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lunedì 4 dicembre 2017

Camusso contro Boeri, sulle pensioni - Emiliano contro Arcelor e Calenda sull'ILVA di Taranto

Camusso sarebbe felice se Boeri venisse disarcionato dal cavallo dell'INPS, in ragione dei suoi 'avvertimenti'  a governo e sindacati, sulla sostenibilità del sistema pensionistico in Italia. In buona sostanza Boeri ha detto e ridetto che se si rimette in discussione il sistema pensionistico e le sue recenti riforme, compresa quella introdotta dalla cosiddetta 'Legge Fornero', il sistema potrebbe collassare, in un futuro, certo, ma non così lontano.

In Italia il sistema delle pensioni ha subito infiniti scossoni nel tempo, per  incoscienza di politici  e sindacati che, a fini elettorali o di consenso, ogni volta, hanno concesso benefici a questa o a quella categoria. Non preoccupandosi per nulla del futuro delle pensioni di tutti. Dei normali cittadini.

E se un giorno l'INPS, proprio a seguito di  numerosi immeritati privilegi (baby pensioni, vitalizi ecc...), dovesse dire: signori, si chiude, non possiamo più assicurare le pensioni come abbiamo fatto finora? In quel momento, che direbbero politici e sindacalisti che del loro sistema clientelare sono stati i primi a beneficiarne? Cosa risponderebbero ai cittadini che avevano fatto finta di voler difendere, nel corso della loro vita lavorativa, in fatto di pensioni?

Adesso la discussione riguarda, in particolare, l'innalzamento dell'età pensionabile a partire dal 2019.
Il Governo ha escluso da tale innalzamento alcune categorie che svolgono lavori cosiddetti usuranti o pesanti: ne sarebbe esclusi, a seguito di lunghe trattative, intorno alle 15.000 unità.

Camusso, in disaccordo con CISL e UIL, non è d'accordo, vuole estendere tale stop a molti altri lavoratori, fottendosene delle dichiarazioni di  Boeri che evidentemente Lei ritiene dica bugie o falsità. Ma quali interesse avrebbe Boeri ad avvertire che se si continua  su questa strada un giorno l'INPS potrebbe dire: le casse sono vuote e non ci sono più soldi per le pensioni?

Camusso non ci dice cosa replicare a Boeri o ad un suo successore. Oggi Lei  è preoccupata  ed occupata solo a recuperare consenso nelle file dei lavoratori, di domani non si occupa. O, forse, Lei sa già, come quell'altro suo collega del vertice sindacale andato in pensione da non molto, senza meritare il suo ammontare, che potrà dormire sonni tranquilli. Al futuro delle pensioni dei giovani di oggi penseranno altri sindacalisti.  Lei, Camusso, fa la voce grossa, ma ha lo sguardo miope.

Calenda , invece, dopo che è riuscito a mettere intorno ad un tavolo gli industriali dell'acciaio indiani, che ha convinto ad acquistare l'ILVA di Taranto, deve ora far fronte all'opposizione insensata ed irresponsabile del governatore pugliese, Emiliano che , reduce da una sconfitta politica dopo l'altra, ora tenta il tutto per tutto per recuperare consensi, anche sulla pelle delle migliaia di lavoratori che, senza la firma dell'accordo, sarebbero buttati in mezzo alla strada (oltre che respirare aria cattiva), mentre lui se ne sta seduto come un pascià sulla sua ricca e comoda poltrona di governatore regionale.

Emiliano ed il sindaco di Taranto sono ricorsi al TAR per contestare quella proposta di acquisto, comprendente anche il risanamento della fabbrica - che però ha bisogno di qualche anno di tempo. Se l'accordo non va in porto, ha ammonito Calenda, l'ILVA dovrà chiudere e i cittadini di Taranto,  saranno condannati, per sempre, a respirare veleni. Emiliano cosa ha da proporre ai cittadini che resteranno senza lavoro, e  che fra quelli che lavorano all'acciaieria e nell'indotto, ammontano a circa ventimila?

Emiliano dovrebbe riflettere sul futuro possibile, non è il primo caso che dimostra come  tirando eccessivamente una corda, questa si  spezza, senza possibilità di essere nuovamente riannodata.  Emiliano - lo ha detto apertamente  il ministro Calenda - è un incosciente che non ha voluto sentire ragioni, e che non pone mente al possibile futuro, più disastroso, di Taranto e dei suoi  cittadini che lavorano all'ILVA,  se la trattativa con Mittal dovesse naufragare definitivamente.
Dio ce ne scampi e liberi da uno come Emiliano che, per leggerezza, speculerebbe sulla vita e sulla salute dei cittadini.

venerdì 27 ottobre 2017

L'insegnamento della musica nella tempesta. Un'inchiesta del Corriere della Sera.

Dopo aver letto l'inchiesta di oggi sul Corriere, a firma  Pierluigi Panza, dal titolo 'LA MUSICA SENZA REGOLE'  relativa alla confusione normativa dei cConservatori di Musica, i cui problemi, vecchi e ben noti vanno "dalla babele del reclutamento dei docenti alla mancanza di criteri esterni di valutazione", fino ai  "timori per la proposta di legge che prevede l'accorpamento degli istituti"  come si legge nell'inchiesta del Corriere, dobbiamo confessare di non aver capito molto, perfino noi che nei Conservatori italiani abbiamo passato una trentina d'anni da insegnante. E temiamo che anche Pierluigi Panza, autore dell'inchiesta, si sia trovato nella nostra stessa situazione, seppure obbligato a spiegare l'attuale situazione.

Ad aumentare la confusione ci ha pensato anche un sindacato, l'UNAMS, che nei Conservatori ha sèguito, e che noi ricordiamo come foriero di guai, ogni volta che è intervenuto, salvo quando è riuscito a strappare qualche aumento salariale; ma, come si sa , l'ultimo data almeno una ventina di anni fa. E nel frattempo che ha fatto?

 I guai dei Conservatori - recita la vulgata - sarebbero cominciati quando da pochi che erano in tutta Italia alla fine della seconda guerra mondiale, si sono moltiplicati di numero, più per  decisione - a scopo elettorale - dei vari  ras politici che per reali necessità, almeno in un primo momento. Ora sono oltre cinquanta quelli statali e quelli non statali una ventina, servono una utenza di allievi pari a quarantamila unità circa, e danno da vivere a 5.400 insegnanti circa.  Dunque grandi numeri anche se non grandissimi, e per questo i vari ministri, assolutamente a digiuno della materia, e totalmente disinteressati alla causa, possono giocarseli come vogliono, come del resto stanno tentando anche  gli attuali.

 All'inizio della loro crescita numerica  non rispondevano precisamente ad una richiesta effettiva; ma col tempo la richiesta si è ampliata, un pò per partenogenesi, un pò per inseminazione artificiale indotta e forzosa. Ma anche per un altra ragione. La mancanza di insegnamento musicale nelle scuole, per cui il Conservatorio da scuola di alta specializzazione musicale come era alla sua fondazione, divenne il luogo in cui si davano risposte a tutte le richieste di formazione musicale del paese, a qualunque livello.

 Il problema del reclutamento degli insegnanti è diventato col tempo un problema nel problema, a causa dello zampino del sindacato, non UNAMS in questo caso, se ricordiamo bene. E Panza cita il caso di un musicista famoso, come Riccardo Muti, che se volesse insegnare  in un Conservatorio forse non avrebbe i titoli; perchè la chiara fama non basta.

 Un vero e proprio scandalo si aggiunse,  per colpa del sindacato, in questo caso CGIL, sempre che  la memoria ci assista. Si svuotarono i Conservatori di validissimi musicisti che esercitavano in orchestra, per il famigerato 'doppio impiego' che avrebbe dovuto essere, al contrario, considerato una 'mano santa' per la stessa ragione per cui veniva vietato, perchè - viene da chiedersi ancora oggi, e  ciò vale anche per Muti - come si fa ad insegnare una materia musicale senza aver avuto, in molti casi, nessuna occasione per esercitarla? Insomma chi meglio di Muti potrebbe insegnare, ammesso che lo voglia e che si appassioni all'insegnamento, la direzione d'orchestra?  E invece lui non potrebbe essere assunto.

 Un esempio. Qualche anno fa, recandoci nella Biblioteca del Conservatorio di S.Cecilia,  a Roma, per ragioni di studio, in attesa che ci venisse  consegnato un volume, ci siamo fermati a leggere l'elenco degli insegnanti  di ruolo di quel Conservatorio.  Non ricordiamo un solo nome di musicista in esercizio attivo; nessuno dei tanti bravi musicisti che esercitano in Italia, compariva in quell'elenco. Il problema si pone anche per i direttori degli istituti, eletti fra gli insegnanti dagli insegnanti. Abbiamo sotto gli occhi, e in altre occasioni abbiamo fatto nomi e cognomi, direttori  che rappresentano il nulla 'vestito', sia musicalmente che amministrativamente.

E, ciò nonostante, dai Conservatori escono ancora  bravi musicisti. Che vuol dire che bravi insegnanti ve ne sono e allievi dotati e impegnati pure. Nonostante i problemi, che non sono finiti.

Poi arrivano i Licei musicali istituti da quel genio di Mariastella Gelmini, un centinaio circa, i quali avrebbero dovuto coprire la prima fascia di studi musicali, dai quali si accedeva poi al Conservatorio che tornava ad essere la scuola 'professionale' in senso stretto. E che ti fa quel genio? Li fa sorgere in molte città in cui esistevano già i Conservatori statali o parificati, mettendo gli uni contro gli altri in aperta concorrenza nell'accaparramento degli allievi. Creando un ulteriore problema, perchè se ai Conservatori fosse stata tolta la 'fascia di studi' inferiore, lasciandovi solo quella superiore (livello universitario) i Conservatori si sarebbero in parte svuotati. Di recente, l'altro genio della Fedeli ha tolto alcuni ore settimanali di insegnamento di 'strumento'  nei Licei ad indirizzo musicale, sostituendole con incontri di gruppo fra due o tre studenti, uno dei quali suona e gli altri lo ascoltano e, eventualmente, correggono. Come si fa a dare credito ad un ministro che pensa simili idiozie?
 Insomma per l'acume di quel genio ministro, proprio quando si voleva dare un impulso alla formazione e all'insegnamento musicale in Italia si faceva un casino generale.

Gli altrettanti geniali successori della Gelmini, hanno proseguito sulla medesima strada della confusione.  Il cammino della riforma non sì è ancor concluso, per la mancanza di molti decreti attuativi e chiarificatori (ad esempio sui 'diplomi' dei Conservatori. diplomi di laurea a tutti gli effetti?) ed ora si parla di un nuova rivoluzione confusionaria e, siamo sicuri, distruttrice. Vogliono accorparli i Conservatori,  dimezzandoli  nel numero e creando i 'Politecnici della Arti'. La ragione non detta? Per risparmiare quattro soldi, continuando però  a riempirsi la bocca con l'impegno pubblico sulla scuola dove si formano i futuri cittadini e professionisti. Da dove hanno importato il format?

  Facciamo fatica a capire, come pensiamo abbia fatto anche Pierluigi Panza. A questo punto  ci consola solo  il fatto che siamo in pensione e con simili rivoluzioni peggiorative non dobbiamo più combattere 

domenica 18 giugno 2017

Susanna Camusso ha reagito male. Si rivolgerà alla Consulta anche per un altro problema oltre i voucher

Susanna la tosta, non ci ha visto più. S'è sentita raggirata per la seconda volta. La prima, quando la fine dell'esperimento dei voucher fece saltare il referendum, la seconda ora,  con la manovrina  che ha reintrodotto i voucher, in versione light.

Lei non ci sta, non vuol sentire ragione e porta in piazza migliaia di lavoratori, probabilmente tutti con posto fisso; forse avrebbe dovuto interpellare e mobilitare quelli che lavorano saltuariamente e che forse con i voucher contribuiscono a far emergere il lavoro nero e mettono un piccolo freno alla disoccupazione.

A nulla è valsa la spiegazione del Governo, per il quale la nuova normativa sui voucher, reintrodotti, non rende ancora più diffuso e stabile - ironia della situazione - il lavoro precario.
Hanno cancellato una volta il referendum  non lo faranno una seconda. Perchè la leader CGIL ha deciso di rivolgersi alla Consulta per chiedere giustizia e neutralizzare quello che lei ritiene un nuovo duro colpo inflitto alla democrazia ed alla libertà.

 Per l'occasione la leader CGIL ha deciso di sottoporre  alla Consulta  un secondo quesito  su un problema che affligge il mondo del lavoro in Italia, principalmente quello sindacale.
 Perchè i lavoratori distaccati  presso le organizzazioni sindacali vogliono essere equiparati a tutti gli altri lavoratori dal cui settore essi provengono, in tema di pensioni. La Camusso ha infatti scoperto che  stipendi e, ancor di più, pensioni di lavoratori/sindacalisti sono enormemente superiori ai loro compagni di lavoro non sindacalisti.  Lei non si era accorta della anomalia, fino a che il suo omonimo CISL non è andato in pensione,  con un ricco vitalizio per il quale non aveva certamente versato i relativi contributi. Raffaele Bonanni, il casus belli, mentre era in sevizio aveva uno stipendio di 100.000 Euro superiore al limite dei 240.000 Euro , stabiliti per legge come tetto per gli stipendi  dei massimi dirigenti della pubblica amministrazione; e da pensionato percepisce una pensione netta mensile di 6.000 Euro, 8.500 circa lordi.

Con lei si sono accorti della anomalia tutti i lavoratori e gli stessi ex lavoratori, in forze al sindacato, i quali ora chiedono che la Consulta sancisca la decisione che loro stessi hanno già preso e cioè quella di non voler apparire in futuro ancora privilegiati. Camusso chiederà alla Consulta di sancire con autorevole sentenza ciò che i diretti interessati hanno già deciso, e cioè   di rinunciare al diverso trattamento stipendiale e pensionistico. E così, con una sola pronuncia, prenderà i classici due piccioni.


domenica 22 novembre 2015

Ci risiamo con la CGIL. Alla Scala.

Ricordate l'ammutinamento dei minoritari  dipendenti iscritti alla CGIL dell'Opera di Roma che avevano deciso, in aperto disaccordo con le altre sigle sindacali, CISL e UIL, che costituivano la maggioranza degli iscritti fra i lavoratori dell'Opera di Roma, di affondare la nave?  E ricordate che, poi, l'allora timoniere minacciava di salvarla, mandando ancora più a fondo la stessa nave, opponendo agli scioperanti - una minoranza, una parte esigua della ciurma che il capo pirata poteva con diverse maniere anche ricondurre a meno bellicosi pensieri - l'esternalizzazione dei lavoratori  preposti alla sua navigazione artistica? Beh, tutta quella brutta storia che esposero il timoniere di allora, ancora al comando per meriti acquisiti sul campo - anzi, in mare - si risolse con un buco nell'acqua, che in mare non è difficile fare: quando l'insano proposito risolutorio del timoniere, dal mondo intero criticato, rientrò, la ciurma ritornò a  ramazzare la nave  ed a tirar su le vele per la ripresa della navigazione. Che ora, miracolosamente, prosegue spedita. Boh!
 Quella stessa sigla sindacale ha già fatto qualche guaio a  Milano ed un altro ancora ne minaccia, Ha fatto saltare, alla Scala, non più tardi di una decina di giorni fa uno spettacolo di balletto con Bolle ed una stella ospite, quando il sovrintendente s'era detto convinto che con i tecnici restanti, quelli che non intendevano scioperare, il balletto sarebbe andato in scena. Ed invece no, le convinzioni del timoniere scaligero si sono scontrate - probabilmente - con la capacità di far proseliti della minuta ciurma della CGIL del teatro milanese, che lamentava la mancanza di personale fra i tecnici di palcoscenico.
 Ora quella ciurmetta si rifa viva e minaccia scioperi durante le prove, ma rassicura sulla prima, a Sant'Ambrogio, della Giovanna D'Arco verdiana che Chailly sta concertando nel suo primo anno da direttore musicale  della Scala - ma il suo incarico, formalmente, attende le dimissioni, anticipate, da Lipsia. E le ragioni dell'agitazione stanno sempre  nella richiesta, non esaudita, di assumere altri tecnici di palcoscenico, necessari, a loro dire.
 Certo è assai curioso che proprio quando il governo, su spinta anche di Franceschini - sarà vero?- ha varato la legge che equipara musei monumenti e siti archeologici ai servizi pubblici, con conseguenti leggi più restrittive sulle agitazioni sindacali, sono ripresi scioperi ed assemblee durante l'orario di lavoro nei siti archeologici, nei musei e nei monumenti più importanti di Roma ( Colosseo e Foro romano, fra i più importanti) ed anche nei teatri, come insegna la Scala. Da non equiparare ai  musei per nessuna ragione, salvo quando per colpa di un  pugno di agitati della ciurma, la nave della musica, dopo le mazzate di Nastasi,  dovesse andare a sbattere sugli scogli, affondando,  e chiudendola ai naviganti.
P.S apprendiamo  che gli scioperi alla Scala sono stati sospesi, la sovrintendenza ha accolto le richieste dei lavoratori, quanto meno ha raggiunto un accordo.

martedì 27 gennaio 2015

L'italietta dura a morire

L'altro giorno sul sito di Luigi Boschi ( Parma) un lungo articolo segnalava l'ennesimo imbroglio del ministero di Franceschini, relativamente al FUS, a causa del quale, una quota non irrilevante viene ora elargita dal ministero ( NASTASIIIIIIIIIIII1) secondo criteri  qualitativi apparentemente oggettivi, realmente alla mercé del Ministero medesimo che valuta qualità, ma prima ancora schieramenti, amicizie ecc... complice la cosiddetta Commissione centrale Musica (Toniolo, Licalsi, Colasanti) della quale  più di una volta abbiamo segnalato, da una parte la non profonda conoscenza della materia, e dall'altra l'assoluta dipendenza da Nastasi che l'ha nominata, chiedendone preventivamente obbedienza gesuitica 'perinde ac cadaver'. Da tali criteri risultano premiati per 'produttività' teatri che stanno chiusi 300 giorni su 365 e via tacendo....
 Giunge ora  una notizia inquietante da uno dei teatri che si vuole rimesso in riga, quello di Firenze, il 'teatro del principe', affidato ad un suo funzionario, un banchiere dalla cui famiglia il principe ha attinto più d'una forza lavoro. La notizia è che ' a causa di uno sciopero indetto per il giorno... dalle 20 alle 21. la recita di .... prevista per le 20.30, potrà subire qualche ritardo nell'ora di inizio.
 Ora da Firenze, dopo l'uscita della Colombo le cose, a detta della corte del principe, sembravano essersi messe a posto, gli stipendi pagati ecc... ( mancano solo un pò di milioni per completare la faraonica nuova sede del teatro). E allora perché lo sciopero? E soprattutto perché a subirne gli effetti deve essere il pubblico che paga il biglietto, con i cui ricavi si pagano anche gli stipendi? Non sembri un discorso superficiale. Occorre cambiare mentalità.
 Come mentalità devono cambiare anche quei pochi delegati CGIL che, il prossimo primo maggio, vorrebbero far saltare alla Scala la prima di 'Turandot', in coincidenza con l'apertura dell'EXPO, quando migliaia di altri lavoratori milanesi di ogni settore saranno impegnati per l'apertura della esposizione milanese.  e solo quella decina di delegati sente l'imperativo morale di partecipare, invece, alle manifestazioni per la festa dei lavoratori. Sembra una burla ordita dalla Camusso.
 E, infine, l'Italietta di sempre che è dura a morire. A Davos, dove si  sono riuniti i grandi del mondo, concerto di Andrea Bocelli. All'inaugurazione dell'EXPO di Milano, concerto di Andrea Bocelli. Alla chiusura del semestre di presidenza  italiana dell'Unione Europea, concerto di Bocelli?  No, concerto dei Solisti veneti diretti da Scimone. E non si sa  qual è peggio; ma ambedue dipingono alla perfezione l'Italietta, agli occhi del mondo e per colpa di  quelli che ci comandano.

giovedì 22 gennaio 2015

La lezione dell'Opera di Roma non serve alla CGIL per la Scala

La CGIL, in coppia con il sindacato autonomo, e sganciandosi da CISL e UIL, ha recato danni economici, e di limitazione del diritto di sciopero, con la sua  incomprensibile intransigenza, ai lavoratori dell'Opera di Roma. Ora un altro problema pongono, alla Scala, i delegati sindacali CGIL.
Alla Scala, per il prossimo 1 maggio, è in cartellone la prima della 'Turandot',  diretta da Riccardo Chailly, in occasione dell'apertura dell'EXPO. Pereira, prima di mettere in vendita i biglietti, ha scritto  ai dipendenti ponendo la questione, ben sapendo che si tratta di un giorno doppiamente importante. Da un lato l'apertura dell'EXPO, occasione  di importanza mondiale,  dall'altro la festa dei lavoratori, che per la CGIL è evidentemente sacro coma la Pasqua per i cattolici.
 La CGIL ha lasciato liberi i suoi iscritti di lavorare - come del resto faranno le altre decine di migliaia di lavoratori, quel giorno, a Milano, ma ai  suoi delegati sindacali - una decina, poco più - ha chiesto espressamente di partecipare alla manifestazione sindacale e perciò di non essere disponibili a lavorare in teatro, dimostrandosi più intransigente degli stessi cattolici che, in Italia, hanno da tempo accettato di non 'santificare  il giorno di Domenica' con l'astensione dal lavoro.
 Non sappiamo se  una eventuale  più consistente indennità prevista per il lavoro in giorno di festa possa convincere i riottosi sindacalisti a desistere dal loro proposito.
 Certo è che - come già accaduto a Roma - per l'assenza di una decina di dipendenti (soprattutto tecnici, come si dice) alcune centinaia di altri dipendenti vengono messi nelle condizioni di non poter lavorare, pur volendolo. Può valere la regola che  qualcuno possa mettere in ginocchio, con la sua decisione, un intero teatro che,  invece, conscio della particolarità di quel giorno per Milano agli occhi del mondo, intende presentarsi in teatro per la prevista 'Turandot'?

sabato 4 ottobre 2014

Fuortes e Marino danno i numeri sull'Opera di Roma con Orchestra esternalizzata

Il PD è un curioso partito. Da Franceschini a Zingaretti a Marino ed alla federazione  romana con Cosentino sono tutti dalla parte di Fuortes, nonostante l'evidente incapacità sua  a gestire l'emergenza e  l'impotenza, ancora sua, a prospettare una soluzione che sia una soluzione. L'unico che gliele canta a Fuortes è il presidente del partito, del PD intendiamo, Matteo Orfini che  ha detto chiaramente che Fuortes deve andare a casa, per evidente incapacità, e Cofferati conferma tale giudizio.
  Gli scioperi e la continua belligeranza armata di fronde sindacali hanno messo nei guai il teatro, fanno sapere, ridimensionato gli abbonamenti ( ma allora perchè Marco Lodoli  scrive oggi, su Repubblica, di aver visto con i suoi occhi file di persone al botteghino, ieri proprio ieri, per abbonarsi, e fra essi anche giovani? Ma allora che vanno raccontando?) e allontanato gli sponsor, che  sarebbero arrivati - guarda caso - nonostante Fuortes avesse prospettato la sua infame decisione.  Non si può credere a queste bugie su bugie 'pro domo sua', di Fuortes, che  non è la stessa domus del Teatro dell'Opera. Nemmeno Muti avrebbe avuto tanti sponsor in  fila a spingere per entrare.
Poi l'ennesima bugia e falsità riguardante i grandi teatri europei. Oggi il sovrintendente dell'Opera di Vienna  ha mandato a dire all'ignorante Fuortes che i grandi teatri del mondo hanno un'orchestra stabile, interna, e non potrebbe essere altrimenti, se vogliono svolgere attività continua. Se poi intendono fare tre recite al mese, beh allora è un'altra storia. Ma  Fuortes ha già detto che aumenterà di molto le recite del teatro, portandole ad oltre cento ( diciamo che in queste cento sono compresi melodramma, balletto e qualche altra cosa) altrimenti i finti risparmi ( quasi 4 milioni) con l'orchestra esternalizzata sfumerebbero. Anche su questo particolare il sovrintendente di Vienna precisa: se un teatro fa sulle cento recite l'anno non può non avere un'orchestra stabile ed interna. Non potrebbe avere questo ritmo di programmazione con una orchestra esterna. E il sovrintendente dell'Opera di Vienna che fa 300 alzate di sipario l'anno e che condivide con il Musikverein i Wiener queste cose  immaginiamo che le sappia e parli con cognizione di causa, la stessa che Fuortes non ha e non sa neanche dove è di casa, venendo lui dall'esperienza di Musica per Roma che è un residence, affittato ora a questo ora a quello. Non è un caso che Santa Cecilia che, nel residence di Fuortes ha affittato due sale,  ed ha una programmazione concertistica settimanale, tre concerti a settimana, tre di prove ed uno di riposo, non potrebbe fare a meno dell'orchestra stabile.  Fuortes non riesce ad immaginare che con un andirivieni di orchestre, anche s è sempre la stessa , che esce ed entra, avrà più guai che risparmi.  Proverà, in caso di inefficienza a protestare l'orchestra? Ma come può  protestare l'orchestra che Muti dice essere la migliore di Italia?
 Le incognite  sulla miracolosa soluzione di Fuortes e Marino sono infinite, e potrebbero anche portare ad una fine ancor più disastrosa del teatro che dicono di voler salvare.
 Infine, il capitolo stagione, a cominciare dall'Aida inaugurale orfana di Muti. Si farà, non si farà? C'è discordanza di pareri  al vertice: secondo Fuortes e Marino: se si troverà un direttore  per sostituire Muti, si farà. Ma lo stanno cercando o vogliono dar la colpa anche  di questo agli scioperanti, quando invece rivela  altre crepe nella dirigenza,  questa volta soprattutto nella direzione artistica che privata  del suo protettore Riccardo, mostra la sua incapacità a fronteggiare situazioni di emergenza che un teatro deve mettere in conto? Oggi, però Battistelli ha dichiarato che l'Aida salterà perché non ci sarà un direttore che voglia sostituire Muti. Che baggianate. Ma allora la Scala avrebbe dovuto chiudere dopo l'uscita di Muti. Ed invece non ha chiuso ed è andata avanti come un treno, con tutte le critiche che uno può muovere alla gestione Lissner. La differenza vera con la Scala è che Lissner  è un manager che sa il fatto suo, e Fuortes dei fatti  relativi alla gestione di un teatro sa poco. Anzi a voler giudicare dagli sfracelli di questa sua gestione,  ci tocca dire che non sa proprio nulla.
 E i sindacati?  Anime nobili? No, la politica dei farabutti li aveva abituati a pensare che anche tirando e tirando, la corda comunque non si sarebbe mai rotta, perchè poco prima della rottura  sarebbe giunto Zorro, il salvatore mascherato ora da Alemanno ora da... non ci vengono in mente in nomi degli inutili reggitori del teatro.  E, invece, questa volta la corda , tira e tira, si è rotta. Adesso si pentono di averla fatta rompere, ma ormai il danno è fatto, anche perchè sulla loro strada non hanno trovato un abile amministratore che li facesse ragionare dicendo loro che il paese di bengodi di un tempo, anche recente, come quello di De Martino - che non  ebbe alcuna opposizione in teatro dal capo della CGIL, che con De Martino aveva sottoscritto un patto di pace, avendone sposata la sorella - quel paese non c'è più. E se non si dimostra intelligenza si rischia di  fare disastri peggiori di quelli dai quali ogni volta si finge di volersi tirar fuori.  Che Dio gliela mandi buona al teatro ed alla sua orchestra.
Comunque a fine anno i consigli di amministrazione delle cosiddette fondazioni lirico sinfoniche che per la legge - altra famigerata decisione!- Veltroni sono  diventati enti di diritto privato,  decadranno , al loro posto verranno nominati i consigli di 'indirizzo'- una rivoluzione epocale - il sovrintendente dovrà esser nominato dal Ministero e al Ministero rendere conto della sua amministrazione. Ma il Ministero non diceva che era sua volontà liberarsi dei 'carrozzoni' teatrali?
 Allora, tutto  ritornerà nella mani di Nastasi, altro irremovibile, nonostante i disastri che recano la sua firma distruttrice, il quale nel  ministero è il vero burattinaio che muove tutti i ministri incompetenti, che sono la totalità.

mercoledì 24 settembre 2014

Dopo l'addio di Muti reazioni scomposte. Dal Costanzi al Campidoglio tutti matti

Dovevamo assistere anche a questo spettacolo scomposto. Comincia ad essere davvero troppo.
 Innanzitutto che si fa con l'inaugurazione della stagione alle porte? La ricetta del sovrintendente Fuortes è  un sostituto per il titolo inaugurale. Giusto, ma  non va cercato, come vorrebbe il sovrintendente  INESPERTO  fra direttori giovanotti o  di  terza o quarta classe. Se Fuortes fosse un sovrintendente all'altezza, saprebbe trovare un direttore degno sostituto, intanto per l'inaugurazione, come Lissner fece alla Scala, chiamando  Barenboim. Per un 'direttore musicale' - via quell' incarico buffo di 'direttore onorario a vita' - ci si penserà più tardi. Ma che non può essere, comunque, Rustioni, dove arrivano gli orizzonti  musicali di Fuortes.
 I sindacati  CGIL e FIALS promettono ancora sfracelli, come non fossero già sufficienti quelli prodotti con la loro condotta anti sindacale e a rischio fallimento per il teatro. Non  vogliono sentire ragioni, il referendum sull'accettazione del piano di risanamento formulato da Fuortes e dalle necessità di bilancio - che pure ha spaccato letteralmente in due il teatro - lo disconoscono e contestano, e come reazione annunciano altri scioperi. Evidentemente non  hanno capito la gravità della situazione e lavorano per la chiusura del teatro. Che Fuortes e Marino, e mettiamoci anche Franceschini, dovrebbero  cogliere al volo e  mettere in atto. Perchè se la CGIL e la FIALS intendono proseguire con il loro comportamento irresponsabile, venisse anche Karajan redivivo, all'Opera fra breve ci risiamo.  E, del resto, non si può far mettere per iscritto  agli sciagurati dipendenti sindacalizzati che non sciopereranno più, pena il licenziamento. Fra parentesi,  a coloro i quali ironizzano sulle 8 sigle sindacali dei dipendenti dell'Opera,  vorremmo ricordare che al Senato o alla Camera le sigle sindacali dei dipendenti sono 23, dunque il cattivo esempio lo dà come sempre la politica; e gli altri lo seguono.
 Ma veniamo all'inaugurazione. L'ipotesi pazza prospettata ieri da 'Repubblica' che, ovviamente, ha raccolto le intenzioni di Fuortes e Marino è rimandare l'inaugurazione di due mesi, da novembre a gennaio. Siamo matti? si rendono conto  di quale assurda soluzione vorrebbero prospettare. cancellando un  titolo si risparmia - è questa la loro  drammatica strategia?  E a che scopo, far sbollire i furori degli orchestrali sindacalizzati? Ci vuol poco per riattizzarli anche dopo che si sono momentaneamente placati, come è accaduto fra l'estate e queste ultime settimane. La situazione è drammatica e va  affrontata  e risolta immediatamente, senza attendere un solo istante. Trovare il sostituto per il titolo inaugurale, un sostituto all'altezza del  fuggitivo Muti, e, contemporaneamente , pensare ad una trattativa, questa volta articolata e fondata sul dialogo che la precedente non è stato affatto seguito. Ecco perchè diciamo da tempo che Fuortes non sa fare il suo mestiere. Lui viene da 'Musica per Roma', dove non ci sono oltre cinquecento dipendenti, e perciò è facile con tanti stagionali, la quasi totalità di chi lavora all'Auditorium, metterne fuori alcuni e chiamarne altri. Fuortes, con l'aiuto di Marino avrebbe dovuto da subito metter in campo tutte le ipotesi di accordo, senza cedere naturalmente a richieste ormai impossibili da soddisfare e che lascerebbero i problemi irrisolti e pronti a riesplodere alla prima occasione. Un sovrintendente  non alle prime armi questo modo di gestire la risoluzione di una crisi lo conosce e sa attuarlo, ecco perché ce ne vorrebbe uno più capace e con maggiore esperienza di Fuortes.
Infine, per tornare al caso di Vincenzo Bolognese che in questi giorni torna ad essere  portato a modello del malcostume e dei privilegi dei nostri teatri. Bolognese, spalla dell'orchestra del teatro, forse in permesso artistico, in questi giorni è andato a lavorare, alla testa di un'altra orchestra romana, per un festival fuori Roma, 'Reate Festival' - che  brutto nome ! -  il cui sovrintendente è una collaboratrice del teatro, pagata e bene dal teatro, il cui presidente  è Gianni Letta e fondatore Bruno Cagli. Capite in che pasticci siamo?

venerdì 1 agosto 2014

Giocano a chi le spara più grosse. Finisce in burletta il 'Barbiere' a Caracalla

Ogni giorno ce n'è una. Quella di oggi? Che gli stipendi dei dipendenti dell'Opera di Roma Capitale  non sono stati pagati interamente. Che succede? Le casse del teatro sono vuote? O è  una sorta di ricatto per piegare gli irriducibili? Niente e tutto. Sta di fatto che ogni giorno dobbiamo leggere invenzioni contraddittorie dettate dalla doppia anima del teatro, nel quale si fronteggiano uno stuolo di dipendenti che non vuole capire che la musica è definitivamente cambiata ed un nuovo amministratore che arranca fra mille difficoltà per salvare la baracca. Lo stuolo non ha più i giornali a favore,come un tempo; il nuovo sovrintendente che, invece, riesce a trovare ancora molti giornali amici, provenienti dal giro di Musica per Roma, i quali però le tentano tutte per non farlo  annegare nel difficile mare che ora governa.
 E, per far questo - immaginiamo consigliati da quella volpe del giornalismo che è Filippo Arriva alloggiato all'Ufficio stampa del teatro - sparano ogni giorno  cifre che si smentiscono da sole.
Insomma il teatro, da un lato non ha soldi per pagare gli stipendi -  ma è stata data assicurazione che verranno pagati immediatamente a seguito della revoca degli scioperi e della riapertura conseguente di credito delle banche - dall'altro vanta biglietti venduti ed incassi da far concorrenza all'Arena di Verona dove i posti sono oltre 10.000, e a Caracalla 4000, che non sono pochi.
 Leggiamo oggi su 'Repubblica' che in due sole recite 'Il barbiere' ha fatto 13.000 biglietti venduti - su una platea che conta  4.000 posti - facendo incassare al botteghino quasi 600.000 Euro - a quanto hanno venduto i biglietti? E' evidente a chiunque che si tratta di cifre così alte e irraggiungibili che non meritano neanche una smentita. Semmai soltanto una risata.
Ciò diciamo senza che ci riempiamo di gioia. Saremmo felici che ogni sera a Caracalla si facesse un bello spettacolo, che la platea fosse piena zeppa e che gli incassi altrettanto soddisfacenti. Ma se così  ancora non è, non c'è bisogno di trasformare i desideri in realtà.
Poi c'è anche la storia del referendum. Insomma si doveva fare fra giovedì e venerdì, e non si è fatto più, perché gran parte del personale dell'Opera non potrebbe votare, è già in vacanza. Ma il teatro, per la stagione di Caracalla non è aperto a tutti gli effetti? E, se è già in vacanza, come ha fatto a pronunciarsi 400 su 460, a favore del referendum approvativo del risanamento proposto da Fuortes?
 Altra anomalia. Per mettere una toppa, che finisce come una torta in faccia alla CGIL, dicono che sia stata proprio la CGIL a non volerlo, per non beccare la torta in faccia del risultato, per gli scioperi che l'hanno vista a fianco della CISNAL.
Ultima dall'Opera. Il Corriere di oggi pubblica una lettera di Salvatore Accardo a difesa della spalla dell'Orchestra del Teatro, Bolognese - di cognome - che nei giorni scorsi aveva fatto delle dichiarazioni poco piaciute, e poi era venuto fuori che nei primi sei mesi aveva lavorato in tutto 60 giorni lavorativi ma aveva percepito lo stipendio dei sei mesi per 26 giorni lavorativi al mese. Accardo  lo difende, dicendo che Bolognese, che lui conosce, ha osservato il suo contratto, e che quei 60 giorni di lavoro effettivo ne hanno alle spalle altrettanti almeno di studio personale. Va bene, prendiamo come oro colato quel che dice Accardo, restano sempre altri due mesi. E, comunque, resta anche il fatto che  occorre lavorare di più, anche se lavorare stanca e che, nel caso dell'Opera di Roma, non ci saranno aumenti di retribuzione. Per troppo tempo hanno lavorato poco rispetto a quel troppo che  hanno percepito come stipendio. E non vale la giustificazione che le orchestre devono avere un organico superiore a quello necessario ogni giorno per la buca, per avere gente sempre fresca ecc... e tutti gli altri  sono fresconi?

lunedì 28 luglio 2014

Il giorno del giudizio

Sarà il giorno del giudizio, per l'Opera. Solo per l'Opera di Roma Capitale? Per ora sì, anche se l^?opera di tutta Italia, salvo rare eccezioni, non sta tanto bene.
 I sindacati, questa volta convocati tutti a Piazza Campitelli dall'assessore Marinelli - basta questa grande vittoria per far desistere gli irriducibili - diranno che loro non accettano il piano di risanamento e rilancio del teatro  presentato da Fuortes, e che non credono ad una sola parola di ciò che dice Marino, ma a lei credono a occhi chiusi, senza nemmeno attendere di sentire le sue proposte. E vittoria sia. Il piano di Fuortes lo accettano per senso democratico e responsabilità nei confronti della maggioranza che lo ha sottoscritto e, quando parla Marino, hanno detto alla Marinelli che si metteranno i tappi alle orecchie. Chi li tacciava fino a ieri di irresponsabilità, accusandoli di essere degli sfascisti - attenti: con la 'esse' davanti, per non confonderli con quelli senza la 'esse' davanti, perchè loro, a parte l'esigua frangia CISAL, sono della CGIL - dovranno scusarsi con loro  e mettere nelle loro mani le sorti dell'Opera di Roma Capitale.
 E quelli che in tutti questi difficili giorni hanno fatto il voto del silenzio? Si uniranno al coro generale plaudente, precisando che la consegna del silenzio assunta dal direttore onorario a vita e dai consiglieri di amministrazione è stata la strategia vincente.
 Saluti a baci

martedì 22 luglio 2014

La cura di Fuortes, il rianimatore, non è dura. Ma se l'Opera di Roma Capitale non la assume, rischia...

La minaccia di Marino di mettere in liquidazione l'Opera di Roma Capitale, è semplicemente uno spauracchio, agitato tanto per mettere paura. Figurati se quei navigati sindacalisti, più bravi come sindacalisti che nel resto,  si fanno mettere in ginocchio. Si sa che è assai difficile, anzi impossibile, che si possano portare in tribunale i libri contabili dell'Opera di Roma per chiederne il fallimento. Le si è cambiato anche il nome, in 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', per renderla imperitura, quando si sa che di capitale in quel teatro non c'è molto altro, oltre Muti ed il volenteroso Fuortes. Resta il fatto che i sindacati stanno tirando troppo la corda, manifestando contro un piano industriale  definito dal Sovrintendente, nel quale grandi traumi sono evitati.
Che dovrebbero dire i lavoratori di intere fabbriche che sono da mesi in cassa integrazione e senza speranze di trovare un lavoro futuro? Perché è questa la situazione, quei pochi scioperanti irresponsabili non  possono far finta di non sapere. Dall'Opera andranno via una sessantina di dipendenti - l'Opera ne ha quasi 500 - a nessuno sarà tolto un soldo dallo stipendio, però tutti si devono mettere in testa che devono LAVORARE, più di quanto lavorano oggi. E' la condizione indispensabile per accedere al fondo 'salva teatri' del Ministero e ricominciare il cammino virtuoso del risanamento economico e della riscossa artistica, che ancora non è garantita, a dispetto della presenza di Muti, che va  gridando ai quattro venti che la sua orchestra è oggi una delle migliori del mondo: bum!
 Il piano Fuortes, che i sindacati conoscono bene anche se fanno finta del contrario, non è un piano 'lacrime & sangue', quale forse in teatro meriterebbero i molti che non hanno mai protestato per la finanza allegra della gestione De Martino. E se quel piano non accettano immediatamente, riprendendo a lavorare  subito a Caracalla anche per la prossima replica di 'Bohème', e continuano invece a tirare la corda,  può anche accadere che quella corda si spezzi.
 E' inutile continuare a fare la 'faccia feroce', tanto  torneranno a fare la 'faccia fessa' come hanno già fatto quando hanno minacciato lo sciopero della prima di Muti e poi l'hanno ritirato.
Meglio non esagerare. E che stiano esagerando lo deduciamo dal fatto che le loro condizioni contrattuali sono più che onorevoli - di questi tempi si può stare anche peggio.
 Tornino, perciò, a lavorare, anzi a lavorare di più e poi, in seguito, chiedano di essere compensati per la mole e la qualità del lavoro raggiunte. Adesso rischiano di brutto, i sindacati CGIL e FIALS. Mentre  i rispettivi capibastone hanno fatto il voto del silenzio.