Virginia Raggi, quando le hanno portato la notizia, ha fatto salti di gioia. Era in riunione con l'Assessora Montanari, quella addetta alla monnezza che, ben compattata, intorno ai bidoni, romani e turisti ammirano, e che nessuno si azzarda a far sparire dalle strade.
Era da tempo che Roma non compariva in vetta a nessuna classifica, e così la Raggi e la Montanari si sono abbracciate e quasi commosse si sono dette: vedi che a furia di stargli dietro anche Roma viene classificata prima fra le grandi città d'Europa? Montanari ha annuito ed insieme, soddisfatte, sono andate al baretto del Campidoglio, per un brindisi di vittoria.
Virgina Raggi, rientrata nel suo ufficio, ha voluto ringraziare, con un tweet, romani e turisti, senza il cui contributo determinante - ha scritto - dopo quello in generale dell'amministrazione e della Montanari, per competenza del dicastero preposto, Roma non sarebbe mai a poi mai risultata prima fra tutte le città d'Europa: PER SPORCIZIA - come constata l'indagine Eurostat. Prosit!
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martedì 22 maggio 2018
domenica 25 marzo 2018
Consiglio alla Raggi per coprire i fori romani
Le buche, o come dicevano gli antichi, i 'fori' a Roma rappresentano da mesi l'emergenza n.1 della Capitale. Non l'unica, perchè conviviamo da tempo anche con l'emergenza rifiuti e, siccome non c'è due senza tre, con l'emergenza trasporti.
In fondo, tre emergenze, piccole tutto sommato, se paragonate alle grandi emergenze italiane e non solo romane, cioè l'emergenza politica e quella del debito pubblico e quella del lavoro. Ma se intanto si cominciassero a risolvere le emergenze che abbiamo definito 'piccole', se non altro perchè limitate ad una città, seppure Capitale, saremmo già un bel passo avanti. E fra esse una almeno potrebbe forse essere risolta, perchè si sa come farlo, ed i soldi- se non se li rubano strada facendo, come hanno quasi sempre fatto - ci sarebbero.
L'emergenza 'fori' romani ha una soluzione a portata di mano. La sindaca e l'assessore competente, congiuntamente, hanno inviato una delegazione a Milano, per interrogare il sindaco Sala sulle buche che ci sono a Roma ma non a Milano, quantomeno nella stessa quantità; non si tratta di diversa percezione. Le buche a Roma ci sono, non v'è strada senza, e si possono, anzi si devono risolvere.
Sala gli ha detto che a Milano c'è una squadra di una settantina di addetti, in servizio permanete, pronta ad intervenire, in ogni momento e con tempestività, sulle strade del capoluogo milanese. Ma non può essere questa la ricetta che salva Roma dai suoi 'fori'. Anche perchè di squadre 'tappabuche' ne esistono. A Roma, squadre di volontari che si danno da fare, a proprie spese, a differenza dell'immobile Giunta, per tappare con asfalto a presa istantanea le buche segnalate dai cittadini.
Il rimedio, dicevamo, esiste, basta applicarlo. Alla viglia del Giubileo della Misericordia, Roma si dette una sistematina stradale, sotto il Commissario Tronca. Uno dei lavori più imponenti, ma non l'unico del genere, fu il nuovo manto stradale della via Nomentana, da Piazza Sempione al Raccordo anulare. Alcuni chilometri di strada che negli anni successivi al Giubileo, nonostante pioggia e neve ed altro ancora, sono lì come appena fatti. Mai una buca, oltre quelle che i vari servizi comunali ( luce, gas, acqua, fogne) ogni tanto creano per interventi imprevisti o di emergenza, salvo poi a rattoppare in maniera abbastanza soddisfacente le buche procurate.
Perciò, invece che inviare una delegazione a Milano, basterebbe che la sindaca Raggi o il suo vice Bergamo con l'assessore o assessori competenti andassero a guardar i capitolati degli appalti assegnati da Tronca, nel caso dei lavori stradali alla viglia del Giubileo. Prenderebbero visione, con la massima precisione della qualità dell'asfalto di quei lavori. Se seguissero quell'esempio, saremmo sicuri che quattro o cinque anni - almeno quanti ne sono trascorsi dal Giubileo ad oggi - ma forse anche più, le buche non sarebbero uno dei grandi problemi a Roma.
Che aspettano?
In fondo, tre emergenze, piccole tutto sommato, se paragonate alle grandi emergenze italiane e non solo romane, cioè l'emergenza politica e quella del debito pubblico e quella del lavoro. Ma se intanto si cominciassero a risolvere le emergenze che abbiamo definito 'piccole', se non altro perchè limitate ad una città, seppure Capitale, saremmo già un bel passo avanti. E fra esse una almeno potrebbe forse essere risolta, perchè si sa come farlo, ed i soldi- se non se li rubano strada facendo, come hanno quasi sempre fatto - ci sarebbero.
L'emergenza 'fori' romani ha una soluzione a portata di mano. La sindaca e l'assessore competente, congiuntamente, hanno inviato una delegazione a Milano, per interrogare il sindaco Sala sulle buche che ci sono a Roma ma non a Milano, quantomeno nella stessa quantità; non si tratta di diversa percezione. Le buche a Roma ci sono, non v'è strada senza, e si possono, anzi si devono risolvere.
Sala gli ha detto che a Milano c'è una squadra di una settantina di addetti, in servizio permanete, pronta ad intervenire, in ogni momento e con tempestività, sulle strade del capoluogo milanese. Ma non può essere questa la ricetta che salva Roma dai suoi 'fori'. Anche perchè di squadre 'tappabuche' ne esistono. A Roma, squadre di volontari che si danno da fare, a proprie spese, a differenza dell'immobile Giunta, per tappare con asfalto a presa istantanea le buche segnalate dai cittadini.
Il rimedio, dicevamo, esiste, basta applicarlo. Alla viglia del Giubileo della Misericordia, Roma si dette una sistematina stradale, sotto il Commissario Tronca. Uno dei lavori più imponenti, ma non l'unico del genere, fu il nuovo manto stradale della via Nomentana, da Piazza Sempione al Raccordo anulare. Alcuni chilometri di strada che negli anni successivi al Giubileo, nonostante pioggia e neve ed altro ancora, sono lì come appena fatti. Mai una buca, oltre quelle che i vari servizi comunali ( luce, gas, acqua, fogne) ogni tanto creano per interventi imprevisti o di emergenza, salvo poi a rattoppare in maniera abbastanza soddisfacente le buche procurate.
Perciò, invece che inviare una delegazione a Milano, basterebbe che la sindaca Raggi o il suo vice Bergamo con l'assessore o assessori competenti andassero a guardar i capitolati degli appalti assegnati da Tronca, nel caso dei lavori stradali alla viglia del Giubileo. Prenderebbero visione, con la massima precisione della qualità dell'asfalto di quei lavori. Se seguissero quell'esempio, saremmo sicuri che quattro o cinque anni - almeno quanti ne sono trascorsi dal Giubileo ad oggi - ma forse anche più, le buche non sarebbero uno dei grandi problemi a Roma.
Che aspettano?
domenica 28 gennaio 2018
A Roma le 'Santa Cecilia' sono due. Lo tengao a mente al Corriere della Sera -Roma
L'altro ieri si è riparlato di Santa Cecilia a Roma. Quale delle due, perchè a Roma c'è l' antichissima Accademia di Santa Cecilia, che da una decina d'anni s'è trasferita, baracca e burattini, all'Auditorium Parco della Musica e il Conservatorio di Santa Cecilia che è l'istituzione preposta alla formazione ed all'istruzione musicale dei giovani e che ha sede in Via dei Greci, a due passi da Piazza del Popolo. Serve aggiungere che il Conservatorio è stato in qualche modo partorito dall'Accademia che è la madre di ogni consesso con scopi e finalità musicali e che ha una storia lunghissima di secoli ( fu fondata, se ricordiamo bene, nel Cinquecento, mentre il Conservatorio che reca lo stesso nome, risale all'Ottocento).
Non è raro che i giornalisti ed i loro giornali confondano le due istituzioni, come è avvenuto l'altro ieri quando, tornando a parlare di uno scandalo di molti anni fa, riguardane corsi fantasma al Conservatorio di Santa Cecilia, il Corriere della Sera, con una didascalia ha fatto capire di non essere a conoscenza che le istituzioni, intestate alla Santa protettrice della musica, sono due e molto diverse.
Ilaria Sacchettoni che ha firmato l'articolo, sembrava informata, mentre invece la redazione no. Infatti sotto una foto che ritraeva l'Orchestra dell'Accademia di santa Cecilia nel nuovo auditorium, si leggeva la seguente didascalia: "L'Orchestra di Santa Cecilia il cui Conservatorio avrebbe subito una truffa da 500.000 Euro". L'accaduto illecito riguardava il Conservatorio e non l'Accademia, la quale all'indomani, con un breve comunicato, ha marcato la differenza con Santa Cecilia n. 2, cioè il Conservatorio
Questa volta è toccato al 'Corriere' inciampare, ma in altre occasioni sono inciampati sull'argomento anche altri giornali che pur avendo da tempo la redazione a Roma, non hanno ancora capito come stanno le cose.
Riassumendo. L'Accademia di Santa Cecilia, che svolge attualmente la sua attività prevalente in campo concertistico (pur avendo al suo interno alcuni corsi di perfezionamento musicale) non ha niente da spartire con il Conservatorio di Santa Cecilia, che è una scuola 'superiore' di studi musicali, con il quale un tempo condivideva la sede ed anche la biblioteca; ora non più, essendosi l'una e l'altra dell'Accademia trasferite al Parco della Musica.
Non è raro che i giornalisti ed i loro giornali confondano le due istituzioni, come è avvenuto l'altro ieri quando, tornando a parlare di uno scandalo di molti anni fa, riguardane corsi fantasma al Conservatorio di Santa Cecilia, il Corriere della Sera, con una didascalia ha fatto capire di non essere a conoscenza che le istituzioni, intestate alla Santa protettrice della musica, sono due e molto diverse.
Ilaria Sacchettoni che ha firmato l'articolo, sembrava informata, mentre invece la redazione no. Infatti sotto una foto che ritraeva l'Orchestra dell'Accademia di santa Cecilia nel nuovo auditorium, si leggeva la seguente didascalia: "L'Orchestra di Santa Cecilia il cui Conservatorio avrebbe subito una truffa da 500.000 Euro". L'accaduto illecito riguardava il Conservatorio e non l'Accademia, la quale all'indomani, con un breve comunicato, ha marcato la differenza con Santa Cecilia n. 2, cioè il Conservatorio
Questa volta è toccato al 'Corriere' inciampare, ma in altre occasioni sono inciampati sull'argomento anche altri giornali che pur avendo da tempo la redazione a Roma, non hanno ancora capito come stanno le cose.
Riassumendo. L'Accademia di Santa Cecilia, che svolge attualmente la sua attività prevalente in campo concertistico (pur avendo al suo interno alcuni corsi di perfezionamento musicale) non ha niente da spartire con il Conservatorio di Santa Cecilia, che è una scuola 'superiore' di studi musicali, con il quale un tempo condivideva la sede ed anche la biblioteca; ora non più, essendosi l'una e l'altra dell'Accademia trasferite al Parco della Musica.
mercoledì 22 novembre 2017
Un grande ospedale della Capitale che non ha il reparto di neurochirurgia. Siamo un paese civile?
Il tragico episodio della morte della quattordicenne a Roma getta nello sconforto tutti i normali cittadini che si domandano: come è possibile che un grande ospedale come il 'Pertini' non abbia un reparto di neurochirurgia?
I fatti.Diagnosi sbagliata, quando la mamma ha portato la ragazzina in ospedale con un forte mal di testa: stress; mentre se le avessero fatto un 'tac' od una 'risonanza' - noi non sappiamo quale delle due, non siamo esperti nella materia - avrebbero forse capito che lo stress non c'entrava affatto.
La ragazzina va a casa con la madre, rassicurata. Ma quando torna a scuola si accascia e da allora comincia il tragico calvario. Torna in ospedale, dopo aver atteso l'ambulanza. dove le fanno, non immediatamente, la 'tac' e si accorgono, pur trattandosi di un caso assai raro, dell'aneurisma. Ma L'OSPEDALE PERTINI NON HA UN REPARTO DI NEUROCHIRURGIA.
Di nuovo ambulanza e trasferimento al 'Bambino Gesù', dove viene immediatamente operata. Ma nel frattempo sono passate oltre due ore, un tempo infinito in simili casi . Niente da fare. Troppo tardi. La bambina, che AVREBBE POTUTO SALVARSI, se gli ospedali fossero in Italia come dovrebbero, nonostante ciò che la Lorenzin vuole farci credere, è morta a quattordici anni.
Il prof. Giulio Maira, intervistato, ha effettivamente ammesso che un aneurisma a quell'età è un caso molto raro. Passi perciò la prima diagnosi sbagliata - stress - all'ospedale, dove comunque avrebbero potuto fare un'indagine al primo ricovero, ma non l'hanno fatto perchè il 'pronto soccorso' lì, come in altri istituti ospedalieri, è sempre affollato ecc... ecc... tutte cose che sappiamo. Ma la seconda volta occorreva fargliela presto l'indagine e a seguito dell'esito, operarla d'urgenza, e forse si sarebbe salvata.
I casi di malasanità in Italia sono frequenti anzi normali; come frequente ed anche normale è l'invio da parte della Lorenzin di ispettori. Ma tutto resta come prima. Questo ci preme sottolineare qui. L'ospedale 'Pertini' non può non avere una neurochirurgia. Mancano i soldi, ci verrebbe risposto. I soldi trovateli, replichiamo.
Questo è il problema. Gli ospedali e le scuole, in ogni paese della nazione, grandi o piccoli, devono vantare un grado altissimo di eccellenza ed efficienza. Questo fa un paese civile. Che non può non garantire la salute fisica e mentale dei suoi cittadini. Gli ospedali insufficienti e poco efficienti, le scuole insicure fisicamente ed anche intellettualmente devono diventare solo un tristissimo ricordo.
Ci hanno impressionato le dichiarazioni della preside del Liceo 'Virgilio' dove è caduto un soffitto che poteva fare una strage di ragazzi che passano ogni giorno la mattinata a scuola; la quale ha detto che 'i professori non riescono a 'governare' gli allievi a dialogare con loro. La preside forse non si è resa conto di quel che diceva, dimostrando che chi le ha affidato quella responsabilità non conosceva la sua incapacità ed inadeguatezza. Ma come, i professori non sanno, o non riescono a parlare ai loro allievi? Che sanno fare allora' ? A noi che abbiamo insegnato per una quarantina d'anni, anche in scuole turbolenti ed in anni di contestazione, non è mai passato per la testa che in situazioni particolari non saremmo stati in grado di avere un colloquio od anche un dibattito con i nostri studenti. E quando ci è capitato siamo stati all'altezza del momento. Ammettere di non averlo significa per un insegnante, ammettere il proprio fallimento. Questo in fondo ha voluto dire la preside inesperta. Una ammissione gravissima!
Come si esce da questa situazioni precaria anche fisicamente? Tagliando tutti -TUTTIIII - i privilegi, innanzitutto economici di qualunque categoria, dai parlamentari ai magistrati ai manager pubblici, e con quei soldi cominciare a pensare a mettere fine ai troppi buchi neri degli ospedali e delle scuole. Poi occorre trovare altri fondi, perchè quelli sicuramente non basteranno. ma intanto si cominci con quelli.
Invece accade che si debbano ascoltare quasi giornalmente notizie di malasanità e cattiva scuola, mentre, altrettanto giornalmente, il taglio dei privilegi e degli sprechi - che sono altrettanto diffusissimi!- viene attribuito all'antipolitica che un giorno finirà. Perchè - si dice- il taglio di quei privilegi non cambierà nulla di importante nel paese. Intanto si cominci da lì, si è atteso fin troppo. Il resto verrà dopo.
I fatti.Diagnosi sbagliata, quando la mamma ha portato la ragazzina in ospedale con un forte mal di testa: stress; mentre se le avessero fatto un 'tac' od una 'risonanza' - noi non sappiamo quale delle due, non siamo esperti nella materia - avrebbero forse capito che lo stress non c'entrava affatto.
La ragazzina va a casa con la madre, rassicurata. Ma quando torna a scuola si accascia e da allora comincia il tragico calvario. Torna in ospedale, dopo aver atteso l'ambulanza. dove le fanno, non immediatamente, la 'tac' e si accorgono, pur trattandosi di un caso assai raro, dell'aneurisma. Ma L'OSPEDALE PERTINI NON HA UN REPARTO DI NEUROCHIRURGIA.
Di nuovo ambulanza e trasferimento al 'Bambino Gesù', dove viene immediatamente operata. Ma nel frattempo sono passate oltre due ore, un tempo infinito in simili casi . Niente da fare. Troppo tardi. La bambina, che AVREBBE POTUTO SALVARSI, se gli ospedali fossero in Italia come dovrebbero, nonostante ciò che la Lorenzin vuole farci credere, è morta a quattordici anni.
Il prof. Giulio Maira, intervistato, ha effettivamente ammesso che un aneurisma a quell'età è un caso molto raro. Passi perciò la prima diagnosi sbagliata - stress - all'ospedale, dove comunque avrebbero potuto fare un'indagine al primo ricovero, ma non l'hanno fatto perchè il 'pronto soccorso' lì, come in altri istituti ospedalieri, è sempre affollato ecc... ecc... tutte cose che sappiamo. Ma la seconda volta occorreva fargliela presto l'indagine e a seguito dell'esito, operarla d'urgenza, e forse si sarebbe salvata.
I casi di malasanità in Italia sono frequenti anzi normali; come frequente ed anche normale è l'invio da parte della Lorenzin di ispettori. Ma tutto resta come prima. Questo ci preme sottolineare qui. L'ospedale 'Pertini' non può non avere una neurochirurgia. Mancano i soldi, ci verrebbe risposto. I soldi trovateli, replichiamo.
Questo è il problema. Gli ospedali e le scuole, in ogni paese della nazione, grandi o piccoli, devono vantare un grado altissimo di eccellenza ed efficienza. Questo fa un paese civile. Che non può non garantire la salute fisica e mentale dei suoi cittadini. Gli ospedali insufficienti e poco efficienti, le scuole insicure fisicamente ed anche intellettualmente devono diventare solo un tristissimo ricordo.
Ci hanno impressionato le dichiarazioni della preside del Liceo 'Virgilio' dove è caduto un soffitto che poteva fare una strage di ragazzi che passano ogni giorno la mattinata a scuola; la quale ha detto che 'i professori non riescono a 'governare' gli allievi a dialogare con loro. La preside forse non si è resa conto di quel che diceva, dimostrando che chi le ha affidato quella responsabilità non conosceva la sua incapacità ed inadeguatezza. Ma come, i professori non sanno, o non riescono a parlare ai loro allievi? Che sanno fare allora' ? A noi che abbiamo insegnato per una quarantina d'anni, anche in scuole turbolenti ed in anni di contestazione, non è mai passato per la testa che in situazioni particolari non saremmo stati in grado di avere un colloquio od anche un dibattito con i nostri studenti. E quando ci è capitato siamo stati all'altezza del momento. Ammettere di non averlo significa per un insegnante, ammettere il proprio fallimento. Questo in fondo ha voluto dire la preside inesperta. Una ammissione gravissima!
Come si esce da questa situazioni precaria anche fisicamente? Tagliando tutti -TUTTIIII - i privilegi, innanzitutto economici di qualunque categoria, dai parlamentari ai magistrati ai manager pubblici, e con quei soldi cominciare a pensare a mettere fine ai troppi buchi neri degli ospedali e delle scuole. Poi occorre trovare altri fondi, perchè quelli sicuramente non basteranno. ma intanto si cominci con quelli.
Invece accade che si debbano ascoltare quasi giornalmente notizie di malasanità e cattiva scuola, mentre, altrettanto giornalmente, il taglio dei privilegi e degli sprechi - che sono altrettanto diffusissimi!- viene attribuito all'antipolitica che un giorno finirà. Perchè - si dice- il taglio di quei privilegi non cambierà nulla di importante nel paese. Intanto si cominci da lì, si è atteso fin troppo. Il resto verrà dopo.
lunedì 11 settembre 2017
Raggi e Di Battista hanno perso il senso dell'umorismo e perfino la parola, dopo l'alluvione romana di ieri. Dal 'Corriere della Sera'
Paolo Conti, oggi, sul Corriere ha scritto che la Raggi ha un protettore occulto che le dà sempre una mano nelle avversità; e ieri la mano l'ha ravvisata nel giorno festivo, perchè se quello che è accaduto ieri - ha scritto - fosse accaduto in un normale giorno lavorativo, a Roma sarebbe successo il casino generale, ben più grave di quello nel quale comunque i romani si sono trovati ieri.
Cosa è successo di tanto grave?
La protezione civile aveva diramato un comunicato di allerta meteo. La Raggi deve aver ignorato completamente l'avviso della protezione civile, o non dato il giusto peso. Esattamente come avevano fatto prima di Lei Alemanno a proposito di una intensa nevicata, e Marino per una pioggia intensa, sulla quale i grillini, allora avevano ironizzato non senza ragione.
La memoria, ai grillini oggi al potere cittadino, gliel'ha rinfrescata sempre oggi il Corriere che ha ricordato che a proposito di Marino, la Raggi, spiritosissima allora, aveva commentato: romani gonfiate i gommoni! E Dibba, giocando sul nome dell'ex sindaco, lo aveva chiamato 'sottomarino', invitandolo a DIMETTERSI.
Ieri, Di Battista, detto ' Dibba' non ha aperto bocca neppure per qualche spiritosaggine, figuriamoci se per invitare la Raggi a dare le dimissioni, esattamente come aveva fatto con Marino.
Ma anche la Raggi, che già dieci giorni fa aveva promesso una pulizia speciale della capitale per liberarla, in previsione di piogge su un terreno incapace per la siccità di drenarle regolarmente, di aghi di pino, foglie secche, non s'è fatta sentire per dire a che punto è quella pulizia speciale della capitale. Così alla monnezza, alle buche, alle strade dissestate, al problema dell'approvvigionamento idrico ecc... s'è aggiunto anche l'allagamento di diverse zone cittadine, dei sottopassi e di alcune stazioni della metro.
Che aspetta la Raggi a dichiarare forfait ed abbandonare il campo? Si può parlare ancora di 'complotto' o peggio ancora di 'sfiga'?
Sentite cosa ha dichiarato quell'altro astro brillantissimo grillino che è il sindaco di Livorno, letteralmente sommersa dall'acqua che ha dovuto anche piangere alcune vittime innocenti. Lui se l'è presa con la Protezione civile che ha diramato un'allerta 'arancione' mentre avrebbe dovuto dire 'rossa'. L'altro campione grillino ha dimenticato che il disastro non è stato conseguenza del diverso grado di allerta diramato dalla protezione civile, bensì dal rigonfiamento ed 'esplosione' di un torrente/fiumicello che anni fa era stato 'ingabbiato' per costruirvi sopra delle ville. Con una pioggia consistente e prolungata quel fiumicello si è ingrossato, come non accadeva da moti anni, ed è letteralmente esploso, distruggendo tutto ciò che ha trovato sul suo cammino scoperto, e facendo sette /otto vittime.
Tutti a Livorno sapevano, in molti da tempo consigliavano la pulizia dell'alveo 'costretto' del torrente, solo il sindaco ed il suo Comune non si sono resi conto della pericolosità di quel corso d'acqua , in caso di piogge intense come si temevano e puntualmente sono arrivate. Genova non ha insegnato nulla.
Per il caso 'Roma/Raggi' come per il caso Livorno/Nogarin, il solo pensiero che un altro campione grillino come Di Maio, possa avere chance per diventare primo ministro, ci fa venire i brividi, e ci convince ancora una volta a non votare. Non vogliamo, benchè con un povero voto come il nostro, essere complici del disastro che combinerebbe, se qualche milione di incoscienti cittadini dovessero affidargli il potere.
A noi questi grillini incapaci ed anche spocchiosi si fanno letteralmente paura, anzi terrore. Altro che Renzi.
Cosa è successo di tanto grave?
La protezione civile aveva diramato un comunicato di allerta meteo. La Raggi deve aver ignorato completamente l'avviso della protezione civile, o non dato il giusto peso. Esattamente come avevano fatto prima di Lei Alemanno a proposito di una intensa nevicata, e Marino per una pioggia intensa, sulla quale i grillini, allora avevano ironizzato non senza ragione.
La memoria, ai grillini oggi al potere cittadino, gliel'ha rinfrescata sempre oggi il Corriere che ha ricordato che a proposito di Marino, la Raggi, spiritosissima allora, aveva commentato: romani gonfiate i gommoni! E Dibba, giocando sul nome dell'ex sindaco, lo aveva chiamato 'sottomarino', invitandolo a DIMETTERSI.
Ieri, Di Battista, detto ' Dibba' non ha aperto bocca neppure per qualche spiritosaggine, figuriamoci se per invitare la Raggi a dare le dimissioni, esattamente come aveva fatto con Marino.
Ma anche la Raggi, che già dieci giorni fa aveva promesso una pulizia speciale della capitale per liberarla, in previsione di piogge su un terreno incapace per la siccità di drenarle regolarmente, di aghi di pino, foglie secche, non s'è fatta sentire per dire a che punto è quella pulizia speciale della capitale. Così alla monnezza, alle buche, alle strade dissestate, al problema dell'approvvigionamento idrico ecc... s'è aggiunto anche l'allagamento di diverse zone cittadine, dei sottopassi e di alcune stazioni della metro.
Che aspetta la Raggi a dichiarare forfait ed abbandonare il campo? Si può parlare ancora di 'complotto' o peggio ancora di 'sfiga'?
Sentite cosa ha dichiarato quell'altro astro brillantissimo grillino che è il sindaco di Livorno, letteralmente sommersa dall'acqua che ha dovuto anche piangere alcune vittime innocenti. Lui se l'è presa con la Protezione civile che ha diramato un'allerta 'arancione' mentre avrebbe dovuto dire 'rossa'. L'altro campione grillino ha dimenticato che il disastro non è stato conseguenza del diverso grado di allerta diramato dalla protezione civile, bensì dal rigonfiamento ed 'esplosione' di un torrente/fiumicello che anni fa era stato 'ingabbiato' per costruirvi sopra delle ville. Con una pioggia consistente e prolungata quel fiumicello si è ingrossato, come non accadeva da moti anni, ed è letteralmente esploso, distruggendo tutto ciò che ha trovato sul suo cammino scoperto, e facendo sette /otto vittime.
Tutti a Livorno sapevano, in molti da tempo consigliavano la pulizia dell'alveo 'costretto' del torrente, solo il sindaco ed il suo Comune non si sono resi conto della pericolosità di quel corso d'acqua , in caso di piogge intense come si temevano e puntualmente sono arrivate. Genova non ha insegnato nulla.
Per il caso 'Roma/Raggi' come per il caso Livorno/Nogarin, il solo pensiero che un altro campione grillino come Di Maio, possa avere chance per diventare primo ministro, ci fa venire i brividi, e ci convince ancora una volta a non votare. Non vogliamo, benchè con un povero voto come il nostro, essere complici del disastro che combinerebbe, se qualche milione di incoscienti cittadini dovessero affidargli il potere.
A noi questi grillini incapaci ed anche spocchiosi si fanno letteralmente paura, anzi terrore. Altro che Renzi.
lunedì 14 agosto 2017
Cinquestelle, acchiappavoti, disposti a tutto, anche a consentire l'abusivismo
L'hanno rimproverato a tutti, nessun partito escluso, i Cinquestelle, in questi loro pochi anni di vita, di essere disposti a fare qualunque cosa per qualche voto in più. Loro no, sono immacolati, hanno come primo obiettivo il bene del paese e non sono disposti a scendere a compromessi per nessuna ragione al mondo, anche se costretti a sacrificare madri o sorelle. E fin qui tutto bene, ma solo per qualche anno.
Poi il potere lo attengono con le loro campagne contro tutti, contro la politica e, in questo caso giustamente, contro il malaffare, verso il quale tutti i partiti anche quelli tradizionali e perfino quelli di destra hanno sempre rivolto parole durissime. Tralasciamo alcuni casi eclatanti, quello romano in primis, che raccontano a tutti che i Cinquestelle, una volta ottenuto il potere, addirittura nella capitale ed anche in un importante capoluogo del nord, Torino, hanno cominciato ad imbarcare acqua nella navicella che promettevano essere appena uscita dal cantiere e dunque in ottime condizioni, senza possibilità che andasse a sbattere contro gli scogli e che loro avrebbero condotto nel mare aperto dell governo cittadino. Sì, parole, promesse. Perché a Roma, ed anche a Torino, in un caso tragico, hanno mandato a sbattere la navicella.
E il popolo che fa? Sembra dargli ancora fiducia, stando ai sondaggi, nonostante che l'amministrazione tragica della Capitale avrebbe dovuto far scemare tale fiducia se non proprio annullarla.
Ora la prossima grande scommessa per i Cinquestelle è rappresentata dalle elezioni regionali in Sicilia, che secondo alcuni loro esponenti è il trampolino di lancio per catapultarsi, nella prossima primavera, al governo del paese. Corri cavallo corri! E perciò la partita siciliana riveste un peso ed una importanza ben superiore a quella che avrebbe in altre circostanze, pur trattandosi di elezioni regionali - elezioni regionali ma di una regione speciale, dove privilegi, sprechi, malaffare sono di casa. ma loro promettono che in quattro e quattr'otto - come avevano detto, solo detto, per Roma - raddrizzeranno le zampe allo sciancato cavallino isolano.
E già è pronta la prima medicina, che non sembra possa salvare il cavallino siciliano, anzi si teme che posa condannarlo a morte sicura, è il cosiddetto condono edilizio. L'acuto Di Maio, candidato premier , che va predicando in Sicilia attraversando la regione, con il suo fratello gemello Di Battista in lungo e largo, afferma che la casa è un bene primario, che non va toccato, che loro non permetteranno più che ci mettano le mani sopra toccato neanche le voraci banche, che non potrà, per nessuna ragione anche la più sacrosanta, essere pignorata. E tutte le case abusive, sorte per colpa di quell'abusivimo che ha deturpato il nostro paese e che va combattuto? Neanche quelle, perchè ,sostiene Di Maio, si tratta di un abusivismo sano, l'abusivismo cioè di chi è indigente e, in barba a tutte le leggi sì è costruito la casa dove nessuna legge lo consentiva. Quelle case non possono essere abbattute, tutte le altre sì. Così dicendo Di Maio spera di comprarsi il voto, già in Sicilia, sia dei poveracci che hanno i loro tuguri dove non si può, sia dei tanti borghesi che si sono costruiti la casa, anche la seconda oltre che la prima, magari all'ombra dei templi di Agrigento, o sulle pendici del vulcani italiani ancora attivi e dei quali si teme il risveglio, senza saperne indicare la data, con la conseguenza che vi sia una nuova Pompei.
A questo Di Maio non pensa. Ora gli interessa prender voti. E l'immagine dei Cinquestelle, duri e puri, va a puttane.
Poi il potere lo attengono con le loro campagne contro tutti, contro la politica e, in questo caso giustamente, contro il malaffare, verso il quale tutti i partiti anche quelli tradizionali e perfino quelli di destra hanno sempre rivolto parole durissime. Tralasciamo alcuni casi eclatanti, quello romano in primis, che raccontano a tutti che i Cinquestelle, una volta ottenuto il potere, addirittura nella capitale ed anche in un importante capoluogo del nord, Torino, hanno cominciato ad imbarcare acqua nella navicella che promettevano essere appena uscita dal cantiere e dunque in ottime condizioni, senza possibilità che andasse a sbattere contro gli scogli e che loro avrebbero condotto nel mare aperto dell governo cittadino. Sì, parole, promesse. Perché a Roma, ed anche a Torino, in un caso tragico, hanno mandato a sbattere la navicella.
E il popolo che fa? Sembra dargli ancora fiducia, stando ai sondaggi, nonostante che l'amministrazione tragica della Capitale avrebbe dovuto far scemare tale fiducia se non proprio annullarla.
Ora la prossima grande scommessa per i Cinquestelle è rappresentata dalle elezioni regionali in Sicilia, che secondo alcuni loro esponenti è il trampolino di lancio per catapultarsi, nella prossima primavera, al governo del paese. Corri cavallo corri! E perciò la partita siciliana riveste un peso ed una importanza ben superiore a quella che avrebbe in altre circostanze, pur trattandosi di elezioni regionali - elezioni regionali ma di una regione speciale, dove privilegi, sprechi, malaffare sono di casa. ma loro promettono che in quattro e quattr'otto - come avevano detto, solo detto, per Roma - raddrizzeranno le zampe allo sciancato cavallino isolano.
E già è pronta la prima medicina, che non sembra possa salvare il cavallino siciliano, anzi si teme che posa condannarlo a morte sicura, è il cosiddetto condono edilizio. L'acuto Di Maio, candidato premier , che va predicando in Sicilia attraversando la regione, con il suo fratello gemello Di Battista in lungo e largo, afferma che la casa è un bene primario, che non va toccato, che loro non permetteranno più che ci mettano le mani sopra toccato neanche le voraci banche, che non potrà, per nessuna ragione anche la più sacrosanta, essere pignorata. E tutte le case abusive, sorte per colpa di quell'abusivimo che ha deturpato il nostro paese e che va combattuto? Neanche quelle, perchè ,sostiene Di Maio, si tratta di un abusivismo sano, l'abusivismo cioè di chi è indigente e, in barba a tutte le leggi sì è costruito la casa dove nessuna legge lo consentiva. Quelle case non possono essere abbattute, tutte le altre sì. Così dicendo Di Maio spera di comprarsi il voto, già in Sicilia, sia dei poveracci che hanno i loro tuguri dove non si può, sia dei tanti borghesi che si sono costruiti la casa, anche la seconda oltre che la prima, magari all'ombra dei templi di Agrigento, o sulle pendici del vulcani italiani ancora attivi e dei quali si teme il risveglio, senza saperne indicare la data, con la conseguenza che vi sia una nuova Pompei.
A questo Di Maio non pensa. Ora gli interessa prender voti. E l'immagine dei Cinquestelle, duri e puri, va a puttane.
martedì 20 giugno 2017
Esame disastroso per la Raggi. Ma lei, faccia di ..., si autopromuove con un voto ben superiore alla stessa sufficienza
Qualche volta nella lunga stagione degli esami che hanno accompagnato i decenni di nostro insegnamento in Conservatorio, qualche volta ci è capitato, dopo un esame non proprio positivo, di di invitare l'esaminando a darsi un voto, allo scopo di vedere quale coscienza egli avesse della propria preparazione e dell'esito concreto del suo esame.
E le poche volte che abbiamo tentato l'esperimento ci è capitato di sentirci rispondere : 'prof. cinque al massimo'. Affermazione un pò generosa, seguita però dalla narrazione dei suoi studi e dagli impedimenti, talvolta oggettivi al loro approfondimento.
E dobbiamo confessare che quelle rare volte abbiamo avuto la tentazione di mandare a casa l'esaminando con un voto quasi sufficiente,nella speranza che rimediasse in tempi ristretti ai buchi neri della sua preparazione.
A ripescare nella memoria non riusciamo a ricordarci se poi lo abbiamo di fatto mandato a casa con un voto di sufficienza, risicatissimo, consci che non corrispondeva alla realtà anche voleva 'premiare' - si fa per dire - la sincerità, la coscienza dello studente, ed anche il suo impegno di rimediare. Insomma un voto 'sulla fiducia'.
Questi pensieri ci sono venuti dopo che oggi abbiamo letto della Raggi che ieri, richiesta dai giornalisti, a dare un voto alla sua amministrazione, ad un anno dalla sua elezione, a dare una valutazione, attraverso voto, delle cose realizzate non delle promesse ( queste sì tante, e tante altre ne ha fatte anche ieri) con la ben nota faccia tosta - per non dire altro, per semplice rispetto verso una donna - si è data 7 e 1/2. Cioè Lei si è bellamente promossa in base a quali risultati non è dato conoscere. a
Beh, un risultato sebbene solo annunciato e neppure tanto desiderato, c'è stato ed anche recentissimo. La Formula Uno delle macchine elettriche. Ci viene di suggerire agli organizzatori di controllare palmo dopo palmo via Cristoforo Colombo per verificare che le buche siano state coperte e i dossi livellati. Semplicemente per non vedere PILOTI E MACCHINE SCHIZZARE FUORI PISTA COME PROIETTILI. LA GARA,già fissata per il prossimo aprile, si correrà dunque in città. Mentre l'altro ieri dalla sindaca è venuta la doppia proposta di far girare mezzi senza autisti e di alleggerire il traffico con la famosa (fumosa) funivia aerea, ed ambedue le proposte hanno suscitato divertite e ironiche reazioni sui social.
Al voto di promozione ' ampia' che la sindaca s'è dato è seguito anche un annuncio: non restiamo, perchè è iniziata la 'ripartenza' e presto saremo attivi su molti settori.
Ripartenza è un termine assai caro agli incapaci Cinquestelle che amministrano alcune città. E il termine non sta ad indicare, come è nei loro pensieri e desideri, che dopo la prima partenza se ne ha una seconda che imprime nuovo vigore e fa raggiungere nuovi risultati. No, quel termine nella realtà sat ad indicare che ci abbiamo provato e riprovato più d'una volta a mettere in moto l'amministrazione, senza mai riuscirci. Ora ci proviamo per l'ennesima volta, sperando che questa volta la macchina dell'amministrazione, ferma a Roma ormai da un anno, finalmente si muova.
E le poche volte che abbiamo tentato l'esperimento ci è capitato di sentirci rispondere : 'prof. cinque al massimo'. Affermazione un pò generosa, seguita però dalla narrazione dei suoi studi e dagli impedimenti, talvolta oggettivi al loro approfondimento.
E dobbiamo confessare che quelle rare volte abbiamo avuto la tentazione di mandare a casa l'esaminando con un voto quasi sufficiente,nella speranza che rimediasse in tempi ristretti ai buchi neri della sua preparazione.
A ripescare nella memoria non riusciamo a ricordarci se poi lo abbiamo di fatto mandato a casa con un voto di sufficienza, risicatissimo, consci che non corrispondeva alla realtà anche voleva 'premiare' - si fa per dire - la sincerità, la coscienza dello studente, ed anche il suo impegno di rimediare. Insomma un voto 'sulla fiducia'.
Questi pensieri ci sono venuti dopo che oggi abbiamo letto della Raggi che ieri, richiesta dai giornalisti, a dare un voto alla sua amministrazione, ad un anno dalla sua elezione, a dare una valutazione, attraverso voto, delle cose realizzate non delle promesse ( queste sì tante, e tante altre ne ha fatte anche ieri) con la ben nota faccia tosta - per non dire altro, per semplice rispetto verso una donna - si è data 7 e 1/2. Cioè Lei si è bellamente promossa in base a quali risultati non è dato conoscere. a
Beh, un risultato sebbene solo annunciato e neppure tanto desiderato, c'è stato ed anche recentissimo. La Formula Uno delle macchine elettriche. Ci viene di suggerire agli organizzatori di controllare palmo dopo palmo via Cristoforo Colombo per verificare che le buche siano state coperte e i dossi livellati. Semplicemente per non vedere PILOTI E MACCHINE SCHIZZARE FUORI PISTA COME PROIETTILI. LA GARA,già fissata per il prossimo aprile, si correrà dunque in città. Mentre l'altro ieri dalla sindaca è venuta la doppia proposta di far girare mezzi senza autisti e di alleggerire il traffico con la famosa (fumosa) funivia aerea, ed ambedue le proposte hanno suscitato divertite e ironiche reazioni sui social.
Al voto di promozione ' ampia' che la sindaca s'è dato è seguito anche un annuncio: non restiamo, perchè è iniziata la 'ripartenza' e presto saremo attivi su molti settori.
Ripartenza è un termine assai caro agli incapaci Cinquestelle che amministrano alcune città. E il termine non sta ad indicare, come è nei loro pensieri e desideri, che dopo la prima partenza se ne ha una seconda che imprime nuovo vigore e fa raggiungere nuovi risultati. No, quel termine nella realtà sat ad indicare che ci abbiamo provato e riprovato più d'una volta a mettere in moto l'amministrazione, senza mai riuscirci. Ora ci proviamo per l'ennesima volta, sperando che questa volta la macchina dell'amministrazione, ferma a Roma ormai da un anno, finalmente si muova.
venerdì 19 maggio 2017
A Roma tolgo il saluto e alla ministra Fedeli la parola; mentre Renzi alla Orlandi toglie il posto
Si saluta chi si conosce, si fa così di norma, salvo i casi in cui non si voglia salutare chiunque si abbia ad incrociare per strada o altrove. Altrimenti non si saluta. Ma accade anche che non si saluti una persona di nostra conoscenza, che non vediamo da molto, qualora abbia subito tali e tante offese dal tempo e dai malanni, da rendercelo irriconoscibile. Sta accadendo anche con Roma, ogni volta che la giriamo, lontano dai luoghi solitamente frequentati, e la troviamo sempre più irriconoscibile: sporca oltre ogni limite, caciarona, invasa da bancarelle e paccottiglie le più diverse, pizzerie, fast food. la Roma che conoscevamo e che amavamo non c'è e perciò le togliamo il saluto.
E alla ministra dell'istruzione Fedeli vorremmo togliere la parola. Perchè dopo la bocciatura della sua proposta contraria alla obbligatorietà delle vaccinazioni, forse ringalluzzita dal sostegno che le è venuto da Pierluigi Battista ( Corriere della Sera). Il quale, a difesa della Fedeli contro la Lorenzin ha presentato il caso limite di un ragazzo di dieci anni che si presenta a scuola, accompagnato dai genitori, e che non è vaccinato. Che fa la scuola lo manda a casa? No, caro Battista, lo si fa immediatamente vaccinare e la cosa è risolta. Adesso la Fedeli torna a polemizzare con la Lorenzin sull'età entro la quale le vaccinazioni sono obbligatorie. Secondo la ministra Fedeli fino a sei anni, secondo la Lorenzin che, immaginiamo, si faccia portavoce della medicina, fino a dieci. Perchè prima di quell'età il ciclo di vaccinazioni con i richiami previsti non è completo.
E' a tutti evidente come la Fedeli, nonchè ministro, sulle vaccinazioni non ha diritto di parola. Non spetta a Lei stabilire quando il ciclo di vaccinazioni può ritenersi completo. Lo devono stabilire e medici e lei dovrà attenersi, zitta mosca.
Renzi, pur dall'esterno di Palazzo Chigi, continua a dettar legge come ne fosse ancora l'inquilino, mentre ad abitarvi ora è Gentiloni, anche se alle dipendenze di Renzi. L'ultimo diktat riguarda la direttrice dell'Agenzia delle Entrate, donna energica che in tutti questi anni non si è fatta mai beccare per nessuna cosa, e che ha portato tanti soldi nelle casse dello Stato. Il suo mandato è in scadenza nel giro di un mese, e Lei che evidentemente sta sul c. a Renzi e, si dice anche a Padoan, a dispetto dei risultati raggiunti, deve sloggiare, per far posto ad un fedelissimo dell'ex premier, il prof. Ruffini, figlio di ministro, nipote di cardinale.
Dunque nell'era Renzi e post Renzi, chi fa bene può anche essere rimosso, basta che stia sul c. a qualcuno e che al suo posto voglia andarci un altro. E' possibile che si sia giunti a tale punto di barbarie,? Perchè gli interessi generali e pubblici non devono essere curati con la stessa deiligenza con cui si curano, solitamente, i propri?
E alla ministra dell'istruzione Fedeli vorremmo togliere la parola. Perchè dopo la bocciatura della sua proposta contraria alla obbligatorietà delle vaccinazioni, forse ringalluzzita dal sostegno che le è venuto da Pierluigi Battista ( Corriere della Sera). Il quale, a difesa della Fedeli contro la Lorenzin ha presentato il caso limite di un ragazzo di dieci anni che si presenta a scuola, accompagnato dai genitori, e che non è vaccinato. Che fa la scuola lo manda a casa? No, caro Battista, lo si fa immediatamente vaccinare e la cosa è risolta. Adesso la Fedeli torna a polemizzare con la Lorenzin sull'età entro la quale le vaccinazioni sono obbligatorie. Secondo la ministra Fedeli fino a sei anni, secondo la Lorenzin che, immaginiamo, si faccia portavoce della medicina, fino a dieci. Perchè prima di quell'età il ciclo di vaccinazioni con i richiami previsti non è completo.
E' a tutti evidente come la Fedeli, nonchè ministro, sulle vaccinazioni non ha diritto di parola. Non spetta a Lei stabilire quando il ciclo di vaccinazioni può ritenersi completo. Lo devono stabilire e medici e lei dovrà attenersi, zitta mosca.
Renzi, pur dall'esterno di Palazzo Chigi, continua a dettar legge come ne fosse ancora l'inquilino, mentre ad abitarvi ora è Gentiloni, anche se alle dipendenze di Renzi. L'ultimo diktat riguarda la direttrice dell'Agenzia delle Entrate, donna energica che in tutti questi anni non si è fatta mai beccare per nessuna cosa, e che ha portato tanti soldi nelle casse dello Stato. Il suo mandato è in scadenza nel giro di un mese, e Lei che evidentemente sta sul c. a Renzi e, si dice anche a Padoan, a dispetto dei risultati raggiunti, deve sloggiare, per far posto ad un fedelissimo dell'ex premier, il prof. Ruffini, figlio di ministro, nipote di cardinale.
Dunque nell'era Renzi e post Renzi, chi fa bene può anche essere rimosso, basta che stia sul c. a qualcuno e che al suo posto voglia andarci un altro. E' possibile che si sia giunti a tale punto di barbarie,? Perchè gli interessi generali e pubblici non devono essere curati con la stessa deiligenza con cui si curano, solitamente, i propri?
venerdì 7 aprile 2017
ATAC. In via Nomentana, a Roma, hanno impiantato una pensilina inutile ed usata
In via Nomentana, a Roma, all'altezza del civico 905, c'è un fermata dell'autobus. C'era, anzi, da oltre una quindicina d'anni. Mai affollata come può essere solitamente quella più avanti, all'incrocio con Viale Kant, sempre in direzione centro. L'unico elemento che la faceva notare era IL LANCIO di imprecazione contro l'Atac CHE NON FA ARRIVARE MAI I SUOI AUTOBUS IN ORARIO. Ma simili imprecazioni, a Roma, rendono tutte uguali le fermate degli autobus. I quali, oltre a non arrivare in orario, nelle ore di punta, giungono sempre pieni al punto da non riuscire a far salire tutti quelli che l'hanno atteso ben oltre il tempo necessario.
Ora ad una di queste fermate, quella appunto all'altezza del civico 905, hanno creato uno spazio di attesa, ed una pensilina che dovrebbe servire a ripararsi dalla pioggia, ma solo quattro o cinque avventori in attesa, con la solita panca che più di tre, o quattro persone,se ben pigiati, non potrà alloggiare.
Ma la cosa ancora più sorprendente è che hanno impiantato una pensilina usata, dopo averla espiantata da qualche altra fermata che, come sarà anche per quest'ultima, si è rivelata poi inutile. E' sporca, lercia, e sul retro reca già i segni delle offese che viaggiatori cafoni ed incivili lasciano a futura memoria. Su questa, c'è scritto, con pennarello nero. ODIO MEDIASET. Verrebbe da aggiungere: e chissenefrega... Ma non lo faremo, tanto quella pensilina ha già il suo carico di pensilina usata ed inutile sulle spalle ed il suo destino è segnato. Fra breve la espianteranno e ricollocheranno altrove. In un altra fermata, dove si rivelerà assolutamente inutile, come nelle due precedenti. E già che l'ATAC non ha altro cui pensare.
Ora ad una di queste fermate, quella appunto all'altezza del civico 905, hanno creato uno spazio di attesa, ed una pensilina che dovrebbe servire a ripararsi dalla pioggia, ma solo quattro o cinque avventori in attesa, con la solita panca che più di tre, o quattro persone,se ben pigiati, non potrà alloggiare.
Ma la cosa ancora più sorprendente è che hanno impiantato una pensilina usata, dopo averla espiantata da qualche altra fermata che, come sarà anche per quest'ultima, si è rivelata poi inutile. E' sporca, lercia, e sul retro reca già i segni delle offese che viaggiatori cafoni ed incivili lasciano a futura memoria. Su questa, c'è scritto, con pennarello nero. ODIO MEDIASET. Verrebbe da aggiungere: e chissenefrega... Ma non lo faremo, tanto quella pensilina ha già il suo carico di pensilina usata ed inutile sulle spalle ed il suo destino è segnato. Fra breve la espianteranno e ricollocheranno altrove. In un altra fermata, dove si rivelerà assolutamente inutile, come nelle due precedenti. E già che l'ATAC non ha altro cui pensare.
mercoledì 1 marzo 2017
Andras Schiff si risente. Ma non è sempre colpa del pubblico. In molti casi la colpa è anche dei programmi
Ha fatto notizia l'interruzione del concerto pianistico schubertiano di Andras Schiff nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano per le 'Serate Musicali', a causa di ripetuti colpi di tosse che, a dire del pianista, non gli consentivano di concentrarsi. Come il vasto ed insolitamente lungo ed impegnativo programma, che era tale anche per il pubblico oltre che per il pianista, richiedeva: Sonate D845 e 849, in apertura e chiusura; e, nel mezzo, i 4 Improvvisi D935, e i tre klavierstucke D946, per complessive 2 ore e mezza circa di concreto, senza contare l' intervallo e, come nel caso in questione, anche i bis, anche questi schubertiani. Tre ore abbondanti di concerto, quasi al limite della sopportazione umana, incatenati alle poltrone di una sala da concerto non sempre comode, e con altri spettatori davanti, di dietro a destra e sinistra, in una vera prigione, per quanto resa dorata dalla sublime musica di Schubert.
Schiff, particolarmente sensibile, nel senso della refrattarietà ai diversi disturbi che anche involontariamente può arrecare all'interprete il pubblico di una sala, aveva redatto tempo fa una sorta di decalogo del buon ascoltatore, che Schiff e molti altri come lui, vorrebbero muti e immobili. Nel decalogo erano contemplati fra i divieti, anche i colpi di tosse, scartare caramelle, susurrare paroline all'orecchio del vicino, sfogliare rumorosamente il programma di sala, guardare ed armeggiare con il telefonino ecc..
Mentre non possiamo essere d'accordo con Schiff e con tutti gli altri che pretenderebbero sale da concerto per mummie, alcuni divieti possiamo condividerli. Ma non quello della tosse, perché alla tosse non si può comandare nè reprimere a lungo, nonostante che a volte, durante l'intervallo fra un brano e l'altro o fra i movimenti di uno stesso brano, si ha l'impressione di trovarsi in un sanatorio piuttosto che in una sala da concerto.
Si sa che la tosse non è controllabile, anche se si possono evitare - ma non sempre riesce - attacchi prolungati. E si sa anche che nel silenzio di una sala da concerto, il cui rito è stato troppo sacralizzato nel tempo, ripetuti colpi di tosse disturbano e si notano più che altrove.
L'unico consiglio che, nel caso, accetteremmo da Schiff, sarebbe quello di stare a casa per chi ha problemi simili. Ma forse Schiff - tutto preso dalla sua musica come del resto lo è la maggior parte di coloro che sono usciti di casa per andare ad ascoltarlo - non sa che a volte i colpi di tosse od anche gli attacchi prolungati possono arrivare, senza preavviso, anche solo durante un concerto, per le particolari condizioni della sala ecc...
In cambio vorremmo noi dargli un consiglio, a Schiff. Quello di non fare programmi che, anche per la durata, mettono a dura prova la resistenza degli ascoltatori. Un concerto come quello milanese, semplicemente per la durata del programma, è IMPROPONIBILE. Ma lo è anche perchè una tale miniera di tesori musicali, molto IMPEGNATIVA anche per il pubblico, è davvero sprecata per un solo concerto. E perché non si può oggi pretendere dal pubblico dei concerti, entrati in una sala verso le 8 o 9 serali dopo un viaggio nel trafico cittadino per recarvisi, che ne escano all'incirca intorno a mezzanotte, senza pensare che, nelle grandi città, agli ascoltatori dei concerti o dei teatri dì'opera resta da fare anche il tragitto di ritorno a casa.
Un esempio che ci riguarda personalmente. Ieri sera, a Roma, al Teatro Palladium (per la stagione di Roma Tre Orchestra), si dava un balletto di John Cage che avremmo desiderato tantissimo ascoltare e vedere. Ma noi abitiamo sulla Nomentana e per recarci al Palladium avremmo dovuto attraversare tutta Roma - e quindi costretti ad uscire di casa un'ora e un quarto almeno se non più, prima dell'inizio dello spettacolo, perché poi c'era anche il problema del parcheggio non agevole intorno al Palladium. Conclusione: alla fine abbiamo rinunciato. Il balletto di Cage ci avrebbe preso almeno quattro ore di tempo, la maggior parte del quale per andare e tornare. Troppo, nonostante Cage!
Schiff, particolarmente sensibile, nel senso della refrattarietà ai diversi disturbi che anche involontariamente può arrecare all'interprete il pubblico di una sala, aveva redatto tempo fa una sorta di decalogo del buon ascoltatore, che Schiff e molti altri come lui, vorrebbero muti e immobili. Nel decalogo erano contemplati fra i divieti, anche i colpi di tosse, scartare caramelle, susurrare paroline all'orecchio del vicino, sfogliare rumorosamente il programma di sala, guardare ed armeggiare con il telefonino ecc..
Mentre non possiamo essere d'accordo con Schiff e con tutti gli altri che pretenderebbero sale da concerto per mummie, alcuni divieti possiamo condividerli. Ma non quello della tosse, perché alla tosse non si può comandare nè reprimere a lungo, nonostante che a volte, durante l'intervallo fra un brano e l'altro o fra i movimenti di uno stesso brano, si ha l'impressione di trovarsi in un sanatorio piuttosto che in una sala da concerto.
Si sa che la tosse non è controllabile, anche se si possono evitare - ma non sempre riesce - attacchi prolungati. E si sa anche che nel silenzio di una sala da concerto, il cui rito è stato troppo sacralizzato nel tempo, ripetuti colpi di tosse disturbano e si notano più che altrove.
L'unico consiglio che, nel caso, accetteremmo da Schiff, sarebbe quello di stare a casa per chi ha problemi simili. Ma forse Schiff - tutto preso dalla sua musica come del resto lo è la maggior parte di coloro che sono usciti di casa per andare ad ascoltarlo - non sa che a volte i colpi di tosse od anche gli attacchi prolungati possono arrivare, senza preavviso, anche solo durante un concerto, per le particolari condizioni della sala ecc...
In cambio vorremmo noi dargli un consiglio, a Schiff. Quello di non fare programmi che, anche per la durata, mettono a dura prova la resistenza degli ascoltatori. Un concerto come quello milanese, semplicemente per la durata del programma, è IMPROPONIBILE. Ma lo è anche perchè una tale miniera di tesori musicali, molto IMPEGNATIVA anche per il pubblico, è davvero sprecata per un solo concerto. E perché non si può oggi pretendere dal pubblico dei concerti, entrati in una sala verso le 8 o 9 serali dopo un viaggio nel trafico cittadino per recarvisi, che ne escano all'incirca intorno a mezzanotte, senza pensare che, nelle grandi città, agli ascoltatori dei concerti o dei teatri dì'opera resta da fare anche il tragitto di ritorno a casa.
Un esempio che ci riguarda personalmente. Ieri sera, a Roma, al Teatro Palladium (per la stagione di Roma Tre Orchestra), si dava un balletto di John Cage che avremmo desiderato tantissimo ascoltare e vedere. Ma noi abitiamo sulla Nomentana e per recarci al Palladium avremmo dovuto attraversare tutta Roma - e quindi costretti ad uscire di casa un'ora e un quarto almeno se non più, prima dell'inizio dello spettacolo, perché poi c'era anche il problema del parcheggio non agevole intorno al Palladium. Conclusione: alla fine abbiamo rinunciato. Il balletto di Cage ci avrebbe preso almeno quattro ore di tempo, la maggior parte del quale per andare e tornare. Troppo, nonostante Cage!
venerdì 17 febbraio 2017
Qualche buona notizia, nell'attuale desolante panorama, ci viene dagli abitanti delle Eolie e da Oscar Farinetti di Eataly
L'attenzione è ormai catalizzata sia dagli sfasci del Movimento 'Cinquestelle' che, a Roma, stanno disastrando ogni cosa che dalle serpi che covano dentro il PD, per cui non riusciamo a pensare a nient'altro, a nulla di positivo, neanche quando ci arriva qualche buone notizia, seppure di dimensioni ridotte se paragonata a sfasci e disastri.
Intanto prendiamo nota di due piccole ma non insignificanti buone notizie.
La prima ci viene dagli abitanti ed albergatori delle Isole Eolie, i quali, con entusiasmo, si sono detti pronti ad ospitare di tutto punto i soccorritori dell'Hotel Rigopiano - oggi ricorre un mese esatto dal disastro - con i loro familiari per una settimana di vacanza ristoratrice. Dichiarano disponibilità per 120 ospiti circa, per una ragione che ci rende orgogliosi: vogliono compensare tutti quei soccorritori che, con abnegazione, hanno portato aiuto all'Hotel sconvolto dalla valanga, e che hanno tratto in salvo bambini ed adulti superstiti. Ed anche perchè anche loro, gli isolani, in tempi passati, hanno potuto sperimentare l'abnegazione dei soccorritori: volontari, vigili del fuoco e protezione civile.
La seconda ha come protagonista Oscar Farinetti, patron di Eataly, che pur non intendendo fare beneficienza, vuole comunque dare una mano a conservare uno dei capolavori dell'arte italiana che con il suo settore di attività ha un legame :l'Ultima cena di Leonardo, conservata a Milano. Offrirà 500.000 Euro, che andranno ad aggiungersi ai fondi del Ministero, per la conservazione e la manutenzione ordinaria del celebre affresco.
Non risolvono certo i gravi problemi del paese, però possono offrire una qualche speranza di futuro, non la stessa che vorrebbe garantire Speranza del PD.
Intanto prendiamo nota di due piccole ma non insignificanti buone notizie.
La prima ci viene dagli abitanti ed albergatori delle Isole Eolie, i quali, con entusiasmo, si sono detti pronti ad ospitare di tutto punto i soccorritori dell'Hotel Rigopiano - oggi ricorre un mese esatto dal disastro - con i loro familiari per una settimana di vacanza ristoratrice. Dichiarano disponibilità per 120 ospiti circa, per una ragione che ci rende orgogliosi: vogliono compensare tutti quei soccorritori che, con abnegazione, hanno portato aiuto all'Hotel sconvolto dalla valanga, e che hanno tratto in salvo bambini ed adulti superstiti. Ed anche perchè anche loro, gli isolani, in tempi passati, hanno potuto sperimentare l'abnegazione dei soccorritori: volontari, vigili del fuoco e protezione civile.
La seconda ha come protagonista Oscar Farinetti, patron di Eataly, che pur non intendendo fare beneficienza, vuole comunque dare una mano a conservare uno dei capolavori dell'arte italiana che con il suo settore di attività ha un legame :l'Ultima cena di Leonardo, conservata a Milano. Offrirà 500.000 Euro, che andranno ad aggiungersi ai fondi del Ministero, per la conservazione e la manutenzione ordinaria del celebre affresco.
Non risolvono certo i gravi problemi del paese, però possono offrire una qualche speranza di futuro, non la stessa che vorrebbe garantire Speranza del PD.
venerdì 10 febbraio 2017
Ahi,ahi, Berdini
Per lungo tempo l'assessore all'Urbanistica del Comune di Roma, Berdini, si è vantato di essere arrivato al Campidoglio non per volontà dei Cinquestelle via rete, ma perché scelto dalla sindaca per i suoi trascorsi e meriti professionali. Insomma un tecnico. Giusto che se ne sia vantato. In questi mesi, il tecnico capitolino ha messo il bastone fra le ruote alla sindaca su tutta la materia di sua competenza, o l'ha spalleggiata, più verosimilmente, nel non far nulla o mettere il veto su tutto.
Non ricordiamo se anche per le Olimpiadi lui c'entra qualcosa. Ma Berdini sicuramente c'entra con la stadio che la Roma vuole costruirsi e sul quale, senza una drastica riduzione dei volumi da cementificare ha detto un secco no. D'accordo con la Raggi? Non è chiaro, perchè in questo caso la sindaca trema all'idea di trovarsi contro metà dei cittadini, tutti quelli che tifano per Totti, il quale pure vuole a tutti i costi lo stadio, e forse anche l'altra metà: quelli che tifano Lazio. Il calcio è affare nazionale da noi e non può essere sottovalutato, specie quando il ciclone 'elezioni' sembra doversi abbattere sul paese da un momento all'altro, senza preavviso, affossando, anzi annegando con il progetto dello stadio anche la sindaca ed i Cinquestelle.
Adesso, praticamente, Berdini è stato esautorato per l'affare stadio, che è stato affidato ad altri i quali vogliono a tutti i costi trattare.
Ma Berdini è, ormai, fuori da tutto, per un altro caso che ha rivelato la sua impreparazione politica ed anche altro, diciamolo. Può un assessore, pur riconoscendole libertà di pensiero, dire - anche se non nel corso di una formale intervista - quello che ha detto sulla sindaca (impreparata e incapace), sui suoi più stretti collaboratori (una banda di ....nesti) e sui rapporti con Romeo (erano amanti)?
Può Berdini dire quello che ha detto, anche se lo pensa tutta la città di Roma, anche quelli che fanno ancora un pò di credito alle capacità amministrative dei Cinquestelle?
Berdini non può dire quello che ha detto, se sa che qualcuno lo sta a sentire, perché in una situazione semipubblica, pronto a captare il 'Berdini pensiero' sulla giunta tutta del Campidoglio, della quale pure anche lui fa parte. L'unica cosa che poteva fare, essendo da tempo in disaccordo sulla linea, ammesso che ne avesse una la sindaca e la giunta grillina, era dimettersi, e lui non l'ha fatto se non quando costretto dalla gravità di quelle dichiarazioni manifestate con una leggerezza superiore a quella di un qualunque pischello.
Adesso lui deve andare via a basta. Sta lì ad aspettare che la Raggi riceva il consenso del sostituto? Figuraccia su figuraccia?
P.S. Ultimissime dal Campidoglio. Berdini se ne va? Forse che sì, forse che no. Intanto come i Cinq uestelle hanno fatto con la sindaca, mettendole ai fianchi dei commissari, con il compito di evitarle altri errori - bastano quelli che ha fatto! - ora metterebbero a presidiare l'assessorato all'Urbanistica, quello di Berdini, una commissione di badanti o tutori. Segno di totale incapacità di governo, nell'uno come nell'altro caso. E lo stadio? Il sindaco facente funzione, Di Battista - ora che le azioni su Roma di Di Maio sono in netto ribasso, addirittura carta straccia senza valore - ha assicurato che lo stadio si farà. Parola di sindaco. Non Raggi, ma Dibba.
Non ricordiamo se anche per le Olimpiadi lui c'entra qualcosa. Ma Berdini sicuramente c'entra con la stadio che la Roma vuole costruirsi e sul quale, senza una drastica riduzione dei volumi da cementificare ha detto un secco no. D'accordo con la Raggi? Non è chiaro, perchè in questo caso la sindaca trema all'idea di trovarsi contro metà dei cittadini, tutti quelli che tifano per Totti, il quale pure vuole a tutti i costi lo stadio, e forse anche l'altra metà: quelli che tifano Lazio. Il calcio è affare nazionale da noi e non può essere sottovalutato, specie quando il ciclone 'elezioni' sembra doversi abbattere sul paese da un momento all'altro, senza preavviso, affossando, anzi annegando con il progetto dello stadio anche la sindaca ed i Cinquestelle.
Adesso, praticamente, Berdini è stato esautorato per l'affare stadio, che è stato affidato ad altri i quali vogliono a tutti i costi trattare.
Ma Berdini è, ormai, fuori da tutto, per un altro caso che ha rivelato la sua impreparazione politica ed anche altro, diciamolo. Può un assessore, pur riconoscendole libertà di pensiero, dire - anche se non nel corso di una formale intervista - quello che ha detto sulla sindaca (impreparata e incapace), sui suoi più stretti collaboratori (una banda di ....nesti) e sui rapporti con Romeo (erano amanti)?
Può Berdini dire quello che ha detto, anche se lo pensa tutta la città di Roma, anche quelli che fanno ancora un pò di credito alle capacità amministrative dei Cinquestelle?
Berdini non può dire quello che ha detto, se sa che qualcuno lo sta a sentire, perché in una situazione semipubblica, pronto a captare il 'Berdini pensiero' sulla giunta tutta del Campidoglio, della quale pure anche lui fa parte. L'unica cosa che poteva fare, essendo da tempo in disaccordo sulla linea, ammesso che ne avesse una la sindaca e la giunta grillina, era dimettersi, e lui non l'ha fatto se non quando costretto dalla gravità di quelle dichiarazioni manifestate con una leggerezza superiore a quella di un qualunque pischello.
Adesso lui deve andare via a basta. Sta lì ad aspettare che la Raggi riceva il consenso del sostituto? Figuraccia su figuraccia?
P.S. Ultimissime dal Campidoglio. Berdini se ne va? Forse che sì, forse che no. Intanto come i Cinq uestelle hanno fatto con la sindaca, mettendole ai fianchi dei commissari, con il compito di evitarle altri errori - bastano quelli che ha fatto! - ora metterebbero a presidiare l'assessorato all'Urbanistica, quello di Berdini, una commissione di badanti o tutori. Segno di totale incapacità di governo, nell'uno come nell'altro caso. E lo stadio? Il sindaco facente funzione, Di Battista - ora che le azioni su Roma di Di Maio sono in netto ribasso, addirittura carta straccia senza valore - ha assicurato che lo stadio si farà. Parola di sindaco. Non Raggi, ma Dibba.
sabato 21 gennaio 2017
Riccardo Muti annuncia (o minaccia) rivelazioni (postume) sulla sua uscita traumatica dalla Scala e dall'Opera di Roma
Muti è tornato alla Scala con l'attuale sua orchestra , la Chicago Symphony, per due concerti. E tantooè bastato per far pensare a tutti e titolare ai giornali: Muti torna alla Scala. In realtà Muti alla Scala era tornato poco dopo la sua traumatica uscita nel 2005, in tournée con i Wiener - come ora con l'Orchestra americana. Ed era già tornato in giugno, quando il teatro glia aveva dedicato una mostra, curata dal suo amico-biografo Lorenzo Arruga.
Dunque alla Scala, in veste nuova e diversa modalità, Muti è tornato più volte; cosa che, ad esempio, non ha mai fatto con Roma, pur essendo tornato anche a Roma, varie volte, ma sempre tenendosi lontano dal Costanzi. E forse tornerà a dirigere alla Scala, la sua orchestra, in un tempo non tanto lontano, magari Wally di Catalani, come ha fatto presagire.
Ora, della sua duplice uscita traumatica - qualcuno ha raccomandato a Muti di non invischiarsi in altri incarichi in Italia, perchè 'non c'è due senza tre' riferendosi alla possibile rottura - nonostante le infinite e differenti ricostruzioni nessuno sa la cosiddetta 'verità', ammesso che ve ne sia una, ed una sola; non si sa come siano andate veramente le cose e quali siano state le vere cause degli abbandoni. Nè qualche luce chiarificatrice sugli eventi hanno gettato, in tempi recenti, due libri di memorie scritti da due persone che con Muti hanno avuto rapporti, come Mauro Meli, il cui passaggio dalla Scala è stato velocissimo, dopo Fontana, od anche Paolo Isotta, amico fraterno del direttore che nel suo recente scoppiettante volume fra cronaca e memorie, ha attaccato anche duramente l'amico di una volta e la famiglia.
Ad oggi la visione di Muti non la conosciamo fino in fondo, e completa, tanto da poter essere messa a confronto con le versioni degli spettatori più o meno interessati e più o meno informati. La darà mai il direttore?
Forse sì, o forse no. Perchè per ora l'ha soltanto annunciata o forse 'minacciata', dichiarando che sta raccogliendo la sua verità in un libro che però ha disposto che venga pubblicato solo dopo la sua morte.
Ora sarebbe pazzo chi, per l'avidità di leggere la versione di Muti, si augurasse che egli tolga presto il disturbo, 'definitivo' . Meglio che continui a dirigere ed insegnare ed a dispensarci anche la sua verve e simpatia, nonostante tutto quello che gli si può rimproverare, e che noi stessi e tanti altri come noi - gli abbiamo nel corso degli anni rimproverato.
Perchè a noi ed a tantisimi altri come noi, in fondo, di quel che ci potrà raccontare sui suoi anni a Milano e Roma - dei quali qualcosa già sappiamo, e questo già ci basta - non frega proprio nulla.
P.S. Poi Muti ha precisato, a proposito delle sue memorie sugli ultimi momenti a Milano e Roma, e sulle ragioni che lo portarono a rompere definitivamente, che le pubblicherà quando sentirà la fine vicina, e non dopo che avrà tolto il disturbo da questa terra. Suvvia, se ha cose a dire interessanti per l'opinione pubblica, meglio che lo faccia quando ancora la memoria è fresca, perché più avanti va con gli anni e più gli si potrà rimproverare che se l'è suonata e cantata da solo, senza nessun controcamto.
Dunque alla Scala, in veste nuova e diversa modalità, Muti è tornato più volte; cosa che, ad esempio, non ha mai fatto con Roma, pur essendo tornato anche a Roma, varie volte, ma sempre tenendosi lontano dal Costanzi. E forse tornerà a dirigere alla Scala, la sua orchestra, in un tempo non tanto lontano, magari Wally di Catalani, come ha fatto presagire.
Ora, della sua duplice uscita traumatica - qualcuno ha raccomandato a Muti di non invischiarsi in altri incarichi in Italia, perchè 'non c'è due senza tre' riferendosi alla possibile rottura - nonostante le infinite e differenti ricostruzioni nessuno sa la cosiddetta 'verità', ammesso che ve ne sia una, ed una sola; non si sa come siano andate veramente le cose e quali siano state le vere cause degli abbandoni. Nè qualche luce chiarificatrice sugli eventi hanno gettato, in tempi recenti, due libri di memorie scritti da due persone che con Muti hanno avuto rapporti, come Mauro Meli, il cui passaggio dalla Scala è stato velocissimo, dopo Fontana, od anche Paolo Isotta, amico fraterno del direttore che nel suo recente scoppiettante volume fra cronaca e memorie, ha attaccato anche duramente l'amico di una volta e la famiglia.
Ad oggi la visione di Muti non la conosciamo fino in fondo, e completa, tanto da poter essere messa a confronto con le versioni degli spettatori più o meno interessati e più o meno informati. La darà mai il direttore?
Forse sì, o forse no. Perchè per ora l'ha soltanto annunciata o forse 'minacciata', dichiarando che sta raccogliendo la sua verità in un libro che però ha disposto che venga pubblicato solo dopo la sua morte.
Ora sarebbe pazzo chi, per l'avidità di leggere la versione di Muti, si augurasse che egli tolga presto il disturbo, 'definitivo' . Meglio che continui a dirigere ed insegnare ed a dispensarci anche la sua verve e simpatia, nonostante tutto quello che gli si può rimproverare, e che noi stessi e tanti altri come noi - gli abbiamo nel corso degli anni rimproverato.
Perchè a noi ed a tantisimi altri come noi, in fondo, di quel che ci potrà raccontare sui suoi anni a Milano e Roma - dei quali qualcosa già sappiamo, e questo già ci basta - non frega proprio nulla.
P.S. Poi Muti ha precisato, a proposito delle sue memorie sugli ultimi momenti a Milano e Roma, e sulle ragioni che lo portarono a rompere definitivamente, che le pubblicherà quando sentirà la fine vicina, e non dopo che avrà tolto il disturbo da questa terra. Suvvia, se ha cose a dire interessanti per l'opinione pubblica, meglio che lo faccia quando ancora la memoria è fresca, perché più avanti va con gli anni e più gli si potrà rimproverare che se l'è suonata e cantata da solo, senza nessun controcamto.
mercoledì 18 gennaio 2017
EMERGENZA.Tutti contro i soccorsi. Ma voi affidereste a coloro che non sanno neppure riparare le buche in città...
Che lo facciano i giornali è normale anzi necessario. Che segnalino cioè le criticità dei soccorsi in casi di assoluta emergenza, senza fare sconti a nessuno, perchè se inefficienza c'è stata, piccola o grande, colpevole o involontaria, va comunque segnalata per porvi rimedio, è naturale. E che lo faccia un giornale come 'Il fatto quotidiano', prima e più di ogni altro, è perfino superfluo notarlo: nella sua bassa foliazione è ovvio che i problemi occupino la totalità dello spazio. Su quelle pagine non si vede mai uno spiraglio di luce nei tanti tunnel segnalati.
Lo fanno anche gli altri giornali, naturalmente, ma questi danno anche atto alle forze dell'ordine degli sforzi che si stanno facendo nelle zone critiche - zone di 'guerra', a tutti gli effetti - per rimediare alla duplice emergenza delle proibitive condizioni meteo e del concomitante terremoto che è tornato a farsi sentire con scosse abbastanza forti, superiori al quinto grado della scala Richter.
E dunque i giornali stanno facendo il loro lavoro e devono continuare a farlo.
Ma le forze politiche di opposizione non possono parlare a vanvera, e meno di tutti i Cinquestelle.
Come possono criticare l'inefficienza dei soccorsi - non si dimentichi che all'indomani dei terremoti di agosto ed ottobre, tutti indistintamente avevano dato atto alle forze dell'ordine ed alla Protezione civile di essersi mosse con grande professionalità - coloro che in tempo e zona di 'pace' , come sono tante città che in questi mesi non hanno vissuto emergenze come terremoti e clima difficile - vedi Roma - che non riescono a riparare le buche stradali, raccogliere e smaltire rifiuti, pulire i tombini che ad ogni pioggia più forte si intasano creando laghi artificiali in molte zone della città, togliere le foglie dalla strade? Tutte operazioni che in zone e tempo di 'pace' sarebbero anche facili ma che i nostri penstastellati non sanno fare. E allora chi si fiderebbe di affidare a loro il governo dell'emergenza?
Di Maio chiacchiera e la Raggi resta al suo posto, nonostante tutto...
Lo fanno anche gli altri giornali, naturalmente, ma questi danno anche atto alle forze dell'ordine degli sforzi che si stanno facendo nelle zone critiche - zone di 'guerra', a tutti gli effetti - per rimediare alla duplice emergenza delle proibitive condizioni meteo e del concomitante terremoto che è tornato a farsi sentire con scosse abbastanza forti, superiori al quinto grado della scala Richter.
E dunque i giornali stanno facendo il loro lavoro e devono continuare a farlo.
Ma le forze politiche di opposizione non possono parlare a vanvera, e meno di tutti i Cinquestelle.
Come possono criticare l'inefficienza dei soccorsi - non si dimentichi che all'indomani dei terremoti di agosto ed ottobre, tutti indistintamente avevano dato atto alle forze dell'ordine ed alla Protezione civile di essersi mosse con grande professionalità - coloro che in tempo e zona di 'pace' , come sono tante città che in questi mesi non hanno vissuto emergenze come terremoti e clima difficile - vedi Roma - che non riescono a riparare le buche stradali, raccogliere e smaltire rifiuti, pulire i tombini che ad ogni pioggia più forte si intasano creando laghi artificiali in molte zone della città, togliere le foglie dalla strade? Tutte operazioni che in zone e tempo di 'pace' sarebbero anche facili ma che i nostri penstastellati non sanno fare. E allora chi si fiderebbe di affidare a loro il governo dell'emergenza?
Di Maio chiacchiera e la Raggi resta al suo posto, nonostante tutto...
martedì 17 gennaio 2017
Omaggio a Claudio Monteverdi a 450 anni dalla nascita
Uno o più vespri?
Quattro secoli fa circa, a
Venezia, Monteverdi pubblicava presso l'editore Ricciardo Amadino,
una sua opera liturgica - Vespro (1610) - ricca di straordinarie
invenzioni; ancorata al passato, gregoriano, e protesa al futuro
della musica concertante. Uno o più ‘Vespri’ dedicati alla
Vergine Maria?
di pietro acquafredda
“Il Monteverdi fa
stampare una Messa da cappella a sei voci di studio et fatica grande,
essendosi obbligato maneggiar sempre in ogni nota per tutte le vie,
sempre più rinforzando le otto [dieci, in realtà, ndr.] fughe che
sono nel motetto ‘In illo tempore’ del Gomberti [Nicolas Gombert,
ndr.] e fa stampare unitamente ancora di Salmi del Vespero della
Madonna, con varie et diverse maniere d’ inventioni et armonia, et
tutte sopra il canto fermo, con pensiero di venirsene a Roma questo
autumno per dedicarli a Sua Santità...”. Chi poteva essere tanto interessato alla
produzione musicale ‘sacra’ di un musicista attivo presso la
corte di Mantova, da richiedere così circostanziate notizie? Lo era
il cardinale Ferdinando Gonzaga, residente a Roma e destinatario
dell’informativa spedita da Mantova il 26 luglio 1610? Il mittente
della lettera Bassano Cassola, cantore e vicemaestro di cappella, non
lo chiarisce. Quella lettera , più che sollecitata dal destinatario,
aveva verosimilmente un suggeritore, non occulto e neppure
disinteressato, nella persona dello stesso Monteverdi che di lì a
poche settimane, fatta stampare la bella raccolta ‘mariana’
presso l’editore veneziano Amadino, sarebbe partito alla volta di
Roma per offrirla personalmente al dedicatario, il papa Paolo V,
nella speranza di trarre da quel viaggio qualche concreto beneficio
per sé e per suo figlio Francesco, per il quale il genitore aspirava
ad un posto nel Seminario Romano, al fine di assicurargli un
tranquillo avvenire, più che per vera vocazione:‘Franceschino’
aveva allora poco più di dieci anni; mentre per sé Monteverdi
sognava la nomina a maestro di una delle importanti cappelle musicali
romane, anche della stessa Sistina, una volta sciolto da vincoli
maritali, perché da poco vedovo, e perciò libero da qualsiasi
impedimento giuridico per aspirare a quell’incarico. Della sua
grande perizia nella musica sacra, laddove si fosse presentata una
concreta possibilità di stabilirsi definitivamente a Roma, avrebbe
fatto fede proprio quella raccolta, fresca di stampa (la dedica reca
la data del I settembre 1610), che lo laureava sommo compositore
“sacro” negli stili polifonico, concertante e solistico.
Il viaggio ebbe
effettivamente luogo tra settembre e ottobre di quel medesimo 1610,
ma nessuna delle sue aspirazioni fu soddisfatta e Monteverdi, per
giunta, non venne neppure ricevuto da Paolo V, nonostante le lettere
commendatizie recate con sé. Costretto perciò a tornare a Mantova a
mani vuote, si mise in cerca di un’altra occasione propizia; la
quale giunse tre anni dopo, alla morte del Maestro di cappella della
Basilica di San Marco in Venezia, Giulio Cesare Martinengo. La
Serenissima, ottenute dai suoi ambasciatori ottime referenze su
Monteverdi, candidato alla successione, il 19 agosto del 1613 lo
insediò solennemente come Maestro di cappella in San Marco, incarico
onorato per trent’ anni esatti, fino alla fine della sua vita.
La raccolta musicale
pubblicata dall’Amadino, alla quale accennava il 'cantore ducale'
Cassola nella sua lettera del luglio 1610, conteneva, a suo dire, due
blocchi di composizioni, ambedue destinati ai riti della liturgia
cattolica solenne: la Messa e l’Ufficio delle Ore, di cui il
Vespro, costituisce la parte più importante e maggiormente
esemplificata sotto il profilo musicale nel corso dei secoli;
ambedue, a detta dello stesso Cassola, costruiti sopra canti fermi:
un mottetto polifonico del Gombert nel caso della Messa; il Canto
gregoriano ( toni salmodici per i cinque salmi ed il Magnificat, e la
relativa intonazione dell’inno ‘Ave Maris Stella’), nel caso
del Vespro. Messa e Vespro, infine, basati sulle parti cosiddette
fisse (Ordinarium) dei rispettivi riti; le quali, limitandoci al
Vespro, sono - dopo la consueta intonazione: Deus in adjutorium meum
intende,…- i cinque salmi, l’inno (Ave Maris Stella, per la
liturgia delle feste mariane) e il Magnificat.
Ma nel Vespro
monteverdiano del 1610, secondo 1’ edizione dell’ Amadino, fra le
parti fisse compaiono alcune composizioni che sollevano non pochi
interrogativi sull’identità e sui singoli componenti della
raccolta.
Prima di entrare nel
dettaglio del Vespro, in particolare nelle questioni tuttora
irrisolte della sua conformazione, val la pena rammentare che del
Vespro non esiste una partitura generale, essendo stato stampato -
secondo il costume dell’epoca - in parti staccate: otto fascicoli:
sette (una ciascuna per le parti della composizione): Cantus(
soprano), Sextus (soprano II), Altus, Tenor, Quintus (tenore II),
Bassus, Septimus (basso II); e l’ottavo per il Bassus generalis. Le
parti strumentali erano riportate, a seconda dei corrispondenti
registri, negli stessi fascicoli destinati alle voci; e perciò sul
Bassus generalis correva la sola nota del 'continuo', salvo i casi in
cui Monteverdi, desiderando suggerire precise realizzazioni del
medesimo, lo arricchì con brandelli di partitura o passi schematici
della stessa.
Frontespizio. Edizione
Amadino (1610)
Nell’edizione a stampa,
gli otto fascicoli hanno identico frontespizio, il quale, nel
fascicolo del ‘Cantus’, recita: “ SANCTISSIMAE/VIRGINI/ MISSA
SENIS VOCIBUS/ AD ECCLESIASTICOS CHOROS /AC VESPERAE PLURIBUS/
DECANTANDAE,/ CUM NONNULLIS SACRIS CONCENTIBUS, ad Sacella sive
Principum Cubicula accomodata. OPERA/ A CLAUDIO MONTEVERDE/ nuper
effecta/ AC BEATISS. PAULO V PONT. MAX. CONSECRATA. Venetijs, Apud
Ricciardum Amadinum. MDCX.” (“Alla Santissima Vergine/ Messa a
sei voci/ per i cori ecclesiastici/ e Vespri da cantarsi a più
(voci)/ con alcuni Sacri Concenti / adatti alle cappelle ed alle
camere dei Principi/ opera di Claudio Monteverdi/ da poco composta/ e
consacrata al beatissimo Paolo V Pontefice Massimo/ Venezia presso
Ricciardo Amadino. 1610”.
Sul verso del frontespizio una lunga devota dedica al Papa e la data: Venezia, 1 settembre 1610,
che così inizia: “ Res quasdam Ecclesiasticas modulis Musicis
concinendas, quum in luce emittere vellem…” ( volendo io dare
alla luce alcune cose ecclesiastiche da cantare sui modi musicali…”),
la quale sembra anticipare quanto si legge a pag. 9 del Bassus
generalis, avanti l’attacco del ‘Domine ad adiuvandum’: “Vespro
della Beata Vergine da concerto, composto sopra canti fermi”,
intestazione che, a sua volta, richiama alla lettera quanto
preannunciato dal cantore Bassano Cassola al cardinale Ferdinando
Gonzaga: «salmi del Vespero della Madonna, con varie et diverse
maniere d’inventione et armonia, et tutte sopra il canto fermo».
Ci si potrebbe domandare
come mai il Cassola, annunciando la stampa del ‘Vespro’
monteverdiano, ne citi solo i salmi. La risposta potrebbe essere che
i salmi sono magna pars del Vespro, cinque su sette numeri, dai quali
resterebbero esclusi solo l’Inno ‘Ave Maris Stella’ ed il
Magnificat; e dunque avrebbe indicato la parte ( più rilevante) per
il tutto.
Edizione dell'Amadino (
1610)
Resta da esaminare a fondo
la stampa dell’Amadino per venire a capo dell’esatta
identificazione del Vespro monteverdiano, lasciando fuori la Messa
che non presenta, invece, analoghi problemi.
Tolta la Messa, il
frontespizio sembra dirci chiaramente che il restante contenuto della
stampa è costituito da due blocchi: il Vespro ed i Sacri Concenti.
Il problema sarebbe perciò di fcile soluzione se questi due blocchi,
chiaramente distinti nel frontespizio, non comparissero intrecciati
ed intercalati, nella pagine dell’edizione dell’Amadino. Cioè a
dire quelli indicati dal Monteverdi come ‘Sacri Concenti’,
distinti dal Vespro vero e proprio (comprendente tutte le parti dell’
Ordinarium, e composte ‘sopra canti fermi’), compaiono nella
stampa fra un salmo e l’altro, il che ha fatto concludere a più
d’uno studioso che quei « sacri concenti» andavano intesi come
‘obbligatori’ sostituti delle antifone dei salmi, al momento
della prevista ripetizione dopo il canto del salmo, e, di
conseguenza, come parti ‘integranti’ del Vespro del 1610.
Se poi i testi dei ‘Sacri
concenti’( più precisamente: mottetti solistici o dialogici –
‘motetto ad una voce’ è il termine che lo stesso Monteverdi,
nell’edizione dell’Amadino, usa per ‘Pulchra es’ , primo dei
cinque ‘Sacri concenti’) non appartenevano tutti alla liturgia
vespertina mariana ufficiale, non doveva meravigliare più di tanto
in un’epoca in cui gli arbitrii liturgici erano all’ordine del
giorno, come desumiamo dai frequenti richiami all’ordine spediti da
Roma all’indirizzo di cattedrali e cappelle nobiliari di un certo
prestigio, e come avrebbero potuto far supporre i privilegi della
Chiesa “ducale” di Santa Barbara in Mantova, nel caso in cui si
fosse dimostrato che ad essa Chiesa ducale fosse rivolta l’importante
e complessa opera; ipotesi scartata quando si è presa conoscenza
della liturgia ‘privilegiata’ della Basilica Ducale, attraverso i
relativi libri liturgici.
Ci fu, nel lontano
passato, chi intese giustificare l’estraneità ‘mariana’della
maggior parte dei testi dei Sacri Concenti, basandosi
sull’annotazione apposta da Monteverdi nell’edizione a stampa,
sul Bassus Generalis, dove - come abbiamo già detto - si legge “
Vespro della beata Vergine da concerto”, dando per scontato ciò
che scontato non è affatto e cioè che esistesse all’epoca di
Monteverdi una doppia pratica del Vespro, una ‘liturgica’ ed una
‘da concerto’; e che in un Vespro ‘da concerto’ ogni arbitrio
fosse, a maggior ragione, consentito; laddove, invece, quella
espressione monteverdiana sta ad indicare lo stile ‘concertante’
del Vespro, distinto nettamente dalla Messa, in stile
‘contrappuntistico severo’, e dai Sacri Concenti, che sono nello
stile solistico ‘da camera’.
Dunque i Sacri Concenti -
basandosi su una lectio ‘facilior’ della edizione veneziana,
sarebbero delle alternative ‘obbligatorie’ alla ripetizione delle
antifone gregoriane già ascoltate prima di ciascun salmo - costume
peraltro assai diffuso. Non solo. Questa interpretazione sarebbe
confermata dal fatto che Monteverdi, se li aveva messi in quella
posizione, voleva dirci che li considerava parte integrante del
Vespro e nello stesso ordine di successione dettato (?) dall’autore
all'editore, che è poi , curiosamente, quello progressivo in base
al numero di voci impiegate; di conseguenza, secondo tale ipotesi, se
li si espungesse dal Vespro, ma anche se, semplicemente, si cambiasse
l’ordine di esecuzione ne andrebbe di mezzo l’integrità musicale
del Vespro, come l’aveva disegnato Claudio Monteverdi.
Vespro ( 1610)
E siamo arrivati al cuore
del problema esegetico della configurazione del Vespro monteverdiano
del 1610. Se si eseguono, alternate alle rispettive antifone
gregoriane che la stampa monteverdiana non riporta, soltanto le parti
fisse (Ordinarium) del Vespro ( Responsorio iniziale, i cinque salmi,
l’Inno’ Ave Maris Stella’ e il Magnificat, tutte costruite
sopra canti fermi gregoriani e in stile concertato) si interpretano
fedelmente le intenzioni di Monteverdi, oppure viene a mancare
qualcosa alla completezza del Vespro ?
Forse le ragioni che
indussero Monteverdi a confezionare e pubblicare l’interessante
raccolta possono essere di qualche utile aiuto nel risolvere tale
problema esegetico. E’ lecito ipotizzare che, volendo presentare
al pontefice Paolo V un saggio della sua maestria, il musicista abbia
inserito nella raccolta anche brani che servivano solo a far vedere
come egli maneggiasse abilmente i diversi stili compositivi in uso
nella musica sacra, senza preoccuparsi della loro congruità con il
rito liturgico? In fondo, sia l’autore che il dedicatario, Paolo V,
non avrebbero avuto nessun problema ad identificare sia il Vespro che
la Messa, ambedue composti delle sole parti fisse (Ordinarium),
com’era costume consolidato da secoli, ed ambedue identificabili
anche sotto il profilo stilistico, perchè costruiti sopra canti
fermi.
Inoltre l’ordine con cui
compaiono nella stampa i cinque Sacri Concenti (per la verità
quattro: Nigra sum’, ‘Pulchra es’, ‘Duo Seraphim’, ‘Audi
Coelum’; con l’aggiunta della ‘Sonata sopra Sancta Maria’) in
numero crescente di voci impiegate, dovrebbe indurre a pensare che il
loro inserimento e soprattutto l’ordine di comparizione, anche
ammesso che Monteverdi li abbia intesi come possibili sostituti delle
antifone alla fine dei salmi, sia stato deciso in previsione della
organizzazione del contenuto della edizione ( e perciò anche
nell’ipotesi, che noi rigettiamo, quella cioè che vorrebbe far
rientrare nel Vespro, il Deus in adiutorium i cinque salmi, l’inno
ed il Magnificat ma anche i cinque Sacri Concenti) l’ordine di
successione potrebbe anche cambiare.
A questo punto dobbiamo
porci la domanda cruciale relativa all’identificazione del Vespro
monteverdiano. E se li si omettessimo tutti o in parte, i Sacri
Concenti, l’integrità del Vespro monteverdiano risulterebbe
compromessa o sarebbe sempre e comunque salvaguardata, in base alla
consolidata consuetudine che vuole Messe e Vespri musicali consistere
nelle sole parti fisse (Ordinarium) di ambedue i riti liturgici, e
che, oltre tutto, nel Vespro monteverdiano appaiono strettamente
legate dal medesimo stile ‘concertante’, e dalla medesima
costruzione sopra ‘canti fermi’?
Né va ignorato che la
consuetudine di 'intonare', della Messa e dei Vespri, le sole parti
fisse, ha fatto sì che Messe e Vespri potessero essere cantati in
più di una festività liturgica - nel nostro caso nelle infinite
feste dedicate alla Vergine Maria, previste dalla liturgia cattolica;
mentre invece, l’intonazione contemporanea delle parti ‘fisse’
(‘Ordinarium’) e di quelle cosiddette ‘mobili’ (‘Proprium’
delle singole festività) avrebbe legato quel gruppo di composizioni,
concepito unitariamente, ad una specifica festività, limitandone
perciò l’uso ad una sola festività dell’anno liturgico. Per
tornare al problema dell’identificazione del Vespro monteverdiano,
c’è anche un altro elemento che ci fa propendere per la tesi
‘difficilior’, da preferirsi sempre secondo la migliore pratica
esegetica, per la quale esso consisterebbe nelle sole parti
dell’Ordinarium. a dispetto delle apparenze, ci farebbe dire
l’aurea regola esegetica. L’edizione dell’Amadino, infine, ha
anche un secondo elemento che lo assimila ad un catalogo, ad un
florilegio di composizioni ‘ad Vesperas’, fatta eccezione per la
compattezza ed unitarietà dell’Ordinarium, e cioè la presenza di
un Magnificat secondo, diverso dal primo, e non solo per l’assenza
dei ritornelli strumentali, a proposito dei quali, nella stessa
edizione, all’altezza del primo salmo, Dixit Dominus, si legge ‘
Li ritornelli si ponno sonar e anche tralasciar secondo il volere’.
Edizione di Ricciardo
Amadino ( 1610)
- Domine ad adiuvandum. ‘Sex Vocibus et sex Instrumentis si placet’. (È la risposta al celebrante che in apertura del Vespro canta ‘Deus in adiutorium meum intende’. Le voci rispondono in stile omofonico, mentre gli strumenti propongono, rielaborata ma riconoscibilissima, la fanfara della ‘Toccata’ che apre l’Orfeo, fatto rappresentare nel 1607 e stampare nel 1609).
- Dixit Dominus. Salmo. ‘Sex vocibus et sex instrumentis, si placet’.‘Li Ritornelli si ponno sonar et anco tralasciar secondo il volere’. ( E’ il salmo 109, primo dei cinque dell’ordinario dei Vespri per le festività della Beata Vergine. E’ composto sopra il quarto tono salmodico; le quattro coppie di versetti sono separate da brevi ritornelli strumentali per i quali una nota dell’autore avverte che si possono anche tralasciare, seconod il volere).
- Nigra sum. ‘Motetto ad una voce’. (Il primo dei Sacri Concenti inserito fra i Salmi. Il testo, tratto dal biblico ‘Cantico dei Cantici’, è affidato ad un a voce sola, tenore, con accompagnamento del semplice 'continuo' dell’organo. E’ l’unico testo che compare nella liturgia vespertina delle feste dedicate alla Vergine, anche se non fra il primo e secondo Salmo, come appare in questa edizione. Monteverdi ne adotta una versione più lunga di quella in uso nella liturgia, perché vi incorpora il testo di un’altra antifona mariana. E’ il primo dei brani non costruito ‘sopra canti fermi’ gregoriani; Monteverdi, nel classificarlo, adotta la dizione ‘motetto’, assai curiosa per un brano che avrebbe dovuto sostituire la ripetizione dell’ antifona gregoriana fra i salmi).
- Laudate Pueri. Salmo.‘A 8 voci sole ne’l Organo’.(Salmo 112, composto sopra l’ottavo tono salmodico gregoriano).
- Pulchra es. ‘A 2 voci’. ( Tratto anche questo dal ‘Cantico dei Cantici’ e destinato a due voci di soprano, è il secondo dei brani non costruito ‘sopra canti fermi’).
- Laetatus sum. Salmo.‘A sei voci’( e continuo, organo) (Salmo 121, terzo del Vespro, costruito sopra l’ottavo tono salmodico gregoriano, trasportato però alla quarta superiore).
- Duo Seraphim. ‘Tribus vocibus’( e continuo, organo). ( Tratto dal ‘Libro di Isaia’ e, nella seconda parte, dalla Prima Lettera di San Giovanni’. Affidata inizialmente a due tenori, dalle parole ‘ Tres sunt’ in poi si unisce una terza voce, ‘altus’. Terzo dei brani non costruito sopra ‘canti fermi’ gregoriani, non appartiene alla tradizione liturgica o devozionale mariana, semmai a quella trinitaria).
- Nisi Dominus. Salmo.’A dieci voci’. (Si tratta del Salmo 126, composto sopra il quinto tono salmodico. Le dieci voci sono distribuite in due cori).
- Audi coelum.’Prima ad una voce sola, poi nella fine à sei voci’. (Il testo non appartiene alla tradizione biblica o patristica, bensì alla ricca tradizione devozionale. La prima parte è per una voce sola (tenore) alla quale risponde «in Echo» una seconda voce, anche questa di tenore. Nella parte del Bassus generalis v’è l’indicazione di ‘Forte’ e ‘Piano’ rispettivamente per il primo tenore e per il secondo che risponde in eco. La seconda parte è, invece, a sei voci come avverte la stampa:’Qui entrano le altre cinque parti a cantare’).
- Lauda Jerusalem. ‘A Sette voci’. (Salmo 147, quinto del Vespro della Beata Vergine, composto sopra il terzo tono salmodico, a due cori. La ripetizione del canto fermo del tono salmodico è messa in particolare evidenza durante l’intero salmo).
- Sonata sopra Sancta Maria ora pro nobis. (È a 9 parti: la parte vocale, affidata al Cantus - ‘parte che canta sopra la sonata a 8’- intona 11 volte l’invocazione alla Vergine, sempre con la stessa melodia, come si usa nelle litanie da cui è tratta.Gli 8 strumenti sono così specificati: ‘Violino da brazzo I ; Violino da brazzo II; Cornetto I; Cornetto II; Trombone o vero viola da brazzo - Viola da brazzo –Trombone -Trombone doppio’).
- Ave Maris Stella. ‘Hinno Ave Maris. à 8’ . (È l’Inno del Vespro della Beata Vergine, costruito -come i cinque salmi- sull’omonimo inno gregoriano, ma con la tecnica della melodia gregoriana armonizzata, composto da sette strofe: la prima e l’ultima affidate ad un doppio coro, di quattro voci ciascuno; la seconda e la terza per coro a quattro voci; la quarta, la quinta e la sesta destinate, invece, a voci soliste. La melodia si ripete sempre identica per tutte le strofe dell’inno).
- Magnificat. ‘A sette voci, e sei instrumenti’. (Composto sopra il primo tono salmodico trasportato alla quarta superiore, è diviso in dodici episodi, affidati ad organici vocali-strumentali differenti, come prescrive, episodio dopo episodio, il Bassus generalis. Ai sei strumenti base prescritti all’inizio, altri se ne aggiungono nel corso del brano).
- Magnificat. ‘A 6 voci’. (Composto, come il precedente, sopra il primo tono salmodico trasportato alla quarta superiore e diviso in dodici episodi prevede, a differenza di quello, il solo accompagnamento del continuo dell’organo, per la cui realizzazione il Bassus generalis suggerisce i registri. È la versione semplificata del precedente; o, se si vuole, il primo è la versione più solenne di questo secondo).
Uno o più Vespri di
Monteverdi nella raccolta del 1610?
Veniamo alle varie ipotesi
formulate nel tempo dagli studiosi. Tre almeno. Prima
ipotesi. La più restrittiva. Il Vespro (
1610) è composto esclusivamente dalla risposta (‘Domine ad
adiuvandum me festina’) all’intonazione ‘gregoriana’( ‘Deus
in adiutorium meum intende’) - non va sottovalutata la modalità
‘gregoriana’ dell’introduzione del celebrante, in quanto avvia
l’alternanza fra gregoriano e stile concertante per le parti
dell’Ordinarium dei Vespri - dai cinque Salmi, dall’Inno Ave
maris stella e dal Magnificat. Le quali parti presentano, inoltre,
una forte unità stilistica e compositiva: stile concertante ed
impiego del ‘cantus firmus’ gregoriano. Sebbene possa apparire la
più restrittiva, questa interpretazione è quella che apre al Vespro
monteverdiano la più ampia possibilità di impiego. E i Sacri
Concenti? Monteverdi li avrebbe inseriti nella raccolta solo per
dimostrare ai suoi estimatori, ma anche ai suoi detrattori, che
sapeva maneggiare ogni stile di composizione, compreso quello del
canto da camera solistico, impiegato nei Sacri Concenti, di più
largo impiego nel melodramma e nella musica da camera profana, senza
per questo volerli considerare parti integranti del suo Vespro
(1610).
Seconda ipotesi.
Questa seconda considera il Vespro formato da tutte le parti che
nella stampa dell’ Amadino appaiono dopo la Messa, sulla cui
identificazione, per fortuna, non v’ è ombra di dubbio. Perciò
dal ‘Domine ad adiuvandum me festina’, fino al ‘Magnificat’
tutto è da considerare facente parte del Vespro e tutto va eseguito,
e nell’ ordine in cui si presenta (ad eccezione del secondo
Magnificat, che del primo rappresenta solo un’alternativa ). Ciò
porterebbe a dire che se non si eseguono tutti i ‘concenti’,
compresa la ‘Sonata sopra Sancta Maria’, od anche uno solo di
essi, si attenta all’unità del Vespro monteverdiano. Sembra questa
l’ipotesi esecutiva abbracciata, ad esempio, da quegli interpreti
che prima dei cinque salmi e del Magnificat opportunamente
inseriscono le antifone gregoriane che costituiscono, nel loro
assieme, le parti mobili (o Proprium del Vespro).
Terza ipotesi.
Il Vespro monteverdiano è composto dalle parti fisse del
corrispondente rito mariano; mentre i concenti costituiscono un
repertorio dal quale il maestro di cappella può attingere ora uno
ora l’altro per questa o quella festività mariana, come
sostitutivo della ripetizione dell’ antifona gregoriana. Perché
Monteverdi non ha messo tutti i sacri concenti alla fine del Vespro
canonico? Il dubbio è legittimo. Forse Monteverdi intendeva
suggerire non tanto la successione od il numero complessivo, quanto
semplicemente che ciascuno di essi apparteneva a quel repertorio, dal
quale attingere, ad libitum, una novità da offrire fra le parti
fisse che, anche nelle festività solenni, sono sempre uguali? Come
accadeva nell’analogo repertorio della Messa, dove si cantavano le
parti fisse di una delle tante Messe polifoniche, aggiungendovi, in
speciali occasioni, un mottetto di nuova fattura?
È evidente che, in sede
concertistica - come oggi è possibile fare, anzi dove unicamente si
ascolta il Vespro monteverdiano - si possa comunque eseguire l’intera
raccolta, senza porsi il problema liturgico-musicale
dell’identificazione del Vespro.
Ma se si vuole che
l’esecuzione concertistica sia il più vicino possibile a quella
liturgica - obiettivo non solo lodevole, ma auspicabile - allora tale
problema non può essere eluso, neppure in sede concertistica.
Ed ora una quarta
(nostra) ipotesi. Quell’edizione a stampa
potrebbe perfino essere la rappresentazione di “un” Vespro di
Monteverdi, così come forse (?) venne eseguito in una occasione
solenne, ed in tempi assai prossimi alla sua pubblicazione, con il
dispendio di mezzi previsto fra parti corali, solistiche e
strumentali. Ma non per questo deve necessariamente considerarsi “il”
Vespro di Monteverdi, pubblicato a Venezia nel 1610. Il quale, più
verosimilmente ed a rigor di logica e tradizione, è composto delle
sole parti - cosiddette 'fisse' o 'ordinarium' - costruite sopra
canti fermi ed in stile concertante.
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venerdì 7 ottobre 2016
Caro Ignazio Marino l'assoluzione non ci fa dimenticare la tua incapacità a governare e le infinite gaff, anche istituzionali
Ora Ignazio Marino canta vittoria e gongola, intervistato da Mentana nel corso del suo telegiornale. E' stato assolto del tutto - perchè il fatto non sussiste - dall'accusa dei falsi scontrini e delle cene pagate con soldi pubblici ( truffa e peculato), che lui ha detto di aver restituito alle casse comunali, già prima di dimettersi, ed anche dall'accusa relativa alla sua onlus, perchè il fatto non costituisce reato. E noi siamo contenti insieme a lui, assolto da un'accusa che solitamente colpisce ladri di polli i quali appena hanno una carta di credito in dotazione, ma di altri, vanno a fare spese e cenano al ristorante con aragosta e vini costosi.
Ricorda Marino a Mentana, per la verità, che quelle accuse costituirono la classica goccia per farlo traboccare dal Campidoglio, da dove però stava già traboccando sia perché la sua maggioranza del consiglio, riunitasi presso uno studio notarile, lo aveva sfiduciato, sia anche e soprattutto perché evidente era la sua incapacità a governare - nessuno lo dimentica, Marino - ed anche le sue gaffes istituzionali una dopo l'altra (chi se le fosse dimenticate ed è attento ed abituale lettore del nostro blog, basta che digiti Marino per rinfrescarsi la memoria).
E non tiri fuori come ha tentato anche questa sera, l'argomento 'complotto', come del resto sta facendo la giunta Raggi a giustificazione della sua incapacità di governare. Lei e la sindaca, altra sprovveduta, usate lo stesso argomento: chi tocca i poteri forti viene disarcionato dalla sella del potere. Se la Raggi, come anche Lei, foste stati in grado di amministrare la città, dei poteri forti, Lei come la Raggi potevate fottervene. Invece, quando si è incapaci, chiunque può fottervi. E probabilmente anche alla Raggi, se continua così, accadrà ciò che è accaduto a Lei, Marino.
Contenti per la sua assoluzione, caro Marino, però la prossima volta che vuol cambiar mestiere da quello di chirurgo che sembra non eserciti più , se ne scelga uno nel quale ritiene di avere più frecce al suo arco. Quello di amministratore di una città, anzi della più importante città di un paese, non fa per lei. Lei dovrebbe essere accusato e processato, e come lei la Raggi, per millantata capacità di amministrare la Capitale.
Ricorda Marino a Mentana, per la verità, che quelle accuse costituirono la classica goccia per farlo traboccare dal Campidoglio, da dove però stava già traboccando sia perché la sua maggioranza del consiglio, riunitasi presso uno studio notarile, lo aveva sfiduciato, sia anche e soprattutto perché evidente era la sua incapacità a governare - nessuno lo dimentica, Marino - ed anche le sue gaffes istituzionali una dopo l'altra (chi se le fosse dimenticate ed è attento ed abituale lettore del nostro blog, basta che digiti Marino per rinfrescarsi la memoria).
E non tiri fuori come ha tentato anche questa sera, l'argomento 'complotto', come del resto sta facendo la giunta Raggi a giustificazione della sua incapacità di governare. Lei e la sindaca, altra sprovveduta, usate lo stesso argomento: chi tocca i poteri forti viene disarcionato dalla sella del potere. Se la Raggi, come anche Lei, foste stati in grado di amministrare la città, dei poteri forti, Lei come la Raggi potevate fottervene. Invece, quando si è incapaci, chiunque può fottervi. E probabilmente anche alla Raggi, se continua così, accadrà ciò che è accaduto a Lei, Marino.
Contenti per la sua assoluzione, caro Marino, però la prossima volta che vuol cambiar mestiere da quello di chirurgo che sembra non eserciti più , se ne scelga uno nel quale ritiene di avere più frecce al suo arco. Quello di amministratore di una città, anzi della più importante città di un paese, non fa per lei. Lei dovrebbe essere accusato e processato, e come lei la Raggi, per millantata capacità di amministrare la Capitale.
venerdì 23 settembre 2016
Hidalgo a Roma e Raggi a Parigi. Proposta di scambio (indecente)
Se Roma avesse la Hidalgo sarebbe una piccola Parigi, ed una grande Roma. Non altrettanto con lo scambio fra Roma e Parigi, qualora oggetto dello scambio fosse la Raggi, che anche Parigi farebbe diventare una 'piccola' città, come sta già facendo con Roma.
Avete mai sentito parlare la Raggi del'altra emergenza , quella 'umanitaria' dei profughi? neanche una parola - il direttorio deve averle detto: lascia perdere, che se la vedano il prefetto e il ministro dell'Interno, non ti prendere un'altra gatta da pelare; chissà quanti altri guai potrebbe procurare alla città a se stessa ed al movimento- ha pensato, quando pensa, il direttorio sbrindellato.
La Hidalgo a Parigi invece non solo ci ha pensato ma ha parlato chiaro, pur nell'occhio del ciclone creato dai vari attentati dei quali la Francia è certamente il paese più colpito d'Europa. La sindaca di Parigi sta facendo ristrutturare un enorme caseggiato per creare tremila posti per gli immigrati, facendoli vivere in una residenza umana- cosa che nè a Roma nè in Italia si farà mai. L'integrazione, cara Raggi, sa cosa vuol dire? Dunque la Hidalgo si è mossa in tempo, mentre la Raggi sta lì ferma, forse ci sta ancora pensando. Intanto tace.
Ma dove le due sindache hanno pareri diametralmente opposti - anzi quella di Parigi ce l'ha questo parere, mentre la romana non ha nessun parere e nessuna cognizione di cosa voglia dire governare e progettare il futuro della città che governa - è sulle Olimpiadi del 2024, rigettate dalla Raggi, per far contento il direttorio, il movimento e qualche altro incapace sostenitore, mentre la Hidalgo ha colto l'occasione per riproporre la candidatura della sua città ad ospitarle fra otto anni, con un programma che in gergo definisce' low cost'. E cioè solo due nuovi impianti, rilanci della banlieu, spesa 1,2 miliardi, per muovere un giro d'affari di 10 miliardi circa, e con 250 mila nuovi posti di lavoro. Non sono alcune delle cose che la Raggi a chi gliele prospettava rispondeva che erano impossibili a Roma? E sulle quali è stata, roba di ieri, bacchettata anche da Cantone?
Vogliamo la Hidalgo come sindaco di Roma! Cosa vi diamo in cambio? Capiamo che la sola Raggi, una scartina, non fa guadagnare nulla a Parigi, ma se insieme mandassimo anche Grillo ed il direttorio nazionale e romano (detto 'mini' in ogni senso) e poi qualunque altra cosa o persona ci chiedano, Parigi poptrebbe consentire il baratto? Attendiamo risposta.
Avete mai sentito parlare la Raggi del'altra emergenza , quella 'umanitaria' dei profughi? neanche una parola - il direttorio deve averle detto: lascia perdere, che se la vedano il prefetto e il ministro dell'Interno, non ti prendere un'altra gatta da pelare; chissà quanti altri guai potrebbe procurare alla città a se stessa ed al movimento- ha pensato, quando pensa, il direttorio sbrindellato.
La Hidalgo a Parigi invece non solo ci ha pensato ma ha parlato chiaro, pur nell'occhio del ciclone creato dai vari attentati dei quali la Francia è certamente il paese più colpito d'Europa. La sindaca di Parigi sta facendo ristrutturare un enorme caseggiato per creare tremila posti per gli immigrati, facendoli vivere in una residenza umana- cosa che nè a Roma nè in Italia si farà mai. L'integrazione, cara Raggi, sa cosa vuol dire? Dunque la Hidalgo si è mossa in tempo, mentre la Raggi sta lì ferma, forse ci sta ancora pensando. Intanto tace.
Ma dove le due sindache hanno pareri diametralmente opposti - anzi quella di Parigi ce l'ha questo parere, mentre la romana non ha nessun parere e nessuna cognizione di cosa voglia dire governare e progettare il futuro della città che governa - è sulle Olimpiadi del 2024, rigettate dalla Raggi, per far contento il direttorio, il movimento e qualche altro incapace sostenitore, mentre la Hidalgo ha colto l'occasione per riproporre la candidatura della sua città ad ospitarle fra otto anni, con un programma che in gergo definisce' low cost'. E cioè solo due nuovi impianti, rilanci della banlieu, spesa 1,2 miliardi, per muovere un giro d'affari di 10 miliardi circa, e con 250 mila nuovi posti di lavoro. Non sono alcune delle cose che la Raggi a chi gliele prospettava rispondeva che erano impossibili a Roma? E sulle quali è stata, roba di ieri, bacchettata anche da Cantone?
Vogliamo la Hidalgo come sindaco di Roma! Cosa vi diamo in cambio? Capiamo che la sola Raggi, una scartina, non fa guadagnare nulla a Parigi, ma se insieme mandassimo anche Grillo ed il direttorio nazionale e romano (detto 'mini' in ogni senso) e poi qualunque altra cosa o persona ci chiedano, Parigi poptrebbe consentire il baratto? Attendiamo risposta.
lunedì 18 aprile 2016
PARIS MADURA: VERA FREGATURA
Abbiamo comprato poco più un anno fa delle costosissime tende d'interni di lino bianche nel punto vendita MADURA di Ugo Ojetti a Roma, ora chiuso, per fortuna, altrimenti davanti alla porta si sarebbero create file di clienti inferociti.
Quelle tende con anelli inseriti, le abbiamo portate ora per la prima volta in lavanderia; dove scopriamo solo ora che tende di 'puro' lino vanno lavate a secco. Perchè mai?
Ma la sorpresa maggiore è venuta quando in lavanderia ci hanno fatto notare che gli anelli inseriti con macchine nel tessuto, erano stati inseriti così male, da tagliare il lino rendendole praticamente inutilizzabili, copn ilrischio di trovare, dall'oggi al domani, il bastone con tutti gli anelli appesi, i teli di lino a terra.
Il negozio parigino ha frodato noi come tanti altri acquirenti, ma non potrà più farlo dopo la nostra denuncia e quella di chissà quanti altri acquirenti che, nel tempo, hanno scoperto le magagne della premiata ditta MADURA. Che, a dispetto del nome, NON DURA AFFATTO
Quelle tende con anelli inseriti, le abbiamo portate ora per la prima volta in lavanderia; dove scopriamo solo ora che tende di 'puro' lino vanno lavate a secco. Perchè mai?
Ma la sorpresa maggiore è venuta quando in lavanderia ci hanno fatto notare che gli anelli inseriti con macchine nel tessuto, erano stati inseriti così male, da tagliare il lino rendendole praticamente inutilizzabili, copn ilrischio di trovare, dall'oggi al domani, il bastone con tutti gli anelli appesi, i teli di lino a terra.
Il negozio parigino ha frodato noi come tanti altri acquirenti, ma non potrà più farlo dopo la nostra denuncia e quella di chissà quanti altri acquirenti che, nel tempo, hanno scoperto le magagne della premiata ditta MADURA. Che, a dispetto del nome, NON DURA AFFATTO
giovedì 17 marzo 2016
Non è solo Roma ad aver bisogno di un cura, ma i molti che si sono candidati a somministrargliela. Una cura di capoccia
Non riusciamo più neanche a ridere, perché la cosa si sta facendo molto seria, se non tragica per la povera Roma che necessita di cure forti ed immediate.
Ogni giorno la cronaca ci racconta di un nuovo medico volontario che si prefigge di prestare alla disastrata città, le cure necessarie. Il tragico è, però, che quasi nessuno di questi medici volontari ha fatto gli studi necessari e propedeutici all'esercizio di tale professione.
Ora sotto inchiesta ed osservazione è forse uno dei medici volontari che, a dispetto delle gaffe, inanellate in rapida sequenza (ma, come sempre, alcune di queste nascondono verità sacrosante e toccano il punto della questione) ha dalla sua parte qualche numero per candidarsi a vegliare al capezzale della Capitale preagonica, e cioè quel Bertolaso, medico di professione, già a capo della Protezione civile, abituato a gestire emergenze.
Che però, prima con l'uscita sulla città terremotata che lui sa come far risorgere - che ha generato vivaci proteste nella popolazione aquilana, a nostro parere ingrata; perchè sì la ricostruzione, cosiddetta, ha creato quei mostri urbani che sono le cittadelle satellite, però tutti gli sfollati, ed erano tanti, hanno trovato in breve tempo una sistemazione provvisoria, certo non la migliore, ma comunque una sistemazione; e che, inoltre, se qualche azienda, con la benedizione del premier di allora, Berlusconi ed anche degli amministratori, incapaci, del capoluogo abruzzesse, hanno fatto affari con la tragedia, non incolpiamo anche di questo Bertolaso - e poi con quella sulla Meloni si è messo, senza aver detto niente di grave, tutti contro. Cosa c'è di così irrispettoso e sconvolgente nel dire che la guida di una città disastrata, terremotata, qual è Roma, è impegno troppo gravoso per una giovane donna, in maternità, e che non ha nessuna esperienza di governo della città?
Gli si sono rivoltati contro tutti, oltre l'interessata, perfino la Santanchè - che a Berlusconi ha detto: stai zitto tu!- la Boldrini, paladina dei diritti delle donne - ed anche la signora Franceschini, al secolo Michela De Biase, che ha fatto la consigliera a Roma prima e dopo il parto, senza problemi.
Tutta questa sceneggiata per apparire ad ogni costo, 'corretti politicamente' mentre invece la scorrettezza in questo caso sarebbe d'obbligo, come ad esempio ha fatto notare per il caso della candidata Bedori a Milano, il nobel Dario Fo, quando ha detto pubblicamente di lei che ha troppo poco tempo per imparare a fare il sindaco prima di cominciare.
E' questa la vera tragedia di molti candidati volontari a tentare una cura da cavallo per Roma, ammalata grave, per la quale gli unici che hanno le carte in regola per bussare alla porta dell'ammalata, disastrata, terremotata e inquinata Capitale, sono Bertolaso e Giachetti. Tutti gli altri no, per la salute e la salvezza di Roma, neanche la Raggi, acqua e sapone e basta.
Ogni giorno la cronaca ci racconta di un nuovo medico volontario che si prefigge di prestare alla disastrata città, le cure necessarie. Il tragico è, però, che quasi nessuno di questi medici volontari ha fatto gli studi necessari e propedeutici all'esercizio di tale professione.
Ora sotto inchiesta ed osservazione è forse uno dei medici volontari che, a dispetto delle gaffe, inanellate in rapida sequenza (ma, come sempre, alcune di queste nascondono verità sacrosante e toccano il punto della questione) ha dalla sua parte qualche numero per candidarsi a vegliare al capezzale della Capitale preagonica, e cioè quel Bertolaso, medico di professione, già a capo della Protezione civile, abituato a gestire emergenze.
Che però, prima con l'uscita sulla città terremotata che lui sa come far risorgere - che ha generato vivaci proteste nella popolazione aquilana, a nostro parere ingrata; perchè sì la ricostruzione, cosiddetta, ha creato quei mostri urbani che sono le cittadelle satellite, però tutti gli sfollati, ed erano tanti, hanno trovato in breve tempo una sistemazione provvisoria, certo non la migliore, ma comunque una sistemazione; e che, inoltre, se qualche azienda, con la benedizione del premier di allora, Berlusconi ed anche degli amministratori, incapaci, del capoluogo abruzzesse, hanno fatto affari con la tragedia, non incolpiamo anche di questo Bertolaso - e poi con quella sulla Meloni si è messo, senza aver detto niente di grave, tutti contro. Cosa c'è di così irrispettoso e sconvolgente nel dire che la guida di una città disastrata, terremotata, qual è Roma, è impegno troppo gravoso per una giovane donna, in maternità, e che non ha nessuna esperienza di governo della città?
Gli si sono rivoltati contro tutti, oltre l'interessata, perfino la Santanchè - che a Berlusconi ha detto: stai zitto tu!- la Boldrini, paladina dei diritti delle donne - ed anche la signora Franceschini, al secolo Michela De Biase, che ha fatto la consigliera a Roma prima e dopo il parto, senza problemi.
Tutta questa sceneggiata per apparire ad ogni costo, 'corretti politicamente' mentre invece la scorrettezza in questo caso sarebbe d'obbligo, come ad esempio ha fatto notare per il caso della candidata Bedori a Milano, il nobel Dario Fo, quando ha detto pubblicamente di lei che ha troppo poco tempo per imparare a fare il sindaco prima di cominciare.
E' questa la vera tragedia di molti candidati volontari a tentare una cura da cavallo per Roma, ammalata grave, per la quale gli unici che hanno le carte in regola per bussare alla porta dell'ammalata, disastrata, terremotata e inquinata Capitale, sono Bertolaso e Giachetti. Tutti gli altri no, per la salute e la salvezza di Roma, neanche la Raggi, acqua e sapone e basta.
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martedì 15 marzo 2016
Non c'è pace per Roma, ma anche per Napoli e perfino per MIlano
Le prossime elezioni amministrative, che interesseranno almeno quattro grandi città italiane ( Roma, Milano, Napoli, Torino), non fanno dormire sonni tranquilli a nessuno. Ma soprattutto ai romani che si vedono trattati come un laboratorio sperimentale, affidato per la gestione ad incapaci patentati.
In questi giorni, alla tragicommedia delle candidature romane si sono aggiunte le polemiche a Napoli ( Bassolino o Valente) su possibili brogli, e a Milano, dove la candidata 'cinque stelle' scelta con un referendum della rete dai grillini (forte dei suoi 70 voti su trecento votanti) ha deciso di ritirarsi dalla corsa, e bene ha fatto, ma non per le accuse che lei ha mosso, bensì per la consapevolezza che già due candidati forti esistono a Milano e che la sua sarebbe stata una sconfitta durissima e certa, ma anche - e questo le fa onore - avendo preso coscienza del fatto che non ci si può improvvisare amministratori di una grande città, solo perchè si è stati scelti dalla rete, che pullula di altrettanti improvvisatori.
Ma Roma è la città dove la bagarre, a destra e sinistra, è massima. Per la sinistra sarebbe stato indicato Giachetti, un uomo che conosce la città, e che ha fatto parte di una cabina di regia cittadina , guidata da Rutelli, al tempo del Giubileo del 2000. Ma Giachetti non piace alla minoranza del partito ed alla sinistra sinistra, le quali gli stanno sparando contro un siluro che rischia di far vincere il candidato, quale che sia, già debolissimo delle destre, o quello dei cinque stelle, la giovane avvocato che s'è attirata già le simpatie della cittadinanza e della stampa, dopo quelle della rete, sopite le polemiche della prima ora, incuranti delle sue effettive capacità di guidare una grande città.
Perchè nella destra, dopo un apparente consenso delle numerose anime di quel movimento, sono riemersi i contrasti, sul nome proposto da Berlusconi, e cioè Bertolaso. Prima s'è sfilato quel genio assoluto della politica che è Salvini e poi anche la Meloni che alla fine, dopo l'ennesima gaffe di Bertolaso ('faccia la mamma'!), ha deciso di scendere in campo con tutto il pancione. Tralasciamo, per carità umana, le altre candidature - da galera o da ricovero - della Pivetti o della Dalla Chiesa, proposta anche dalla Meloni.
E già, Bertolaso. Sarebbe una delle poche persone, sulla carata, in gradiodi governare una città difficile come Roma, se non altro perchè ha governato le continue emergenze italiane: ma sembra ogni giorno lavorare contro se stesso: ogni qualvolta apre bocca fa una gaffe, esattamente come il suo sponsor Berlusconi. E allora, pur riconoscendogli tutte le capacità che ha, temiamo di dover passare buona parte del tempo a correggere o precisare le idiozie che gli sfuggono ogni volta dalla bocca.Che almeno taccia fino alle elezioni, se resta in pista.
A Roma come a Napoli c'è un altro fronte di discussioni e contestazioni fra le varie forze politiche, quello delle cosiddette primarie, per le quali ogni giorno si inventa un nuovo nome. Si contesta il numero dei votanti e la correttezza degli scrutini. C'è stato anche chi , come il senatore Augello, a capo di 'Cuori italiani' ( meglio 'cuori solitari', vista l'emarginazione del senatore dalla vita politica) ha contestato l'esattezza del numero dei votanti, facendo sottintendere che anche su quello c'è stato un imbroglio, secondo i suoi calcoli. Insomma, non c'è chiarezza e certezza su nulla. Si può in queste condizioni andare a votare? No! E l'astensione cresce.
In questi giorni, alla tragicommedia delle candidature romane si sono aggiunte le polemiche a Napoli ( Bassolino o Valente) su possibili brogli, e a Milano, dove la candidata 'cinque stelle' scelta con un referendum della rete dai grillini (forte dei suoi 70 voti su trecento votanti) ha deciso di ritirarsi dalla corsa, e bene ha fatto, ma non per le accuse che lei ha mosso, bensì per la consapevolezza che già due candidati forti esistono a Milano e che la sua sarebbe stata una sconfitta durissima e certa, ma anche - e questo le fa onore - avendo preso coscienza del fatto che non ci si può improvvisare amministratori di una grande città, solo perchè si è stati scelti dalla rete, che pullula di altrettanti improvvisatori.
Ma Roma è la città dove la bagarre, a destra e sinistra, è massima. Per la sinistra sarebbe stato indicato Giachetti, un uomo che conosce la città, e che ha fatto parte di una cabina di regia cittadina , guidata da Rutelli, al tempo del Giubileo del 2000. Ma Giachetti non piace alla minoranza del partito ed alla sinistra sinistra, le quali gli stanno sparando contro un siluro che rischia di far vincere il candidato, quale che sia, già debolissimo delle destre, o quello dei cinque stelle, la giovane avvocato che s'è attirata già le simpatie della cittadinanza e della stampa, dopo quelle della rete, sopite le polemiche della prima ora, incuranti delle sue effettive capacità di guidare una grande città.
Perchè nella destra, dopo un apparente consenso delle numerose anime di quel movimento, sono riemersi i contrasti, sul nome proposto da Berlusconi, e cioè Bertolaso. Prima s'è sfilato quel genio assoluto della politica che è Salvini e poi anche la Meloni che alla fine, dopo l'ennesima gaffe di Bertolaso ('faccia la mamma'!), ha deciso di scendere in campo con tutto il pancione. Tralasciamo, per carità umana, le altre candidature - da galera o da ricovero - della Pivetti o della Dalla Chiesa, proposta anche dalla Meloni.
E già, Bertolaso. Sarebbe una delle poche persone, sulla carata, in gradiodi governare una città difficile come Roma, se non altro perchè ha governato le continue emergenze italiane: ma sembra ogni giorno lavorare contro se stesso: ogni qualvolta apre bocca fa una gaffe, esattamente come il suo sponsor Berlusconi. E allora, pur riconoscendogli tutte le capacità che ha, temiamo di dover passare buona parte del tempo a correggere o precisare le idiozie che gli sfuggono ogni volta dalla bocca.Che almeno taccia fino alle elezioni, se resta in pista.
A Roma come a Napoli c'è un altro fronte di discussioni e contestazioni fra le varie forze politiche, quello delle cosiddette primarie, per le quali ogni giorno si inventa un nuovo nome. Si contesta il numero dei votanti e la correttezza degli scrutini. C'è stato anche chi , come il senatore Augello, a capo di 'Cuori italiani' ( meglio 'cuori solitari', vista l'emarginazione del senatore dalla vita politica) ha contestato l'esattezza del numero dei votanti, facendo sottintendere che anche su quello c'è stato un imbroglio, secondo i suoi calcoli. Insomma, non c'è chiarezza e certezza su nulla. Si può in queste condizioni andare a votare? No! E l'astensione cresce.
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