Ora finalmente Giorgio Battistelli, compositore di fama- come si scrive nel suo volantino elettorale- può dormire sonni tranquilli, perchè dopo aver aspirato a tutti gli incarichi possibili in ambito musicale, l'elezione a sindaco di Albano Laziale - dove si è presentato con lista propria assieme all'altra decina di candidati alla poltrona di sindaco e agli oltre settecento candidati consiglieri -l'avrebbe costretto a lasciarli, a meno che non pensasse di fare il sindaco come è costretto a fare anche per gli altri impegni. I quali, dato l'altro numero, a farli bene sarebbe costretto a domandare alla natura di fare per lui, e per lui solo, una giornata di quarant'otto ore almeno.
Ora si può tranquillizzare. Al Comune di Albano Laziale, sua cittadina natia, ci sarà il ballottaggio fra il candidato sindaco uscente, Marini, del PD, ed il candidato di Forza Italia, Benedetti, risultati primi due per le preferenze di lista loro accordate.
Battistelli, giunto buon terzo, è dunque escluso dal ballottaggio che si terrà il 14 di questo mese. Battistelli, va ricordato che si presentava contro la stessa lista del candidato sindaco del PD, e cioè Marini - qualcosa di assai simile a quanto accaduto in quel di Genova che ha portato alla sconfitta della Paita. Così presentandosi, con una lista sua, Battistelli pensava di essere eletto, quale padre della patria (Albano Laziale) con suffragio plebiscitario. Che non è stato.
Ora può finalmente tornare ad occuparsi della direzione artistica dell'Orchestra Toscana, e di quella ( a mezzadria) all'Opera di Roma, della presidenza della Società Barattelli, del consiglio di amministrazione dell'Accademia di Santa Cecilia e anche della composizione, sua attività principale e più antica. E già avrà tanto a fare, anche senza la poltrona di sindaco ad Albano Laziale.
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martedì 2 giugno 2015
martedì 14 ottobre 2014
Il TAR del Lazio aveva un figlio. Il TAR della Liguria, invece, no. Sul caso dell'alluvione a Genova
Le notizie che ci giungono questi giorni da Genova, per la seconda volta nel giro di tre anni invasa dalle acque, riportano in primo piano il ruolo dei tribunali amministrativi regionali, conosciuti come TAR, ma la stessa cosa vale anche per il Consiglio di Stato, ai quali ci si può rivolgere in tutte le occasioni in cui è in discussione un atto amministrativo - come ad esempio l'attribuzione di un appalto, a seguito di gara pubblica, qualora si ravvisi, non importa di quale genere od entità, una qualche irregolarità di carattere amministrativo. Ciò garantisce un cittadino o un'impresa che si ritenga ingiustamente escluso - e bene fa - ma nello stesso tempo, talvolta, crea più danni di quanti la sua esistenza vorrebbe e dovrebbe evitare.
Come appunto nel caso di Genova, dove, a seguito dell'alluvione del 2011, furono stanziati una trentina di milioni per effettuare quei lavori che da molti anni si sa quali sono e che non sono stati effettuati appunto per un ricorso al TAR della ditta esclusa dall'appalto.
Al TAR evidentemente è importato meno che, per difendere gli interessi economici di un'azienda, ha fatto abbattere su una intera città un'alluvione che l'ha letteralmente sommersa, come puntualmente è accaduto questi giorni, nonostante che i fondi siano stati stanziati e siano materialmente disponibili per i lavori dal 2011.
Sembra che ora nella prossima legge di stabilità il governo sia intenzionato a disporre che se dei lavori sono urgenti, e hanno a che fare con la incolumità della comunità, come tutti quelli che riguardano l'enorme dissesto idrogeologico delle nostre contrade, si potrà procedere anche in presenza di un ricorso al tribunale amministrativo, salvo poi a risarcire con un indennizzo la ditta esclusa, qualora le sue ragioni venissero accolte.
Il TAR non ha avuto colpe? Tante volte alcune sue sentenze hanno lasciato tutti a bocca aperta, salvo poi ad essere capovolte in un grado di giudizio diverso e successivo, al punto che l'eliminazione di tali tribunali, che hanno ingolfato ancora di più la nostra giustizia, è vista da alcuni con grande interesse.
Il caso tragico di Genova ci ha fatto venire alla mente un curioso episodio che ci occorse anni fa, quando insegnavamo in Conservatorio. Più d'una decina di anni fa, per gli esami da privatista si presentò un ragazzo accompagnato dal padre. Il quale padre aveva preventivamente telefonato, credo anche a noi, per dirci che lui era un alto, altissimo dirigente del TAR del Lazio e che si metteva a nostra disposizione nel caso avessimo avuto necessità di rivolgerci al tribunale amministrativo. Non non ne avevamo bisogno e quand'anche ne avessimo avuto, non ci saremmo mai rivolti né a lui e a nessun altro per godere di qualche scorciatoia o favoritismo. Capimmo, naturalmente, la sottile ingerenza e pressione che si voleva fare con quella presentazione.
Il ragazzo andò male all'esame. Il padre appena ne ebbe notizia minacciò un ricorso al 'suo' tribunale. Ora, non ricordiamo più, perchè sono passati molti anni, come finì la storia, né come andò l'esame ripetuto nella sessione autunnale. Fatto sta che quella pressione voleva intimorire i componenti della commissione la quale fece sapere al 'figlio' del TAR e di conseguenza a suo padre, altissimo dirigente del tribunale laziale, che, qualora avesse ravvisato qualche irregolarità nello svolgimento dell'esame od una valutazione non corrispondente all'esame medesimo, poteva far ricorso. E la commissione ripetere l'esame qualora il ricorso fosse stato accolto.
Quando pensiamo a quel padre che avrebbe potuto non far valere con tempestività la sua alta carica all'interno del TAR laziale e contemporaneamente ai giudici del TAR ligure che non hanno dato corso immediato alla sentenza del ricorso che avrebbe potuto far fare i lavori a Genova, beh, un pò di rabbia ci prende, perché la lentezza del tribunale ligure, che doveva giudicare su un interesse collettivo non fa il paio con la sollecitudine mostrata da quel padre che invece voleva approfittarne per interesse privato.
Come appunto nel caso di Genova, dove, a seguito dell'alluvione del 2011, furono stanziati una trentina di milioni per effettuare quei lavori che da molti anni si sa quali sono e che non sono stati effettuati appunto per un ricorso al TAR della ditta esclusa dall'appalto.
Al TAR evidentemente è importato meno che, per difendere gli interessi economici di un'azienda, ha fatto abbattere su una intera città un'alluvione che l'ha letteralmente sommersa, come puntualmente è accaduto questi giorni, nonostante che i fondi siano stati stanziati e siano materialmente disponibili per i lavori dal 2011.
Sembra che ora nella prossima legge di stabilità il governo sia intenzionato a disporre che se dei lavori sono urgenti, e hanno a che fare con la incolumità della comunità, come tutti quelli che riguardano l'enorme dissesto idrogeologico delle nostre contrade, si potrà procedere anche in presenza di un ricorso al tribunale amministrativo, salvo poi a risarcire con un indennizzo la ditta esclusa, qualora le sue ragioni venissero accolte.
Il TAR non ha avuto colpe? Tante volte alcune sue sentenze hanno lasciato tutti a bocca aperta, salvo poi ad essere capovolte in un grado di giudizio diverso e successivo, al punto che l'eliminazione di tali tribunali, che hanno ingolfato ancora di più la nostra giustizia, è vista da alcuni con grande interesse.
Il caso tragico di Genova ci ha fatto venire alla mente un curioso episodio che ci occorse anni fa, quando insegnavamo in Conservatorio. Più d'una decina di anni fa, per gli esami da privatista si presentò un ragazzo accompagnato dal padre. Il quale padre aveva preventivamente telefonato, credo anche a noi, per dirci che lui era un alto, altissimo dirigente del TAR del Lazio e che si metteva a nostra disposizione nel caso avessimo avuto necessità di rivolgerci al tribunale amministrativo. Non non ne avevamo bisogno e quand'anche ne avessimo avuto, non ci saremmo mai rivolti né a lui e a nessun altro per godere di qualche scorciatoia o favoritismo. Capimmo, naturalmente, la sottile ingerenza e pressione che si voleva fare con quella presentazione.
Il ragazzo andò male all'esame. Il padre appena ne ebbe notizia minacciò un ricorso al 'suo' tribunale. Ora, non ricordiamo più, perchè sono passati molti anni, come finì la storia, né come andò l'esame ripetuto nella sessione autunnale. Fatto sta che quella pressione voleva intimorire i componenti della commissione la quale fece sapere al 'figlio' del TAR e di conseguenza a suo padre, altissimo dirigente del tribunale laziale, che, qualora avesse ravvisato qualche irregolarità nello svolgimento dell'esame od una valutazione non corrispondente all'esame medesimo, poteva far ricorso. E la commissione ripetere l'esame qualora il ricorso fosse stato accolto.
Quando pensiamo a quel padre che avrebbe potuto non far valere con tempestività la sua alta carica all'interno del TAR laziale e contemporaneamente ai giudici del TAR ligure che non hanno dato corso immediato alla sentenza del ricorso che avrebbe potuto far fare i lavori a Genova, beh, un pò di rabbia ci prende, perché la lentezza del tribunale ligure, che doveva giudicare su un interesse collettivo non fa il paio con la sollecitudine mostrata da quel padre che invece voleva approfittarne per interesse privato.
mercoledì 24 settembre 2014
Dai grandi romanzi sentimentali al diavolo che va chiamato con il suo vero nome: le corna. I teatri di napoli bari,firenze,genova,torino e ... nella bufera.
Chi non ha avuto la fortuna ed il piacere di leggere il libretto della nuova opera che si rappresenta al san Carlo di Napoli 'Attacchet 'a san Francisc, san Gennaro nun te vole cchiù', firmato dallo Shakespeare re-DiVivo del golfo, non può capire che cosa si è perso. Nicole' mmar si scambia tenere effusioni con la Rosann che non dimenticherà mai e dalla quale ora, solo per necessità costretto ad emigrare a Broccolino, deve separarsi. Diviso ma sempre unito. E intanto a Napoli la vedova per forza, cerca un nuovo 'scaldaletto', pensando alle freddi notti invernali. E' la storia racontata, con un lungo comunicato che ha lo spesore di un romanzo, il divorzio fra Luisotti e Purchie, u' Commissar, e Vincienz. un harem.
Una lettera d'amore, come quella napoletana, l'Orchestra dell'Opera di Roma pretendeva da Muti, in punto di separarsi, e non l'ha avuta; ma, incredula, s' è attaccato a tutto, anche a dire che la lettera in cui veniva annunciata la separazione, della quale è stato rivelato solo qualche passaggio, a guisa di quella degli amanti napuletani, qualche parola sull' antico grande amore deve esserci. tenuto però debitamente nascosto dai vertici del teatro che vogliono addossare la colpa della separazione unicamente agli orchestrali, ai quali non è bastato avere in casa una moglie ed amante così avvenente e spiritosa, come Muti, ma pretendevano anche continuare ad andare ogni settimana a fare shopping in via dei Condotti.
Ma... come in tutti i matrimoni che si sfasciano, anche in quello fra musicisti e orchestre o fra musicisti e teatri, meglio abbandonare i toni caramellosi e chiamare il diavolo con le corna: soldi. E' la parola che non si vuole pronunciare per non macchiare una passione, benché tutti sanno che quando due si separano rivogliono indietro i regali di una volta ed esigono una buonuscita per i reciproci servizi rinfacciati.
I soldi sono finiti. L'hanno capito i protagonisti delle nostre storie, o continuano ancora ad illudersi che gratta gratta se ne possono anche oggi avere di più? Nessuno vuole perdere i mezzi per la propria sussistenza, anche più che decorosa, ma pretendere di avere anche i soldi per andare una sera sì e l'altra pure al ristorante non è più possibile nè in Italia nè nel resto del mondo - come fanno sapere le notizie allarmanti che giungono da tanti teatri che un tempo navigavano in acque felici e tranquille. E che oggi, per poter proseguire la navigazione non vogliono erto togliere l'aria a chi ci lavora, ma ridimensionare accessori di un tempo sì.
Nei tanti teatri dei quali si sente dire che c'è un giro di poltrone fra direttori, più in uscita che in entrata, non hanno pensato in tempo a fare a meno del superfluo ed oggi si trovano nella merda, letteralmente. Solo chi ci ha pensato in tempo resiste e può tentare di superare il terremoto economico; gli altri no. Ciò non vuol dire che in quei teatri felicemente in navigazione, non ci siano tensioni: verranno fuori al momento della separazione fra vertici, consensuale o traummatica, ora però possono pensare a proseguire il cammino.
E del resto che di soldi si tratta, seppur nessuno li nomini apertamente, è evidente se si considerano i casi dei teatri di Torino, Genova, Bari, Palermo, Bologna, Firenze oltre che Roma e Napoli . Per il momento non si sente parlare di Milano (s'è già detto fin troppo!) di Cagliari - se n'è già parlato tanto in primavera al momento dell'insediamento di Mauro Meli - Trieste, dove anche il sito del teatro, guidato da Orazi, è in costruzione, figurarsi l'attività artistica e la stagione e Verona, dove tosi governa per bocca del suo commercialista (o geometra?) Girondini, avendo a proprio favore le entrate stratosferiche dell'immenso anfiteatro. Le cui fortune qualche illuso, o in malafede, spera di far piovere anche al sud, e precisamente a Pompei, con la nascita, benedetta dal Ministero di Franceschini e Nastasi- assentissimo in tutto e da anni, tranne che nella cura di interessi personali ( la mogliettina di Nastasi lavora al San Carlo!!!!) di un nuovo improbabile festival affidato ad una delle bacchette internazionali di maggior prestigio,Veronesi, seguito dall'orchestra del Bellini di Catania che con i Berliner - non per semplice assonanza - condivide prestanza a fama nel mondo, e per i secoli.
Una lettera d'amore, come quella napoletana, l'Orchestra dell'Opera di Roma pretendeva da Muti, in punto di separarsi, e non l'ha avuta; ma, incredula, s' è attaccato a tutto, anche a dire che la lettera in cui veniva annunciata la separazione, della quale è stato rivelato solo qualche passaggio, a guisa di quella degli amanti napuletani, qualche parola sull' antico grande amore deve esserci. tenuto però debitamente nascosto dai vertici del teatro che vogliono addossare la colpa della separazione unicamente agli orchestrali, ai quali non è bastato avere in casa una moglie ed amante così avvenente e spiritosa, come Muti, ma pretendevano anche continuare ad andare ogni settimana a fare shopping in via dei Condotti.
Ma... come in tutti i matrimoni che si sfasciano, anche in quello fra musicisti e orchestre o fra musicisti e teatri, meglio abbandonare i toni caramellosi e chiamare il diavolo con le corna: soldi. E' la parola che non si vuole pronunciare per non macchiare una passione, benché tutti sanno che quando due si separano rivogliono indietro i regali di una volta ed esigono una buonuscita per i reciproci servizi rinfacciati.
I soldi sono finiti. L'hanno capito i protagonisti delle nostre storie, o continuano ancora ad illudersi che gratta gratta se ne possono anche oggi avere di più? Nessuno vuole perdere i mezzi per la propria sussistenza, anche più che decorosa, ma pretendere di avere anche i soldi per andare una sera sì e l'altra pure al ristorante non è più possibile nè in Italia nè nel resto del mondo - come fanno sapere le notizie allarmanti che giungono da tanti teatri che un tempo navigavano in acque felici e tranquille. E che oggi, per poter proseguire la navigazione non vogliono erto togliere l'aria a chi ci lavora, ma ridimensionare accessori di un tempo sì.
Nei tanti teatri dei quali si sente dire che c'è un giro di poltrone fra direttori, più in uscita che in entrata, non hanno pensato in tempo a fare a meno del superfluo ed oggi si trovano nella merda, letteralmente. Solo chi ci ha pensato in tempo resiste e può tentare di superare il terremoto economico; gli altri no. Ciò non vuol dire che in quei teatri felicemente in navigazione, non ci siano tensioni: verranno fuori al momento della separazione fra vertici, consensuale o traummatica, ora però possono pensare a proseguire il cammino.
E del resto che di soldi si tratta, seppur nessuno li nomini apertamente, è evidente se si considerano i casi dei teatri di Torino, Genova, Bari, Palermo, Bologna, Firenze oltre che Roma e Napoli . Per il momento non si sente parlare di Milano (s'è già detto fin troppo!) di Cagliari - se n'è già parlato tanto in primavera al momento dell'insediamento di Mauro Meli - Trieste, dove anche il sito del teatro, guidato da Orazi, è in costruzione, figurarsi l'attività artistica e la stagione e Verona, dove tosi governa per bocca del suo commercialista (o geometra?) Girondini, avendo a proprio favore le entrate stratosferiche dell'immenso anfiteatro. Le cui fortune qualche illuso, o in malafede, spera di far piovere anche al sud, e precisamente a Pompei, con la nascita, benedetta dal Ministero di Franceschini e Nastasi- assentissimo in tutto e da anni, tranne che nella cura di interessi personali ( la mogliettina di Nastasi lavora al San Carlo!!!!) di un nuovo improbabile festival affidato ad una delle bacchette internazionali di maggior prestigio,Veronesi, seguito dall'orchestra del Bellini di Catania che con i Berliner - non per semplice assonanza - condivide prestanza a fama nel mondo, e per i secoli.
sabato 15 marzo 2014
Alberto Triola. Che mestiere fa?
Alberto Triola, per molti anni nello staff artistico del Teatro alla Scala, si capisce che ha studiato da direttore artistico. Gli incarichi ricoperti nel frattempo - visto che l'ambito traguardo non l'ha ancora raggiunto, per lo meno quello desiderato (di recente s'è fatto il suo nome, assieme a quello di Mirabella, anche per la sovrintendenza del Petruzzelli di Bari) - vanno dalla direzione della 'Scuola dell'Opera' al Comunale di Bologna durante la gestione Tutino, sette/otto anni fa, alla consulenza artistica per alcuni teatri lirici, da Cagliari a Genova ( ci sono stati anche Cremona, Festival Pergolesi Spontini di Jesi, Festival di Spoleto); e nello specifico caso dei teatri, si è trattato quasi sempre di istituzioni sull'orlo di una crisi di nervi - leggi: fallimento - fino a quando non approda a Firenze, al Comunale, sotto la gestione Colombo. Nel frattempo mandando a casa Sergio Segalini - dopo 16 anni, sembra in maniera poco elegante - approda a Martina Franca per guidare il 'Festival della valle d'Itria'. Naturalemnte a casa non ce l'ha mandato lui, bensì il grande Punzi, presidente in aeternum del festival pugliese. Quando Arcà, desideroso di inseguire altre esperienze - una formula bricconcella per dire che voleva svignarsela per andare a Parma a lavorare con Fontana al Regio onde evitare le cattive acque in cui navigava a Firenze; decisione, con grande senso del tempo, assunta alla vigilia della estromissione della Colombo - Triola funge da direttore artistico al Comunale di Firenze. Poi arriva il commissario -. l'unico fra gli italiani a ricevere uno stipendio congruo per opera di Renzi - il quale chiama come consulente artistico Gianni Tangucci (Triola aveva lavorato anche al suo fianco) e lui appare nell'organigramma come 'direttore generale'. Funzione per la quale ha ora fatto la selzione dei quasi 3000 aspiranti ai posti di maschere, 26 in tutto, per il Nuovo Teatro Comunale di Firenze, che, stando alle promesse di Renzi, dovrebbe inaugurasi fra qualche mese, in coincidenza con il nuovo Maggio Fiorentino. Insomma Triola ha fatto il casting per scegliere le hostess del teatro, e ci assicura che si tratta di aspiranti altamente qualificati, addirittura taluni anche plurilaureati. Che mestiere faccia Triola, nato per fare il direttore artistico, non l'abbiamo ancora chiaro, almeno nel caso di Firenze.
lunedì 3 febbraio 2014
Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi' chi conta e chi no. Quanto guadagnano i dirigenti delle fondazioni liriche italiane
Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi', Marchionne è un 'figo' e la Cattaneo è una 'sfigata', in ragione di quanto l'uno e l'altra guadagnano, anche se onestamente. Marchionne guadagna tantissimo dunque è al vertice della considerazione di tutti i cittadini della suddetta società; la 'Cattaneo', che uno stipendio decente l'ha visto solo da quando è stata nominata da Napolitano 'senatrice a vita', di considerazione nella suddetta società non ne riceveva affatto in tutti gli anni passati fra vetrini e microscopi a fare ricerca medica e biologica. Nulla conta il fatto che le sue ricerche siano importanti e più produttive, anche in prospettiva storica, di ciò che produce Marchionne. Conta il fatto che Lei agli occhi di tutti valeva poco. E perchè, direte? Perchè nella suddetta società se guadagni molto sei qualcuno; se guadagni poco o pochissimo sei come una merda, ci si perdoni il paragone.
Ragionando secondo questa logica perversa, secondo la quale - permetteteci ancora un esempio - non c'è insegnante che valga qualcosa, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nella società, superiore a quello di Marchionne - ne siamo profondamente convinti - siamo andati a spulciare le classifiche dei compensi dei dirigenti delle fondazioni liriche e delle più importanti istituzioni musicali le quali tutte, secondo una recente legge, devono esporre nei propri siti, curriculum e compenso dei loro vertici, come anche dei collaboratori a vario titolo. Esulano da tale obbligo i compensi artistici. Per spiegarci meglio, prendendo un caso a tutti noto, quello di Pappano, direttore musicale dell'Accademia di Santa Cecilia. Pappano riceve un compenso complessivo per tale sua prestazione, a tale compenso vanno poi aggiunti i compensi per i singoli concerti diretti in sede e nelle tournée.
Premettiamo che a tale obbligo di legge non hanno ancora ottemperato parecchie fondazioni liriche delle 14 italiane, e devono farlo quanto prima perché da tale obbligo dipende la concessioni dei finanziamenti pubblici. Mancano all'appello: Milano (Scala), Roma ( Opera), Cagliari (Comunale), Trieste (Verdi) e Genova ( Carlo Felice). Ancora una premessa: esulano dai compensi menzionati i vari benefit che molti dei sovrintendenti e direttori artistici ricevono a vario titolo, quali macchina con autista, appartamento, rimborso spese di vario genere - queste ultime in linea di massima riguardano la quasi generalità dei nostri dirigenti. Nel caso della Scala ad esempio, Lissner aveva dichiarato alla Aspesi, a seguito di polemiche roventi, che lui guadagnava 400.000 Euro, ma non aveva citato i vari benefit che portano, così sembra e non è stato mai smentito, il suo costo per il teatro milanese a quasi 1 milione di Euro. Nell'elenco citeremo i compensi dei sovrintendenti e direttori artisti, ove non diversamente specificato.
Cominciamo dall'Accademia di S.Cecilia, il cui vertice 'artistico' è affollatissimo, ed ha anche un'altra anomalia, quella che il sovrintendente è, per statuto, anche direttore artistico e che perciò- così si specifica sul sito - ha due compensi che naturalmente si sommano: Cagli, 300.000 ( 200.000+100.000); Pappano, 150.000; Bucarelli, 134.000; Dall'Ongaro, 30.000; Nicoletti, 69.000; Cupolillo, 166.000. A Santa Cecilia insomma c'è un sovrintendente-direttore artistico, un direttore musicale, un segretario artistico, un consulente della direzione artistica, un vicepresidente con incarichi nella direzione artistica, un dirigente per la produzione artistica. Basta così? A proposito dello stipendio di Cagli, sembra che l'ultimo aumento se lo sia fatto Luciano Berio e che Cagli lo abbia mantenuto, beneficiandone suo malgrado.
Nella considerazione generale, relativamente ai guadagni, dopo Cagli viene Girondini, all'Arena di Verona. Girondini, 250.000; Gavazzeni, 98.000. A seguire dobbiamo mettere Musica per Roma , dove il suo amministratore delegato Fuortes guadagna 230.000 cui sono da aggiungere per i mesi in cui è stato al Petruzzelli altri 48.000. Poi c'è Pimpinella, 135.000; Severini, 100.000; Pizzo, 48.000
Procediamo con ordine, decrescente. Teatro Regio di Torino. Vergnano, 187.150; Noseda 53.140.
Vergnano è fra i sovrintendenti quello che vanta la più lunga permanenza 'consecutiva' al vertice di un teatro - altrimenti lo supererebbe Cagli; e per Noseda, a quel compenso vanno aggiunti i guadagni per i singoli concerti ed opere che dirige nel corso dell'anno e nelle tournée, come per Pappano. Segue La Fenice di Venezia, l'unico teatro con bilanci solidi e programmazione davvero innovativa. Chiarot, 167.658; Ortombina, 165.000, Conte, 80.000.
Napoli, commissariata perchè in bancarotta, al vertice del San Carlo compensa così : Purchia, 151.678; De Vivo, 80.000. Al Comunale di Bologna: Ernani,112.246,Sani 68.640.
Al Teatro del Maggio fiorentino, commissariato, il commissario Bianchi,103.000,Tangucci 100.000.
Petruzzelli di Bari: di Fuortes abbiamo già detto ( 48.000); Donnini 46.800;Pizzo, 10.000. Per il teatro barese sarebbero necessarie alcune spiegazioni, perchè i contratti riguardano periodi brevissimi. insomma c'è un pò di confusione sotto il cielo; e nella speranza che ci si accorga delle incongruenze, si continui a gridare nel frattempo al miracolo di aver imbandito una tavola con due pani e due pesci, giacchè siamo in città marina.
Per il Massimo di Palermo, commissariato, a fronte dei compensi qui di seguito riportati, va esteso il discorso già fatto per il petruzzelli di Bari. Iozzia, 60.000; Amato, 20.000.
Citiamo , per curiosità un teatro che non è fondazione lirica, il Teatro Regio di Parma: Fontana 140.000; Arcà, 100.000, i cui compensi nonostante la più ridotta attività sono agli stessi livelli delle fondazioni liriche, anche le più attive.
C'è da aggiungere che ad eccezione del commissario messo da Renzi a Firenze, gli altri commissari lavorano gratuitamente (Palermo, Napoli).
E per i direttori musicali, principali o stabili a seconda dei casi, Rustioni, a Bari, lo è a titolo gratuito; stesso discorso per Matheuz a Venezia, che non è neanche citato; e forse anche per Muti , direttore 'onorario a vita', a Roma, come anche per Zubin Mehta a Firenze. Non sappiamo di Barenboim alla Scala, come anche di Luisotti a Napoli.
Al termine di questa sufficientemente eloquente sequenza di cifre, si può concordare con coloro i quali sosterrebbero che chi guadagna di più vale e rende di più, oltre ad avere una responsabilità più grande? Certamente no. Perchè i vari compensi non sono mai messi in rapporto ad una buona amministrazione, perchè se così fosse, ogni volta che un teatro viene commissariato - e i casi sono molti e ricorrenti - i resposnabili del disastro dovrebbero rispondere della loro cattiva amministrazione. Nè si può dire che i compensi vanno messi in relazione alle maggiori o minori responsabilità amministrative, se, nel caso di Cagli, abbiamo il compenso più alto per il bilancio più piccolo. E allora? Allora continua ad esserci troppo disordine sotto il cielo della musica in Italia; anche perchè nessuno si decide a mettere ordine.
ULTIM'ORA. Anche l'Opera di Roma ha reso noti i compensi dei suoi masismi dirigenti: Fuortes 13.000 Euro, Vlad 95.000; De Martino , mandato via da sovrintendente, ma paracadutato nell'incairico di direttore generale e del personale, ha un compneso di Euro 180.000. UNA VERGOGNA. Doivrebbe pagare aòl tetaro i dieci milioni di buco fattoi in un solo anno.
Ragionando secondo questa logica perversa, secondo la quale - permetteteci ancora un esempio - non c'è insegnante che valga qualcosa, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nella società, superiore a quello di Marchionne - ne siamo profondamente convinti - siamo andati a spulciare le classifiche dei compensi dei dirigenti delle fondazioni liriche e delle più importanti istituzioni musicali le quali tutte, secondo una recente legge, devono esporre nei propri siti, curriculum e compenso dei loro vertici, come anche dei collaboratori a vario titolo. Esulano da tale obbligo i compensi artistici. Per spiegarci meglio, prendendo un caso a tutti noto, quello di Pappano, direttore musicale dell'Accademia di Santa Cecilia. Pappano riceve un compenso complessivo per tale sua prestazione, a tale compenso vanno poi aggiunti i compensi per i singoli concerti diretti in sede e nelle tournée.
Premettiamo che a tale obbligo di legge non hanno ancora ottemperato parecchie fondazioni liriche delle 14 italiane, e devono farlo quanto prima perché da tale obbligo dipende la concessioni dei finanziamenti pubblici. Mancano all'appello: Milano (Scala), Roma ( Opera), Cagliari (Comunale), Trieste (Verdi) e Genova ( Carlo Felice). Ancora una premessa: esulano dai compensi menzionati i vari benefit che molti dei sovrintendenti e direttori artistici ricevono a vario titolo, quali macchina con autista, appartamento, rimborso spese di vario genere - queste ultime in linea di massima riguardano la quasi generalità dei nostri dirigenti. Nel caso della Scala ad esempio, Lissner aveva dichiarato alla Aspesi, a seguito di polemiche roventi, che lui guadagnava 400.000 Euro, ma non aveva citato i vari benefit che portano, così sembra e non è stato mai smentito, il suo costo per il teatro milanese a quasi 1 milione di Euro. Nell'elenco citeremo i compensi dei sovrintendenti e direttori artisti, ove non diversamente specificato.
Cominciamo dall'Accademia di S.Cecilia, il cui vertice 'artistico' è affollatissimo, ed ha anche un'altra anomalia, quella che il sovrintendente è, per statuto, anche direttore artistico e che perciò- così si specifica sul sito - ha due compensi che naturalmente si sommano: Cagli, 300.000 ( 200.000+100.000); Pappano, 150.000; Bucarelli, 134.000; Dall'Ongaro, 30.000; Nicoletti, 69.000; Cupolillo, 166.000. A Santa Cecilia insomma c'è un sovrintendente-direttore artistico, un direttore musicale, un segretario artistico, un consulente della direzione artistica, un vicepresidente con incarichi nella direzione artistica, un dirigente per la produzione artistica. Basta così? A proposito dello stipendio di Cagli, sembra che l'ultimo aumento se lo sia fatto Luciano Berio e che Cagli lo abbia mantenuto, beneficiandone suo malgrado.
Nella considerazione generale, relativamente ai guadagni, dopo Cagli viene Girondini, all'Arena di Verona. Girondini, 250.000; Gavazzeni, 98.000. A seguire dobbiamo mettere Musica per Roma , dove il suo amministratore delegato Fuortes guadagna 230.000 cui sono da aggiungere per i mesi in cui è stato al Petruzzelli altri 48.000. Poi c'è Pimpinella, 135.000; Severini, 100.000; Pizzo, 48.000
Procediamo con ordine, decrescente. Teatro Regio di Torino. Vergnano, 187.150; Noseda 53.140.
Vergnano è fra i sovrintendenti quello che vanta la più lunga permanenza 'consecutiva' al vertice di un teatro - altrimenti lo supererebbe Cagli; e per Noseda, a quel compenso vanno aggiunti i guadagni per i singoli concerti ed opere che dirige nel corso dell'anno e nelle tournée, come per Pappano. Segue La Fenice di Venezia, l'unico teatro con bilanci solidi e programmazione davvero innovativa. Chiarot, 167.658; Ortombina, 165.000, Conte, 80.000.
Napoli, commissariata perchè in bancarotta, al vertice del San Carlo compensa così : Purchia, 151.678; De Vivo, 80.000. Al Comunale di Bologna: Ernani,112.246,Sani 68.640.
Al Teatro del Maggio fiorentino, commissariato, il commissario Bianchi,103.000,Tangucci 100.000.
Petruzzelli di Bari: di Fuortes abbiamo già detto ( 48.000); Donnini 46.800;Pizzo, 10.000. Per il teatro barese sarebbero necessarie alcune spiegazioni, perchè i contratti riguardano periodi brevissimi. insomma c'è un pò di confusione sotto il cielo; e nella speranza che ci si accorga delle incongruenze, si continui a gridare nel frattempo al miracolo di aver imbandito una tavola con due pani e due pesci, giacchè siamo in città marina.
Per il Massimo di Palermo, commissariato, a fronte dei compensi qui di seguito riportati, va esteso il discorso già fatto per il petruzzelli di Bari. Iozzia, 60.000; Amato, 20.000.
Citiamo , per curiosità un teatro che non è fondazione lirica, il Teatro Regio di Parma: Fontana 140.000; Arcà, 100.000, i cui compensi nonostante la più ridotta attività sono agli stessi livelli delle fondazioni liriche, anche le più attive.
C'è da aggiungere che ad eccezione del commissario messo da Renzi a Firenze, gli altri commissari lavorano gratuitamente (Palermo, Napoli).
E per i direttori musicali, principali o stabili a seconda dei casi, Rustioni, a Bari, lo è a titolo gratuito; stesso discorso per Matheuz a Venezia, che non è neanche citato; e forse anche per Muti , direttore 'onorario a vita', a Roma, come anche per Zubin Mehta a Firenze. Non sappiamo di Barenboim alla Scala, come anche di Luisotti a Napoli.
Al termine di questa sufficientemente eloquente sequenza di cifre, si può concordare con coloro i quali sosterrebbero che chi guadagna di più vale e rende di più, oltre ad avere una responsabilità più grande? Certamente no. Perchè i vari compensi non sono mai messi in rapporto ad una buona amministrazione, perchè se così fosse, ogni volta che un teatro viene commissariato - e i casi sono molti e ricorrenti - i resposnabili del disastro dovrebbero rispondere della loro cattiva amministrazione. Nè si può dire che i compensi vanno messi in relazione alle maggiori o minori responsabilità amministrative, se, nel caso di Cagli, abbiamo il compenso più alto per il bilancio più piccolo. E allora? Allora continua ad esserci troppo disordine sotto il cielo della musica in Italia; anche perchè nessuno si decide a mettere ordine.
ULTIM'ORA. Anche l'Opera di Roma ha reso noti i compensi dei suoi masismi dirigenti: Fuortes 13.000 Euro, Vlad 95.000; De Martino , mandato via da sovrintendente, ma paracadutato nell'incairico di direttore generale e del personale, ha un compneso di Euro 180.000. UNA VERGOGNA. Doivrebbe pagare aòl tetaro i dieci milioni di buco fattoi in un solo anno.
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