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mercoledì 11 luglio 2018

Alberto Veronesi, scopre talenti, e li fa sfilare al Festival pucciniano di Torre del Lago

Avesse avuto anche lui Alberto Veronesi, uno scopritore all'inizio della sua carriera, non avrebbe fatto tutta la fatica che ha dovuto fare per guadagnarsi la fama, meritata, di cui oggi gode.

 Un tempo c'era Menotti che andava in giro a scoprire talenti e li faceva debuttare al suo festival spoletino. Oggi  Giorgio Ferrara, suo successore, preferisce sedere nei salotti ed invitare la solite vecchie glorie al festival che fu di Menotti e che per molti anni ancora, dopo i primi dieci sarà, in ogni senso, il Festival di Ferrara'.

 Il ruolo di scopritore di talenti se lo è assunto ora in prima persona Veronesi; e dopo averli scoperti - magari anche in tv o nei party e feste di ambasciate e nobili - li fa debuttare sul podio del Festival pucciniano.

 Lui non bada all'età, perchè ad esempio, ha scoperto l'anima di regista nel direttore di 'Chi', il giornalista  Signorini, e gli ha affidato un'opera ogni anno, con il plauso del sindaco di Viareggio - da poco rimesso in sella dopo le contestazioni elettorali - il quale ha dovuto constatare che Signorini, riconoscendo il merito della scoperta a Veronesi, è un 'fine intellettuale', ma soprattutto è riuscito a riportare al glorioso festival pucciniano, 'la mondanità che da tempo mancava'. Giusta osservazione.

 Ma le scoperte maggiori e più eclatanti Veronesi le ha fatte nel campo della direzione d'orchestra.
 Ha cominciato l'anno scorso con la giovanissima Beatrice Venezi (televisiva e pubblicitaria, che non guasta) - di bell'aspetto che mai e poi mai rinuncerebbe alla sua femminilità sul podio, e per questo dirige 'con abiti da gran sera' - forte dei successi guadagnati a capo della 'Nuova Orchestra Scarlatti' di Napoli e nelle uscite con orchestre della sua terra, la Lucchesia, e che ora, dopo Torre del Lago è pronta per il lancio internazionale, al quale ancora Veronesi sta lavorando.

 E, sempre Veronesi, ha proseguito quest'anno con Jacopo Sipari di Pescasseroli, del quale  sul suo sito ufficiale si leggono meraviglie: genio, giovane Muti. Veronesi non poteva farselo sfuggire. Anche lui ha una sua orchestra, intitolata a Marco Dall'Aquila, perché nel capoluogo abruzzese ha studiato e quell'orchestra ha  fondato con un suo compagno di studi. Di recente ha deciso di utilizzare lorchestra per 'concerti istituzionali'. Veronesi lo ha pescato nelle feste diplomatiche o di club similrotariani, dove  il 'nobile' direttore imperversa. Oltre naturalmente che in teatri di mezzo mondo, dell'Oriente e dell'Asia.
Comunque appuntatevi il suo nome, ne sentirete presto parlare ovunque. Veronesi ha fiuto è esperienza, non può essersi sbagliato.

mercoledì 27 settembre 2017

Papa Francesco ha molti nemici. Troppi per un solo papa

Adesso non ricordiamo bene quanti nemici abbiano avuti altri pontefici che si sono segnalati per le aperture, soprattutto morali, verso l'uomo. A cominciare da Papa Giovanni XXIII che con il Concilio Vaticano II sparigliò  gruppi di  credenti e teologi. I documenti del Concilio, ancora oggi in parte inosservati, crearono vero scompiglio.
 Ci colpì allora una frase che risuonò nelle navate di San Pietro durante una seduta plenaria dei padri conciliari:  temo una chiesa che ha un solo teologo - e il riferimento era a San Tommaso d'Aquino, teologo e filosofo sommo. Al cui ascolto, qualcuno, un eminente teologo cattolico, aggiunse: Lutero, se fosse oggi qui, gioirebbe.

Negli anni successivi anche Giovanni Paolo II ebbe molti nemici, ma nessuno come Papa Francesco che di nemici, armati fino ai denti, ne ha un esercito. Nel quale militano, oltre alle gerarchie che più d'una volta si sono fatte sentire, anche laici che nessun titolo avrebbero per unire la loro voce al coro, nel quale si sono impegnate a cantare, non per 'inimicizia verso Francesco', ma per 'amore verso la Chiesa' che, secondo loro, stanno difendendo dalla deriva che Papa Francesco le sta facendo prendere.  Fra essi un ex banchiere vaticano ( Gotti Tedeschi) -  che non si comprende a quale titolo parli di questioni di natura morale - ed anche qualche seguace di  un celebre incallito tradizionalista come mons. Lefebvre. I loro appunti riguardano soprattutto questioni di carattere morale affrontate d Francesco, dalle prese di posizione sui divorziati alla sua caritatevole mano tesa verso, ad esempio agli omosessuali: ' chi sono io per giudicare...'  disse ai giornalisti nel corso di un viaggio.

Sarebbe interessante che l'esercito dei suoi oppositori, nelle cui file si sono arruolati volontariamente anche alcuni giornalisti famosi (Ferrara, Socci ) ci facesse sapere  cosa pensa della omosessualità nella Chiesa che, come si sa, è diffusissima. Di questo non parlano, e per fortuna stanno zitti anche su un altro problema che tocca purtroppo da vicino il clero ed anche la gerarchia, la pedofilia, contro la quale Francesco sta conducendo una guerra dura. Come risulta anche dalle molte conversazioni che , da quando è  Roma, Francesco ha intrapreso con un altro noto giornalista, Scalfari, laico, ma  divenuto addirittura suo amico ed anche confidente.

E ci dicessero anche perchè verso alcuni pontefici siano stati tanto indulgenti, guarda caso quelli apprezzati soprattutto per la difesa, a qualunque costo, della dottrina (da Benedetto XVI a Paolo VI) - che anche Papa Francesco conduce -  e con poca apertura verso il mondo, e verso l'uomo per il quale la dottrina è stata confezionata. Se non ci si mette nella prospettiva che vuole l'uomo e la sua salvezza al centro, la dottrina perde peso e significato.
 In questa disputa si scontrano due diverse concezioni del ruolo del Papa di Roma: intransigente conservatore e difensore delle regole anche teologiche; o pastore  misericordioso e caritatevole degli uomini affidati alle sue cure.

venerdì 30 giugno 2017

Il Festival di Spoleto ha trovato il suo Bob Wilson 'de noantri'


Con il Don Giovanni di Mozart che ieri sera ha inaugurato la sessantesima edizione dell'ex Festival dei Due Mondi ( che ora si chiama semplicemente Festival di Spoleto, e di mondi ne abbraccia non più due, ma tutti, anzi tutto il mondo,' Il Mondo in scena', secondo l' acuta espressione della sua attuale direzione) si è conclusa la trilogia 'italiana' Da Ponte -Mozart che, in tre edizioni consecutive, ha impegnato la stessa compagine orchestrale, la 'Cherubini' di Muti ( alla quale quest'anno s'è aggiunta l'Orchestra sinfonica dei Conservatori italiani - e speriamo che sia la resurrezione definitiva!), lo stesso direttore d'orchestra, James Conlon, gli stessi scenografi e costumisti, i due famosi premi oscar ( Ferretti- Lo Schiavo), ed anche lo stesso regista, ribattezzato il Bob Wilson 'de noantri', alias Giorgio Ferrara, che da dieci anni tiene stretto nelle sua mani lo scettro spoletino, e lo terrà ancora per almeno altri tre, causa la recente sua riconferma.

 Giorgio Ferrara si è attribuita la regia della trilogia 'italiana' di Mozart, debuttando praticamente nella regia d'opera. E già questa è di per sé una scelta molto avventata, perchè certe opere sono il coronamento di una carriera e non il primo esperimento, il debutto.
Naturalmente le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. S'è inventato, in combutta con il suo drammaturgo di fiducia, De Ceccatty (drammaturgo e biografo di sua moglie, la celebre Adriana Asti, presenza fissa sul palcoscenico spoletino nella gestione Ferrara) una visione nuova ( antichissima, secondo la coppia Ferrara- De Ceccatty, perché attinta al famoso testo mozartiano di Kierkeegard, del quale si  proiettano per essere letti alcuni lacerti nel corso della Ouverture) che vuole Don Giovanni non tanto 'dissoluto punito' - come poi avviene - e neppure 'seduttore seriale', che vive per il 'piacere della conquista' ma colui che lotta, per allontanarla finchè è possibile, contro la signora con la falce, la morte.

E da questo, il Bob Wilson 'de noantri' fa scaturire la sua idea di regia. Cimiteri, tombe, donne velate con la falce ad ogni piè sospinto, luci cupe, oscurità, per dirci: guardate che le conquiste continue di Don Giovanni sono un espediente per 'passare il tempo', mentre ha intrapreso una lotta contro la morte che con ogni conquista spera di allontanare sempre più, sentendosi, conquista dopo conquista, sempre più - o ancora - vivo.

Ma che fa Il nostro Bob Wilson 'de noantri' in questa 'città di morti'? Fin dall'inizio anche nei momenti di coinvolgente seduzione, nei momenti quindi di maggiore vitalità, ci mostra tombe sulle quali sono seduti tutti i protagonisti, come morti viventi, cadaveri non ancora putrefatti ed in attesa di essere rianimati, ma solo per cantare la loro parte. Anche la esemplare seduzione della giovane Zerlina - quanta ricchezza di umana fragilità nel suo personaggio – diventa una specie di 'visita al cimitero, per il giorno dei defunti'.

Una noia 'mortale', è il caso di dire, che per poco non dava il colpo di grazia anche alla musica di Mozart. Che Ferrara non considera  coprotagonista assieme all'azione, nel capolavoro teatrale. Perchè azione non ve ne è – e, del resto come poteva immaginarsene fra tanti morti viventi? - riducendo l'opera allo stesso invariabile schema, dall'inizio alla fine.

I protagonisti, vengono in proscenio - quando non sulle passerelle laterali, grande invenzione, e nuova soprattutto, che fa il paio con la discesa, alla fine, in platea dei protagonisti come anche del Commendatore in carne ed ossa, un morto vivente che compare nelle ultime file della platea, mentre in palcoscenico viene trascinato il suo capoccione - cantano la loro aria e, nei momenti di più convulso movimento, i loro pezzi 'd'insieme', e poi, senza neanche accelerare il passo, escono.

Questa la regia, e del resto cosa ci si poteva aspettare, viste le premesse? Ora, non vi aspettate che qualcuno scriva le stesse nostre cose. Come potrebbe farlo Repubblica, tanto per fare un esempio, media partner del Festival che qualche giorno fa ne ha fatto il panegirico: che non è più né quello di una volta e tanto meno quello di Menotti, ma che comunque Ferrara ha resuscitato portando nella cittadina umbra ogni anno le stesse vecchie glorie, in una passerella tristissima, funebre; e, quest'anno, molte firme dei giornali di De Benedetti, anche in palcoscenico? Il Corriere, per ora, celebra Menotti, a dieci anni dalla scomparsa, visto che non lo fa il suo festival.

Non solo. L'antichissima canzone che i protagonisti intonano dopo la fine del dissoluto, e cioè: Questo è il fin di chi fa mal, a Spoleto non vale. Perché Ferrara, con tutti i suoi demeriti, non viene spedito altrove, ma riconfermato, per almeno tre anni ancora. E poi si vedrà, perché lui come Don Giovanni, lotta strenuamente contro la fine (della sua direzione, s'intende!), con tutti i mezzi, e forse riuscirà ad allontanarla ancora, almeno finché potrà contare sull'amministrazione comunale, sul ministro e sui salotti che un qualche potere l'hanno sempre. Tutti compiacenti.

Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del ministero di Franceschini ha affermato che Ferrara ha salvato il Festival di Spoleto: "Credo che la strada presa da Ferrara sia quella giusta, cioè un’offerta che coniuga altissima qualità, sperimentazione ed eventi di tanti tipi, come i confronti e i dialoghi. Con questa formula ha salvato un grande festival che stava rischiando di morire. Se i prossimi tre anni di Ferrara saranno nel segno della continuità? Sì, ma il teatro è vivo e quindi si rinnova continuamente, così come le idee".





P.S. Finalmente la diretta televisiva ha trovato un suo commentatore adeguato. Francesco Antonioni, che sa quel che dice ed anche come dirlo, abituato da anni di radio, a Radio 3. Peccato che la sua partner, Federica Guerzoni (si chiamava così?), apprezzabile per la sua grazia ed il bell'aspetto, dica solo cose ovvie e banali, dette anche in modo trasandato, nel suo ruolo di 'brava presentatrice', inutile e perfino dannosa, forse, per il danno che può fare una trasmissione televisiva.



lunedì 11 luglio 2016

A Spoleto, da quando c'è Giorgio Ferrara al timone del Festival dei Due Mondi, arrivano ogn i anno milioni di persone

" Mi hanno riferito che abbiamo superato i 60.000 spettatori"- dichiarava Giorgio Ferrara, ormai da parecchi anni al comando del Festival di Spoleto, alla fine fine dell'edizione del 2014.
 E quest'anno, ad Emilia Costantini del Corriere della Sera, aggiornava le cifre degli spettatori: " nel 2007, ultimo anno della gestione Menotti, Francis-  erano 50.000 ( nei repertori si legge: 5.000, ma crediamo sia un errore: uno zero in meno, altrimenti ogni anno Ferrara avrebbe portato 10.000 persone in più rispetto al precedente: un miracolo riuscito solo a lui sulla terra!) oggi siamo a 70.000 ed oltre". E il Giornale di Spoleto, riportava a consuntivo che  'le presenze registrate sono state 80.000 ( che vuol dire presenze registrate? Spettatori ? Spettatori paganti o che altro?) e chele entrate rispetto allo scorso anno, son o passate da 627.000 Euro a 665.000, che vuol dire che i diecimila spettatori in più, rispetto alla precedente edizione, hanno portato nelle casse del festival, 38.000 Euro di maggior incasso, che diviso per 10.000 fa... fate voi i conti così non ci capirete più nulla, come è anche accaduto a noi.  Ma forse in quegli ottantamila sono compresi anche coloro i quali hanno assistito ai concerti delle bande militari nello stadio, concerti gratuiti e forse affollati di spoletini e di abitanti dei paesi intorno. Alla quale circostanza si deve la dizione 'presenze', al posto di 'spettatori paganti', che  facendo i conti della serva, potrebbero essere poco più di quelli dello scorso anno. Altro che 5000 spettatori in più ogni anno che vanno ad aggiungersi ai 60.000 dell'edizione del 2014. Presentando dal palco, il concerto di chiusura, in Piazza Duomo, Giorgio Ferrara ha detto:"Non credevo fosse possibile ma con lo spettacolo di questa sera abbiamo superato le 80 mila". Condividiamo lo stupore di Ferrara.
 Insomma con le cifre sembra che Ferrara non abbia un buon rapporto, come - del resto- non sembra averlo né con il teatro- come faceva notare nelle passate settimane Franco Cordelli, sempre sul Corriere - e neanche con l'idea di festival che Gian Carlo Menotti aveva voluto fondare e portare a Spoleto.
Stando alle cifre -  che non sono mai state il nostro forte ma alle quali ci stiamo appassionando da un pò, dopo che ne sentiamo sparare di veramente assurde - al Festival dei Due Monti che ora si chiama Festival di Spoleto perchè, a detta di Ferrara, il 'suo' festival o quel che è rimasto del festival di Menotti, ha infranto la barriera dei 'due mondi' abbracciandone molti di più, starebbero arrivando frotte di spettatori da ogni parte del mondo, tanto che la biglietteria elettronica è andata fuori uso, come si leggeva sul sito del festival all'inizio della edizione di quest'anno, e, verso la fine, quando si metteva in guardia che i biglietti del 'Concerto in piazza' - l'unico che poteva riunire contemporaneamente - una discreta folla di spettatori, non si potevano acquistare via internet ( questa non l'abbiamo capita, perchè pensavamo che la biglietteria elettronica fosse un mezzo di acquisto più veloce e più facile per grandi raduni!).
 Insomma nel 2007, quando Ferrara giunse al comando del festival spoletino, gli spettatori erano 50.000 - secondo le sue dichiarazioni; nel 2014 sarebbero stati 60.000; nel 2016 avrebbero superato i 70.000. tutto possibile, ovvio. Però dal 2008 al 2014, in sette anni, gli spettatori sarebbero aumentati più o meno  al ritmo di 1400 unità ad anno; poi all'improvviso un'accelerazione come non si era mai vista, sempre con gli stessi artisti del 2008 divenuti presenza fissa a Spoleto, una sorta di carrozzone di teatranti 'ferrarino' che sbarca ogni anno in Umbria, con un aumento intorno alle 10.000 unità ogni anno negli ultimi due ( un aumento vertiginoso che non trova riscontro in un altrettanto vertiginoso aumento delle entrate al botteghino, dove con un rapido calcolo risulta che il costo medio dei biglietti era di poco più di 8 Euro. Si capisce che i conti non tornano.). Così procedendo, nei prossimissimi anni, a Spoleto si raggiungeranno i 100.000 spettatori, e la cittadina scoppierà. Perchè dovrà allargare teatri e teatrini e piazze e piazzette, e chiese consacrate e sconsacrate, e ogni altro luogo nel quale Ferrara deciderà di bloccare il suo carrozzone. Ma noi non ce lo auguriamo .
Vogliamo invece solamente far notare come  la musica sia scomparsa, e l 'opera - un unico titolo - da due anni a questa ed anche il prossimo - abbia sempre gli stessi artefici, uno dei quali è proprio Giorgio Ferrara, e che la memoria storica del Festival di Spoleto non ha alcuna importanza per Ferrara. Tanto è vero che l'archivio storico del festival. alloggiato a 'Casa Menotti', lo si deve alla famiglia Monini, della notissima e benemerita casa olearia spoletina, che ha acquistato la casa del maestro e ne ha fatto lo scrigno della storia del festival - come raccontava l'altro ieri  Giuseppe Videtti dalle pagine di Repubblica, senza aggiungere una sola parola per dire che se non ci avessero pensato i Monini, forse nel giro di qualche anno il tesoro della storia del festival di Menotti, forse sarebbe andato distrutto o disperso. Perchè, come hanno riferito anche a noi dal centralino del festival: il festival non ha nessun archivio.  Gli bastano le gesta presenti di Giorgio Ferrara.

lunedì 13 giugno 2016

La musica, come era ai tempi di Menotti, latita al Festival di Spoleto. E quella poca che è rimasta, viene affidata a schiere di studenti dei nostri Conservatori

Un tempo si andava a Spoleto per scoprire ciò che nei vari campi Menotti aveva scoperto per il suo pubblico fra coreografi, ballerini, direttori d'orchestra, cantanti, strumentisti, attori, registi, pittori scultori. Oggi si vanno a vedere o ad ascoltare le glorie dello star system internazionale, invecchiate a Spoleto, sempre le stesse.
Giorgio Ferrara non ha nè voglia e neanche - forse -  capacità per  girare il mondo e scovare talenti. E perciò si affida - una volta messo  a punto con vecchie glorie e amici suoi, il programma di teatro - per la musica, divenuta ormai la 'cenerentola', a Conservatori del circondario, appaltando direttamente a loro la programmazione. E i Conservatori, ben contenti di mettere in vetrina quelli che ritengono i loro più promettenti talenti -  troppi in un conservatorio solo e non ancora del tutto formati, - onorati per l'incarico di Ferrara, organizzano tutta l'attività concertistica del festival.
Mentre Ferrara ed il suo consulente musicale ( che non sa più a chi dare i resti e la sua  preziosa consulenza, occupato anche all'Opera di Roma, nel circuito lirico marchigiano ed a Ravello) si riserva, apertura e chiusura del festival: Nozze di Figaro per cominciare, e Concerto in piazza con l'Orchestra di santa Cecilia diretta da Pappano, solista Bollani. Il Concerto diretto da Alessandrini, del quale abbiamo appena scritto, è solo una felice  ma casuale eccezione.
 Di tutto il resto della musica, di quel poco che vi è rimasto, dai 'Concerti di mezzogiorno', un tempo celebri e ricchi di sorprese, agli altri concerti, in varie ore del giorno, come pure di  quelli organistici notturni ( che sono poi ridotti ad uno solo, perché allora sparare cannonate!) Ferrara  riceve direttamente programma e nomi degli interpreti dalle Scuole di Musica, alle quali ha demandato direzione ed organizzazione, lavandosene completamente le mani e forse non spendendo neanche un Euro, salvo le misere spese di logistica, sulle quali sicuramente farà economia, come ci hanno insegnato tanti altri esperimenti di musica affidati a giovani.
 Alla Scuola di Musica di Fiesole, benemerita non c'è che dire, il compito di  programmare i Concerti di mezzogiorno; al Conservatorio 'Morlacchiì di Perugia quello gli altri concreti, al chiuso o all'aperto e in vari luoghi.
 Spoleto non è più quella di una volta, quando era il festival 'di Menotti', mentre ora è il festival 'di Ferrara'. Vuoi mettere? Meglio quello 'di Ferrara'?  Certo che no!

martedì 7 giugno 2016

Histoires des soldats d'aprés Strawinsky, con Augias, Mieli e perfino con Stinchelli

Va di moda la celebre pièce di Strawinsky, Histoire du soldat, scritta all'indomani della fine della grande guerra, rivolta ad un ensemble intinerante, e perciò ridotto, allo scopo di sbarcare il lunario.
 Oggi la si ascolta molto più spesso degli anni immediatamente seguenti la sua scrittura, in occasione del primo centenario dell'inizio della guerra mondiale. Ma le istituzioni musicali, convinte ormai che la musica da sola non costituisce richiamo per il pubblico, si industriano nell'invenzione di elementi estranei aggiuntivi o chiamando persone note che possano richiamare il pubblico ad ascoltare la storia del povero soldato.
 L'anno scorso, ad esempio, al cadere del primo centenario dalla  'grande' guerra, l'Accademia Filarmonica Romana, istituzione molto cara ad Igor Strawinsky, per l'amicizia che lo legava alla sua presidente, Adriana Panni, ha chiamato Corrado Augias - che di recente ha preso il posto di tutti  i divulgatori musicali  su piazza - per introdurre e poi intervenire lungo il corso dell'esecuzione dell'Histoire, affidata ad elementi della Roma Sinfonietta guidata da Marcello Panni, figlio della mitica presidente filarmonica. Inutile  dire  che con Augias - a causa sua - quella versione ha poi girato per tutta l'Italia e gira ancora.
 Ma l'Accademia Filarmonica Romana, che evidentemente vuol far diventare l'Histoire in tutte le possibili ed immaginabili versioni, un titolo ricorrente delle sue stagioni, anche quest'anno, fra una settimana, nei giardini sulla via Flaminia ( dove hanno sede gli uffici della Filarmonica) la ripropone facendola precedere da una introduzione storica di Paolo Mieli (l'illustre giornalista/storico che non passa giorno che non sia in tv, su tutte le reti unificate, e che fra pochi giorni si trasferisce a Spoleto, dove da anni Ferrara gli ha affidato uno spazio tutto suo, frequentatissimo) e in una versione nuova creata dalla multicolore e multietnica Orchestra di Piazza Vittorio, a cura del suo fondatore e direttore Mario Tronco, che già ha dato al pubblico due  singolari versioni, ambedue coinvolgenti, di capolavori della musica, il Flauto magico mozartiano e la Carmen di Bizet, e che ora invece si cimenta con un brano assai più ostico dei precedenti. Una sfida. Chi non potrà andare ai Giardini della Filarmonica, giovedì 16 giugno, non si disperi, perché in ottobre lo stesso spettacolo tornerà all'Olimpico,  e con la medesima regia, di Maddalena Maggi (attrice e regista che Paolo Mieli, come riferisce la 'rete' sempre ben informata, ha preso 'sotto le sue ali protettrici', anche per Spoleto).
 Ma se non resiste e pensa di non poter attendere ottobre per riascoltare l'Histoire,  sappia che fra una quindicina di giorni, il 29,  ancora in una nuova versione, la  potrà ascoltare e vedere nel Salone di Pietro da Cortona a palazzo Barberini, sempre a Roma, per il Music Chamber Festival.
 Ed anche questa volta, come nelle altre versioni romane, una novità di grande richiamo. Il festival romano, che si consuma da oltre dieci anni nel breve volgere di tre o quattro giorni, ha chiamato un regista che a Roma è impossibile vedere all'opera, perchè impegnato nelle grandi capitali e presso le più importanti istituzioni della musica mondiale, da Vienna a Berlino a New York.  Il suo nome, facile da immaginare, è Enrico Stinchelli.

mercoledì 12 agosto 2015

POMPEI 2.0. Parola di Giuliano Ferrara

Non vi allarmate, non stiamo per segnalarvi una nuova Pompei emersa da chissà quali scavi, nei dintorni di quella già vasta e sorprendente che già conosciamo. E per annunciarvi, di conseguenza, che altri fondi sono necessari per completare gli scavi ed aprire il nuovo sito archeologico. Semplicemente, utilizzando anche noi quella formula che vede il povero '2' - che quando si gioca a carte è disprezzato da tutti - utilizzato in tutte le salse e ad ogni piè sospinto per indicare una palingenesi di qualcosa che già conoscevamo, stiamo per dirvi che a Pompei le cose non stanno come abbiamo sempre pensato e come giornali e televisioni ci hanno sempre mostrato  negli ultimi anni. Insomma il '2'  come indicatore di una grande novità.
 Cosa è accaduto di tanto rilevante da far pensare ad una nuova Pompei? Riferisce Giorgio Dell'Arti, nella sua rubrica su 'Oggi settimanale' che tutto ciò che ogni giorno leggiamo su Pompei - disastrosa situazione, custodi insufficienti ed inefficienti, cani randagi, sporcizia, erbacce, domus diroccate turisti inferociti,ladri all'opera,servizi indecenti - è una bufala. Ah, sì, e chi lo dice? Vediamo se è credibile e riferisce il vero e se, infine, ha visitato Pompei come non fanno molti giornalisti che comunque ne scrivono.
 In realtà Dell'Arti crede alla parola di Giuliano Ferrara che ne ha scritto in lungo e largo sulle pagine del Foglio. Ferrara è andato a Pompei s'è fatto tutti gli scavi da cima a fondo e cosa ha trovato, come  lui stesso ha riferito? Ordine, pulizia custodi gentili, turisti soddisfatti. E allora? Allora, commenta Dell'Arti,  tutto ciò che ci hanno raccontato su Pompei è falso. Merito di Franceschini? Non lo avrebbe scritto apertamente Ferrara e non lo riporta  Dell'Arti - ci è parso di capire.
Certo che se le cose stanno come ha raccontato Ferrara, che a Pompei ci è andato, ed ha riferito fedelmente Dell'Arti, allora veramente siamo di fronte a Pompei 2.0. Che, lo ricordiamo, significa  che Pompei, sotto la gestione Frnceschini-Osanna ( il sovrintendente dell'area archeologica) è tutta un'altra storia. Nuovissima, bellissima - come sempre -  finalmente accogliente e curatissima come non mai.

domenica 14 giugno 2015

Conchita Wurst sarà Cherubino nelle 'Nozze' mozartiane, con la regia di Giorgio Ferrara, l'anno prossimo al Festival di Spoleto. Intanto una sorpresa già nell'edizione di quest'anno

Ha ragione Giorgio Ferrara, marito di Adriana Asti - la celebre attrice - e grande regista, a capo del Festival di Spoleto, da troppi anni ormai e per altri tre ancora, dopo l'uscita di scena dei Menotti, quando, presentando la sua prossima regia del capolavoro mozartiano, 'Così fan tutte' - primo titolo di una trilogia che intende rappresentare nel triennio appena iniziato, in linea con le direttive ministeriali ed in accordo con i Muti ed il loro Festival di Ravenna - accenna al fatto che le due fidanzate, dai nomi soavi, lasciate dai rispettivi fidanzati che sono partiti per la guerra, non li riconoscono quando essi si presentano sotto mutate vesti. Ma come, dice Ferrara Giorgio, come fanno due fidanzate a non riconoscere i loro fidanzati solo perchè sono travestiti? La faccia , la statura sono  le stesse come anche la voce o il portamento. Mozart, evidentemente, non si è accorto di una simile grossa incongruenza, e lui, Ferrara, giustamente intende porvi rimedio, togliendo d'imbarazzo il noto compositore a tutte le generazioni future. Come? non è facile porvi rimedio.
Come  rendere irriconoscibili alle due ragazze i loro fidanzati? All'inizio aveva pensato di scritturare altri due diverse interpreti; ma poi si è detto che non era logico e costava troppo, e soprattutto perchè la trappola alle due fidanzate erano proprio i loro fidanzati a tenderla d'accordo con il saggio e navigato Don Alfonso. Allora come fare? Semplice: mettere una maschera dorata sul viso dei due fidanzati travestiti. Ma perchè l'idea non è venuta a quel geniaccio di Mozart? per dar modo a Ferrara di mettere in evidenza il suo genio registico. E sia.
Ma Ferrara, Giorgio - per non confonderlo con le due dame del 'Così fan tutte', che si vogliono  di Ferrara  città - sta già pensando alle 'Nozze' che metterà in scena l'anno prossimo ed all' altra evidente anomalia presente nell'opera, e cioè quel Cherubino che canta con voce femminile, ma non non è gay, ed è invece una donna con tutti gli attributi,  ma che è  innamorata della Contessa - bando naturalmente agli amori omosessuali.
 La soluzione sembra l'abbia trovata già, anche se non l'ha ancora rivelata pubblicamente. Per questo attende l'anno prossimo, alla presentazione sui giornali della edizione 2016, quando al suo intervistatore Cappelli, con diritto di esclusiva, dirà come vi  ha rimediato. Ha già scritturato la cantante (il cantante) austriaca/o con barba, Conchita Wurst, che renderà ancora più solleticante il personaggio, ambiguo, di Cherubino.

Si ha notizia, di un 'Rigoletto' commissionato a Ferrara, per la regia - perchè il Rigoletto è di Verdi, è bene chiarirlo - dall'Opera di Roma, per il quale, al momento del celebre Quartetto ( bella figlia dell'amore...)  Ferrara ha previsto che esca un inserviente dalle quinte e dica ora ad una coppia ( Duca e Maddalena) ora all'altra, famigliare( Rigoletto e Gilda), che cantano tutte assieme, di abbassare la voce, magari anche solo con un gesto, ora all'una ora all'altra a seconda di chi intende seguire con maggiore attenzione, nel corso del celebre pezzo vocale d'assieme. Perchè quattro che cantano tutti insieme è troppo E così Giorgio Ferrara, dopo oltre un secolo e mezzo, mette fine ad un'altra incongruenza del melodramma, sfuggita al suo autore.

martedì 23 dicembre 2014

Ancora un'altra dimenticanza del Franceschini, 'mezzo disastro', innamorato

 Non si è ricordato di inserire fra i beneficianti del decreto 'Art Bonus' i teatri di prosa, ed Escobar glielo ha fatto notare, chissà se 'mezzo disastro' ci ripenserà. In verità non ci aveva pensato neanche a metterci dentro le fondazioni lirico-sinfoniche che poi si sono tirate  dietro anche i cosiddetti 'teatri di tradizione'; ma poi in uno dei suoi rari mommenti di sveglia ha fatto in tempo a farlo inserire nella cosiddetta 'legge di stabilità'. Meno male.
 Ora però un altro settore di pregio s'è risentito ed ha scritto una lettera pubblica a  'mezzo disastro' Franceschini, in questi termini: aho, ma che noi  dei festival siamo fessi? Che aspetti a svegliarti ed a metterceli dentro.
 I firmatari sono tutti illustrissimi salvo qualcuno, intendiamo i sovrintendenti del Rossini Opera Festi al - giusta lamentela - la sovrintendente del Ravenna Festival - lamentela giusta, appena - Giorgio Ferrara per il Festival di Spoleto - presenza ingiustificata, visto la fine che ha fatto fare alla musica ed all'Opera con la sua gestione teatrale -  ed il Festival Puccini che, secondo un notissimo critico, se lo chiudono non farebbero un soldo di danni.
 La lamentela è però in sé giusta.
 Ma vai a far capire a Franceschini che va alla Scala solo per esibire la sua bella e giovane signora, non per vero interesse, né suo né della sua bella signora - che invidia che ci fa, per la sua bella
signora - che per beni culturali di grande interesse devono necessariamente intendersi anche tutte le istituzioni che hanno come fine statutario l'arte musicale, Opera o concerto che sia. No, per lui la musica non appartiene ai beni culturali da sostenere e preservare. La pensa come quell'altro ignorante dell'ex direttore del Corriere - di cui ora non ci viene neanche il nome, anzi no, c'è venuto in mente: Ronchey - il quale pensava che i beni culturali fossero solo i monumenti; del resto anche lui la musica non sapeva neppure dov'era di casa. Non è stato lui che ha destinato una caserma a fianco del Museo degli strumenti musicali ( Piazza santa croce in Gerusalemme) ad archivio, piuttosto che a sede per ampliare l'importante museo, che aveva ed ha magazzini stracolmi di begli esemplari di strumenti musicali?
 Renzi, che ha fatto di male l'Italia per meritarsi i peggiori ministri della storia repubblicana? Di mali ne ha fatti tanti, ma non che giustifichino tale punizione per il paese.

mercoledì 29 ottobre 2014

Premiati Quirino Principe e la nuova Opera di Firenze

Si tratta di due differenti premi, naturalmente, trattandosi di due diversi premiati. Il primo premio è andato ad uno dei nostri musicologi ed intellettuali più noti e preparati, a Quirino Principe. Che è anche uno dei più impegnati a differenza della quasi totalità della categoria dei musicologi che preferisce discutere di una noterella messa lì, sulla quale cui si interroga se è stato il compositore od una mosca dispettosa, piuttosto che scendere qualche volta, una volta sola nella vita sarebbe bastante, in strada a difendere i diritti della musica che sembra non interessino più a nessuno. Quirino Prinicpe fa l'uno e l'altro e con identica preparazione, competenza e soprattutto passione. Un esempio eccelso di musicologo militante. Ecco perchè il premio assegnatogli a Ferrarra, dal singolare titolo 'In tutte le direzioni' non poteva avere destinatario migliore.
 Altro premio quello assegnato, e consegnato già, alla nuova Opera di Firenze. In questo secondo caso, nonostante l'avversione  tante volte dichiarata di Vittorio Sgarbi, si tratta di un premio di architettura che  riconosce il valore dell'opera, progettata da uno studio di architettura della capitale, che ha avuto anche il merito di riqualificare una zona di Firenze, evidentemente  in progressivo abbandono, se non in degrado.  Nella motivazione del premio è stato sottolineato il pregio dell'opera architettonica, l'uso di avanzate tecnologie, e la moderna concezione.

P.S. Un bell'inizio per un nuovo teatro d'opera, non del tutto concluso ad ora, perché ancora necessita di fondi per la chiusura totale del cantiere. Fondi che l'ex sindaco Renzi dovrà, e saprà sicuramente, trovare.
 La nuova Opera di Firenze va ad allungare la lista, brevissima, dei nuovi teatri italiani, nella quale compare  il Nuovo Carlo Felice di Genova che, finora, non ha mai avuto vita facile ed ora è tornato nella tormenta amministrativa, e il Teatro degli Arcimboldi, un monumento che una volta assolto il compito di fare da momentaneo palcoscenico della Scala, nel corso dei lavori di ammodernamento della sede storica, non si comprende che fine abbia fatto. Certo è che  un teatro così grande ridotto ad ospitare registrazioni di trasmissioni televisive è un  ben crudele destino.
 Perchè in Italia, di teatri e luoghi destinati alla cultura se ne costruiscono pochi, pochissimi, rispetto a  molte altre nazioni, ma poi il loro destino sembra segnato dalla stessa incuria e distrazione riservata ai luoghi storici della cultura in Italia. Con l'unica eccezione dell'Auditorium di Roma, costruito da Renzo Piano e inaugurato oltre dieci anni fa, che, sebbene faccia acqua da molte parti, soprattutto sotto il profilo acustico ed anche di alcuni servizi, sembra viaggiare a gonfie vele. Purtroppo, però, anche l'Auditorium sembra stia portando male al suo amministratore delegato, Carlo Fuortes, il quale  con il piede anche all'Opera di Roma, sta facendo disastri,  tutti quelli che non ha potuto fare alla nuova creatura.

sabato 19 luglio 2014

Almeno i numeri dateceli precisi. Dall'Opera di Roma al Festival di Spoleto

"Mi hanno riferito che quest'anno abbiamo superato quota 60.000", ha dichiarato gongolante Giorgio Ferrara alla fine della edizione 2014 del Festival di Spoleto - dove  resterà ancora per qualche anno - riferendosi all'affluenza del pubblico. Lo aveva preceduto Carlo Fuortes, 'nel mezzo del cammin' di Caracalla 2014, quando ha detto che ancor prima di iniziare le recite operistiche a Caracalla s'erano avute già 40.000 presenze. Noi, per Caracalla, sulla base degli spettacoli già presentati, e dei posti disponibili, contando anche gli introiti sbandierati da Fuortes, abbiamo calcolato che in ognuna delle sere a Caracalla  sarebbero andate, anzi sono andate 4500 persone paganti.
 A Caracalla, non sappiamo se  anche a seguito di quelle dichiarazioni trionfalistiche,  è arrivato il primo temporale portato dallo sciopero  di due sigle sindacali che hanno messo in ginocchio tutti gli altri lavoratori, al punto che la prima di Bohème è andata in scena senza orchestra, come anche la prima replica, facendo sostenere il canto al solo pianoforte. Un disastro. Alla prima  molti spettatori hanno abbandonato la platea facendosi rimborsare il biglietto; alla replica, il sovrintendente, confortato anche dal nuovo assessore Marinelli, ha pensato bene di far dono della gratuità a tutti coloro che avessero voluto assistere all'opera. Durante la quale, una consistente fetta di spettatori,  poco dopo l'inizio, ha abbandonato Caracalla a causa di evidenti defaillances vocali del soprano. Erano in 3000, in 4000, 4500? Non si riesce a capire l'esatta disponibilità di posti  delle terme dopo l'annuncio dell'ampliamento, salvo che a Caracalla non abbiamo installato una platea mobile allungabile o accorciabile a seconda delle necessità di pubblico, o che in fondo in fondo ci siano molti posti in piedi, come accade nella Sala d'oro del Musikverein di Vienna, dove i posti a sedere non superano il migliaio.
Da un articolo del Corriere sappiamo che i posti di Caracalla 2014 sono 4.000. Resta il dubbio se il giornalista sia ben informato o no, e che abbia anch'egli sparato una cifra senza veirifica.
Ma non ci convincono neanche le cifre sparate da Ferrara che da anni ha trasformato quel gioiello di festival menottiano, nella succursale di  una casa di riposo per grandi teatranti, perchè le giovani leve lì non mettono piede. Anche a Spoleto le cifre  ci sembrano fallocche. I luoghi in cui si svolgono gli spettacoli non sono grandi, salvo Piazza Duomo per il concerto finale; e perciò come si fa  a raggiungere la ragguardevole cifra di 60.000 spettatori paganti?
 Facevano così negli anni passati all'Opera di Roma, da dove Ferrara prende Alessio Vlad  perchè gli suggerisca l'opera da mettere in scena. Non sarà che  parte della consulenza consiste anche nello sparare sempre più in alto sul pubblico presente?

lunedì 7 luglio 2014

Spoleto non è più quella di una volta. Ora è la Spoleto di Giorgio Ferrara

Le pecorelle tornano all'ovile. Noi pastorelli eravamo rimasti, tristi,  a guardia di un ovile ormai vuoto di pecorelle, perchè una dopo l'altra,  chi da una parte chi dall'altra, avevano preso sentieri pericolosi. Fuor di metafora stiamo parlando del Festival di Spoleto che dal 2088 è sotto la direzione, osannata da molti che hanno troppo presto dimenticato quel che era il festival inventato da Menotti - FESTIVAL di INVENZIONE ! - per buttarsi sul carro vincente di Giorgio Ferrara: i 'sentieri pericolosi' della metafora.  L'attuale reggitore del festival, per ancora qualche anno - purtroppo ! - il cui cursus honorum, oltre quello di essere marito di Adriana Asti e fratello di Giuliano -  consiste in una carriera da regista, non certo luminosissima, e nella sua direzione all'Istituto italiano di cultura a Parigi - per il quale incarico, va da sè che il fratellone non c'entra  affatto; via cattivi pensieri! - dove è riuscito a crearsi una corte di teatranti che poi ha trasferito, ampliandola ancora, a Spoleto. Sempre la stessa corte che ogni anno si ritrova a profanare lo 'spirito' di Spoleto,  fatta di registi soprattutto che  non fanno più nulla di nuovo, benchè ciò che fanno lo facciano bene,  e che non riesce a mantener vivo l'intento che aveva guidato Menotti a insediarsi moltissimi anni fa nella meravigliosa cittadina umbra. Creare una cittadella delle arti, mettere in vetrina giovani forze e nuove idee. Col tempo molti altri festival sono sorti, e , fra questi, certamente ve ne sono alcuni che  incarnano più di quello guidato da Ferrara, lo spirito di Spoleto di una volta. Ravenna, ad esempio. Anche  se pure lì c'è lo zampino troppo evidente di una famiglia, quella di Riccardo e Cristina Muti. Oggi Ferrara commissiona spettacoli, nei quali - ma di questo gli siamo grati - c'è sempre la divina Asti; distribuisce premi; gratifica amici e laudatores ecc.. insomma un festival troppo caro per quel che è ed offre, da dove la musica è poi del tutto scomparsa. Una montagna di soldi per pagare artisti carissimi, che di soldi ne hanno già abbastanza, e che nulla di interessante e nuovo ci faranno mai vedere/ascoltare, e sopratutto che  sbarreranno la strada a tutti i nuovi volti della scena italiana ed internazionale. Lì di 'Nuovo',  oltre il teatro che porta tale nome beneaugurante, non c'è  rimasto altro.
E le pecorelle dell'inizio che fine hanno fatto? Di una, in particolare, che conosciamo molto bene e da tempo, salutiamo con gioia il ritorno all'ovile dell'oggettività di giudizio. Quella pecorella, un nostro collega, ma molto molto più famoso di noi, negli anni aveva lodato senza mezze misure quel festival, dove lavora anche un direttore artistico per la musica suo amico fraterno, come aveva fatto anche con il disastrato Teatro dell'Opera di Roma, nonostante Muti, che solo lui vedeva in cima alla classifica dei migliori teatri al mondo. Naturalmente il fatto che sia il teatro che il festival abbiano rappresentato una sua pièce su Carlos Kleiber, non c'entra con il positivo parere  di un tempo sul festival e sul teatro. Perchè allora ha cambiato improvvisamente idea? Una luce abbagliante l'ha risvegliato dal torpore e gli ha insegnato nuovamente la retta via della critica. Ora quella pecorella è felicemente tornata all'ovile e dice senza mezzi termini e senza far più sconti a nessuno che Spoleto è diventato il Festival di Ferrara - ma non alla stessa maniera per cui lo era  di Menotti padre - ed un 'acuto non fa primavera'  - testualmente - sull'Opera di Roma di Fuortes, nonostante Muti. Bentornata pecorella.

mercoledì 9 aprile 2014

Michelangeli, il pianista dei pianisti

 Si torna a parlare di lui alla vigilia del ventennale della morte. A Roma un convegno in occasione  della mostra alla Biblioteca Nazionale, aperta sino alla fine di questo mese.
E’ curioso ma neanche poi tanto che su grandi, taluni addirittura immensi, intrepreti -  parliamo di Michelangeli, ma vale anche per Horowitz, Richter –  dopo la loro morte, sia calato il silenzio più assordante.  Ed è ancor più curioso in tempi di rare nuove registrazioni, quando le case discografiche, se opportunamente amministrate, potrebbero vivere di rendita, rimettendo in circolazione gli immensi tesori custoditi nei loro archivi sonori, che,  invece, non  fanno. A risvegliare la memoria, o l’interesse  - speriamo - su uno degli interpreti più osannati, al vertice della  piramide  novecentesca dell’interpretazione pianistica ci pensano altri, probabilmente solo per anticipare le celebrazioni centenarie, nella speranza che qualcosa, in seguito a tale sollecito non casuale, si muova.
 Quando Arturo Benedetti Michelangeli era in vita, ogni sua apparizione rappresentò davvero un fatto unico ed irripetibile, nonostante che il suo repertorio - ma solo quello pubblico, perché in privato Benedetti Michelangeli suonava molto altro ancora - fosse abbastanza circoscritto e quasi immutato da anni. Non c’era nulla di nuovo, e pure Benedetti Michelangeli era in grado di richiamare schiere di adoratori ed anche di pianisti che noi stessi abbiamo sentito esclamare, sconsolati, al termine di un concerto in Vaticano: come si fa a suonare ancora, dopo aver ascoltato lui?
Le notizie delle meravigliose imprese del nostro avevano superato i confini nazionali e raggiunto anche terre lontane: “ Si dice che in Italia viva un genio. Ha una biografia romantica, un aspetto misterioso ed è molto originale. Dà concerti molto raramente, ha un repertorio modesto ma quando suona il pianoforte è un miracolo. Il suo nome, sembra, è Michelangeli”- si dice abbia detto Sofronitskji, uno dei più grandi pianisti e maestri.  Solo su quel ‘raramente (‘dà concerti’) andrebbe detto qualcosa, per il resto, soprattutto del suo repertorio, era ciò che tutti sapevano. “Non è vero che Benedetti Michelangeli dava concerti raramente e  che molte volte ne annullava  alcuni già in calendario” - afferma senza timore di essere smentito Angelo Fabbrini che per molti anni  è stato  al fianco di Michelangeli con i suoi pianoforti. Michelangeli, questo è vero, non tollerava compromessi, era maniacalmente interessato alla perfezione sonora dello strumento che conosceva profondamente.  Fabbrini ha ricordato le notti passate, talvolta anche in compagnia del maestro, per mettere il pianoforte nelle condizioni migliori in rapporto alla sala ed al repertorio. Michelangeli, nel corso della sua carriera di concertista, ha disdetto concerti in numero molto inferiore di quel che si pensa. Forse era diffusa convinzione in Italia, dove per anni, per le ben note vicende anche fiscali, non ha più suonato, concedendosi solo in rarissime occasioni, come  in onore di due pontefici, e per il Sovrano Militare Ordine di Malta, in uno storico concerto di beneficienza in favore dell’Ospedale Bambino Gesù, nel corso del quale un uccellino, per ascoltare Michelangeli s’era intrufolato fra le foglie di una pianta, e, avendo cominciato a cinguettare, costrinse il pianista a interrompere quel canto imprevisto ed a ricominciare il Ravel di ‘Gaspard de la nuit’. (A proposito di quel memorabile concerto, quando Benedetti Michelangeli venne a sapere che i soldi raccolti non erano ancora andati all’Ospedale pediatrico romano, si infuriò e restituì all’Ordine di Malta l’onorificenza ricevuta per l’occasione benefica. E bene fece!). Sulla unicità della sua arte pianistica, molti illustri concertisti, mettendo da parte rivalità professionali ed anche comprensibilissime invidie, hanno scritto. Non fece la stessa cosa qualche storico che ancora in anni in cui l’arte di Benedetti Michelangeli era universalmente riconosciuta, assieme a qualche lato del suo carattere che certamente non lo rendeva simpatico, si esercitava a demolire il personaggio piuttosto che a rendere onore al merito.
Un altro grandissimo pianista-didatta russo, Nejhaus, avendolo ascoltato a Mosca,  nel corso della lunga tournée in URSS del 1964, disse di Michelangeli: ”La sua musica rammenta una scultura di marmo, perfetta, bella, idonea a resistere per secoli senza mutare, come se non fosse sottoposta alle leggi del tempo, alle sue contraddizioni e mutevolezze”.
 Carlo Zecchi, un altro dei nostri monumenti musicali, anch’egli ingiustamente  dime nticato, ci scrisse di Michelangeli : “ La prima volta che ebbi occasione di ascoltare ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI, fu al Concorso di Bruxelles, molti anni fa ( La testimonianza manoscritta di Zecchi era del  1984. Benedetti Michelangeli aveva partecipato al Concorso in questione nel…  ndr.) Egli s’impose subito per le alte qualità di pianista e di musicista. La commissione era composta dai più alti nomi del pianismo ( Artur Rubinstein, Wilhelm Backhaus, Gieseking e Annie Fischer) e di rinomati musicologi come Baumgarter ed altri del suo tempo. Lasciò una grande impressione che si ripetè al Concorso di Edimburgo, qualche anno dopo, presente Kleiber, Furtwaengler ed altri. Suonò il ‘Concerto di Schumann, accompagnato da Vittorio Gui e il pubblico gli decretò un vero trionfo. Personalmente lo considero un GRANDE, con le lettere maiuscole, e se il suo carattere fosse un po’ meno chiuso, egli potrebbe avere il triplo di ammiratori. Quando era più giovane studiava molte ore al giorno e anche di notte. La variabilità e dolcezza del suo tocco sono le sue doti più spiccate, il suo discorso musicale sempre persuasivo e dei più convincenti. Io ho per lui una venerazione e vorrei che Lugano fosse un po’ più vicino a Roma per seguirlo nelle sue peregrinazioni artistiche! L’Italia può essere fiera di quanto Egli dà per l’arte pianistica e di quanto l’apprezzino i suoi colleghi. Carlo zecchi ( Piano Time. Anno II, n.14. maggio 1984).  Nella voce Michelangeli del Dizionario Biografico della Treccani,2010, Rattalino ipotizza che sia stato proprio Zecchi a votare contro il giovanissimo Michelangeli a Bruxelles, e che anche in altre occasioni, forse per invidia,  Zecchi non avrebbe apprezzato le qualità del pianista - come invece aveva  scritto a noi.
E Aldo Ciccolini, al quale Benedetti Michelangeli pare fosse molto legato: “L’Arte di Benedetti-Michelangeli non si presta ad analisi di sorta. Si constata e basta. Sarebbe infatti inutile volerne tentare la descrizione ed interi volumi non basterebbero a coglierne i molteplici, straordinari aspetti. Un pianista del calibro di Benedetti-Michelangeli non può esser paragonato a nessun altro – è un fenomeno a parte, una somma di qualità di natura trascendentale sorrette da una organizzazione mentale al di là dell’eccezionale. Non esito ad affermare che nessun artista  di questa seconda metà del ventesimo secolo è in grado di reggere il confronto con A. Benedetti-Michelangeli che ha saputo innalzare l’Arte pianistica a vette sublimi, insospettate, irraggiungibili”. Aldo Ciccolini ( sempre da ‘Piano Time’, in un numero dedicato a Michelangeli).
 E Tito Aprea: “ Il pianismo di Michelangeli è costruito su fondamenta tecniche di infallibile perfezione, si avvale della bellezza di un tocco espressivo fascinoso per creare atmosfere interpretative di rara suggestione. E un così acceso clima di conquista spirituale è realizzato con una imperturbabilità somatica che, già da sola, è misteriosa ed avvolgente. Michelangeli non si abbandona a quegli atteggiamenti svenevoli o irosi con i quali molti esecutori ‘mimano’, talvolta, il carattere delle musiche che eseguono”.
 Né va dimenticato il lavoro di didatta di Benedetti Michelangeli, assai raro in musicisti del suo calibro; memorabili i suoi corsi di Arezzo, dove aveva formulato un decalogo per gli allievi dai quali esigeva rispetto per la musica e osservanza ferrea delle regole della scuola. Si racconta, a tal proposito, di un allievo, molto dotato, ma che presentandosi a Michelangeli, senza un briciolo di umiltà, gli disse: “Maestro, sono venuto a farle sentire l’Appassionata”. Il maestro, gelido, rispose: “La conosco”.
 Questo aspetto del suo carattere, particolarmente evidente nel suo lavoro di insegnante, ci fa venire in mente un altro grande musicista italiano, venerato e rispettato da tutto il mondo musicale, che non si faceva scrupolo di manifestare durezza nei confronti degli allievi poco umili e irrispettosi della musica, Franco Ferrara, alle cui lezioni, in quel di Assisi, ci capitò di assistere, nei primi anni Ottanta, mentre non abbiamo mai avuto modo di assistere a quelle di Michelangeli, ad Arezzo, negli anni Cinquanta,  anche per ragioni anagrafiche.
 Le caratteristiche principali del suo pianismo  furono subito evidenti a tutti dal suo debutto internazionale a Ginevra , al primo Concorso, nel 1939, Michelangeli diciannovenne, sintetizzate da Cortot che presiedeva la giuria che lo salutò come il ‘nuovo Liszt’. Il virtuosismo risolto senza apparente difficoltà la prima caratteristica distintiva, testimoniata anche dalle prime registrazioni. Ad esso si affiancò, nel tempo, uno straordinario ‘cantabile’, al punto che ascoltandone alcune esecuzioni  particolarmente segnate da tale stile pianistico si aveva l’impressione fossero due i pianoforti a suonare, perchè l’accompagnamento differiva dal modo, tutto vocale e sulla scia della grande tradizione della vocalità italiana, arricchita  anche dall’apparizione rivoluzionaria della Callas, di porgere la linea del canto. Verso gli ultimi anni di carriera si osservò nel suo pianismo un forte tensione verso l’oggettività dell’esecuzione.  A quale altra svolta avremmo assistito qualora Michelangeli,  se non morto prematuramente  in  quell’11 giugno del  1995, avesse messo in atto quel suo proposito di incidere nuovamente tutto il suo repertorio, come aveva rivelato anche ad Angelo Fabbrini che, proprio nel giorno in cui il pianista scomparve si accingeva a  raggiungerlo  per discutere e concordare calendario di prove e registrazioni. ( Chi volesse leggere  il ‘diario’ di Angelo Fabbrini, consegnato, in esclusiva, al bimestrale Music@, non ha che da sfogliare, sul sito : www.consaq.it, i nn. 28-31 del 2012 di Music@).
 Una curiosità, per finire. Michelangeli era nato il 5 gennaio del 1920. Esattamente undici anni dopo, il 5 gennaio del 1931 nacque Brendel e undici anni dopo ancora, il 5 gennaio 1942, nacque Pollini. Semplice coincidenza, o vogliamo pensare che esista un giorno propizio per la nascita di grandi pianisti?

                                   

martedì 11 marzo 2014

Abbado-Muti. Continua. Una intitolazione ad Abbado, e a Muti una medaglia

A Claudio Abbado verrà intitolato il 'Teatro Comunale' di Ferrara, dove aveva allocato le iniziative di 'Ferrara Musica'  e fissata la residenza della  Mahler Chamber Orchestra, affidate l'una e l'altra alle cure, anni fa, di Alessandra sua figlia, e di Mauro Meli che assieme alla figlia di Abbado aveva già avviato una iniziativa musicale sul Lago di Como, 'Lario Musica', verso la metà degli anni Ottanta, costretta a chiudere, dopo poco, per la guerra mossa dall'analogo concorrente festival 'Autunno Musicale a Como'.
A Riccardo Muti, il governo argentino ha attribuito la più alta onorificenza per meriti nel campo della cultura e dell'arte. Muti ha ringraziato ricordando le meravigliose imprese musicali,  da lui dirette, al Teatro Colon di Buenos Aires, terra d'approdo di tanti musicisti italiani, fra i più noti.

sabato 25 gennaio 2014

Muti orfano di Abbado


 Non vogliamo parlare delle rispettive carriere musicali, sulle quali  in questi giorni sulla base di  un copione unico, si sono esercitati tutti i giornali. Vogliamo, in questo caso, guardare ai due con gli occhi del cronista, non del critico musicale.
E, adesso, che faranno i giornalisti che periodicamente attendevano la chiamata di  Abbado per correre da lui e poi, una volta tornati in redazione, attendevano un' analoga chiamata da Muti? Perchè, se non lo sapete, le cose andavano esattamente così. I due si facevano una sorta di guerra a distanza,  da nemici di fatto, a dispetto di ciò che avevano in comune, come una coppia di fratelli (coltelli).
Differivano,  profondamente, per il diverso carattere:  chiuso, ombroso, quasi scostante Abbado, apertissimo,  compagnone, spiritosissimo Muti; e la diversa indole musicale: Muti più viscerale, natura di musicista; Abbado più  razionale, costruito con studio ed applicazione; ma anche per le famiglie d'origine: Abbado ha alle spalle musicisti, Muti liberi professionisti: suo padre era medico a Molfetta.
Ma ciò che li univa era molto di più di tutto quello che li ha divisi, in ogni senso. Innanzitutto l'aver iniziato da giovani una grande carriera, Abbado a Milano, Muti a Firenze; l'essere stati a capo di  orchestre di fama mondiale, da quelle londinesi per ambedue alle americane per Muti, mentre Abbado ha prevalentemente lavorato in Europa; il forte legame dei due, seppure con diverse modalità, con i Wiener.
E poi la Scala. Sembra un destino: ambedue vi sono rimasti come direttori stabili o musicali che dir si voglia per diciotto anni: dal 68 all'86 Abbado, dall'86 al 2004 Muti. Nessuno dei due è arrivato  alla soglia dei venti anni,  colonne d'Ercole di 'permanenza' che nessuno può superare indenne, e poi l'uscita di ambedue a seguito di forti contestazioni. La Scala 'madre' che aveva accolto i due giovani direttori nel suo grembo diventa 'matrigna', alla soglia della maggiore età (di permanenza): li  caccia fuori casa o se ne vanno sbattendo la porta, a seconda dei punti di vista. Anche se vien voglia di dire che  una permanenza così lunga alla fine stufa, ed impone, anche senza traumi, un ricambio.
Per ambedue l'amicizia con Napolitano. Abbado per  ragioni di comune militanza politica e forse di più lunga data, Muti per conterraneità campana, sebbene non bisogna mai dimenticare che Muti ha vissuto la sua giovinezza a Molfetta ed ha fatto i primi studi musicali al Conservatorio di Bari, proseguendoli a Napoli.
 Ciascuno dei due ha fatto concretamente terra bruciata attorno all'altro. Negli anni scaligeri quando c'era Abbado Muti credo non abbia mai diretto alla Scala - anche se di questa notizia non siamo così certi; mentre sappiamo bene che negli anni di Muti a Milano, Abbado  non vi ha mai più messo piede, nonostante  gli ipocriti appelli - Claudio torna! - specie dopo la malattia.
 Ambedue, sebbene la bilancia in questo caso penda a favore di Abbado, hanno dedicato belle energie ai giovani. Abbado ha inventato  parecchie orchestre giovanili di grandissimo pregio, ultima la Mozart, per la quale tutti  - speriamo non solo a parole - sembrano prodigarsi perché sopravviva al suo fondatore; Muti ha inventato la sua Cherubini. E negli ultimi tempi hanno  giocato anche a prestarsele,  per mostrare al mondo intero che  erano amici e che l'antagonismo di cui anche noi parliamo, è pura invenzione giornalistica e di costume.
 Ma anche in famiglia ci sono molte affinità: in ciascuna famiglia dei due direttori c'è un regista ed un operatore musicale che hanno operato (o operano) a stretto contatto con il patriarca. Per Abbado, Daniele il regista ed Alessandra  a capo di Ferrara Musica, organizzatrice delle tournée dei Berliner in Italia,  organizzatrice anche per la Mozart; per Muti, la figlia Chiara regista ed attrice, e sua moglie Cristina, a capo del Ravenna festival. E nessuno ci venga a dire, dopo morte, che Abbado non abbia fatto nulla per i figli, perchè direbbe il falso;  il che vale anche per Muti: Chiara e Cristina sono di casa all'Opera di Roma, dove lui resta il sovrano assoluto, anche dopo l'arrivo di Fuortes, chiamato a  mettere in sesto le disastrate finanze del suo regno.
 Adesso c'è un punto che  li diversificherà  e che mai potrà accomunarli:  morto Abbado, senatore a vita,  Muti non potrà  mai esserlo, prendendo il suo posto ( come si andava dicendo ed auspicando alla viglia della nomina di Abbado, dai suoi estimatori);  per ragioni di opportunità, ma anche perchè Muti non lo vorrebbe mai per...

domenica 29 settembre 2013

Tragica orchestra sinfonica del cav. berlusconi

Sulla copertina del mensile di musica 'Applausi' che dirigevamo, nel numero di febbraio del 1995,  si mostrava  un fotomontaggio. Al celebre storico manifesto de 'I Pagliacci' di Leoncavallo, il manichino aveva  la faccia di Berlusconi. Si poteva vedere, di conseguenza, su uno sfondo rosso sangue, il protagonista vestito di bianco - una camicia di forza, per la verità - con la faccia del Cav. Sotto, la scritta: ' Orchestra ' I pagliacci' del cav. Berlusconi. Concerto annullato'. Riferimento chiarissimo  all'azione del governo ed alle sue maldestre uscite, con quell'orchestra di incompetenti ed improvvisatori. Nell'orchestrina allora suonavano  'la spalla' Letta, zio- allora come ora - poi tutti i bossiani, una lega vera e propria, i fiati - poveri loro che dagli strumenti riuscivano ad emettere solo suoni sconnessi e maleodoranti (  una curiosità: nei fiati dominavano cognomi con la finale in 'oni' , Maroni e Speroni  tra gli altri, che tante rime evocavano e stimolavano) ; le percussioni  erano guidate da Fini; e nelle file dei contrabbassi, al primo leggio 'stabat'  Ferrara, Giulianone. Nel frattempo in quell'orchestra, ai vari leggii, molti si sono avvicendati, anche perchè in alcune stagioni ha suonato nei ridotti e nelle sale di paese. Oggi la spalla è sempre Letta, zio, che però è costretto a mettersi da parte quando  suona Verdini o  Santanchè, spalle 'autorevolissime' anche se troppo rumorose; le percussioni sono in cerca di sostituti, dopo l'addio di Fini, mentre per i fiati   a seguito della defezione dei bossiani e maroniani, sono stati reclutati Bondi e signora, Gasparri, Cicchitto, Ghedini - i primi due riconfermati, anche  se ripresi dal direttore stabile per uscite fuori tempo; mentre il solo Ferrara,  è tuttora  incatenato al suo contrabbasso. Nel frattempo, il  grande contrabbassista va a sentire regolarmente i concerti romani delle altre orchestre - un modo geniale per reclutare  nuovo pubblico: far suonare  gente nuova nell'Orchestra del cav. Berlusconi, per appassionarla alla musica.
 L'ultima svolta nel cartellone dell'orchestra è la trasformazione da 'comica' in 'tragica'. E siamo ai nostri giorni. Il prossimo concerto si inizia con 'marcia per l'impiccagione del tiranno' del nostro Cimarosa, per terminare con il Dies Irae per il cavaliere, giorno d'ira non più così lontano. Mentre è stato cancellata 'o patria mia, mai più ti rivedrò' che avrebbe dovuto cantare il cavaliere in persona, per  evidente falsità espressiva.