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venerdì 30 giugno 2017

Il Festival di Spoleto ha trovato il suo Bob Wilson 'de noantri'


Con il Don Giovanni di Mozart che ieri sera ha inaugurato la sessantesima edizione dell'ex Festival dei Due Mondi ( che ora si chiama semplicemente Festival di Spoleto, e di mondi ne abbraccia non più due, ma tutti, anzi tutto il mondo,' Il Mondo in scena', secondo l' acuta espressione della sua attuale direzione) si è conclusa la trilogia 'italiana' Da Ponte -Mozart che, in tre edizioni consecutive, ha impegnato la stessa compagine orchestrale, la 'Cherubini' di Muti ( alla quale quest'anno s'è aggiunta l'Orchestra sinfonica dei Conservatori italiani - e speriamo che sia la resurrezione definitiva!), lo stesso direttore d'orchestra, James Conlon, gli stessi scenografi e costumisti, i due famosi premi oscar ( Ferretti- Lo Schiavo), ed anche lo stesso regista, ribattezzato il Bob Wilson 'de noantri', alias Giorgio Ferrara, che da dieci anni tiene stretto nelle sua mani lo scettro spoletino, e lo terrà ancora per almeno altri tre, causa la recente sua riconferma.

 Giorgio Ferrara si è attribuita la regia della trilogia 'italiana' di Mozart, debuttando praticamente nella regia d'opera. E già questa è di per sé una scelta molto avventata, perchè certe opere sono il coronamento di una carriera e non il primo esperimento, il debutto.
Naturalmente le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. S'è inventato, in combutta con il suo drammaturgo di fiducia, De Ceccatty (drammaturgo e biografo di sua moglie, la celebre Adriana Asti, presenza fissa sul palcoscenico spoletino nella gestione Ferrara) una visione nuova ( antichissima, secondo la coppia Ferrara- De Ceccatty, perché attinta al famoso testo mozartiano di Kierkeegard, del quale si  proiettano per essere letti alcuni lacerti nel corso della Ouverture) che vuole Don Giovanni non tanto 'dissoluto punito' - come poi avviene - e neppure 'seduttore seriale', che vive per il 'piacere della conquista' ma colui che lotta, per allontanarla finchè è possibile, contro la signora con la falce, la morte.

E da questo, il Bob Wilson 'de noantri' fa scaturire la sua idea di regia. Cimiteri, tombe, donne velate con la falce ad ogni piè sospinto, luci cupe, oscurità, per dirci: guardate che le conquiste continue di Don Giovanni sono un espediente per 'passare il tempo', mentre ha intrapreso una lotta contro la morte che con ogni conquista spera di allontanare sempre più, sentendosi, conquista dopo conquista, sempre più - o ancora - vivo.

Ma che fa Il nostro Bob Wilson 'de noantri' in questa 'città di morti'? Fin dall'inizio anche nei momenti di coinvolgente seduzione, nei momenti quindi di maggiore vitalità, ci mostra tombe sulle quali sono seduti tutti i protagonisti, come morti viventi, cadaveri non ancora putrefatti ed in attesa di essere rianimati, ma solo per cantare la loro parte. Anche la esemplare seduzione della giovane Zerlina - quanta ricchezza di umana fragilità nel suo personaggio – diventa una specie di 'visita al cimitero, per il giorno dei defunti'.

Una noia 'mortale', è il caso di dire, che per poco non dava il colpo di grazia anche alla musica di Mozart. Che Ferrara non considera  coprotagonista assieme all'azione, nel capolavoro teatrale. Perchè azione non ve ne è – e, del resto come poteva immaginarsene fra tanti morti viventi? - riducendo l'opera allo stesso invariabile schema, dall'inizio alla fine.

I protagonisti, vengono in proscenio - quando non sulle passerelle laterali, grande invenzione, e nuova soprattutto, che fa il paio con la discesa, alla fine, in platea dei protagonisti come anche del Commendatore in carne ed ossa, un morto vivente che compare nelle ultime file della platea, mentre in palcoscenico viene trascinato il suo capoccione - cantano la loro aria e, nei momenti di più convulso movimento, i loro pezzi 'd'insieme', e poi, senza neanche accelerare il passo, escono.

Questa la regia, e del resto cosa ci si poteva aspettare, viste le premesse? Ora, non vi aspettate che qualcuno scriva le stesse nostre cose. Come potrebbe farlo Repubblica, tanto per fare un esempio, media partner del Festival che qualche giorno fa ne ha fatto il panegirico: che non è più né quello di una volta e tanto meno quello di Menotti, ma che comunque Ferrara ha resuscitato portando nella cittadina umbra ogni anno le stesse vecchie glorie, in una passerella tristissima, funebre; e, quest'anno, molte firme dei giornali di De Benedetti, anche in palcoscenico? Il Corriere, per ora, celebra Menotti, a dieci anni dalla scomparsa, visto che non lo fa il suo festival.

Non solo. L'antichissima canzone che i protagonisti intonano dopo la fine del dissoluto, e cioè: Questo è il fin di chi fa mal, a Spoleto non vale. Perché Ferrara, con tutti i suoi demeriti, non viene spedito altrove, ma riconfermato, per almeno tre anni ancora. E poi si vedrà, perché lui come Don Giovanni, lotta strenuamente contro la fine (della sua direzione, s'intende!), con tutti i mezzi, e forse riuscirà ad allontanarla ancora, almeno finché potrà contare sull'amministrazione comunale, sul ministro e sui salotti che un qualche potere l'hanno sempre. Tutti compiacenti.

Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del ministero di Franceschini ha affermato che Ferrara ha salvato il Festival di Spoleto: "Credo che la strada presa da Ferrara sia quella giusta, cioè un’offerta che coniuga altissima qualità, sperimentazione ed eventi di tanti tipi, come i confronti e i dialoghi. Con questa formula ha salvato un grande festival che stava rischiando di morire. Se i prossimi tre anni di Ferrara saranno nel segno della continuità? Sì, ma il teatro è vivo e quindi si rinnova continuamente, così come le idee".





P.S. Finalmente la diretta televisiva ha trovato un suo commentatore adeguato. Francesco Antonioni, che sa quel che dice ed anche come dirlo, abituato da anni di radio, a Radio 3. Peccato che la sua partner, Federica Guerzoni (si chiamava così?), apprezzabile per la sua grazia ed il bell'aspetto, dica solo cose ovvie e banali, dette anche in modo trasandato, nel suo ruolo di 'brava presentatrice', inutile e perfino dannosa, forse, per il danno che può fare una trasmissione televisiva.



giovedì 2 marzo 2017

Riccardo Muti torna a Firenze per il G7 della cultura, a fine marzo

Firenze è sempre stata considerata come una sorta di zona franca, fra Milano (Scala) e Roma (Opera), dove, invece, chi ci è passato, prima o poi, ha dovuto pagare pegno. I casi di Abbado e Muti stanno a testimoniarlo.
Sia Abbado, quand'era in vita, che Muti prima di tornare a Roma o a Milano  s'erano fatti ascoltare a Firenze, accampando talora ragioni sentimentali. Nel caso di Muti,  perchè Firenze era stato il suo primo incarico stabile in Italia, dopo la vittoria del Premio Cantelli, chiamatovi da Roman Vlad, la riconoscenza verso il quale Muti ha sempre dimostrato anche  prendendo per mano il suo figlio diletto e piazzandolo all'Opera di Roma, dove forse con le sole sue forze  non sarebbe mai giunto, come anche in altri incarichi sui quali  il grande direttore mantiene una sua influenza, se non diretta, almeno di prestigio.

Comunque resta il fatto che sia Abbado che Muti, in Italia, nei periodi di maretta con le rispettive orchestre di titolarità passata, oltre le orchestre giovanili dagli stessi fondate ( le Orchestre  Mozart e Cherubini), le rare volte che hanno diretto in Italia, hanno diretto a Firenze, l'Orchestra del Maggio fiorentino, fra le più prestigiose. L'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, altra anomalia, nè l'uno nè l'altro  l'hanno diretta per anni; e, nel caso di Muti, crediamo una delle sue rare volte ai tempi di Siciliani, perciò un secolo fa.

Ora Muti torna a dirigere, in due concerti, l'Orchestra fiorentina che da poco ha un suo direttore musicale, in Fabio Luisi, ed un direttore ' a vita', più o meno, in Zubin Mehta che l'ha guidata per anni ed anni. Ma non ha più un sovrintendente, dopo le dimissioni irrevocabili di Francesco Bianchi che ha fatto sapere pubblicamente di aver risanato i conti della Fondazione. E tutti si augurano che sia la volta buona.

Nei giorni scorsi ci siamo permessi di suggerire a Nardella ed anche a Franceschini, ai quali spetta il compito di individuare e nominare il nuovo capo dell'Opera di Firenze, il nome di Carlo Fontana, che, fra tutti i manager  'culturali' in circolazione ed in fondo liberi da incarichi simili è forse il più titolato. Sempre che lui lo voglia e che voglia anche abbandonare la presidenza dell'AGIS, dove sembra essere da anni a 'bagnomaria'. E sarebbe sicuramente la scelta migliore per Firenze. Naturalmente sarebbe opportuno, vista la disponibilità di Bianchi a restare sino alla fine di aprile, che la nomina eventuale di Fontana avvenisse  dopo la fine di marzo, per non  fargli incrociare come padrone di casa Muti, con il quale i rapporti alla Scala non furono alla fine e forse anche durante, sempre felici.
 Dopo la fine di marzo il suo arrivo a Firenze sarebbe provvidenziale.

Ed ora  una noterella sul programma che Muti dirigerà a Firenze: sinfonia da Guglielmo Tell di Rossini, Schubert, Sinfonia n.8, 'Incompiuta' e Brahms, Sinfonia n.2. Un programma che a noi sembra fatto non con la testa e considerando il dovuto peso che si deve alla musica ed alle singole opere.
Due sinfonie, in ciascuna delle due parti del concerto a noi sembrano come buttate lì, specie se consideriamo il senso che soprattutto la sinfonia di Schubert ha nella storia. Il programma ideale anche per il pubblico -  non diverso potrebbe essere il discorso per il primo dei due concerti riservato agli ospiti del G7 che a tutto penseranno tranne che alla musica e che non vedranno l'ora di andarsene via - sarebbe di una prima parte  composta da brani, due o tre, sulla falsariga della magnifica sinfonia rossiniana, che preparano alla seconda, dove da sole la Sinfonia di Schubert o Brahms sarebbero più che sufficienti.

 Noi siamo sempre stati contrari ai programmi maratona, ed a quelli che in quattro serate,  buttate lì due per sera, esauriscono, ad esempio, le sinfonie di Beethoven.  Un simile ciclo con un simile ritmo non giova  né alla musica  né a chi l'ascolta.

 Se poi la scelta di Muti è caduta su quei brani perché li straconosce, come anche l'orchestra fiorentina, in modo che con due prove  possa concertarle, peggio ancora.

venerdì 8 luglio 2016

La musica italiana, parte (esigua e poco rappresentativa) di essa, plaude alla riforma del ministro Franceschini ( Nastasi), dopo la bocciatura della medesima dal Tar del Lazio

Lettera aperta al Ministro dei Beni e Attività Culturali e del Turismo Dr. Dario Franceschini 

 Egregio Ministro, 
 alla luce della recente sentenza del Tar Lazio circa la presunta illegittimità del Decreto Ministeriale MIBACT del 01.07.14 che porta il Suo nome e che ha modificato i criteri di assegnazione dei contributi FUS agli organismi culturali italiani dello spettacolo dal vivo, le associazioni scriventi intendono far conoscere la loro posizione sull'importantissimo argomento. E’ innegabile che la gran parte dei soggetti della programmazione dello spettacolo italiano, sulla cui qualità testimoniano i cartelloni realizzati, è stata avvantaggiata da tale D.M. e, pertanto, ha salutato con favore il nuovo impianto sulle assegnazioni del FUS. Chi scrive ha rilevato già un anno fa, accanto alle criticità che non ha sottaciuto, gli indubbi benefici che il DM ha apportato al mondo dello spettacolo, soprattutto nell'aver ribaltato il previgente sistema di assegnazione del FUS immobilizzato e basato su una totale discrezionalità di una Commissione Artistica che, anno dopo anno, pur cambiando i suoi membri, ribadiva, con piccolissimi e scarsamente comprensibili aggiustamenti, al rialzo o al ribasso, le cifre assegnate nella precedente annualità, senza alcuna possibilità per soggetti nuovi ed in crescita di vedere riconosciuti, attraverso criteri meritocratici, i propri progetti ed i relativi risultati. Nel nuovo D.M. l'aver invece limitato la discrezionalità della commissione artistica lasciando ad un sistema informatico impersonale la valutazione oggettiva dei parametri qualitativi e quantitativi (elementi essenziali quali bilanci, impatto sul pubblico, valorizzazione giovani artisti, giornate lavorative, etc) è stato, secondo noi, un positivo esperimento, di certo perfettibile in futuro, per scardinare un sistema bloccato dal peso eccessivo dato alla storicità e che garantiva solo rendite di posizione più che decennali, soffocando numerosi enti virtuosi sul piano della qualità artistica e su quello gestionale, che fino al 2014 non avevano avuto l'opportunità di fruire di bandi che evidenziassero una moderna capacità organizzativa e imprenditoriale della propria azione culturale. Grazie a questo ribaltamento dei criteri di giudizio, nel 2015 circa il 70-80% degli organismi ammessi al Progetto Triennale 2015-2017 (altro elemento di novità del DM che auspichiamo possa essere ulteriormente perfezionato con un’indicazione triennale del sostegno statale in grado di assicurare certezze alla programmazione) ha visto il proprio progetto premiato e il proprio contributo incrementato rispetto al passato, in alcuni casi in modo significativo. Il nostro intervento vuole essere anche un appello a Lei, Signor Ministro, perché impedisca un incomprensibile ritorno al passato e a vecchi criteri di valutazione, in modo da riaffermare in un eventuale prossimo strumento normativo, i principi innovativi del DM 1 luglio 2014. 

Non è la prima volta che alcuni soggetti,  che si ritengono favoriti da un cambio di regolamenti, si prostrano ai piedi del ministro del momento cantandone la bontà delle nuove direttive  ( Decreto ministeriale del 1 luglio 2014, oltre 100 pagine - farina del sacco di Nastasi, perchè Franceschini non sa  neppure  di cosa si tratta - con il quale vengono introdotti nuovi criteri per l'attribuzione del FUS allo spettacolo dal vivo, musica compresa), dimenticando i danni - e sono molto maggiori- che quel l'infame decreto ha prodotto e che sono alla base della bocciatura circostanziata attraverso sentenza, resa nota appena qualche giorno fa, del Tar del lazio,  contro la quale il ministro si è subito mosso chiedendo un'urgente sospensiva al Consiglio di Stato che gliel'ha naturalmente concessa. Altrimenti  egli avrebbe bloccato tutti i finanziamenti già attribuiti ed in  via di erogazione, magari proprio a quei soggetti che, per ringraziarlo ed ingraziarselo, hanno scritto e firmato quella miserabile lettera. La quale dimentica ciò che ha prodotto quel decreto ministeriale: la cancellazione con un colpo di algoritmo dell'80% delle associazioni musicali piccole e medie ma anche di medio grandi, come ad esempio il CEMAT, guidato da Gisella Belgeri, che molto ha fatto, nonostante Nastasi, per la musica contemporanea  italiana in Italia ed all'estero.
 Nella lettera si dice che la sentenza del TAR non fa che bloccare qualunque riforma anche positiva  come i firmatari ritengono la riforma Nastasi/Franceschini.
Bollano come improponibile il fatto che la valutazione dei criteri di qualità e il quasi automatico finanziamento sia  stata prerogativa della Commissione ministeriale.  Si capisce che i firmatari fanno finta di non sapere che quella commissione, i cui membri sono  stati scelti fra i più sfacciati servi di Nastasi, il quale solo decideva chi finanziare e per quanto, FOTTENDOSENE dei pareri dei commissari a lui ubbidienti - non riveliamo nulla che non sia già noto, è stato tante volte detto e scritto! -   che, proprio per questo, valevano come il 'due' di coppe. Solo i firmatari fanno finta di non sapere delle fortune arrise a quei poveri membri della Commissione che si facevo vanto fuori del Ministero promettendo  interessamento ed intanto facendosi i  cazzi propri. Ci vengono in mente almeno due o tre nomi  che nel tempo hanno goduto di qualche chance nel mondo musicale italiano solo perché membri di quella inutile commissione. Perchè sia chiaro ai firmatari  della lettera pro Franceschini che quei commissari mai avrebbero potuto contare qualcosa, se non fossero entrati in quella commissione.
 Si loda il Decreto perchè introduce la triennalità del finanziamento - magari fosse vero, e magari ancora fosse puntuale l'erogazione del medesimo; ma  questo il Ministero non riesce mai a stabilirlo per sè - a seguito di progetti triennali. Ora a chi non viene in mente che in un paese di millantatori, qual è l'Italia, si possano  presentare al ministero progetti faraonici, di durata triennale,  che poi non vengono attuati del tutto  o in parte, ed intanto il ministero sulla base di quei progetti eroga il finanziamento? Che ora il ministro ha agitato come spauracchio o ricatto per avere l'adesione almeno di quel gruppo di favoriti.
 Perchè deve essere chiaro a tutti, che commissione o non commissione, algoritmo o non algoritmo, chi stabilisce  il finanziamento è sempre e comunque il  Ministero,  più precisamente Nastasi  per il lunghissimo periodo di permanenza al Collegio romano,  dove è stato il dominus incontrastato., avendo dalla sua parte ministri ignoranti neanche tanto orgogliosi di occupare quel dicastero che a parole viene e sempre detto, il più importante in un paese come il nostro.
A chi non si convince di questi considerazioni generale vogliamo offrire alcuni esempi.
 Può spiegare Nastasi perché ha sempre generosamente finanziato l'Orchestra Cherubini di Muti e solo tardissimamente ( comunque fuori tempo massimo, se lo ha fatto) l'Orchestra Mozart di Abbado?
E Franceschini che si è adoperato in Europa per mantenere in vita l'Orchestra delle Unione Europea ( EUYO), perchè in Italia non ha mosso un dito per evitare la chiusura dell'Orchestra Mozart di Abbado?
 E i festival finanziati fin dalla prima edizione, finanziati lautamente, solo perchè dietro c'era il padrino di Nastasi, non nel senso mafioso, ma in quello di 'padrino di nozze', ma pur sempre padrino?
E i troppi favori di Franceschini e Nastasi al San Carlo di Napoli , anche passando sopra  l'assunzione della mogliettina  del 'grande&grosso' direttore generale nella Fondazione lirica napoletana, come li giustificherebbero i firmatari dell'appello a favore della cosiddetta riforma?
 E, colmo dei colmi, per restare nell'ambito delle orchestre, l'atteggiamento  dichiaratamente ostile che il Ministero ha sempre avuto nei riguardi dell'Orchestra Verdi di Milano, come spiegarlo? Una delle migliori orchestre sinfoniche italiane, con attività superiore a qualunque altra anche di qualità, con capacità di auto finanziamento enorme, e con un pubblico che supera quello di qualunque altra realtà sinfonica italiana, ha dovuto attendere oltre vent'anni prima di vedersi riconosciuta nel ristretto numero delle cosiddette ICO ( Istituzioni concertistiche orchestrali) che ricevono il Fus attraverso un capitolo dedicato. Poi il ministro Franceschini, ad aprile dello scorso anno, la inserisce con decreto nelle ICO, ma Nastasi che fa? Non gli attribuisce neanche per il 2015 il finanziamento ICO, come deciso dal suo ministro attraverso decreto, che lui non avrebbe ai voluto che venisse emesso.
 E' questo il Ministero che si vuole contrario alle clientele?  'Aprite un poco gli occhi, uomini incauti e sciocchi'... non vendetevi l'anima per un piatto di lenticchie che in futuro un diverso algoritmo potrebbe togliervi senza che nulla voi possiate opporre in vostra difesa.

giovedì 9 giugno 2016

Era soltanto la 'Repubblica delle idee' non la 'Repubblica delle interviste'. Perciò, non prendetevela con l'intervistatrice se è impacciata e inadatta

Fosse stata la 'Repubblica delle interviste' uno avrebbe potuto dire agli organizzatori, senza mezzi termini: non avevate una intervistatrice migliore, più capace? perchè, sinceramente, senza che ce ne voglia, Leonetta Bentivoglio è l'assoluta negazione della intervistatrice, come avevamo avuto modo di giudicarla già in passato ascoltando una sua intervista in tv , a Pappano, se ricordiamo bene. Parla parla, come se fosse sconosciuto a lei e l'argomento della chiacchiera e la storia dell'intervistato, mentre di Muti Lei è una specie di microfono personale, in coppia con una sua collega del Corriere. Comunque a che serve far raccontare a Muti sempre la solita storia dei suoi inizi, visto che l'ha raccontata centinaia di volta e soprattutto  ora che ha quasi settantacinque anni? Vuol dire non saper fare la giornalista oltre che l'intervistatrice. Altra cosa è scrivere, e questo lei lo sa fare molto meglio. Non è necessario del resto saper fare tutto, basta che ciò che  si fa lo si sappia fare. Chiuso l'argomento intervistatrice che ci ha portato fuori tema; mentre il tema era e resta quello della 'Repubblica delle idee' e non 'delle interviste' ( a proposito Monda, sempre della stessa 'Repubblica' l'anno scorso intervistò Muti sul cinema: come intervistatore fece una bella figura e con lui anche Muti , che per la prima volta poté parlare, con cognizione di causa, della sua passione per il cinema).
 Mentre questa sera avrebbe dovuto parlare della sua passione per la musica' e invece... noi siamo qui a meritarci un 'cretino' da parte del direttore il quale ha detto, in apertura, che domani ( noi stiamo scrivendo oggi), qualche 'cretino' scriverà che dico sempre le stesse cose - certo se gli domandano sempre le stesse cose, che colpa abbiamo noi che scriviamo se lui le ha raccontate per l'ennesima volta?
 Stasera  abbiamo sentito qualcosa di nuovo che, nelle puntate precedenti sulla sua vita, non  gli avevamo sentito ancora  dire. Ha parlato del suo debutto come 'violinista' in erba davanti ad una platea 'clericale' ( professori e studenti del Pontifico seminario regionale di Molfetta - città nella quale ha vissuto i primi anni, prima di trasferirsi con la famiglia a Napoli - nel quale, qualche anno dopo, noi avremmo fatto gli studi liceali, dopo il ginnasio a Bisceglie. Perchè  proprio nel Seminario di Molfetta debuttò il giovanissimo violinista Riccardo Muti? Perchè - ci  raccontò un'altra volta il maestro - suo padre , medico, era il medico 'ufficiale' del seminario. E poco mancò, dunque, che noi  assistessimo al suo debutto; o che lo incrociassimo al Conservatorio di Bari, visto che assai spesso, pochi anni dopo, ci recavamo  in quel Conservatorio, per i saggi di fine anno soprattutto, per incontrare Nino Rota.
 Ci è piaciuta anche l'annotazione sulla direzione d'orchestra che  Muti ha definito professione musicale 'di comodo', intendendo dire che  mentre il cantante o lo strumentista, difficilmente possono darla a bere a chicchessia, il direttore no - in fondo che fa: batte il tempo - tanto che da giovanissimi, quando non si è ancora preparati per nulla, si fanno debuttare giovani direttori in repertori che maestri d'altri tempi non hanno voluto dirigere neppure in tarda età.
 Muti ha colto l'occasione per una tiratina d'orecchi ai nostri governanti, che non credono nella funzione educativa della musica e nella necessistà delle sua conoscenza, trattandosi di una delle radici secolari della nostra civiltà. Ma avendo davanti agli occhi l'omone di Nastasi, non ha potuto  non aggiungere che occorre riconoscere all'attuale ministro ( di cui Nastasi è stato fino all'altro ieri il fedele scudiero e suggeritore)  che qualcosa sta facendo; ed ha aggiunto anche che lo Stato ha finanziato  anche la sua Orchestra Cherubini. C'era di  ribattere a Muti e soprattutto a Nastasi, presente in prima fila: perché non ha fatto altrettanto per l'Orchestra Mozart di Abbado? E se non l'ha fatto in passato, perché non rimedia ora che cittadini volenterosi ed amanti della musica stanno tentando in ogni modo di rimetterla in piedi? E' ancora in tempo per rimediare agli errori passati. Il fatto è che Franceschini, suggerito da Nastasi, ha dato il colpo di grazia alla musica in Italia, e l'aver finanziato  da sempre l'Orchestra di Muti non gli lava  la colpa e non  cancella la pena che ambedue meritano!
 Tornando a casa ascoltavamo l'intervista ad una celebre cantante ( Rachel Harnisch) la quale diceva che si sente spesso dire, lei che è in carriera da anni, ma che di carriera ne ha ancora da fare, si sente spesso dire: lei  è troppo vecchia per questo o quel repertorio; ma non ha mai sentito dire ad un giovane cantante: Lei è troppo giovane per questo o quel repertorio. Appena si presenta alla ribalta un giovane cantante di talento,  lo si brucia facendogli fare tutto, e nel giro di una decina d'anni la sua carriera è tragicamente conclusa.

sabato 14 maggio 2016

Riccardo Muti tornerà alla Scala? Boh,chissà...

"Nonostante la fine improvvisa del rapporto, oggi non ho nessun rancore verso il teatro. Ognuno di noi può commettere errori, però una cosa me la riconosco: di aver dato in quegli anni tutto me stesso. Si vede dal repertorio sinfonico e operistico che ho diretto e dalla qualità dell’orchestra”.
 L'unica novità letta in una intervista rilasciata da Riccardo Muti a 'Classic Voice' - prima che Pereira annunciasse le due tappe milanesi della Chicago Symphony, il prossimo gennaio - è la dichiarazione/ammissione dei aver commesso degli errori - tutti possiamo commetterli, però... - e di non  nutrire rancore verso il teatro che lo ha visto al vertice per quasi vent'anni, e dal quale ne uscì , dopo settimane burrascose, nel 2005.

Sull'ammissione di errori siamo d'accordo con Muti, anche perché sarebbe stato abbastanza strano che non li  avesse ammesso, in via teorica, come tutti a questo mondo. 
La seconda affermazione: 'oggi, non nutro rancore verso il teatro'...beh, questa è una mezza verità, meglio una mezza bugia. Perchè se bugia non fosse, troverebbe modo e tempo per tornare a dirigere alla Scala, l'Orchestra che per tanti tanti fu la sua orchestra, nel teatro che per tanti ani fu il suo teatro ed al quale tanto ha dato, in quella stessa buca che teme si trasformi  in una fossa di leoni, pronti ancora a sbranarlo.
 E, invece, no. Il tempo non ha ancora medicato e neppure lenito le ferite di quella rottura traumatica, altrimenti Muti sarebbe tornato nella maniera che tutti s'attendono, dopo dieci anni di assenza.

Certo non poteva rifiutare una mostra che lo celebra, al cadere dei suoi 75 anni, allestita dal suo amico Lorenzo Arruga, proprio alla Scala, il prossimo mese, alla cui inaugurazione parteciperà; come anche non poteva rifiutare l'offerta di Pereira di ospitare due suoi concerti con la 'sua' attuale orchestra americana in tournée in Europa, con la quale - tanto per non tacere nulla - gira alla larga da Roma, dove l'Opera come Santa Cecilia l'avrebbero potuto ospitare, come  questa seconda fece già alcuni anni fa.

A Pereira i giornalisti hanno chiesto se anche Chailly ha incontrato Muti? Pereira ha risposto di no, ma aggiungendo  anche Chailly gli ha indirizzato un personale invito a tornare alla Scala. Che cosa ci si può aspettare per il futuro? Un ritorno in grande stile, come va dicendo ogni volta Pereira, ma Muti no? 

Questo ritorno potrebbe essere annunciato nei prossimi mesi,  o addirittura in occasione dell'inaugurazione della mostra in suo onore? Sarebbe auspicabile, e noi ce lo augureremmo, ma è assai improbabile che Muti torni presto a dirigere l'orchestra con la quale - inutile tacerlo - volarono parole grosse. Può Muti rischiare che qualche strumentista, irriducibile, in qualche modo voglia fargliela pagare, mettendo in atto una qualche contestazione? Muti ancora non vuol correre questo rischio. E dunque , nonostante il corteggiamento di Pereira - ed anche di Chailly? - Muti ancora per qualche tempo girerà alla larga dalla Scala ed anche dall'Italia, salvo che per promuovere la sua orchestra Cherubini e per dar lustro al Festival della sua signora, a Ravenna.

sabato 14 novembre 2015

E il maestro Muti va a tenere concerti nei posti più sperduti, mentre non dirige più nè a Roma, nè a Milano nè a Firenze...

Un'anomalia c'è. E non tanto per  il fatto che Muti si sia legato alla sua più giovane creatura che è la 'Orchestra Cherubini'. Anzi. L'anomalia è rappresentata dal fatto che se lo si vuole ascoltare occorre  mettersi in viaggio e raggiungere i più sperduti borghi  del nostro paese. Che fa il maestro? Snobba le grandi città, gli storici teatri dove ha giurato - e finora la promessa sembra averla mantenuta -  che non tornerà per ora a dirigere, per farlo in piccoli centri, in festivalini - come quello nel quale si appresta a debuttare, in Umbria, ad Assisi (  'Omaggio all'Umbria' del quale è presidente onorario Mauro Masi - ve lo ricordate? - e direttrice artistica Laura Musella, celeberrima cantante lirica ma chi se la ricorda?, e al suo fianco  Romualdo Tocchio, che nessuno sa chi sia), un festival che fa il botto una volta l'anno - negli anni passati c'era sempre Zubin Mehta che faceva il botto, con l'Orchestra del Maggio  - e poi spara bombette, mettendo uno dopo l'altro sul palco bambini 'prodigio' nei vari campi, con qualche accompagnatore pianistico d'affezione, come Stefano Ragni e dove - dimenticavamo - qualche volta  torna a cantare anche la celeberrima cantante direttrice artistica, come preziosissimo regalo al suo festival.
 Certo, tornando a Muti, nessuno può decidere per lui dove dirigere. E lui ha il diritto di farlo dove vuole, anche  se a noi sembra il ripetersi pari pari della storia della celebre barzelletta - senz'offesa per nessuno, tanto meno per il maestro - che racconta di un marito rifugiato sotto il letto per paura delle botte della moglie (ma qui non c'entra la moglie del maestro, sia chiaro!) gridare alla moglie: questa è casa mia e sto dove mi pare!
Come  non è, ad esempio,  neanche ciò che faceva il grande Sviatoslav Richter, musicista fra i più geniali ed irregolare, anche nella vita, quasi sempre fuori dalle regole. Lui girava per il nostro paese, che spesso visitava, si faceva mostrare chiese e teatrini ed ogni altro luogo baciato dalla bellezza dell'ingegno umano, e, su due piedi, decideva che l'indomani vi avrebbe tenuto un concerto. Altra cosa, come si vede.
 Allora, se un consiglio possiamo permetterci di dare al Maestro... no domani, ma dopo domani e  nei mesi a venire, ricominci a dirigere in Italia, oltre la sua Cherubini, anche i nostri complessi più importanti. Non sarebbe una sconfitta; tutti lo leggeremmo come effetto della superiorità del maestro rispetto alle beghe e bassezze umane.
 A dir il vero, dopo il disastro di ieri a Parigi, vien voglia veramente di convincersi che è tempo di cambiar vita, per tutti. E di volare alto!

mercoledì 11 novembre 2015

Non c'è due senza tre. Di direttori 'onorari a vita' o 'emeriti': da Muti a Temirkanov, e di nuovo a Muti

Ha cominciato Riccardo Muti, al quale il titolo di 'direttore onorario a vita' dell'Orchestra dell'Opera di Roma gli ha portato un tale sfiga che dopo pochissimi anni si è dimesso, e quel titolo onorifico è rimasto appeso nella bacheca del teatro, mentre l'interessato se l'è scrollato di dosso come si fa con la polvere  caduta sull'abito scuro.
Un giorno andrebbe raccontata la storia vera dell'arrivo di Muti a Roma, della sua permanenza e del suo addio che è riuscito a rompere un'amicizia che durava da anni fra il direttore e Paolo Isotta- che l'ha raccontato nel suo ultimo libro. Quel titolo onorifico dato ad un direttore appena sbarcato a Roma, serviva solo a mostrare a tutti che in qualche maniera il teatro l'aveva legato a sé; non avendo ottenuto che il direttore assumesse l'incarico, vero, di direttore musicale. Se ne è confezionato uno finto, di incarico. Di più, quel titolo onorifico non è che gli abbia portato bene a Muti.
 A Roma, come abbiamo già segnalato ieri, ad un altro direttore, Yuri temirkanov, viene attribuito quel titolo onorifico da parte dell' Orchestra dell'Accademia di santa Cecilia, e speriamo che non gli porti altrettanto sfiga. L'Accademia spiega che è la prima volta che tale titolo viene attribuito ad un direttore. E Bernstein? No, lui era 'presidente onorario dell'orchestra ' non sappiamo se a vita , o soltanto per un pò. E lui, non ricordiamo più se per sdebitarsi con Siciliani, a seguito di tale titolo,  o per meritarselo, oltre le sue abituali presenze in stagione ( come del resto fa Yuri Temirkanov), venne  a Roma a tenere un corso per  giovani direttori d'orchestra, che si portò dagli USA (fra quelli italiani nessuno venne ammesso a seguire tale corso come allievo effettivo, non avendo superato la prova di idoneità; e, se non ricordiamo male, a quel corso partecipò da semplice uditore anche l'attuale sovrintendente dall'Ongaro - o forse ricordiamo male?) e eseguì una memorabile 'Bohème' all'Auditorium della Conciliazione con cantanti giovani , AMERICANI. L'orchestra era galvanizzata dal direttore, come anche tutti i giovani interpreti.
 Adesso un nuovo caso sta per verificarsi, riguardante questa volta un direttore cui quel titolo ha già creato qualche imbarazzo, e cioè Riccardo Muti. La Scala, Pereira in persona, non sa più cosa fare per farlo tornare a dirigere, ci sta provando in tutti i modi; a luglio una mostra gli verrà dedicata, per festeggiare i suoi 75 anni, ed in più, sempre nella prospettiva del ritorno, si agita l'intenzione di volerlo nominare 'direttore emerito', onorificenza di nuovo, freschissimo, caduco conio; sebbene lui alla Scala ci sia già stato per quasi vent'anni; come anche Abbado, al quale quel titolo non è stato mai dato anche recentissimamente.
 Che Muti debba dirigere anche alla Scala, e - secondo noi -  dovrebbe dirigere anche a Santa Cecilia come pure all'Opera di Roma ed nche altrove in Italia, non certo dappertutto, è perfino superfluo ribadirlo-  se fossimo in un paese normale, e  noi non lo siamo. Invece, Muti, in Italia,  può decidere di dirigere solo la sua Orchestra Cherubini, e nessuno può dirgli nulla. Cosa, ad esempio?
Ma che il noto direttore, accetti un altro incarico onorifico  come 'captatio benevolentiae' per il suo ritorno alla Scala, o come risarcimento postumo, non  crediamo accetterà nè che gli faccia bene accettarlo. E lui che è mezzo napoletano oltre che mezzo pugliese, conosce bene il detto :' timeas Mediolanenses et dona ferentes'. In  guardia maestro, se vuole tornare a dirigere l'Orchestra della Scala, lo faccia anche senza  il titolo  di ' direttore emerito'.

mercoledì 14 ottobre 2015

Riccardo Muti in prima serata. Su RAI 5.

A Milano oggi è stata presentata la serie di otto puntate di 'prove d'orchestra' che Riccardo Muti ha tenuto in questi ultimi tempi con la sua Orchestra Cherubini, dallo stesso direttore fondata ormai dieci anni fa, che andranno in onda in prima serata a partire da mercoledì 21 ottobre sulla rete 'culturale' della RAI. Che purtroppo non sfonda ancora.
Petruska, la trasmissione del giovedì, curata un tempo da Michele Dall' Ongaro  si aggirava intorno ai 20.000 telespettatori di media, ma scendeva anche sotto fino a 18.000 e saliva anche di qualche migliaio nelle settimane migliori. E le opere trasmesse da RAI 5 stanno intorno ai 120.00 e 150.000 spettatori. E con simili chiari di luna, parlare di un fatto positivo per la diffusione musicale nel nostro paese, ci sembra sinceramente troppo azzardato e fuori luogo. E ipocrita.
Finchè la musica resterà relegata  in un rete di  nicchissima  e non si troverà spazio, nei modi e nelle forme più consone, sulle reti generaliste ( come avvenne, ma solo per sei estati consecutive per All'Opera!, cancellata poi dall'insipienza, ignoranza e disinteresse dei dirigenti RAI, nonostante che gli ascolti fossero gli stessi - da 800.000 e fino a 1.400.000 circa, a seconda dei titoli in programma - di una 'seconda serata' riuscita, di qualunque altro genere!!!!) la musica non si diffonderà mai in Italia, dopo che naturalmente si troverà anche spazio per la musica nei curricula scolastici.
Anche tali prove non sono una vera novità, giacchè sempre di Muti negli anni passati,  e sempre su RAI 5, si sono viste le sue presentazioni, nell'Aula Magna della Sapienza, delle opere dirette poi all'Opera di Roma( Attila, Nabucco, se ricordiamo bene).
 In occasione della presentazione milanese, gli è stato chiesto se dirigerà un concerto alla Scala. La risposta del direttore non lascia dubbi: che senso ha  dirigere un concert(in)o alla Scala? E, siccome Muti non tornerebbe mai e poi mai come direttore musicale alla Scala - mai tornare sui propri passi -  in un ruolo che ha ricoperto per quasi vent'anni, è evidente che intendeva dire che  non dirigerà nessun concerto o concertino alla Scala. Punto.

lunedì 27 luglio 2015

Riccardo Muti non ha perso il coraggio leonino di sempre

Nei giorni scorsi si sono accavallate le notizie di un possibile ritorno, a breve, di Riccardo Muti sul podio del Teatro alla Scala, dove - fino al 2005 - è stato direttore musicale per un ventennio circa.
L'hanno  fatto pensare l'arrivo a Ravenna di  Alexander Pereira ma anche di Carlo Fontana, attuale presidente dell'AGIS, ritenuto un tempo antagonista di Muti alla Scala, addirittura suo nemico e causa della sua partenza dal teatro milanese, dal quale anche Fontana se ne andrà.
E alle dichiarazioni possibiliste di Pereira sono seguite anche quelle concilianti di Muti, il quale ha dovuto riconoscere indirettamente che Pereira era andato quasi in pellegrinaggio a Ravenna, nei giorni del 'Falstaff', per esaudire un suo vecchio 'voto', quello di riportarlo alla Scala, costi quel che costi. E Muti ad esse ha aggiunto: vedremo, se sono fiori fioriranno. Insomma ha lasciato la cosiddetta porta, 'aperta'.
 Subito dopo, i giornali si sono esercitati sulla futura strategia di avvicinamento. Come  tornerà alla Scala, quando i tempi saranno maturi, e fose lo saranno nel giro di un paio di stagioni al massimo (si parla del 2017)?
 Tornerà, facendo tappa con la sua Orchestra di Chicago; o vi metterà piede la prima volta dopo la rottura con la sua orchestra italiana di giovani 'Cherubini', con la quale ha ormai stabilito un sodalizio più che paterno, al punto da portarsela anche a Salisburgo fra qualche giorno per un'opera verdiana?
 E perchè non con l'Orchestra del Teatro? Tutti, noi compresi, abbiamo optato, in occasione del primo ritorno, per le due ipotesi soft, nel timore che  qualche strumentista scaligero, fra quelli che  all'uscita di Muti dal teatro non furono teneri con lui, possa fargli qualche scherzetto. Ci siamo sbagliati. Perchè è stato lo stesso Muti a farlo capire senza equivoci. Lui se torna, quando lo deciderà, tornerà a dirigere l'orchestra  che per molti anni è stata, agli occhi del mondo, la 'sua' orchestra. Perchè non si abbia a pensare che in questi anni di lontananza,  Riccardo, complice l'età, ha perso il coraggio da leone di un tempo ed è diventato un don Abbondio, di manzoniana memoria: ' uno se il coraggio non ce l'ha, non se lo può dare'.
 A confermare che al momento del ritorno sarà questa la strategia è intervenuto Pereira, facendo sapere che gli orchestrali hanno in animo di scrivere una lettera di invito ufficiale, pacificatrice, a Muti, ed anche Chailly lo ha fatto, telefonandogli per invitarlo ufficialmente. Perchè non è possibile che uno dei massimi direttori viventi, italiano nel sangue, non diriga alla Scala.

sabato 9 maggio 2015

A Spoleto, il direttore Giorgio Ferrara programma per un triennio.

Presentato l'altro ieri a Roma il programma triennale del Festival di Spoleto, cinquantottesimo della storia, manifesto di Botero, ottavo della gestione Ferrara, Giorgio, fratello di Giulianone, secondo l'invito/prescrizione del Ministero che vuole programmazioni pluriennali, come pluriennali ( triennali) saranno (dovrebbero essere; lo promettono da tempo, senza mai mantenere l'impegno assunto, ed ogni anno, cambiano) i finanziamenti.
Ferrara si allea con Ravenna, importa la orchestra Cherubini di Muti ( c'è lo zampino di Alessio Vlad che del festival era fino a ieri, oggi non sappiamo, il suggeritore, non disinteressato, per la parte musicale?) e così fa contento anche il ministro che fa riascoltare in Italia Muti, anche fuori dalla  Ravenna di famiglia, e soprattutto fa contento Nastasi che di Muti, e della sua famiglia, è buon amico.
 L'orchestra Cherubini sarà orchestra residente per tre anni, per l'esecuzione, uno per anno, dei titoli della trilogia italiana Mozart-Da Ponte, a cominciare quest'anno da 'Così fan tutte', diretta da Conlon, per proseguire con Nozze e Don Giovanni negli anni a venire. E la stessa orchestra, servirà a Muti per dirigervi il Concerto in piazza nel 2017, nel 2016 è invece atteso Pappano con Santa Cecilia, e quest'anno  l'Orchestra Giovanile Italiana con Tate.
 Qualche altra piccola presenza della Musica, abbastanza banalotta ( le musiche per film, che noia!  le faranno anche a Santa Cecilia), per virare dritti verso il teatro, dove Ferrara si muove con più abilità, reimportando a Spoleto la compagnia di giro, seppure altisonante, che da anni vi dimora. Nella quale si distingue lo spettacolo con Bob Wilson e Barishnikov, sullo scandaloso Nijinski, del quale già ci hanno raccontato molto, cogliendolo nei giorni di prove a Milano.
 Certo ci sarà anche la danza, con un paio di spettacoli,  e poi i Concerti di mezzogiorno, affidati come a Spoleto s'è fatto negli anni passati, agli allievi dei Conservatori del circondario. Per risparmiare, per non scegliere o non saper scegliere.
 In una celebre corrispondenza di Fedele D'Amico da Spoleto, anni  o secoli fa, si raccontava dell'unicità di Spoleto, dove non si andava per ascoltare o vedere la star, ma per vedervi  le sorprese che il vecchio Menotti era abilissimo a scovare, soprattutto in campo musicale. Ferrara non ha tempo per fare questo lavoro e perciò, messa nell'angolo la musica, si occupa del teatro che conosce e dove naturalmente spera ancora di lavorare, anche fuori di Spoleto.
 Ma non aveva prescritto il Ministero che i direttori artistici non potevano figurare in cartellone, soprattutto in veste di registi di spettacoli che essi stesi avevano programmato? Se la cosa valeva per l'Argentina di Roma, perché non vale per Ravenna ( per Cristina Magiavillani Muti) o per Spoleto, dove Ferrara firmerà la regia della trilogia mozartiana, da qui al 2017, mentre Dante Ferretti baderà alla scena?

domenica 22 marzo 2015

Dimenticatemi, supplica RICCARDO MUTI. Lasciatemi in pace, dichiara a Rita Sala del Messaggero

Con una intervista a Rita Sala - l'unica portavoce giornalistica del maestro del quale raccoglie puntualmente ed a ritmi serrati, pensieri e pronunce, senza mai  avventurarsi in interpretazioni, che poi risultano più o meno, anche se benevolmente e senza colpa, errate - sul 'Messaggero' di oggi  dà il microfono al Maestro, alla vigilia di una  sua importante tournée mondiale che lo vede a capo prima  della Cherubini , e dopo anche dei Berliner e dei Wiener. L'occasione serve a Muti ed anche a Rita sala per parlare del prossimo - estivo - nuovo impegno del maestro, quello didattico, nel senso tecnico del termine, nella direzione d'orchestra e concertazione, che lo impegnerà a Ravenna, nel corso del festival di sua moglie Cristina, per la preparazione del Falstaff che  proprio al Ravenna festival vedrà il debutto.
Muti ripete che, ad un certo punto della vita, si sente quasi morale l'obbligo di trasmettere alle giovani generazioni un patrimonio di tradizioni e saperi che potrebbe andar perduto. Del quale lui protagonista della vecchia scuola di sente depositario.
 Ma l'occasione per ribadire tali concetti altre volte già espressi dal maestro - di nuovo c'è solo che nella scelta dei dieci allievi effettivi conteranno i titoli di studio degli aspiranti, nel caso specifico, di pianoforte e composizione, senza i quali lui non ammetterà nessuno al corso di direzione e maestro collaboratore, e bene fa! - gli serve anche e per l'ennesima volta per correggere alcune sue dichiarazioni recenti, anzi alcune interpretazioni di sue recenti dichiarazioni, apparse nientemeno, le une e le altre e non del medesimo segno, sul Corriere, firmate da due esegeti del maestro, uno dei quali sembra essere passato alla scuola apocrifa, ed un altro restato a quella canonica di sempre, la quale pure sembrerebbe non esser piaciuta, perchè non auitentica, al maestro.
 Comunque il maestro è amareggiato al punto che dichiara a Rita Sala: Lasciatemi in pace, dimenticatemi. A seguito egli spiega di "certe dichiarazioni che avrei presuntamente fatto,osservazioni  improbabili spacciate per mie, sono arrivato ad una precisa consapevolezza:vorrei essere lasciato in pace. Dimenticatemi. Non chiamatemi in continuazione per avere giudizi su questo e quell'evento.Non chiedetemi di prendere posizione su qualsiasi argomento,vicino o lontano da me, spesso e volentieri anche non musicale... Adesso vorrei lavorare in pace, al di là delle dietrologie, e del 'misundestanding' "- che vorrà dire, noi non capiamo, ma lo trascriviamo comunque.

lunedì 8 dicembre 2014

La prima della Scala. La diretta su RAI 5 non è filata liscia come l'olio. Da Firenze Muti si lamenta, e non dovrebbe

 Certamente meglio dello scorso anno, quando - se ricordiamo bene - c'erano state interruzioni, interviste mozzicate ed altro.
 Quest'anno, salvo ciò che abbiamo scritto ieri a proposito dell'introduzione, dell'intervallo e dei disordini nella piazza antistante il teatro dei quali neppure una eco lontana era giunto alle orecchie degli 'addobatissimi' presentatori, le cose più indecenti si sono avute negli ultimi minuti dell'opera. Più di una volta sono saltate le immagini, ed è apparso il 'salvatore' schermo nero, qualche altra volta è andato via l'audio e le ultimissime pagine dell' opera sono state funestate da  un audio indecente.
 Perchè? Forse perché si stava in una fabbrica dismessa -dove la regia aveva ambientato l'opera - con le forniture elettriche che ogni tanto saltano; o  dove, forse, aveva fatto saltare veramente la corrente quella scapestratella di Marcellina, con quel suo dannato ferro da stiro, quando ha capito che con Fidelio con c'era 'trippa per gatti', perchè non era un uomo ma una donna - nell'intervallo, tuttavia, il duo Mattei-Aspesi non s'è lasciato sfuggire l'accenno al bacio 'saffico' fra le due, che palle. E la sottolineatura all'inferno delle fabbriche che chiudono  è tornato anche nella sigla finale della diretta, più curata della diretta medesima, quando si sono visti  complessi industriali d'altri tempi.
 Orchestra, voci e direzione come si convengono ad un grande teatro. Che certamente ora con il maggior peso che gli verrà dalla presenza del repertorio italiano - fra i più grandi di tutti i tempi - non rischia di 'provincializzarsi' , caro Panza, dopo la sua 'europeizzazione' nell'epoca Lissner, dovuta principalmente alla presenza di registi della grande scena internazionale. Il giornalista del Corriere, intervistato dalla Mattei, ha dimenticatoi di dire che l'Opera è innanzitutto musica e canto, e in secondo luogo spettacolo, e che, perciò, di spettacolo aggiunto si tratta. E, qualche volta, anche inutile e dannoso, perchè il primo e più grande elemento di spettacolo all'opera, deriva dalla musica e dalla voce umana; in misura minore perfino dalla vicenda.
 Comunque in tutti questi anni la presenza di Barenboim che con il 'Fidelio' si cessa a Milano, è stata salutare per il teatro, non perchè egli non abbia mai voluto fare Verdi o gli altri italianucci che rispondono ai nomi di Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini Mascagni, Leoncavallo ecc... ma solo perché ha tenuto fermo il timone in un momento in cui la nave scaligera rischiava di sbattere sugli scogli, a seguito del divorzio traumatico di Muti dal teatro.
A proposito di Muti. Corre voce che si stiano intessendo nuovamente i rapporti con il Teatro dell'Opera di Firenze, dove egli aveva mosso i primi passa da direttore stabile. Un consiglio: non c'è due senza tre, di uscite intendiamo. Attenzione maestro, ancor prima di entrarvi.  Il quale maestro ha trovato il tempo di lamentarsi della stampa italiana che presta più attenzione ad orchestre giovanili straniere quando scorazzano su è giù per l'Italia che alla sua 'Cherubin'i. No, maestro, è fuori strada. Lei non può lamentarsi, non si dimentichi  che nei giornali ha addirittura dei giornalisti 'personali',  i quali basta che lei alzi il telefono e nel giro di qualche or se li ritrova proni, dietro la porta di casa.

domenica 16 novembre 2014

I due Riccardi del podio

Non sappiamo se uno dei due 'Riccardi della bacchetta' - discendenti di 'Guarneri del Gesù' che invece lavorava d'archetto - si offenderà nell'essere appaiato all'altro,  perchè in quest'accostamento nulla v'è di sacrilego. Ambedue sono 'Riccardi', ma c'è differenza fra l'uno e l'altro, differenza d'età, di provincia di nascita, sebbene poi abbiano in tempi diversi compiuti e completati gli studi a Milano, e poi anche di fama - perchè nascondersi che uno dei due 'Riccardi' è più famoso dell'altro, mentre  non sappiamo se l'altro è, invece, in egual misura della fama del suo omologo, affamato di fama?
 Il destino  li ha accostati, meglio contrapposti, senza colpa  di nessuno.  L'uno quello più di fama  è uscito dalla Scala, e l'altro, forse più affamato di fama,  vi è appena entrato per la porta principale, dopo lunga lunghissima anticamera e girovagare in Europa, per chiamata di Pereira.
 Il quale Pereira, proprio in questi giorni ha lanciato un messaggino d'amore verso il più famoso dei Riccardi: 'torna a Milano, la Scala aspetta a te', con doppia firma, la sua e dell'altro Riccardo, che si professa sincero. E noi non ne dubitiamo.
 Anche se gli esempi di clamorose rotture ed inattese riappacificazioni fra direttori e teatri od orchestre sono innumerevoli - per tutti il caso di Toscanini e la Scala, appunto - non è facile riportare sul podio milanese dell'orchestra che lo ha sfiduciato, il direttore che per quasi vent'anni ha portato l'Orchestra della Scala ai massimi trionfi  anche nel mondo. Certo tutto può accadere, ma prima che il Riccardo  più famoso, ma anche furioso, torni a Milano, passerà ancora qualche anno, e forse il messaggino d'amore di Pereira e dell'altro Riccardo dovrà essere reiterato. Tanto costa poco, basta cliccare per inviarlo infinite volte. Nessuno si stanchi e smetta di farlo. E se lo facesse anche la sua ex orchestra....
 Il Riccardo famoso,  in Italia, dopo il suo abbandono dell'Opera di Roma ( dove pure sperano di riportacelo...campa cavallo!) lo si potrà ascoltare solo con la sua Orchestra Cherubini, o con la Chicago, in caso di tournée.
Però  il prossimo luglio lo si vedrà anche in cattedra, e questa è davvero una buona notizia, perchè il Riccardo più famoso ha deciso di aprire a Ravenna sotto l'egida del festival di sua Moglie, una Accademia d'opera italiana, e già dai primi di luglio  impartirà lezioni di direzione a quanti vi si iscriveranno, esaminando (concertando) il 'Falstaff' di Verdi, che dal 23 al 26 luglio, è già programmato al Ravenna Festival con Muti sul podio, in buca l'Orchestra Cherubini, regista Cristina Muti.
Insomma con una bacchetta, al posto della 'fava' del detto popolare, si prendono due piccioni: il corso per giovani musicisti frutto della vocazione all'insegnamento di Muti, e lo spettacolo d'opera al Festival, che fa contenta anche la signora.

giovedì 9 ottobre 2014

Sull'Opera di Roma il silenzio dei giornali. E' già storia vecchia?

L'Opera di Roma oggi è scomparsa del tutto dai giornali, storia vecchia ormai. Ma, davvero, non c'è nulla di nuovo?
Così non sembra a noi, dopo le rivelazioni, ancora più allarmanti delle precedenti di Fuortes, ieri. Cosa ha detto di così allarmante, dopo aver fatto la faccia feroce ( licenziamenti)? Ha detto, ma questo è già noto, che nessuno resterà disoccupato, che tutti saranno riassunti ( ma allora perché  esternalizzarli, verrebbe da domandarsi), precisando, però, che l'epoca del posto fisso è chiusa definitivamente e che ogni tre quattro anni anche le orchestre stabili dovranno essere sottoposte a verifiche professionali. Questa sì sacrosanta decisione.
Se venisse applicata a tutte le categorie che oggi plaudono alla decisione di Fuortes, a cominciare dai giornalisti...
Sulla precarizzazione, ormai quasi una moda ed una bandiera, qualche riflessione. A margine della riforma del lavoro appena avviata dal governo, c'è una direttiva che  accorda incentivi fiscali ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato: dunque l'obiettivo è quello di non precarizzare ulteriormente, anzi di andare sempre più verso il tempo 'indeterminato'. E si parla anche di un sistema che via via assicuri maggiore protezione. In questo panorama normativo, costituirebbero una eccezione le orchestre, organismi che, pur sottoposti a verifiche professionali periodiche, hanno bisogno di una stabilità per dare il meglio di sé. Ma questo, ovviamente, nè Franceschini, nè Marino e neppure Fuortes possono saperlo e capirlo, anche se dovrebbero.
Ma Fuortes ha rivelato anche altri particolari. Ha detto che nel corso di quest'anno ha firmato, autorizzandoli, quasi 1000 permessi artistici, ha detto anche che l'orchestra lavora solitamente al 48% dei suoi componenti, e che l'organico necessario per ogni recita, per effetto delle regole sindacali che nessuno osa ancora toccare, viene raggiunto con esterni contrattualizzati per i singoli titoli. Anche per il prossimo 'Rigoletto', ha dovuto ricorrere a 38 aggiunti sul totale di poco più di 70 strumenti richiesti dall'organico, e su un'orchestra che conta 90 professori fissi.
Sono questi i veri mali, oltre naturalmente agli scioperi duri che - lo ricordava questi giorni Gisella Belgieri - portarono alla disastrosa chiusura delle orchestra sinfoniche della RAI di Roma, Milano e Napoli, dando un colpo durissimo al sistema della musica sinfonica in Italia.
Fuortes lo dice solo ora? E aggiunge anche che ormai 'Aida' è sfumata perché - ha detto - vale la pena investire 1 milione di Euro nella sua produzione, se l'esito non è scontato? Come come? Tutte ora dobbiamo venire a saperle questa anomalie, compresa quella del costo di un allestimento, che si annunciava di 'luci e proiezioni', e che apprendiamo sarebbe costata intorno al Milione di Euro? Le notizie di tali sprechi Fuortes li ha tirati fuori solo ora, quando s'è visto mezzo mondo della musica italiana contro, forse per dire: non mi fate parlare altrimenti ogni giorno tiro fuori altri disastri ai quali si assiste da tempo senza che nessuna opposizione e stop venga avanzato.
Certo avrebbe una ragione, una delle poche, dalla sua, Fuortes. Ma ci meraviglia che lui, proprio lui, che si intende di amministrazione, non abbia cominciato, alle prime avvisaglie delle manifestazioni sindacali, a dire agli scioperanti: signori...non si può andare avanti così. Non abbiamo più soldi e voi continuate a chiedere privilegi? Tutti questi permessi artistici non li autorizzo e non chiamo esterni per ogni produzione, come costretto a fare; 90 strumentisti, devono bastare. E poi, e poi anche la storia del costo della produzione di 'Aida'. Signori, 1 milione di Euro per la produzione, a causa della presenza di Muti? Sta forse in queste cose, non dette, una delle cause della uscita di scena del grande direttore, che forse avrebbe preteso troppo da un teatro con le casse vuote?
Muti, infine. Oggi la sua esegeta più accreditata, Rita Sala sul Messaggero, scrive di un concerto di Muti con i Wiener ad Oslo. Ed anche della sua prossima tournée con l'Orchestra Cherubini, che prenderà il via da Firenze e, dopo aver toccato Napoli, Altamura e Foggia, per 'consacrare con la musica' luoghi teatrali nuovi o recentemente riaperti, terminerà e Bari ( Petruzzelli), dove era andato nel dicembre 2009, il 21 . Una data che ricordiamo molto bene, perchè all'indomani di quel concerto, Muti venne in macchina, accompagnato da sua moglie e da Nastasi, ad inaugurare ufficialmente la nuova sede ' provvisoria' del Conservatorio 'Casella' dell'Aquila, dove allora anche noi insegnavamo. Per questo gli siamo immensamente grati.
Appena diffusasi la notizia che Muti sarebbe andato a Firenze nel nuovo Teatro dell'Opera, subito s'è cominciato a dire che Nardella, il nuovo sindaco di Firenze, se la notizia dell'abbandono di Zubin Mehta risultasse vera, spererebbe che Muti accetti di tornare a Firenze a capo del Maggio, dove aveva iniziato la sua folgorante carriera di direttore.
Se un consiglio possiamo darlo al maestro, per l'affetto e la stima che ci lega a lui, il consiglio è di lasciar perdere, perché non c'è due senza tre, nel senso dell'accettazione seguita da abbandono.


mercoledì 24 settembre 2014

Solidarietà fra teatri d'opera all'insegna del 'mors tua vita mea', dopo l'addio di Muti

Muti l'ha detto nella sua lettera d'addio ufficiale a Fuortes ( ve ne sarebbe anche una privata della quale a noi, sinceramente, non importa un bel niente), pubblicata oggi in fac-simile dal Messaggero: in Italia desidero dedicarmi prevalentemente alla mia orchestra Cherubini. Punto e basta. E gli altri teatri che navigano in acque infide assai simili a quelle romane, cosa fanno?, supplicano Muti di andare ad annegare da loro. Loro lo aspettano a braccia aperte; e Muti dovrebbe essere così stupido da accettare  un altro simile abbraccio mortale in Italia? Lo invoca Napoli con un invito che rasenta il ridicolo:  'Riccà, napule aspiett' a te!'; dimenticando che  Muti, da Chicago, per bocca del suo amicissimo Isotta-si lesse sulCorriere - dopo le porcherie del San Carlo durante i Mondiali di calcio disse che  nella sua geografia professionale, Napoli  l'aveva cancellata definitivamente.  Insiste Firenze, ricordando al maestro i suoi trascorsi inizi fiorentini, auspice Vlad, Roman non Alessio, al cui invito, pensando ad Alessio, il maestro potrebbe rispondere, per tagliar corto: abbiamo già dato.
 Naturalmente piovono inviti anche dall'estero;  chi non lo vorrebbe Muti, anche se solo per dirigere un titolo a stagione,  o anche a stagioni alterne. Solo Roma è stata così fessa da lasciarselo scappare. In questo coro generale, fra gli stranieri spicca  Vienna, dove l' ultima volta di Muti all'Opera di Stato austriaca, meno di dieci anni fa, è stata  con Mozart (Così fan tutte); e Mozart anche la penultima ( Nozze di Figaro). Se Muti decidesse di dirigere  in questo o quel teatro, tolti ovviamente Scala e Roma, ma anche Napoli e Firenze ecc...  - per l'Italia,  unica isola felice, sarebbe in laguna, la Fenice - gli si organizzerebbe qualche recita con il titolo che desidera in ventiquattr'ore;  prove, recite e via, senza entrare più nei meccanismi di organizzazione e gestione del teatro, come ha fatto esperienza diretta a Milano ed indiretta a Roma, con i risultati che sappiamo.
 Adesso il maestro è abbastanza  avveduto per capire che , in qualunque posto del mondo, anche fosse il miglior direttore esistente, sempre meglio farsi vedere per breve tempo, fare il pattuito e poi scappare, facendosi ringraziare e semmai rimpiangere; mai restare un minuto di più con il pericolo di dover fare poi una  ritirata che certamente non gli fa fare una bella figura.
 Muti, per tornare a Roma, in realtlà non avrebbe dovuto accettare l'invito dell'Opera,   avrebbe dovuto rifiutarlo, gentilmente, ma rifiutarlo, ancora prima di insediarsi in quell'incarico davvero buffo di 'direttore onorario a vita'. E, del resto, dopo i primi entusiasmi, quando capì che le cose a Roma non erano così tranquille come gli avevano dato ad intendere - e forse lui stesso aveva finto di capire  se pensiamo che poi l'incarico che si voleva per lui  egli stesso ridimensionò tantissimo, temendo quel che poi è accaduto - doveva prendere un fugone. Invece dette ascolto alle lusinghe romane, ai suoi amici, ed ora s'è trovato nei guai.  Sarebbe davvero stolto se ci cascasse ancora. Perchè in Italia  non sì è capito che la festa è finita e che per  ricostruire occorre smettere privilegi e esigenze ingiustificate e lavorare di più.

domenica 21 settembre 2014

Muti lascia Roma, ed è un addio; mentre Fuortes e Marino non sembrano in fondo tanto dispiaciuti. L'Opera di Roma resta una matassa difficile da sbrogliare

Da qualunque capo si voglia cominciare - da Muti o da Fuortes e Teatro, l'Opera di Roma resta una matassa difficile, se non impossibile, da sbrogliare. E la decisione dell'abbandono, di cui solo ora viene data notizia ufficiale, non è arrivata oggi. Ci aveva colpito, leggendo un inserto dedicato all'incipiente stagione teatrale nella Capitale, allegato sia a Repubblica che al Corriere, il fatto che Fuortes si presentava come amministratore delegato di 'Musica per Roma', mentre la presentazione della stagione dell'Opera veniva  fatta da un narratore impersonale, quando avrebbe dovuto essere il contrario. Muti la sua decisione di abbandonare l'Opera l'aveva già presa. E nella sua lettera, resa nota soltanto oggi, spiega le sue ragioni, tutte plausibili : in teatro non c'è un clima sereno e perciò  gli riesce difficile lavorarvi. Quando  gli animi si saranno rappacificati, e tutto filerà liscio come l'olio, allora si vedrà. Veramente questo è l'auspicio assai freddo di Marino e di Fuortes, ai quali preme soprattutto sottolineare che la nuova gestione ha azzerato l'enorme deficit lasciato da De Martino, sodale di Alemanno, di quasi 12 milioni di Euro, in un solo anno. Fuortes ha fatto il miracolo, ma ora soldi non ce ne sono più e il maestro Muti avrebbe dovuto abbassare le sue pretese in tutti i sensi - è quanto scrivono gli opinionisti della rete - la qual cosa non gli sta proprio bene, e lui decide di andarsene per dedicarsi  interamente - per l'Italia - alla sua amata 'Orchestra Cherubini'.
 Quali sarebbero le pretese del maestro in fatto di cachets, di allestimenti, di voci ecc.. non è dato sapere; e se si tratta soprattutto dei costi degli allestimenti, si sbaglia bersaglio, perchè a quel che sembra l'allestimento di Pier'Alli per 'Aida' sarebbe improntato alle cosiddette 'nozze con i fichi secchi'. Certo Muti a Roma, come altrove, non  lavora 'aggratis' - e , del resto, perchè dovrebbe? - ma con sè a Roma ha portato tutta la sua corte anche quella famigliare che certamente non è compresa nel pacchetto del suo cachet, insomma qualche malumore nei suoi confronti ci potrebbe anche essere. Ben poca cosa comunque in rapporto al prestigio che rende all'Opera la sua presenza, ma solo la sua, non certo quella di  Alessio Vlad,  che lui ha imposto,  come ennesimo atto di riconoscenza verso suo padre che lo portò a Firenze e che egli volle poi alla Scala.  Insomma una corte non pomposa e che non brilla di luce propria, la quale, se il principe rinuncia alla corona, si affloscia in un  minuto secondo. Morto un papa se ne fa un altro - ha scritto qualcuno in rete. Sì, è vero. Ma via Muti c'è qualcun altro nell'orizzonte degli attuali  governanti del teatro capace di sostituirlo senza intaccare il prestigio che la sua presenza recava al teatro? Dubitiamo. C'è chi ha paragonato,sbagliando, questa uscita di scena di Muti alla precedente, di una decina di anni fa, dalla Scala. No, perchè allora Muti aveva contro l'orchestra, che, a Roma, dichiara di non aver mai voluto protestare  contro il direttore e che mai e poi mai avrebbe fatto saltare una recita, neanche una, di Muti. Bugiardi. Perchè tale pericolo l'ha corso anche Muti, con Manon, con la tournée in Giappone e probabilmente l'avrebbe ancora corso  nelle settimane di preparazione di Aida. Basta esaminare il risultato del referendum, interno al teatro, al quale ha partecipato la metà circa dei dipendenti, orchestra e coro compresi, il che vuol dire che l'altra metà non condivideva l'accettazione del piano di salvataggio stilato da Fuortes. I sindacati protestano che loro sciopereranno eventualmente contro Fuortes, ed a scioperare sono soprattutto quelli della Fials e della CGIL- altra pagina del film surreale ' Renzi vince nonostante l'opposizione del PD'.
 A noi  fa più riflettere la risposta, ripetiamo: molto fredda, di Fuortes, Marino e Franceschini che non la lettera di Muti, scritta 'comme il faut', ineccepibile per chi non conosce altri risvolti.
 Ma adesso quali scenari si aprono? Fuortes,  non gradito a metà del personale del teatro come insegna il referendum, trarrà le sue conclusioni dimettendosi?  Oppure resterà mettendo in atto la sua rivoluzione e cioè portando all'Opera di Roma la sua squadretta che già abbiamo visto in azione ma che non ci ha entusiasmati? Già Fuortes in fatto di musica capisce ben poco; lui la squadra l'avrebbe già pronta,  l'ha schierata in campo ed ai bordi già a Bari, ma si tratta di una  squadretta. Non ci frega niente di ciò che scriveranno i giornali alla sua discesa in campo, non nutriamo verso molti gazzettieri  'fiancheggiatori dei vincitori per professione e convenienza 'la benché minima stima. Pensa forse di sostituire Vlad? farebbe bene, ma con chi? Con Gaston Fournier che già voleva imporre a Bari,  e che  oggi è libero, dopo la sua uscita dalla Scala? Cambierà anche il maestro del corpo di ballo, via Micha e dentro Eleonora che scalpita da parecchio per avere quell'incarico, anche se a noi sembra non in grado di sostenerlo, nonostante la sua giovane età ed avvenenza che non è pari alla sua competenza?  Via Muti e ci mette un giovane, magari Rustioni che sta a Bari ed anche a Firenze ( regno del consigliere di amministrazione Battistelli?) Per Fuortes sembra una cosa normale. Ma lui non la capisce, forse, la differenza; nonostante tutti i difetti del grande direttore. O forse la fine dell'anno, quando i consigli di amministrazione con nuovo nome:  consigli di 'indirizzo', dovranno ridisegnare la governance dei nostri teatri, a Roma viene, con l'uscita di Muti,  semplicemente anticipata di qualche mese?
Temiamo che la pubblicità che parla di 'grande opera' a roma, vada cambiata, con la 'piccola opera' nella nuova stagione del  Teatro dell'Opera di Roma Capitale. E che  il sito, dove si legge ancora il nome di Muti per 'Aida' e 'Nozze di Figaro', vada quanto prima aggiornato.