Visualizzazione post con etichetta bocelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bocelli. Mostra tutti i post

giovedì 7 giugno 2018

Lisette Oropesa vecchia e nuova. Da quaranta chili fa ad oggi . Riflessioni sull'aspetto fisico

Il soprano trentacinquenne Lisette Oropesa, nei prossimi mesi impegnatissima anche in Italia, ha rilasciato una intervista a Valerio Cappelli del Corriere, ripresa anche da Dagospia,  per l'enorme interesse scientifico suscitato. Racconta l' avventura nella quale si è imbarcata cinque anni fa, quando le hanno detto che  con tutti quei chili addosso non avrebbe trovato lavoro, perchè oggi, anche nella lirica conta moltissimo l'aspetto fisico.

E allora Pavarotti, la Caballè o la Norman? Oggi non avrebbero avuto la carriera che hanno avuto. Perchè con quelle stazze sarebbe difficile oggi calcare i palcoscenici lirici, sui quali vediamo sfilare solo  belli o belle che cantano. Sarà vero?

In parte sì,  ma solo in parte, perchè da Maria Callas in poi presentarsi in certi ruoli con decine di chili in più può renderli poco credibili. Ad una Violetta che pesa cento chili, certo pochi crederebbero. Ma, se avesse la più bella voce del mondo, allora, molti chiuderebbero un occhio o forse tutti e due sulla sua taglia extra extra large.

 Non dimentichiamo che Pavarotti ha cantato fino alla morte anche in ruoli  che  secondo questa logica non avrebbe dovuto mai  e poi mai affrontare, come Bohème ( comunque meglio Pavarotti, bello in carne,  nel ruolo del poeta squattrinato, che Bocelli, fisico più adatto, ma squattrinato di voce); e che la Caballè nonostante il sovrappeso si è sempre mossa in Palcoscenico come una farfalla, quella voce le metteva le ali.

 E ancora oggi ci sono cantanti maschi e femmine - soprattutto femmine, maggiormente interessate all'apparire - che non hanno un fisico da mannequin, ma che continuano a cantare  e bene. Il caso della Netrebko che ha messo su un pò di chili, e che, certamente, ha perso parte del suo fascino fisico che aveva in palcoscenico qualche anno fa, ne è un esempio lampante, e nessuno le chiederà di perdere peso per continuare la carriera.

Diversamente, se una cantante è in sovrappeso, meglio è obesa, la questione da  semplicemente estetica si trasforma in doverosamente medica. Quella cantante deve perdere peso perchè tutto il grasso in eccesso, non le fa bene. Come nel caso della Oropesa che aveva, cinque anni fa, quaranta chili in più: come se nei suoi abiti ci fosse non una ma due Lisette. E' chiaro che doveva dimagrire, lo ha fatto con intelligenza, in cinque anni, gradatamente, seguita da consigli e controlli medici e cambiando vita ed  anche alimentazione, immaginiamo; ed oggi continua  a cantare ma sta anche bene.

 Oggi è un'altra persona, sta meglio, e si piace di più; ha cambiato anche voce, ma non per effetto del dimagrimento. Noi  che  oggi ne ammiriamo la forza di volontà e la cura della sua persona, le avremmo dato il medesimo consiglio dei dirigenti del Metropolitan di anni fa: con quel fisico non farai carriera.Vero, perchè con quel fisico rischiava di star male, molto male, e, di conseguenza, di non poter più cantare.

 Piccola postilla, a proposito di aspetto fisico.  Non c'è solo la massa corporea, l'altezza e qualche altra cosa da considerare per l'avvio a certe professioni. C'è anche la faccia. Quante facce da fessi sono in circolazione, non solo in palcoscenico? Eppure nessuno gli va a dire: con quella faccia dove vai, mentre sarebbe davvero caritatevole dirglielo.


sabato 16 settembre 2017

Marco Travaglio ha visto giusto su Virginia Raggi e sui suoi disastri romani. Altro che ironia

Adesso che Di Maio, obtorto collo (che sceneggiata!), ha deciso di accettare la candidatura a premier, per il suo movimento, candidatura che lo porterà anche a reggere le sorti del partito - ma non si criticava Renzi perchè da premier guidava anche la segreteria del PD? - vien da convincersi che i guai non vengono mai da soli. Non bastava Raggi, ci voleva anche Di Maio? L'unica speranza è che il popolo degli elettori si ravveda e non faccia l'ulteriore tragico errore di mettere, dopo Roma, anche l'Italia, nelle mani di un perfetto incapace, alle prime armi con l'amministrazione pubblica, non di una città ma del paese. Dio ce ne scampi!

 Ma adesso che il pericolo Di Maio è ancora lontano e ci sarebbe tempo per scongiurarlo, vogliamo fermarci alla Raggi, che Travaglio nei giorni scorsi ha difeso a spada tratta contro tutti quelli che vorrebbero ritenerla responsabile di tutti i mali di Roma passati e presenti, compreso - ironizzava il giornalista - un eventuale futuro assalto di cavallette e l' invasione dei dinosauri.

Per le cavallette ed anche per i dinosauri Travaglio ha buon gioco a difendere la Raggi. Ma, per quasi tutto il resto tirato in ballo, con acuta ironia, no.

Ieri s'è venuto a sapere, dopo la paventata epidemia del morso della zanzara tigre che sta colpendo, in modo particolare nel Lazio, ed anche a Roma, ma che si teme colpirà ancora fino a quando il clima non diventerà freddo, che l'assessore Montanari, ad aprile quando si doveva prevenire, non ha dato seguito alla normale disinfestazione, per il timore di nuocere all'ambiente. Cioè quei disinfettanti che gli avvisi affissi nei vari condomini, che a loro volta praticano la disinfestazione in spazi privati, assicurano non essere nocivi per le persone, lo sarebbero, secondo la assessora alla monnezza, per l'ambiente. Fatto sta che la mancata generale disinfestazione  pubblica ha fatto sì che le larve con il clima caldo si schiudessero e facessero uscire le temibili zanzare.
 La Raggi non ha ascoltato neanche il primo allarme nei primi giorni di settembre, quando la si invitava a provvedere con urgenza, anche se troppo tardi, alla disinfestazione. Lei ha atteso una settimana, consentendo ad altre zanzare di volare libere e mordere gli ignari incolpevoli cittadini.

La disinfestazione da sola non basta, Travaglio; occorre anche che i cassonetti per la raccolta dei rifiuti vengano regolarmente svuotati  e disinfettati per evitare, dopo le zanzare, anche i ratti che ora girano indisturbati a pascersi nella monnezza.

Travaglio, scherzi ed ironia a parte, dovrebbe spiegare perchè non dovremmo attribuire alla Raggi la responsabilità - che è sua e solo sua - di questi disastri.

Il direttore del Il Fatto Quotidiano che ieri si è improvvisato critico musicale del suo giornale, per il concerto di Bocelli al Colosseo, dove naturalmente era ospite: due ore di bellezza, ha scritto, dimostrando di non avere nessuna contezza del dozzinale spettacolo (perchè non ha chiesto a Isotta di scriverne?), avrebbe dovuto prestare ascolto al lapsus di Bocelli, il quale nell'Inno a Roma di Puccini, avrebbe cantato, se abbiamo sentito bene, rivolto al 'Sole che sorge,: non vedrai nessuna cosa al mondo peggior ( maggior, dice il testo originale) di Roma, sotto la Raggi. Alla quale, presente al concerto, sono sicuramente fischiate le orecchie

venerdì 15 settembre 2017

Da Pavarotti a Bocelli. Dall'Arena di Verona al Colosseo. La solita minestra scipita e riscaldata

Verrebbe da dire, rubando il titolo ad uno dei più banali show televisivi di imitatori ( ormai la tv propone giornalmente da settimane canzoni e imitazioni, con una ricchezza e varietà inaudite) 'tale e quale show'. Cambiano i protagonisti: prima Pavarotti ( in effigie) e poi Bocelli in carne ed ossa; cambia la cosiddetta 'location' ( che merda di termine!): dall'arena veronese a quella romana, ma la solfa è sempre la stessa. Un presentatore, appena venuto via dai 'bagni della versiliana' da una parte, una signora, che gioca  ancora a fare la ragazza, con capelli lunghi e completamente sbracciata, mentre avrebbe fatto meglio a coprirsele, oltre che tirata in faccia dall'altra. Ma l'uno e l'altra con la propria scuderia di autori che, a fine programma, viene ringraziata - non si capisce per quale  lavoro - con il prammatico, ma ridicolo: ringrazio i MIEI AUTORI.

E, nel mezzo, la solita sfilata in arena di nani, ballerine e canterini che si esibiscono nel circo televisivo - mancano solo i leoni pronti ad azzannarli - con una accozzaglia di brani, preceduti da insulse introduzioni, puntellate da immancabili flash su volti noti, seduti in platea; dall'una e dall'altra parte, la 'prezzemolina' Mantovani, vedova Pavarotti, che quest'anno s' è dimessa ( ?) da qualunque incarico, per seguire personalmente le infinite celebrazioni del decennale della morte del tenorissimo.

Dall'una e dall'altra parte la solita contaminazione (ma non è un termine che al solo pronunciarlo genera qualche epidemia?) di generi, di cantanti, al punto da produrre una vera confusione in chi guarda lo spettacolo da casa: ma Bocelli  non avrebbe fatto meglio a cantare canzonette, lasciando ad altri il resto, a quegli stessi che, invece, hanno cantato canzonette e potevano meglio figurare interpretando altri repertori? Per non dire poi del bel figlio grande di Bocelli - Matteo -  un bel manichino che ha cantato tutto 'ingolato' e che, giusto il consiglio del padre, se vuol proseguire, farebbe bene a studiare per impostare tecnicamente la voce.

Al Colosseo, con la rabbia dei leoni che guardavano il palcoscenico e ruggivano fintamente dai megaschermi, andando su e già per le gradinate senza poter azzannare nessuno, si sono visti cantanti ( soprano) e strumentisti ( violinista) belle e giovani, diversamente non  salivano su quel palcoscenico, dove pure s'è fatta vedere, spiritosa e sciolta, una irriconoscibile Sharon Stone  ( in 'Basic instinct' non era certamente lei, quanto meno non era quella di ieri sera), e poi anche i 'sempre verdi' Elton John, che ha tenuto la scena per una mezz'oretta suonando e cantando, dopo aver dichiarato la sua stima incondizionata per Bocelli. E c'era anche Renato Zero, che ha iscritto di diritto Bocelli  nella lista dei 'sorcioni'.

Della leggenda (?) del rock, di lontane origini italiane, Steven Tyler (Aerosmith), non possiamo dire se non che, per quanto ci siamo sforzati, non abbiamo capito se stava bene o meno.  Anche i '2 Cellos' hanno fatto la loro figuretta e poi tutti insieme a cantare IMAGINE, con cui si è conclusa la serata, al centro della quale va citata la JuniOrchestra  ed il Coro dell'Accademia di S.Cecilia; diretti dal podio, con qualche alternanza, da Serio, e da un altro direttore che, di fatto, ha retto buona parte della serata, ma che non è stato né citato né ringraziato, chiamato per nome.

Ma prima Bocelli ha riproposto, come omaggio alla città che aveva ospitato la sua serata benefica, il celebre Inno a Roma di Puccini, cantando il quale, per un lapsus, ha detto rivolgendosi al sole con le parole dell'inno pucciniano: tu non vedrai nessuna cosa al mondo PEGGIOR di Roma - e la sindaca Raggi, seduta in platea, ha avuto un brivido e s'è guadata intorno per vedere se riusciva a scorgere il responsabile del disastro romano di cui Bocelli accusava.

L'unica ragione che ci ha consolati della noiosissima, stantia serata, è stato il pensiero che per l'occasione venivano raccolti fondi destinati alla ricostruzione di una  scuola nelle zone del terremoto del centro Italia e per i progetti che la fondazione del tenore persegue ad Haiti.

Nonostante ciò, restiamo sempre dell'idea che la concessione di certi spazi - dal Colosseo al Palatino al Foro, ma potremmo citare molti altri casi anche solo a Roma - deve essere preceduta dalla attenta valutazione della QUALITA' del contenuto che si vuole proporre. E che, in tutta evidenza, il sovrintendente Prosperetti (che, notizia di questi giorni, propone un patto fra istituzioni per evitare a Roma la rovina) non ha capito come avrebbe dovuto.

Fosse dipeso da noi sia il Colosseo, che il Palatino che il Foro (due estati fa, a conclusione del Giubileo straordinario) non l'avremmo concesso. Ma, si sa, noi non siamo Franceschini e neanche Prosperetti. E men che meno Virginia Raggi, per fortuna.

domenica 22 gennaio 2017

La cultura sui giornali di oggi, domenica 22 gennaio: scalfari, cox, bocelli, campogrande, kusej, lotoro, abbado roberto

Cominciamo dall'Espresso, dal quale apprendiamo che Scalfari sta scrivendo un romanzo, e per comunicarcelo con garbo va a ripescare un autore del Settecento, Sterne, del quale ci rivela molte elementi della scrittura. Si augura di riuscire a finirlo.

Anche Nicola Campogrande, su La Lettura  del Corriere, deve rivelarci un segreto, ma lo condisce con l'esame dei suoni captati, attraverso le onde magnetiche,  dai tanti pianeti dell'universo. E il segreto, mentre va a caccia di farfalle in città? Sta scrivendo un'opera.

Mentre c'è chi i suoni li esamina,  ma quelli che ci sono e sono ben chiari, e cerca di capire che evoluzioni seguono nello spazio, al chiuso o all'aperto. E' lo studioso americano Cox. Il quale (  Robinson,La Repubblica) dà alcune dritte sulle sale a concerto, la cui form determina anche il riverbero e la migliore propagazione del suono. In cima alla classifica c'è quella di Boston, a seguire la Philharmonie di Berlino e quella di Amburgo, appena inaugurata, sullo stesso modello. Ma le migliori sono quelle che hanno una forma a 'scatola di scarpe', cioè rettangolari, come, ad esempio la Sala dorata del Musikverein e, noi vorremmo aggiungere,  anche quella del Lingotto di Torino alla lista, perchè a forma di 'scatola di scarpe' progettata da Renzo Piano, ma non possiamo e vi diciamo perchè.
Di grazie, ing. Cox ci dica quali sono le migliori sale da concerto italiane? Ve ne è almeno una da inserire fra le prime dieci nel mondo? L'ing. Cox, dopo questo nostra domanda, sta ancora pensando alla risposta.

 Se non ci sarà motivo per parlare dell'opera che si parli almeno della regia, modello ISIS. E' quello che ha pensato Sani, sovrintendente del Comunale di Bologna, teatro con il bilancio fra i più disastrati, quando ha scritturato il regista Kusej per il Ratto dal serraglio mozartiano, già presentato al festival di Aix, in versione protetta dalle millanterie ideologiche e di ambientazione del regista. A Bologna non vige nessuna censura, e perciò  carabinieri e polizia schierati all'ingresso e nel foyer per controllare borse e decolté delle signore, nel caso in cui avessero nascosto qualche oggetto di contestazione - ma non pensavano ai fischietti in Questura. E così ha dovuto cambiare anche l'epilogo dell'opera mozartiana segnato dalla magnanimità del Pascià. Tutta va bene ciò che produce chiacchiera.

 Sta per uscire un film, titolo 'Maestro', che racconta le gesta di un musicista pugliese, Francesco Lotoro, pianista, che ha dedicato l'intera sua esistenza alla ricerca ed allo studio della musica cosiddetta 'concentrazionaria', cioè la musica scritta ed eseguita nei varo campi di concentramento. Lotoro ne ha fatto la missione della sua vita, ed il film gli rende  onore.

Per un film che esce un altro se ne sta girando dedicato ad un musicista, al cantante più noto del pianeta, ed anche al più amato, Andrea Bocelli. I regista non si nasconde i pericoli di questo genere di film che hanno per  protagonista  un personaggio ancora vivo. Il regista non se li nasconde, anzi vuole sfruttarli, sperando che il film abbia nel mondo intero - dove Bocelli è conosciutissismo - lo stesso successo che ha la sua voce e le sue canzoni. E  ci sarà anche un capitolo 'melodramma', nel quale prendere nota delle varie contestazioni-  si chiede Valerio Cappelli ( Corriere ). NO questo non ci sarà, anche perchè si tratta di un capitolo aperto e chiuso subito dopo. Bocelli non regge un melodramma o un'opera intera. Una registrazione del Requiem di Verdi,  nel Duomo di Parma, alcuni anni fa, ci hanno convinti di questo. Potrà continuare a cantare anche singole arie del melodramma - un pò come  fa anche Cecilia Bartoli, preferendo  cantare fior da fiore dell'immenso patrimonio  che  si confa alla sua voce di oggi, piuttosto che intere opere, nel qual caso cambia il diapason o fa altro - ma ripetere l'esperimento passato di Bohème sarebbe per lui molto pericoloso. Continui a fare perciò quello che fa ora, nessuno potrà impedirglielo, ma cantare il melodramma no, da lui stesso viene l'impedimento.

Abbado direttore artistico del Festival Verdi di Parma, per le edizioni dal 2018 al 2020.  La notizia la da Repubblcia, ma  precisazione necessita. Non si tratta di Daniele Abbado, regista, nè di Alessandra, manager, i due figli del maestro. Bensì del nipote del grande direttore, direttore anch'egli, di nome Roberto che si è creato una sua bella carriera, ed oggi oltre che dirigere dappertutto, è stabile anche a Valencia.

Noi a Roberto Abbado siamo legati da stima ed amicizia. Stima ed amicizia che ci spinsero ad invitarlo a Città di Castello per dirigere la Verdi nel concerto sinfonico conclusivo del festival che nel 2004 ci ebbe direttore artistico. Dopo di allora mai per Città di Castello sono transitati direttori dello suo steso rango e notorietà. E stima ed amicizia che ci spinsero a sostenere la sua candidatura per il Concerto di Capodanno dalla Fenice, negli anni in cui avevamo, per conto della Rai, la 'consulenza artistica' del Concerto, consulenza che consisteva principalmente nella cura del programma del concerto, ma che si estendeva anche alla scelta dei direttori.

venerdì 6 gennaio 2017

Dieci e lode ai tre ragazzi de 'IL VOLO', ma non in musica

Della musica che fanno i tre ragazzi italiani, che formano 'IL VOLO', da anni sulla cresta dell'onda non solo in Italia, ci interessa assai poco. Non ci interessa affatto il loro repertorio; non ci rapiscono e convincono le loro voci squillanti ed impostate, e non riusciamo a  capire dove siano le ragioni del loro successo. Ma, come si dice non senza verità, ognuno è libero di fare ciò che vuole, e di offrirlo agli altri finché viene loro richiesto, ma anche noi di disinteressarcene.
E perciò la ragione per cui vorremmo dare loro un meritatissimo 'dieci e lode' è di tutt'altra natura;  ha  a che fare con il sociale, il costume e la pubblica moralità. E  per queste ragioni siamo anche disposti a perdonare, dopo averle stigmatizzate, alcune loro intemperanza da ragazzacci di qualche anno fa - ancora non sappiamo se effettive o inventate per danneggiarli ( più propensi a pensare che le abbiamo avute, come la cronaca ha raccontato).
 Bene. Sono stati gli unici, invitati da Donald Trump per la festa del suo insediamento, il prossimo 20 gennaio, a rifiutare l'invito, come hanno fatto anche altri (Bocelli?). Ma a differenza di tutti gli altri invitati che si sarebbe defilati senza spiegare, per galateo diplomatico, le ragioni del rifiuto, loro  le hanno dette chiaramente, precisando che non vanno a cantare alla festa di un populista e razzista - come è emerso da tante dichiarazioni del neo eletto presidente USA.
 Hanno fatto benissimo a non lasciare dubbi sulle ragioni del rifiuto, come ha fatto qualcun altro - Bocelli?- che avrebbe detto che la notizia dell'invito aveva suscitato fra i fans molti malumori. Ma che è una ragione?
 I tre ragazzi, invece, si sono fatti coraggio ed hanno detto in faccia a tutti ed a Trump le ragioni del rifiuto. Bravi, ragazzi. Almeno per questo. Uno sconto sulla musica, anche dopo questo straordinario gesto di civiltà, però, non potete chiedercelo.

mercoledì 14 dicembre 2016

Il caso Dylan, il dilemma Bocelli

Dylan ha mandato  qualcuno a Stoccolma a leggere il suo discorso per il Nobel, e Patti Smith a cantare le sue canzoni, quelle che gli hanno meritato il riconoscimento internazionale che neppure lui si attendeva e mai avrebbe sognato di ottenere. "Io che ho a che fare con la letteratura? Grazie ai giurati che hanno invece creduto che anche le mie canzoni sono letteratura" - diceva nel discorso letto a Stoccolma. Arriverà in Svezia in primavera ed allora ritirerà materialmente il premio e la sua dotazione economica di quasi un milione di euro. Speriamo che la destini a qualche causa nobile e non al suo conto in banca già ricco.
In occasione di quella tournée europea toccherà anche l'Italia, Roma sembra, nella stagione dell'Auditorium. Ci sarà qualcuno capace di fargli notare che  nella faccenda 'Nobel' ha tenuto un comportamento degno di un perfetto screanzato che nulla ha da spartire con l'imprevedibilità e l'imprendibilità dei menestrelli? E' stato un maleducato seriale - più d'una volta insistendo in un atteggiamento scortese se non addirittura ostile - e ci auguriamo che qualcuno glielo faccia notare ed anche scontare, perchè no? Se poi i suoi numerosi fans lo apprezzeranno anche per questo, allora che se lo tengano stretto il menestrello maleducato.

Bocelli si trova ora ad un bivio. Ha ricevuto una telefonata compromettente; a New York nei prossimi giorni farà un incontro ancor più  compromettente, nel corso del quale gli verrà fatta una proposta davvero 'indecente': cantare all'insediamento del nuovo presidente degli USA, Donald Trump. Lui in persona gli ha già telefonato per dirgli che è il suo cantante preferito, per invitarlo ad un incontro nei prossimi giorni e per domandargli  ufficialmente di cantare  nel corso della cerimonia del suo insediamento, il 20 gennaio.
 Che gli risponderà Andrea Bocelli? Accetterà di cantare dicendo a se stesso, anche senza esserne convinto, che la musica dev'essere al di sopra delle 'beghe - chiamiamole così, ma beghe non sono - di ogni genere e che lui non può fare al prossimo presidente degli Stati Uniti, un paese nel quale egli è molto amato, un simile sgarbo? O si domanderà  cosa penseranno di lui tutti coloro - e sono tanti anche negli USA - che da mesi protestano per l'elezione del magnate alla presidenza degli Stati Uniti? Non vorremmo essere al suo posto al momento di assumere una qualche decisione.
 Se però un suggerimento possiamo dargli, forti del comportamento cafone di Dylan, a Bocelli è di rispondere a Trump, che lui il 20 gennaio prossimo non potrà essere all'insediamento presidenziale, a causa di importanti precedenti impegni che non può non onorare.

P.S.  La notte porta consiglio, ed a noi ha consigliato di suggerire un secondo comportamento, quasi un'alternativa, a Bocelli, meno maleducato del primo che gli abbiamo suggerito ieri, sulla falsariga di quello tenuto da Dylan con i responsabili del Nobel, ma che noi abbiamo sempre definito maleducato. Bocelli incontri Trump, se proprio non può evitarlo,  del resto non ha la peste né è la peste in persona, ascolti cosa ha da dirgli invito compreso e poi... poi qualche giorno prima del 20 gennaio mandi a dire a Trump che lui ha l'influenza e sta a letto con la febbre alta. Perchè non può essere, indipendentemente dal nostro suggerimento?

sabato 10 dicembre 2016

Bocelli superstar. Loren comparsa. Caccamo: regia del lampadario

Ieri sera Rai 1 ha 'rimandato' in onda uno spettacolo di canzoni e varia umanità registrato a Napoli molti mesi fa, come fosse già  estate ( messa in onda di fondi di magazzino) o  vacanze natalizie, con la riproposta delle solite favole, ma non per ragazzi: 'Andrea Bocelli., Il mio cinema'. Accanto a Bocelli, che ha cantato tutte le colonne sonore del suo ultimo disco dedicato appunto al cinema, una quindicina, e che, durante lo show televisivo, ci  ha fatto conoscere la sua famiglia, dalla moglie alla figlia più piccola, c'era un monumento, più durevole del tempo,  l'intramontabile: Sophia Loren.  Con un contorno di comparse più sbarazzine, a duettare con Bocelli. Maggiordomo Massimo Giletti. Musica indimenticabile e conosciutissima rubata ai film che hanno fatto la storia del cinema ed anche della musica da film.

Bocelli. Bocelli ha certamente una voce che è raro trovare nel mondo della canzone; ma è pur vero che della sua voce il mondo della canzone non sente il bisogno, addirittura non sa cosa farsene. Una voce troppo estranea a quel mondo e che, nel campo dell'opera (che lui ha tentato in due o tre casi in passato), non è bastante. E lui, nonostante tutto, osa. Canta le tante colonne sonore - in varie lingue (come gli impone il mercato mondiale dei suoi dischi), e poi chiude con lo sfruttatissimo ' Nessun dorma' ( che noi non siamo riusciti ad ascoltare, perché non abbiamo resistito e ci siamo addormentati. Troppo stanchi dopo un giornata faticosa, s'era fatto troppo tardi). Ma le canta tutte 'uguali', mai un cenno di diversità stilistica o sentimentale. Ed è questo il suo guaio, che comunque non riusciamo a non perdonargli. E via!

Loren. La grande diva, dopo i saluti, è accompagnata a sedersi con il riguardo che si deve ad una signora del cinema con molte primavere alle spalle.  E sta lì buona, ogni tanto applaude,  manda un bacio, dispensa un sorriso alla Napoli che l'ama ancora. E quando viene interrogata dal  finto 'malandrino' Giletti, è ancora capace di tirar fuori la sua schiettezza sfrontata. Insomma fa ancora la sua bella figura di nonna mentre racconta ai nipotini le sue imprese. Ma per buona parte del tempo Lei, la Sophia nazionale, viene lasciata sola, quasi dimenticata sulla sua sedia 'da regista'; e le varie comparse,  anche le soubrettes  non le mandano neanche un cenno di saluto con la manina, come non ci fosse, salvo quando il finto 'malandrino' Giletti torna a parlare con lei. Ci è sembrato sgarbato. Molto sgarbato

 La regia, infine, affidata a Giovanni Caccamo. Nell'oretta e passa che abbiamo visto la tv,  il regista ci ha mostrato quasi ogni minuto il lampadario dell'Auditorium della Rai di Napoli. Che non era proprio un'opera d'arte, ma un finto 'murano', per giunta bruttarello e miserello. Lo prendeva di sotto di sopra e di fianco, lo illuminava con luce bianca e rossa, lo sfruttava come quinta quando  si proiettavano  spezzoni di film celebrati, quasi ad introdurci nel mondo incantato  del cinema... insomma quante c... di volte ce lo ha mostrato? non aveva proprio nient'altro su cui insistere? E la chiamano regia televisiva.

giovedì 28 luglio 2016

'Music for Mercy. Cartolina n.2 .La storia del pirata malese, Francis Yeoh, e della sua perla inglese, Carly Paoli.

Il secondo colpo, il ricco malese, Francis Yeoh, con interessi in vari campi ed in tutto il mondo, a capo della YTL, l'ha messo a segno ancora una volta a Roma. Perchè lui che di soldi ne avrebbe da sfamare un intero continente - ma non lo fa - da qualche anno, da quando cioé si  è legato alla sua 'perla' italo-inglese, Carly Paoli, mezzosoprano,  con gli spiccioli del suo immenso patrimonio va organizzando concerti nei quali dove gli riesce, pagando ovviamente tutto, piazza la sua perla canora, giovane, bella, ricca - come ha fatto  anche a Roma, l'altra sera al Foro romano - la quale ha sfoggiato un abito da sera diverso ad ogni esibizione (canzone) e  ogni volta  una diversa parure di orecchini, come fosse andata ad una grande festa mondana, per nulla affatto ad una serata che veniva forzatamente spacciata come 'religiosa', a due passi dallo storico carcere Mamertino, prigione di San Pietro, secondo tradizione.. Più che 'Music for Mercy', era  'Music for Carly'!
 Il primo colpaccio, di pari volgarità,  Francis Yeoh l'ha realizzato l'anno scorso a Caracalla, fra gli osanna ed i ringraziamenti di Franceschini e Fuortes, dopo che per fare ingoiare il rospo di quell'orrendo concerto alle terme, per esibire la sua Carly, aveva donato all'Opera di Roma un milione di Euro che gli davano anche il diritto di essere parte del cosiddetto 'Consiglio di indirizzo' del teatro.
E  così Franceschini e Fuortes,  sapendo di dire il falso, ma felici di far entrare nelle casse del teatro soldi freschi, insperati e neppure  cercati e sudati, hanno acconsentito che alle Terme il ricco malese organizzasse lui uno 'straodinario concerto con generi musicali particolari che dobbiamo a Yeoh' - secondo le testuali parole di Fuortes - al quale naturalmente prendeva parte Carly Paoli - ma anche l'ex tenore Carreras, ormai del tutto svociato,  ma che avrebbe dovuto dar credito (?) alla giovane bella e ricca cantante che dal suo sito ufficiale non risulta - nonostante gli studi in buone scuole inglesi - presente in nessun palcoscenico di una qualche rinomanza.
Anche allora, a Caracalla, come l'altra sera al Foro romano, suonò la 'Roma United Orchestra' allora diretta da Gimenez, in quel periodo occupato al Teatro dell'Opera; ed ora, peggio, da Gianluca  Marcianò e da un gruppo di altri direttori di nessunissimo nome, in una sorta di  triste malinconica sfilata  sanremese al Foro romano e in un programma che più dozzinale ed ingiurioso non si sarebbe potuto compilare.
 Noi non eravamo a Caracalla, mentre l'altra sera abbiamo seguito, su Rai 1, dall'inizio alla fine, l'indecente esibizione, alla quale hanno preso parte - basta pagare e viene chiunque, senza chiedersi se ne vale la pena!- anche Bocelli, Elaine Page, David Foster, The Tenor ( un gruppetto di bei giovani  cantanti canadesi che ci ha evitato 'Il volo'), un clarinettista siriano ed un cantante malese, il siciliano Caccamo ed un giovane uscito da Santa Cecilia che con la chitarra elettrica ha improvvisato sull'Intermezzo della Cavalleria di Mascagni una Ave Maria, tutti a fare da corona alla vera star della serata, la perla inglese del pirata malese,  lei Carly Paoli. La quale ha cantato sette od otto pezzi, quasi sempre canzoni o colonne sonore, mentre tutti gli altri uno o due appena, avendo quasi sempre la Paoli anche come duettante. Tutti gli altri entravano, cantavano e poi uscivano per sempre, ed invece lei tornava ogni volta sul palcoscenico, richiamata dalla brava presentatrice, ogni volta con nuovi ricchi vestiti e brillanti orecchini, per la gioia degli occhi di tutti  ma più di tutti del suo pirata malese, Francis Yeoh, che brillavano di felicità per l'impresa riuscita.
 Anche la brava presentatrice, la biondissima Eleonora Daniele, era all'altezza della serata. Ecco a voi...  immancabilmente  annunciava ogni nuova esibizione, fino a concedersi anche delle libertà come sanno fare solo le presentatrici navigate: maestro Marcianò, come va la serata? Bene. Fa caldo, vero' ? Sì, meglio, così dimagrisco, ha risposto accarezzandosi  la pancia; e in un secondo caso, rivolgendosi al pianista compositore di colonne sonore David Foster, 'questo è l'unico uomo che è riuscito a farmi girare la testa', accennando spiritosamente al 'giramento' che per banali ragioni aveva dovuto compiere al passaggio del musicista che andava a sedersi al pianoforte.
 E questo era il concerto intitolato 'Music for Mercy', organizzato per la sua perla Carly, offerto dal ricco malese al mondo intero nel profanato Foro romano, nella indifferenza generale.

sabato 28 maggio 2016

Vestirsi in maniera consona al momento ed al ruolo. Circolare Rai

Che ci si debba vestire,  tutti, sempre, in ogni luogo ed in ogni circostanza, e perciò anche in Rai, in maniera consona al momento ed al ruolo, è perfino superfluo rammentarlo. Ma se in Rai qualcuno ha ritenuto di farlo, qualche ragione ci sarà. Anche se  l'ultimo che avrebbe dovuto prendere l'iniziativa, fregando tutti sul tempo, è stato il direttore di Rai Parlamento.
Perchè lui no?  Perchè nel corso della giornata fa due  mini notiziari di due o tre minuti cadauno, ma ha una struttura propria, e nonostante la quale, i suoi giornalisti sono capaci di infilare spesso  papere su papere anche in quei due o tre minuti; e perciò non aveva bisogno di proclami, li chiamava a raccolta nelle ore libere dal lavoro - che sono la gran parte della giornata - e glielo diceva uno per uno.
Ma che ce ne fosse bisogno non c'è dubbio, tanto che subito la Bignardi ci ha messo del suo. Che c'è di strano a chiedere a tutti di presentarsi in abiti non vistosi, senza gioielli appariscenti, quando si legge il telegiornale al mattino, o  non inguainati  in abiti di lattice superaderenti e supermodellanti per il telegiornale di mezzogiorno, e non  con mise da gran sera per darci le notizie sul traffico? Che bisogno c'è? C'è bisogno. Noi stessi, tante volte, guardando questa o quella trasmissione, questo o quel telegiornale, ci siamo chiesti: ma chi l'ha vestito/a?
 Gli esempi sono tantissimi. Non più tardi di un mese fa, una giornalista del tg regionale del Lazio s'è presentata con una camicia molto sbottonata sulla quale era appuntato il microfonino, e  poco è mancato che le si scoprisse il seno. Quando è troppo...
 Se ci viene da ridire anche della Hunziker che l'altra sera presentando, su Canale 5, il concerto di Bocelli, aveva tre quarti di seno, scolpito , in bella mostra, perchè non dovremmo farlo per presentatrici e giornaliste ( le donne si sa esagerano più degli uomini, i quali, semmai, sembrano appena giunti in città dalla campagna, nel senso che molto spesso non hanno nessuna idea di come ci si vesta) che si presentano in video con addosso il primo vestito che gli è capitato, o sembrano già vestite per la soirée mondana alla quale sono state invitate dopo la trasmissionre?
 E perciò non capiamo la maghetta Merlino che rivendicando l'autonomia nel vestito e nei tachi, altissimi sempre, vuole che noi ci accorgiamo, anche chiudendo gli occhi, della sua bravura e solo per questa l'apprezziamo. Sì, maghetta, però... senza esagerare.
 Un discorso a parte, infine, merita, poi il cambio di studio di luci di grafica che ad ogni cambio di direzione in Rai, e quindi anche ora, ci viene proposto. Come a dire: se non vi siete ancora accorti che qualcosa è cambiato ( e in molti casi è duro accorgersi di un cambiamento che non c'è stato!) vi costringiamo noi, con studio luci, grafica nuovi nuovissimi.

giovedì 5 novembre 2015

La società ottimizzatrice 'Tasse & Finanze' ha aiutato anche Bocelli

Chi non vorrebbe poter disporre, cittadino della  moderna Europa, con buone possibilità economiche, di una società come quella ticinese che si chiama appunto 'Tax& Finance' che ha come suo scopo statutario, quello di 'ottimizzare' i rapporti dei cittadini con il Fisco e di rendere il più possibile redditizi i capitali disponibili - che, detto in parole più semplici, vuol dire: come fregare il fisco  dei paesi  che hanno regimi fiscali più onerosi?
  Ci si rivolge ad una tale società, o a tante sue consorelle - perchè anche nei periodi di crisi, mentre la maggioranza della popolazione tira la cinghia, c'è chi si arricchisce a spese degli altri e, non contento,  tenta di mettere a profitto i soldi guadagnati alle spalle del popolo  impoverito - e si domanda come pagare meno tasse, costi quel che costi. La società indica su due piedi, data la lunga esperienza e la bravura dei suoi dirigenti, come fare. La strada più semplice sembra quella di  creare una società in paesi che hanno un regime fiscale meno oneroso; si trova il modo per inventarsi qualche ragione plausibile da  sbattere in faccia al fisco quando dovesse accorgersi del trucco,  e da vantare in caso di contenzioso, che ogni tanto arriva e quasi sempre vede gli 'ottimizzati' perdenti e condannati a
pagare.
 Le notizie di questi giorni danno anche Andrea Bocelli fra questi: con la consulenza di quella santa società, avrebbe, a sua volta, creato una sua società in Irlanda (conosciamo tante altre aziende ed anche persone fisiche che hanno creato analoghe società in Irlanda, o in altri paesi dove le tasse che si pagano sono di gran lunga inferiori a quelle italiane). E quando il fisco gli contesta tale operazione, lui ha già pronta la risposta, fornitagli da subito dalla società 'ottimizzatrice': Io ho un attività internazionale sono cittadino del mondo, guadagno dappertutto, ma non pago le tasse nel mio paese nel quale ho la residenza. Mica scemo. Questo lui non lo dice, ma la logica alla quale si sarebbe ispirato per tale operazione non è che questa.
Ora che anche Bocelli, divenuto straricco, e che si professa benefattore dell'umanità con alcune sue iniziative lodevolissime,  debba evadere il fisco italiano, è vergognoso. Perciò paghi tutto quello che ha evaso, saldi il conto con la società ottimizzatrice, e porti tutti i suoi soldi in Italia. Che se ne deve fare di quella montagna di soldi che, grazie alla sua voce, ha guadagnato  e continua a guadagnare?

lunedì 4 maggio 2015

Mazzi e Presta che c'entrano con il Concerto in Piazza Duomo con l'Orchestra della Scala, trasmesso da Rai1, per l'apertura di Expo 2015?

Non ci crediamo ancora a quel che abbiamo letto sul Corriere, nella rubrica del lunedì di Aldo Grasso, ' A fil di rete'. E cioè che ad organizzare il Concerto di Rai1 con l'Orchestra della Scala , Armiliato sul podio ed una schiera di illustri solisti, a cominciare da Andrea Bocelli, e che ha avuto un enorme successo, quasi 6.400.000 telespettatori, siano stati Gianmarco Mazzi e Lucio Presta. Che c'entrano i due ?
 Il primo  ha a che fare con Sanremo e qualche cantante, come Gianni Morandi, il secondo con presentatori tv ( Bonolis, Clerici) ed alcuni attori. Ma in Piazza Duomo c'era l'Orchestra della Scala, c'erano cantanti con i quali il Mazzi non ha mai avuto nulla da spartire e soprattutto si trattava di un concerto dal quale i due dovevano girare alla larga, mentre qualcuno li ha chiamati.
  Presta aveva invece altre ragioni. Presto detto: la presenza sul palco di Bonolis e Clerici come presentatori, l'unica nota stonata della serata, con le gags di Bonolis ed anche qualche volgarità, e la Clerici, intirizzita dal freddo, nonostante fosse ben infagottata, e chiamata a  leggere quattro cosette. Per non dire degli strafalcioni di Bonolis, dei quali forse né lui né Mazzi e neppure Presta si sono neanche accorti. Esemplare quello sul rondò di Mozart 'Alla turca' suonato da Lang Lang, che secondo Bonolis era un 'concerto' per pianoforte, invece che una sonata ( un tempo di sonata, l'ultimo nel nostro caso, della sonata n.11). Cose simili non sono tollerabili nel corso di un concerto classico in una occasione di grande rilevanza, come l'apertura dell'Expo, trasmesso in Mondovisione. La Rai non aveva i mezzi per organizzare in proprio quel concerto? Orchestra  e Coro erano della Scala, ed il concerto al Teatro milanese faceva capo  anche per la locandina e gli artisti presenti. E allora che c'entrava  la strana coppia? Ha allestito il palco, curato l'illuminazione, la diffusione audio - quest'utlima la Rai sa fare benissimo con i suoi bravi tecnici.
 L'Espresso un paio di anni fa, a ridosso di Sanremo, raccontò le gesta di Mazzi, sponsorizzato da Gasparri, poi anche da La Russa ecc. ed anche dello sbarco armato di Presta in tv.
"Evidentemente l'Auditel giustifica i mezzi. A condurre le danze ormai sono personaggi abili e disinvolti come Mazzi e Presta, mentre la struttura pubblica abdica al proprio ruolo. Non a caso nei giorni del Festival Rai e Mediaset hanno sospeso qualsiasi serio tentativo di contro-programmazione. E così l'edizione 2012 sembra quasi una sfida di Mazzi con se stesso. Impermeabile alle critiche e alle polemiche, il direttore del Festival aspetta solo il risultato televisivo. Tra tanti cantanti in gara, l'unico vincitore annunciato è lui: il veronese di Sanremo."
Ora i due ascriveranno alla propria presenza il successo di quel concerto che ,sia chiaro a chi li assumerà per un altro concerto del genere, loro con quel successo c'entrano come i cavoli... del proverbio.

giovedì 30 aprile 2015

Peracottari a Milano, in piazza Duomo, per l'apertura dell'EXPO.

Il concerto di questa sera che ha  inaugurato ufficialmente l'Expo 2015, con l'Orchestra ed il Coro del Teatro alla Scala di Milano, ci ha fatto subito pensare al Concerto di Capodanno che, in diretta, Rai Uno ha trasmesso dal Teatro La Fenice, a partire dal 2004 per festeggiare  'dov'era e com'era' il teatro ricostruito, dopo l'incendio.  E, più ancora,  alla fatica che un direttore artistico come Pereira ( sovrintendente, innanzitutto) ha dovuto fare per convincere i solisti, soprattutto loro, a cantare all'aperto una serie di brani celebri di opere le più diverse e di diversi autori, l'uno dietro l'altro, alla maniera di famosi Concerti 'Martini & Rossi', ed anche, appunto, del Concerto di Capodanno  di Rai Uno.
Perché i cantanti - lo sappiamo per esperienza diretta, o perchè così ci è stato detto in più d'una occasione - non amerebbero questo tipo di concerti, anche se al chiuso, come non li amerebbero neanche i direttori artistici che, invece, godono solo alla riscoperta di un titolo sconosciuto,  soprattutto quando è apprezzato solo dalla critica e niente affatto dal pubblico, che per loro vuol dire appuntarsi una medaglia al 'valore culturale' sul petto.
 S'è ascoltata anche 'Di quella pira' - che a Venezia è vietato - il brindisi dalla Traviata,  la Tarantella di Rossini, e il pucciniano 'e lucean le stelle' ecc... Bocelli mattatore, direttore Armiliato.
 E c'è poi il capitolo P.P.( Presentatori Peracottari), nel quale  è scritto a lettere cubitali il nome di Bonolis che non è capace di presentare, come si deve, una serata che mette l'Italia sotto gli occhi di tutti, come quella dell'inaugurazione dell'EXPO. Saluta in varie lingue,  trattandosi di una trasmissione in mondovisione, ma le storpia e ci scherza come si fa quando si vuole ingiuriare uno straniero di cui non si capisce la lingua. Vergognoso. Scherza,  rasentando anche la volgarità, nel presentare la Clerici - certo una scelta non felicissima per l'occasione - attirata a Milano, sottolinea  Bonolis, a causa del cibo, ( lei la signora delle tagliatelle!) anzi, aggiunge,  'lei stessa è un padiglione' che...' andrebbe visitata' aggiunge testualmente, mentre gli punta  gli occhi addosso, squadrandola  dalla testa al petto.
 E poi, annunciando Lang Lang che sta per suonare 'alla turca',  celebre rondò da una sonata di Mozart ( n.11) dice testualmente: ed ora  'il Concerto per pianoforte n.11 di Mozart'. E' possibile che nessuno degli autori sapesse il titolo esatto del brano pianistico mozartiano? Che figura ci facciamo di fronte al mondo?
 Non manca - come poteva? - il coro 'Va pensiero'. esattamente come a Venezia, mentre il brindisi finale del concerto veneziano qui è  stato servito in apertura, per augurare all'EXPO un felice svolgimento.
 E, per finire, sorpresa delle sorprese, 'O sole mio', cantato a squarciagola da tutti i cantanti schierati davanti all'orchestra,  augurandosi che domani il sole ,  più sereno sereno, splenda davvero sull'avversata EXPO milanese, oscurando quel costoso inutile pacchiano 'albero della vita' orgoglio di Balich, inventore agricoltore.
P.S. Grande successo per Rai 1: 6.361.000 telespettatori, per uno share del 27,2%, hanno seguito la lunga diretta da Piazza Duomo, per il concerto inaugurale dell'EXPO, durato dalle 21.15 circa fin quasi a mezzanotte. 

martedì 27 gennaio 2015

L'italietta dura a morire

L'altro giorno sul sito di Luigi Boschi ( Parma) un lungo articolo segnalava l'ennesimo imbroglio del ministero di Franceschini, relativamente al FUS, a causa del quale, una quota non irrilevante viene ora elargita dal ministero ( NASTASIIIIIIIIIIII1) secondo criteri  qualitativi apparentemente oggettivi, realmente alla mercé del Ministero medesimo che valuta qualità, ma prima ancora schieramenti, amicizie ecc... complice la cosiddetta Commissione centrale Musica (Toniolo, Licalsi, Colasanti) della quale  più di una volta abbiamo segnalato, da una parte la non profonda conoscenza della materia, e dall'altra l'assoluta dipendenza da Nastasi che l'ha nominata, chiedendone preventivamente obbedienza gesuitica 'perinde ac cadaver'. Da tali criteri risultano premiati per 'produttività' teatri che stanno chiusi 300 giorni su 365 e via tacendo....
 Giunge ora  una notizia inquietante da uno dei teatri che si vuole rimesso in riga, quello di Firenze, il 'teatro del principe', affidato ad un suo funzionario, un banchiere dalla cui famiglia il principe ha attinto più d'una forza lavoro. La notizia è che ' a causa di uno sciopero indetto per il giorno... dalle 20 alle 21. la recita di .... prevista per le 20.30, potrà subire qualche ritardo nell'ora di inizio.
 Ora da Firenze, dopo l'uscita della Colombo le cose, a detta della corte del principe, sembravano essersi messe a posto, gli stipendi pagati ecc... ( mancano solo un pò di milioni per completare la faraonica nuova sede del teatro). E allora perché lo sciopero? E soprattutto perché a subirne gli effetti deve essere il pubblico che paga il biglietto, con i cui ricavi si pagano anche gli stipendi? Non sembri un discorso superficiale. Occorre cambiare mentalità.
 Come mentalità devono cambiare anche quei pochi delegati CGIL che, il prossimo primo maggio, vorrebbero far saltare alla Scala la prima di 'Turandot', in coincidenza con l'apertura dell'EXPO, quando migliaia di altri lavoratori milanesi di ogni settore saranno impegnati per l'apertura della esposizione milanese.  e solo quella decina di delegati sente l'imperativo morale di partecipare, invece, alle manifestazioni per la festa dei lavoratori. Sembra una burla ordita dalla Camusso.
 E, infine, l'Italietta di sempre che è dura a morire. A Davos, dove si  sono riuniti i grandi del mondo, concerto di Andrea Bocelli. All'inaugurazione dell'EXPO di Milano, concerto di Andrea Bocelli. Alla chiusura del semestre di presidenza  italiana dell'Unione Europea, concerto di Bocelli?  No, concerto dei Solisti veneti diretti da Scimone. E non si sa  qual è peggio; ma ambedue dipingono alla perfezione l'Italietta, agli occhi del mondo e per colpa di  quelli che ci comandano.

giovedì 26 giugno 2014

A Roma non servono i Rolling Stones, semmai il contrario

Il recente Concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo ha riproposto la questione della concessione di spazi pubblici per manifestazioni di privati, come il concerto romano al quale hanno partecipato 70.000 persone circa, e che ha reso complessivamente agli organizzatori la considerevole somma di quasi 7.000.000 di Euro. Sette milioni di Euro, avete letto bene. Ma non è su questo che si discute, bensì sul costo per gli organizzatori dell'affitto di uno spazio pubblico dalla storia e monumentalità straordinarie, universalmente riconosciute.
In tale circostanza il sindaco Marino è apparso come persona che non è a conoscenza del valore del bene che amministra, il Circo Massimo, che ha ceduto ai Rolling Stones al costo di neppure 7.000 Euro. Quasi gratis. S'è giustificato che s'è attenuto alle tariffe, anomale, ma in vigore, ed ha aggiunto a parziale giustificazione per non aver richiesto un compenso più adeguato ( i giornali, fra cui il Messaggero, hanno riportato i costi di analoghe manifestazioni in altre capitali europee, dai quali si evince che sono per lo meno venti o trenta volte superiori, nel peggiore dei casi), che l'indotto del concerto, a vantaggio della città di Roma ( dei privati, Marino!), raggiungeva la considerevole somma – da molti contestata - di 25.000.000 di Euro. E poi lui e qualche assessore o sindaco di municipio consideravano che Roma aveva bisogno di un evento simile, almeno una volta l'anno.
Al sindaco Marino si potrebbe far notare che il Campidoglio, dove si doveva svolgere l'adunanza ROM, che poi è saltata, veniva concesso a 6.000 Euro, e solo per qualche ora, a differenza di ciò che è accaduto al Circo Massimo, con la sua vastissima superficie, occupato per quasi una settimana per l'allestimento ed il suo smantellamento); ed anche che le varie sale dell'Auditorium vengono concesse a cifre di parecchio superiori a quella richiesta per il Circo Massimo.
Ma qui, oltre all'adeguamento del valore economico dello sfruttamento di simili spazi, si vuole tornare sul problema della concessione di spazi pubblici, quasi sempre di grande valore storico ed architettonico, per manifestazioni che non sono sempre all'altezza.
Sgombriamo subito il terreno dall'opinione che qualunque cosa vi si faccia in detti spazi è benvenuta perchè toglie ad essi l'aspetto museale, funereo, e li rende nuovamente vivi. E' tale concezione assolutamente contraria ad ogni logica che vuole detti spazi ospitare manifestazioni sempre degne del loro passato e nel rispetto delle caratteristiche e della monumentalità che, se non sfugge a nessuno dei visitatori stranieri, non è ancora entrata nella mentalità di chi questi spazi pubblici gestisce in Italia.
Esempi passati lo dimostrano senz' ombra di dubbio. Quando negli anni Ottanta l'Arena di Verona portò l'Aida alle Piramidi, ci fu una sollevazione internazionale per lo sfregio, anche materiale, che le strutture spettacolari avevano recato allo storico sito, mentre non v'è stata analoga sollevazione, quando recentemente la Galleria Borghese di Roma ha ospitato una cena di gala per raccogliere fondi in favore della galleria medesima, ma che, per l'allestimento del catering il piazzale antistante la galleria era stato deturpato. Lì sì è voluto omaggiare la casta dei ricchi, potenti e mondani; al Circo Massimo, la casta della 'ggente. Il risultato è lo stesso: uso improprio di luoghi sacri alla storia, alla identità ed alla cultura di un paese, con danni anche materiali, opportunamente occultati.
Ma c'è da aggiungere un altro elemento, decisivo. Negli ultimi anni, e non solo in questi – come abbiamo più volte segnalato – luoghi sacri per la nostra storia e cultura s vengono regolarmente affittati per manifestazioni indegne di essi, per lo meno non all'altezza del loro valore anche simbolico. E non entriamo nella discussione di quanto venga fatto valere, da parte dell'amministrazione, il loro conseguente valore commerciale.
Abbiamo più volte segnalato come Villa Adriana di Tivoli abbia ospitato manifestazioni inqualificabili del cosiddetto Festival EuroMediterraneo, e per diversi anni; e come lo stesso Colosseo, monumento simbolo dell'Italia e di Roma, sia stato concesso negli ultimi anni solo a Franco Mannino, per l'esecuzione di una sua messa, a Paul Mc Cartney per un concerto sponsorizzato da una nota industria ed, infine a Bocelli, per raccogliere fondi per il Conservatorio dell'Aquila, i cui fondi, qualche dopo il direttore del Conservatorio ancora reclamava; potremmo aggiungere anche a questo elenco di inadeguati ed inappropriati usi di luoghi storici, il gioiello del Cortile di Sant'Ivo alla Sapienza, o il Chiostro del Bramante o Piazza del Popolo offerta a Mediaset, da qualche anno, per un festival popolare. Per la concessione a prezzi modici di questi luoghi vale anche la comune appartenenza politica di amministratori ed organizzatori; in particolare le Chiese e Basiliche romane, vengono concesse solo ad organizzatori specializzati in manifestazioni dozzinali e, contemporaneamente, in impeccabili baciamano ai prelati preposti.
Noi ci ostiniamo a sperare che la svendita ed il cattivo uso di luoghi sacri alla nostra identità un giorno possano cessare.

sabato 26 aprile 2014

La fede non si mangia

Se il ministro Tremonti fosse ancora vivo - come ministro, s'intende - dovrebbe correggere quella sua panzana 'la cultura non si mangia' per evidente falsità e cattiva fede.
A proposito di fede - un argomento che in questi giorni  è all'attenzione del mondo intero, per la doppia canonizzazione di oggi -  Tremonti dovrebbe ammonire quanti da tempo, magari lui mai, mangiano la loro fede, meglio mangiano per la loro fede, e non attraverso la professione che svolgono.
Ci viene  in mente il documentario  di ieri trasemsso da Canale 5, un documentario su papa Giovanni Paolo II, realizzato da Sugar, nella persona di Caterina Caselli, nota religiosa di clausura che ha fatto tutti i voti possibili nella sua vita, dalla castità - che però a noi non interessa - alla povertà e all'obbedienza al dio mercato; in collaborazione con Alberto Michelini, altro notissimo religioso che  con il Vaticano ha fatto la sua fortuna di giornalista e poi di politico - ma  senza lasciare considerevole traccia nell'una come nell'altra- e con l'intervento di Andrea Bocelli che ha preso i voti nello stesso monastero della Caselli.  La nota religiosa Caselli i soldi se li deve procurare facendo l'editrice di musica e la discografica, Michelini  con il giornalismo e la politica, girando le spalle al Vaticano - e come campa? - e Bocelli cantando e  basta.
 Questo spettacolo ci fa venire in mente una nostra vita precedente, quando per i primi anni lavorativi abbiamo insegnato 'religione' in due scuole abbastanza tumultuose ma vivaci della Capitale, il Liceo Castelnuovo ed il Tecnico Fermi. L'abbiamo insegnata in conseguenza dei nostri studi teologici, che appartengono, anche quelli, ad una nostra vita precedente. Durante quegli anni - gli anni Settanta - la vita nelle scuole non era facile; ed ancor meno facile lo era per chi insegnava religione.
Avevamo letto in classe al Castelnuovo la corrispondenza fra l'allora vescovo di Ivrea, mons. Bettazzi, ed Enrico Berlinguer, sul  rapporto fra religione e marxismo, meglio gli eventuali punti comuni fra le due 'religioni', chiamiamole così, per semplificare. Qualche allievo,  benchè vivace e curioso,  faceva la spia al Vicariato di Roma, da cui dipendeva  la segnalazione ai presidi delle scuole per la nomina degli insegnanti di religione. Diceva al Vicariato che noi leggevamo  scritti di Berlinguer e Bettazzi , un vescovo comunista o in odore di eresia, e dunque guardato con sospetto. Puntuali arrivavano le telefonate 'esortative' del Vicariato: 'Professore, lasci stare, altrimenti l'anno prossimo non insegna più'. Non erano così brutali, ma ancora più ipocrite e dunque più fastidiose ed indigeste. Ciò che maggiormente ci feriva di quelle telefonate era proprio l'equivoco sul quale si fondavano,  e cioè che il Vicariato  esigesse da un professore di religione non la competenza in materia - e quella l'avevamo, notoriamente - bensì la sua obbedienza alle gerarchie. Insomma si insegnava non in nome della competenza, bensì della professione di fede. Dunque la fede ci dava da mangiare.
Quando avemmo la prima nomina come insegnante di Storia della Musica in Conservatorio avvertimmo un senso di liberazione: da quel momento in avanti mangiavamo in conseguenza della competenza musicale che, certamente, agli inizi della carriera era di molto inferiore a quella  che avevamo acquisito con studi regolari in fatto di religione , soprattutto nella teologia e sacra scrittura.
  Uno mangia attraverso l'esercizio della propria professione e non per la fede che professa.  Per questo ragione, quel documentario e moltissimi altri casi - un nome per tutti, Formigoni -ci hanno fatto ripensare a quella frase di Tremonti da correggere assolutamente. Perchè - come hanno dimostrato infinite ricerche scientifiche e di mercato, la cultura si mangia. ma la fede no. Come, invece, qualcuno continua a fare. L'ostentazione interessata della fede, che solitamente non si riflette nella vita degli interessati,  e che serve a molti solo per fare carriera con la spinta della gerarchia vaticana, ci RIPUGNA.
Così quando leggiamo che la nomina della Lorenza  Lei a direttore generale della RAI, e non solo la sua in RAI, ebbe la benedizione di Bertone, il lussuoso cardinale,  perdiamo la pazienza.