno, a lui si deve attribuire la superiorità di cui l'armata belga ha dato prove così evidenti nella impari ma gloriosa lotta contro la Germania. Senza perdere la tranquillità, il giovane re, noto fino ad ora come un diplomatico, saggio, artista, sì è rivelato all'improvviso, anche un eroe, riscuotendo la meraviglia e l'ammirazione del mondo intero”.
E la graziosa regina, dall'apparenza così fragile, delicata, quale grande energia ha rivelato nel suo triplice ruolo di regina,sposa e madre. Di questa coppia reale, illuminata dall'aureola duplice della giovinezza e del martirio, la storia parlerà”. Firmato Camille Saint-Saens.
Al medesimo indomito coraggio si riferiva nel suo omaggio il nostro Luigi Barzini del 'Corriere della Sera', quando scriveva: “ Il Belgio è caduto, ma ha conquistato il cuore del mondo!... La sconfitta lo innalza e glorifica come il Martirio santifica e sublima la vittima e la sua fede...Il Belgio ha messo l'Indipendenza al di sopra dell'Esistenza. Non ha contato i nemici, non ha calcolato la probabilità: ha visto soltanto la giustizia e la santità della causa. Ha compiuto qusta cosa sublime: combattere senza speranza... man mano che avanzava inesorabile la pesante marea teutonica, mano a mano che il Belgio rimpiccoliva, noi lo vedevamo più grande. Ai nostri ochi il Belgio ingigantiva sulle rovine stesse del Belgio”. Dello stesso tenore l'omaggio di Anatole France: “Il Re Alberto è nato con l'anima di eroe e di uomo giusto. Dalla sua ascesa al trono ha sempre avuto la stima di tutto il suo popolo – me ne sono accertato personalmente – il rispetto di tutte le parti politiche e sociali, ed anche di coloro che sono meno disposti ad inchinarsi al cospetto delle prerogative reali. Egli ha ispirato fiducia in tutti. Gli si è riconosciuto sempre uno spirito di dirittura, saggezza, giustizia, dolcezza. Ancora giovane fu sottoposto ad una dura prova. Quando, a causa di un attentato mostruoso, i tedeschi violarono la neutralità del Belgio il Re non si inchinò alla forza e non si limitò a protestare contro la violazione dei trattati più sacri. Il Re oppose alle numerose milizie del Kaiser la piccola armata belga; e la sua spada lucente e pura a difesa di una giusta causa”.
Ma veniamo agli omaggi musicali, fra i quali i più importanti per il gran nome dei suoi autori. Cominciamo da Pietro Mascagni, il quale compose appositamente un foglio d'album per pianoforte - recentemente riscoperto ed incluso nel suo catalogo d'opera - dal titolo 'Sunt lacrymae rerum' . Di forma triparita si apre con una serie di accordi nel registro basso, che reca l'indicazione ' andante mesto', e l'andamento 'grave'. Appena creata l'atmosfera, si ascolta una melodia nel registro acuto, segnata dall'indicazione ' con espressione di tristezza' che occupa la gran parte del breve brano, per concludere con la ripresa degli accordi iniziali, ancora nel registro basso, con un 'piano' che, smorzandosi lentamente, arriva al pianissimo.
Curioso che un musicista che in seguito avrebbe fatto professione fascista - non è un mistero - facesse omaggio al coraggio del re belga e del suo popolo che avevano resistito, fino allo stremo all'invasione tedesca.
Edward Elgar inviò come suo personale omaggio all'eroico re belga ed al suo popolo, un brano dal titolo 'Carillon' per grande orchestra e voce recitante, ma presentato nella forma della 'riduzione per pianoforte' o di prima stesura, poi orchestrata ( come sarà dell'omaggio più alto al re belga, quello di Debussy) con il quale accompagnare ' Cantiamo, Belgi, Cantiamo', poema di Emile Cammaerts, in lingua francese. Nella forma del melologo in diversi punti, si presenta come un brano di notevoli dimensioni, variamente articolato. Una consistente introduzione ( Allegro), interrotta per dar modo al recitante di rivolgere ai Belgi l'invito a cantare il loro coraggio per la giusta causa. Un breve passaggio, in forma di melologo, dal sapore onomatopeico, egue sulle parole 'al suono del tamburo ecc...” che si termina con un secondo invito ai Belgi, a danzare; ancora un lungo episodio orchestrale , inframezzato dalla recitazione del seguito del poema, a sua volta seguito da un altro breve episodio in stile 'melologo', in questo caso in un' atmosfera raccolta, quasi di preghiera, per piangere sulla presa di città come Bruxelles, Malines, Lovanio, Liegi per concludersi con l'invito inziale 'Cantiamo, Belgi, Cantiamo!
Una curiosità musicale, prima di passare a Debussy. La musicista inglese Ethel Smyth inviò, come suo personale omaggio, una ' Marcia delle donne', brevissima ma con ritornelli, e di tono marziale.
Claude Debussy, infine, scrisse la 'Berceuse Heroique', 'per rendere omaggio a sua maestà il re Alberto I del Belgio e ai suoi soldati'. La composizione, ben nota, è scritta a tre parti, in attesa della succesiva orchestrazione con cui è oggi nota, avvenuta nel dicembre di quello stesso tragico 1914.
La storia della composizione la racconta il musicista, andata a vuoto la richiesta di scrivere una 'Marcia eroica', perchè “fare dell'eroismo nella tranquillità, al riparo dalle pallottole, mi sembrava ridicolo”.
In ottobre cadde Anversa, e subito dopo le armate tedesche raggiunsero la costa belga. Il mese successivo il romanziere Hall Caine, contattò artisti e personalità dei paesi alleati chiedendo a ciascuno di inviare qualcosa in omaggio al re Alberto I del Belgio. All'appello rispose anche Debussy , ed il suo omaggio, senz'altro il più importante dei musicisti francesi, finì nel 'King Albert's Book', che il Daily Telegraph stava preparando ed avrebbe pubblicato poco dopo - la prefazione reca la data 'Natale 1914'.
Racconta Debussy al suo amico Robert Godet: ”Sollecitato dal Daily Telegraph ho dovuto scrivere un pezzo per il 'King Albert's Book'. E' stato assai difficile, tanto più che la 'Brabanconne', (canto nazionale belga, del quale s'ode un'eco nella composizione di Debussy ) non ispira nessun eroismo nel cuore di chi non è stato allevato con essa. Il risultato di queste divagazioni s'intitola 'Berceuse Heroique'... E' quanto ho potuto fare, dato che la vicinanza delle ostilità mi turba fisicamente. Senza contare la mia inferiorità militare, perchè non saprei neanche maneggiare un fucile”.

In precedenza, alle prime avvisaglie di guerra in Francia, Debussy rifletteva: “Bisognerà serbare le energie per il dopoguerra, perché se saremo vittoriosi – e bisogna sperarlo ardentemente - le preoccupazioni artistiche saranno all'ultimo posto nelle nostre preoccupazioni.. Mai, in nessun tempo, l'arte e la guerra sono andate a braccetto... Per quanto ci si possa sforzare, tante catastrofi l'una dopo l'altra, tanti indicibili orrori ci stringono il cuore. Non parlo dei due mesi in cui non ho scritto una nota né toccato il pianoforte: non è nulla in confronto a questi tragici avvenimenti; ma non posso fare a meno di pensare a tutto questo con tristezza...Alla mia età, il tempo perduto è perduto per sempre”.

martedì 20 maggio 2014

Le fondazioni liriche che non stanno nei cuori degli italiani

Il ministero dell'Economia ha reso noto i dati relativi alla destinazione del 5x1000 dell'anno 2012, come risulta dalle dichiarazioni dei redditi dello scorso anno. In totale i cittadini italiani hanno destinato  265 milioni di Euro circa alle 34.000 associazioni ed istituzioni  che ne  hanno diritto, per autorizzazione dello Stato. Ha beneficiato più di tutti Emergency  con  oltre dieci milioni di Euro, e tale destinazione è facilmente comprensibile e a causa delle visibilità degli Strada e, soprattutto e principalmente,  a causa dei vari fronti umanitari sui quali la benemerita associazione è impegnata.
 Complessivamente, si viene poi a sapere,  alle Fondazioni liriche sono stati destinati dagli italiani 450.000 Euro circa, distribuiti non  equamente. In cima alla classifica delle donazioni c'è una non fondazione e cioè l'Orchestra Verdi di Milano che ha avuto oltre 90.000 Euro, per numero di sottoscrittori invece al primo posto è il Regio di Torino - lo era anche negli anni passati come avemmo modo di sottolineare in un nostro intervento sul bimestrale Music@. Nel quale però sottolineavamo che tali dati mettevamo in evidenza un aspetto davvero deludente è cioè la disaffezione del popolo italiano verso le sue istituzioni musicali e, potremmo anche dire, generalizzando, verso l'intero mondo della cultura. Sorprendente? Non tanto se tale disaffezione e distrazione continua, atavica, è un dato costante dello Stato italiano, che a tale settore destina una cifra assolutamente irrisoria, quasi un insulto od uno schiaffo in pieno viso,  e dei vari ministri che si sono succeduti al Collegio romano - e Franceschini, a dispetto delle dichiarazioni, non sembra fare eccezione. E il finto successo della 'notte dei musei' non deve condurre a conclusioni trionfalistiche, errate ed avventate.
 Del resto, giunti alla vigilia delle Elezioni europee, sa dirci qualcuno se ha mai ascoltato, nei vari comizi nelle piazza o in televisione, parlare di cultura, dell'importanza che in tale settore avrebbe far sentire la voce italiana a Bruxelles. S'è letto , per caso, negli elenchi dei candidati, il nome di qualcuno in grado di Illustrare con la necessaria COMPETENZA e PASSIONE le ragioni di tale settore strategico per l'avvenire dell'Italia?
E, per finire, ora che siamo alla conclusione della stagione televisiva dove imperversano i dibattiti sui più vari argomenti con opinionisti che non sanno di nulla ma  pontificano su tutto - LAUTAMENTE COMPENSATI - s'è mai ascoltato parlare di cultura, se non di passaggio e di straforo, dopo naturalmente  essersi scusati con i telespettatori che si ritengono disinteressati, estranei all'argomento?
 Altro che il tesoro dell'Italia. Questa è la nostra vergogna. E dai dati del 5x1000 viene l'ennesima conferma.

sabato 19 aprile 2014

Peccati di giovinezza di Pappano e signora

L'altra sera abbiamo assistito, nella Sala Petrassi dell'Auditorium di Roma, piena di pubblico, ad un concreto indimenticabile per molti versi. Innanzitutto perchè si eseguiva la 'Petite Messe Solennelle' di Rossini, un'opera che in questi ultimi anni ci affascina ogni volta di più, superando qualsiasi altra musica. L'inizio della Messa non riesce mai a trovarci nell'indifferenza; e l'Agnus Dei non finisce di commuoverci, immancabilmente. L'occasione della esecuzione, un concerto 'straordinario' non previsto in stagione, era dato da un anniversario che non poteva passare inosservato: centocinquanta anni fa, la Messa veniva eseguita per la prima volta a Parigi, in casa del Conte Pillet-Will, alla cui consorte la messa era dedicata. Era il 14 marzo 1864, ed era di lunedì. La seconda ragione che rendeva il concerto tanto più prezioso era la presenza ai due pianoforti dei coniugi Pappano - e non si tratta di 'promozione' per ragioni di cuore, per la signora Pappano, Pamela, che è una pianista di classe e che ha conosciuto suo marito a Bruxelles, perchè sia Lui che Lei facevano lo stesso mestiere prima che Tony diventasse direttore, e cioè accompagnavano cantanti,  erano il loro istruttore, il ripetitore, colei o colui che segue  i cantanti, anche molto celebri, nello studio di una  nuova parte o lavorano in teatri che hanno sempre bisogno di tale figura professionale Quando Pappano riviene in Europa dall'America, dove si era trasferito da Londra, alla morte della sua sorellina, ancora molto giovane, a Barcellona,  è perchè  lo chiamò Romano Gandolfi, che lo aveva conosciuto in una trasferta americana ne aveva apprezzato le qualità musicali e la sua conoscenza del repertorio vocale. Bene, Pamela Pappano questo mestiere lo conosce benissimo e dunque era ora che si presentasse nelle vesti professionali sue proprie e non solo come moglie di Pappano, anche dove suo marito comanda, come accade già a Londra, dove lei lavora al Covent Garden. La passione, l'amore che ambedue mettono nel lavoro al servizio della musica è , potremmo dire, totale, eroica, ed i risultati lo dimostrano.
 E poi c'è un'altra ragione che ha reso quella serata unica e  che fa onore agli interpreti. Pappano, in queste settimane, è alla Scala per la sua prima direzione operistica ( Les Troyens di Berlioz) e nei due unici giorni di pausa, fra le recite, è corso a Roma per questo concerto. Sono dei purissimi vizi che solo in gioventù si possono coltivare, quando si può ogni tanto anche trascurare il riposo.
 A proposito di Berlioz alla Scala, abbiamo letto recensioni sulle quali forse sarebbe opportuno fare qualche riflessione, sia sugli autori che su  quello che hanno scritto. Per ora ci fermiamo agli autori: singolare la firma sul Corriere,Torno,  che non era  quella dei critici canonici, chissà perchè; mentre La Repubblcia che altre volte , raramente in verità, s'era precipitata a scrivere recensioni che forse neppure meritavano di essere scritte, invece, per l'opera di Berlioz ha atteso, come una recita qualunque, la domenica successiva; nessuna recensione invece sul Messaggero; e su  La Stampa, ne ha scritto il corrispondente da Parigi, melomane da una vita, ma non un critico del giornale
 Dopo Pasqua, Pappano sarà a Roma, per un concerto davvero singolare per il programma che è un programma di quelli che erano assai frequenti nei concerti di moltissimi anni fa, con brani tratti da opere molto complesse ed arcinote. Oggi, se non fosse Pappano a farlo, qualcuno oserebbe gridare allo scandalo. Noi no. E andremo ad ascoltarlo.

mercoledì 9 aprile 2014

Michelangeli, il pianista dei pianisti

 Si torna a parlare di lui alla vigilia del ventennale della morte. A Roma un convegno in occasione  della mostra alla Biblioteca Nazionale, aperta sino alla fine di questo mese.
E’ curioso ma neanche poi tanto che su grandi, taluni addirittura immensi, intrepreti -  parliamo di Michelangeli, ma vale anche per Horowitz, Richter –  dopo la loro morte, sia calato il silenzio più assordante.  Ed è ancor più curioso in tempi di rare nuove registrazioni, quando le case discografiche, se opportunamente amministrate, potrebbero vivere di rendita, rimettendo in circolazione gli immensi tesori custoditi nei loro archivi sonori, che,  invece, non  fanno. A risvegliare la memoria, o l’interesse  - speriamo - su uno degli interpreti più osannati, al vertice della  piramide  novecentesca dell’interpretazione pianistica ci pensano altri, probabilmente solo per anticipare le celebrazioni centenarie, nella speranza che qualcosa, in seguito a tale sollecito non casuale, si muova.
 Quando Arturo Benedetti Michelangeli era in vita, ogni sua apparizione rappresentò davvero un fatto unico ed irripetibile, nonostante che il suo repertorio - ma solo quello pubblico, perché in privato Benedetti Michelangeli suonava molto altro ancora - fosse abbastanza circoscritto e quasi immutato da anni. Non c’era nulla di nuovo, e pure Benedetti Michelangeli era in grado di richiamare schiere di adoratori ed anche di pianisti che noi stessi abbiamo sentito esclamare, sconsolati, al termine di un concerto in Vaticano: come si fa a suonare ancora, dopo aver ascoltato lui?
Le notizie delle meravigliose imprese del nostro avevano superato i confini nazionali e raggiunto anche terre lontane: “ Si dice che in Italia viva un genio. Ha una biografia romantica, un aspetto misterioso ed è molto originale. Dà concerti molto raramente, ha un repertorio modesto ma quando suona il pianoforte è un miracolo. Il suo nome, sembra, è Michelangeli”- si dice abbia detto Sofronitskji, uno dei più grandi pianisti e maestri.  Solo su quel ‘raramente (‘dà concerti’) andrebbe detto qualcosa, per il resto, soprattutto del suo repertorio, era ciò che tutti sapevano. “Non è vero che Benedetti Michelangeli dava concerti raramente e  che molte volte ne annullava  alcuni già in calendario” - afferma senza timore di essere smentito Angelo Fabbrini che per molti anni  è stato  al fianco di Michelangeli con i suoi pianoforti. Michelangeli, questo è vero, non tollerava compromessi, era maniacalmente interessato alla perfezione sonora dello strumento che conosceva profondamente.  Fabbrini ha ricordato le notti passate, talvolta anche in compagnia del maestro, per mettere il pianoforte nelle condizioni migliori in rapporto alla sala ed al repertorio. Michelangeli, nel corso della sua carriera di concertista, ha disdetto concerti in numero molto inferiore di quel che si pensa. Forse era diffusa convinzione in Italia, dove per anni, per le ben note vicende anche fiscali, non ha più suonato, concedendosi solo in rarissime occasioni, come  in onore di due pontefici, e per il Sovrano Militare Ordine di Malta, in uno storico concerto di beneficienza in favore dell’Ospedale Bambino Gesù, nel corso del quale un uccellino, per ascoltare Michelangeli s’era intrufolato fra le foglie di una pianta, e, avendo cominciato a cinguettare, costrinse il pianista a interrompere quel canto imprevisto ed a ricominciare il Ravel di ‘Gaspard de la nuit’. (A proposito di quel memorabile concerto, quando Benedetti Michelangeli venne a sapere che i soldi raccolti non erano ancora andati all’Ospedale pediatrico romano, si infuriò e restituì all’Ordine di Malta l’onorificenza ricevuta per l’occasione benefica. E bene fece!). Sulla unicità della sua arte pianistica, molti illustri concertisti, mettendo da parte rivalità professionali ed anche comprensibilissime invidie, hanno scritto. Non fece la stessa cosa qualche storico che ancora in anni in cui l’arte di Benedetti Michelangeli era universalmente riconosciuta, assieme a qualche lato del suo carattere che certamente non lo rendeva simpatico, si esercitava a demolire il personaggio piuttosto che a rendere onore al merito.
Un altro grandissimo pianista-didatta russo, Nejhaus, avendolo ascoltato a Mosca,  nel corso della lunga tournée in URSS del 1964, disse di Michelangeli: ”La sua musica rammenta una scultura di marmo, perfetta, bella, idonea a resistere per secoli senza mutare, come se non fosse sottoposta alle leggi del tempo, alle sue contraddizioni e mutevolezze”.
 Carlo Zecchi, un altro dei nostri monumenti musicali, anch’egli ingiustamente  dime nticato, ci scrisse di Michelangeli : “ La prima volta che ebbi occasione di ascoltare ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI, fu al Concorso di Bruxelles, molti anni fa ( La testimonianza manoscritta di Zecchi era del  1984. Benedetti Michelangeli aveva partecipato al Concorso in questione nel…  ndr.) Egli s’impose subito per le alte qualità di pianista e di musicista. La commissione era composta dai più alti nomi del pianismo ( Artur Rubinstein, Wilhelm Backhaus, Gieseking e Annie Fischer) e di rinomati musicologi come Baumgarter ed altri del suo tempo. Lasciò una grande impressione che si ripetè al Concorso di Edimburgo, qualche anno dopo, presente Kleiber, Furtwaengler ed altri. Suonò il ‘Concerto di Schumann, accompagnato da Vittorio Gui e il pubblico gli decretò un vero trionfo. Personalmente lo considero un GRANDE, con le lettere maiuscole, e se il suo carattere fosse un po’ meno chiuso, egli potrebbe avere il triplo di ammiratori. Quando era più giovane studiava molte ore al giorno e anche di notte. La variabilità e dolcezza del suo tocco sono le sue doti più spiccate, il suo discorso musicale sempre persuasivo e dei più convincenti. Io ho per lui una venerazione e vorrei che Lugano fosse un po’ più vicino a Roma per seguirlo nelle sue peregrinazioni artistiche! L’Italia può essere fiera di quanto Egli dà per l’arte pianistica e di quanto l’apprezzino i suoi colleghi. Carlo zecchi ( Piano Time. Anno II, n.14. maggio 1984).  Nella voce Michelangeli del Dizionario Biografico della Treccani,2010, Rattalino ipotizza che sia stato proprio Zecchi a votare contro il giovanissimo Michelangeli a Bruxelles, e che anche in altre occasioni, forse per invidia,  Zecchi non avrebbe apprezzato le qualità del pianista - come invece aveva  scritto a noi.
E Aldo Ciccolini, al quale Benedetti Michelangeli pare fosse molto legato: “L’Arte di Benedetti-Michelangeli non si presta ad analisi di sorta. Si constata e basta. Sarebbe infatti inutile volerne tentare la descrizione ed interi volumi non basterebbero a coglierne i molteplici, straordinari aspetti. Un pianista del calibro di Benedetti-Michelangeli non può esser paragonato a nessun altro – è un fenomeno a parte, una somma di qualità di natura trascendentale sorrette da una organizzazione mentale al di là dell’eccezionale. Non esito ad affermare che nessun artista  di questa seconda metà del ventesimo secolo è in grado di reggere il confronto con A. Benedetti-Michelangeli che ha saputo innalzare l’Arte pianistica a vette sublimi, insospettate, irraggiungibili”. Aldo Ciccolini ( sempre da ‘Piano Time’, in un numero dedicato a Michelangeli).
 E Tito Aprea: “ Il pianismo di Michelangeli è costruito su fondamenta tecniche di infallibile perfezione, si avvale della bellezza di un tocco espressivo fascinoso per creare atmosfere interpretative di rara suggestione. E un così acceso clima di conquista spirituale è realizzato con una imperturbabilità somatica che, già da sola, è misteriosa ed avvolgente. Michelangeli non si abbandona a quegli atteggiamenti svenevoli o irosi con i quali molti esecutori ‘mimano’, talvolta, il carattere delle musiche che eseguono”.
 Né va dimenticato il lavoro di didatta di Benedetti Michelangeli, assai raro in musicisti del suo calibro; memorabili i suoi corsi di Arezzo, dove aveva formulato un decalogo per gli allievi dai quali esigeva rispetto per la musica e osservanza ferrea delle regole della scuola. Si racconta, a tal proposito, di un allievo, molto dotato, ma che presentandosi a Michelangeli, senza un briciolo di umiltà, gli disse: “Maestro, sono venuto a farle sentire l’Appassionata”. Il maestro, gelido, rispose: “La conosco”.
 Questo aspetto del suo carattere, particolarmente evidente nel suo lavoro di insegnante, ci fa venire in mente un altro grande musicista italiano, venerato e rispettato da tutto il mondo musicale, che non si faceva scrupolo di manifestare durezza nei confronti degli allievi poco umili e irrispettosi della musica, Franco Ferrara, alle cui lezioni, in quel di Assisi, ci capitò di assistere, nei primi anni Ottanta, mentre non abbiamo mai avuto modo di assistere a quelle di Michelangeli, ad Arezzo, negli anni Cinquanta,  anche per ragioni anagrafiche.
 Le caratteristiche principali del suo pianismo  furono subito evidenti a tutti dal suo debutto internazionale a Ginevra , al primo Concorso, nel 1939, Michelangeli diciannovenne, sintetizzate da Cortot che presiedeva la giuria che lo salutò come il ‘nuovo Liszt’. Il virtuosismo risolto senza apparente difficoltà la prima caratteristica distintiva, testimoniata anche dalle prime registrazioni. Ad esso si affiancò, nel tempo, uno straordinario ‘cantabile’, al punto che ascoltandone alcune esecuzioni  particolarmente segnate da tale stile pianistico si aveva l’impressione fossero due i pianoforti a suonare, perchè l’accompagnamento differiva dal modo, tutto vocale e sulla scia della grande tradizione della vocalità italiana, arricchita  anche dall’apparizione rivoluzionaria della Callas, di porgere la linea del canto. Verso gli ultimi anni di carriera si osservò nel suo pianismo un forte tensione verso l’oggettività dell’esecuzione.  A quale altra svolta avremmo assistito qualora Michelangeli,  se non morto prematuramente  in  quell’11 giugno del  1995, avesse messo in atto quel suo proposito di incidere nuovamente tutto il suo repertorio, come aveva rivelato anche ad Angelo Fabbrini che, proprio nel giorno in cui il pianista scomparve si accingeva a  raggiungerlo  per discutere e concordare calendario di prove e registrazioni. ( Chi volesse leggere  il ‘diario’ di Angelo Fabbrini, consegnato, in esclusiva, al bimestrale Music@, non ha che da sfogliare, sul sito : www.consaq.it, i nn. 28-31 del 2012 di Music@).
 Una curiosità, per finire. Michelangeli era nato il 5 gennaio del 1920. Esattamente undici anni dopo, il 5 gennaio del 1931 nacque Brendel e undici anni dopo ancora, il 5 gennaio 1942, nacque Pollini. Semplice coincidenza, o vogliamo pensare che esista un giorno propizio per la nascita di grandi pianisti?

                                   

giovedì 20 marzo 2014

Perchè 'Les Troyens' di Berlioz per il debutto alla Scala?

Un direttore  del suo livello doveva muovere spavaldo incontro alle difficoltà, ammesso che ve ne siano, come anche alle possibili trappole, alle contestazioni  anche quelle provocate ad arte, in occasione del suo debutto operistico alla Scala, nei prossimi giorni. Pappano, in realtà, alla Scala ha già diretto l'Orchestra sua romana e quella del teatro milanese, riscuotendo sempre consensi generali ed unanimi. Perchè ora si presenta con un repertorio tipico di chi, di fronte ad un possibile inciampo, va avanti con cautela, come fa pensare la scelta di un'opera di Berlioz, ineseguita, seppure consigliatagli da Lissner? Un direttore del suo livello, acclamato e richiesto dappertutto, con una esperienza di 'buca' vastisssima, vent'anni ed oltre fra Londra e Bruxelles, con un repertorio che spazia in tutti i secoli,  avrebbe dovuto dire a Lissner che lui a Milano ci andava sì, ma con Trovatore o Traviata o Barbiere o Elisir o Norma. Che importa che Lissner voleva altro? Quell'altro ( Berlioz) doveva e poteva chiederlo ad un direttore meno coraggioso e conosciuto di lui. E Pappano doveva dirglielo a brutto muso. Certo che a Londra come a Bruxelles era normale che Pappano, che comunque fa tutto il repertorio,  facesse anche Berlioz, ma alla Scala doveva esigere un titolo del grande repertorio e non il Berlioz che aveva già diretto a Londra, una coproduzione in vista del suo debutto milanese.
 Le sue sortite europee con la sua orchestra romana ci costringono a queste riflessioni. Le prime volte che andò in Europa, Pappano  portò un repertorio per il quale il confronto con  le orchestre del resto del mondo gli risultava  facile e vincente. Ma alle seconde e terze uscite, saggiamente, s'è presentato con il repertorio sinfonico europeo per accreditare se stesso e la sua orchestra come una delle compagini ammesse nel ristretto giro delle grandi orchestre. Ora è come se tornasse indietro, con questo inutile Berlioz. Ora il titolo non può essere mutato, Pappano sta già lavorando per il debutto milanese con l'impegno che gli si riconosce da tutti. Ma con quel Berlioz che sicuramente farà benissimo, forse non sapremo mai se l'applauso - che gli auguriamo  sinceramente - arrivi perchè se lo è meritato in toto, oppure con la complicità di un titolo sconosciuto  ai più, per il quale il confronto con la grande tradizione direttoriale italiana è troppo facile per un direttore del suo rango.